Legge elettorale, la Lega rilancia centrodestra diviso

Avevano detto che non era “una priorità per gli italiani”. Ma dal giorno della fiducia, nel centrodestra non fanno altro che parlare di legge elettorale. Ieri, Matteo Salvini ha accelerato i tempi: “Se siete d’accordo, da lunedì ci impegneremo per depositare entro settembre a Roma una proposta di una legge elettorale in senso pienamente maggioritario”. Ma l’intesa sembra ancora molto lontana. Giorgia Meloni chiede di più e vuole che Lega e Forza Italia appoggino la linea di Fratelli d’Italia, che prevede “elezione diretta del capo dello Stato, legge elettorale maggioritaria come stabilito dal popolo con un referendum e abolizione dei senatori a vita”. Per il partito di Silvio Berlusconi risponde Mariastella Gelmini: “Per schierarci serve anche chiarezza dagli alleati: perché il maggioritario in Italia si fa se ci sono le coalizioni. E nessuno può pensare di chiedere a Forza Italia di sostenere una legge maggioritaria per fare poi i propri interessi e continuare a dire – come ad esempio ha fatto la Meloni in questi mesi – che l’alleanza dei sovranisti è autosufficiente”.

Assemblea Anm. I magistrati critici sul Csm “a sorteggio”

Se qualcuno si aspettava l’arrivo in massa in Cassazione dei magistrati indignati per il più grosso scandalo della storia recente della toghe è rimasto deluso. L’aula magna dove si è svolta l’assemblea generale promossa dall’Anm aveva tante poltrone libere. Ci sarebbe stata molta più partecipazione se si fosse tenuta, ci confida qualcuno dell’Anm, “a botta calda”, poco dopo che sono emerse le registrazioni sul tentativo di pilotare prima di tutto la nomina del procuratore di Roma. Diversi, comunque, gli interventi, non solo dei vertici Anm, molto severi su quanto accaduto. “Fermezza” e “svolta” le parole d’ordine più invocate, oltre al richiamo sulla necessità di regole decisamente più stringenti per evitare le porte girevoli all’interno della magistratura (Anm, Csm, fuori ruolo) nonché in merito al rientro dei magistrati in politica, come proposto dal “parlamentino” dell’Anm. Dall’Assemblea di ieri è arrivata l’ulteriore conferma che si prospetta un confronto-scontro Anm-ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sulla riforma che ha punti che non piacciono al sindacato delle toghe, a partire dal sistema elettorale dei consiglieri del Csm. Il ministro dalla prima ora aveva detto di essere favorevole a un sorteggio indiretto per frenare la correntocrazia mentre il presidente dell’Anm Luca Poniz, ieri, ha ribadito la posizione contraria dell’associazione: “È una riforma che contrasta con la Costituzione, perché elezioni e sorteggio non sono mai equiparabili”. Bisogna trovare, però, “forme più democratiche di partecipazione”. Posizione ribadita dal segretario Giuliano Caputo: il sorteggio “non scalfisce le distorsioni correntizie”. I dubbi su come i magistrati possano ritrovare la retta via, se si parla di nomine e di lottizzazioni delle correnti, rimangono fra le stesse toghe, molte rimaste a casa.

Ora Malagò corteggia il M5S e va all’assalto di Spadafora

Giovanni Malagò, signore dei salotti romani, è più educato alla pace che alla guerra, preferisce la diplomazia agli scontri frontali, convinto che si possa sempre scovare un accordo a un tavolo tra amici. Meglio se del suo circolo sportivo Aniene, dove si allenano i campioni e si rassodano le relazioni.

Il capo del Coni intinge le parole nel borotalco, lascia un profumo o un afrore, dipende dai gusti. È così affettato che – e qui pecca di presunzione – crede di conquistare il mondo con un baciamano o un complimento, seppur posticcio. Ronza, eccome se ronza. E ha tenacia nel perseverare. Vincenzo Spadafora, nominato ministro allo Sport neanche due settimane fa, è già risucchiato nel vortice di richieste, messaggini, ammiccamenti di un Malagò che non si muove da presidente dello Sport, ma da referente di ogni cosa si muova e coincida con lo sport.

