“Autostrade per l’Italia ha reso noto che nella giornata di venerdì, subito dopo essere venuta a conoscenza dei provvedimenti cautelari emessi dalla magistratura nei confronti dei due dipendenti coinvolti nel procedimento di falso sui viadotti Pecetti e Paolillo sulla base di intercettazioni risalenti a circa un anno fa, ha deciso di sospendere i dipendenti medesimi con effetto immediato, provvedendo alla loro sostituzione. Il Consiglio di Amministrazione di Autostrade per l’Italia, convocato in via straordinaria per lunedì (domani, ndr), valuterà ulteriori iniziative a tutela della Società. Anche Spea Engineering, società controllata da Autostrade, ha fatto lo stesso: “Il Consiglio di Amministrazione della Società, riunitosi con urgenza, avendo appreso dei provvedimenti cautelari emessi dalla Magistratura nei confronti di alcuni dipendenti della Società, ha disposto la sospensione immediata dall’incarico dei dipendenti medesimi”. Lo stesso Cda di Spea “si è reso disponibile a rimettere il proprio mandato nelle mani del presidente per consentire la più efficace tutela della Società”.
Di Maio: “La concessione sarà revocata”. Il Pd d’accordo ma parla di “revisione”
Avanti sulla revoca della concessione di Autostrade per l’Italia. Luigi Di Maio, nella nuova veste di ministro degli Esteri, non molla su uno dei cavalli di battaglia del M5S e plaude al fatto che “pure per il Pd questa parola non sia più un tabù”. Il tema torna caldo dopo le nuove misure cautelari sui report sulle condizioni dei viadotti gestite da Aspi.
“Su Autostrade andiamo avanti con la volontà di revocare le concessioni ai Benetton, a un’azienda che non ha mantenuto il ponte Morandi e addirittura ha nascosto le carenze manutentive – spiega Di Maio, convinto che l’obiettivo sarà raggiunto – perché lo abbiamo messo anche in questo programma di governo”.
L’idea che circola tra i tecnici che stanno studiando il dossier per la Presidenza del Consiglio sarebbe di trovare il modo, attraverso una revisione della concessione, di fare una “revoca parziale” della sola A10, che pesa per soli 50 km sugli oltre 3 mila km di rete Aspi: la concessione tra Autostrade e lo Stato è infatti unica e revocarla in maniera unilaterale comporterebbe penali per oltre 20 miliardi. Per arrivare a questo obiettivo, servirebbe un accordo negoziale con la società, come suggerito anche dalla relazione della commissione del Mit.
Sul tema il fronte dem si attiene strettamente alla linea già espressa dal premier Giuseppe Conte. “Il presidente del consiglio si è espresso alla Camera il giorno della fiducia. Quella è la posizione del governo”, spiega la neo ministra dei Trasporti Paola De Micheli, che pure nella sua prima intervista aveva chiarito che nel programma non c’è scritto revoca, ma “revisione”. “Conte ha usato parole chiare. Per il Pd quella è la linea che seguiremo”, ripete Marina Sereni. Conte ha parlato di “revisione” del sistema e, pur senza parlare di “revoca”, ha assicurato che l’iter avviato dopo il crollo del ponte verrà completato senza sconti ai privati. A parlare di revoca è stato invece, lo stesso giorno, il capogruppo Pd, Graziano Delrio, indicandola come possibilità.
Le ultime indagini fanno intanto scendere in campo anche Edizione, azionista di riferimento di Atlantia (30,25%). Prenderemo “senza esitazione e nell’immediato tutte le iniziative doverose e necessarie, anche a salvaguardia della credibilità, reputazione e buon nome dei suoi azionisti e delle aziende controllate e partecipate”, assicura la società di Ponzano Veneto.
La politica Benetton: prima i guadagni, poi gli investimenti
Un business monopolistico privatizzato da quasi 20 anni, con ricavi certi, garantiti dalle tariffe del regolatore. Basta tenere sotto controllo i costi e limitare allo stretto indispensabile gli investimenti e voilà il gioco è fatto. Utili à gogo senza grandi rischi. Per i manager di Autostrade per l’Italia era come andare sul velluto.
