In metrò si sciopera, in casa si lavora

Nel venerdì nero dei trasporti, i parigini non si sono persi d’animo. Era da una decina d’anni che Parigi non viveva uno sciopero così, con metro, bus, tram e alcuni treni regionali Rer in stop totale per la maggior parte della giornata e un servizio minimo nelle ore di punta neanche davvero garantito.

Uno sciopero del personale della Ratp, l’operatore dei trasporti della capitale, contro la delicata riforma delle pensioni voluta da Emmanuel Macron che prevede un “sistema universale” e la fine dei regimi speciali. E i macchinisti della Ratp non intendono perdere il loro, che permette di andare in pensione a 55 anni, invece di 62. I parigini si sono dunque dovuti inventare un’alternativa al solito metrò. Chi ha potuto, ha lavorato da casa senza ripercussioni sullo stipendio: il telelavoro è sempre più diffuso in Francia, grazie a una regolamentazione semplificata dallo scorso anno. Chi invece doveva raggiungere il posto di lavoro si è alzato prima e ha inforcato la sua bici o l’ha presa a noleggio in una delle 1300 stazioni sparse per la regione. 25 km di piste ciclabili “express” supplementari sono state aperte tra giugno e settembre nella Capitale.

Tra le 7 e le 8 del mattino il numero di bici e di monopattini elettrici presi in affitto è cresciuto del 129% e del 208% rispetto a un venerdì normale, secondo dati di Le Parisien. Altri hanno affittato uno dei 3500 scooter, elettrici anch’essi, disponibili in città, approfittando dei minuti gratis offerti dagli operatori per l’occasione. E c’è pure chi ha alternato tratti a piedi e tratti in metrò perché le linee 1 e 14 sono automatiche e quindi funzionavano regolarmente. Qualche inconveniente però c’è stato. Chi ha voluto raggiungere il centro in auto si è trovato incastrato nel traffico del périphérique, la circonvallazione di Parigi. Più di 390 km di file sono stati contati sulle strade della regione alle 17,45. Nei fatti le stazioni di bici a noleggio sono state letteralmente prese d’assalto e non ce n’erano abbastanza per tutti. Bisognava aspettare anche un’ora prima di salire su un taxi alla Gare du Nord. Le tariffe dei car-sharing con conducente sono esplose: fino a 43 euro per soli 7 km dentro Parigi. Dei bus previsti dal servizio minimo non sono mai passati. 1,4 milioni di persone, secondo dati Insee, si sono ritrovati nel caos del venerdì nero. Per i sindacati lo sciopero è stato dunque un successo. In mattinata centinaia di dimostranti hanno occupato la sede centrale della Ratp a Parigi accendendo fumogeni. Alcuni già promettono uno sciopero illimitato da dicembre: “Difendiamo i nostri diritti, non dei privilegi”, ha detto uno di loro. Lo sciopero è appoggiato dalla sinistra radicale, la France Insoumise, e dai Verdi. Il governo apre al dialogo. “Ai conduttori degli autobus dico: venite a sedervi al tavolo delle discussioni”, ha detto di prima mattina alla radio France Inter, Jean-Paul Delevoye, l’“alto commissario alle pensioni” fresco di nomina e autore del controverso rapporto che fornisce le grandi linee della riforma. Il ministro dei conti pubblici, Gérard Darmanin, invece è stato critico: “Strano che si dica no, prima ancora che il testo di legge venga presentato”.

Lo sciopero costerà alla Ratp almeno 3 milioni di euro.

Un selfie inguaia Guaidó: “È un amico dei narcos”

A otto mesi da uno dei colpi di Stato più annunciati e meno riusciti della storia – quello intentato da Juan Guaidó contro il regime di Nicolás Maduro – un selfie svela un retroscena del momento esatto in cui tutto poteva succedere e invece andò storto. Nell’autoscatto – pubblicato ieri dalla tv di Stato Telesur – si vede il presidente dell’Assemblea costituente venezuelana autoproclamatosi capo di Stato ad interim, Guaidó, in posa con due uomini colombiani, alla frontiera tra i due paesi.

È il 22 febbraio, Guaidó ha appena passato il confine per comparire a sorpresa al megaconcerto di Cucuta organizzato alla vigilia dell’operazione umanitaria che dovrà portare medicine e cibo nel Venezuela affamato da Maduro grazie all’appoggio logistico del governo colombiano di Ivan Duque. Ora non solo sappiamo che quel tentativo – prodromo del passaggio di ben altri aiuti alla “rivoluzione” di Guaidó – fu un fallimento, ma anche che nel far ritorno al suo paese sotto mentite spoglie e per strade secondarie pur di non essere arrestato al rientro in patria, accadde altro. Stando ai media nazionali, Guaidó incontrò membri delle forze paramilitari colombiane. Tra questi, anche “i Rastrojos”, quelli del selfie, parte di una banda di narcoparamilitari noti in Colombia per operare in quel limbo sempre molto prolifero che è la frontiera. All’anagrafe John Jairo Duran Contreras, anche detto Menor, e Albeiro Lobo Quintero, per gli amici Brother, entrambi poi arrestati a Cucuta a giugno. “Gli hanno chiesto un selfie e lui non sapendo chi fossero glielo ha concesso”, ha spiegato il portavoce di Guaidó, Alberto Ravell, che si è affrettato a spiegare che sarebbe stato assurdo il contrario, cioè che “il presidente sapendo chi fossero acconsentisse a farsi una foto con loro immaginando che potevano diffonderla”. Come dargli torto? Se poi si pensa che a diffondere la foto è stato il numero due del chavismo, Diosdado Cabello, la macchina del fango è presto identificata. E il procuratore generale di Caracas ieri ha indagato Guaidó per i suoi rapporti criminali.

