Di Maio dà l’addio ai dogmi: “Perde chi non si adatta”

Il presente è il contrario del passato, e guai agli idealisti. “Nei momenti di difficoltà abbiamo la tentazione di dire che uno è più del Movimento degli altri, ma è il meccanismo migliore per chiudersi tra i più puri, che probabilmente più puri non sono”: così sostiene Luigi Di Maio in un sabato mattina romano, grisaglia tra le grisaglie dentro il Tempio di Adriano che pare la cornice di un convegno di avvocati. Invece no, sono tutti lì per il debutto della scuola di formazione politica del M5S, l’Open Comuni dell’associazione Rousseau, cuore operativo e cassaforte dei Cinque Stelle.

Tra le colonne siedono in 250 tra eletti e soprattutto aspiranti consiglieri comunali, quelli che vogliono salire su un treno che è rimasto di governo. Ad accoglierli il capo macchinista Di Maio, il presidente di Rousseau Davide Casaleggio, il neo ministro della Pubblica amministrazione Fabiana Dadone e politiche che fanno da insegnanti, come la viceministra all’Economia Laura Castelli e la senatrice Barbara Floridia. La parola d’ordine è “trasferire le competenze”, ma nell’introduzione il capo parla d’altro, cioè rivendica di aver ribaltato principi e faccia del Movimento, e promette di continuare a tutta forza. “Ci sono nove elezioni regionali e le Comunali – ricorda – e per la prima volta potremo usare le nuove regole che permettono di allearsi con liste civiche. Creano tante perplessità, ma il Movimento si chiama così perché non è conservatore, si riforma e si adatta al campo di battaglia”. E Di Maio parla delle norme approvate a luglio, ma pensa già al futuro, agli accordi nelle Regioni con il Pd “che non sono all’ordine del giorno” ripete. Ma è una porta accostata, mica chiusa. “Se sei rigido e usi sempre lo stesso schema l’altro potrà prevedere le tue mosse” conferma il ministro. Così dietro le quinte ragiona con Casaleggio e gli altri di una via per accordarsi da con i dem, già per le urne in Umbria del 27 ottobre. E la chiave può essere quella, candidarsi con il simbolo del Movimento per poi allearsi con una lista civica creata dai dem. O magari convergere assieme su un candidato civico comune, slegato dai partiti. Ma sono ipotesi, idee, di cui il Movimento non ha ancora discusso con il Pd. “Accordarsi per le regionali umbre è difficilissimo” ammette un big grillino. Anche se Di Maio e Dario Franceschini qualcosa si sono detti sul tema e presto ne riparleranno. L’importante è cominciare, perché a fine novembre, massimo a gennaio ci saranno le urne dell’Emilia Romagna: un trofeo che non si può lasciare a Matteo Salvini, ne va della stabilità del governo, e lo dicono anche i 5Stelle. Nell’attesa in un sabato ancora estivo c’è la scuola del M5S, un altro passo verso una struttura stabile per il Movimento che da liquido si è fatto di carne, sangue e burocrazia. Con i corsi che saranno anche una via per selezionare la classe dirigente, per trovare volti e cervelli adatti a quello che i 5Stelle devono essere nella visione di Di Maio e Casaleggio: un partito di centro tutto moderazione e tattica, “l’ago della bilancia”. Pronto a cambiare quando serve. Per questo un paio di giorni fa Di Maio ha messo nel cassetto un’altra regola che doveva essere aurea, il divieto di passare da un incarico all’altro a mandato in corso per gli eletti.

Dogma cancellato per il capogruppo nell’Assemblea regionale siciliana Giancarlo Cancelleri, nominato viceministro alle Infrastrutture perché era meglio non lasciarlo a bocca asciutta. Ma il capo era pronto a fare ministro anche la sindaca di Torino Chiara Appendino. Quindi non può stupire che Di Maio, da anni stufo dei meet up che sgomitano stia puntando sulla scuola di Rousseau per selezionare i candidati, e abbia pure fretta, con i prossimi corsi già fissati per il 12 e il 13 ottobre a Napoli, in coincidenza con la festa nazionale del M5S. Mentre per i referenti regionali si aspetterà un altro po’. “Il 4 ottobre facciamo dieci anni, dobbiamo prepararci per i prossimi dieci”, scandisce il capo che vuole cambiare. Per restare.