A volte è goffo, come dicono quelli bravi, irrituale o sgrammaticato, secondo i dizionari di grammatica istituzionale. Per esempio, la lettera al Comitato olimpico internazionale per invocare una punizione contro l’Italia e cioè contro il Coni, soltanto per fermare la riforma gialloverde che gli ha sottratto la cassa dello sport, centinaia di milioni di euro all’anno, è un disastro di tattica. E il borotalco, a coprirlo, non basta. Malagò ha esultato per la rottura tra la Lega di Salvini e i 5Stelle e l’ascensione del Pd di Zingaretti dagli inferi di un’opposizione incerta agli altari di una maggioranza di governo. Tant’è che fa il bullo con Rocco Sabelli, l’amministratore delegato di Sport e Salute, la società controllata dal Tesoro che ha scippato il denaro al Coni. I 5Stelle, però, in una stagione che dal verde Lega tende al rosso o rosa dem, hanno intenzione di proteggere le leggi di Giancarlo Giorgetti, uomo del Varesotto che va in vacanza in montagna e non frequenta l’Aniene. Malagò ha sperato in una crepa dem nel ministero di Spadafora, ha tifato – era lui, sì, quello con i tamburi in curva – per una Patrizia Prestipino o una Daniela Sbrollini, una democratica di matrice renziana incline al compromesso, o almeno più gentile, che poi il passatismo non serve e i tempi di gloria col ministro Luca Lotti non tornano, non adesso. Nulla. Allora non resta che blandire Spadafora, il simpatico Spadafora, quel gran genio di Spadafora: “Col ministro ci vedremo la prossima settimana”, precisa con la sicumera del compagno di banco del primo giorno di scuola. È fatta. Adesso va avvisato Spadafora, che riceve telefonate da gente che gli fa i complimenti e gli auguri con tanta ammirazione, che magari è interessata alla sorte del prossimo campionato di badminton, ma che poi, smozzicando le parole, aggiunge contrita: “E Giovanni? È una risorsa per l’Italia”. Che aspetta Spadafora, insomma, a ricevere con gli onori Malagò oppure a visitare la sede del Coni, che ci scappano pure un paio di scambi a tennis allo stadio dei marmi? Come se un incontro tra ministro dello Sport e presidente del Coni fosse la firma di un trattato fra israeliani e palestinesi. No, che banalità. Malagò mira al trofeo Spadafora per dimostrare, fischiettando, che con i 5Stelle le incomprensioni sono superate, che il rude leghista Giorgetti, a piccole dosi, a distanza, è un tipo simpatico, che adesso, tra salti di qua e salti di là, ci ritroviamo sulla stessa barca. O Maserati, quella che predilige Malagò. E se fosse barca, un bel panfilo. Malagò ha collezionato tranvate con i 5Stelle sin dagli esordi, con la giunta in Campidoglio e la sindaca Virginia Raggi che gli hanno smontato il giochino delle Olimpiadi di Roma.

Inghiottita la più cocente delle sconfitte, ben vendicata con le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina, Malagò ha tampinato il Campidoglio per il tramite di Marcello De Vito, esponente romano dei Cinque Stelle, ex presidente del consiglio comunale, oggi indagato per corruzione nell’inchiesta sullo stadio della Roma. De Vito fu cooptato, un paio di anni fa, per un convegno al circolo Aniene, luogo di ristoro e formazione, ideale per coniugare buone letture con presentazioni di libri o per congressi dai soprabiti folgoranti. All’ultimo giro, nell’estate del 2016, tentò invano di salvare Roma 2024 con un invito ai vertici del Campidoglio ai Giochi di Rio. Respinto.

Giovanni l’olandese, chiamato così per l’attitudine alle lusinghe totali, a tutto campo, non ha lasciato inevasa la pista Giuseppe Conte. Durante l’approvazione delle norme Giorgetti, il Comitato conferì una consulenza all’avvocato Guido Alpa, “maestro” del premier. Altro fallimento. Eppure Montezemolo, in un memorabile giorno di approcci a Di Battista (che ancora oggi indica Malagò come potere forte da abbattere), tra i corridoi dell’aeroporto di Fiumicino, svelò la verità a Giovanni: “Lascia perdere, loro non sono nostri amici”.

Santificare Conte pur essendo del Pd

Una volta la politica italiana cominciava il suo anno “produttivo” a Bari, alla Fiera del Levante. Dove il presidente del Consiglio in carica si recava all’inaugurazione e con il suo discorso faceva partire l’anno politico. Nonostante la crisi di governo abbia rotto il ritmo, anche quest’anno il rito si è consumato lo stesso. E si è assistito alla “santificazione” del premier Giuseppe Conte.

