Resta in carcere Gaetano Riina, fratello del defunto capo dei capi di Cosa Nostra Totò Riina, recluso presso la casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. L’uomo, tramite il suo avvocato Wilmer Perga, aveva chiesto di essere messo ai domiciliari perché affetto da “artrosi diffusa, ipertensione arteriosa, cardiopatia, insufficienza renale con adenoma”. Un quadro clinico che il suo legale definisce “in continuo peggioramento”. Gaetano Riina, che compirà 87 anni il 5 novembre, è in carcere con l’accusa di estorsione e deve espiare una condanna di sei anni. Il fine pena è previsto per il 2021. “Il rapporto di parentela – aggiunge l’avvocato Perga – con il defunto fratello non può influire sul suo giudizio di pericolosità”. Eppure la richiesta dei domiciliari è stata rigettata dal Tribunale di sorveglianza: non sono ancora state notificate le motivazioni. Gaetano Riina, detto “zio Tano”, classe 1933 è il fratello minore del boss corleonese morto il 17 novembre 2017 mentre scontava svariati ergastoli al 41-bis. È stato arrestato nel 2011 e nel 2016 si scoprì di un patto stretto proprio da zio Tano con la camorra dei Casalesi per il trasporto della frutta da Roma alla Sicilia.
Tracce di Hjorth sul nascondiglio dell’arma
Dopo aver ucciso il vicebrigadiere Mario Cerciello, l’americano Finnegan Lee Elder fa una telefonata. Senza risposta. Cerca la fidanzata americana. Poco prima le aveva scritto: “Qualsiasi cosa succede, sappi che ti amo”. Sono gli ultimi messaggi estrapolati dal cellulare del 19enne. La Procura ha disposto una perizia sul suo telefonino come su quello dell’amico Christian Natale Hjiorth, anch’egli accusato dell’omicidio.
Ne è venuto fuori molto altro. Armi, pistole e coltelli. E poi droga, erba e cocaina, nelle foto e nei video. Anche nel cellulare di Natale, che si è sempre difeso spiegando che era stato il suo amico a colpire Cerciello con undici coltellate e che lui non si era accorto di niente durante la colluttazione con i carabinieri Cierciello e Varriale la notte del 25 luglio.Ma soprattutto c’è un’impronta di Natale su uno dei pannelli del controsoffitto della camera dell’albergo dove i due alloggiavano in cui fu occultato il coltello utilizzato da Elder per colpire il carabiniere. Secondo gli inquirenti si tratta di un dato importante in quanto Natale ha sempre negato di avere avuto a che fare con l’arma. Secondo quanto si è appreso, sul soffitto non sono state individuate impronte di Elder, il che fa supporre che sia stato il solo Natale a nascondere il coltello. Anche “dalle immagini e dai messaggi” “dei telefonini dei due indagati – si legge in un’informativa dei carabinieri depositata dai pm al tribunale del Riesame – emerge il ruolo decisivo assunto da Natale nella commissione dei delitti posti in essere unitamente a Elder”.
Non mancano le armi e i video, spesso con il volto coperto. “L’aspetto certamente più rilevante – è scritto negli atti – che si evince da tali immagini è la particolare predilezione per le armi palesata da Natale, vista la sua irriverenza nell’ostentare il possesso e la disinvoltura mostrata nel maneggio”. Nel cellulare di Natale, gli investigatori cercano anche tramite parole come “knife”, coltello, o “drug”, droga. Così è stato trovato anche un dialogo tra Natale e la madre, un’accesa discussione in cui lei accusa il figlio di “fare uso e vendere droga e andare alle feste tutte le notti senza avere una vita che sia produttiva”. Natale risponde: “Sei così ridicola. ‘Faccio uso e vendo’ solo perché ho provato alcuni funghi (allucinogeni) per la seconda volta nella mia vita e ho deciso di essere onesto e dirtelo”. La donna: “…Sto parlando del fatto che è una cazzata che non stai ancora vendendo droghe poiché non hai un lavoro e continui a comprare cose costose. Mi menti costantemente”. Per gli investigatori “le esternazioni della madre (…) delineano la figura dell’indagato e il suo stile di vita, confermando la tendenza a delinquere”. Anche sul cellulare di Elder si trovano foto di droga, armi e soldi.