Franceschini tesse la sua tela per fare la “grande” alleanza

“Se pensiamo a come stavamo due mesi fa, l’entusiasmo è giustificato. E il protagonismo di Dario Franceschini è un elemento di soddisfazione”. Nicodemo Oliverio, ex deputato calabrese, provenienza Dc, riassume in una battuta l’atmosfera dell’annuale riunione di corrente di Areadem a Cortona. Tra il chiostro e la sala convegni del complesso di Sant’Agostino, i sorrisi si sprecano. Qui non c’è solo il Pd al governo, ma pure la parte del Pd saldamente posizionata sulla tolda di comando.

Franceschini passa buona parte della mattinata seduto in prima fila. Poi sparisce. “Sarà andato a risolvere qualche problema del governo”, ipotizza il senatore Franco Mirabelli. Perché il ministro della Cultura “è il capo supremo di tutto”, per dirla con qualche renziano. Vice premier no, ma capo delegazione sì, ha voluto una stanzetta a Palazzo Chigi e al Nazareno ha il filo diretto con Nicola Zingaretti. È stato lui il primo a cominciare a parlare con il Movimento, il 5 marzo del 2018. È lui che ha gestito le trattative per governo e sottogoverno. Oggi lo danno candidato a qualsiasi cosa, in futuro: a Palazzo Chigi, prima di tutto. Che dove c’è Dario c’è il potere nel Pd è una legge non scritta, ma incontrovertibile. L’anno scorso a Cortona lanciò le premesse per portare Zingaretti alla segreteria. Ora è partito con un altro progetto. Nel primo Cdm e nella prima riunione coi ministri dem ha dato la sua interpretazione del rapporto tra Pd e M5S: “Questa è un’alleanza”. Prossimo obiettivo: renderla tale, in pianta stabile, dalle Regionali. Nelle vesti di grande tessitore, ci lavora in prima persona, dialogando coi vertici grillini. Gli spiragli li vede tutti.

Nel discorso conclusivo della riunione oggi parlerà del senso di questo governo. Rendere quella tra Pd e M5s un’alleanza stabile ne è un dato costitutivo. “Non proprio un partito, ma un’unione coerente”, per dirla con qualcuno dei suoi. Tanto per chiarire fino a dove si spinge la speranza, la visione o l’ambizione. Abbastanza chiaro da che parte dovrebbe andare il potere vero.

Un illuminato Luigi Zanda spiega che “oggi la sfida è tra le democrazie autoritarie e le democrazie”. Tutto torna. Traduce Mirabelli: “Dobbiamo costruire un’alleanza contro i sovranisti”.

C’è il solito fantasma che aleggia, quello di Matteo Renzi e della sua uscita dal Pd. L’operazione gruppi potrebbe partire già la settimana prossima: uno nuovo alla Camera con 20 fedelissimi e qualche ingresso nel Misto al Senato. Franceschini reagisce male: è il garante del Conte 2, un’uscita di Renzi potrebbe comprometterne il cammino. Ma Matteo la vende come un’operazione a sostegno del governo, non contro. Da Cortona, però, minacciano: il primo effetto sarebbe Marcucci non più capogruppo. “Lo farebbe solo per gestire le 400 nomine in arrivo. Ma questo, come lo dice agli italiani?”. Eccola, l’affermazione più gettonata. Al netto di motivazioni politiche, c’è da scommettere che l’ex segretario mal sopporti lo strapotere di Franceschini.

A Cortona, peraltro, c’è un ritorno in grande spolvero di ex parlamentari, da lui esclusi dalle liste. Pierpaolo Beretta è sottosegretario al Mef, Francesca Puglisi al Lavoro. Marina Sereni (agli Esteri) presiede la riunione. “Grazie Marina per averci tenuto insieme in questi mesi difficili”, le dicono dal palco. Paolo Gentiloni non si fa vedere (è a Bruxelles, ma chissà che non avesse voglia di partecipare a questa festa collettiva). Nel pomeriggio il presidente dell’Europarlamento, David Sassoli viene accolto come fosse il Papa. Per il neo ministro Paola De Micheli (zingarettiana in visita) affetto crescente. “Credo non ci fossero alternative a questo governo”, le dice un’iscritta. E lei, rassicurante: “Lo dimostreremo con le piccole cose”. Ospite d’onore, padre Francesco Occhetta, gesuita, direttore di Civiltà Cattolica. “Ciò che non si oppone converge”, dice, citando Eraclito. C’è pure la benedizione.

