Direttore dell’Agea, bloccata la nomina del direttore leghista

Il ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo ieri ha comunicato che la neo ministra Teresa Bellanova, con un provvedimento del 12 settembre 2019, ha annullato il decreto ministeriale del 16 agosto con il quale era stato nominato il direttore di Agea (l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, che in media distribuisce agli agricoltori circa 6 miliardi di euro di fondi l’anno), Andrea Comacchio, per tre anni a partire dal 14 settembre. Da oggi, quindi, l’attuale direttore di Agea, opererà in regime di proroga amministrativa come prevede la legge.

Come aveva già raccontato il Fatto, Comacchio era stato messo in quella posizione dalla Lega perché l’Agea è anche l’organismo che si occupa dell’intricata e irrisolta faccenda delle quote latte alla quale la Lega è da sempre molto sensibile. Restano infatti da pagare 1,5 miliardi di euro e tra i morosi ci sono ancora circa 600 grandi allevatori del Nord, molti dei quali da sempre elettori e sostenitori della Lega. Alcuni di essi hanno accumulato multe superiori al milione di euro. Il 24 gennaio di un anno fa , la Corte di giustizia europea ha intimato all’Italia con una sentenza di riscuotere coattivamente gli importi.

“L’accordo non va siglato, si tratti con l’Ue ”

Concorrenza e trasparenza: sono i due pilastri su cui dovrebbero basarsi i trattati dell’Ue, cercando di tutelare gli interessi di tutti i Paesi: a spiegarlo è Filippo Gallinella (M5s), presidente della commissione Agricoltura alla Camera.

Gallinella, il Ceta è un argomento che divide: come mai?

L’apertura ai mercati stranieri, con regole semplificate, spaventa i cittadini. È comprensibile: l’arrivo di materie prime o prodotti lavorati realizzati in un altro Paese potrebbe mettere in difficoltà alcune nostre imprese soprattutto se non si rispettano le regole che invece in Italia e in Europa sono stringenti e a garanzia di qualità.

L’Italia è un Paese molto forte sulle tutele?

L’Italia vuole una etichettatura trasparente, sapere da dove vengono i prodotti, chiede l’obbligo di indicazione dello stabilimento. Quando produciamo, lo facciamo con regole precise, vietiamo determinati prodotti fitosanitari e gli Ogm. Insomma, è giusto stare da parte degli imprenditori che vendono di più, ma bisogna anche tutelare i consumatori.

C’è un problema di concorrenza?

Se un Paese utilizza un prodotto per debellare una malattia della frutta o dalle piante e noi non possiamo, questo diventa un vantaggio competitivo per l’altro Paese. Ci sono differenze anche nell’Unione Europea, ma con l’estero aumenta il divario. Se noi non possiamo nutrire le nostre mucche con mangimi di origine animale, possiamo accettare di importare carni che non rispettano le nostre stesse regole? E riguarda anche la politica del lavoro.

Sono però temi commerciali, decide l’Ue.

Forse però questo tema meriterebbe una riflessione parlamentare. Forse andrebbero messe in discussione le regole del commercio generale nel diritto dell’Unione europea. E questa può essere la volta buona, facendo un po’ di ostruzionismo per stimolare una riflessione di carattere più generale sia sulla politica commerciale dell’Ue sia su quella della trasparenza e della sicurezza alimentare e la sua sostenibilità.

L’Italia dovrebbe quindi sfruttare il suo potere negoziale?

Esatto. Oltretutto, se ormai la parte commerciale, che è materia esclusiva dell’Unione, è in vigore, che bisogno c’è di ratificare tutto il resto? Tanto vale non farlo e vedere cosa succede. Magari il Canada potrebbe decidere di ritirare l’Intesa. O al limite, se l’Ue non lo ritirasse nonostante i veti, potrebbe alla fine decidere la corte di Giustizia Ue. Insomma, mi auguro si possa aprire un dibattito serio e che in futuro questi temi possano essere trattati e decisi con maggiore partecipazione dei parlamenti senza arrivare al solito scontro tra chi dice “sì” e chi dice “no”, tra chi ne sta traendo profitto e chi no. Io dico solo: discutiamone seriamente. Riguarderà qualsiasi altro accordo

A che punto è la ratifica?

