A noI parenti delle vittime. La Revisione non basta

Il nostro stupore è terminato, forse, ma aumenta la disperazione. Dopo il crollo del Ponte Morandi sono iniziate le indagini e quello che viene reso noto è ogni volta più inquietante, la tragedia che ci ha colpiti potrebbe non restare isolata, le notizie di ieri sull’indagine parallela sono un esempio importante, ma quello che maggiormente ci dispera è la convinzione che tutto poteva essere evitato.

Tutti devono ricordarsi dei 43 morti di quel giorno, che non potranno essere edulcorati dalla ricostruzione. La percezione è che un sistema marcio sia radicato profondamente in molti strati della nostra nazione, i cittadini, i professionisti ed i politici onesti dovranno emergere per poterlo cambiare. Gli organismi di vigilanza pubblici non potranno d’ora in poi accontentarsi di rapporti non corretti e dovranno avere la professionalità e la temperanza necessarie per difendere le nostre vite.

Quello che lascia perplessi in questa situazione così complessa ed articolata sono state le prime parole della nuova ministra Paola De Micheli alle Infrastrutture, che è stata molto veloce nel precisare che si sarebbe trattato di “revisione” della concessione, forse sarebbe opportuno che ascoltasse anche il grido dei cittadini che hanno solo dato una delega a chi li governa e sono stufi di vivere in un paese così colmo dì contraddizioni, in fondo quando si ha il sospetto che qualcuno abbia commesso un reato, fino ad avere certezza della sua innocenza si dovrebbe avere la prudenza di evitare che possa continuare a commetterlo.

Pretendiamo giustizia per loro che non ci sono più, per noi che soffriamo e per tutti i cittadini.

 

Atlantia in crisi, ma la revoca è ostaggio di Alitalia e penali

Le inchieste che coinvolgono Autostrade per l’Italia disegnano un quadro inquietante. Nessuno riesce a spiegare quale movente avrebbe spinto dirigenti e tecnici a falsificare relazioni per occultare lo stato di salute dei viadotti Pecetti (A26) e Paolillo (A16). O perché i dirigenti del sesto (Cassino) e settimo tronco (Pescara) e il responsabile barriere del gruppo avrebbero deciso – è l’accusa della Procura di Avellino – di risolvere i problemi di sicurezza delle barriere su tutta le rete, emersi dopo il tragico incidente dell’Irpinia, con un progetto al risparmio che “mette a rischio l’incolumità pubblica” (portando al sequestro di dieci viadotti).

Ieri, il colosso controllato da Atlantia dei Benetton, ha fatto sapere che aveva già provveduto a spostare due dei dipendenti coinvolti nell’inchiesta ligure e di essere pronto “a ulteriori azioni a propria tutela”, avviando “un audit interno per verificare la corretta applicazione delle procedure da parte delle società e delle persone coinvolte”. Insomma, qualunque cosa abbiano fatto, lo hanno fatto in autonomia. È la linea difensiva di sempre. Nel gennaio scorso, l’ad di Autostrade Giovanni Castellucci (oggi capo di Atlantia) è stato assolto, assieme a diversi alti manager, dall’accusa di omicidio colposo nel processo di Avellino per la morte di 40 persone il 28 luglio 2013 a bordo del pullman precipitato dal viadotto Acqualonga della A16 Napoli-Canosa, dopo aver abbattuto le barriera new jersey dai tiranti resi fradici dall’usura e dalle vecchie gelate. Sono stati condannati solo i dirigenti del sesto tronco per disastro colposo e omissione in atti d’ufficio. Uno di loro, Paolo Berti, intercettato nell’inchiesta ligure, spiega a Michele Donferri (direttore delle manutenzioni, indagato per il disastro del Morandi) “il proprio disappunto per essere stato condannato nell’ambito del processo di Avellino – si legge nell’ordinanza del gip Angela Nutini – lamentandosi che avrebbe potuto dire la verità e così mettere nei guai anche altre persone. L’altro (Donferri, ndr) risponde che non ci avrebbe guadagnato nulla mentre, alla luce del suo comportamento, può ‘stringere un accordo col capo’”.