Gestire una macchina da soldi come sono le concessioni autostradali non deve essere mestiere tanto difficile. Margini industriali ben sopra il 50% dei ricavi hanno sempre garantito sonni tranquilli. Il grande problema era ed è come gestire la cassa sempre pingue. Tanto pingue che l’anno prima del disastro del Ponte Morandi Autostrade ha deliberato un dividendo straordinario per Atlantia, la controllante in mano ai Benetton, di ben 1,1 miliardi. Soldi attinti dalle copiose riserve che a inizio del 2017 ammontavano alla cifra stratosferica di 3,4 miliardi. Questo era il livello della liquidità che stava pigramente nelle casse di Autostrade. Sempre nel 2017, non si è fatto mancare il consueto dividendo ordinario destinato ad Atlantia per l’importo di 777 milioni. E così otto mesi prima della tragedia dalle casse di Autostrade sono usciti la bellezza di oltre 1,8 miliardi a ripagare i soci di Atlantia.
Non che questo abbia messo in ginocchio la società. Anche nell’anno del crollo il dividendo non è mancato. L’assegno staccato nel 2018 a risalire nella catena di controllo di Autostrade è stato di poco più di 500 milioni. In soli 24 mesi la ricca Autostrade ha beneficato i soci di Atlantia per 2,4 miliardi. Una cifra che vale quasi 5 volte gli investimenti che mediamente ogni anno Autostrade opera sulla sua rete.
Nel 2018 infatti la società dei Benetton ha spesato sul suo bilancio investimenti per 543 milioni e nel 2017 la spesa è stata di 517 milioni. In fondo è questa l’unità di misura cui fare riferimento. A maggior ragione dopo la tragedia del Ponte di Genova e dopo la notizia della nuova inchiesta che ha visto applicare misure cautelari ad alcuni manager di Autostrade e della controllata Spea per i presunti report ammorbidati sulle reali condizioni di sicurezza di due viadotti in gestione alla società. Spesare poco più di mezzo miliardo di euro l’anno in investimenti sulle opere in concessione vale di fatto poco più del 12% dell’intero monte ricavi annuo. Autostrade produce infatti ricavi per 4 miliardi e scalati tutti i costi (tra cui gli investimenti) si ritrova con un margine industriale di 2 miliardi. Certo ci paga gli ammortamenti, gli oneri sul debito e ovviamente i ricchi dividendi che puntuali non mancano all’appello. Dividendi che valgono molto di più delle spese per investimenti.
Solo nel quinquennio 2014-2018 Autostrade ha pagato dividendi ad Atlantia per la bellezza di quasi 3,4 miliardi. Senza tra l’altro inficiare la ricca messe di utili dato che ne ha prodotti per oltre 4 miliardi. E l’impatto del disastro del Polcevera si è visto ben poco sui conti dei primi mesi del 2019.
L’onere complessivo stimato in capo ad Autostrade della tragedia supera di poco il mezzo miliardo tra danni, risarcimenti e spese di demolizione. Ma anche questo costo aggiuntivo non ha fiaccato i conti del gruppo. Nella semestrale del 2019 i ricavi sono ammontati a poco meno di 2 miliardi con un margine operativo lordo di 1,16 miliardi. L’utile dei sei mesi è stato di 430 milioni, solo 54 milioni in meno rispetto ai 484 milioni contabilizzati nel primo semestre del 2018, due mesi prima del crollo. E anche gli investimenti sono stati di 271 milioni poco più del 13% degli incassi del semestre.
Vista così è come se non fosse accaduto nulla e quei 43 morti non siano mai esistiti. Almeno per i sempiterni floridi conti di Autostrade. Del resto, la regola che hanno in testa i manager del concessionario è semplice: più investimenti, meno cash flow e meno dividendi. E viceversa.
“I viadotti pericolosi in tutta l’Italia”
“La maggior parte delle barriere bordo-ponte presenti sulla rete autostradale italiana sono inserite nel gruppo di priorità numero 1, in cui massima è l’urgenza dell’intervento di riqualifica”. È scritto a pagina 27 dell’ordinanza del gip di Avellino, Fabrizio Ciccone, che ha disposto il sequestro delle corsie contigue ai new jersey di una decina di viadotti lungo la A14, tra Abruzzo e Marche, gestita da Autostrade per l’Italia (Aspi). Provvedimento fondato sulla circostanza, rilevata nell’inchiesta del procuratore capo Rosario Cantelmo, che i lavori di sostituzione dei tirafondi “Liebig” con le barre filettate inghisate in malta cementizia hanno reso lo stato delle barriere “precario e inidoneo a garantire la tenuta delle stesse in caso di collisione sia con veicolo pesante, sia con veicolo leggero”. La traduzione di queste parole è tanto semplice quanto preoccupante: il pericolo che si corre sui viadotti oggetto dei sequestri sull’Adriatica – e gli altri 12 interessati a un provvedimento analogo (in primavera) lungo la A16, in Campania, tra Baiano e Benevento – è diffuso in tutto il Paese.