Andrebbe messa all’ordine del giorno nella commissione competente, come Agricoltura o Giustizia, visto che il trattato prevede anche la parte sulla risoluzione delle controversie. Al momento, però, non è prevista e non credo lo sarà a breve. Ci sono molti parlamentari, in modo trasversale, che non la vogliono.

Bellanova tira dritto sul Ceta. In ballo made in Italy e tutele

La novità arriva dal neo ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova: “Usciamo dai proclami, usciamo dagli approcci un tanto al chilo: il Ceta è in vigore – ha detto ieri a Radio Capital riferendosi all’accordo di libero scambio con il Canada –. Dobbiamo ragionare con tutti i produttori per individuare dove ci sono criticità”. Torna il Ceta, torna il terreno di scontro. Un anno fa, Luigi Di Maio aveva assicurato che l’accordo sarebbe stato respinto. Ora torna sul tavolo, e in una delle sue prime dichiarazioni, la Bellanova sottolinea che è già in vigore e che va calendarizzato. Preoccupata la Coldiretti. In Parlamento c’è anche un intergruppo parlamentare “No Ceta”.

Ad ogni modo è vero che il Ceta è già in vigore (anche se parzialmente e in modalità provvisoria) ma è anche vero che può non essere ratificato. È infatti un accordo misto che comprende sia intese commerciali gestite dall’Ue (quindi già in vigore), sia voci di investimento che lo vincolano alla ratifica dei singoli Stati. Questi, pur nel rispetto del principio di leale cooperazione, restano titolari di un veto che potrebbe impedirne l’entrata in vigore come confermato nel 2017 dal Commissario Ue per il Commercio, Cecilia Malmström in risposta a un’interrogazione. Per questo Bruxelles punta a evitare sul nascere possibili stop. Nulla vieta infatti all’Ue di trattare in futuro un nuovo accordo col Canada che riguardi solo gli aspetti commerciali, proprio quelli che preoccupano consumatori e agricoltori.

A leggerlo, il trattato è positivo per gli scambi. Prevede, ad esempio, l’eliminazione dei dazi per il 91% dei prodotti agricoli all’entrata in vigore, per il 91,7% dopo 7 anni. Il Canada apre una quota da 18.500 tonnellate per i formaggi europei (finora sono stati applicati dazi fino al 220%), mentre l’Ue eliminerà il 92% dei dazi agricoli all’entrata in vigore e il 94% dopo 7 anni. L’Ue ha poi concesso al Canada contingenti a dazio zero per circa 50 mila tonnellate di carne di manzo non trattata con ormoni, 75 mila tonnellate per le carni suine e 8 mila per il mais dolce. Sopra le quote concordate, l’Ue continuerà ad applicare dazi, che non ci sono invece sul grano, semi oleosi e legumi. Secondo le stime dell’Ue il cambiamento vale 500 milioni all’anno di risparmi.

È però meno positivo sui contenuti: l’accordo limita la tutela delle denominazioni di origine geografiche. Negli allegati si riconosce la protezione in Canada di Dop e Igp italiani di sole 41 indicazioni su 293 e per il sud Italia c’è solo la mozzarella campana.

In Europa fanno notare che sul totale di 143 prodotti tutelati da ogni Paese, la percentuale maggiore è italiana. La scelta è stata basata sui principali marchi italiani esportati in Canada escludendo però prodotti meno conosciuti. Altra pecca riguarda l’italian sounding. È ammesso il termine ‘Parmesan’, che allude al parmigiano, per indicare il formaggio grattugiato, mentre per alcuni prodotti come l’Asiago, la Fontina, il Gorgonzola è consentito l’uso del termine se accompagnato da “genere” o “tipo”. Il regime di tutela delle indicazioni geografiche nell’ordinamento europeo invece esclude qualsiasi evocazione, usurpazione e imitazione. Altro punto contestato è l’uso di sostanze fitosanitarie che non sono più ammesse in Europa come il glifosato usato invece in Canada nell’essiccamento per la pre-raccolta del grano e vietato in Italia in queste fasi. La risposta di Bruxelles è che i residui presenti sono comunque molto al di sotto dei limiti europei ignorando così il principio di precauzione con cui in Europa si è governato, ad esempio, il sistema di divieto degli Ogm.