Prima della “Padania”: l’introvabile foglio leghista (a 9 mila euro)

“Italia addio, indietro non si torna”, a caratteri cubitali. La pagina centrale era un poster con la foto di Totò Riina e la scritta: “Io non vado sul Po, io voto Berlusconi”. Il 15 settembre 1996, giusto 23 anni fa, dalla tipografia Seregni di Paderno Dugnano usciva il numero zero de il Nord, prologo unico de La Padania considerato oggi un cimelio introvabile, tanto che c’è chi lo propone su eBay alla modica cifra di 9 mila euro. “È un po’ caro, ma per averlo pagherei il giusto prezzo”, assicura Mario Borghezio. La copia in vendita appartiene a un commerciante milanese. Quando l’ha ritrovata, sepolta nella pila delle Pagine Gialle, l’ha messa all’asta su Internet, al costo di una macchina. “Io l’ho avuta per caso e per caso me la sono ritrovata”, racconta Giovanni S. “Avevo 25 anni e non ero leghista, un amico mi trascinò alla chiamata di Bossi che proclamava l’indipendenza della Padania dalle rive del Po”. Una marcia che aveva il sapore della sfida eversiva alle istituzioni e all’identità nazionale. “Per i Tg sembrava l’Apocalisse, per noi era una gita sul fiume, una goliardata. Lì distribuivano questo giornale che non si trova più”.

La pubblicazione (anno 1 numero zero, lire 3 mila) sembra effettivamente una rarità: non ce l’hanno le biblioteche nazionali centrali di Roma e Firenze, né l’emeroteca del Senato. Idem in via Bellerio, dove l’archivio della Padania smantellata nel 2014, dopo 18 anni di pubblicazioni, è sepolto da qualche parte. Fa sapere di non averla la vedova di Gilberto Oneto, studioso e intellettuale “padano” riscopritore del cosiddetto Sole delle Alpi, che partecipò alla fondazione del giornale. Gianluca Marchi, il direttore responsabile della testata che quattro mesi dopo diverrà La Padania, si è trasferito in Portogallo e non mette la mano sul fuoco di averla conservata, così come Stefano Stefani, lo storico tesoriere del Carroccio e fondatore con Bossi della centrale dei media padani Editoriale Nord. E allora eccolo qui Il Nord, il passato della Lega in vendita: 14 pagine in bianco e nero, “edizione speciale per il Po”. Un passato che ancora parla.

“Nasce la Padania. Il palazzo trema” era il titolo d’apertura, e nell’occhiello “Sul Po la più grande manifestazione indipendentista del secolo. Bossi: Italia addio, indietro non si torna”. Poi la Lega è entrata nel palazzo ma non è più tornata indietro, diventando il partito più longevo in Parlamento. Al centro del giornale, Riina e quel titolo sul “mafioso di Arcore” quando la condanna di Dell’Utri era di là da venire; salvo andarci a nozze per un quarto di secolo, segnando la storia ingloriosa della Seconda Repubblica. Con l’unico esemplare noto in mano, chiamiamo l’allora direttore Marchi che quattro mesi dopo, l’8 gennaio del 1997, inaugurerà La Padania, un successo sopra le 100 mila copie nei primi mesi.

“Allora eravamo fieramente antiberlusconiani e giustizialisti”, rivendica oggi che di anni ne ha 62 e si è trasferito a Cascais, come molti pensionati in cerca di un tenore di vita dignitoso. “Non a caso su quel numero, che non so dire quanto valga, c’è un articolo a firma di Marco Travaglio (allora disoccupato: Daniele Vimercati gli aveva chiesto un blob di tutti quelli che insultavano la Lega dopo averla elogiata, ndr). Per noi scrivevano penne formidabili come Massimo Fini cui facemmo una corte spietata. Non è strano, la prima Padania era un giornale di area ma vero, non un foglio di partito. Sono andato via a metà del 1999, sei mesi prima della scadenza del contratto e senza i paracadute che mi furono offerti, proprio perché lo volevano trasformare nel bollettino della Lega. Ed era già un’altra Lega da quella delle origini, più simile a quella d’oggi. Piena di consensi e vuota di argomenti”.

L’inizio della fine. “Politicamente come movimento la Lega morì allora, con Bossi che non aveva il coraggio di andare fino in fondo sulla secessione; i parlamentari con cravatta verde d’ordinanza inchiodati a Roma; l’abbraccio a Berlusconi e alla destra che aveva ben poco di politico ma molto di interesse. Fino al 1999 Bossi lo chiamava piduista, “Berluskaz”, lo accusava di fare il lavaggio del cervello alla gente con le sue tv. Era convinto che dietro di lui si nascondessero fascismo e mafia. A partire da Il Nord e per tutti gli anni che ho diretto La Padania lo abbiamo massacrato. Io avevo sul gobbo 14 querele per svariati miliardi di lire. Fino, appunto, al 1999”. L’anno della conversione sulla via di Damasco, l’inizio della fine. “Bossi era un cuor di leone in piazza ma un cacasotto per le vicende giudiziarie e i debiti. Alla fine di quell’anno, io mi ero già dimesso, arrivò il patto dal notaio di piazza Borromeo che garantiva al Cavaliere il ritorno al governo coi voti leghisti. Quel contratto coincise con la remissione istantanea di tutte le querele Fininvest e con le fideiussioni di Berlusconi a favore del partito ormai coperto di debiti”.