Dall’analisi del cellulare di Elder vengono fuori gli ultimi messaggi, scambiati con la ragazza la notte dell’omicidio. Elder le racconta che Natale “è stato derubato”. “Sto morendo dal ridere”, aggiunge. Spiega l’acquisto di cocaina mancato e il furto dello zaino. “Gabe deve imparare a picchiare”, dice la ragazza. E Elder: “Quindi ho detto ora gli prendo lo zaino. Quindi sono tornato indietro e ho rubato lo zaino (risata)”.
Quella sera il 19enne le ripete che la ama. E poi dice: “Qualunque cosa accada ti amo”. E ancora: “Non so se riesco a tornare”. La ragazza sembra preoccupata: “Non uscire dall’appartamento dall’albergo”. Lui ripete: “Ti amo” e lei: “Mi stai mettendo paura. Puoi evitare di fare altre cavolate?”. L’ultimo messaggio di Elder è alle due di notte. Alle 3.30 prova a chiamarla, senza risposta. Ha già colpito Cerciello con 11 coltellate. Quando lei lo cerca preoccupata – “Scrivimi quando sei tornato da qualsiasi posto vai” – Elder è già in cella.
Trasporti e rifiuti, ombre dolose sui troppi incendi della Capitale
I cassonetti, gli impianti per il trattamento dei rifiuti, gli autobus, le pinete e ora anche gli uffici delle ditte di manutenzione sotto indagine. Protagonista è sempre il fuoco, il palcoscenico è la città di Roma. La sindaca Virginia Raggi denuncia sin dal suo arrivo i presunti tentativi di boicottaggio dietro quelle fiamme. E anche i magistrati della Procura di Roma sembrano non ignorare i sospetti di un dolo diffuso. Che vi sia un’unica regia, ovviamente, è difficile da dimostrare, ma le coincidenze restano inquietanti.
Si parla di incendi simili a quello che colpì, secondo quanto raccontato dai pm, la sede operativa della Metro Roma Scarl, la società privata che si occupava delle manutenzione degli impianti di traslazione sulle metropolitane romane – finita nell’occhio del ciclone per le presunte manomissioni – guarda caso il giorno prima che gli inquirenti potessero effettuare il loro primo sopralluogo, programmato all’indomani del grave incidente alla scala mobile della stazione Repubblica. Un episodio “quanto meno sospetto”, per gli aggiunti romani Nunzia D’Elia e Paolo Ielo, che ricorda da vicino quello avvenuto il 27 giugno 2015 alla coop Atlante, appena sequestrata nell’ambito dell’inchiesta su mafia capitale.
Il fuoco a Roma colpisce soprattutto i due punti deboli del servizio pubblico cittadino: trasporti e rifiuti. Il 4 settembre 2018 un incendio si propagò dentro una galleria di servizio della metro A nei pressi di Termini, mandando nel panico i pendolari e costringendo la società Atac a chiudere 10 stazioni per quasi tutto il giorno. Ma a bruciare sono soprattutto gli autobus. Il fenomeno va avanti ininterrotto da almeno 4 anni, e ormai il ritmo si è stabilizzato su due vetture distrutte (o danneggiate) al mese: nel 2019 i “flambus” – così li hanno ribattezzati i romani in rete – sono stati 18, di cui 16 di Atac e 2 della privata Roma Tpl: solo 5 sono tornati in servizio. Nel 2018 il conto si era attestato a 33, considerando anche i due distrutti nell’incendio del 16 dicembre alla rimessa di Tor Pagnotta, che date le dimensioni poteva essere molto più grave.
Quest’ultimo rogo arrivò ad appena 5 giorni da quello, terribile, che distrusse il tmb Salario, il contestatissimo impianto di trattamento rifiuti di Roma nord: la Procura è convinta della natura dolosa dell’incendio, alcuni dipendenti della società Ama sono indagati per omesso controllo, ma dell’innesco non si è mai trovata traccia. E pensare che 24 marzo 2019 poteva finire alla stessa maniera anche l’altro tmb capitolino, quello di Rocca Cencia, solo danneggiato e rimesso in funzione dopo una settimana. Mentre nel silenzio continuano a bruciare i cassonetti per strada: secondo i dati forniti dal Campidoglio, nei primi 6 mesi del 2019 ne sono stati distrutti 250, per oltre 200 mila euro di danni: dato in linea con i 500 contenitori incendiati nel 2018, di cui 150 solo all’Appio Tuscolano.
