“Totò regalava soldi a chi era in difficoltà, Gassman fu salvato dal cinema”

Enzo Garinei arriva da Santa Marinella, settanta chilometri da Roma: ultimi raggi di sole della stagione, ultimi bagni, “anche se non so nuotare”; Enzo Garinei è in leggero ritardo “per problemi di parcheggio”. Guida? “Sì, però non corro, sto attento”.

Ha novantatré anni.

Non li dimostra.

Quando parla è giusto guardarlo tra gli occhi e il sorriso, come una proiezione in cinemascope: ha lo sguardo e il sorriso identico a quando girava con Totò, Mastroianni o chiunque altro big della storia del grande e poi piccolo schermo; film comici, seri, drammatici (“nel 1960 ero a Venezia con Citto Maselli per I delfini e l’anno dopo a Cannes con La ragazza con la valigia di Zurlini, uno di quei registi che si innamorava sempre dell’attrice principale, in quel caso la Cardinale”); lui dagli anni Cinquanta è spesso presente, anche un cammeo o poco più e per ben 108 volte; lui rientra nella categoria “caratteristi”, uno degli ultimi di una compagine gloriosa, maschere che hanno arricchito la storia del cinema, caratterizzato momenti e battute, “proprio per questo non siamo attori di grado inferiore, anzi”.

Ogni tanto quando racconta cita, testuali, le battute di film di cinquanta o più anni fa e quando ricorda la sua carriera da doppiatore – non secondaria – cambia tono e si trasforma in Lionel Jefferson, protagonista dell’omonima serie televisiva statunitense. Si diverte. Ama divertire. Sa qual è il valore della risata, quanto è complicata la leggerezza, quanto è seria l’ironia, soprattutto dopo che “ti muore un figlio: Andrea è stato un bravissimo attore e ci tengo a tenere in vita il suo ricordo. Ma ne parleremo dopo, solo se vorrà…”.

Suo fratello Pietro, insieme a Giovannini, è il genio della commedia musicale, da Rugantino ad Aggiungi un posto a tavola (“mi raccomando, non lo definisca musical, quello è un’altra cosa”).

Insomma, i caratteristi sono sottovalutati.

Sì, e me ne sono reso conto al funerale di Carlo Delle Piane: per noi è necessario morire per ottenere considerazione.

Per capire il reale valore.

Eppure sono in grado di interpretare qualunque tipo di personaggio, ma non sono un primo attore, non me ne frega niente, non me n’è mai fregato niente, ma senza i caratteristi non esisterebbero il cinema e il teatro.

Ha girato molto con Totò.

Con il principe sono stato sette volte su un set, il primo nel 1949, Totò le Mokò, e avevo il ruolo del palo nella banda criminale; poi anche Totò e Carolina (1953) per la regia di Mario Monicelli, film che ha causato qualche guaio al principe stesso: lì interpretava la parte di un celerino e allora Mario Scelba era ministro degli Interni (governo De Gasperi); in una scena Totò caricava una prostituta su una jeep per poi accompagnarla da un dottore, e a quel tempo era politicamente inconcepibile.

Totò.

Persona generosa, quando un attore era in difficoltà economica gli regalava 500 lire, e in quegli anni significava la metà di uno stipendio medio; e poi a differenza di altri grandi interpreti non si dava le arie, non si atteggiava, solo che quando finiva di girare, toglieva la bombetta, si spogliava degli abiti di scena, immediatamente tornava il principe Antonio de Curtis.

E arrivederci…

Non viveva tutto il giorno con la sua maschera di scena, non era come Carlo Dapporto che anche fuori dal set continuava a recitare le barzellette; (abbassa gli occhi) era un mondo meraviglioso e ho avuto la fortuna di lavorare con tutti i più grandi, e con tutti sono riuscito a costruire un rapporto bellissimo, forse perché sono cresciuto con una generazione di attori che amava profondamente la professione, a prescindere da soldi e fama; ciò non toglie che ognuno aveva le sue fissazioni.

Quali?

Totò voleva esser chiamato principe, come Mario Mattoli pretendeva l’appellativo di “avvocato”.

Come ha iniziato?

Ho perso mio padre all’inizio della guerra e per malattia, mio fratello Pietro è diventato subito il mio riferimento e allora la nostra famiglia viveva grazie a una farmacia aperta anni prima nel centro di Roma; un luogo particolare, non solo medicine e cure, ma punto di ritrovo per una serie di artisti, attori, registi, e allora era normale darsi appuntamento “da Garinei”.

Insomma…

Lì ho conosciuto tutti, era facile condividere, chiedere, incuriosirsi e venir coinvolti; un periodo entusiasmante durante il quale era normale mischiare le esperienze. E inoltre mio fratello aveva iniziato con la sua eccezionale carriera.

Un periodo fecondo…

Le do un esempio: per Alleluja brava gente Pietro e Giovannini crearono un vero linguaggio, qualcosa di inedito, che ha ispirato lo stesso Monicelli per L’Armata Brancaleone, e mio fratello scherzando non mancava di sottolinearlo a Mario: “Aoh, m’hai fregato la parlata”; insomma, come spiegavo prima, quelle erano commedie, storie, perché potevano tranquillamente venir solo recitate tanto da ispirare i registi cinematografici.

Però la musica non era solo un corollario.

Per forza, allora c’erano meravigliosi maestri come Armando Trovajoli o Gorni Kramer.

Monicelli.

Caratteraccio: ho assistito a litigate incredibili dentro al bunker tra lui, mio fratello e Giovannini.

Bunker?

Sì, la stanza privata di Garinei e Giovannini dentro al teatro Sistina, lì dove tutto nasceva e tutto veniva gestito.

Di cosa litigavano?

Non solo di arte, pure di Roma e Lazio, con dei “vaffanculo” o “non capisci un cazzo” terribili, quelli a gola strozzata; in quanto a urla pure Trovajoli non era secondo a nessuno.

Lei sul palco.

È ancora oggi la mia vita: per anni ho interpretato il sindaco in Aggiungi un posto a tavola per la regia di Gianluca Guidi, mentre nelle ultime tre stagioni sono “la voce di Dio”.

