Le lettere di Malagò: la dura reazione della Federtennis

“Le mie lettere al Cio? Indispensabile e doveroso farlo”. A parlare è Giovanni Malagò, presidente del Coni, in merito alla documentazione che ha fatto arrivare al Comitato olimpico internazionale. Malagò avrebbe chiesto di far luce sulla riforma dello sport, che avrebbe indebolito il Coni e che, in alcuni punti, sarebbe antitetica alla Carta Olimpica. Malagò aggiunge: “Non capisco la motivazione e il clamore di tutto questo”. Infatti, dopo la pubblicazione delle lettere su Repubblica, non sono mancate le reazioni irritate del resto del mondo sportivo, che le ha interpretate come un “vero e proprio tradimento”. Lettere “sconvolgenti” secondo il presidente della Federtennis Angelo Binaghi: “L’attacco di Malagò è una caduta di stile. È evidente che vuole sviare l’attenzione”. Gli fa eco Paolo Barelli della Federnuoto: “La questione va chiarita”.

Prova a spegnere le polemiche l’ex presidente del Coni, e membro onorario del Cio, Mario Pescante, che sulle possibili sanzioni dice: “La legge non rispetta in alcuni punti la Carta Olimpica. Come membro del Cio, Malagò aveva il dovere di segnalare i cambiamenti. Ma lui non hai mai chiesto sanzioni per l’Italia”.

A sorpresa, Mattarella va a “Roma 2030” di De Masi

Gli organizzatori quando hanno ricevuto la telefonata dal Quirinale sono rimasti sorpresi. Non se l’aspettavano. E oggi ovviamente sono più che soddisfatti e orgogliosi. La notizia, allora, è che il prossimo 18 settembre il libro del sociologo Domenico De Masi su “Roma 2030” ovvero Il destino della capitale nel prossimo futuro, edito da Einaudi, sarà presentato “alla presenza del Presidente della Repubblica”. L’evento si terrà al Tempio di Adriano in piazza di Pietra, a cura della Camera di Commercio di Roma.

Qualcuno mette in collegamento la “presenza” di Mattarella con il nuovo corso del Conte II che vede l’alleanza tra Pd e M5S, ma proprio dal Colle arriva una secca smentita: non c’è alcuna coincidenza strana, il presidente della Repubblica vive a Roma e da sempre ha una forte “sensibilità” per “il futuro e lo sviluppo della città”. Il libro raccoglie i risultati di una ricerca commissionata dalla Camera di Commercio e condotta da De Masi con più di dieci esperti di varie discipline. Questo il tema di fondo: “Uno scenario della Roma 2030 e delle sue tre anime: quella di metropoli, quella di capitale della Repubblica e quella di città-mondo. Il destino di Roma, intrecciato con quello dell’Italia e del mondo, dipende dalla soluzione dei problemi amministrativi e, prima ancora, da una visione alta, coerente con il genius loci di questa città unica. Il premio Nobel Theodor Mommsen amava dire: ‘A Roma non si sta senza avere propositi cosmopoliti’”.

Al dibattito parteciperanno, tra gli altri, Giuseppe De Rita, Leonardo Becchetti, Francesca Danese, Walter Tocci, Giancarlo De Cataldo e una tavola rotonda sarà coordinata da Virman Cusenza direttore del Messaggero, il quotidiano del costruttore Caltagirone. Ci sarà, dunque, Mattarella. Ma non la sindaca Virginia Raggi.

La tenda di Prodi di nuovo nel campo Pd: il Professore a Bologna ascolta Zingaretti

“Chi sogna i milioni, chi gioca d’azzardo, chi suda, chi lotta, chi mangia una volta, chi gli manca una casa”. È un verso rock di Rino Gaetano ad aprire il 52° congresso nazionale delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani, una tre giorni a Bologna con più di 400 delegati e ospiti da tutta Italia.

Derubricati a poco più di una battuta i baci al rosario di Matteo Salvini, il gotha dei cattolici si è ritrovato nella città rossa per discutere di “mobilità sociale e democrazia”. Acclamato come un vip, con tanto di richieste di selfie, don Matteo Zuppi, noto ai più come il prete dei poveri per l’esperienza romana alla Comunità di Sant’Egidio, oggi arcivescovo della città e neocardinale.