È con questo spaccato che si intreccia la partita della revoca delle concessioni ad Autostrade dopo il disastro del ponte Morandi di Genova (43 morti). Atlantia è in difficoltà. Ieri ha perso l’8% in Borsa mentre Autostrade annunciava, bontà sua, di aver sospeso per altri due mesi il previsto aumento dei pedaggi. In un post sul Blog delle stelle, il neo viceministro alle Infrastrutture, Giancarlo Cancelleri (M5S) attacca: “Il nostro imperativo è proseguire sul percorso tracciato dall’ex ministro Toninelli, la revoca delle concessioni ai Benetton. Altra strada non c’è”. Nessuno però sa come imboccarla.

All’indomani del disastro del Morandi, Palazzo Chigi annunciò di aver “avviato il processo di caducazione” del contratto con Autostrade. Da allora poco o nulla è stato fatto. Molte chiacchiere e un parere di 62 pagine – commissionato da Toninelli a esperti giuristi del Mit – che apre alla revoca per “grave inadempimento” senza dover pagare mega-penali “illegittime”. Nel frattempo, il governo gialloverde ha invitato Atlantia a partecipare alla cordata per il salvataggio di Alitalia. E da questa posizione di forza Atlantia sembra aver lavorato per giocare sui due fronti. Dai palazzi romani e dai tecnici vicini al dossier filtra che sarebbero state proprio le pressioni della holding dei Benetton ad aver spinto la cordata di salvatori – che comprende anche Fs, Tesoro e Delta – a chiedere al governo l’ennesima proroga della scadenza per l’offerta definitiva a fine ottobre. La speranza di Atlantia è di far proseguire il negoziato su un binario parallelo alla partita della concessione per condizionarla.

In teoria, il dossier è allo studio del premier Giuseppe Conte, che nel suo discorso programmatico ha assicurato che “si andrà fino in fondo nel provvedimento avviato dopo la tragedia del Morandi”. Due giorni prima, la neo ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli (Pd) aveva chiuso le porte alla revoca spiegando che “nel programma è prevista solo la revisione”, facendo schizzare il titolo di Atlantia. Nessuno a Palazzo Chigi sa come uscire dallo stallo. Tutti sanno che nessuna “revisione” è possibile senza mettere sul tavolo l’ipotesi revoca perché quei contratti sono blindati. E nessuna revisione è possibile se non si elimina la clausola capestro concessa ai Benetton nel 2007, che garantisce ad Autostrade un mega rimborso anche in caso di revoca per gravi inadempienze. La concessione, peraltro, fu blindata nel 2008 per legge dal neonato governo Berlusconi.

Difficile che i Benetton rinuncino al regalo. Il governo potrebbe sollevare alla Consulta la questione della legittimità della clausola, o quantomeno eliminare l’approvazione per legge del 2008, dando vita a un sicuro contenzioso che si protrarrebbe per anni. Una revisione sostanziale, peraltro, già si verificherebbe costringendo Autostrade a rinunciare al ricorso contro il nuovo sistema tariffario voluto dall’Autorità dei trasporti destinato a mettere fine a 20 anni di mega-profitti concessi ingiustamente ai signori del casello a fronte di investimenti in continuo calo.

La palla, come detto, è in mano a Conte. L’esito dipenderà dalla forza politica che i 5Stelle riusciranno a imprimere sul dossier. E i precedenti non sono buoni.

Avellino, imponente nube tossica dopo incendio in fabbrica

Un incendioè divampato ieri alle ore 13 alla Igs, un’azienda insediata nel nucleo industriale di Avellino che produce contenitori in plastica per batterie automobilistiche. Le fiamme sono divampate nel piazzale esterno all’azienda dove erano state stoccate le produzioni. Non ci sono notizie di feriti o intossicati, il rogo è stato sempre sotto controllo, ma a preoccupare sono la vicinanza delle fiamme ad alcuni silos e soprattutto l’alta nube tossica che sovrasta l’intera area, che è stata isolata dalle forze dell’ordine. Il prefetto di Avellino, Maria Tirone, ha convocato il Centro coordinamento soccorsi per fronteggiare eventuali emergenze provocate dall’inquinamento e ha dichiarato lo stato di emergenza. I cittadini del capoluogo di provincia e dei comuni limitrofi sono stati invitati a tenere porte e finestre chiuse e a evitare, se non in caso di necessità, di uscire di casa. Un’ordinanza ha disposto per oggi la chiusura delle scuole. L’Arpac, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Campania, in giornata fornirà i dati sull’inquinamento.