Resta un fatto: quello sbilenco tentativo di aprire un varco per la Colombia attraverso il quale far entrare aiuti e, perché no, anche armi a sostegno di Guaidó non è mai riuscito, checché ne dica lo stesso Maduro che due giorni fa ha schierato al confine le truppe agitando lo spettro di un’invasione da Bogotà. Altrettanto certo è che a Duque il varco si è aperto nel verso opposto e che si sia trovato a gestire l’esodo di venezuelani che passano la frontiera ormai allo stremo tra embargo Usa e povertà. Il che ha risvegliato l’interesse sopito dell’Unione europea. Tanto che l’Alto rappresentante per la politica estera in uscita, Federica Mogherini, ha annunciato ieri a Bogotà un nuovo pacchetto di 30 milioni di euro di aiuti alla Colombia per l’identificazione dei migranti e l’integrazione socioeconomica”, ha spiegato Mogherini che ha sottolineato quanto questa “sia una delle crisi più dimenticate al mondo e forse una delle maggiori”. Eppure anche in Italia il dibattito – acceso la primavera scorsa con il governo di allora diviso tra la Lega di Salvini a favore della rivoluzione di Guaidò e i 5S filo-Maduro – si è andato spegnendo.

Quanto alla “nuova Unione europea” con l’Alto rappresentante spagnolo Joseph Borrell da sempre favorevole a elezioni democratiche in Venezuela, vedremo come si muoverà, sempre a fronte di un’emergenza umanitaria che riguarda ormai l’80% della popolazione, secondo i dati della Caritas. Maduro intanto ha annunciato che non parteciperà all’Assemblea generale dell’Onu a New York e che porterà “la verità” con la vicepresidente Delcy Rodríguez e il ministro degli Esteri Jorge Arreaza che consegneranno i 12 milioni di firme della campagna “No more Trump”. Gli Usa hanno indicato Michael Kozak responsabile per l’emisfero occidentale, dopo le dimissioni di Kimberly Breier, nomina che fa pensare alla continuità del pugno duro contro Maduro.

Quello che i Dem tacciono su sanità e immigrazione

Se le sono metaforicamente date di santa ragione per tutto il dibattito, su Obamacare, immigrazione, l’eredità di Obama: sembravano dem doc, ma non americani, di casa nostra. Il loro vero nemico, Donald Trump, si poteva fregare le mani in panciolle davanti alla televisione. Al terzo dibattito, il battistrada, Joe Biden, li ha di nuovo avuti tutti contro: se l’è cavata a tratti bene, a tratti meno bene, ma è stato quello che ha parlato più di tutti, oltre 17’, più del doppio di Andrew Yang, l’imprenditore filantropo di origine cinese, che non si capisce bene come riesca a stare nel gruppo dei migliori. Chi ne è uscita meglio è forse Elizabeth Warren: il New York Times le dà 7 e mezzo in pagella, il voto più alto della serata. È quasi inevitabile che ciò accada: gli aspiranti alla nomination democratica alla Casa Bianca sono ancora una ventina, anche se qualcuno s’è già ritirato: per restare in lizza, farsi notare, convincere gli elettori a ricordarsi di loro nei sondaggi e poi a votarli nelle primarie, devono rallentare la corsa di chi è in testa dall’inizio della corsa, con un vantaggio in doppia cifra.

Sul palco di Houston, nel Texas, giovedì sera, c’erano, per la prima volta insieme i dieci che sono più avanti nei sondaggi e che hanno raccolto più fondi: hanno confrontato i punti di vista sull’Obamacare, la riforma della sanità di Obama che alcuni vogliono più radicale, sul razzismo e sul controllo delle armi, l’immigrazione, il commercio, la politica estera, il clima, l’istruzione. L’economia è stata la grande assente, proprio nel giorno in cui il presidente Trump lasciava esplodere tutta la sua collera contro Jerome Powell, il presidente della Fed, che non taglia il costo del denaro, mentre la Bce riduce i tassi.

Per i candidati rimasti fuori dal podio di Houston, sarà difficile avere una chance di riscatto: forse ci può riuscire la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, forse il sindaco di New York Bill de Blasio, forse il miliardario filantropo Tom Steyer. Ma le rimonte s’annunciano problematiche.

Il dibattito ha fatto emergere l’interrogativo principale della corsa democratica: se Biden e il suo “migliorismo” fa passi avanti senza stravolgimenti, esercita sugli elettori un richiamo maggiore delle promesse di trasformazione più radicali della Warren e di Bernie Sanders, la cui foga resta intatta, ma che sta un po’ mostrando l’erosione dell’età (ha appena compiuto 78 anni, ne avrà 79 quando si voterà l’anno prossimo). Per distinguersi da Biden, anche i moderati di maggiore spicco del gruppo, la senatrice della California Kamala Harris e il senatore del New Jersey Cory Booker, mettono un po’ di radicalismo nelle loro posizioni – più la Harris di Booker –.