In platea anche don Giovanni Nicolini, allievo di Giuseppe Dossetti, bergogliano di ferro che da tempo suggerisce di dare vita a un movimento di cattolici per fare fronte comune e sostenere le forze democratiche. Un progetto che oggi, in vista delle elezioni in Emilia-Romagna, non appare più così peregrino: in tanti vedrebbero positivamente la comparsa di una lista cattolica a sostegno della candidatura dell’attuale governatore del Pd, Stefano Bonaccini. “Qui c’è un presidente che corre per vincere e per difendere l’Emilia-Romagna da quella che potrebbe essere un’aggressione di chi a mio giudizio stava distruggendo questo Paese” ha sottolineato a margine Nicola Zingaretti prima di salire sul palco delle Acli.

L’anno scorso, a Trieste, l’ospite d’onore era stato Giuseppe Conte. Corsi e ricorsi della storia. Il “nuovo umanesimo” citato dal premier nel suo discorso di insediamento è l’aspirazione a cui puntare secondo il segretario del Pd: “Sono contento di tutta la squadra di governo, anche i ministri a 5 Stelle sono nella squadra, mettiamo in scena il vero spettacolo del confronto e della concretezza, senza guardarsi in cagnesco come nei mesi passati, ma trovando una sintesi avanzata. Non basta cacciare Salvini, deve esserci un’agenda di cose da fare che giustifica il nostro accordo”. Il primo vero applauso però Zingaretti se lo guadagna quando ringrazia Romano Prodi, da poco entrato in sala in silenzio con la moglie, come “uno dei primi a credere nel nuovo Pd e l’unico ad aver vinto davvero”. Forse non sarà una vera e propria benedizione ma di certo l’ex premier del Consiglio non presenziava da molto tempo, a memoria d’uomo, ad eventi che avessero come protagonisti dei segretari del Pd. L’appello all’unità è stato il leitmotiv dell’intervento di Zingaretti, che ha rifiutato le accuse di “discriminazione politica” rivoltegli dai toscani sulle scelte dei sottosegretari: “I democratici devono essere contenti perché grazie al buon rapporto con gli alleati c’è un’ottima rappresentanza numerica e di personalità”. Un appello ascoltato anche dalla senatrice Michela Montevecchi, grillina della prima ora, e Andrea De Maria, deputato bolognese e grande sostenitore di Maurizio Martina, ex candidato alla segreteria del partito. C’è anche lui a Bologna, in attesa di ascoltare Prodi e Zuppi nell’incontro conclusivo della giornata, così come David Sassoli, attuale presidente del Parlamento europeo. Un vero e proprio evento al punto da dover essere spostato nella biblioteca comunale Sala Borsa: troppe le richieste di partecipazione.

Insieme al Professore e al fneocardinale anche l’attore romagnolo Ivano Marescotti. Elettore convinto di sinistra, poi passato al M5S, pentito e oggi tornato, non privo di amarezza, a sinistra. “Un tempo c’era la mobilità sociale, tu potevi aspirare a qualcosa di meglio, oggi no e su questo la politica deve cambiare. Io ottenni un lavoro alla Provincia di Ravenna, posto fisso con stipendio e pensione, ma dopo dieci anni mi licenziai per fare l’attore, mia madre a momenti moriva, si era appena comprata la cucina in formica”.

Regionali, sì di Sala ai 5S. Ma adesso i renziani frenano

Si vedrà “territorio per territorio”, ma sull’alleanza coi 5 Stelle “non bisogna avere paura di tentare”. Dopo gli ammiccamenti dei giorni scorsi, è il segretario del Pd Nicola Zingaretti a ribadire la linea sulla possibile intesa Pd-M5S nelle prossime elezioni regionali, caldeggiata prima di tutto per evitare, sulla scia di quanto avvenuto a Roma, l’avanzata leghista alle urne. Ieri Zingaretti ha prima negato l’esistenza di trattative, già confermate invece da più voci all’interno dello stesso Pd, per poi rilanciare quanto già auspicato a mezzo stampa da alcuni big come Dario Franceschini e Francesco Boccia: “Penso che dovremmo tentare. Se si è fatto un tentativo per governare il Paese perché non tentare, rispettando le autonomie dei territori?”.