Tutte le corsie pericolose: 350 ponti da sequestrare

I sequestri potrebbero proseguire nei prossimi mesi in tutta Italia, perché “ci sarebbero circa 350 viadotti nelle stesse condizioni”, rivela al Fatto una fonte inquirente. Per il momento le tracce dell’indagine della Procura di Avellino hanno condotto sull’autostrada Adriatica, tra l’Abruzzo e le Marche. Anche questa gestita da Autostrade per l’Italia (Aspi). I magistrati irpini hanno così disposto i sigilli e l’interdizione al traffico per la corsia contigua alle barriere bordo ponte di dieci viadotti della A14: “San Biagio”, “Campofilone”, “Santa Giuliana”, “Santa Maria”, “Cerrano” (h. 89,7 mt.), “Marinelli”, “Valloscura”, “Petronilla”, “SP e Fosso Calvano”, “Vallelunga”. Sono quelli ricompresi tra le uscite di Pescara Ovest e Pedaso (Fermo). I dieci viadotti resteranno aperti al traffico, ma solo al centro, e a velocità ridotta: 40 km/h per i mezzi pesanti e 60 km/h per le auto.

I lavori dopo i 40 morti fatti al risparmio

Il motivo è lo stesso del sequestro avvenuto a primavera, e ancora in corso, dei new jersey di una dozzina di viadotti in Campania sulla A16 Napoli-Canosa, tra Baiano e Benevento: i lavori di sostituzione dei tirafondi Liebig plus con le barre filettate inghisate in malta cementizia hanno “compromesso notevolmente la capacità di contenimento in caso di urto con veicolo pesante”. Ad Aspi, si legge nel provvedimento del gip Fabrizio Ciccone notificato l’altroieri, viene contestato di aver assunto una “strategia dilatoria” rispetto alle indicazioni del ministero delle Infrastrutture (Mit) “in ordine ai necessari e indifferibili interventi di sostituzione” dei sistemi di ancoraggio. I lavori eseguiti da Aspi dal 2014 per mettere in sicurezza le barriere dei viadotti di numerose tratte autostradali, decisi dopo la sciagura di Acqualonga (Avellino) – i 40 morti causati dal pulmino precipitato dopo aver abbattuto un new jersey coi tirafondi marciti per intemperie e incuria – sono stati svolti con tecniche non omologate e al risparmio, che avrebbero aggravato i problemi invece di risolverli. È questa la tesi accusatoria del procuratore capo di Avellino, Rosario Cantelmo, e del pm, Cecilia Annechino, nell’inchiesta bis nata da perizie, documentazioni e testimonianze raccolte durante il processo sul disastro del 28 luglio 2013. Processo che in primo grado si è concluso con otto condanne, tra le quali sei tra dirigenti e tecnici di Aspi, e sette assoluzioni, tra le quali l’ex ad di Aspi, Giovanni Castellucci. Due condannati, Michele Renzi e Gianni Marrone (coinvolto anche nell’inchiesta di Genova sui falsi report), sono indagati pure nel filone bis in qualità di ex direttori di Sesto e Settimo tronco autostradale.

Le recenti acquisizioni dei pm hanno puntato il dito sul conflitto in corso tra gli organismi di vigilanza del Mit e Aspi. Sulla base di un parere di aprile del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, secondo il quale la sostituzione dei Liebig non può essere omologata ex post e i risultati dei crash test non tranquillizzano, la direzione di vigilanza sulle concessionarie autostradali ha scritto ad Aspi sollecitando “senza indugio” un programma di sostituzione dei sistemi di ancoraggio.

Un cronoprogramma lungo dieci anni

Aspi ha replicato ritenendo la richiesta “illegittima e pregiudizievole per la scrivente, addossandole oneri e costi per attività non dovute e non giustificate…”. Il dirigente degli Uffici ispettivi territoriali del Mit, l’ingegnere Placido Migliorino, ha convocato le parti per discutere gli adeguamenti e le priorità di intervento. Aspi ha predisposto un cronoprogramma di dieci anni. I tecnici del Mit hanno risposto contrariati, invocando un tempo di ultimazione “significativamente inferiore a quello prospettato”. Infatti il gip ricorda che per completare le sostituzioni dei Liebig con le barre filettate in tutta Italia, Aspi “risulta aver impiegato un tempo significativamente inferiore”: solo un anno e mezzo, dall’inizio del 2014 al 2015. La lentezza non fa rima con sicurezza. Di qui i nuovi sequestri.