Anzi, è la normalità e non l’eccezione. Lo ha scoperto la Procura di Avellino indagando sulla strage di Acqualonga, i 40 morti intrappolati nel pulmino che nel luglio 2013 precipitò nel vuoto dopo aver abbattuto new jersey dai tirafondi marciti. La prassi (al risparmio) di sostituire i Liebig con le barre filettate fu inaugurata dopo quella sciagura: 18 mesi di lavori, tra il 2014 e il 2015. Ma gli interventi avrebbero finito per aggravare i problemi invece di risolverli. Così emergerebbe dai crash test e dalle critiche del Consiglio Superiore Lavori Pubblici.
I pm irpini hanno prima agito sul territorio di loro competenza, poi hanno esteso le indagini sul resto del territorio nazionale, secondo il principio della “connessione”: i presunti reati sono collegati da una comunanza di persone e di intenti (il management e le politiche Aspi), e la competenza, come sottolinea il gip, rimane in capo alla Procura titolare di quello “commesso cronologicamente per primo”.
A leggere i carteggi tra i tecnici del ministero delle Infrastrutture e quelli di Aspi, i magistrati irpini si trovano alle prese con un mare da svuotare con un cucchiaio. Il dirigente dell’Ufficio Ispettivo Territoriale del Mit Placido Migliorino, sentito dai pm il 24 luglio, ha consegnato documenti relativi alla discussione con Aspi per individuare criteri di priorità d’intervento sulle barriere basati sui fattori di rischio: la velocità di progetto del tratto autostradale, il numero di incidenti stradali, la presenza sotto ai viadotti di case, ospedali, scuole, infrastrutture.
Ne è venuto fuori un programma di riqualifica che ha definito tre gruppi di priorità. La priorità 1 è la più urgente. E ricomprende, come abbiamo detto, la maggior parte dei viadotti. Aspi ha chiesto dieci anni per mettere a posto tutto. Il Mit sollecita un tempo “significativamente inferiore”.
La Procura avellinese dichiara “non concretamente realizzabile” il sequestro giudiziario “di tutte le emergenze comunicate a questo ufficio”. Ma invita a fare presto. E tra le righe del decreto emergono i casi più scabrosi. Se ne citano un paio. Il primo riguarda le barriere laterali sinistre del viadotto “Sampierdicanne” dell’autostrada A12 Genova-Roma, altezza di 33,7 metri e diffusa presenza nella zona di edifici civili e industriali, situato nel Comune di Chiavari (Genova). Il secondo indica le barriere poste sul viadotto “Fadalto Ovest” nel Comune di Vittorio Veneto (Treviso), lungo l’autostrada A27 Venezia-Belluno, altezza di 95 metri, sopra una rete ferroviaria, la Ponte delle Alpi-Conegliano. Ma sono solo due esempi. I casi a conoscenza dei magistrati sarebbero centinaia.
I depistaggi di Autostrade: “Ora dobbiamo prepararci”
Invece di mettere in sicurezza i viadotti, si mettevano in sicurezza dalle indagini. Istruendo i dipendenti chiamati a testimoniare, bonificando i pc, installando telecamere di protezione e disturbando con i jammer le frequenze dei telefonini per ostacolare le intercettazioni. Una quindicina di pagine dell’ordinanza del Gip di Genova Angela Maria Nutini raccontano le strategie, scientifiche, di inquinamento probatorio. Avvenuto nell’ambito dell’inchiesta che ha portato ai domiciliari tre tecnici di Autostrade per l’Italia, mentre altri sei tecnici di Aspi e di Spea, la controllata da Autostrade, sono stati interdetti dai pubblici uffici per un anno. È il fascicolo bis sul ponte Morandi, con le accuse di aver prodotto falsi report sui viadotti Pecetti e Paolillo.
Ieri si è scoperto che c’è anche un avvocato indagato per favoreggiamento. Si chiama Fabio Freddi, dello studio legale Andreano. La Finanza e il procuratore aggiunto Francesco Pinto hanno perquisito il suo ufficio a Milano. Secondo gli investigatori, il legale fece acquistare agli indagati i jammer. Oltre all’ufficio è stata perquisita anche la Muteki srl, specializzata nel campo investigativo-informatico. “Emblematica – si legge nel provvedimento – è la telefonata di Valentina Maresca (responsabile dell’ufficio legale di Spea, ndr) al legale rappresentante della Muteki srl per chiedergli se vi sia il modo di rintracciare il “disturbatore”: “Nel senso che l’altro giorno abbiamo usato il disturbatore e non si trova più… io l’ho dimenticato nella sala riunioni”.