Il giornale dell’epoca, la Lega di oggi. “Salvini ha fatto una cazzata”, scriverei così un editoriale de Il Nord. Scriverei che il sole deve avergli dato alla testa con la storia dei ‘pieni poteri’. Salvini è un istintivo, ma ha sbagliato tutto. Non è solo colpa sua, per carità. Guida un partito personale senza più radici, identità e progetto politico. Per questo agita in un bicchiere la paura dell’immigrato o l’astio verso l’Europa smerciando slogan senza senso, tipo: ‘prima gli Italiani’. Salvini l’ha usato abilmente, fomentando una paura eccessiva e prendendo per il culo tutti; costringeva gli italiani a concentrarsi su alcune navi ma da terra o da sotto o da sopra entravano tutti. La sola tattica però alla lunga non basta, trovi sempre uno più abile che te la fa sotto il naso. Il consenso poi è volatile come i social, e di uno che abbaia dall’opposizione i suoi elettori non sanno che farsene. I sondaggi lo dimostrano”. L’intervista nata dal passato finisce con due profezie. “Se il governo Conte 2 arriva a giugno Salvini è spacciato e nella Lega scatterà la resa dei conti. Perché sono convinto che da dentro ci sia stata qualche spinta perché andasse così”. Un nome? “Penso a Giorgetti (Giancarlo, numero 2 della Lega con sei legislature alle spalle, ndr). È praticamente scomparso dai radar, salvo passaggio della campanella con Conte. Quello, lo dico per esperienza, la testa ce l’ha e non solo la pancia”.

Ventenne argentino salva “al volo” bimbo caduto dal balcone

Si chiama Angel Micael Vargas Fernandez il giovane ventenne che ieri mattina, a Casalmaiocco (Lodi), ha preso al volo, salvandogli la vita, un bimbo di 4 anni precipitato dal balcone del secondo piano di una palazzina. Il ragazzo, di nazionalità argentina e da 12 anni in Italia con residenza a Sordio (Lodi), studia Informatica ai corsi serali dell’Itis Volta di Lodi e lavora part time come dipendente dal benzinaio con autolavaggio che si trova nelle vicinanze della palazzina dalla quale è caduto il bimbo.

Il ventenne, quando ha visto che il bambino aveva scavalcato il balcone e si trovava all’esterno aggrappato alla balaustra e appeso nel vuoto mentre urlava di terrore, prima ha portato sotto il balcone un furgone Mercedes, che aveva appena lavato, per salirvi sopra per avvicinarsi al piccolo. Poi, però, il bimbo si è spostato e, mentre stava precipitando, il giovane si è lanciato dal furgone, lo ha preso in aria ed è caduto a terra con lui proteggendo il bambino.

La Procura della Repubblica di Lodi ha aperto un’indagine per l’ipotesi di reato di abbandono di minori nei confronti dei genitori.

Padania, terroni e 2 giugno: il Capitano e il suo contrario

Non si cambia idea, a meno che non convenga farlo. Sembrerebbe questo lo slogan che finora ha mosso Matteo Salvini nella sua ascesa politica. Lo sostiene Giovanni Castiglioni nel suo libro “Il Ducetto della Padania, Sparate e vaccate del capo leghista Matteo Salvini, politicante all’italiana”. “Sia per forma che per contenuti, si tratta di una rassegna di parole e concetti al cui cospetto davvero non si sa se ridere o piangere. Non manca niente”, spiega l’autore. Che avvalora la sua tesi riportando citazioni estese dei discorsi pubblici del segretario del Carroccio, in ordine cronologico, per seguirne meglio l’evoluzione concettuale e lessicale. Ecco tutti i temi, le ossessioni e i nemici ricorrenti, in una vera e propria antologia del Salvini-pensiero:

La Padania. “Il fine ultimo della Lega rimane sempre l’indipendenza della Padania. Intendo proprio l’indipendenza della Padania come Repubblica Federale Indipendente riconosciuta dagli organismi internazionali, con il suo seggio all’Onu per intenderci” (2013).