I discorsi introduttivi del sindaco di Bari, Antonio De Caro, e del presidente della Regione, Michele Emiliano, entrambi del Pd, uno anche di estrazione renziana, sono infatti un capolavoro di adulazione. Il primo, in un discorso ispirato e molto retorico, alla fine ha chiesto di candidare Bari per il G20 del 2021 (e Conte ha detto sì). Il secondo ha chiesto misure per la Xylella. Ma le richieste sono state accompagnate da quell’affetto e premura che in genere si impiegano per i propri cari. Conte, per il Pd, ormai sta diventando un canone. Come giudicare, altrimenti, l’intervista a Goffredo Bettini sul Corriere che alla domanda se Conte possa essere il nuovo Prodi risponde: “Prodi è stato un gigante, in grado di battere Berlusconi per due volte. Il ruolo di Conte dipenderà soprattutto se riuscirà a consolidare una speranza per l’Italia”. Insomma, se non proprio Prodi, un poco più sotto. Non male.

Giornalismo, Fnsi: “Presto legge contro le querele bavaglio”

Tutela della libertà di stampa e dei giornalisti: “La presidente della commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, ha annunciato di voler procedere alla unificazione delle proposte di legge presentate dai parlamentari Mirella Liuzzi del Movimento 5 Stelle e Walter Verini del Pd, in materia di contrasto alle querele bavaglio e alle molestie contro giornalisti e diritto di cronaca. Ci auguriamo che, almeno in questa occasione, si possa arrivare a una rapida e larga approvazione di un testo che affronti anche le questioni relative al carcere per i cronisti e all’assurdità del sequestro dei beni dei cronisti di testate fallite” hanno dichiarato ieri in una nota, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti (in foto), segretario generale e presidente della Fnsi, la Federazione Nazionale Stampa Italiana. “Siamo ovviamente disponibili a un confronto – aggiungono – e a fornire tutto il nostro contributo alla definizione di una iniziativa più volte sollecitata dalla Federazione nazionale della Stampa italiana e da tutte le associazioni che hanno a cuore l’articolo 21 della Costituzione”.

Da Tamburi a Chigi L’inviato di Conte anti-Ilva e finanza

Nella rosa dei nomi portata in dote dai Cinque Stelle, il suo non c’era. Eppure, Mario Turco, sottosegretario lo è diventato lo stesso: più che gli sponsor nel Movimento – che, al contrario, hanno appreso con un certo distacco la sua nomina – ha pesato il rapporto costruito in questi mesi con il premier Giuseppe Conte. Da tempo insisteva affinché quel senatore tarantino venisse coinvolto di più nelle questioni di governo. Ma più che qualche tavolo tecnico al ministero dell’Economia, non si era andati. Poi ci sono stati tre incontri, in cui il professore di Economia ha spiegato al collega avvocato due proposte di legge che oggi potrebbero tornargli utili: “Era incuriosito dai miei studi, crede anche lui che uno dei principali problemi dell’economia occidentale sia la supremazia della finanza sui mercati reali – racconta il neo sottosegretario Turco –. Gli piacerebbe trasformarli in un’iniziativa italiana a livello europeo”. Come Nicolas Sarkozy, correva l’anno 2012, tentò la campagna per l’introduzione di una Tobin Tax comunitaria, così il presidente del Consiglio italiano vorrebbe provare a presentare a Bruxelles un aggiornato pacchetto di norme per penalizzare le speculazioni finanziarie a breve termine. Lo ha messo a punto proprio il neo sottosegretario Turco, si chiama Raider Tax e in estrema sintesi si può riassumere nella formula “prima vendi e più tasse paghi”: un modo per superare le norme attuali, che non sono riuscite a incidere sulla crescita degli scambi di titoli finanziari e scoraggiare le operazioni speculative.