È contento?

All’inizio non lo so, ora sì e tutto è nato dopo un confronto con Gianluca stesso: “Hai una voce bellissima, riconoscibile, così puoi restare in galleria, in un palchetto, non ti massacri con trucco e parrucco, prove e quant’altro; e poi se un giorno non ti va di venire a teatro, mandiamo la registrazione della voce…”

E quindi?

Ho accettato, però a teatro vado quasi sempre e quando alla fine mi presento sul palco, dal pubblico parte sempre un urlo bellissimo, un lungo applauso, e stupiti dicono: “Ma allora è vivo!”.

Non sanno che lei guida…

E non mi perdo neanche una trasmissione politica, seguo tutto, perché socialmente provengo da un’antica tradizione socialista; mia moglie è anche peggio di me, ma lei è viennese, ha conosciuto l’occupazione cosacca e racconta sempre che quando sono arrivati a casa loro, a un certo punto, li ha visti lavarsi il viso dentro al water: non avevano capito cosa fosse.

Ha studiato e lavorato con Mastroianni.

Ci siamo conosciuti all’inizio delle nostre carriere, tutti e due iscritti al CUT, il Centro universitario teatrale; lui era l’uomo più semplice e timido mai conosciuto e frequentato.

Secondo Umberto Pizzi non un seduttore come in molti credono.

Lui? Macché! Una sera gli indico una donna: “Marcè, te piace quella?” “Sì” “Perché non ce provi?”. E lui: “Enzo, se devo scopare preferisco una puttana”. Però è vero, le donne ci provavano sempre, ho assistito a scene poi diventate sceneggiate.

Cioè?

Il giorno della partenza per la nostra prima tournée teatrale, destinazione Merano, a un certo punto in stazione si materializza Silvana Mangano, bellissima, innamorata di Marcello, piangeva disperata, inconsolabile, e lui un po’ imbarazzato: “A Silvà, mica vado in guerra, tra una settimana torno. Sta’ bona, calmate”.

Come andò la tournée?

Bene, portavamo in scena Dieci piccoli negretti da Agatha Christie, buone le critiche, e grazie alla regia di Carletto Di Stefano, bravissimo professionista per anni in quarantena perché scriveva sui giornali comunisti…

Dopo la guerra la sinistra ha poi egemonizzato.

Sì, certo, dopo è nato anche l’attore “del sistema”, piazzato ovunque e a prescindere.

Tipo chi?

Silvio Orlando da giovane: era un buon caratterista.

Ora è primo attore.

Ma tutti lo siamo: il personaggio è una caratterizzazione.

Lei non l’è mai diventato: come mai?

Non lo so, forse perché ero magrissimo, bruttino, però ho conquistato delle bellissime donne grazie al fascino dell’attore.

Gassman, Tognazzi, Manfredi, Sordi, Mastroianni. Chi il più bravo?

Tecnicamente Vittorio, talmente perfetto da risultare esagerato: ricordo un Riccardo III con lui protagonista, regia di Luca Ronconi, qualcosa di unico…

Ma…

Non amo sentire la recitazione, preferisco la naturalezza e Vittorio si è salvato con il cinema: con il grande schermo è stato costretto ad abbassare il diaframma e cambiare il suo stile.

Tecnicamente Gassman, artisticamente?

Mastroianni. Meraviglioso. In grado di coprire un’ampia gamma di personaggi.

Amico con Gassman?

Lui era complicato. Durante le riprese de La ragazza del palio, girato tutto a Siena, spesso andavamo a cena insieme, ma era impossibile mantenere una conversazione normale e rilassata, dopo un po’ calava il ritmo e si finiva nel silenzio; allora cambiavo argomento. Inutile: stessa storia.

Insomma?

Vittorio era difficile capirlo, anche a colazione non interagiva, preferiva leggere, restare con se stesso; Sordi era un po’ più aperto di Vittorio, ma non troppo dissimile nei silenzi.

Come mai?

Sembravano persone che non amavano troppo il proprio mestiere, oppure lo amavano ma solo per se stessi.

Ha lavorato con Tomas Milian.

Che attore fantastico, un genio, il pubblico non se ne rende conto solo perché lo immedesima con il ruolo de “Il Monnezza”, al contrario aveva la capacità di tenere molti ruoli (si ferma un paio di secondi); con lui ho girato alcuni cult come Delitto in Formula1.

Per strada con quale film la riconoscono maggiormente?

Ne Il ragazzo di campagna con Renato Pozzetto, interpretavo il portiere dello stabile a Milano (e recita la parte): tutta la scena dura appena cinque minuti ma è famosissima. Questa è la forza del caratterista.

Secondo Cecchi Gori per il set è fondamentale la roulotte.

È vero, e l’ho capito subito con Totò: prima della scena ci radunavamo con lui per studiare la parte e Mattoli spiegava le sue intenzioni; alla fine, quando il regista si allontanava, il principe dettava la sua strada a tutti: “Scordatevi quello che avete sentito, guardatemi”. Questo perché inventava al momento, e giocava con delle spalle uniche come Peppino (De Filippo).

La roulotte è pure altro…

È goliardia, grandi risate, socialità, spaghettate infinite come quelle tra Sergio Corbucci e Bud Spencer. E poi sesso: lì scattavano le scopate improvvisate. Ma se il cinema non lo vivi con gioia e divertimento, non è cinema.

Pure lei?

Mai avuta la roulotte, non sono mai stato un attore protagonista (e ride, di gusto). Bud Spencer sì.

Suo amico?

Abbiamo girato insieme in Colombia per Banana Joe, due mesi e mezzo a Cartagena, un’esperienza non piacevole: non amo i set così lunghi e poi vivevamo in mezzo a una povertà terribile, e una prostituzione diffusa.

Pericoloso?

Molto, circondati dalla polizia, ma non capivi mai se gli agenti erano presenti per proteggerti o per fregarti.

Come cura la memoria?

Leggo tutti i giorni sia i giornali che i libri, ma evito Internet, ho paura di venir irretito, di fissarmi e perdermi.

E oltre alla sua professione?