I terroni. “Ma perché dobbiamo pagare lo stesso stipendio alla maestra che fa bene il suo lavoro e alla maestra che non sa parlare l’italiano perché arriva da chissà dove (dal meridione)?” (2013); “I napoletani son troppo distanti dalla nostra impostazione culturale, dallo stile di vita e dalla mentalità del Nord. Non abbiamo nessuna cosa in comune. Siamo lontani anni luce”(2010); “Dire “Prima il Nord” è razzista? Ma per piasè, i razzisti sono coloro che da decenni campano come parassiti sulle spalle altrui!” (2012).

Roma ladrona. “È vero che la Sicilia soffre di un malgoverno decennale che dimostra che l’autonomia non è sufficiente, anzi può essere dannosa, se non è ben gestita…. il problema è l’intermediazione di Roma: tutto quello che passa dalla capitale poi non torna indietro”(2012); “Dobbiamo stare attenti a non farci “scippare” quelle risorse che sono nostre e che Roma brama solo per fare cassetta senza curarsi minimamente delle necessità e dei bisogni della nostra gente” (2012); “Altro che politica ladra! A Roma si ruba! Il ladro è lo Stato italiano, non è chi fa politica e la fa con il cuore!” (2013).

Famiglie arcobaleno. “Auguro le migliori fortune alle coppie omosessuali o lesbiche, con qualcosina che manca, perché l’unione fra uomo e donna è un’altra roba. Potete convivere, vivere e fare esattamente quello che volete. Se qualcuno mi dice che il progresso è il modello olandese dove i bimbi hanno due mamme, due papà, la fecondazione assistita, non è progresso secondo me” (2013).

Il nazionalismo. “Noi il Parlamento lo smontiamo mattoncino per mattoncino, e ci riportiamo a casa nostra quello che è nostro” (2013); “I miei figli sono 60 milioni di italiani” (2019).

La Festa della Repubblica. “Notte serena Amici, oggi non c’è un cazzo da festeggiare”, (2013); “Non capisco cosa ci sia da festeggiare il 2 giugno, c’è poco da fare parate e sventolii. Io eviterei un giorno di festa, risparmierei i quattrini, è una presa in giro, ipocrisia. È una festa della Repubblica invasa e disoccupata – sarebbe da abolire”, (2016); “Buona domenica e buona Festa della Repubblica, Amici. Orgoglioso di poter esercitare il mio ruolo di governo sempre a difesa dell’Italia! 2 giugno” ( 2019).

L’Europa. “Bruxelles è il nemico pubblico numero uno, il Quarto Reich dove i nuovi nazisti prendo le decisioni che mirano a farci diventare tutti più poveri… L’Ue ha un preciso disegno per toglierci libertà, possibilità di lavorare, dignità. I mali sono moneta unica, Europa unita, pensiero unico”, (2013).

Gli immigrati. “Non è possibile che con 4 milioni di italiani poveri noi dobbiamo beccarci mezzo continente africano da mantenere in Italia… Vanno a non fare niente dalla mattina alla sera se va bene, o vanno in giro a rubare, a scippare, a molestare e a spacciare se va male” (2018); “Per loro la pacchia è finita! …Beccati 11 pregiudicati stranieri, quasi tutti irregolari… Pene esemplari e espulsioni!” (2019); “Ogni integrazione è impossibile in queste condizioni. Prima viene la nostra gente, poi, se avanzano spazio e soldi, tutti gli altri… Qualcuno questo lo chiama razzismo, per me è buonsenso” (2013).

Salvini si risveglia “Godetevi i porti, tanto poi torno”

Non sarà una Pontida soft quella che ha in mente Matteo Salvini. Che ha posto l’asticella parecchio in alto (“sarà la Pontida più partecipata di sempre”, ha detto), ma soprattutto tornerà a dare battaglia sul tema che gli ha portato più voti nell’anno di governo gialloverde. L’immigrazione. E lo sbarco della Ocean Viking a Lampedusa gli dà il destro per tornare a battere sui migranti. La vicenda della nave con 82 persone a bordo, infatti, riaccende i riflettori sull’ex ministro dell’Interno. “Eccoli, i porti aperti senza limiti. Il nuovo governo li riapre e l’Italia torna a essere il campo profughi d’Europa. È la resa di Conte a Bruxelles…”, ha twittato appena appresa la notizia. E in serata si è poi rivolto in modo beffardo direttamente alle Ong. “Godetevi pure i porti aperti, che poi torno…”.