Sotto attacco, Biden ha ripetutamente rivendicato l’eredità di Obama, che è difficile contestargli, essendone stato il vice per otto anni alla Casa Bianca, anche se l’ex presidente nero non ha finora “endorsed” nessun candidato ed è fra quanti s’interrogano se Biden sia la scelta giusta per battere Trump. Che, intanto, sotto sotto, ma neppure troppo, tifa per lui: “Ci sono tre persone che guidano” la corsa democratica, Biden, Sanders, la Warren, “e penso che il mio sfidante sarà uno di questi tre”, “salvo clamorose sorprese sarà Biden”. Per il magnate, le posizioni dei democratici “sono antitetiche ai valori e agli interessi degli americani comuni”. Trump nega di volere vedere il dibattito, ma nessuno gli crede: “Lo so che ci stai guardando – lo apostrofa la Harris – e ti voglio dire che semini odio, divisioni e paura. Ora puoi tornare a guardare la Fox”. Nel 2020 diremo “Goodbye Trump”, fa Julian Castro, ispanico, obamiano, sindaco di San Antonio, aprendo il dibattito. E tutti si associano, ciascuno ha pronta la sua formula per esorcizzare il magnate presidente.

Poi cominciano a darsele: per il Washington Post, Biden ne esce meglio di tutti, anche se a volte “parla a vanvera”. O’Rourke, in perdita di velocità da mesi, prova a ritrovare lo smalto battendosi contro le armi d’assalto e contro il cambiamento climatico: lui, che è di El Paso, la città della strage, si prende l’applauso più lungo della serata con “Maledizione! Vi toglieremo i vostri Ar-15!”. Sanders rinfaccia a Biden il voto per la guerra in Iraq nel 2003, la Warren i limiti dell’Obamacare, Castro quasi bullizza l’ex vicepresidente per i vuoti di memoria. Vengono fuori le due anime del partito democratico quella moderata e quella più liberal; e Biden ne esce senza le ossa rotte, anche se, come Obama, la stampa di qualità e liberal resta fredda.

Gianni Brera, antidoto al gergo del calcio ai tempi di Google

La caducità dello scritto giornalistico può derivare non dal carattere attuale, ma dalla sua qualità letteraria”, ha teorizzato uno che se ne intendeva, Achille Campanile (Battista al Giro d’Italia). Infatti a cento anni dalla nascita Gianni Brera fa ancora notizia, per non parlare della nostalgia. Chissà che direbbe in tempi di Var lo stregone di San Zenone Po convinto della natura magica del calcio, chissà quali orticarie gli provocherebbe la raccapricciante terminologia dei telecronisti odierni, “posizionare”, “impattare”, “bisogna avere qualità”, “attaccare la profondità” (ma che, davero?).

Meglio non pensarci e rileggerlo, usare come antidoto la sua “prosa briaca”, dissacrante eppure snob, insofferente a ogni convenzione, linea lombarda e padana fino al midollo (“La Bassa c’est moi”), senza soluzione di continuità tra giornalismo e letteratura. C’è un’aria di famiglia che apparenta la scrittura di Gianni Brera a quella dei Montanelli, dei Biagi, dei Bocca, dei Massimo Fini, ed è la macchina da scrivere, quando produrre un pezzo firmato era qualcosa di più artigianale, materiale, qualcosa di più aristocratico e più contadino, rumore di rullo e di ferraglia, il picchiare rabbioso sui tasti come se si dovesse zappare la terra. Era più misterioso il calcio, era più misteriosa la scrittura. Oggi c’è un algoritmo per ogni schema di gioco e una scuola per ogni “creativo”, ma la nostalgia di Gianni Brera continua a dribblare gli uni e le altre, alla faccia di Google.

Il Turismo, i beni culturali e il suk dei ministeri

Ma il Turismo deve stare con i Beni Culturali o no? Si protestò sia quando (governo Conte 1) il leghista Centinaio lo pretese per l’Agricoltura strappandolo ai Beni Culturali di Bonisoli sia ora che Franceschini lo riporta ai Beni Culturali, subito accusato di mercificare la bellezza.

Le cose sono più complicate di così. Ad accorpare il Turismo ai Beni Culturali non fu Franceschini ma Bray (governo Letta), e l’accorpamento rimase tal quale nei governi Renzi e Gentiloni, e torna ora col Conte 2. Ma ancor più interessante è la preistoria ministeriale del Turismo. C’era una volta, infatti, un apposito ministero del Turismo e dello Spettacolo, nato nel 1959 in un’Italia del boom economico (e turistico) in cerca di nuovi assetti. Ben 24 ministri tennero quella poltrona nei 35 anni successivi, fino ai referendum dell’aprile 1993. Di quella stagione referendaria tutti ricordano i sei referendum promossi dai radicali, ma ve ne furono altri due per l’abolizione dei ministeri del Turismo e dell’Agricoltura. A promuoverli furono 10 regioni, con l’intento di ereditare le competenze di quei ministeri. Sul Turismo furono moltissimi i votanti (77%), alta la percentuale dei ‘sì’ (82%): morì dunque di referendum il ministero del Turismo, e cominciò a vagare il suo fantasma. Per vent’anni il Turismo s’incarnò ora in un Dipartimento della Presidenza del Consiglio, ora in un sottosegretario (governo Dini) o in un ministro senza portafoglio (governi Berlusconi IV e Monti); nell’assetto voluto da Veltroni (1998) il turismo era incluso, con lo sport e lo spettacolo, fra le “attività culturali”, finché Rutelli lo riportò a Palazzo Chigi (dove lui stesso era vicepresidente del Consiglio). Bray e Letta nel 2013 provarono dunque a metter ordine, assegnando stabilmente ai Beni Culturali una materia così importante e controversa, che da qualche parte deve pur stare: ed è questa la situazione (ri)creata ora da Franceschini.