Amo le partite, tifo da sempre per la Lazio, ed era una passione comune con mio figlio; ancora oggi quando giocano mi piazzo davanti al televisore e accanto metto una sedia vuota, è come averlo al mio fianco, come un tempo quando gioivamo o ci incazzavamo; lui se n’è andato troppo presto e temo venga dimenticato, per questo quando mi assegnano un premio lo dedico sempre a lui. Se lo merita (chiude gli occhi e resta in silenzio).

Riceve molti premi?

Per il teatro capita, mentre dal cinema neanche uno, e non ne capisco il motivo. Mi piacerebbe, invece silenzio. Forse a Roma non sanno che sono sempre vivo. E soprattutto lucido. Quindi si sbrigassero.

@A_Ferrucci

Attivisti pro democrazia, poliziotti sostenitori di Pechino: botte per tutti

Da un lato i manifestanti antigovernativi, dall’altra quelli pro Pechino. Hong Kong è profondamente divisa, come dimostra il quindicesimo week-end consecutivo all’insegna degli scontri. Sulla scia delle proteste degli ultimi mesi, ieri un gruppo di sostenitori di Pechino si era radunato, sbandierando i vessilli della Repubblica popolare e marciando a suon di inno nazionale cinese e slogan ad Amoy Plaza, nel distretto di Kowloon.

La situazione è precipitata quando il corteo ha incrociato i sostenitori delle riforme liberali. Fra i due schieramenti si è passati dagli insulti alle minacce ed infine alla violenza: pugni, colpi di ombrello e lancio di oggetti. Solo l’intervento della polizia in tenuta antisommossa ha sedato la rissa. Ma non è stato l’unico momento di tensione: i manifestanti antigovernativi hanno bloccato le strade a Tin Shui Wai e messo in scena altre proteste nel Distretto Centrale, a Hang Hau e durante una partita di calcio della Premier League di Hong Kong. Disordini sono stati segnalati anche nei pressi delle “Mura di Lennon”, luogo simbolo della resistenza al potere cinese. Il bilancio provvisorio è di 25 feriti. Le proteste continuano nonostante la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, abbia assicurato che ritirerà la legge sull’estradizione verso la Cina, provvedimento che aveva dato il via al sollevamento popolare. I manifestanti hanno deciso di protestare ad oltranza finchè tutte le loro richieste non saranno esaudite: si punta alle dimissioni di Lam (troppo vicina ai vertici cinesi), a riforme democratiche e soprattutto all’apertura di un’indagine indipendente sulle violenze perpetrate dalla polizia in questi mesi di scontri.

Intanto il governo di Hong Kong ha annunciato il rinvio a data da destinarsi degli Open di tennis, per non mettere a rischio l’incolumità di tennisti e tifosi. L’evento era stato programmato per il 5 ottobre a Victoria Park, spazio verde che in questo periodo però è diventato il crocevia delle marce antigovernative. Anche oggi si prevedono nuove proteste.

Il regno non è più al sicuro, raid Huthi con i droni

Gli insorti Huthi riescono di nuovo a colpire dallo Yemen il territorio saudita: ieri mattina, hanno attaccato, con una decina di droni, una raffineria in Arabia Saudita, la più grande al mondo, e pure un importante giacimento di petrolio gestito dalla compagnia petrolifera nazionale Saudi Aramco. L’azione, che non avrebbe fatto vittime, ha provocato esplosioni e incendi nell’impianto di Buqyaq, che tratta fino a sette milioni di barili al giorno, e nel giacimento di Khurais, che può estrarre un milione di barili al giorno. Non si sa se la lavorazione e l’estrazione del petrolio possano continuare o debbano rimanere sospese.

Testimoni riferiscono di colpi di armi da fuoco sparati nella raffineria di Buqyaq, ma non è chiaro, neppure con l’ausilio di video online, se la sparatoria fosse parte dell’attacco oppure una reazione delle forze a protezione degli impianti. Il ministero dell’Interno saudita ammette l’azione coi droni e conferma gli obiettivi colpiti, affermando che “è in corso un’inchiesta” per accertare la dinamica dell’accaduto. L’inviato dell’Onu Martin Griffiths s’è detto “estremamente preoccupato”. Nel 2016, un tentativo di al Qaeda di colpire la raffineria con attacchi kamikaze era stato sventato dalle forze di sicurezza saudite.

Dal canto suo, il portavoce militare degli Huthi, Yahia Sarie, ha rivendicato, in un breve messaggio sul canale satellitare dei ribelli Al-Masirah, l’azione, che alza il livello di tensione nella Regione, dove il conflitto va avanti da oltre quattro anni, con l’intervento di un contingente internazionale sunnita mobilitato dai sauditi, senza che se ne intravveda uno sbocco politico e/o militare.

Per tutta l’estate, le notizie di scaramucce – sporadiche – e attacchi con missili o con droni si sono succedute quasi quotidianamente. C’è stato pure spazio per colloqui a Gedda, in Arabia saudita, tra lealisti e separatisti, finora senza esito. Da venerdì, almeno 13 civili, incluse donne e bambini, sono morti nelle provincie di Hodeida e Taiz, per attacchi degli Huthi: secondo fonti yemenite, 11 persone, tra cui sei di una stessa famiglia, sono state uccise a sud di Hodeida; e due bambini sono stati vittime di tiri di mortaio nella provincia di Taiz, nel sud-ovest dello Yemen.

Da circa 15 anni, dopo la riunificazione di un Paese fino al 1990 diviso in due tronconi, lo Yemen, grande quasi due volte l’Italia e con venti milioni di abitanti, ha conosciuto diverse fasi turbolente che hanno messo in ginocchio la popolazione. Il conflitto in atto, esploso nel 2015 quando gli Huthi prendono la Capitale Sanaa e ne cacciano il presidente legittimo Hadi, è sovente interpretato come una guerra confessionale fra ribelli sciiti e governo centrale sunnita o come una guerra per procura fra l’Iran e la coalizione dei Paesi sunniti, che recentemente s’è però frantumata, mettendo sauditi ed emiratini gli uni contro gli altri.

