Evenne un uomo chiamato arbitro. “Centocinquant’anni fa, quando le squadre di calcio si accorsero che non bastava più regolarsi con il fair-play, chiamarono uno spettatore, generalmente il più petulante, a fare l’arbitro. E per incoraggiarlo gli dissero: l’importante è che tu stabilisca quando la palla varca la linea bianca e che fermi il gioco ogni volta che accade qualcosa in area. Per tutto il resto decidi in base a ciò che vedi. Così è nata la discrezionalità arbitrale”.
Paolo Casarin, 79 anni vissuti con intelligenza, studio e curiosità del mondo del calcio, ex arbitro internazionale, ex designatore e perciò maestro di un gruppo di fischietti di straordinaria qualità (Collina, Braschi, Messina, Pairetto, Cesari), ricorre a una parabola pagana per introdurre un tema già dibattutissimo nella nuova stagione: il tentativo di eliminare l’involontarietà nel gioco porterà anche all’abolizione della discrezionalità arbitrale? “Nella prima giornata di questo campionato abbiamo assistito al tentativo di oggettivare una situazione che oggettiva non è, cioè quella del fallo di mano. In Cagliari-Brescia è stato fischiato un calcio di rigore provocato dal calciatore Cerri che era girato di spalle, la cui involontarietà era palese come era inesistente la volontà di togliere il pallone all’avversario”.
Si dice che sia l’effetto delle nuove regole.
A parte che, al massimo, si tratta di nuove indicazioni perché la regola non è cambiata. Tuttavia che regola può essere quella che determina un calcio di rigore senza che vi sia colpa? Fossi un calciatore mi chiederei: se il tocco è involontario o casuale perché devo essere punito?
Allora serve solo per azzerare la discrezionalità arbitrale a proposito dell’involontarietà.
Ed è un errore, ma mi pare che se ne siano già accorti. Intanto, in due turni di campionato, i rigori assegnati per fallo di mano sono solo tre su otto, ma soprattutto nell’ultima giornata ne è stato concesso uno per fallo di Milinkovic-Savic assolutamente chiaro, mentre ne è stato tolto uno, più che legittimo, al Bologna nonostante il Var. Insomma quello fischiato a Cerri potrebbe essere il prototipo del “non rigore”, una roba da non rivedere più.
Giusto, ma non è nemmeno accettabile che un arbitro sbagli dopo avere controllato il Var.
Qui entra in campo la capacità dell’arbitro e, soprattutto, l’accettazione che si è in due a decidere sugli episodi chiave. Il Var è una grande fortuna e solo i burocrati ottusi possono svilire la sua importanza. E poi il potere più è frazionato e più si fanno cose corrette.
Non c’è il rischio che alla fine governi solo la tecnologia?
Quello della tecnologia era un parto programmato, dunque prevedibile. Ma prima e per trent’anni, cioè dal 1990 in poi, quando ero alla Fifa, si è lavorato solo sul miglioramento delle possibilità umane. Abbiamo cominciato con gli assistenti che, fino ad allora, per le partite internazionali, erano arbitri chiamati a un compito che non gli apparteneva. Poi abbiamo continuato con gli arbitri di porta che Platini riteneva, a torto, potessero essere due ex calciatori. L’arbitro di porta, invece, non doveva limitarsi a segnalare se la palla fosse entrata, ma provvedere ad aiutare l’arbitro centrale nel caso di falli all’interno dell’area. E gli ex calciatori non potevano farlo.
Quindi meno male che adesso c’è il Var.
Questo è il pensiero della maggioranza degli arbitri. Solo un idiota può pensare il contrario e questo per due ragioni.
Ci dica la prima.
L’arbitro è l’unico in campo e allo stadio a non poter rivedere l’azione. Quindi l’unico a non sapere se ha preso la decisione giusta o sbagliata. Un’assurdità.
La seconda.
Essendo aumentato il valore del calcio e non solo in termini economici, tutte le squadre, dalla prima all’ultima, esigono una partita che si possa definire regolare. Per questo il Var è necessario. Se poi si sbaglia anche con quello, allora vuol dire che l’arbitro è confuso o è scarso.