Nella roulette ministeriale che accompagna ogni nuovo governo non cambiano infatti solo i nomi dei titolari, cambia anche il perimetro delle competenze. Straordinario (e dimenticato dai più) è il caso dell’Ambiente, anch’esso giocato come una pallina da ping-pong fra un ministero e l’altro. Quello di Spadolini, fondato nel 1975, era il ministero dei Beni culturali e ambientali, e questo nome rimase fino al 1998, quando con Veltroni cambiò etichetta (Beni e attività culturali), perdendo i “beni ambientali”. Ma intanto era nato nel 1986 un separato ministero dell’Ambiente (governo Craxi 2). Dunque, per ben 12 anni (dal 1986 al 1998) vi fu sulla carta un “ambiente” (competenza di un ministero) senza “beni ambientali” (competenza di un altro ministero), e per converso i “beni ambientali” senza “ambiente”: enigma senza senso né soluzione. Intanto, negli stessi anni, la Corte costituzionale andava in direzione opposta, con alcune sentenze che definirono la nozione giuridica di “ambiente” come somma del “paesaggio” dell’art. 9 della Costituzione e del diritto alla salute dell’art. 32. Si affermava così la consustanzialità costituzionale di paesaggio e ambiente, proprio mentre la politica decretava il loro dissennato divorzio. E da allora a oggi i ministeri di Beni culturali (che tutela il paesaggio) e Ambiente restano assurdamente “separati in casa”.

Questo balletto di etichette rispecchia il piccolo cabotaggio della politica, non certo il pubblico interesse. Se mai arrivasse il momento di un governo di piena vocazione istituzionale, si dovrebbe adottare una strategia lungimirante, partendo dalle geniali intuizioni di Giovanni Urbani, indimenticato direttore dell’Istituto Centrale del Restauro, che sono di quegli stessi anni Ottanta. Secondo lui, l’intimo legame contestuale fa del paesaggio e dell’ambiente un continuum inscindibile da tutelare nel suo insieme: e dunque Beni Culturali e Ambiente dovrebbero essere le componenti di un ministero unico, che in Italia dovrebbe essere fra i più importanti. Le relative politiche pubbliche di investimento potrebbero innescare potenti meccanismi di sviluppo e occupazione. Così infatti egli scriveva: “La chiave del problema sta nel creare le condizioni che favoriscano il passaggio dell’attività conservativa dall’attuale stato di attività marginale sul piano produttivo a una fase di sviluppo che non può essere definita altrimenti che come industriale”. Ne nasce anche l’esigenza, ancor oggi irrisolta, di intendere le strutture di tutela patrimoniale e territoriale (le Soprintendenze, oggi mortificate dall’overdose di riforme) come enti di ricerca, fondendo le pratiche conservative con la dimensione conoscitiva del patrimonio, con la pianificazione urbana e paesaggistica, con lo sviluppo civile della società.

E il turismo? Che debba (o possa) esser regolato dal ministero dei Beni Culturali (meglio se unificato con l’Ambiente) è idea che si manifesta con intermittenza, però quasi mai argomentata nel dettaglio. Già ci pensava uno storico dell’arte, Carlo Ludovico Ragghianti, da sottosegretario alle Belle arti nel governo Parri. Egli propose di “aprire la strada a un ministero per le Arti, lo spettacolo, l’urbanistica e il turismo”, creando da subito un Commissariato con le stesse competenze (promemoria a Parri del 27 luglio 1945). Settant’anni dopo, ci balocchiamo ancora con questo problema, rilanciando e ritirando idee come questa senza mai studiare in dettaglio quel che han fatto in concreto le strutture preposte al Turismo in tutti i loro travestimenti. Non dovremmo chiederci come (o meglio se) le loro iniziative hanno giovato alla tutela? Vasto progetto, certo. Ma potremmo cercare subito una cartina di tornasole su cui misurare idee e intenzioni, al di là di ogni “effetto annuncio”. Per fortuna l’occasione c’è, qui e ora: la prima dichiarazione pubblica di Dario Franceschini dopo il suo ritorno ai Beni culturali è l’impegno ad allontanare per sempre dalla Laguna di Venezia la vergogna e il rischio delle “grandi navi”. Ecco un caso in cui le ragioni del peggior turismo (i mastodonti da crociera) contrastano duramente con quelle della tutela dell’ambiente (l’ecosistema della Laguna) e della tutela di Venezia, coi suoi tesori impareggiabili. Un ministro che regoli sia la tutela che il turismo può veramente porre fine a questo scandalo, che fa arrossire l’Italia davanti all’opinione pubblica mondiale. Dunque, caro ministro Franceschini: dia seguito, per piacere, alle Sue belle parole. Ma non, come ha detto, “entro la fine del Suo mandato” (vaga scadenza che nessuno, nemmeno Lei, è in grado di precisare) ma subito. Siamo già in grande ritardo, e troppi governi (anche quelli in cui Lei fu ministro) hanno assistito inerti a questa vergogna nazionale. Se riuscirà ad affrontarla con energia, mostrerà senso delle istituzioni e guadagnerà proseliti all’accorpamento del Turismo ai Beni culturali. E domani, chissà, anche all’Ambiente.