Assemblea Carige, già 10.000 richieste di partecipazione

Manca una settimana all’assemblea Carige che dovrà evitare il bis della bocciatura di dicembre che portò al commissariamento della banca ligure. Su tutto, l’incognita su cosa farà il primo azionista Malacalza Investimenti (27,5%). Il nodo resta quello del quorum partecipativo (20% del capitale) e deliberativo (due terzi dei presenti). Per l’appuntamento si prepara una carica teorica di 10 mila soci. A tanto ammontano infatti le richieste di emissione del biglietto di partecipazione all’assemblea, comunicate da Carige, scesa direttamente in pista con una sollecitazione alle deleghe. Di per sé il dato non anticipa se chi ha chiesto il biglietto sarà poi presente, e con quanto capitale, ma è un segnale di grande attenzione. Si parla di un 10% di capitale di piccoli azionisti che tramite Intesa, Carige stessa e altre grandi banche avrebbe già mostrato l’intenzione di partecipare in proprio o per delega. Vengono poi dati per presenti (e favorevoli alla delibera di aumento per 700 milioni di euro) il finanziere Gabriele Volpi (al 9%), Raffaele Mincione (7,5%), Aldo Spinelli (1%) e Sga (1,2%). Ipotizzando una presenza di fondi per il 4% si arriverebbe al 33% circa, già di più contando le associazioni di piccoli azionisti.

L’odissea di 30mila immigrati senza reddito

Oltre 30 mila famiglie di extra-comunitari hanno chiesto il reddito di cittadinanza, avendone i requisiti, ma l’Inps non ha ancora risposto. Tutto fermo in teoria per un pantano burocratico, ma in realtà è una scomoda eredità lasciata dalla Lega, quando ha preteso pesanti paletti per gli immigrati. A far saltare quel tappo, tra qualche mese, potrebbe essere il Tribunale di Milano che ha appena ricevuto un ricorso. Nel frattempo si rincorrono voci su un possibile intervento del nuovo governo per allentare quei vincoli e facilitare gli stranieri nella strada che porta al sussidio.

Ricapitoliamo. Per volere del Carroccio, se una persona che proviene da uno Stato esterno all’Unione europea vuole chiedere il sussidio anti-povertà, deve dimostrare di averne diritto con una dichiarazione rilasciata dal Paese d’origine. Non basta l’attestazione italiana, insomma. Questo dice l’emendamento preteso da Matteo Salvini durante la conversione del decretone a inizio anno. Quell’adempimento non è sempre agevole, perciò il ministero del Lavoro dovrebbe stilare con un decreto l’elenco delle nazioni nelle quali “è oggettivamente impossibile produrre apposita certificazione”. In quei casi l’obbligo di integrare i moduli cadrebbe. Questa lista, però, non è ancora arrivata e l’Inps, in attesa di indicazioni, ha pensato di bloccare l’esame di tutte le istanze arrivate da stranieri. Circa 80 mila persone, quindi, hanno documentato la propria condizione di difficoltà economica con l’Isee “italiano”, ma non sanno se dovranno allegare altri documenti. Intanto restano congelati per un dubbio che non dipende da loro. Quattro associazioni milanesi impegnate per i diritti degli immigrati hanno chiesto, con un ricorso in Tribunale, che le domande presentate dagli stranieri siano esaminate alle stesse condizioni degli italiani. “È insensato aver sospeso le richieste – dice l’avvocato Alberto Guariso, dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione – se si pensa alla fretta con la quale è stato emanato il decreto”.