Ma lo sbarco fa risollevare la testa a tutto il mondo della destra. “Ecco il biglietto da visita del nuovo governo Conte. Sarà forse una beffa della Von der Leyen verso l’Italia? Prima si promette condivisione del problema a livello europeo e poi tocca sempre a noi accoglierli?”, si chiede Fabio Rampelli di Fdi. Mentre il direttore di Libero Vittorio Feltri twitta: “Il governo rosso ha ricominciato a farci invadere dai neri…”.

I numeri, intanto, per Salvini calano ma non troppo. Un sondaggio di ieri dà la Lega al 32,5%, contro il 35,3% di metà luglio. In ribasso, ma “finché restiamo sopra il 30 non ci sono problemi…”, dicono dal Carroccio. Nel frattempo intorno a sé Salvini sembra almeno aver ricompattato il mondo della stampa di destra. Libero e La Verità stanno sempre dalla sua parte, ma ora pure il Giornale, che ne aveva preso spesso le distanze, ha ripreso a sostenerlo con forza. Del resto, le Regionali sono vicine e Silvio Berlusconi, come ha dimostrato nell’incontro di venerdì, ha tutto l’interesse a ricucire con il riottoso alleato. “L’ex Cav. era terrorizzato dal fatto che Salvini potesse andare al voto regionale senza Forza Italia…”, raccontano dal partito azzurro. Insomma, Berlusconi è pronto a dimenticare gli insulti salviniani degli ultimi mesi in nome della realpolitik.

Per Salvini, comunque, Pontida sarà una prova importante per tastare gli umori al suo popolo dopo l’harakiri governativo. Fino a poco più di un mese fa Matteo era al governo, dettava l’agenda a Conte e al M5S, era il king maker della politica italiana e stava per incassare l’autonomia. Ora non solo la vede sfumare, ma perderà pure flat tax e quota cento. Possibile che nella Lega non si alzi nemmeno una voce critica? Vedremo oggi sul pratone, ma sarà difficile. L’unico che avrebbe la forza di farlo, dentro il partito, è Umberto Bossi. Che però, vista l’amara esperienza dell’anno scorso quando, presente, non fu fatto parlare, quest’anno, a meno di sorprese dell’ultimo minuto, se ne starà a casa. “Vuole evitare di sparare sulla croce rossa”, dicono dall’entourage del Senatur. E pure lo stesso Zaia, che in privato qualche critica sulla fine dell’esperienza di governo l’ha avanzata, in pubblico non dirà nulla. Ieri a Pontida il leader leghista ha incontrato i giovani leghisti, tutti suoi fedelissimi. Agguerriti come lui. Anzi di più. “Mattarella mi fa schifo”, ha attaccato il deputato 32enne Vito Comencini, “perché mi fa schifo chi non tiene conto del voto del 34% degli italiani…”.

Torino, dissidente turco chiuso nel Cpt: “Sciopero della fame”

È in sciopero della fame da una decina di giorni Deniz Pinaroglu, turco 36enne da inizio settembre al Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di corso Brunelleschi a Torino. L’uomo, incensurato, racconta di essere arrivato in Italia per fuggire dal regime di Erdogan, che aveva contestato in qualità di giornalista e attivista politico di sinistra. Fermato a Piacenza senza documenti, è stato portato a Torino come straniero irregolare. Una decina di giorni fa ha fatto richiesta di asilo politico. “È finito in un ingranaggio giuridico da cui non si esce facilmente – spiega il suo avvocato Federico Milano – Lui aveva già fatto richiesta di asilo politico in Grecia e ora la sua pratica è stata inviata a Roma per capire di chi è la competenza. In attesa di una risposta, è costretto al Cpr”. Pinaroglu è in sciopero perché “non ritiene giusta la sua detenzione – spiega Monica Gallo, garante delle persone private della libertà personale del Comune di Torino – Lui non ha fatto nulla. È semplicemente un oppositore politico”. Alda Re, dell’associazione “Lasciateci entrare”, aggiunge: “vuole essere trattato come rifugiato politico. Invece si ritrova in un inferno in terra”.

Lo straniero dall’“Hostis” all’Alieno

Come può lo straniero arrivare a essere così radicalmente altro (radical, da radix: la radice)? Questa è la domanda alla quale vi suggerisco di riflettere, e tuttavia sdrammatizzandola, senza dirvi quello che alcuni rivendicano, che non ci sarebbero frontiere o che bisogna abbatterle e che nessuno è straniero. La mia riflessione parte non da un’utopia, ma da una constatazione. Siamo tutti sempre più frequentemente stranieri nel mondo, essendo messi a confronto con ogni sorta di frontiere, amministrative e geopolitiche, sociali, linguistiche, religiose. A seconda dei casi, noi le attraversiamo o restiamo bloccati. Come diventiamo stranieri e come cessiamo di esserlo?