Mail Box

 

Netanyahu non può giustificare con la religione atti di guerra

Netanyahu declama a gran voce che vuole annettersi la Cisgiordania. Con quale diritto? Purtroppo Netanyahu, premier di Israele, è stato regolarmente eletto, il che vuol dire che agli israeliani piace. E l’Onu cosa fa? Non dice nulla? Ritengo doveroso ricordare che nella striscia di Gaza, senza esserci una guerra in corso, si continua a perpetrare “solo” il massacro del popolo palestinese, con le scuse più svariate. Per Israele il fine è l’eliminazione dei palestinesi, per annettersi tutti i loro territori, obiettivo che Netanyahu sta perseguendo da quando è stato eletto. Credo sia ormai necessario fare dei distinguo tra religioni, che vanno rispettate tutte, e Stati che spesso non sono altrettanto rispettabili, anche se si nascondono, in modo strumentale, dietro alle religioni medesime. Gli italiani sostenitori, magari anche per questioni religiose, di Israele dovrebbero prendere le distanze da Netanyahu e dalla sua orribile politica. Occupare i territori altrui, come ha fatto e sta facendo il suddetto premier, non è accettabile a nessun titolo e per nessun motivo nel mondo civile. E non si dica che le occupazioni dei territori palestinesi facciano parte della difesa preventiva, perché poi cadremmo addirittura nel ridicolo.

Albarosa Raimondi

 

Parlo da cittadino: adesso lasciamoli lavorare

Ormai è un mese che siamo pressati da tg, maratone televisive, opinionisti e giornali che fanno a gara per dire tutto e il contrario di tutto su questo governo. Sembra di essere tornati a 14 mesi fa, col governo gialloverde nascente. A questo punto dico solo: lasciamoli lavorare e teniamoli d’occhio. Non parlo da elettore di parte, bensì come cittadino che spera sia la svolta giusta. Quanto meno per ora, e solo per ora, abbiamo allontanato il pericolo sovranista. Speriamo nel buon senso, nella piena collaborazione e nel coraggio: basta politica delle parolacce e dell’odio, ora si può e si deve cambiare. La verità prima di tutto.

Anche per questo, vorrei fare i miei auguri al Fatto. Grazie a tutti, dalla Direzione all’ultimo degli addetti ai lavori. Non mollate. Se non tutti gli Italiani si sono rimbambiti, è pure merito vostro.

Gianni Dal Corso

 

Io, immigrato in Friuli: sono ancora un italiano?

Ho visto un video in cui il governatore del Friuli Venezia Giulia, Fedriga, affermava che la norma impugnata dal governo impedisce di trovare lavoro a chi è residente in Friuli meno di 5 anni. Io sono residente da 2 anni. Lavoro e pago le tasse (tutte). Mi chiedo: sono immigrato pure io che sono italiano? Forse togliere la parola Nord alla Lega non ha tolto la discriminazione nei confronti del centro sud. Io sono fiero delle mie origini sarde, fiero di essere italiano, fiero di aver sposato una meravigliosa donna friulana e lavorare onestamente. Nonostante tutto.

Roberto Zuncheddu

 

Inciuci e congiure dem, gli italiani non dimenticano

Confesso di non avere l’animo tanto nobile da riuscire a dimenticare in pochi giorni tutto il pregresso. Tantomeno a ignorare quel che alcuni (molti) elementi del Pd hanno detto e fatto nel recente e recentissimo passato. Pure so che il governo appena nato è quasi certamente il male minore. Anche con questa certezza, Bellanova e Franceschini sono bocconi difficili da digerire: la signora non certo per il vestito o l’acconciatura, ma perchè renziana incallita. Per cui diffido di lei e del loro “capo-corrente”, dedito a rispondere a poteri occulti più che al buon governo. Del ministro della Cultura, non mi fiderei perchè pericolosamente democristiano, quindi dedito a muovere i fili dietro le quinte, quasi mai nell’interesse della nazione. Esagero? Lo spero! Ma invito i 5 Stelle a vigilare e diffidare, perchè i pidini sono assai più capaci di loro nelle manovre occulte, tese a fregare gli alleati (oltre che, da sempre, i loro stessi compagni di partito).

Francesco Pediconi

 

Basta violenze nelle scuole, i genitori vogliono certezze

Ormai il fenomeno dei bambini maltrattati negli asili è molto diffuso in Italia. Si sprecano le denunce dei familiari, ma non cambia mai niente. Bambini al buio, in bagno. Presi a ceffoni. Imboccati con la forza. Questa volta si parla dell’asilo delle suore Francescane Angeliche di Roma per presunti maltrattamenti a bambini di 4 e 5 anni.