Il presidente dell’Inps Pasquale Tridico ha detto che quell’elenco è in costruzione: “C’è stato un cambio di governo, quindi immagino che il nuovo ministro (Nunzia Catalfo, ndr) prenderà in consegna questo decreto”. Non è semplice perché si tratta di compiere uno screening di tutti i Paesi al di fuori dell’Unione europea. Era l’invenzione della Lega per scongiurare il rischio che il reddito di cittadinanza finisse nelle mani di troppi stranieri. La povertà, del resto, si annida soprattutto tra immigrati.

Ora comunque è materia per i giudici. L’udienza si terrà l’11 dicembre. C’è tempo per disinnescare la mina con una mossa politica: il nuovo asse con il Pd crea le condizioni per rimuovere l’onere di presentare documenti aggiuntivi che grava sugli stranieri. Potrebbero anche spingersi oltre, allentando i lacci che precludono il reddito di cittadinanza agli extra-comunitari, come l’obbligo di dieci anni di residenza. Ieri il ministro Catalfo è stata ospite di un incontro dell’Acli, associazione che da mesi spinge per un maggiore coinvolgimento degli stranieri nella platea del sostegno, ma – pur giocando in casa – non si è sbilanciata. In un’intervista a Repubblica, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha detto che “il reddito sarà confermato” e che “una verifica sul funzionamento insieme alle parti sociali può aiutare a migliorarlo”. Segnali le cui modifiche dovranno passare attraverso le coperture.

Conte va alla festa della Cgil: un asse sociale con Landini

Giuseppe Conte sarà alla festa della Cgil, a Lecce, il 22 settembre prossimo. E non solo farà visita al festival sindacale, ma sarà intervistato sul palco insieme al segretario della Cgil, Maurizio Landini. “È la prima volta che accade che un presidente del Consiglio si confronti pubblicamente con un soggetto sociale come il sindacato”, spiegano con piena soddisfazione in Cgil. Da fonti del governo si fa notare che la scelta del premier “è un segno dell’attenzione per l’ascolto e il confronto con cui Conte intende caratterizzare la sua presidenza”.

Il gesto di “attenzione e ascolto” viene portato comunque anche nelle sedi istituzionali perché ieri è stata resa nota la convocazione delle parti sociali a Palazzo Chigi il prossimo 18 settembre. E così Maurizio Landini ha buon gioco nel dire che “il premier ha fatto e dice una serie di cose che da tempo non si sentivano e che in alcuni casi tengono conto anche di quel che abbiamo detto noi”.

Le scelte del presidente del Consiglio, infatti, spazzano via una lunga fase di mancanza di rapporti tra gli esecutivi e i sindacati, e gli attori sociali in generale, seguita con orgoglio dal governo giallo-verde, ma prima perseguita anche dal governo guidato da Matteo Renzi che riuscì a farsi scioperare contro dal sindacato di riferimento del Pd.

“È la prima volta dall’inizio degli Anni 90 – si ragiona in Cgil – che un premier si confronta con i sindacati prima di redigere la legge di Bilancio”. La novità, quindi, è significativa sia per l’impatto che avrà nelle relazioni sindacali, sia per il profilo politico che l’inquilino di Palazzo Chigi va precisando. Ormai più a sinistra dello stesso Pd (non ci vuole molto, pensano in molti), ma comunque attento a insediare il governo in un mondo finora molto diffidente verso chi ha guidato la fase politica precedente. Non a caso, il 19 settembre, il premier sarà ospite della festa di Articolo Uno, il gruppo politico di Pier Luigi Bersani e che esprime il ministro della Sanità, Roberto Speranza.

“Sul tavolo dell’incontro di mercoledì prossimo con il premier – ha detto Landini – ci sarà, immagino, la nostra piattaforma unitaria”. “Spero sia davvero l’inizio di un percorso importante per il paese”, ha affermato la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan.

