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Meglio il proporzionale, la legge elettorale ci deve rappresentare

La questione della legge elettorale è già oggetto di scontri tra la nuova maggioranza e le opposizioni di destra, alle cui posizioni pro maggioritario sembra essersi avvicinato Berlusconi. Anche i padri del centro sinistra (Prodi, D’Alema e Veltroni) ancora avvertono il fascino del maggioritario, immemori dei tanti guasti che ha provocato dal 1994 in poi, e hanno bocciato il ritorno al proporzionale. Abbiamo votato 3 volte col Mattarellum (’94,’96 e 2001) e 3 volte col Porcellum (2006, 2008 e 2013), ma, con entrambe le leggi abbiamo avuto avvicendamenti di governi e cambi di maggioranza (e di casacche). Il ritorno al proporzionale puro, senza sbarramenti e senza premi ai vincitori, potrebbe, in questa fase politica, riavvicinare al voto i cittadini e rendere più libero il confronto elettorale.

Antonio Frattasi

 

Corsa alle poltrone: in 72 riusciranno a gestire l’Italia?

Ventuno ministri, 10 viceministri, 42 sottosegretari, una pletora di personaggi di seconda e terza fila che, dopo furibonde lotte, sono riusciti ad accaparrarsi le poltrone del potere per realizzare “il governo della svolta”. In Francia il governo è formato da 22 persone (di cui solo 4 sottosegretari!), in Germania i ministri sono 12, e negli Usa ci sono appena 15 segretari (ministri) e 8 membri di gabinetto (sottosegretari). Sembra che all’estero gli “appetiti” dei partiti siano inferiori rispetto all’Italia.

Gianluigi De Marchi

 

La buona condotta del killer si è trasformata in una festa

C.U., detenuto nel carcere minorile di Airola per il brutale omicidio del vigilante Franco Della Corte, aveva avuto la grande occasione per il suo riscatto morale. Per il diciottesimo compleanno, la Corte di appello dei minori, considerando “la buona condotta e il buon inserimento mostrato nel percorso educativo del carcere”, gli concede un permesso speciale per un pranzo con gli stretti familiari. Senza minimamente immaginare che questi, invece, gli avevano organizzato una festa davvero importante. Felicità documentata pubblicando sui social alcune foto del party, senza purtroppo pensare minimamente che la sua “festa” sarebbe diventata un rinnovato lutto e una ulteriore offesa per la famiglia della vittima. Peccato per il giovane, che non ha compreso quale prezioso dono gli era stato offerto: invece delle foto, come primo atto, avrebbe dovuto ringraziare la generosità dei giudici e chiedere perdono in ginocchio alla famiglia Della Corte.

Raffaele Pisani

 

Diritto di replica

In merito all’articolo “Sapienza, il bando su misura coi fondi del candidato prof”, pubblicato il 13 settembre, si desidera precisare quanto segue.

I progetti Inail sono selezionati attraverso procedure pubbliche, trasparenti e selettive (denominate BRIC – Bando Ricerche in collaborazione), gestite da una struttura amministrativa e, diversamente da quanto affermato nell’articolo, non dai Dipartimenti di ricerca dell’Istituto. Questi infatti non hanno autonoma capacità di spesa, né gestiscono i fondi dell’Istituto destinati alla ricerca, né altro tipo di fondi. Inail promuove inoltre, in ogni ambito di formazione accademica, attività didattico-scientifiche in materia di salute e sicurezza dei lavoratori. In tale contesto il finanziamento – nella misura prevista dalla legge – di un posto di docente di ruolo per la cattedra di Medicina del lavoro si inserisce nell’ambito di un Accordo di collaborazione con Sapienza e rappresenta uno degli strumenti messi in campo dall’Istituto, che è organo tecnico-scientifico e supporta le strutture del Servizio sanitario nazionale, per rafforzare la formazione della figura professionale del medico del lavoro.

Relativamente alla procedura concorsuale messa in atto dalla Sapienza, occorre sottolineare che:

1. la Commissione di concorso non è stata ancora nominata;

2. fino al suo insediamento e alla predeterminazione da parte dei commissari dei criteri selettivi nella prima seduta, i nominativi dei candidati non sono conosciuti dai componenti della Commissione giudicatrice;

3. pertanto al momento non si possono configurare violazioni delle disposizioni Anac in materia. Una volta insediata la Commissione, se gli uffici competenti rileveranno difformità rispetto alla normativa vigente, ivi comprese le cause di incompatibilità, adotteranno le misure previste dalla legge;

4. in merito alla valorizzazione da parte dell’Ateneo delle risorse interne, si ribadisce che il concorso è aperto a tutti, interni ed esterni, al fine di selezionare il miglior candidato possibile in Medicina del lavoro.