Al primo grande incendio del suo mandato, per la verità, Virginia Raggi ha dovuto assistere alla sua seconda estate da sindaca, quella del 2017, quando i piromani si accanirono sulla Pineta di Castel Fusano, distruggendola. Fu il primo dei 5 casi in cui la sindaca chiese a gran voce l’intervento dell’esercito: appello lanciato in seguito anche per i cosiddetti roghi tossici provenienti dai campi rom, piaga ultradecennale che le amministrazioni locali e nazionali faticano a contenere, specie in aree della periferia est come Tor Sapienza, Ponte di Nona e La Barbuta. Tutto ciò nonostante lo stesso Campidoglio abbia provato a utilizzare il pugno duro, rinforzando il gruppo Sicurezza Pubblica (Spe) della Polizia Locale e chiesto al comandante Antonio Di Maggio, che da anni combatte i fenomeni di illegalità nella periferia capitolina, di rinviare il suo pensionamento.
Strage di Erba, la Cassazione rimanda gli atti a Como
Non è ancora del tutto conclusa, sia pure per un vizio formale, la vicenda giudiziaria per la strage di Erba. La Cassazione ha infatti accolto la richiesta dei legali di Olindo Romano e Rosa Bazzi, di trasmettere alla Corte di Assise di Como la richiesta della difesa di nuovi accertamenti probatori. Richiesta che era stata respinta in aprile. I coniugi Romano sono stati condannati in via definitiva all’ergastolo per l’eccidio dell’11 dicembre del 2006 di via Diaz a Erba, in cui morirono Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini, mentre il marito di questa, Mario Frigerio, testimone oculare del fatto, fu gravemente ferito. I giudici di Como avevano respinto le istanze di accesso ai server delle intercettazioni, e a quelle di acquisire un cellulare Motorola ed esaminare dei reperti biologici. Ma la decisione, obietta la Cassazione, era stata emessa de plano, senza contraddittorio tra le parti. Adesso la Corte d’Assise dovrà rivalutare le stesse istanze ma convocando le difese. I giudici, nel respingere le richieste avevano affermato che “non possono essere consentite investigazioni superflue o inidonee a determinare modificazioni sostanziali del quadro probatorio”.
Savoini è pagato anche dalla Regione Lombardia
Non solo il Russiagate, non solo l’affare del gasolio per traghettare 65 milioni di dollari nelle casse della Lega, così come ritiene la Procura di Milano. Gianluca Savoini, lo sherpa di Matteo Salvini per gli affari russi, indagato per corruzione internazionale, di soldi ne prendeva anche dalla Regione Lombardia governata dal leghista Attilio Fontana, oggi indagato per abuso d’ufficio nell’indagine sulle tangenti in Lombardia. Sul piatto, una consulenza da 2.600 euro al mese pagata da Ferrovie Nord Milano (Fnm) a sua volta partecipata dal Pirellone.
A darne notizia ieri, il sito del’Espresso e quello di Fanpage. Dal canto suo, se Fnm non commenta, Trenord (alla quale gli articoli non attribuiscono la consulenza) in una nota precisa “che non ha mai avuto alcun tipo di rapporto né alcuna consulenza con Savoini”. La presunta consulenza arrivata a Savoini viene siglata a partire dal giugno 2018. Lo fa, secondo l’Espresso, Fnm presieduta dal leghista ed ex parlamentare Andrea Gibelli, riconfermato nel suo mandato dallo stesso Fontana. Sempre Fnm, dunque.