Sul tavolo ci sarà comunque la discussione sulle pensioni e sulla cosiddetta Quota 100, la riforma voluta da Lega e M5S, contestata dal Pd e che viene difesa dal sindacato. Nei giorni scorsi è circolata la notizia su un costo della misura di oltre 60 miliardi in dieci anni, notizia che il Mef ha smentito seccamente. Ora è la Cgil a fare i conti: “I costi raggiungeranno una spesa non superiore ai 23 miliardi, molti meno quindi rispetto ai dati circolati in questi giorni”.

“Avremo un risparmio considerevole rispetto alle risorse stanziate in legge di Bilancio”, avverte Ezio Cigna, responsabile previdenza pubblica della Cgil nazionale, che spiega: “Nel triennio verranno risparmiati 9 miliardi e 615 milioni. Tale risparmio sarà dovuto a un coinvolgimento di solo il 35% della platea stimata dal precedente governo, ossia 341.266 anziché 973 mila”.

Semmai, avverte Landini, il problema non è Quota 100, “il nostro problema è cambiare la legge Fornero”. Qui le cose si fanno interessanti: un premier di emanazione M5S rompe, dopo diversi anni, l’ostracismo verso il mondo sindacale tradizionalmente legato alla sinistra. Quel mondo appoggia una riforma voluta dal governo giallo-verde e chiede di rivedere quella che è stata approvata da un governo appoggiato dal Pd. Le linee di frattura della politica italiana, quando si scende nel merito dei problemi sociali, possono essere sorprendenti e spiazzanti per molti.

Londra respinge l’offerta della Borsa di Hong Kong

Il cda del London Stock Exchange, la società che gestisce la Borsa di Londra e che controlla quella di Milano, ha respinto all’unanimità l’offerta della Borsa di Hong Kong. Con una nota, la Borsa di Londra sottolinea che il cda “nutre preoccupazioni fondamentali in merito agli aspetti chiave dell’offerta” e, “visti i suoi difetti fondamentali” “non vede alcun beneficio” nel portare avanti i colloqui. La Borsa di Hong Kong però non molla e intende continuare a cercare di coinvolgere gli azionisti del London Stock Exchange.

La piazza dell’ex colonia inglese, secondo quanto riporta Bloomberg, continua a “credere che la propria proposta sia nel migliore interesse degli azionisti, dei clienti e per i mercati globali dei capitali nel loro insieme”, viene sottolineato in una nota. Il board di Hong Kong si dice “amareggiato” che Londra si sia rifiutata di impegnarsi sull’offerta da oltre 36 miliardi di dollari.

Hong Kong ha peraltro avuto i primi colloqui costruttivi con le autorità di regolamentazione e i responsabili politici.

“Regole insensate, l’unica certezza è la spesa”

L’European Fiscal Board è un gruppo di lavoro istituito dal presidente della Commissione uscente, Jean Claude Juncker, per discutere della riforma delle “regole fiscali” europee. Tra i 5 componenti figura anche il professor Massimo Bordignon, direttore del Dipartimento di Economia e Finanzia alla Cattolica di Milano. Il Board ha redatto un documento di 119 pagine “Valutazioni delle regole fiscali Ue” che oggi sarà sul tavolo della riunione Ecofin a Helsinki.

Professore, nel vostro “paper” si riscontra un approccio critico alle regole vigenti nella Ue con l’obiettivo di cambiarle radicalmente.

Le regole attuali si basano su dati non realmente osservabili e che possono variare imprevedibilmente. Appare piuttosto insensato, ad esempio, basarsi su una prospettiva di avvicinamento agli obiettivi di medio-lungo termine (Mto) dello 0,5% quando non sappiamo cosa succede nell’economia. Sono regole che rischiano di essere controproducenti.

Quali sono, invece, le vostre proposte?

La regola della spesa è più stabile perché si basa sugli anni precedenti e su quelli seguenti. Al netto degli interessi, o di variazioni straordinarie, la spesa primaria deve crescere in linea con il reddito potenziale e se c’è debito deve essere inferiore alla crescita del Pil.