Mi dispiace per le suore, che reputo l’ossigeno della Chiesa, ma gli asili nido, come tutte le strutture educative, devono essere luoghi sicuri, affidabili e protetti, dove le formatrici hanno l’obbligo morale-professionale di supportare lo sviluppo e la crescita dei bambini.

I genitori non dovrebbero mai vivere con l’incubo che i propri figli possano subire abusi. Quindi ci vuole tolleranza zero per questi soprusi perpetrati ai danni di indifesi pargoletti. Già Giovenale scriveva: “Maxima debetur puero reverentia” (Al fanciullo si deve il massimo rispetto).

Franco Petraglia

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri nell’articolo alle pagine 2 e 3 abbiamo scritto che Raffaella Paita è indagata per l’alluvione di Genova. Non è vero. Paita è stata assolta in primo grado e in Appello dalle accuse di omicidio colposo e disastro colposo. Ce ne scusiamo con lei e con i lettori.

FQ

Fine vita. Il principio di autodeterminazione esiste: per la legge dello Stato, non di Dio

 

Riguardo all’appello dei vescovi a Conte in tema di suicidio assistito, ritengo poco rituale – essendo un intervento gratuito su questioni inerenti un Paese straniero – la richiesta di modificare la legge sul testamento biologico. Sono un avvocato che da anni lavora su questo: ho visto cosa abbia voluto dire per le persone avere una legge che disciplinasse le Dat-Disposizioni anticipate di trattamento, cosa significhi il desiderio di autodeterminazione, e ho visto il dolore e la sofferenza dei familiari. Avere questa norma è stato un sollievo. Se si depotenziasse o cancellasse, sarebbe una scelta drammatica, specie se operata dalle stesse forze che hanno tanto lottato per veder approvata la legge 219/17. In quella legge c’era, in nuce, la prova di una nuova possibile alleanza di governo, oggi realizzata.

Chiara Guastalli

 

Gentile Chiara, il cardinal Bassetti, al convegno “Eutanasia e suicidio assistito”, ha detto: “Va negato che esista un diritto a darsi la morte; vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente”. Esiste – non per legge di Dio ma per legge dello Stato – “l’autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli articoli 2, 13 e 32, secondo comma, della Costituzione italiana”. Lo hanno scritto nero su bianco i giudici della Consulta, un anno fa. Quegli stessi giudici che, il 24 settembre, dovranno rispondere sulla legittima costituzionalità dell’art. 580 del Codice penale, nella parte che vieta l’aiuto al suicidio (il quesito fu sollevato nell’ambito del processo Marco Cappato/Dj Fabo). Inevitabilmente, sarà un verdetto sull’attuale assetto normativo sulla fine vita, un sistema che – si legge nelle motivazioni della Consulta – “lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti”. Questo, se vogliamo parlare di diritti. Valeria Imbrogno, la compagna di Dj Fabo, proprio sul nostro giornale scrisse: “Non è nemmeno questione di eutanasia. Per noi è la vittoria del concetto di libertà. Quello stesso principio che ha lasciato Fabo libero di scegliere cosa fare della sua vita fino alla fine, e della sua sofferenza, e io libera di rispettarne con amore l’autodeterminazione”. Grazie alle tante Valeria, a Fabo, a Marco. E a lei, Chiara. A quanti quotidianamente lavorano per dare dignità e diritto a sofferenze e desideri un tempo indicibili. Se da sei anni in Parlamento giace una legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia con in calce le firme di oltre 130 mila italiani, vorrà pur dire qualcosa. Sembriamo pochi, non lo siamo affatto.

Maddalena Oliva

Il Parlamento lascerà mai il posto alla Rete?

“Le tecnologie, impegnate in una incessante trasformazione della realtà, creano un terreno propizio alle utopie positive e negative. È forse a portata di mano l’ideale della democrazia diretta?”

(da “Tecnopolitica” di Stefano Rodotà – Laterza, 2004)

 

Che cosa sarebbe accaduto se il responso della piattaforma Rousseau fosse stato contrario al nuovo governo giallo-rosso? Il Movimento 5 Stelle avrebbe dovuto ritirarsi dalla trattativa aperta con il Pd. Le indicazioni che aveva già sottoposto al capo dello Stato, tra cui quella sul nome del candidato presidente, sarebbero cadute nel vuoto. E il Quirinale si sarebbe trovato in grande imbarazzo, dopo aver concluso le consultazioni e raccolto i pareri dei vari partiti sulla crisi.

Con questa inusuale procedura, i 5stelle avrebbero commesso uno sgarbo istituzionale nei confronti del presidente Mattarella, aprendo un caso inedito di conflitto fra il Parlamento e la Rete. Cioè, fra la “democrazia rappresentativa” e quella diretta o digitale che dir si voglia. Sarebbe stato certamente più opportuno che il M5S avesse interpellato la sua base prima di salire al Colle. Ma è anche vero che in questa ipotesi avrebbe dovuto farlo al buio, senza disporre ancora di una bozza programmatica.