A dare consulenze e incarichi nelle proprie partecipate. Dall’inchiesta sulle tangenti è emersa infatti una consulenza di circa 8 mila euro da Trenord (partecipata da Fnm) per l’avvocato Luca Marsico, già socio di studio di Fontana. Marsico sarà la pietra dello scandalo giudiziario a carico di Fontana. Il presidente della Regione è infatti indagato per aver fatto avere all’amico la nomina da 11.500 euro all’anno nel Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici. Fontana non è indagato invece per la consulenza di Trenord. Non solo. Un altro leghista come l’avvocato Andrea Mascetti è oggi presidente di Nord Energia altra società di Fnm.
Il nome di Mascetti emerge sia nelle indagini sulle tangenti sia nel Russiagate perché citato nell’audio dell’hotel Metropol. In entrambi i casi Mascetti non risulta indagato. Era già noto, invece, che Savoini è anche vicepresidente del Corecom, l’organismo che si occupa del controllo del sistema delle comunicazioni regionali. Dall’inchiesta giornalistica pubblicata ieri emerge poi una collaborazione di Savoini con una società della galassia Ernst & Young. Una consulenza da 71.400 euro, secondo Fanpage.it, per “un contratto di collaborazione professionale relativo allo sviluppo commerciale di un software linguistico di traduzione automatica”. Insomma, un tassello in più nello scenario che ruota attorno al Russiagate. Nulla che però rientri a pieno titolo nel fascicolo per corruzione internazionale in mano al procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. Il dato emerso ieri conferma il rapporto stretto tra Savoini e la Lega. Sul fronte giudiziario, dopo che la Procura ha incassato un buon risultato dal Riesame, che ha confermato la legittimità dei sequestri dei cellulari di Savoini, a breve sarà fissato l’incidente probatorio per aprire l’ultima chat ancora segreta. Le analisi parziali emerse dalla perizia sui telefoni confermano poi un dato importante: l’incontro del 18 ottobre 2018 all’hotel Metropol è stato preparato a partire da giugno. Questo emerge dai contatti tra Savoini e gli altri due indagati, Gianluca Meranda e Francesco Vannucci. In quei tabulati, però, emergono anche altri nomi che gli inquirenti stanno vagliando. Resta ancora un interrogativo il ruolo di Eni. La società doveva essere l’acquirente finale del gasolio dalla cui vendita scontare i 65 milioni per la Lega. Cosa che Eni ha sempre smentito.
Tangenti Pirellone, indagato industriale amico di Giorgetti
Nino Caianiello, il presunto grande puparo delle tangenti in Lombardia, di lui parlava così: “Milanese non puoi non tenerlo buono perché è l’unico che sul territorio (di Varese) ha un’incidenza politica, sociale ed economica, ’sta cosa mettetevela bene in testa eh!”. Il riferimento è a Claudio Milanese, attivo sia nel settore dei rifiuti sia in quello dell’energia. Milanese, poi, porta in dote una storica amicizia con Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega nonché ex sottosegretario a Palazzo Chigi. Milanese oggi è indagato dalla Procura di Milano per traffico di influenze illecite. L’accusa viene contestata nell’ambito dell’inchiesta Mensa dei poveri del 7 maggio scorso.
L’iscrizione riguarda una serie di conversazioni con il deputato di Forza Italia, Diego Sozzani, anche lui indagato per lo stesso reato. Si tratta di intercettazioni sul cui utilizzo deve ancora esprimersi la Camera. Il tutto si consuma nel dicembre 2018, con Caianiello e Sozzani che si recano in visita da Milanese. L’obiettivo, come immortalato dalle intercettazioni, è chiaro: dare una mano all’imprenditore sui tavoli romani, in particolare su quelli di Anas dove Milanese incontra difficoltà. È in questo frangente che emerge l’amicizia tra l’imprenditore e Giorgetti. Al tavolo i tre discutono di varie operazioni. Poi Milanese dice: “Adesso prendete un attimino una ritualità”, riferendosi al rapporto tra Sozzani e un suo socio. Sozzani specifica: “Volevo fare un discorso, senti anche tu Nino”. Milanese lo anticipa: “Consulenziale!”. Caianiello taglia corto: “Il dare e l’avere”. Aggiunge Sozzani: “In modo che voi siate soddisfatti”. Annota la Finanza: “Milanese afferma che il contratto giustificativo d’incarico di Sozzani verrà predisposto tramite la società capogruppo Risorse ecologiche Srl”. Il quadro, secondo i pm, configura il reato di traffico di influenze. Anche se, al momento, il contratto di cui si parla non è ancora stato trovato. Con l’iscrizione di Claudio Milanese nel registro degli indagati si chiude il cerchio giudiziario delle figure vicine a Giorgetti, così come emerge dall’indagine di Milano.