È la linea della maggioranza del partito, sposata ieri anche dal sindaco di Milano Beppe Sala che però, fiutando l’aria, ha suggerito una certa prudenza nelle dichiarazioni: “Sconsiglio di parlare di alleanze a livello locale con il Movimento, ma non vuol dire che sconsiglio di farle. Ci sono molti punti di convergenza su tanti temi”. Parole non casuali, perché in effetti il nodo delle intese regionali è l’ennesimo motivo di divergenze all’interno del Pd, incapace al momento di trovare una sintesi. Ieri per tutto il giorno il partito è andato in ordine sparso, evidenziando però forti frenate sull’accordo da parte dei renziani. Proprio le truppe dell’ex premier, che un mese fa avevano fatto di tutto per trattare coi 5 Stelle per il governo, ora sono le più prudenti, complici la difficoltà personali di molti di loro a legittimare un’alleanza che in questo caso non ha poltrone da salvare e che potrebbe essere controproducente in caso di futura scissione centrista. Maria Elena Boschi, per esempio, ha già bocciato l’idea: “Onestamente mi lascia molto perplessa questa possibilità che alcuni esponenti del nostro partito hanno tracciato. A me lascia molti dubbi: un conto è governare insieme per far fronte a un’emergenza vera e propria, un altro conto è immaginare un’alleanza più strutturata e di programma”.

Così anche il neoministro Lorenzo Guerini, uno dei leader di Base Riformista, il gruppone di Luca Lotti che si differenzia dai renziani puri e duri come Roberto Giachetti, Anna Ascani e la stessa Boschi: “Bisogna essere molto prudenti. Questo governo è nato in una situazione particolare, da un’emergenza che il Paese è stato chiamato a fronteggiare. Far scaturire da qui nuovi equilibri politici penso sia molto prematuro e possa anche avere il rischio di una forzatura”.

I tempi per trovare la quadra, però, stringono. In Umbria da tempo Walter Verini, commissario dem nominato dopo il disastro della giunta di Catiuscia Marini, lavora per l’accordo, ma restano solo un paio di settimane per presentare le liste e l’accordo coi 5 Stelle ancora non c’è. Ieri ci ha provato Marina Sereni, appena nominata viceministro degli Esteri, a lanciare un amo: “In Umbria il Pd appoggia un candidato civico (Andrea Fora, nda), che porta avanti molti temi affini a quelli del M5S. Ho ancora delle speranze che si possa trovare un accordo anche con loro”. Dopo l’Umbria toccherà all’Emilia-Romagna, dove gli zingarettiani contano che le possibilità di alleanza aumentino: lì i 5 Stelle – ragionano – potrebbero accettare di unirsi a un centrosinistra già forte, scongiurando il fatto che Salvini si prenda anche l’ultimo pezzo di Nord Italia tinto di rosso.

Stefano Bonaccini, eletto coi dem cinque anni fa non chiude la porta ai 5 Stelle: “Penso che faremmo bene a chiedere al M5S di riflettere se non sia il caso di dialogare sui programmi”. Un invito a mettere al centro i temi, dando però per scontato che il candidato sarà proprio il governatore uscente. Non il modo più amichevole per avallare i negoziati.

B. cede a Salvini sulla piazza e gli dà il predellino Mediaset

Il surrealismo dell’incontro andato in scena ieri tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini – i due si sono visti a pranzo a Milano, nella casa dell’ex premier in via Rovani, presente solo Licia Ronzulli – sta tutto in una nota che, a metà pomeriggio, il leader forzista affida alle agenzie. Merita di essere citata quasi per intero. “Leggo sempre più insistenti indiscrezioni di stampa che prefigurano da parte di alcuni esponenti di Forza Italia la volontà di costituire ipotetici gruppi autonomi in Parlamento per confluire in altrettanto ipotetiche formazioni politiche pseudo centriste. Chi lavora per sostenerlo lavora anche contro FI e si pone fuori dal partito”, scrive Berlusconi. Che in pratica dà la notizia del tentativo in atto – senza che nessuna gliel’abbia chiesto se non, a quanto pare, lo stesso Salvini – e mette in guardia i possibili “Responsabili” pro Conte 2 a tornare sui loro passi. Un capolavoro di comunicazione politica. Anche perché nel frattempo l’ex premier sembra aver ceduto su tutta la linea.