La questione non è di poco conto e converrà occuparsene prima che un’eventualità del genere possa ripetersi, per promuovere una riflessione generale della politica, delle istituzioni e del mondo giuridico accademico. L’ha segnalato, nel corso del dibattito sulla fiducia a Palazzo Madama, il tesoriere del Pd Luigi Zanda, proponendo una sessione speciale del Senato dedicata a questo tema e ricordando che il Parlamento europeo ha già cominciato a occuparsene. In precedenza l’avevamo fatto anche qui, in questo spazio settimanale, nella rubrica pubblicata il 28 luglio 2018 e intitolata “Cosa rimarrebbe se il Parlamento diventasse inutile?”.

Quell’articolo prendeva spunto da una sortita di Davide Casaleggio, il giovane “guru” del Movimento 5 Stelle per diritto ereditario, il quale aveva suscitato una bufera di polemiche annunciando che “forse in futuro il Parlamento sarà inutile”. Da allora, quella provocazione ha trovato riscontro sia nel nostro Paese (con l’offensiva plebiscitaria di Matteo Salvini) sia in Gran Bretagna (con quella autoritaria del premier Boris Johnson): tant’è che nei giorni scorsi Guido Stazi, ex capo di Gabinetto dell’Autorità sulle Comunicazioni, s’è chiesto in un intervento su Milano Finanza: “Ma in Italia e Uk il Parlamento è sovrano?”.

Sarebbe un errore ingaggiare una guerra di religione tra difensori della “democrazia rappresentativa” e fautori della “democrazia diretta”, spartiacque post-ideologico che divide Pd e M5S. Nessuno può ignorare il rischio che la “democrazia diretta” si trasformi, attraverso la Rete, in un regime assoluto e autocratico. Ma il progresso tecnologico non si ferma e la vita – anche quella politica – cambia. È necessario, piuttosto, definire condizioni, regole e garanzie di funzionalità e trasparenza, in modo che la cosiddetta democrazia elettronica favorisca una partecipazione reale e più ampia, sfruttando le sue potenzialità di comunicazione istantanea, interattiva e capillare.

Da anni, il politologo tedesco Jürgen Habermas parla e scrive di una “democrazia deliberativa” ovvero “partecipativa”. Un sistema, insomma, in cui la volontà del popolo non si esprime più attraverso i suoi rappresentanti, bensì attraverso un processo decisionale diretto. Si tratta, allora, di immaginare una democrazia più efficiente e moderna, capace magari di integrarsi con quella rappresentativa in un proficuo rapporto di reciprocità.

E ora scegliete tra pianeta e profitto

In Costituzione. Sì, ma cosa? Nel programma del nuovo governo c’è l’impegno a “inserire la protezione dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale” (paragrafo 7). Un proposito giusto, considerando che i beni naturali sono entrati nell’ordinamento giuridico primario italiano solo attraverso l’interpretazione estensiva che la giurisprudenza ha fornito della nozione di paesaggio contenuta nell’articolo 9 della Carta: “La Repubblica (…) tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Il paesaggio è l’immagine complessiva di tutte le componenti antropiche e naturali dell’ambiente circostante, ma rimane pur sempre legato alla percezione visiva e alla sensibilità estetica soggettiva degli abitanti di un determinato territorio, di una comunità politica. Tanto che il professor Settis ha avuto modo di scrivere che “il paesaggio è lo specchio fedele della società che lo produce”. La Convenzione europea per il paesaggio e il Codice dei beni culturali lasciano adito a interpretazioni “ornamentali”, superficiali dell’ambiente. Ben venga allora qualsiasi iniziativa che rafforzi i livelli di tutela della natura in quanto tale, nella sua dimensione più specifica, profonda e completa di ecosistema unitario, interconnesso, che sostiene ogni forma di vita. Le emergenze ambientali (a partire dal surriscaldamento del clima e dall’estinzione delle specie viventi) hanno raggiunto un livello di drammaticità tale da imporre interventi urgenti anche in campo del diritto. Molte sono le strade intraprese in diversi Paesi per costituzionalizzare i diritti della natura, per “sacralizzare” e sottrarre dal regime giuridico ordinario mercantile (nullius res in bonis vs res in commercio) i servizi ecosistemici che la natura ci dona gratuitamente. Beni comuni inestimabili perché insostituibili, appartenenti a tutti perché necessari alla vita di ciascun essere vivente.

Pacha Mama, madre natura, è entrata nelle nuove Costituzioni di Ecuador e Bolivia. In Nuova Zelanda, India e nello stato del Denver è stata attribuita una personalità giuridica (con relative funzioni custodiali alle comunità degli abitanti afferenti) ai fiumi Whanganui, Gange, Colorado. In Francia è stata approvata una Charte de l’environmental. Anche in Italia, in una passata legislatura (la XV), si erano cominciate a raccogliere delle idee per aggiornare la Costituzione in materia di tutela dei beni naturali. Un bella proposta recitava così: “La Repubblica riconosce la biosfera come bene comune dell’umanità, tutela la biodiversità e la dignità di ogni organismo vivente”. In linea con la giurisprudenza della Corte costituzionale, la cui più nota sentenza affermava: “L’ambiente è un bene della vita, materiale e complesso, la cui disciplina comprende la tutela e la salvaguardia della qualità e degli equilibri delle sue singole componenti” (n. 378 del 2007).