Uffici stampa Università La Sapienza e Inail

 

Prendo atto delle precisazioni contenute nella nota congiunta della Sapienza e dell’Inail, che non smentisce di una sola virgola quanto ho scritto: un alto dirigente dell’ente pubblico che stanzia i soldi per la cattedra è candidato al concorso bandito per quella cattedra e nella sua funzione di direttore del DiMeila ha avuto un ruolo nel finanziare le ricerche di alcuni candidati membri della commissione esaminatrice.

Marco Pasciuti

Vaccini obbligatori. Ecco i numeri delle coperture

È la Lombardia la regione con il maggior numero di bimbi sotto i 6 anni che rischiano di non poter accedere alla scuola materna o al nido perché non vaccinati: circa 17 mila. In Veneto i bimbi non vaccinati sotto i 6 anni che non potranno andare all’asilo sono 7 mila. In Friuli Venezia Giulia i non vaccinati sono circa 3 mila. A impedirlo, la legge Lorenzin, emanata nel 2017 che ha reso obbligatori per bimbi e ragazzi sotto i 16 anni dieci vaccini e che prevede sanzioni per i genitori che non fanno vaccinare i figli e il divieto di accesso al nido e alla materna per chi non è in regola. Nei giorni scorsi, sono stati diffusi i primi dati delle regioni: emerge che in Piemonte superano il 95% i nuovi nati immunizzati con il vaccino esavalente mentre è in calo rispetto al giugno 2018 quando erano circa 8.000, il numero dei bambini tra 0 e i 6 anni non in regola con i vaccini. In Sicilia il 96% circa ha effettuato i vaccini mentre 1.865 sono inadempienti. In Liguria, sono circa 1800 i bambini che potrebbero vedersi negato l’accesso mentre in Calabria si sa che è del 91,23% la copertura vaccinale tra 0 e i 6 anni, del 97% fino ai 3 anni. Nelle Marche, gli inadempienti sono circa 4.500 tra 0 e 6 anni, tra 12 mila e 14 mila sotto i 16 anni

Roma e fiamme, brucia anche la stanza dei server

Non solo autobus, cassonetti e impianti per lo smaltimento dei rifiuti. A Roma le fiamme divampano anche negli uffici capitolini del settore urbanistico, da sempre la “cassaforte” degli affari più redditizi della Capitale.

Lunedì scorso a bruciare sono stati alcuni impianti elettronici all’interno della sala server dello stabile di viale Civiltà del Lavoro, nel quartiere Eur, sede decentrata del Dipartimento per l’Attuazione Urbanistica. Si tratta di una stanza vicina a un ufficio aperto al pubblico, dove i cittadini romani vanno per le pratiche legate ai contenziosi condominiali o all’affrancazione dei cosiddetti piani di zona.

A prendere fuoco, la notte fra l’8 e il 9 settembre, è stato un condizionatore installato sulla parete dove sono stati allacciati gran parte dei cavi che alimentano i computer presenti nella stanza. Le fiamme hanno quindi danneggiato proprio quei fili, rischiando seriamente di compromettere anche i pc contenenti una buona fetta delle decine di migliaia di pratiche urbanistiche dei romani ancora in sospeso. I tecnici sono riusciti a ripristinare le macchine e gli archivi elettronici non sono stati danneggiati. All’arrivo in ufficio, il lunedì mattina, gli impiegati hanno sentito un fortissimo odore di plastica bruciata e hanno avvertito i vigili del fuoco e i responsabili dello stabile.

A quel punto, è scattato l’allarme antincendio e la palazzina dell’Eur è stata evacuata e interdetta per l’intera giornata. “Probabilmente è stato un corto circuito, derivante dal surriscaldamento o dal cattivo funzionamento del condizionatore”, spiegano dal Campidoglio, derubricando l’episodio a “incidente”. L’apparecchio elettronico potrebbe essere stato lasciato acceso per errore nel weekend o semplicemente l’accatastamento dei cavi potrebbe e la scarsa pulizia degli angoli dove erano aggrovigliate le ciabatte elettriche potrebbero aver favorito la scintilla, che poi ha determinato il piccolo rogo.