Ospitalità e ostilità sono le due facce di una stessa questione (Jacques Derrida evocava l’ostipitalità). Tale prossimità crea un fastidio, un disagio, entrambe evocano la figura dello straniero in quanto “intruso”: “Occorre che vi sia nello straniero qualcosa dell’intruso, sostiene Jean-Luc Nancy. Correttezza morale presuppone che si riceva lo straniero spazzando via sulla soglia la sua estraneità: pretende dunque che non lo si accolga nemmeno. Ma lo straniero insiste e fa intrusione. È questo che non è facile da accogliere, forse nemmeno da concepire”.

Durante e al di là del primo gesto dell’ospitalità, la concezione che ciascuno si fa dello straniero è sperimentata, messa alla prova e trasformata ogni giorno. Straniero sì, ma in che modo e a che cosa? In Andalusia, negli anni 50, lo straniero è colui che viene dal villaggio accanto, e nella provincia di Torino nel XVIII secolo (per la storica Simona Cerutti), lo straniero viene dalla città o dalla provincia vicina, non è necessariamente un “altro culturale”. Al contrario, in Francia ai giorni nostri, come in Italia, alcune persone di colore sono di nazionalità francese, o italiana, e nondimeno trattati come gli stranieri più radicali, cioè stranieri rispetto alla specie umana, essendo il razzismo – grazie alla sua lettura biologica del sociale – la forma più esacerbata di rigetto.

Rispondere alla domanda “chi è lo straniero?” non è dunque per niente un’ovvietà. È meglio chiedersi come si diventa straniero. Si potrebbe dire che “non si nasce” straniero e che lo si diventa a certe condizioni, ovviamente, e ugualmente si potrebbe dire che si nasce tutti stranieri, cioè lo si diventa appena “si arriva al mondo”. Sarebbe una prima maniera di scuotere le nostre certezze: sapere che si diventa stranieri dal momento della nascita, scoprire l’ostilità e l’ospitalità dell’aria, degli sguardi e delle braccia che accolgono, e tutta la vita consiste così per ciascuno nel tentare di essere un po’ meno stranieri, ciò che si chiama la socializzazione dei bambini. Ma se questo è vero, vi propongo di arrivare più velocemente a ciò che oggi ci mette in discussione, soprattutto in Europa. Ciò vorrà dire decostruire e ricostruire la condizione di straniero.

Allora, come si diventa straniero?

1) Arrivando da altrove, da fuori e stravolgendo, anche senza volerlo, un ordine stabilito di posizioni qualunque esso sia: l’ordine della casa, del villaggio, del quartiere, della città, dello Stato. Qui emerge l’esteriorità che costituisce lo straniero in quanto colui che arriva (outsider in inglese, colui che viene da fuori).

2) Si diventa straniero superando una frontiera amministrativa, istituzionale, legale: è l’estraneità a fare lo straniero (foreigner in inglese), che ha bisogno di diritti per avvicinarsi alla cittadinanza.

3) Diventiamo stranieri quando lasciamo ciò che ci è familiare e scopriamo un mondo altro in cui tutto sembra strano e in cui tutto è da imparare di nuovo: è l’estraneità relativa dello straniero (stranger).

4) Ho già richiamato uno stato “radicalmente” altro, cioè altro alla “radice”, in apparenza al limite dell’umano cioè alienato a un mondo del tutto altro, cosa che rende possibile la sua invisibilità, a partire dalla quale si stagliano i peggiori fantasmi, la fantasia cioè la fantascienza di colui o colei che non conosciamo: è la radicalità dello straniero assoluto (l’alieno).

 

 

La nave ong a Lampedusa 4 Paesi ne accolgono 58

L’unico che ha alzato la voce è il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello: “Accoglienti sì, stupidi no. La nave era più vicina a Porto Empedocle che non a Lampedusa, avrebbero potuto sbarcare direttamente in Sicilia, ora dovranno andarci col traghetto”, ha detto dopo aver saputo, ieri mattina, che il porto di sbarco assegnato alla Ocean Viking, il primo ai tempi del Conte due giallorosè, era quello della sua isola. “Confermo, ma poi mi hanno chiamato dal Viminale. Perché ora mi chiamano, prima non mi rispondeva nessuno – ricordava ieri pomeriggio –. Mi hanno detto che i centri della Sicilia sono tutti pieni. Qui da noi in effetti c’è posto e mi assicurano che resteranno solo 48 ore”.