È uno degli obiettivi del mandato da sottosegretario che Conte ha voluto a tutti i costi affidargli. Si occuperà di Programmazione economica e investimenti: non ha ancora chiaro come il suo lavoro si intersecherà con quello dei ministri che stanno al Tesoro e al Mise, ma insieme a Conte confida di “attivare delle leve di sviluppo che siano valide nel tempo” e che in sostanza seguano due direttrici: il rapporto con l’occupazione (“Basta cattedrali nel deserto”, dice Turco) e la creazione di un “valore aggiunto diffuso”, ovvero ricadute positive sul territorio in cui si insediano. Il settore degli investimenti che il premier e il neo sottosegretario hanno in testa è quello del citatissimo Green new deal che, negli auspici italiani, potrà compiersi al di fuori dei cordoni del Patto di Stabilità. E che si lega ad un altro delle proposte presentate da Turco che tanto hanno conquistato palazzo Chigi: le misure per la decarbonizzazione, in sostanza, una tassa per le imprese con emissioni inquinanti, che potranno poi attingere ad un fondo per la riconversione industriale finanziato dalla stessa imposta.

Mentre lo scriveva, Turco, pensava a Ilva, visto che lui l’infanzia l’ha passata all’ombra delle ciminiere dell’acciaieria, tra i campetti di calcio della “Jonica”, l’oratorio della chiesa Angeli Custodi e i piazzali che oggi i bambini del quartiere Tamburi non possono più frequentare perché avvelenati dalla fabbrica. Quando, sul finire degli anni Sessanta, Taranto ha vissuto il suo boom economico, la famiglia Turco ha lasciato Tamburi per trasferirsi nella parte nuova della città. Dopo il liceo, Mario Turco ha studiato a Bari e ora unisce la carriera accademica alla collaborazione con lo studio di commercialisti fondato dal padre.

Ha firmato numerose pubblicazioni, tra cui un libro sul crac finanziario del Comune del 2006, che lo ha fatto conoscere ai tarantini, fino alla candidatura al Senato alle Politiche del 2018 con i Cinque Stelle. Due mesi dopo l’elezione, Vito Crimi – con cui siede nella Commissione speciale per gli atti urgenti del governo – lo ha mandato al posto suo alla tavola rotonda organizzata dal Comitato Liberi e Pensanti al Primo Maggio di Taranto. Per “deformazione professionale”, prima di partire, Turco ha fatto una visura alla Camera di Commercio e trovato il contratto con cui il ministro Carlo Calenda aveva ceduto lo stabilimento alla multinazionale dell’acciaio Arcelor Mittal: “Io non posso essere ipocrita, sono uno di voi – disse ai tarantini che lo ascoltavano –. Ho fatto una brutta scoperta. Il vostro accordo di programma oggi, così come ieri quello presentato dal presidente della Regione Puglia, è solo un libro dei sogni: il 14 luglio 2017 i giochi per Taranto si sono già fatti”. Poi arrivò Di Maio a dire che quello era il “delitto perfetto” e che non ci si poteva fare niente, scatenando la rivolta dei tarantini. Turco lo hanno risparmiato: era un tecnico, si sono detti. Adesso è il tecnico di Conte.

Reynder l’impresentabile e gli altri eurocommissari

La nuova Commissione europea è appena nata ma ha già i suoi impresentabili. L’ultimo caso a emergere è quello del liberale Didier Reynder, ora indicato come responsabile della Giustizia nell’esecutivo comunitario targato Von der Leyen. Ieri la Procura di Bruxelles ha aperto un’inchiesta contro il politico con l’accusa di corruzione e riciclaggio di denaro.

A tirarlo in ballo, la testimonianza di un ex agente dei servizi di sicurezza. Lo scorso aprile, il funzionario ha denunciato alla Procura il coinvolgimento di Reynder, già ministro degli Esteri, della Difesa e vicepremier del governo federale belga, in un giro di mazzette per la costruzione dell’ambasciata belga a Kinshasa, in Congo.

I soldi ricevuti dal ministro sarebbero poi spariti grazie a un sistema di vendita di oggetti di antiquariato e l’utilizzo di conti off-shore. Non è comunque l’unica tegola sulla Commissione europea, che tra fine settembre e inizio ottobre dovrà affrontare l’esame dei singoli commissari da parte degli eurodeputati, prima di ricevere il giudizio finale a Strasburgo il 23 ottobre.

Durante la conferenza stampa di presentazione del suo team, martedì scorso a Bruxelles, la presidente designata si è sentita ricordare da un giornalista che due o tre fra i “ministri” in pectore sono sotto inchiesta da parte dell’Olaf, l’ufficio europeo anti-frode, mentre altri nomi – come ad esempio quello dell’ungherese László Trócsányi, vicinissimo al sovranista Viktor Orban – hanno suscitato diverse perplessità.