Il risultato è che da giorni l’ufficio è inaccessibile. Come riporta un avviso all’utenza apparso sul sito del Comune di Roma l’11 settembre, “si comunica che in data 12.09.2019 sarà sospesa l’erogazione dei servizi al pubblico e pertanto non è consentito l’accesso” al fine “di garantire la completa bonifica degli ambienti”. “Ma tutto è stato convogliato in altri ufficio dello stesso stabile”, assicurano dall’assessorato.

Anche perché, come detto, si tratta di pratiche molto delicate. Oggi come oggi, fra i piani di zona e i cosiddetti Peep (piano di edilizia economica popolare, ci sono circa 500 famiglie che hanno aperto un contenzioso con il Campidoglio per ottenere l’affrancazione di immobili acquistati a prezzo pieno, nonostante la superficie risulti di proprietà del Comune di Roma. Un recente intervento non retroattivo dell’Assemblea Capitolina ha permesso di ridurre del 25% i costi della pratica, che comunque si attestano in media intorno ai 30mila euro. E va considerato che nella Capitale, a oggi, ci sono potenzialmente circa 200mila appartamenti in questa situazione, abitati da oltre 500mila persone.

Signorsì, Amazon! Assume manager ma li vuole militari

Ufficiali militari come capi magazzino. Per i suoi centri di distribuzione e depositi di smistamento, almeno venti in tutta la Penisola, con circa 6 mila lavoratori impiegati, la filiale italiana di Amazon ha avviato una campagna di reclutamento riservata a chi abbia nel curriculum una carriera nell’esercito, in corso o pregressa. L’annuncio spiega, mutuando una frase attribuita al fondatore Jeff Bezos, come l’azienda cerchi “leader inventivi, che pensino in grande, abbiano propensione per l’azione e il servizio al cliente, caratteristiche familiari a uomini e donne che abbiano servito il loro Paese nelle forze armate”. Fra i requisiti preferenziali c’è il comando quinquennale di unità di non meno di cento individui, il che stringe il campo agli ufficiali, da capitani e tenenti in su.

Del restoil primo degli obiettivi dei nuovi Area Manager sarà “guidare, motivare e sviluppare un team di 80-100 amazzoniani (fino a 200 durante i periodi di picco)”. L’Area Manager, in sostanza, dovrà vigilare sulla disciplina dei lavoratori. La scelta di persone abituate a comandare non può non rimandare al contesto generale in cui Amazon opera in Italia. La logistica italiana, ad esempio, è oggi un settore caratterizzato da un alto livello di tensione sindacale, frutto di una terziarizzazione spinta che, in parallelo al crescere della presenza di personale extracomunitario, ha aperto la via a episodi di sfruttamento in altri ambiti dimenticati e, quindi, a forme virulente di protesta, da anni inedite nell’industria. Le sigle autonome hanno trovato ampio spazio, con risultati di segno diverso a seconda delle vertenze, ed è indubbio che le relazioni sindacali nel settore restino problematiche. Tanto da portare lo scorso governo ad accogliere, col primo dl Sicurezza, l’invito delle organizzazioni datoriali a criminalizzare il picchettaggio, facendone ragione di espulsione per il lavoratore non europeo. “L’approccio di Amazon non è nemmeno anti sindacale. Per Amazon è proprio la funzione sindacale a non aver senso, tanto da non aver neppure un ufficio centralizzato nazionale dedicato – spiega Danilo Morini della Filt Cgil -. Qualcosa in Europa sta cambiando dopo che coi colleghi francesi e spagnoli l’abbiamo costretta ad attivare un Cae (Comitato aziendale europeo, organo di informazione dei lavoratori che gli stessi possono imporre alle multinazionali operanti in Europa) e qualche apertura s’è registrata, anche se Amazon ha dato l’agibilità al confronto sindacale solo territorialmente, coi responsabili dei singoli magazzini”.