Ben altra cosa è pensare di “mettere in Costituzione” – come richiesto insistentemente da una alleanza tra imprese e associazioni, ASviS, guidate dall’ex ministro Giovannini – un concetto molto scivoloso come quello dello “sviluppo sostenibile”. Una furbizia semantica che mette sullo stesso piano e tenta di conciliare le ragioni della crescita economica con quelle della salvaguardia della biosfera. Un’ambiguità che attraversa tutto il programma giallo-rosa del governo Conte II e che confina l’idea del Green New Deal nella consueta retorica di “una solida prospettiva di crescita e di sviluppo sostenibile” (paragrafo 1). Come dicono i giovani del Friday for Future, non ci sono più margini di manovra per tenere assieme “Profit, People e Planet”. Ci sono momenti in cui bisogna scegliere.

Pd-M5S, un’alleanza che muta la politica

È probabile che la mossa di Renzi, la sua giravolta, il colpo di teatro con il quale ha aperto ai “nemici” del M5S siano stati decisivi nel convincere Zingaretti, originariamente orientato di suo ad andare a un confronto elettorale con l’idea di mettersi alla testa di un fronte democratico ed europeista antagonista alla destra a guida Salvini.

Dopo il sorpasso del Pd ai 5Stelle alle Europee la scommessa che fosse Zingaretti a capeggiare quel fronte e dunque a trarre vantaggio dalla polarizzazione degli elettori ostili a consegnare il Paese a Salvini aveva una sua plausibilità. Quel che è sicuro è che l’uscita di Renzi rispondeva a un calcolo personale, all’esigenza di prendere tempo per dare corso ai suoi disegni. Lo dimostrano non solo la circostanza che la prospettiva di una sua fuoriuscita dal Pd non sia mai stata e non sia tuttora risolutamente smentita, ma, prima ancora, il fatto che la sua proposta fosse non già quella di un governo Pd-M5S di legislatura sostenuto da un’alleanza politica di carattere strategico, ma un governo di corto respiro concepito solo per differire di alcuni mesi le elezioni.

Pur, ripeto, dapprima riluttante, Zingaretti – ispirato anche da Bettini e Franceschini – ha accettato l’idea del governo giallorosso, ma reinterpretandola e ritrascrivendola nell’orizzonte più impegnativo di un’alleanza politica strategica. Dalla quale coerentemente scaturisce la proposta di un dialogo e una cooperazione anche sul territorio. Ovviamente, non come diktat dal centro, non come un automatismo. Nel rispetto dell’autonomia politica dei livelli locali. Ma, quantomeno, impegnando i referenti territoriali a prendere in considerazione uno schema di alleanze praticato a livello nazionale. Dal punto di vista di Zingaretti, solo così – come scommessa alta e strategica – acquista senso e valore la sua “conversione” a una prospettiva che, sulle prime, non era la sua.

Ma vi sono ragioni a sostegno di essa che dovrebbero valere per entrambi i partner. È innegabile che la svolta che ha condotto al Conte 2 sia stata brusca, improvvisata, condizionata nei tempi e nei modi da uno stato di necessità. Come testimoniano l’inadeguato approfondimento delle convergenze (e delle divergenze) programmatiche, la fatica nell’accordo sugli organigrammi, diciamolo pure un clima di reciproca diffidenza che ancora mina i rapporti personali e politici tra i protagonisti. E tuttavia il nuovo governo, giudicato sino a ieri improbabile, rappresenta una opportunità solo se concepito in quell’ottica politicamente impegnativa e di respiro. Telegraficamente: serve a fare ora quell’approfondimento e quelle verifiche che non si sono fatti dentro la stretta temporale della crisi (Prodi evocò il modello tedesco, nel quale però cristiano-democratici e socialisti impegnarono mesi per concordare un programma comune); serve a smentire si tratti di mero matrimonio di interesse stretto solo per scongiurare il voto e per “paura” di Salvini; serve per iscrivere l’azione di governo dentro una visione condivisa, una idea del futuro, dopo la certificazione dell’incongruenza dello strumento privatistico del “contratto di governo”, che conteneva il germe della propria dissoluzione (e una sommatoria di distinte promesse finanziariamente insostenibili); soprattutto serve per fare del governo il laboratorio di una positiva evoluzione del sistema politico, per passare dal tripolarismo, foriero di instabilità e di trasformismo, a una sana democrazia competitiva lungo l’asse destra-sinistra che, a dispetto di certa retorica, esistono eccome.

Verificando la convinzione del direttore di questo giornale e più modestamente mia, che vi sia una possibile, feconda convergenza tra la cultura politica originaria del M5S (possiamo chiamarla “radical-democratica e ambientalista”?) e un Pd restituito al suo profilo ulivista da centrosinistra di governo nitidamente alternativo alla destra, prima della (dis)torsione identitaria impressagli da Renzi. In breve, un’esperienza di governo che, da un lato, tragga vantaggio dall’elaborazione di un orizzonte politico condiviso e che, dall’altro, in corso d’opera, contribuisca a far maturare progressivamente quell’orizzonte strategico.

Per meno di questo l’ardita operazione del Conte 2 forse non meritava e comunque non reggerebbe. Nella durata e a fronte dell’accusa di mero trasformismo. Qualcuno, forse alzando troppo l’asticella, ha evocato il Moro che, aprendo al dialogo con il Pci, sostenne che, da quel dialogo, entrambi ne sarebbero usciti arricchiti: “Qualcosa di voi deve entrare in noi e qualcosa di noi in voi”.