Non era a Bruxelles con Von der Leyen, ma in un tribunale di Nanterre, la francese Sylvie Goulard.

Indicata dall’Eliseo per seguire dossier importanti come responsabile del Mercato Interno, l’esponente di Renew Europe è sotto inchiesta per l’assunzione irregolare di uno dei suoi assistenti, motivo per cui è stata costretta alle dimissioni da ministro della Difesa francese nel 2017. Goulard ha restituito al Parlamento europeo circa 45 mila euro, ma il caso è tutt’altro che chiuso. Inoltre, solo qualche giorno fa, il quotidiano Libération le ha rivolto nuove accuse, rivelando che per due anni, da eurodeputata ha svolto un ruolo di consulenza per un think tank americano a più di 10 mila euro al mese.

Sotto la lente dell’antifrode Ue è finito anche Janusz Wojciechowski, candidato al ruolo di commissario per l’Agricoltura. Esponente del partito ultranazionalista Diritto e Giustizia (PiS), è accusato per presunte irregolarità del rimborso spese di viaggi nel periodo in cui è stato eurodeputato, tra il 2004 e il 2014.

Posizione delicata anche quella della rumena Rovana Plumb, che dovrebbe andare ai Trasporti. Fedelissima del leader socialdemocratico Liviu Dragnea, coinvolto in numerosi casi di corruzione, da esponente del governo di Bucarest, fu costretta alle dimissioni nel 2017 con l’accusa di aver favorito illecitamente un’operazione immobiliare che faceva capo allo stesso Dragnea.

All’esame da parte degli eurodeputati, loro di certo non avranno sconti.

Ecco la strategia “green” per trattare con l’Europa

Parafrasando i Promessi Sposi, anche per Roberto Gualtieri in missione a Bruxelles si potrebbe dire “Roberto, adelante con juicio”. La missione all’Ecofin informale, infatti, anche se sembra vedere dei passi avanti sulla riforma delle regole fiscali europee, lascia l’Italia da sola alle prese con i propri problemi di Bilancio.

Le regole europee. La riforma dei criteri contenuti nel Fiscal compact, sulla base dei suggerimenti offerti dall’European fiscal board (Efb) è possibile, come conferma anche il vicepresidente esecutivo, Valdis Dombrovskis, che guiderà l’Economia: “Vale la pena di riaprire il dossier solo se si è ragionevolmente sicuri dell’esito, cioè di avere, alla fine, regole migliori di quelle attuali”. Ma, appunto, si procede con giudizio. La discussione c’è stata e le proposte dell’Efb – tra cui l’introduzione del parametro della spesa sul Pil e la programmazione del debito pubblico ogni sette anni – sono state ascoltate e discusse, ha detto il Commissario europeo. Ma la riforma avrà bisogno di tempo, di discussioni complesse e quindi non è alla breve portata.

Flessibilità italiana. Per il momento non resta che utilizzare la flessibilità contenuta nelle regole esistenti e che risale alle indicazioni della Commissione europea del 2015 (e che nel 2016 valse al governo Renzi circa 13 miliardi di “sconto”). Gualtieri ha sostanzialmente detto che si farà riferimento a quello e, su questa base, non si farà una “manovra restrittiva”.

Sulla stessa lunghezza d’onda si muove anche il premier Giuseppe Conte, intervenuto alla Fiera di Bari: “Chiederemo di scorporare dal deficit gli investimenti ambientali”. Ma anche quelli per gli investimenti “strutturali” nel Sud d’Italia.

E così il Green deal diventa la parola magica che potrebbe permettere all’Italia di tamponare le perdite. Perché, in ogni caso, la manovra del 2020 parte già con il peso dei 23 miliardi occorrenti a sterilizzare l’Iva, e poi ci sarà da trovare i fondi per il taglio del cuneo fiscale e tutte le altre misure già annunciate dai vari ministri.

La flessibilità contenuta nelle regole è quella che potrebbe permettere di scomputare gli investimenti green, così come in passato sono stati scontati altri investimenti.

Se questa strategia fosse confermata, l’Italia potrebbe utilizzare un pacchetto di risorse da investire in un campo altamente sensibile anche sul piano del consenso (la prossima settimana vedrà il vertice Onu e le mobilitazioni per il clima che hanno come protagonista Greta Thunberg).