Se in settimana aveva parlato di opposizione responsabile, detto no alle piazze sovraniste e aperto al dialogo con Pd e M5S sul proporzionale, nell’incontro di ieri fa registrare una giravolta a 360 gradi dicendo sì al sistema maggioritario con l’impegno a battersi contro il ritorno al proporzionale; e sì alla piazza del 19 ottobre, che quindi diventerà una manifestazione unitaria del centrodestra, promettendo pure un’opposizione dura al governo Conte.

Prove tecniche di ricostruzione del centrodestra, dunque, dove però Berlusconi sembra aver ceduto un po’ troppo. Anche perché si viene da mesi di tensioni infinite, in cui il leader leghista mostrava di poter fare a meno del vecchio alleato, snobbandolo di continuo al limite dell’insulto.

“Il vecchio centrodestra è finito. Alle elezioni andremo da soli”, ripeteva l’ex ministro dell’Interno, non nascondendo l’obiettivo di volersi mangiare i restanti voti forzisti, direttamente o tramite il nuovo partito di Giovanni Toti, operazione ideata e benedetta dal leader padano. Berlusconi, però, è uomo di mondo e non sembra portare rancore, fiuta la possibilità di un nuovo accordo e punta a incassare tutto quello che può nella condizione data (FI ai minimi termini). E quel che incassa, il vecchio Silvio, è il ritorno all’alleanza vecchia maniera e un accordo di massima per le Regionali.

A partire dall’Umbria, dove il leader forzista ha dato il via libera alla candidatura della leghista Donatella Tesei (ex FI), con accordo di massima pure sulle altre: a FI spetteranno i candidati in Campania, Calabria e Toscana; alla Lega in Emilia-Romagna (con Lucia Borgonzoni) e appunto in Umbria; mentre FdI ha già incassato l’Abruzzo. Giorgia Meloni forse non sarà contenta e punterà i piedi, si vedrà. Berlusconi ottiene pure, per il momento, la sparizione dai radar di Giovanni Toti. Ieri, infatti, per tutto l’incontro si è parlato di centrodestra a tre punte (Salvini-Meloni-Berlusconi). Ma il governatore ligure c’è, ha appena consumato la scissione in Parlamento (5 deputati e 4 senatori) e sarà anche lui in piazza il 19 ottobre. L’ex Cavaliere, poi, avrebbe ottenuto pure uno stop alla campagna acquisti di Lega e FdI tra i forzisti. E sul tavolo dell’intesa il leader azzurro ha squadernato anche le tv, mettendo a disposizione del Capitano i programmi d’informazione Mediaset. “Se in Rai, data la nuova aria, t’inviteranno di meno, verrai da noi…”, ha assicurato Silvio a Matteo.

Nel partito, se da una parte c’è chi parla di “nuovo inizio” (Gelmini) e di “primo atto di riscossa nazionale” (Bernini), dall’altra il malumore è alle stelle. “Abbiamo ceduto subito su tutta la linea, siamo andati col cappello in mano. Per incassare cosa, un buffetto sulla guancia da Salvini?”, si sfoga un deputato. E pure le parole di Mara Carfagna lasciano trasparire un profondo disappunto. “Bene Berlusconi su chi tra noi pensa di sostenere Conte, ma se vogliamo tutelare il nostro partito è necessario fermare pure chi, con quotidiani atti di sottomissione alla Lega, ha fatto precipitare in pochi mesi FI al 6%. Questo è il vero motivo della diaspora e per frenarla serve offrire una prospettiva politica…”, osserva la vicepresidente della Camera. Intanto, nel partito azzurro, di congresso non si parla più. Mentre, racconta l’AdnKronos, a metà luglio Fininvest ha staccato in favore del partito un assegno da 100 mila euro, piazzandosi al primo posto tra i finanziatori del 2019. Forza Italia è sempre una questione di famiglia.