L’Occidente ne resta fuori, ma vende armi ai ‘lealisti’ e ai loro alleati. L’Iran non lesina il sostegno agli Huthi. In un libro da poco uscito, The Huthis: Adaptable Players in Yemen’s Multiple Geographies, Eleonora Ardemagni spiega che gli attori del conflitto non hanno identità monolitiche: lo Yemen vede un intreccio di visioni, tradizioni, interessi, che produce una realtà stratificata e fluida. Proprio qui al Qaeda, il 12 ottobre 2000, attaccò un cacciatorpediniere Usa, il Cole, fuori del porto di Aden, facendo 17 vittime e una quarantina di feriti fra i marinai a bordo, nell’ultimo segnale premonitore, non raccolto, di quello che sarebbe stato l’11 Settembre 2001.

Il movimento fondato da Husayn al-Houthi, avvicinatosi all’Iran anche per l’intervento militare della coalizione a guida saudita nel 2015, ha sue peculiarità e i suoi attriti col governo centrale vanno al di là delle contrapposizioni confessionali o geopolitiche. Il conflitto, per la Ardemagni, è innanzitutto uno scontro fra una élite urbana, il regime, e una forza periferica, gli Huthi. La guerra ha poi una forte connotazione tribale. Infine, le frizioni hanno una dimensione sociale: gli Huthi privilegiano da sempre l’élite religiosa discendente da Maometto, i sada; l’ex presidente Saleh, l’uomo forte del Paese fino alla sua morte, nel 2017, si appoggiava alla classe dei giudici, i qadi.

24 candidati, poco spazio alle donne

In Tunisia si voterà dalle 8 alle 18 (le 19 in Italia) in 13.450 seggi ripartiti su 4.567 uffici nel Paese e 384 all’estero. I candidati che si sono presentati alle Presidenziali sono 24; a sceglierli saranno 7,88 milioni di elettori. Sarà eletto presidente – deve avere più di 35 anni ed essere di religione musulmana – chi supererà il 50% più uno dei voti. Se non vi sarà nessun vincitore è previsto un secondo turno con i due candidati in testa alle preferenze che sarà programmato entro il 13 ottobre. Il sistema di sicurezza prevede lo schieramento di oltre 52 mila poliziotti per garantire che la giornata elettorale si svolga senza incidenti. Numerosi gli osservatori nazionali e internazionali, tra cui quelli dell’Unione europea (oltre 5.000 in tutto). I risultati preliminari sono attesi entro 48 ore dalla chiusura dei seggi, dunque si dovrebbero conoscere martedì prossimo; li renderà noti la Commissione superiore indipendente per le elezioni (Isie). Il risultato è molto incerto anche perché dietro l’angolo vi è la paura dell’astensionismo dei giovani. La Tunisia è l’unico Paese nordafricano ad avere sviluppato la democrazia dalle rivolte del 2011, ma incombe sempre la deriva dell’estremismo islamico, non a caso dal Paese sono partiti in molti per arruolarsi nell’Isis. Dubbi anche sulla partecipazione delle donne, perché i candidati non hanno affrontato le tematiche di emancipazione femminile e sono solo due le donne in corsa: in apparenza solo Abir Moussi ha qualche possibilità di arrivare al secondo turno.

“È Karoui il populista a essere favorito: anche dalle sbarre del carcere”

“Il primo turno delle Presidenziali verrà quasi certamente vinto da quello che chiamiamo il ‘Berlusconi tunisino’, il magnate proprietario del canale privato Nessma tv, Nabil Karoui. Il fatto che sia l’unico candidato a non aver potuto fare tutta la campagna elettorale e partecipare ai dibattiti televisivi, perché tre settimane fa è stato arrestato per sospetta corruzione e riciclaggio di denaro, legati a fatti del 2016, sembra aver ulteriormente accresciuto le sue chance di passare il primo turno assieme a Kais Saied. Secondo gli ultimi sondaggi. Karoui otterrà il 22 per cento e Saied il 17”. Mentre il docente di Diritto Anis Morai – titolare di una rubrica quotidiana di analisi politica per la radio pubblica internazionale tunisina molto seguita anche all’estero – ci ricorda che “Silvio Berlusconi ha una quota di Nessma tv”, arriva la notizia più attesa della giornata: la Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di scarcerazione di Karoui che dunque non potrà esercitare il diritto di voto e dovrà rimanere ancora in carcerazione preventiva.

Professor Morai, visto che il candidato favorito è in carcere, queste saranno elezioni democratiche?

Sì. Dall’entrata in vigore della Costituzione nel 2014, la Tunisia è diventata una repubblica semiparlamentare basata sull’indipendenza dei poteri dello Stato. Poi, è vero che l’arresto è stato usato da Karoui per farsi passare da vittima.

Perché queste elezioni sono importanti, nonostante il ruolo del presidente della Repubblica con la nuova Costituzione post rivoluzione, sia meno determinante rispetto al passato?

Intanto perché si tratta ‘solo’ del secondo appuntamento elettorale per decidere chi sarà il presidente, dopo la morte lo scorso luglio di Essebsi. Ciò significa che dal risultato capiremo se i tunisini vogliono davvero che il paese proceda sul sentiero democratico. Un fatto non scontato; con il peggioramento delle condizioni economiche e l’aumento della disoccupazione ci sono molti nostalgici della dittatura. Il Capo dello Stato ha poi la facoltà di nominare alcuni membri della Corte Costituzionale, non ancora al completo. La mancata elezione della Corte – che slitta dal 2015 – rende il ruolo del Capo dello Stato fondamentale al fine di sorvegliare l’applicazione corretta delle leggi costituzionali.

Che caratteristiche avrà il voto di oggi?

Chi oggi deciderà di presentarsi alle urne lo farà in chiave anti sistema.

E quindi?

È altamente probabile che i sondaggi questa volta risulteranno corretti nel dare per vincenti il candidato più populista, ossia Karoui e quello apparentemente più indipendente, cioè Saied. In Tunisia negli ultimi tempi è andata montando l’onda anti sistema, ma molti elettori ignorano che, per esempio, Karoui ha sostenuto la candidatura del defunto Essebsi, lavorando dietro le quinte nel partito laico Nida Tunes, fondato dallo stesso Essebsi, che però poi ha tradito gli elettori formando l’attuale coalizione di governo con gli islamisti legati ai Fratelli Musulmani del partito Ennhada.