Green new deal. Per quanto riguarda le scelte concrete che il governo potrebbe assumere, un’utile guida è data dal documento Un Green New Deal per l’Italia e per l’Europa redatto alcuni mesi fa da Stefano Patuanelli e Riccardo Fraccaro che ora occupano le postazioni strategiche dello Sviluppo economico e di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Il documento si conforma agli obiettivi generali fissati dall’Ipcc, il gruppo di esperti delle Nazioni Unite che chiede di fissare a 1,5 gradi l’aumento massimo di temperatura media globale del pianeta. Per farlo “è imperativo investire sull’introduzione di nuovi metodi produttivi sostenibili, sulla produzione integrale di energia tramite fonti rinnovabili e su un massiccio sviluppo delle mobilità a zero emissioni”. Si tratta di puntare su riconversione, economia circolare, energie rinnovabili, protezione della biodiversità.

Ma come si realizzano gli obiettivi del Green New Deal? “Investimenti per incrementare la produzione di energia tramite fonti rinnovabili, ampliamento del trasporto pubblico sostenibile, rigenerazione urbana ed edilizia, prevenzione dei rischi idrogeologici, miglioramento delle infrastrutture come acquedotti, depuratori, migliore gestione dei rifiuti, efficientamento delle reti di illuminazione pubblica”.

Si può agire anche sulla rimodulazione dei sussidi nocivi. Uno studio del ministero dell’Ambiente ha analizzato 161 sussidi valutandone 75 dannosi per l’ambiente. Il costo di tutti i 161 sussidi per il 2017 ammontava a 41 miliardi, di cui 15,2 miliardi per sussidi favorevoli all’ambiente, 6,6 miliardi per sussidi di classificazione incerta e 19,3 miliardi per sussidi dannosi.

Il documento propone una road map per l’adozione di una Green rule, una regola del tutto nuova da fissare a livello di gruppo operativo intergovernativo che potrebbe avvalersi di “obbligazioni dedicate, green bonds (obbligazioni verdi), in misura equivalente alla quota annuale assegnata”.

Le spese finanziate tramite tali obbligazioni “dovranno altresì essere scorporate dal calcolo del disavanzo pubblico” e gli stessi green bonds potrebbero essere inseriti tra quelli acquistabili dalla Banca centrale europea.

Capigruppo M5S, alla Camera in corsa Silvestri e Macina

La partita delle nomine non finisce mai, almeno per i Cinque Stelle. A dicembre scadranno i capigruppo di Camera e Senato, ma i gruppi parlamentari dovrebbero votare i nuovi vertici da qui a pochi giorni, così dare il tempo ai sostituti di effetture un periodo di affiancamento. Così a Montecitorio, dove il capogruppo Francesco D’Uva non si ripresenterà, è ripreso il totonomi. Due ipotesi per ora avanti alle altre: l’attuale vice, il romano Francesco Silvestri, che appare favorito, e la pugliese Anna Macina, componente della commissione Affari costituzionali della Camera. “In tanti me lo stanno chiedendo e fa anche piacere, ma non c’è ancora una data per il voto quindi ne riparleremo“ ha confermato ieri Macina all’Adnkronos. In Senato invece il nome in prima fila è quello di un altro eletto romano, l’ex consigliere regionale Gianluca Perilli, vicecapogruppo uscente di Stefano Patuanelli, appena nominato ministro dello Sviluppo economico. Come alternativa circola il nome di Ettore Licheri, avvocato sardo.

Santangelo, Lezzi&C.: la rabbia degli esclusi “mina” per il Senato

Non hanno ancora digerito la loro esclusione dal governo. E adesso i vertici Cinque Stelle temono conseguenze in Parlamento. O meglio, in Senato: proprio là dove i numeri sono stretti, siedono alcuni degli esclusi eccellenti del Conte 2. C’è Danilo Toninelli, assai amareggiato per la mancata riconferma. Così come Vincenzo Santangelo, che era sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento. E Barbara Lezzi, che faceva la ministra per il Sud. E pure Michele Giarrusso, che al governo non c’è mai stato, ma l’altroieri si è messo subito a sparare a zero contro le scelte di Luigi Di Maio. Il problema, ragiona chi ha visto le chat infuocate, è che sono tutti “veterani” del Movimento, non neofiti come quel Gianluigi Paragone che non ha votato la fiducia martedì. E dunque la loro opposizione porterebbe di certo con sé altri colleghi fidati. L’unica speranza, insomma, è che l’arrabbiatura passi in fretta.