La ricerca di Amazon di ufficiali dell’esercito, quindi, può apparire critica se legata a questo contesto più che alle origini militari della logistica. Tanto più che l’essenzialità del background militare caratterizza gli annunci italiani e spagnoli. “Si tratta di un refuso che stiamo correggendo – replicano dalla sede milanese dell’azienda -. La carriera militare è un requisito preferenziale, ma l’attenzione a questo genere di esperienza è frutto di un programma iniziato nel 2017. Amazon impiega centinaia di veterani e riservisti nei suoi uffici e magazzini in tutta Europa, un numero che continua a crescere. Sono buoni leader che hanno difficoltà a trovare delle opportunità soddisfacenti dopo aver lasciato l’esercito”. Inquadrare alla disciplina militare un plotone di facchini pare un’ottima alternativa: secondo la testimonianza di una ex ufficiale raccolta dal Fatto sarebbero in tanti ad aver risposto all’offerta di Amazon, tanto da creare qualche problema d’organico, soprattutto in Marina, da cui però non sono arrivate conferme.

Cucchi, l’Anac indaga sul trasferimento del teste Casamassima

Sulla vicenda Cucchi interviene l’Anac, l’organismo di controllo anticorruzione dopo aver ricevuto alcune segnalazioni di esponenti del Movimento 5 Stelle e del Gruppo Misto, ha riscontrato irregolarità nella gestione del trasferimento dell’appuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima, il “supertestimone” dell’inchiesta sulla morte del giovane Stefano Cucchi. In particolare l’Anac ha definito “sussistenti” i presupposti per l’avvio di un procedimento nei confronti di chi firmò i provvedimenti di trasferimento di Casamassima che in passato denunciò di essere stato “trasferito e demansionato per aver testimoniato” al processo Cucchi”. L’Anac ha così comunicato “l’avvio del procedimento sanzionatorio” ai sensi del “Regolamento sull’esercizio del potere sanzionatorio in materia di tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro”, il cosiddetto “whistleblowing”. Nelle motivazioni del provvedimento l’Anac riferisce quanto espresso dall’appuntato Casamassima il quale ha riferito di aver subito “numerose ritorsioni” sul luogo di lavoro.

Conte chiuda le scuole Che non sono anti-sismiche

Caro presidente Conte, le scrivo all’indomani della sua visita nelle zone terremotate dell’Italia centrale, in particolare ad Arquata del Tronto, Accumoli, Castelsantangelo sul Nera. Ha avuto modo così di verificare ancora una volta direttamente il disagio delle popolazioni per i ritardi accumulati nella ricostruzione. Certo, molto è stato fatto, ma ancora tanto c’è da fare, anzi troppo. Perché alcune delle deficienze da lei riscontrate e dai cittadini sofferte sulla propria pelle, erano largamente evitabili: dagli intoppi burocratici, alla rimozione delle macerie, all’incapacità di programmare la fornitura di alloggi adeguati, anche temporanei, a chi è rimasto senza casa. Lei, presidente, ha trattenuto la delega governativa sul tema, e bene ha fatto. (…) Come lei saprà, anche in zone sismiche ad altissimo rischio del nostro Paese, continuano a rimanere aperte scuole i cui edifici sono scandalosamente privi dei necessari requisiti di sicurezza. La vita dei nostri ragazzi continua a essere messa inutilmente a rischio in caso di calamità. Non voglio qui stare a fare la lista delle inadempienze. Solo a titolo di esempio, le ricordo che in Abruzzo, regione martoriata dai terremoti, fino a qualche mese fa risultava che l’80 per cento delle scuole di ogni ordine e grado, versavano in questa condizione. Si tratta ai miei occhi, di una situazione intollerabile. Per le gravi responsabilità che lo Stato e anche questo governo si stanno assumendo. Non voglio ricordarle il caso dei bambini di San Giuliano di Puglia. Dico solo che la risposta solita, “ma dove mettiamo gli studenti se chiudiamo gli edifici a rischio?”, non è più accettabile (…).

Per questo lancio l’appello: chiuda immediatamente tutti gli edifici che non soddisfano i parametri della sicurezza sismica. Non si assuma anche lei la responsabilità politica e morale di questo andazzo. Se non accadrà, mi batterò con tutti gli strumenti che la mia carica di senatore mette a disposizione.

 

“Pochi ispettori, giustizia lenta. Così troppi morti sul lavoro”

“Passano i governi, tutti si dicono rattristati dalle morti bianche, ma bisogna fare cose concrete. Questo nuovo governo vuole fare un piano strategico contro gli infortuni sul lavoro. Ma chi se ne occupa?”. Per anni, da magistrato, Raffaele Guariniello ha indagato malattie e infortuni mortali avvenuti in industrie e cantieri, come ad esempio i casi dell’Eternit o il rogo della Thyssenkrupp a Torino. Dopo la morte giovedì dei quattro lavoratori indiani in un allevamento di carne bovina nel Pavese, torna a parlarne.