Ma Karoui ha fondato un proprio partito, Il cuore tunisino, quindi non ha più legami con Nida Tunese.

È un partito nato solo pochi mesi fa. Sul canale tv di Karoui ha trovato spazio, tanto per dire, un esponente dei fratelli musulmani libici.

Perché dice che Karoui è un populista?

Perché dice ciò che la gente vuole sentirsi dire e non ciò che sarebbe necessario per il bene della nazione e perché cerca di accaparrarsi il voto della gente meno consapevole e dei meno abbienti offrendo loro una carità pelosa. È andato nei posti più desolati e poveri della Tunisia portando generi alimentari e promettendo lavoro senza avere una visione economica.

Un “complottino” contro Bergoglio

C’è un complotto contro il Santo Padre? Si sente parlare di “tentativo di colpo di Stato”, di putsch, di “guerra civile” in Vaticano. Martedì scorso, nel viaggio di ritorno dall’Africa, Papa Francesco ha detto: “Io non ho paura degli scismi, prego perché non ce ne siano, perché c’è la salute spirituale di tanta gente. Che ci sia il dialogo, che ci sia la correzione se c’è qualche sbaglio, ma il cammino nello scisma non è cristiano”.

Si sospettano gli americani, gli italiani, l’estrema destra. Inchiesta sulla guerra in corso contro Francesco.

Questa estate, in un lungo pranzo tête à tête a Parigi con Steve Bannon, ho subito intuito che l’ex consigliere di Donald Trump stava architettando qualcosa contro Francesco.

A Roma aveva già chiamato in raccolta alcuni cardinali americani e l’ambasciatrice ultra-conservatrice degli Stati Uniti. Mi ha detto che stava prendendo in considerazione l’idea di aprire una scuola sovranista in Italia. E ha moltiplicato gli attacchi contro Francesco: un papa “verde”, “marxista”, “teologo della liberazione”, che difende i migranti e stringe relazioni contro natura con la Cina e Cuba, dimenticando di difendere i cristiani d’Oriente! Un anticristo! La sua analisi è ovviamente caricaturale: Francesco è un progressista sulle questioni sociali e ambientali, ma è piuttosto conservatore sui temi di società. Se in gioventù è stato neo-guevarista e più tardi “teologo del popolo”, è da molto tempo che non può essere considerato marxista. La sua posizione rispetto alla Cina, a Cuba e ai cattolici d’Oriente è in continuità con la diplomazia di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. In realtà, Francesco è una sorta di Gorbaciov peronista, gesuita e latino che ha capito che la Chiesa cattolica è condannata a morire se non cambia. Molti rifiutano questa trasformazione indispensabile. È dal sinodo sulla famiglia, nel 2014-2015, che l’estrema destra è in guerra contro il papa. Cardinali ipocriti gli lanciano attacchi di basso livello. Quotidiani ed editorialisti cattolici lo scherniscono con i loro tweet. Persino il vaticanista Sandro Magister pensa che se lo denuncia diventerà santo! Ma è una battaglia persa! Il cardinale americano Raymond Burke è alla testa della fronda, ma è isolato, oltre che ridicolo vestito con la cappa magna. I suoi attacchi sono grotteschi e di fatto favoriscono Francesco. Anche il cardinale tedesco Ludwig Müller cerca di vendicarsi per essere stato revocato dal Papa, ma sul suo doppio gioco circolano le voci più sfrenate, per cui è fuori gioco. Il cardinale australiano George Pell è un ratzingeriano che critica la linea di Francesco, ma oggi è in prigione per molestie sessuali su due minori (cosa che non gli ha impedito di rilasciare di recente un’intervista delirante contro le idee del Papa). Il cardinale guineano Robert Sarah è un altro feroce oppositore di Francesco, ma nessuno lo prende più sul serio: in Francia, dove è adulato dall’ultra destra, ha perso ogni credibilità da quando si è scoperto che gode del sostegno di fondazioni americane di estrema destra. Queste hanno acquistato 100.000 copie del suo libro per far credere che fosse un successo letterario e per diffondere le sue idee reazionarie, misogine, omofobe e tradizionaliste. Gli oppositori di Francesco sono dei Groucho Marx, un esercito di buoni a nulla! Il culmine degli attacchi contro Francesco è stato raggiunto un anno fa con la pubblicazione di Testimonianza, il testo in cui monsignor Viganò, arcivescovo in pensione, ha denunciato gli errori del Papa e la sua complicità per aver coperto gli abusi sessuali. E in cui, peggio ancora, chiedeva le dimissioni pure e semplici del Pontefice! In quel rapporto c’era del vero e del falso. Del vero perché l’omosessualità che ha descritto nell’entourage degli ultimi tre papi è una realtà. La lista di Viganò però era così precisa da indurre il sospetto che conoscesse fin troppo bene la comunità gay! Cosa è, un omosessuale omofobo? Non sarebbe il primo! Ma il rapporto è finito in una bolla di sapone perché contiene molte falsità: il nunzio Viganò ha messo nella stessa barca i prelati che erano omosessuali, i molestatori, quelli che hanno coperto gli abusi e i semplici gay friendly. Di conseguenza, nessuno poteva prendere sul serio la sua mente malata e vendicativa. Alcuni vaticanisti, come Marco Politi in La solitudine di Francesco: un Papa profetico, una Chiesa in tempesta. hanno descritto il Red Hat Report, un progetto americano che mira a neutralizzare i cardinali liberali per il prossimo conclave. Un progetto grassamente finanziato, coordinato da ultra conservatori e sostenuto da ex agenti dell’Fbi che non esiteranno, se necessario, a rivelare l’omosessualità dei cardinali progressisti. E che potrebbe quindi pesare in modo decisivo sulla nomina del prossimo Papa. Secondo altri giornalisti, come il francese Nicolas Senèze, dietro agli attacchi e alle campagne diffamatorie contro Francesco ci sarebbe una “complotto degli Stati Uniti”. Monsignor Viganò era in effetti nunzio negli Stati Uniti ed è sostenuto dall’estrema destra americana. È vero anche che miliardari pro life, le lobby anti gay, le associazioni anti aborto e i Cavalieri di Colombo partecipano a questa campagna contro Francesco. Inoltre, 24 vescovi americani si sono espressi pubblicamente contro il Papa, un numero importante che sembrerebbe dimostrare l’opposizione degli “Stati Uniti” a Francesco. Ma negli Usa si contano 434 vescovi (più 15 cardinali, di cui uno solo si è schierato contro Francesco). Durante il sinodo dell’Amazzonia, che si terrà in ottobre, Francesco sarà di nuovo preso di mira per le sue posizioni sull’ambiente, espresse sin dall’enciclica Laudato si’, per il suo sostegno all’ordinazione degli uomini sposati – i famosi viri probati –, per la sua volontà di rivalutare il ruolo delle donne e di affidare la gestione delle parrocchie a laici. Ma l’America, come l’Italia, la Francia o il Mozambico, non ha nessuna intenzione di cambiare Papa!