Si tratta di un criterio da stabilire ogni anno?

No, è un impegno su base triennale da mantenere costante, quindi con un grande effetto anticiclico: se il Pil cresce la spesa rimane invariata, quindi raffredda l’economia; lo stesso se invece il Pil scende, quindi con un effetto di stimolo. E poi con un meccanismo di compensazione, garantendo l’impegno sui tre anni, ma potendo variare di anno in anno.

Si discute poi della “golden rule”, lo scorporo degli investimenti dal deficit.

In Europa la spesa per investimenti è crollata e c’è un ritardo enorme su settori come il digitale. Solo che non è facile distinguere tra investimento e spese correnti. Per questo proponiamo una golden rule limited, basata sulle priorità già delineate a livello europeo e da dedurre sulla spesa nominale.

Il vostro studio si concentra anche sul debito?

I trattati di Maastrich furono pensati per un mondo completamente diverso, basti pensare al livello dei tassi di interesse. Per cui, fermo restando che un alto livello di debito va ridotto, nessuno può dire quale sia davvero il livello da raggiungere. Il Fiscal compact ci impone di ridurre il debito al ritmo di 1/20 l’anno, impossibile da sostenere. È una ipocrisia generalizzata, perché non interessa a nessuno se ci mettiamo più tempo. Inoltre le regole fiscali costringono a non spendere o spendere meno.

La soluzione?

Noi pensiamo a un accordo generalizzato come per il bilancio europeo. Ogni 7 anni si può immaginare un accordo in cui i Paesi ad alto debito si impegnano a ridurlo mentre chi si trova in condizioni migliori aumenta la spesa.

Pensa che si troverà consenso nel quadro europeo?

L’idea che le regole vadano modificate, ormai, è diffusa e anche la Bce chiede che la politica fiscale dia una mano contro la recessione. C’è la percezione forte che su agenda digitale o ambiente sia necessario fare investimenti che non siamo in grado di finanziare. Non so dove arriveremo, posso dire che il nostro organismo è stato voluto dalla Commissione e che tra di noi hanno convissuto sensibilità molto diverse. E siamo stati deputati a fare questo tipo di proposte.

Europa, sorrisi per Gualtieri schiaffi tedeschi per Draghi

Al primo vertice europeo, l’Ecofin di Helsinki, per il neo ministro Roberto Gualtieri sono sorrisi e pacche sulle spalle. Contemporaneamente si scatena l’attacco tedesco, per bocca del presidente della Bundesbank, contro il “bazooka” di Mario Draghi che ha ridotto i tassi di interesse sui depositi bancari in Bce, ma soprattutto rilanciato l’allentamento monetario (Quantitative easing) sui titoli di Stato. E questo mentre i Paesi dell’Eurogruppo rivolgono un appello quasi unanime alla Germania affinché spenda i suoi ampi surplus di bilancio.

Non sarà facile per Gualtieri e l’Italia mettere mano alla riforma delle regole europee che certamente non ci saranno prima della prossima manovra. Lo stesso ministro dell’Economia lo ha chiaro in mente e lo ha detto ieri: un conto è discutere della legge di Bilancio, un altro è discutere delle riforme del Fiscal compact e della Unione monetaria per i quali ci saranno altri tempi, e che gli scontri sopra citati lasciano intravedere molto complessa.

La presa di posizione di Jens Weidmann, presidente della potente Banca centrale tedesca, è inequivoca: “La Bce, dal mio punto di vista, si è spinta oltre il dovuto, dato che la situazione economica non è veramente negativa, i salari salgono nettamente”. Il cuore finanziario tedesco mantiene la stessa immutata posizione votata a un rigore assoluto, soprattutto in tema di rigidità salariale, politica che ha garantito i successi commerciali della Germania al tempo dell’euro.