La società replica: “Il Pecetti e il Paolillo sono in sicurezza”

In merito alle notizie di stampa che riguardano i provvedimenti adottati dalla magistratura genovese con riferimento ai viadotti Pecetti e Paolillo, Autostrade per l’Italia “conferma nuovamente la sicurezza di tali opere, dove gli interventi di manutenzione sono stati conclusi diversi mesi fa”. Lo scrive Autostrade in una nota specificando che “sulla scorta delle informazioni fornite dalle direzioni di tronco competenti, la società ha inviato lo scorso 4 dicembre 2018 al ministero delle Infrastrutture e trasporti un report contenente il dettaglio degli interventi manutentivi realizzati e delle verifiche effettuate sui viadotti della rete, tra cui il Pecetti e il Paolillo. In nessun caso è stato riscontrato alcun problema riguardante la sicurezza di questi e altri viadotti oggetto di indagine, che sono stati verificati anche da società esterne specializzate in tale tipo di monitoraggi, oltre che dai competenti uffici ispettivi del ministero. Si ricorda – scrive Autostrade – che il viadotto Paolillo è un ponticello di 11 metri, completamente ristrutturato. Per quanto riguarda il Pecetti, si conferma che l’opera è totalmente ristrutturata ed è stata oggetto di ripetute verifiche”.

I falsi report di Autostrade: “Lì mettiamoci una pezza”

“Come si fa a chiedere una verifica su un manufatto ammalorato… con un trasporto eccezionale che lo porta al limite della resistenza, con un ponte che è appena venuto giù… Non è possibile una superficialità così spinta dopo il 14 agosto, cioè vuol dire che non hanno capito veramente un cazzo… eticamente”. Dice così Andrea Indovino, ingegnere di Spea, la società del gruppo Benetton che dovrebbe occuparsi dei controlli di sicurezza alle autostrade. L’intercettazione è nell’ordinanza che ha portato i magistrati genovesi che indagano sul Morandi a emettere misure cautelari e interdittive verso dirigenti di Spea e Aspi (Autostrade): ai domiciliari Massimiliano Giacobbi (Spea), Gianni Marrone (Aspi) e Lucio Torricelli Ferretti (Aspi). Misure interdittive per tecnici e funzionari Spea e Aspi: Maurizio Ceneri, Andrea Indovino, Luigi Vastola, Gaetano Di Mundo, Francesco D’Antona e Angelo Salcuni. L’accusa è falso ideologico.

Nelle 106 pagine compare anche una telefonata tra Paolo Berti, direttore centrale operativo di Autostrade, e Michele Donferri, dirigente della manutenzione (vedi pagina 3). Berti, scrivono i pm, “manifesta disappunto per essere stato condannato nel processo di Avellino, lamentandosi che avrebbe potuto dire la verità e mettere nei guai altre persone”. Donferri risponde: “Aspettali al varco, pensa solo a stringere un accordo col capo”.

Il senso dell’ordinanza è racchiuso in una considerazione finale del magistrato: “Si evince che la logica che guida le scelte e indirizza i comportamenti dei soggetti che operano in Aspi e Spea – controllata dalla prima, priva di autonomia – è quella strettamente commerciale, che prevale sulla finalità di garantire la sicurezza delle infrastrutture, in spregio all’affidamento di un pubblico servizio”.

Accade tutto dopo il crollo del Morandi. Spea e Aspi con l’acqua alla gola controllano la sicurezza dei viadotti. E si trovano davanti strutture malate. Due in particolare: il Pecetti (A26, vicino al Morandi) e il Paolillo (a Cerignola, Puglia). In entrambi i casi, secondo l’accusa, si sarebbero taroccate le carte dei controlli. A rischio di chi passava sul ponte. Prendete il tir da 141 tonnellate che viene fatto passare sul Pecetti. Scrivono i pm: “Maurizio Ceneri, responsabile del settore controlli non distruttivi di Spea, attestava falsamente nella relazione sulla sicurezza del Pecetti che il cavo rotto sull’impalcato era con ogni probabilità formato da 8 trefoli modificando l’originaria relazione che attestava correttamente che il cavo rotto aveva 12 trefoli”. Di più: “Attestava falsamente che la perdita di precompressione rilevata era del 18% (invece del 33%)”. Ma soprattutto “attestava falsamente che le condizioni di sicurezza erano rispettate anche in relazione al passaggio di un trasporto eccezionale da 141 tonnellate”. Sostengono i pm: “Se i dati fossero stati quelli veri”, ci sarebbe stato “il fermo della circolazione”. Ma un dipendente di Spea, Alessandro Costa (non indagato), si accorge che la relazione è stata modificata a sua insaputa. E non c’è solo il trefolo rotto, ma anche un cantiere in corso che pesa sulla struttura: “È tiratissima. E con un cantiere peggio stiamo… la verifica non è soddisfatta… più andiamo oltre e più rosicchiamo i margini di sicurezza”. Alla fine, scrivono i pm, “si redige una relazione positiva di transitabilità recependo una relazione falsa”. E il tir da 141 tonnellate? “Ormai è transitato”. Amen.