Il “complotto contro il Papa”, se esiste, è soprattutto romano e ratzingeriano. Parlare di putsch o di “tentativo di colpo di Stato” è molto esagerato. Francesco non ha mai neanche immaginato di dare le dimissioni. Il consiglio dei cardinali non ha mai messo in discussione il suo ruolo e la stragrande maggioranza dei fedeli cattolici in tutto il mondo lo adora. Le critiche contro questo Papa non hanno niente a che vedere con il fallimento generale del precedente pontificato, quello del Papa in pensione Benedetto XVI, odiato in Francia, deriso in Israele e nel mondo arabo, ridicolizzato dalla stampa italiana, detestato persino nel suo Paese, la Germania, e impopolare nella Curia. Oltre che negli Stati Uniti!

Allora, cosa sta succedendo? Papa Francesco è al centro di una violenta campagna lanciata contro di lui, negli Stati Uniti e in Europa, da una minoranza d’estrema destra. Il complotto contro Francesco, se esiste, è una battaglia che il clan di Benedetto XVI sta portando avanti contro il clan di Francesco. Gli oppositori di Francesco sono dei nostalgici o dei ferventi sostenitori dell’ex papa Benedetto XVI. Per quanto riguarda Steve Bannon, che viene presentato come il cervello della cospirazione, penso che sia più una mina vagante e un agitatore di idee che un condottiero pronto a lanciare l’offensiva. La guerra contro Francesco non ci sarà. Perché non ci sono né eserciti, né generali e nemmeno soldati.

Traduzione di Luana De Micco

Conte, il povero Sud e le parole vuote modello Bianciardi

Il premier pugliese va a Bari con i due ministri pugliesi per inaugurare con parole vuote la Fiera del Levante. Tutto è compiuto. Un ceto politico dominato da piccoli arrivisti – i cui miseri strumenti culturali consentono al massimo di intuire il disastro – torna impaurito ai miserabili stilemi della Prima Repubblica, tragedia che ci viene riproposta come comica finale. Giuseppe Conte annuncia un “piano straordinario per il Sud”, che dovrà, naturalmente, “comprendere anche il potenziamento delle infrastrutture”, come disse già Giulio Andreotti alla Fiera del Levante del 1989. Il premier precisa senza ridere: “Dobbiamo avviarlo una volta per tutte e in prospettiva voglio che sia strutturale”. Una volta per tutte, lo dissero già nel 1876 Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Conte lo ripete dopo 143 anni e noi non sappiamo quanto sia consapevole l’autoparodia. Arnaldo Forlani, il più ironico campione della Prima Repubblica, si dichiarava in grado di parlare per ore senza dire niente. Conte cerca di eguagliarlo: “Il Sud del Paese soffre ancora di problemi strutturali che richiedono un’azione incisiva”. Frase vuota? Non importa, l’ha detta Silvio Berlusconi alla Fiera del Levante del 1994. Sentite questa: “Il governo intende voltare pagina e aprire un nuovo corso all’azione per il Mezzogiorno”. Era Bettino Craxi a Bari all’inaugurazione del 1984. E quest’altra: “Al Mezzogiorno deve essere consentito di utilizzare senza sprechi le sue risorse umane per una vita, non meno di altre, prospera e civile”. Era Aldo Moro, pugliese anche lui ma più poetico. Alla Fiera del Levante del 1967 lo statista di Maglie intorpidì l’uditorio con la recondita armonia dell’aggettivazione rinforzata, arte nella quale primeggiava e che il giovane epigono sperimenta con entusiasmo. Conte non è determinato ma “fortemente determinato”, non si propone di essere chiaro ma “estremamente chiaro”. Il clima in Europa non è positivo ma “molto positivo”. E la ferrovia per Matera, in costruzione da 50 anni, non dovrà essere solo veloce ma “diretta e veloce”. Un inutile brusio di parole inutili. Come scrisse Pier Paolo Pasolini, “è un brusio la vita, e questi persi in essa, la perdono serenamente”.

Proprio nel 1957, lo stesso anno delle Ceneri di Gramsci, il genio dissipato di Luciano Bianciardi, prima compagno di Carlo Azeglio Ciampi alla Scuola Normale di Pisa, poi tra i fondatori della Feltrinelli, regalò agli italiani Il lavoro culturale, libretto ironico e affettuoso sulla vita del funzionario comunista, impreziosito da un immortale capitolo di istruzioni sul linguaggio. Conte parla e scrive seguendo proprio quelle prescrizioni ironiche, facendo così il verso alla parodia. Al centro di tutto è il problema, che “si pone o si solleva”, scrive Bianciardi, e per Conte “il governo ha piena consapevolezza del problema”. L’aggettivo chiave del nulla è concreto: “A memoria d’uomo non si è mai saputo di un problema, dibattito ecc. che si sia potuto definire astratto”, scrive il Maestro. Conte esegue: “Una politica che propone soluzioni concrete e rapide (c’è anche la doppietta morotea, nota del redattore estasiato) contribuisce ad alimentare il serbatoio della fiducia”. E il Conte bis è “nato per dare risposte concrete ai cittadini”, mica per parlare a vuoto. E poi, insegna Bianciardi, non devono mancare la tematica e la prospettiva. Conte non si risparmia. “L’equità sociale e territoriale è una priorità che gli italiani avvertono da decenni, al pari di tematiche forse più spesso evocate a livello mediatico”. E naturalmente “la nostra prospettiva mira a contrastare il divario fra Nord e Sud”, mica ad allargarlo. In questo compiaciuto brusio gli ultimi superstiti di una classe dirigente che si è autodistrutta accompagnano l’Italia verso il baratro.