Migranti, trovato l’accordo con Francia e Germania

Il premier Conte annuncia il raggiungimento dell’agognato accordo sui migranti: “Si prospetta una disponibilità permanente da parte di alcuni Paesi europei. Non voglio anticipare oltre, ma le risposte che stanno arrivando dai Paesi europei sono serie e dimostrano finalmente come l’Italia non sarà lasciata sola”. Infatti, secondo quanto afferma il ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, Francia e Germania accoglieranno a testa il 25% delle persone soccorse che arrivano in Italia, dove potrebbe trovare ospitalità una quota attorno al 10%. E aggiunge che c’è possibilità l’iniziativa si allarghi presto anche ad altri Stati europei. Il problema del salvataggio e dell’accoglienza dei migranti nel Mediterraneo sarà il tema del vertice dei ministri dell’Interno che si terrà il 23 settembre a Malta, cui parteciperà per la prima volta anche Luciana Lamorgese. La gestione delle crisi umanitarie si prospetta dunque più agevole per il nostro Paese, e si va verso la creazione di un “meccanismo temporaneo” di ripartizione su cui si lavora alla Commissione europea.

Lazio, ipotesi tecnici graditi a Lombardi&C. per la nuova giunta

Dopo le nominedei sottosegretari, è totonomi per gli assessori in Regione. Nel Lazio di Zingaretti saranno Gian Paolo Manzella, nuovo sottosegretario al Mise, e Lorenza Bonaccorsi, al Mibac, a lasciare rispettivamente gli assessorati allo Sviluppo economico e al Turismo. Posizioni di rilievo che potrebbero essere assegnate non a politici di casa Pd, bensì a tecnici che siano di gradimento ai 5Stelle. Una mossa atta a suggellare l’alleanza nata in Parlamento e portarla nelle realtà locali, in vista delle prossime elezioni regionali. Favorevole all’esperimento Roberta Lombardi, capogruppo M5S in Consiglio, che tuttavia non si sbilancia. “Se ne può parlare” afferma, ma senza “sciogliersi nel Pd”. Da parte di Zingaretti però deve arrivare un segnale di discontinuità rispetto alla precedente legislatura, dato che al momento la sua maggioranza sta in piedi per i voti di due eletti del centrodestra.

Lunedì mattina il governatore potrebbe già comunicare le sue scelte sui nuovi componenti della Giunta, convocata per una “riunione straordinaria”, con all’ordine del giorno “la situazione politica”.

Sparisce la Toscana. Vendetta anti-Renzi e le mire di Bonafè

C’è una scena della celebre serie tv Boris in cui il protagonista, un attore di successo, si rivolge così a una giornalista: “Il vero grande merito di questa fiction è che non ci sono i toscani – spiega infervorato – nessuno che dice la mi’ mamma, il mi’ babbo, la ‘harne, la ‘harta… perché con quella ‘c’ aspirata e quel senso dell’umorismo da quattro soldi, i toscani hanno devastato questo Paese”. Che quella di Stanis, al secolo Pietro Sermonti, volesse essere anche un’analisi politica ex-post sull’era renziana, non è dato saperlo. Ma una cosa è certa: Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti devono essersi ispirati alla serie tv durante le trattative per la formazione del governo. Sì, perché, dopo l’indigestione degli ultimi anni, di toscani nel nuovo governo giallorosé non ce n’è neanche uno. Nessuna poltrona, nessuno strapuntino: zero “tituli”, come direbbe Mourinho.

L’amaro record delle Regioni non rappresentate nel governo Conte 2, in realtà, sarebbe condiviso con la Calabria ma, dopo gli anni del Giglio magico e dell’asse Firenze-Rignano-Arezzo, l’assenza di toscani fa molto più notizia e provoca uno psicodramma nel Pd. Durante le trattative sui posti di sottogoverno, infatti, il ragionamento dei dirigenti dem era: “ogni corrente e ogni regione devono essere rappresentate”. E invece non è andata così.

Innanzitutto, i renziani si contano alla spicciolata: i fedelissimi dell’ex premier sono due su 42, Anna Ascani (viceministra all’Istruzione) e Ivan Scalfarotto (sottosegretario agli Esteri). Poi ci sarebbero anche i sottosegretari Simona Malpezzi (Rapporti con il Parlamento), Salvatore Margiotta (Infrastrutture) e Alessia Morani (Sviluppo Economico) ma sono più vicini a Lotti e a Guerini che a Renzi stesso. Questi cinque, però una cosa in comune ce l’hanno: sono i leader del #senzadime, l’ala del Pd che un anno e mezzo fa twìttava ossessivamente contro il possibile accordo tra Pd e M5S. A fine luglio, per dire, dopo la fiducia sul decreto Sicurezza bis, la pasionaria Morani cinguettava: “Il M5S ormai è al servizio di Salvini”. Qualche giorno dopo le faceva eco il neo vice di Luigi Di Maio ala Farnesina, Ivan Scalfarotto: “Questa è destra, e della peggior specie. Nulla a cui ci si possa avvicinare senza compromettere i nostri valori di base”.