Prima di Milanese a finire sotto accusa per corruzione era stato Paolo Orrigoni, proprietario dei supermercati Tigros. Nota anche qui la vicinanza tra mister Tigros, già candidato leghista al Comune di Varese, e Giorgetti. Non solo. Seguendo questo filo di rapporti, gli inquirenti hanno tratteggiato la spartizione di poteri tra Forza Italia e Lega in provincia di Varese. Ecco, allora, da un lato Nino Caianiello che secondo l’accusa punta a fare il jack pot sulle nomine politiche nelle varie partecipate e dall’altro gli uomini del Carroccio che, allo stato in modo lecito, giocano su altri tavoli, in particolare quelli delle banche e della fondazioni, anche grazie al rapporto con Giorgetti (non indagato). Questo il nuovo fronte dell’indagine che allo stato non ha tracciato una rilevanza penale. A corroborare l’ipotesi una intercettazione inedita messa agli atti. E dalla quale emergono le mire di Giorgetti (poi disattese) sulla Fondazione Cariplo (non indagata). Ne parla Caianiello il 10 ottobre 2018. Lo fa anche con l’indagato Carmine Gorrasi, ex segretario provinciale di FI a Varese.
Si discute del futuro della Fondazione dopo che il presidente Guzzetti lascerà l’incarico. Dice Caianiello: “Giorgetti su questa cosa ci ha messo la (…). L’uomo di Giorgetti all’interno è Andrea Mascetti”. Si tratta dell’avvocato varesino (non indagato) recordman di incarichi, il cui nome è citato nell’audio dell’hotel Metropol alla base dell’indagine Russiagate, su Gianluca Savoini e i presunti 65 milioni di dollari da girare alla Lega. Mascetti, infatti, è nel cda di Intesa Russia. Nella Fondazione Cariplo, tra gli azionisti di Intesa, Mascetti sta nella Commissione centrale di beneficenza. E con la Fondazione, per la parte privata, ha avuto un rapporto lo stesso Paolo Orrigoni. Conclude Caianiello: “Mascetti mi ha fatto andare a parlare con Orrigoni per la Fondazione perché c’è quella del varesotto che a novembre ci sono le nomine”. Per gli inquirenti questa è la bilancia dei poteri tra FI e Lega a Varese.
Stupro di Viterbo, ai domiciliari i due militanti CasaPound
Sono stati concessi gli arresti domiciliari a Francesco Chiricozzi e a Riccardo Licci, i due ex militanti di CasaPound arrestati per il presunto stupro nel pub Old Manners di Viterbo e poi espulsi dall’organizzazione neofascista.
I due giovani erano rinchiusi nel carcere Mammagialla della città laziale da oltre quattro mesi: era infatti il 29 aprile quando il caso esplose con l’arresto dei due ragazzi, uno dei quali allora consigliere comunale a Vallerano (Viterbo), accusati della violenza di gruppo ai danni di una 36enne italiana. Nei giorni scorsi, dopo che era stata depositata la perizia sui cellulari passati al setaccio per ricostruire le chat in cui le immagini della presunta violenza sarebbero state condivise, la procura aveva chiesto per i due il giudizio immediato. Secondo il gip, giunti a questo punto del procedimento, non ci sarebbero più pericoli di inquinamento delle prove.
La richiesta per ottenere i domiciliari era già stata presentata dai difensori dei due indagati i primi di maggio e, poi, una seconda volta, a luglio, ma in entrambi i casi era stata respinta. Oggi invece i domiciliari sono stati concessi.