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Dio ha a cuore la nostra felicità e non ci vuole servi fedeli, ma figli

“Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: ‘Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta’. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: ‘Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati’. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. (…)” (Luca 15,1-32).

Il grande nuovo insegnamento sul figlio perduto e ritrovato che anima il cuore del Padre misericordioso si trova completamente in questa parabola. Figura culmine del messaggio di Luca: Vangelo nel Vangelo. Un padre ha due figli che vivono difformemente la loro relazione con lui e tra loro. Il minore improvvidamente chiede di avere la sua parte. È giovane e si avventura alla ricerca di se stesso. Ha davanti l’ebbrezza della libertà, cerca felicità, ma beni e amiconi finiscono presto! Il maggiore continua, obbediente e devoto, a servire nell’azienda del padre. L’abiezione esistenziale in cui cade il prodigo è davvero esperienza di morte. Contende ai porci le carrube amare per sostentarsi, perde la sognata autonomia per lo spreco dei beni e per le ingannevoli e inaffidabili amicizie che lo conducono a servire un anonimo e volgare padrone di maiali! Lui, principe decaduto in tanta miseria, sente irrompere nel cuore la memoria della casa di suo padre dove c’è pane in abbondanza, anche per i non aventi diritto, i servi. Rientra in se stesso, riprende i passi del ritorno: mi alzerò e andrò da mio padre. È proprio bello qui pensare che la postura del mettersi diritto, in piedi è ricordo della risurrezione (anastàs=alzarsi dritto) del Signore. Onestamente, il prodigo fa un serio e radicale esame di coscienza: ho peccato contro il cielo, offeso il padre, non sono più degno di essere chiamato figlio. Il papà però è già di corsa sulla strada incontro a lui come madre appassionata, il suo cuore rende l’occhio acuto e lo precorre con un abbraccio, forte e tenero, pieno di compassionevole gioia! Forse non è l’amore che riporta il prodigo, piuttosto è la paura della morte che lo riconsegna alla sua casa, come scampato pericolo. Ma egli si trova, oramai, tra le braccia del padre più grande della giustizia che egli si aspetta, che ha una misericordia che vince ogni peccato il quale non compromette mai l’essenziale relazione paterna che lo lega ai figli peccatori. È questa compassione redentrice che mette il prodigo nel pieno della vita, con i segni della dignità filiale mai perduta per il padre, se non per l’ansia che ritornasse presto.

Tutti in festa, ma non il recalcitrante fratello maggiore che incontrato dal padre in persona è sollecitato a rallegrarsi per il fratello salvato. Giustifica la sua volontà di non partecipare rinfacciando di aver sempre servito fedelmente e laboriosamente senza aver avuto mai neanche un capretto, per far festa. Rivela, così, di avere una coscienza di servo, non di figlio, di non aver amato ciò che faceva e di non aver fatto ciò che amava nella casa del padre. Gesù con questa parabola ci presenta l’immagine di un Dio che ha cuore la vita e la felicità dei figli. Il suo amore supera il dovere e la giustizia, perfezionandole nella fedeltà che deriva dalla gratuità della vita di Gesù donata per la nostra salvezza. Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso.

 

La brutta piazza del saluto romano

Proprio nel giorno e nell’ora in cui lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua stava dicendo alla folla italiana e internazionale del Festival della letteratura di Mantova che “l’Olocausto sta diventando un’ossessione, noi ebrei dobbiamo perdere i ricordi dell’Olocausto”, una folla di italiani diversi riempiva la piazza intorno al Parlamento per invocare odio per gli stranieri, porti chiusi per gli immigrati e il tricolore come simbolo di superiorità esclusiva della razza italiana. In quel momento è apparsa, chiara e paurosa, l’immagine di un grave incidente della storia.