Ma non è solo una questione di numeri. Al basso numero di renziani (il 10%), si incrocia la scelta di non nominare toscani nella compagine di governo: un mix letale che ha fatto esplodere la rivolta interna ai dem. A dar fuoco alle polveri ci pensa all’ora di pranzo il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che si dice “deluso e costernato”: “Se questa esautorazione è una vendetta contro la vecchia maggioranza del partito o contro Renzi lo si dica con chiarezza o si dia una spiegazione seria e politica di questa decisione”. Seguono a ruota i fedelissimi del capo: Andrea Romano (“Ottima squadra ma pessima assenza dei toscani”), Francesco Bonifazi (“vendetta contro Renzi, il Pd cancella la Toscana”) e si rivede addirittura Maria Elena Boschi (“i cittadini toscani non se lo meritano, spero non sia una scelta per colpire Renzi”). Ma il vero scontro fratricida si concretizza nelle chat dei dirigenti dem, che dopo pranzo diventano roventi: “Così ci isolano ma non è un male – dice al Fatto un renziano – potrebbe essere la prima giustificazione per andarcene”.

Dall’altra parte della barricata, gli zingarettiani mettono nel mirino Simona Bonafè, segretaria regionale del partito. L’accusa è quella di essersi comportata in maniera “scorretta” con Zingaretti che, in cambio del posto da capolista alle elezioni europee, avrebbe preteso una segreteria più unitaria nella (ex) regione più rossa d’Italia. “Bonafè si è solo occupata di trattare il proprio posto da vicepresidente dei Socialisti al Parlamento Europeo e non ha fatto pressione per avere uomini nostri al governo”, è l’accusa. “Adesso deve spiegare” dice il sottosegretario mancato, Valerio Fabiani. Lei, nel frattempo risponde attaccando il segretario nazionale e parlando di “purga” nei confronti di Renzi. In serata, Zingaretti prova a ricucire: “Non c’è nessuna discriminazione della Toscana al governo ma una serie di coincidenze di tanti criteri”. Ma ormai lo strappo (definitivo?) si è consumato.

Margiotta, al Mit va l’uomo di trivelle, energia e strade

La sua guida politica, quando aveva ancora i calzoni corti, è stato Emilio Colombo. Per stella polare invece ha scelto per anni Dario Franceschini, anche se Salvatore Margiotta è stato letteralmente folgorato come Paolo di Tarso da Matteo Renzi. Che per lui ha prenotato da giorni un posto da sottosegretario inserendolo in una short list di fedelissimi facendo cadere ogni resistenza della segreteria di Nicola Zingaretti. E questo probabilmente anche per far digerire alla corrente dell’ex premier l’ingresso nell’esecutivo giallorosso dell’altro potentino doc Roberto Speranza, che nel 2017 insieme a Pier Luigi Bersani e altri lasciò il Pd proprio per protesta contro Renzi e il Giglio magico.