Dottor Guariniello, le morti sul lavoro sono ancora numerose.

Le notizie sono impressionanti, ma non mi stupiscono. Se si va avanti con questo sistema non dovremmo impressionarci se ci sono tutti questi morti.

Cosa intende per sistema?

La vigilanza sui luoghi di lavoro è un optional. Ovunque io vada trovo situazioni deprimenti: i servizi di vigilanza sono composti da pochissime persone.

A chi spettano i controlli?

Spettano soprattutto alle Asl e agli Ispettorati del lavoro. È importante che i controlli siano adeguati, ma abbiamo pochi ispettori e talvolta sono poco preparati. Molti stanno andando in pensione e non vengono sostituiti.

Qual è la conseguenza?

Le aziende si sentono libere di fare quello che vogliono. Per non parlare della situazione dei cantieri edili. Ho fatto una ricerca sulle sentenze della Cassazione sugli infortuni sul lavoro dall’inizio di quest’anno alla fine di agosto: in tutto 233 sentenze. Di queste 92 sentenze riguardano infortuni legati alla caduta dall’alto, tipiche dei cantieri e nelle grandi aziende.

Dai dati dell’Inail emerge una crescita dei morti in agricoltura: nei primi 7 mesi del 2019 c’è stato un aumento del 39,3% rispetto allo stesso periodo del 2018, con 22 decessi in più.

È una situazione grave che emerge anche dalle sentenze della Cassazione, ma il problema è sempre quello: non c’è chi va a controllare queste aree.

Ci vogliono norme più forti?

Non è una questione di norme: ne abbiamo e i reati sono sanzionati. Bisogna far capire a queste aziende che sono sotto controllo e quindi che devono investire nella sicurezza e nella formazione. Non funziona neanche aumentare le ammende, come stabilito nell’ultima finanziaria: è inutile perché tanto non ci sono i controlli.

Quindi qual è il problema?

L’organizzazione della giustizia. Nel 2019 sulle 233 sentenze della Cassazione sugli infortuni sul lavoro, ben 40 sanciscono la prescrizione dei reati: questo vuol dire che si va troppo a rilento a fare i processi. Aumentare i termini della prescrizione non è soddisfacente: la vittima dell’infortunio e i suoi parenti non possono aspettare dieci anni. Se la giustizia fosse rapida, ci sarebbe anche un effetto preventivo.

Su questo fronte qual è la soluzione?

Ci vogliono soluzioni organizzative, come la Procura nazionale della sicurezza del lavoro o un Ispettorato del lavoro che sia centralizzato e con organici adeguati in tutto il territorio nazionale.

Ha speranze che i suoi appelli possano essere ascoltati?

Ogni volta che c’è un nuovo governo, al di là dell’etichetta politica, mi chiedo se sia la volta buona. Siamo tutti d’accordo che non si deve morire lavorando, ma bisogna fare cose concrete. Forse sarebbe auspicabile una revisione del Testo unico sul lavoro che ha già dieci anni. Secondo me ci vorrebbe un ministero o quantomeno un dipartimento della Presidenza del Consiglio. Nel programma del governo c’è un punto dedicato alla sicurezza del lavoro: “Occorre realizzare un piano strategico di prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali”. Non deve rimanere un punto. Ma chi lo cura?

Due incidenti in montagna: morti 4 alpinisti

Due incidenti, con un totale di 4 vittime – una coppia di amici scalatori in Primiero, e marito e moglie in Valsesia – hanno trasformato il finale di stagione in uno dei weekend più tragici dell’anno in montagna. In Trentino, sul Sass Maor, hanno perso la vita due alpinisti veneti, caduti e precipitati per un centinaio di metri mentre erano in cordata lungo la via Scalet-Biasin. I corpi sono stati trovati ieri dai soccorritori dopo l’allarme scattato venerdì sera.