Una parte degli abitanti di questo secolo (e certo dell’Italia) ha brutalmente fermato il tempo, in nome di una paura che li tormenta e che vogliono gettare addosso agli altri, per proclamare il passato al governo, il passato in tutte le forme spaventose che in milioni hanno vissuto, in cui milioni e milioni sono morti e che alcuni sopravvissuti ancora ricordano. Questo significa oggi il tumulto che in tanti hanno dedicato, nella piazza del Parlamento italiano, in odio a un governo democratico nascente: hanno salutato il fascismo con un rito di morte (il saluto fascista detto “romano”) per dire che non solo non hanno dimenticato violenza, oppressione e negazione di libertà delle persone (il fascismo che ha dilaniato l’Italia e collaborato con il nazismo a occupare con crudeltà gran parte d’Europa), ma che si impegnano a fare in modo che il fascismo ritorni, a cominciare dalla morte in mare degli emigranti. Lo fanno approvando due leggi dette “Sicurezza” e “Sicurezza bis” che sono le prime leggi per la difesa della razza, dopo che fascismo e nazismo erano stati abbattuti nel 1945 dal mondo libero. Ecco che cosa è il saluto romano alla presenza orgogliosa di Meloni, CasaPound, Salvini (con aggiunta del bacio al rosario che rappresenta la falsificazione del sacro che è sempre stato gesto tipico dei fascismi che vogliono passare per religione). Tutto ciò significa promessa che molto danno è stato fatto ma meno, molto meno, di quello che i loro partiti si impegnano a imporre dovunque potranno frantumare di nuovo la democrazia. Qui si vede l’errore di Abraham Yehoshua che, lontano da paludi come l’Italia, ha potuto credere che fosse finito il tempo di non dimenticare. È necessario rendersi conto che ogni volta che qualcuno fa il saluto fascista intende rendere onore a coloro che hanno arrestato, deportato, tormentato, usato liberamente per la schiavitù e come cavie, fino alla morte, milioni di persone. E hanno sempre negato (ricordate l’accanimento finto-culturale e finto scientifico del negazionismo?) fino a quando sono stati sbugiardati e condannati. Ma hanno subito ripreso a vantarsi di nuovo del ritorno di un ideale e di un progetto (vedi l’impegno a lasciare annegare i naufraghi, a sgombrare i rom e africani senza casa, bambini terrorizzati in piena notte, a definire i rifugiati, anche se titolari di diritto d’asilo, ladri e profittatori che vivono a spese degli italiani, a impedire l’iscrizione all’anagrafe di scampati alle persecuzioni e alle guerre, per impedire ai bambini di andare a scuola e agli adulti di avere anche un minimo soccorso. Quei saluti romani che avete visto in piazza Montecitorio si levano nel segno del motto “prima gli italiani”, che è il più selvaggio inno tribale nei tempi moderni perché squalifica merito personale e giustizia sociale, e definisce nel linguaggio ufficiale della Repubblica che esistono, e vanno tenute a bada, razze inferiori. Il calcio nella pancia di un adulto al bambino africano che, in una città italiana, si era avvicinato, cauto e tranquillo, alla carrozzina di una bimba bianca (è stato necessario il ricovero del bambino in pronto soccorso), mostra una istintiva e profonda “coscienza di razza”, esattamente come la predicavano i peggiori personaggi di Mussolini. E questo è l’errore del grande scrittore Yehoshua di cui è necessario parlare. Nel momento in cui dice con naturale buon senso che non si può stare sempre a ripensare all’immenso male vissuto e patito alcuni decenni fa, perché c’è un mondo di futuro che aspetta, non ha tenuto conto che macigni di rancido passato, di brutta storia di morte vengono buttati sulle strade della democrazia dal fascismo che torna, ormai senza finzioni, anzi con orgoglio degli ex assassini. E la bandiera del Paese, che doveva essere “buttata al cesso” dalle avanguardie di questa destra, adesso viene sventolata e indossata insieme a simboli di religione usati nel classico doppio gioco del fascismo che ha sempre ucciso e sempre fatto finta di pregare, tra carceri e lager. Yehoshua si sbaglia, nonostante la sua grande autorità letteraria e morale. Si sbaglia perché nessuno di noi può dimenticare la Shoah e tutto il male del fascismo, mentre il fascismo, lo stesso fascismo che ha distrutto l’Italia, provocato milioni di morti, seviziato l’Europa occupata, torna in piazza e in Parlamento con nitida memoria di quello che ha fatto e che promette di fare. L’antifascismo senza distrazioni e senza concessioni è il nostro legame e la sola difesa.

Salvate Salvini: dall’olio di nonna e pure dai Del Debbio

“Poltronari vi manderemo a casa. In Parlamento si distinguono coloro che hanno a cuore le poltrone e coloro che hanno a cuore il Futuro degli italiani. Possono rinchiudersi nei palazzi ma alla fine vince la vita vera. Alleati con quelli che fino a luglio erano ‘miserabili pagliacci’. Grande dignità umana e solido spessore politico. Li manderemo a casa”.

Breve antologia degli strazianti improperi
di Matteo Salvini, travolto da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto

Salviamo Salvini. Dai Del Debbio. Perché ci vuole davvero un cuore di pietra per accogliere, come fosse l’Oscar alla carriera, il naufrago del Papeete Beach, uno con quattro assi in mano che abbandona il tavolo (che, ci perdoni Massimo Cacciari, se non fossimo i somari che siamo definiremmo un “hapax legomenon”, in linguistica un caso che compare una volta sola nella storia). Perché bisogna essere cattivi dentro per organizzare nello studio di Canale 5 una claque talmente finta che gli veniva da ridere mentre facevano finta di spellarsi le mani con quegli urletti da groupie isteriche. Con delle domande così beffardamente ossequiose che solo un poveretto afflitto da orzaiolo da stress depressivo poteva scambiarle per servo encomio al diabolico stratega che tutto il mondo c’invidia (da parte di un cinico conduttore prime time, capacissimo di complimentarsi con Napoleone dopo Waterloo).

Tanto che alla frase sui rimedi di nonna, “che mi faceva guardare nella bottiglia dell’olio”, abbiamo invocato l’angelo custode dei talk, che sospendesse l’incontro per ko tecnico. E invece niente, ormai in piena narrazione strapaesana (tutto fa voto) il fu capitano estraeva delle tristi ciambelline al vino che l’altro sgranocchiava con sguardo da squalo. Avrei voluto gridargli ‘stai attento Matteo, non gli dare corda che i Del Debbio, i Mario Giordano e i Capezzone ti blandiscono con il retropensiero che loro al posto tuo una caz simile non l’avrebbero neppure immaginata. Guardati Matteo, oggi a Pontida, da quelli che prima ti dicono hai fatto bene e poi ti sparlano dietro. Diffida delle adunate oceaniche che finiscono come finiscono’.

Capisco l’obiezione: ma che adesso ti metti a difendere pure Salvini? Ma che non li leggi i sondaggi, non lo vedi che è ancora primo con distacco, malgrado tutto? Ma che non lo sai che dopo l’Umbria invaderà anche la Polonia? Ma che stai a fa’ il gioco della destra?

Tutto vero ma che ci posso fare se m’inteneriscono le parabole umane: il fu Benito in fuga intabarrato nel cappottone tedesco seduto in fondo al camion, o il fu Vettel doppiato a Monza? Perché devi essere proprio disperato per recarti ad Arcore in ginocchio da lui, o se colto da nostalgia canaglia ritorni al Viminale e bussi alla porta della ministra Lamorgese, magari con la scusa, porello, di aver dimenticato un rosario e la maglia di Baresi? Perché, diciamolo, quando gli ricapita più al nostro antifascismo immaginario un fascista che all’olio di ricino preferisce l’olio degli impacchi di nonnina?