Se Speranza è lo yin bersaniano, il neo sottosegretario alle Infrastrutture Margiotta è lo yang renziano. In salsa lucana. Tra i due le distanze politiche sono incolmabili. Se l’uno fa parte, almeno secondo i critici, di una cultura intimamente manettara, l’altro è il sacerdote, per gli avversari, di un garantismo talmente spinto da essere quasi sospetto: ha difeso dalla “gogna” politica Luca Lotti e si è persino speso per il salvataggio delle società dell’imprenditore Alfredo Romeo, epicentro dello scandalo Consip. Gli zingarettiani lo guardano con sospetto e, a quanto si racconta, hanno posto un solo veto sulla sua nomina: che non finisse allo Sviluppo economico che pure ha in pancia le telecomunicazioni su cui è ferratissimo, da membro della Vigilanza Rai. Al Mise spettano poi anche le competenze sull’energia e più in generale le concessioni sulle estrazioni degli idrocarburi. Forse per questo si è preferito puntare come sottosegretario su Mirella Liuzzi, una 5 stelle lucana che Margiotta mal digerisce. Almeno da quando lei ha proposto di aumentare le royalties sul petrolio per mettere un freno alle trivelle. Lui, Margiotta, nonostante la buriana è rimasto fiero sostenitore di quella norma a favore del progetto petrolifero Tempa Rossa che ha messo nei guai l’ex ministro Federica Guidi per via del subappalto che interessava il suo compagno. E questo nonostante le trivelle gli siano quasi costato lo scalpo. Nel 2008 era stato indagato a Potenza per corruzione e turbativa d’asta relative alla costruzione del centro Oli lucano: i magistrati lo indicarono come parte di un comitato d’affari che avrebbe indirizzato appalti in cambio delle solite mazzette. La Procura potentina ne chiese gli arresti domiciliari (negati dalla Camera): in primo grado venne assolto e così riuscì ad essere rieletto in Parlamento. Poi nel 2014 la condanna in appello a un anno e sei mesi. Infine l’assoluzione in Cassazione nel 2016 quando venne riaccolto a braccia aperte da Renzi nel Pd da cui si era autosospeso.

Perché prima della tegola giudiziaria aveva aderito con convinzione al nuovo corso del Pd a trazione renziana, tanto che era in prima fila alla famosa cena di finanziamento da 1000 euro a coperto organizzata dall’ex premier a cui il senatore lucano era riuscito a trascinare una ventina di imprenditori e industriali. Al tavolo anche alcune vecchie conoscenze del neo sottosegretario, tra cui Marco Lombardi amministratore delegato di Proger.

Per chi non sia del settore Proger è un colosso dell’ingegneria civile, della mobilità e delle infrastrutture, ma pure nell’oil&gas e nell’energia, di tale primaria importanza che nel board vi compaiono Chicco Testa, recentemente indicato come presidente e come vice Antonio Mastropasqua. Lombardi è anche amministratore unico di Proger Manager&Partners, altra società di una certa rilevanza con un capitale di oltre 5,5 milioni e di cui lo stesso Salvatore Margiotta è socio, ancorché nella documentazione patrimoniale che ha presentato al Senato non ve ne sia traccia.

La carica dei 42. Il prof di Conte allarma i 5 Stelle

Le urla e le accuse, ieri, si sono prese una pausa: nessuno ha fiatato durante il Consiglio dei ministri che ha incoronato i 42 sottosegretari del secondo governo Conte. Per questo è un peccato che sia durato solo otto minuti. Dalle 10.42 alle 10.50, gli inquilini dei palazzi romani hanno trattenuto il respiro all’unisono. Poi, sgonfiata l’attesa e diffusa la lista, la pentola ha ricominciato a bollire. Cancelleri! Margiotta! Crimi! E D’Alfonso dov’è? E la Lezzi che fine ha fatto? E poi c’è quel nome, il primo dell’elenco: Mario Turco, senatore Cinque Stelle che da palazzo Chigi si occuperà niente meno che di Programmazione economica e investimenti. Non lo ha chiamato Luigi Di Maio, però. Il nome del professore tarantino lo ha preteso Giuseppe Conte in persona, nonostante le perplessità del Movimento, che non ha mai capito come sia andata la storia della masseria comprata all’asta dal senatore, che il Fatto ha raccontato qualche mese fa.

Così, finito il Cdm, i capannelli si ricompongono, le medaglie di corrente tornano in bella vista, gli istinti fratricidi ripartono da dov’erano rimasti la sera prima. Per carità, c’è anche chi un fratello l’ha ritrovato. Ignazio Corrao, per dire, eurodeputato da giorni assai critico con la china giallorosa, ieri sembrava rinato: un lungo post, con tanto di foto tirata fuori dal cassetto, che lui e Gianca ne hanno fatte tante di cose insieme, dalle regionali del 2012 al “cappotto” del 2018. Ecco, adesso che Cancelleri trasloca dalla Sicilia e si siede da viceministro alle Infrastrutture, Corrao finalmente festeggia. Ha vinto la “lobby siciliana”, come da tempo l’hanno battezzata i Cinque Stelle a Roma, e per farlo si rompe uno dei pochi tabù che erano rimasti nel Movimento: non si molla un incarico per un altro. Cancelleri va al governo e si dimette dall’Assemblea regionale siciliana di cui era vicepresidente. Corrao lo difende anche su questo: “La regola (per chi c’era e se la ricorda) era riferita a quei consueti salti di poltrona tipici di molti politicanti”. Nel caso del neo viceministro, si affannano a spiegare nella Capitale, è una questione di competenze, perché Cancelleri ha seguito molti dossier del Sud insieme a Danilo Toninelli, e con Paola De Micheli ministro “serviva un mastino, uno che sapesse fare politica, un cane da guardia sulle concessioni autostradali”.