L’azienda era andata oltre un normale “zelo” nel supporto ai dipendenti indagati. Che venivano “istruiti” prima degli interrogatori. In un caso vennero convocati in un hotel romano, lo Zeta 3, per un “discorso di incoraggiamento”. A quell’incontro c’erano il presidente, l’amministratore delegato e i dipendenti di Spea. La riunione fu convocata dopo la diffusione della notizia di alcune iscrizioni nel registro degli indagati. Una vera e propria “procedura aziendale”. Che spinge il giudice a scrivere che lo “spirito di corpo” che contraddistingue l’agire dei lavoratori Aspi e Spea “si traduce in condotte ai limiti del lecito, e in specifici episodi, anche oltre”.
“Con il riferimento all’audizione di una persona sentita nell’ambito dell’inchiesta – si legge nell’ordinanza – si recrimina di non esserlo riuscito a preparare sufficientemente”. “Eh l’ho saputo il giorno prima dalla Valentina: chiamano Ascenzi. Il problema è che dovremmo capire chi chiamano. E ci si prepara”. Altra telefonata segnata dal giudice è quella del 26 ottobre 2018. Avviene tra i dipendenti di Spea dell’Utsa du Genova Maurizio Massardo e Maurizio Morbioli. Durante la quale Morbioli “si lamenta del fatto che Allemanni sia troppo sotto pressione e che rischi di non reggere lo stress, mettendo nei guai lei stessa ed anche loro, cosa che invece non può succedere per quanto riguarda l’altro collega Vezil: “… Vezil è un animale (…) non crolla… ma questa (…) il giorno che va in tribunale (…) questa crolla e se crolla ci mette in difficoltà…”.
Tra i tecnici e dirigenti di Spea c’è il sospetto di essere i “parafulmini” di Autostrade. E per tutelarsi qualcuno registra le riunioni con i vertici di Aspi e li conserva pure nel proprio computer. Grazie a quei file custoditi nel pc di uno degli indagati, gli investigatori scoprono che già nel 2017 le carte venivano truccate sempre per un obiettivo: ridurre i costi, una logica che “prevale sulla finalità di garantire la sicurezza dell’infrastruttura”.
Nel maggio del 2017 si discute del ripristino del viadotto Giustina, sulla A14, nelle Marche, dove a marzo morirono due persone schiacciate dal crollo di un ponte. A fare la voce grossa è Michele Donferri Mitelli, l’ex responsabile nazionale delle manutenzioni di Aspi. “Devo ridurre i costi – dice Donferri – Adesso te inventi quello che c… te pare e te lo metto per obbligo”. Lucio Torricelli Ferretti, di Aspi, (ai domiciliari da ieri insieme a Gianni Marrone di Aspi e a Massimiliano Giacobbi di Spea) prova a fare capire che non basta e Donferri risponde che “non ha alcuna rilevanza se sia vero o no”.
La Procura di Genova ha infine trasmesso ad Avellino le intercettazioni di Paolo Berti, all’epoca del crollo del Morandi direttore Operazioni centrali di Autostrade. In una telefonata, Berti si lamenta per la condanna nel processo per i 40 morti precipitati dal viadotto di Acqualonga e il suo interlocutore gli prospetta “un accordo col capo”.
La Banda dei Buchi
Il Partito degli Affari è di nuovo in ambasce: avrebbe preferito un bel monocolore Salvini-B., magari un tricolore Lega-FI-Pd. Il problema sono sempre i maledetti 5Stelle e il putribondo Conte, che per quanti sforzi si facciano non si riescono proprio a sterminare, con la loro fissa dell’ambiente. Gira e rigira, tutti i mal di pancia dei giornaloni e dei leoni da tastiera e da talk sul Conte 2 vengono di lì. Un anno fa il PdA era andato nel panico tre volte: per la dipartita dei vecchi santi protettori FI&Pd e per il governo giallo-verde; per l’annuncio di Conte, Di Maio e Salvini sulla revoca delle concessioni ad Autostrade dopo il crollo del ponte Morandi; e per le analisi costi-benefici sulle grandi opere (Tav in primis). Poi Salvini voltò gabbana su tutti e tre i fronti, diventando il nuovo patrono del PdA, che tirò un sospiro di sollievo. E cominciò a pompare il Cazzaro con i suoi giornaloni e tv, gonfiandolo come la rana della fiaba fino a farlo scoppiare. Ora il programma green di Conte provoca nuovi conati alla Banda del Buco: si vede dalle facce e dalle arrampicate sugli specchi dei suoi pennivendoli, che non dissero una parola sui vergognosi inciuci Pd-FI e ora si consumano le unghie in cerca di pretesti per sputtanare in fasce un governo pienamente legittimo.