Potrebbe essere il risultato di una sottovalutazione del pericolo, invece, l’incidente in cui sono morti nel Vercellese due turisti belgi, marito e moglie 76enni, trovati senza vita ieri mattina dai vigili del fuoco e dal Soccorso alpino a Rassa, una zona impervia della Valsesia. Erano stati visti l’ultima volta venerdì all’ora di pranzo in un ristorante della zona. Si erano avventurati tra le valli, su un sentiero ricco di insidie, con ghiaia ed erba scivolosa, forse sottovalutando il pericolo del tracciato. Secondo le ricostruzioni delle forze dell’ordine, uno dei due sarebbe scivolato per alcuni metri, tirandosi dietro l’altro.

Suk dei fondi: dal teatro-spreco al nero d’Avola (grazie alla sorella del sindaco)

Hanno iniziato a progettarlo nel ’73, i lavori – affidati a uno dei Cavalieri del lavoro di Catania, Parasiliti – iniziarono nel ’79, venne inaugurato il 23 maggio 2015 da Angelino Alfano: costo, 25 milioni di euro spalmati su 42 anni. Non sono bastati, però, per aprirlo al pubblico: lo vuole fare oggi l’Assemblea regionale siciliana destinando 100 mila euro alla riapertura del Teatro popolare Samonà di Sciacca, che Wikipedia definisce un’icona degli sprechi di denaro pubblico in Europa.

Il provvedimento è uno degli interventi finanziati dal maxi-emendamento alla Finanziaria siciliana presentato a sorpresa, con la regia di Gianfranco Miccichè, dai capigruppo (non tutti) della maggioranza all’Ars. Dentro la “lista della spesa’’ partorita in un clima da suk arabo ci sono 250 mila euro per l’istituzione del Museo del Nero d’Avola e delle etichette del vino siciliano, voluto da Rosanna Cannata, deputata di Fratelli d’Italia (e sorella del sindaco di Avola, Luca Cannata), e 50 mila euro proposti da Eleonora Lo Curto, capolista dell’Udc, per finanziare il museo narrativo-multimediale Baglio Tumbarello-Grignani a Marsala, la sua città. “Rinunciate a espressioni come marchettificio’’, ha detto l’altroieri rivolta a Pd e 5stelle, che l’hanno definito ”maxi-emendamento truffa”.

Più consistente, un milione di euro, la cifra destinata al Museo del Liberty e della Belle Epoque all’ex Villa Deliella di Palermo, abbattuta in una notte alla fine negli anni 50 durante il sacco di Palermo per fare spazio alla mafia dell’edilizia, dalle ruspe di Vito Ciancimino. Ora la Regione siciliana la vuole acquisire, su input dei deputati Alessandro Aricò e Marianna Caronia e intanto finanzia il Museo, previsto su un’area ancora privata, come fa notare su Facebook uno dei paladini del patrimonio storico monumentale, Mauro Alessi: “L’area è libera dal vincolo pubblico e dalle destinazioni d’uso in vigore sino al 2013’’ (e il nuovo piano regolatore deve essere ancora approvato) ed è “privata e dev’essere espropriata’’.

E se nella prima versione della Finanziaria, risalente a marzo, erano previsti 500 mila euro per festeggiare i 2600 anni di Agrigento, oggi sembra cancellati, le censure per il teatro Samonà erano arrivate anche dal procuratore regionale della Corte dei Conti, Gianluca Albo, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario, sei mesi fa, espresse le sue perplessità “da cittadino” su “una legge di stabilità regionale”, che l’anno precedente stanziava 150 mila euro per la “riapertura di un teatro popolare in un comune siciliano”, che in molti individuarono in Sciacca. “Come in un vergognoso gioco dell’oca, si vanifica tutto il lavoro precedente – hanno scritto in una nota Roberta Schillaci, Nuccio Di Paola e Giovanni Di Caro, deputati grillini della commissione Cultura, formazione e lavoro – facendolo confluire in 61 articoli, al solito infarciti di misure clientelari per accontentare questo o quel deputato’’. Stavolta però il maxi-emendamento potrebbe non avere copertura finanziaria: “Non lo sappiamo – dice l’on. Schillaci – l’assessore non è venuto in aula a riferire’’.

La Regione Sicilia paga ancora l’affitto a Montante condannato

In via Sallemi 22, a Caltanissetta, in un edificio di tre piani, c’è la sede del Centro per l’Impiego regionale in cui lavorano una trentina di impiegati. Niente di strano, se non fosse che lo stabile è di proprietà di Antonello Montante, l’ex presidente di Confindustria Sicilia, ai domiciliari per la condanna in primo grado (in abbreviato) del maggio scorso, a 14 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, e con un processo pendente per concorso esterno in associazione mafiosa.