Detto fatto. Dopo i festeggiamenti sulla nave, in serata gli 82 ancora a bordo della Ocean Viking, la nave di Sos Méditeranéee e Medici senza frontiere, sono arrivati a Lampedusa. La nave non è entrata in porto, la regia di Palazzo Chigi e del Viminale ha scelto il profilo più basso, ufficialmente per non intralciarlo con i 69 metri di lunghezza dell’imbarcazione, più concretamente per evitare anche le immagini della nave delle vituperate Ong ormeggiata a un italico molo. È rimasta al largo, la Ocean Viking, davanti al porto di Lampedusa. Le motovedette della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera dovrebbero portare a terra, stamattina, gli 82 naufraghi destinati, per ora, al centro di Contrada Imbriacola. I primi 50 erano stati salvati sei giorni fa, in epoca salviniana ci sono state attese molto più lunghe, perfino in pieno inverno.

C’è da venerdì un accordo con Francia e Germania che sono pronti a accoglierne 24 ciascuna, altri 24 rimarranno nel nostro Paese, otto andranno in Portogallo e due in Lussemburgo. Non è un accordo molto diverso da quelli negoziati per altre navi ai tempi del governo giallonero, mentre Matteo Salvini strepitava su twitter e ordinava ai prefetti di non autorizzare lo sbarco. Diverso è il contesto politico, anche europeo, con i due maggiori Paesi dell’Ue decisi e forse costretti a dare una mano all’Italia, tanto che c’è già l’embrione di un accordo a quattro con il quale Berlino e Parigi si farebbero carico per il 50 per cento di chi sbarca nel nostro Paese e a Malta: se ne discuterà lunedì 23 a La Valletta. Questa cooperazione a quattro non è ancora definita, ma sembra praticabile a breve a differenza di una riforma delle regole di Dublino (richiesta d’asilo nel Paese di sbarco) che richiede un’intesa a 28. Si tratta di capire se riguarderà solo i richiedenti asilo, se si applicherà solo a chi viene salvato alle Ong o a tutti gli sbarchi, cosa accadrà delle decine di migliaia di “dublinanti”, cioè coloro che hanno chiesto asilo all’Italia ma poi sono riusciti ad andare altrove, che la Germania e altri Paesi vorrebbero “restituire” a Roma. Piccoli sbarchi peraltro si susseguono a Lampedusa e non solo, nemmeno troppo piccoli peraltro: ieri a Lampedusa almeno tre, una novantina di persone. Nel centro d’accoglienza non staranno comodi.

Naturalmente prosegue anche il confronto tra le due maggiori anime della maggioranza. Per un Dario Franceschini, capodelegazione Pd al governo, che esulta per la “fine della propaganda di Salvini sulla pelle dei disperati in mare”, c’è un Luigi Di Maio, leader M5s e ministro degli Esteri, che puntualizza: “Abbiamo assegnato il porto solo perché l’Europa ha aderito alla nostra richiesta di prendere gran parte di quei migranti”. La strada è un po’ meno in salita, ma sempre in salita.

La mossa a difesa: online i report sulla sicurezza

“Per garantire ai cittadini la più ampia informazione sulle condizioni di sicurezza dei viadotti della propria rete” Autostrade per l’Italia “ha pubblicato sulla homepage del sito www.autostrade.it, nell’area “Sicurezza Viadotti”, schede di dettaglio sulle condizioni di sicurezza del viadotto Pecetti e del ponticello Paolillo e le relative comunicazioni inviate al MIT. Dalle informazioni e dai documenti consultabili da chiunque emerge una condizione di piena sicurezza delle due opere”. È quanto si legge in una nota della società.

Venerdì, dopo la notizia delle misure cautelari e interdittive, Autostrade per l’Italia si era affrettata a confermare che, in merito alle notizie di stampa che riguardano i provvedimenti adottati dalla magistratura genovese con riferimento ai viadotti Pecetti e Paolillo, Autostrade per l’Italia “la sicurezza di tali opere, dove gli interventi di manutenzione sono stati conclusi diversi mesi fa. Si ricorda che il viadotto Paolillo è un ponticello di 11 metri, completamente ristrutturato. Per quanto riguarda il Pecetti, si conferma che l’opera è totalmente ristrutturata ed è stata oggetto di ripetute verifiche”.