Se c’è una critica che si può e si deve muovere al Conte 2, così come al Conte 1, è la preoccupante presenza di ministri e sottosegretari devoti al PdA: per esempio, al Mit, la De Micheli (che promette grandi opere à go-go senz’alcun controllo) e il suo vice Margiotta (in pieno conflitto d’interessi per le passate vicende petrolifero-giudiziarie e la società familiare di engineering). Ma ciò che allarma noi rallegra la Banda del Buco. E viceversa. Noi però non amiamo i processi alle intenzioni: dunque attendiamo al varco anche la De Micheli e Margiotta, per giudicarli dagli atti e dai fatti. I tre nuovi arresti per i report taroccati di Autostrade su altri viadotti pericolanti dopo il crollo del Morandi rendono urgentissima la revoca almeno parziale delle concessioni. Che peraltro lo era già un anno fa, prima del voltafaccia pro Benetton della Lega. Le responsabilità penali le stabiliranno i giudici con le loro regole e i loro tempi. Quelle gestionali del concessionario inadempiente per omessa manutenzione e messa in sicurezza di beni pubblici pagati dai cittadini e scriteriatamente privatizzati dal centrosinistra nel 1999, sono già accertate nero su bianco nella relazione degli esperti nominati da Toninelli. Qui si parrà la nobilitate del Conte 2 e la “discontinuità” del Pd che s’è ripreso Trasporti e Infrastrutture. Tutto il resto è noia. E chiacchiera.
“Il primo re” tra i nomi da Oscar: buone idee ma troppo arcaiche
Il candidato italiano agli Oscar sarà scelto tra “Martin Eden”, “La paranza dei bambini”, “Il traditore”, “Il vizio della speranza” e “Il primo re”. Paolo Isotta ci racconta quest’ultimo.
Non ero riuscito ad assistervi quando si proiettava nelle (residue) sale, e così ho acquistato il dischetto e l’ho guardato a casa. Si tratta di un film del quale si è assai parlato, Il primo re, con la regia di Matteo Rovere; ideato da lui, con una folta schiera di consulenti fra i quali molti professori della Sapienza. E occorre ammettere: non è idea di tutti i giorni quella di realizzare, invece del solito giallo o storia spionistica o storia sexy, un film dedicato alla nascita di Roma. I protagonisti ne sono Romolo e Remo.
La tesi di fondo è più che interessante. I due gemelli, reietti e fuggiaschi, si amano svisceratamente. Remo è dei due la personalità dominante. Durante le loro scorribande insieme con un gruppo di disperati e schiavi fuggitivi, Romolo è ferito quasi a morte. I seguaci vorrebbero abbandonarlo perché il peso del trasporto rallenterebbe la fuga e potrebbero morire tutti. Remo s’impone: riesce a curare il fratello e salvarlo. Ma nel finale Romolo lo uccide: come narra il mito, e giusta l’archetipo mitico. La spiegazione del mito è di carattere simbolico: l’aver Remo varcato indebitamente il pomerium (il confine esterno) tracciato con l’aratro da Romolo. Nel film, Remo sviluppa un carattere modernamente individualista, sostenendo la sua volontà esser più forte di quella degli dei: e addirittura uccide una sacerdotessa di Vesta (questo particolare è ridicolmente antistorico e cozza con tutto ciò che sappiamo della mentalità antica). Romolo comprende invece che la guida degli dei consentirà di fondare la città che fonda la civiltà. A questo punto Remo quasi sollecita che il fratello lo uccida.