“Ho visto sempre in maniera critica – continua Wiedmann – soprattutto l’acquisto di titoli di Stato in quanto può cancellare la linea di demarcazione fra politica monetaria e fiscale”, aggiungendo che “nella mia posizione critica non sono solo” e ricordando che lo stesso Draghi “ha fatto riferimento all’opinione divisa nel Consiglio Bce”. Il settimanale tedesco Der Spiegel, che ha intervistato Wiedmann, sostiene che nel Consiglio Bce “la maggioranza non è mai stata così ristretta, anche se poi alla fine Draghi ha dato un’altra impressione”. E ieri anche il presidente della Banca centrale olandese, Klaas Knot, si è espresso pubblicamente contro il presidente della Bce.

Le posizioni dei banchieri centrali del “nocciolo duro” rigorista danno la misura dello scontro in atto. E la discussione che avverrà all’Ecofin di stamattina sulle “regole fiscali” potrebbe risentirne. Sul tavolo, i ministri dell’Economia e delle Finanze avranno il documento redatto dall’European Fiscal Board istituito dal presidente uscente della Commissione, Jean Claude Juncker (di cui diamo conto nell’intervista in basso). Quel testo esprime una critica serrata alle regole che l’Unione monetaria si è data da Maastricht in poi e propone una revisione non strutturale, ma abbastanza rilevante sul piano del metodo. È su queste riforme che l’Italia può contare per non dover più sottostare al giogo del 3% o al capestro del rientro dal debito fissato dal Fiscal compact.

La notizia positiva di ieri, fatta filtrare dall’entourage del ministro, è che il confronto con figure come Valdis Dombrovskis, futuro vicepresidente esecutivo all’Economia della Commissione Von der Leyen, o come il ministro delle Finanze tedesco Olaf Sholz, siano stati “costruttivi” e “cordiali” ma il ministro delle Finanze francese Yves Le Maire si è detto dubbioso sulla riforma delle regole).

Ma l’attenzione per ora sarà sulla prossima manovra fiscale italiana di cui Dombrovskis ha voluto conoscere le priorità dicendosi “incoraggiato” dal fatto che “Gualtieri abbia garantito il rispetto delle regole del Patto di stabilità e crescita”. Gualtieri, ovviamente, ha già manifestato la volontà di ricorrere ai margini di flessibilità previsti dal Patto e punterà molto sugli investimenti ambientali e “green”. Da sottolineare la decisione di far aderire l’Italia ai “Princìpi di Helsinki” redatti dalla Coalizione dei ministri finanziari contro il cambiamento climatico (una coalizione di 42 Paesi da cui finora il nostro Paese era rimasto fuori). Vedremo se sarà sufficiente.

La cacca d’autore di Vittorio Feltri

Fu più di mezzo secolo fa che l’arte contemporanea subì lo choc di Piero Manzoni, che riempì e sigillò 90 barattoli con le sue feci e le vendette a peso d’oro, con l’etichetta “Merda d’artista”. Ora un fenomeno simile accade nel nostro più modesto mondo giornalistico con l’investitura di Vittorio Feltri a “colto dissacratore che sa usare l’ironia e la provocazione” e che soprattutto adopera “le parolacce” contro “l’asservimento” degli altri giornalisti. Insomma, uno pensava che i suoi “vaffanculo” in diretta tv oppure i titoli di Libero (La patata bollente, Renzi e Boschi non scopano, Più patate meno mimose per fare solo alcuni esempi) fossero parificati a banali rutti o peti e invece scopre che a essere volgari sono gli autori che lo invitano “perché si incazzi”. Feltri è una sorta di Marinetti che gorgheggia i suoi insulti solo perché ha già capito tutto ed è “l’unico rimasto dei Grandi Giornalisti”. La fondamentale intuizione di questo nuovo De Vulgari Eloquentia in salsa feltriana la dobbiamo a tale Massimiliano Beneggi che, appunto, inscatola le oscenità di Libero e del suo fondatore in nuovi barattoli modello Manzoni.

Dimenticavamo: questo bel saggio che occupa mezza pagina l’abbiamo letto ieri su Libero. Un altro segno di eleganza. Of course.