La Regione paga da nove anni un canone d’affitto di 114 mila euro (Iva inclusa) alla AD Architettura Design srl, per 1345 metri quadrati.

La società, creata a Caltanissetta nel 1995, si occupa di progettazione per la costruzione di opere di ingegneria civile, idraulica e trasporti. Ha un capitale di 12 mila euro, e risulta amministrata da Giuseppina Melfa, che detiene il 49% delle quote, il 46% è di Montante mentre la restante parte è di Rosaria Costa (5%).

Lo stabile di via Sallemi è citato negli atti dell’inchiesta Montante, in cui si spiega che nel 2009, quando l’imprenditore fonda “l’associazione antiracket e antiusura”, sceglie quel palazzo come sua sede. Sei anni dopo, la polizia si reca a quell’indirizzo per cercare la presunta associazione, ma non trova niente, se non gli uffici regionali.

Il contratto con la Regione risale al 23 ottobre 2010. Sono gli anni in cui Montante è in rampa di lancio tra i giovani industriali di Caltanissetta, dove ricoprirà la carica di presidente della Camera di commercio, iniziando la sua personale scalata ai massimi vertici della confederazione isolana e nazionale. Al governo regionale c’è Raffaele Lombardo, al suo quarto rimpasto, e l’assessore all’economia è Gaetano Armao. Il caso vuole, che a distanza di nove anni, sia a capo dello stesso assessorato, sotto il governatore Nello Musumeci.

C’è un dato però. Nel febbraio 2015, l’immagine del paladino dell’antimafia di Montante è scalfita dall’accusa per concorso esterno in associazione mafiosa, che lo spingere ad autosospendersi dal consiglio direttivo dell’Agenzia dei beni confiscati, dov’era stato nominato dall’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano.Risulta infatti, che l’imprenditore Vincenzo Arnone e il padre Paolino erano stati suoi testimoni di nozze. Arnone Senior muore suicida nel 1992, nel carcere di Malaspina di Caltanissetta, gettandosi dalla finestra dell’infermeria. Era stato arrestato dopo le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Leonardo Messina, detto Narduzzo, al magistrato Paolo Borsellino che portò all’arresto di un 200 persone nell’operazione Leopardo. Vincenzo invece, era considerato dagli inquirenti il capo della famiglia mafiosa di Serradifalco, città d’origine di Montante.

L’apostolo dell’antimafia resta però saldamente al comando di Sicilindustria con la delega nazionale alla legalità affidatagli dai vertici di Viale dell’Astronomia.

Alla scadenza del contratto di locazione, la Regione lo rinnova con lo stesso importo e metratura, estendendolo fino a ottobre 2022.

A maggio 2018 però, Montante finisce ai domiciliari, travolto dall’inchiesta ‘double face’ istruita dal procuratore capo Amedeo Bertone, l’aggiunto Gabriele Paci e dai sostituti Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso. È accusato di aver creato un “sistema” in grado di monitorare, controllare, spiare e redigere dossier sui magistrati, avvocati, giornalisti, dirigenti e imprenditori per ottenere informazioni da poter usare a suo piacimento.

Quando ci rechiamo a visitare lo stabile, non troviamo nessuna etichetta dell’Architettura Design, nonostante risulti ubicata a quell’indirizzo. “Più del nome della società non conoscono”, rispondono i dipendenti degli uffici regionali in affitto nel palazzo. Ci spiegano però, che l’ultimo piano è ancora in uso ai proprietari, “anche se non si non mai visti”.

Proviamo a contattare gli amministratori, senza però avere fortuna. I dirigenti degli uffici del dipartimento regionale delle finanze e patrimonio ci spiegano di aver appreso che il proprietario è Montante a seguito delle nostre domande, aggiungendo che “ogni anno vengono fatte le richieste antimafia della società che hanno stipulato i contratti”.

Chiediamo all’assessorato all’economia Armao, se è a conoscenza della vicenda e se crede sia opportuno che Regione paghi l’affitto a un imprenditore condannato. Dall’ufficio di gabinetto ci fanno sapere che solo da “lunedì saranno fatte le dovute verifiche sul contratto e sull’immobile, per vagliare con scrupolo e attenzione la vicenda”.