Un’altra idea originale, la quale di per sé non può essere che lodata, è che i personaggi si esprimono in una presunta lingua originaria (ur-Sprache) denominata proto-latino. Vale a dire la variante romana di quel linguaggio indoeuropeo che, nelle sue varie forme, dall’osco all’etrusco al sabellico al sabino all’umbro al sannitico, si parlava, insieme col greco, nel Lazio. Certo i professori che hanno fatto da consulenti ne sanno mille volte più di me. Ma la mia perplessità su questo punto si connette con l’atmosfera generale del film. Il più antico latino è una lingua recente: per quel che ne sappiamo per documenti scritti, non risale a prima del quinto secolo. Il Lazio dell’ottavo secolo era invece una terra civile e antica; i fondamenti culturali della quale erano soprattutto etruschi e sabini. L’orda dipinta dal regista Rovere è a tal punto barbarica e, per certi versi, incapace di pensiero articolato (intima contraddizione col resto) da dare l’idea di qualcosa risalente a circa ottomila anni prima della nascita di Roma. Fa pensare a un film fantastico e a modo suo non privo di pregi di molti anni fa, La guerra del fuoco.
La Vita di Romolo di Plutarco e l’inizio della Storia di Livio dipingono un quadro assolutamente diverso. Mostrano la koinè di civiltà del Lazio dell’ottavo secolo, attribuendo all’elemento etrusco e al sabino la basilare importanza in ordine alla fondazione delle istituzioni politiche e, soprattutto, religiose. E parlano della minuzia ritualistica, prettamente romana, con la quale sin dall’inizio esse erano osservate. Nel Settecento (da Giovan Battista Vico) e nell’Ottocento (i grandi storici di scuola germanica) a Livio e Plutarco si attribuiva un valore mitico-favolistico. Più il tempo passa, più la loro precisione storica viene ammessa (“Livio che non erra”, fantastica anticipazione di Dante!). Sul Palatino il primo insediamento è stato da tempo individuato, compresa la casa di Romolo, la regia. Che, come i templi, ha il tetto spiovente il quale documenta l’ origine nordica dei popoli indoeuropei: la neve era uno dei loro nemici.
Insomma: Il primo re, con tutti i suoi meriti, è un film troppo arcaico nella raffigurazione dell’uomo, troppo ferino nei caratteri che gli attribuisce. Dà alla religione il suo peso; ma dimentica che la religione è innanzitutto la regolamentazione della violenza entro schemi rituali, la regolamentazione dei rapporti civili e la fondazione delle classi sociali.
“Il genio è il contrappeso dell’anomalia”. Firmato Gadda
A ogni uscita di inediti o semi-inediti gaddiani segue una pioggia di recensioni tutte focalizzate sul pettegolezzo esclusivo, come se ogni volta nuove rivelazioni aprissero smagliature di fatuità caratteriale (per lui sempre “scemità” o, dopo il periodo fiorentino, “bischeraggine”) dentro la rigorosità estrosa, ma pure gelida, dello scrittore ingegnere. E quindi: come si comportava Gadda in trattoria (prendeva in giro l’impegno da firma-appelli di Moravia e Morante, e il tono di voce troppo alto di lei); cosa pensava Gadda di Buzzati (un “Kafka + Landolfi irrancidito… e noioso, e inconcludente, e bischero”); quante uova mangiava Gadda (dodici, o forse diciotto, secondo Ungaretti che nel ’53 fece con lui un viaggio in Spagna per il Congresso di Poesia di Salamanca). Non fa eccezione il mastodontico Divagazioni e garbuglio appena pubblicato da Adelphi a cura di Liliana Orlando, una raccolta di sessanta saggi brevi, usciti tra il 1927 e il 1968 su giornali e riviste, che Gadda chiamava “lavorucci da pane immediato” o “entretiens”, a dirne la poca importanza.
Anche qui si attinge a piene mani a giacimenti di manie e idiosincrasie del burbero capitano in congedo, sottoposto all’imperio dei rumori, alle persecuzioni degli editori, ai tormenti del fisco e all’insopportabile contiguità col prossimo; ma particolare riguardo è riservato alla notazione che questi lavori tormentosamente elaborati che sembrano scritti “con la “mitragliatrice” e con un rigore stilistico che lo portava a interrogare, per una più esatta aderenza al vero, “filologi, brigadieri, sarte, trippai, oculisti, agronomi”, fossero etichettati al tempo come esempi di “tumescenza barocca” (“Gadda ha la mano pesande, la mano pesande”, diceva Benedetto Croce, secondo Gadda che gli rifaceva il verso), e che più di un direttore di quotidiano recalcitrò a pubblicarli, nonostante le raccomandazioni eccellenti di Montale e Bonsanti, o chiese all’autore di ricondurre la sua scrittura prorompente e “ingarbugliata” entro i binari di quelle “tre sole ideuzze” che il lettore medio voleva ritrovarsi scodellate in pagina, “in una lingua da famiglia Brambilla a tàvola” (da qui il giudizio su Buzzati che invece furoreggiava sul “magno Corriere”, chimera professionale a lui interdetta, chissà se per azione, come sospettava dolorosamente, dell’amico Montale).