Ne piazza altri cinque, Luigi Di Maio, di siciliani al governo che già ne aveva tre: gli uscenti Manlio Di Stefano agli Esteri e Alessio Villarosa all’Economia, la new entry Stanislao Di Piazza al Lavoro, Vito Crimi – che cede la delega all’Editoria al Pd Andrea Martella e diventa viceministro dell’Interno – e infine Lucia Azzolina all’Istruzione. C’è una piccola polemica anche su di lei: tra i Cinque Stelle c’è chi storce il naso perché la deputata il primo agosto ha vinto il concorso per dirigente scolastico e ora dovrà trattare con il Miur. Nulla al confronto dell’ipotetico conflitto d’interessi che il Movimento vede in Salvatore Margiotta, il “lottiano” che il Pd ha spedito alle Infrastrutture, socio di un colosso dell’ingegneria di cui parliamo qui sotto. Per la verità, su Margiotta, si leva qualche perplessità anche in casa Pd. Non tanto per le sue competenze, quanto perché il suo nome non era nell’elenco fornito da Base Riformista, la corrente di Lotti e Guerini che ha il controllo dei gruppi parlamentari. Sono delusi, quelli di Br, e non solo perché hanno solo tre sottosegretari. Oltre a Margiotta portano al governo Simona Malpezzi (Rapporti con il Parlamento) e Alessia Morani (Sviluppo Economico), che rappresenteranno la minoranza del partito insieme ai 2 renziani doc (Anna Ascani, viceministro all’Istruzione, e Ivan Scalfarotto, sottosegretario agli Esteri) e al fedelissimo di Maurizio Martina, già uomo di Filippo Penati, Matteo Mauri, viceministro al Viminale. Ma proprio i lottiani contano due esclusi eccellenti: Emanuele Fiano, che puntava anche lui all’Interno, e Luciano D’Alfonso, il ras dell’Abruzzo finito in una guerra di veti incrociati: non lo volevano i Cinque Stelle, ma a quanto pare nemmeno quel Giovanni Legnini che correva per sè. Alla fine, di abruzzesi ne entra uno, ma grillino: Gianluca Castaldi ai Rapporti col Parlamento.

Non è un dettaglio quello sulle provenienze territoriali: l’assenza di toscani ha scatenato uno psicodramma di cui vi raccontiamo qui a fianco. Festeggia il Veneto, che con il Pd ha il già citato Martella, il vicentino Achille Variati e Pierpaolo Baretta (nome che fa infuriare il 5 Stelle Michele Giarrusso: “Sappiamo già dalla scorsa legislatura che è vicino agli interessi delle lobby del gioco d’azzardo”). Meno bene per la Liguria, che incassa solo Roberto Traversi, sottosegretario al Mit in quota Cinque Stelle.

La terza gamba dei giallorosa, Leu, prende due sottosegretari: Maria Cecilia Guerra (Economia) e Giuseppe De Cristofaro all’Istruzione. Un nome anche in quota Prodi: Sandra Zampa e uno per gli Italiani all’Estero, Ricardo Antonio Merlo.

Ora si riparte con la battaglia sulle deleghe, ovvero il “chi fa cosa”: una delle più ambite è quella alle Telecomunicazioni. Pare la terrà la sottosegretaria Mirella Liuzzi e non il neo viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni. Alla fine, ha dovuto “ripiegare” sul dicastero che fu di Di Maio. All’Economia, vice di Gualtieri, insieme al Pd Antonio Misiani è rimasta Laura Castelli.