Acqua Gran Sasso, al via processo e prime grane
Ieri ci sarebbe dovuta essere la prima udienza del processo sul rischio di inquinamento delle falde acquifere del Gran Sasso, dopo l’inchiesta della procura di Teramo che ha coinvolto i vertici di Strada Parchi (concessionaria delle autostrade A24 e A25), della Ruzzo reti Spa (società pubblica del ciclo idrico del teramano) e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare del Gran Sasso. Ma mentre l’iter è stato aggiornato al 7 ottobre, sono già circolati i primi documenti che mostrerebbero come, negli ultimi 15 anni, la vicinanza delle falde acquifere ai laboratori dell’Infn e alla galleria del Gran Sasso (i laboratori sono sotto il traforo) sia stata percepita come una criticità o, comunque, come un elemento sensibile di cui tenere conto.
L’inchiesta della Procura di Teramo era nata infatti proprio dopo due casi di inquinamento delle acque sotterranee. Uno per la contaminazione da diclorometano proveniente da un esperimento dei laboratori di fisica nucleare, l’altro per la contaminazione da toluene a maggio 2017 in concomitanza con la verniciatura dei tunnel autostradali. In quest’ultimo caso, era stata limitata l’acqua nelle case del Teramano e la Procura aveva posto sotto sequestro la rete acquedottistica sotto i laboratori rilevando che le sale degli stessi non erano impermeabilizzate e che le condotte delle acque erano permeabili e in uno stato di conservazione precario.
C’era consapevolezza? Andrà verificato. Ieri, intanto, i comitati hanno diffuso una serie di documenti risalenti ad un periodo che va dal 2007 al 2012. Alcuni mostrano che l’Infn intendeva realizzare un “laboratorio B” scavando un tunnel e una sala nel versante aquilano del Gran Sasso (a Camarda) o in quello teramano (Aquilano di Tossicia) per un nuovo progetto di ricerca. In alcune slide di presentazione del progetto, l’Infn fa la summa degli spazi già esistenti e propone per il nuovo esperimento un’aerea B specificando che sarà “fuori dall’area protetta del Gran Sasso” e senza “alcuna presenza di acque significative”.
Questa, per il “Forum H20” e le associazioni dimostrerebbe “una piena consapevolezza delle enormi problematiche che esistono nel laboratorio” una “ammissione che a nostro avviso sarà anche utile nei vari procedimenti”. Probabile che per l’Infn significasse anche meno vincoli paesaggistici e di costruzione da rispettare
Le associazioni hanno poi ottenuto, grazie alla richiesta di accesso agli atti de “Il Martello del Fucino”, la relazione dei Vigili del Fuoco sull’esercitazione “Gran Sasso 2008”. Le considerazioni non furono delle migliori: “Tempo d’intervento superiore a quello che consentirebbe un efficace intervento di soccorso”, “personale presente nei comandi non sufficiente in numero a far fronte ad un evento di entità medio – bassa”, “dispositivi di sicurezza del Sistema tunnel autostradale – laboratorio Infn, del Gran Sasso, non adeguati alle situazioni di emergenza del contesto”, “pianificazione di emergenza del sistema non appropriati all’entità del rischio”. “Si evidenziavano gravissime lacune praticamente sull’intera filiera della sicurezza” spiega Augusto De Sanctis del “Forum H2O”. Il secondo step sarà verificare se nella galleria sia stata assicurata un’adeguata gestione dell’emergenza e se i tunnel siano stati messi in sicurezza (entro il 30 aprile 2019) secondo quanto prescritto dalla legge 264/2006. “Sugli adempimenti previsti da questa legge siamo riusciti proprio in questi giorni, anche dopo una diffida, ad avere l’autorizzazione dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici per l’accesso agli atti”, conclude De Sanctis in una nota inviata alle procure di Teramo e de L’Aquila. La guerra è iniziata, insomma.
Tap, prorogati i permessi contestati dai magistrati
Mentre a Palazzo Madama martedì il Senato votava la fiducia al governo Conte 2, i ministri dell’Ambiente e dei Beni culturali, Sergio Costa e Dario Franceschini, delineavano in continuità con i governi precedenti la scelta dell’esecutivo giallorosa di procedere con la realizzazione del contestato gasdotto Tap, in costruzione in Salento. A dispetto delle autorizzazioni considerate illegittime dalla pm Valeria Farina Valaori e dal procuratore Leonardo De Castris della Procura di Lecce. È datato 10 settembre, infatti, il decreto ministeriale con cui è stata concessa la proroga alla Valutazione di impatto ambientale (Via) del gasdotto. I due ministri l’hanno rinnovata fino al 31 dicembre 2021, poiché prossima alla scadenza dei 5 anni. Sono stati così prorogati i due provvedimenti dell’11 settembre 2014 e del 16 aprile 2015, nonostante alcune settimane fa la Procura abbia dato notizia dell’illegittimità delle autorizzazioni ambientali.
Dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari, a carico di 18 persone e della società Tap, sulle presunte violazioni ambientali della realizzazione del microtunnel sul fondale di San Foca, si apprende infatti che il tratto italiano marino e terrestre del gasdotto è stato costruito “in assenza di autorizzazioni ambientali, idrogeologiche, paesaggistiche ed edilizie” sulla base di una valutazione di impatto ambientale illegittima, “poiché adottata senza valutazione degli effetti cumulativi esterni ed interni”, in violazione delle normative nazionali ed europee. I ministri hanno proceduto al rinnovo dopo il benestare della Commissione tecnica Via-Vas (Valutazione ambientale strategica) e del ministero dei Beni culturali.
“La firma del ministro Franceschini – fa sapere il Mibac – è intervenuta a conclusione dell’attività istruttoria dei competenti uffici tecnici dei due ministeri, svolta durante il precedente governo”. Nessuna risposta, invece, dal ministro Costa. Un mese fa la società dichiarava l’imminente fine dei lavori: “L’avanzamento è vicino al 90% e di questo passo la data del 2020, prevista per l’inizio della fornitura, sarà rispettata”, aveva scritto nella newsletter di agosto. Ciononostante l’istanza di proroga era già stata inviata ed erano già conclamate le difficoltà di realizzazione del microtunnel di San Foca, per via dell’interferenza con alcuni habitat marini protetti dalla normativa Ue. Tap ha beneficiato di varie proroghe per l’invio di documenti più dettagliati su questo tratto di gasdotto. Una volta consegnati, però, nonostante avesse assicurato di non interferire con la posidonia e il coralligeno, ha fatto marcia indietro revocando il progetto e chiedendo di sottoporlo a Via.
Il 2 settembre, poi, ha richiesto una sospensione dei termini di tre settimane per fornire ulteriori documentazioni integrative. Paradossalmente San Foca nel 2011 era stata preferita alle altre 12 destinazioni papabili proprio perché sprovvista, a differenza dei tratti di costa contigui a nord e a sud, di un sito di interesse comunitario o di un’area marina protetta. Da qualche mese, anche a seguito della scoperta della prima barriera corallina del Mediterraneo in Puglia, la Regione sta valutando di tutelare anche San Foca. Tuttavia col via libera del governo gialloverde, annunciato sulla base di presunte penali poi smentite dagli stessi uffici ministeriali, la costruzione del gasdotto è filata liscia, nonostante le innumerevoli criticità e le due indagini penali in corso che convergono sulla mancata valutazione degli effetti cumulativi dell’intera opera, che ora Snam proseguirà lungo tutto lo Stivale per oltre 600 km.
Pedaggi senza rincari: il cda di Autostrade allunga la sospensione
Il cda di Autostrade per l’Italia ha sospeso “ulteriormente, in via volontaria”, l’incremento tariffario relativo all’anno 2019 per altri due mesi. Lo ha comunicato ieri sera proprio Aspi in una nota alle agenzie di stampa, spiegando che la decisione è stata presa dal consiglio di amministrazione “in considerazione degli inviti del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti”. È la terza sospensione dopo quella decisa il 1° gennaio 2019 e il prolungamento disposto a fine giugno fino al 15 settembre. In quel caso l’azienda aveva spiegato che la sospensione aveva l’obiettivo di “favorire gli spostamenti degli italiani verso le mete di vacanza, che impegneranno nei mesi estivi la rete in concessione di Autostrade per l’Italia”. E ancora Autostrade per l’Italia aveva sottolineato “la necessità di giungere, entro la prima metà del mese di settembre 2019, a soluzioni condivise in relazione ai programmi d’investimento futuri e a quelli in corso da parte della società”: un riferimento ai dossier Gronda di Genova e Passante di Bologna.