In questo scrigno ponderoso, Gadda appare un oggetto strano, attraente, sommerso, come certe concrezioni marine secondo Shakespeare, e finalmente appare quanto bellissimamente screziato sia stato il contributo dei suoi saggi semi-negletti al “lingotto della tradizione italiana”, un caleidoscopio inarrivabile di trovate linguistiche, ibridazioni tra cultura classica e lessici popolari, linguaggio tecnico-scientifico, idioletto.
La chiave del mistero della non popolarità di Gadda fra i contemporanei, che forse è più un semplice dilemma da rasoio di Occam (Gadda è troppo abissale per essere apprezzato dall’intellettuale italiano mediamente acculturato), è in uno dei saggi qui raccolti, intitolato “I grandi uomini”, uscito su Letteratura nel 1950. Il “caratterino di Dante”, la grandezza dubitativa di Einstein, la sagacia a imbuto di Proust, l’acume clinico di Freud: tutti i grandi uomini del passato hanno per Gadda un tratto in comune: che in loro “gli ingorghi nevrotici dell’attività bio-psichica risultano più frequenti e più gravi che non quelli dei comuni nevropatici, cioè dei comuni mortali… Il genio è contrappeso dell’anomalia”. Così “Leopardi che esige sorbetti alle tre di notte dall’ospite Ranieri” non è un pettegolezzo, ma una misura del contrappeso fisiologico della portata inusitata, della mole di Leopardi nel mondo.
Anche al tempo di Gadda si preferiva sparlare della sua bulimia (sempre da lui negata), della sua nevropatia da pigro e valetudinario, per non rendere conto del suo metodo creativo: un misto perfetto di genio e rigore con cui scandaglia tutti gli anfratti sommersi della lingua, rivendicando in questa sua ricerca di una “gnosi propria” la “libertà làlica del primitivo, del bambino, del dissociato psichico”.
Il pastore e l’ex prete: la vera radio sono loro
Ho sempre amato la radio. Da bambina puntavo la sveglia alle 5.45 per ascoltare il bollettino del mare dalla mia radietta a forma di scatola che tenevo sotto il cuscino. Immaginavo un capitano vero, con tanto di barba, cappello e timone che, ritto sulla tolda della nave, leggeva agli ascoltatori le sue misteriose informazioni: Libeccio, Forza 8, Stretto di Sicilia, 10 nodi, Mar Libico. In quel limbo tra sogno e realtà bastava solo aspettare sotto le coperte: mamma e papà si sarebbero svegliati, avrei fatto colazione e infilato la cartella, pronta per affrontare una nuova giornata. Magari il famoso libeccio avrebbe soffiato proprio quel giorno, chissà.
Dalla voce professionale del bollettino di Radio Rai sono passati decenni e adesso in quella scatola ci lavoro. E così ho finito per amare anche la radio che non va in onda. La lotta al montaggio per un minuto irrinunciabile, il turno di registrazione che salta, le riunioni di redazione, la soddisfazione di una “sfumata” giusta o di un “taglio” impercettibile, l’attesa di un ospite che non arriva e intanto la diretta procede inesorabile verso il precipizio… Amo fare la radio, costruire una scaletta, organizzare gli speciali dai festival o da posti meno fotogenici come una mensa per i poveri, un carcere, un quartiere difficile.
Un giorno di qualche anno fa chiamò un ascoltatore per partecipare alla diretta. Nulla di nuovo, la radio non è forse per chi l’ascolta? Cosa c’è di straordinario in una telefonata per rispondere a un quiz? Eppure quel giorno, un giorno come tanti di qualche anno fa, quando l’ascoltatore fu collegato per andare in onda, dentro di me scattò qualcosa.
“Da dove chiama, Michele?” gli fu chiesto. “Da un alpeggio, faccio il pastore”, rispose. C’era poco tempo, il segnale orario incombeva, il conduttore raccolse la risposta e lo salutò. Da un alpeggio. Un pastore. Un pastore che sente la radio, mi ripetevo, da un alpeggio. Uno che ci telefona e dice: “La risposta per me è Autodafé di Canetti”, mentre in sottofondo si sentono belati e campanacci. Avrei voluto piantare tutto e andare lì in Piemonte, tra quelle montagne che d’un tratto mi sono apparse davanti agli occhi ascoltando il signor Michele. Volevo conoscere la sua storia, capire chi fosse, come fosse arrivato lassù in quell’alpeggio e da dove. Ecco, è stato allora che ho scoperto per la prima volta cos’è un ascoltatore, intendo la persona ascoltatore in carne e ossa. Uno che poggia la radio sempre sullo stesso sasso perché solo lì trova la sintonia giusta, come potevo non andare a conoscerlo? E così ho copiato il suo numero di telefono e l’ho messo da parte, senza sapere ancora cosa farne.
Fino a quel momento per me gli ascoltatori erano una comunità astratta. Grazie a Michele ha cominciato a girarmi in testa un’idea diversa: potevo andare io da loro, provare a restituire un corpo all’orecchio, farli immaginare, farli sentire, renderli visibili. Conoscerli nelle loro case, tra i loro affetti, raccogliere le loro esperienze di vita, magari proprio davanti agli apparecchi dai quali ci ascoltano ogni giorno. Dopo Michele di Mondovì ho incontrato Stefano, un ex sacerdote ora portiere di uno stabile romano, e Ivo, anche lui romano, un vecchio rugbista amante della rassegna mattutina dei giornali, e Adriano a Castelfranco Veneto, e Armando che insegna scacchi in una scuola media di Castellamare di Stabia, per me un vero samurai, e Valeria, di nuovo a Roma, e poi Angela e Angelo di Andria, e Paola a Brescia, Lisa e Francesco a Levico Terme, e Vinni ad Alghero. Ho provato a forzare la loro ritrosia, a farli parlare. Forse, chissà, ho imparato la loro l’arte: drizzare le antenne, mettersi in ascolto. È stato un lungo viaggio, per certi versi ho compiuto un giro completo: è come se fossi tornata ad ascoltare la mia radietta a forma di scatola.
Continuo a pensare che la radio contribuisca non solo a raccontare il mondo ma anche ad ascoltarlo, nel suo rumore e nei suoi silenzi. In un’antica poesia giapponese qualcuno poggia l’orecchio sul tronco di un albero per “sentire” il germoglio, è un’azione così bella. Attiene al rispetto, all’attesa, comporta tolleranza, riflessione. È una disciplina, e come tale richiede tempi lunghi, meno contratti. Così, anche se intorno tutti strepitano, resiste una comunità invisibile e ricchissima, un’arcadia di persone capaci di ascoltare chi sta dicendo qualcosa.
La disperata campagna di Bibi incalzato dal rivale Gantz
Per Benjamin Netanyahu si avvicina il momento della verità: alle elezioni di martedì proverà a governare per la quinta volta. Ma secondo i sondaggi, ci sarà un testa a testa fra lui e l’ex generale Benny Gantz, a capo della coalizione di centrodestra, Blu e Bianco. Un’alleanza di stampo “giustizialista”, in aperta polemica col partito del premier, Likud: Netanyahu è accusato di corruzione in tre diverse vicende giudiziarie. Per i giornali Maariv e Israel Hayom, il Likud otterrà 33 seggi, mentre il partito di Gantz oscillerebbe fra i 31 o 32 seggi, mentre il sondaggio dell’emittente Kan, prospetta la situazione opposta. Comunque nessuno si assicurerebbe la maggioranza di 61 seggi (su 120 totali) all’interno del Knesset, il parlamento israeliano. Determinante sarà l’appoggio del partito di destra dell’ex ministro della Difesa e degli Esteri, Avigdor Lieberman, fautore della crisi che ha portato a nuove elezioni, per via dell’inconciliabilità di posizioni fra Lieberman e i partiti religiosi (che appoggiano Netanyahu) sulla possibilità di estendere la leva obbligatoria agli ebrei ortodossi. Una questione che si ripropone da anni, e che sarà centrale per la stabilità del nuovo esecutivo. Ma per il premier più longevo della storia di Israele, che basa la sua propaganda sull’abilità nelle relazioni internazionali, non è l’unico grattacapo. Condannate dai Paesi arabo-islamici, e da Usa, Onu e Ue le sue dichiarazioni sull’annessione di un terzo della Cisgiordania in caso di vittoria. E s’inasprisce il confronto col mondo arabo dopo la comparsa di un post su Facebook in cui accusava un eventuale governo di sinistra: “che si basa sugli arabi che vogliono distruggerci tutti e che permetterà all’Iran nucleare di liquidarci”. Sommerso dalle polemiche, si è giustificato dando la colpa a un non meglio identificato collaboratore e cancellando il messaggio. Segno di una campagna elettorale sempre più solitaria e disperata.