Ma c’è anche il Paolillo: “Dal monitoraggio sulla stabilità emergeva che l’opera era difforme al progetto”. La struttura è “meno performante”, meno sicura. Si arriva, scrivono i pm, a voler presentare come normale un intervento strutturale nonostante ci si trovi in zona sismica. Ma c’è una rogna, una riunione con l’ispettore del ministero: “Dobbiamo tenere a bada il mastino”, spiegano gli indagati. Intanto bisogna depositare una relazione da cui sparisca la difformità dell’opera. Ceneri chiosa: “Vedo cosa riesco a impacchettare”. Ma qui viene chiamato in causa Gianni Marrone, dirigente di tronco di Aspi, che in una mail scrive: “Non voglio sapere nulla di as built (i progetti, ndr) che magari non tornano con il reale. Sono opere che guardate da 40 anni, dovete sapere anche il nome del carpentiere che le ha realizzate”. Durante le deposizioni gli indagati spiegano: “Abbiamo ricevuto una telefonata di Marrone… Temeva la chiusura dell’autostrada”. Marrone raccomanda: “Facciamola sparire ’sta cosa del cartiglio”. Qualcuno si accorge di rischiare grosso: “Così non è più colposo, ma doloso”. C’è chi teme di scrivere “relazioni su carta da formaggio”. Intanto arriva un ordine, pare proprio da Marrone: “Mandami il documento in word, senza cartiglio, senza niente… me lo modifico io”. Ci scappa, però, “un refuso bollente”, e scoppia il caos: “Ci fanno tutti questi pipponi”, non si sa più cosa scrivere. Si teme che l’ispettore possa “rompere il cazzo”. E infatti viene richiesta la relazione mancante.

Ma nell’ordinanza c’è altro, come l’affermazione di Donferri che riguarda il viadotto Giustina (Marche), ma spalanca uno scenario più ampio: “Devo spendere il meno possibile… sono entrati i tedeschi… a te non te ne frega un cazzo sono entrati cinesi… devo ridurre al massimo i costi… e devo essere intelligente de porta’ alla fine della concessione”. E qui lo stesso Donferri racconta che Marrone “per le sue conoscenze ha rimediato un appuntamento con l’ingegnere capo del genio civile… una riunione carbonara!”. Sarà Marrone, riassume la Finanza, “ad invitare Aspi ad avvalersi per il collaudo di persone vicine Genio, facendo intendere che ciò potrebbe portare vantaggi”. Ancora Donferri: di fronte a un report dove molte strutture hanno riportato come voto di sicurezza 50 (alto, sono a rischio), sbotta: “Me li dovette toglie tutti… li riscrivete e fate Pescara a 40… perché il danno di immagine è un problema di governance”.

Ma c’è anche un capitolo sul rischio di inquinamento probatorio: c’è chi, come Marrone, non avrebbe consegnato alla Finanza carte sul Paolillo. C’è un’attività per preparare le persone al colloquio con i magistrati. Non solo: “Lo zelo della società durante le indagini – scrive il gip – si è tradotto in attività di bonifica dei pc, nell’installazione di telecamere per impedire l’attivazione di intercettazioni e nell’utilizzo di disturbatori delle intercettazioni”.

Er Trivella

Se non ci è sfuggito qualcuno, il Conte 2 è il primo governo a memoria d’uomo senza indagati. E non è un record da poco. Ma non c’è solo la questione penale: c’è pure quella morale, oltre a una Costituzione che impone “disciplina e onore” a chi esercita pubbliche funzioni. Perciò vorremmo sapere cosa sia saltato in mente al Pd di nominare sottosegretario, per giunta ai Trasporti e Infrastrutture, il senatore Salvatore Margiotta, detto Er Trivella. Fu indagato a Potenza nel 2008 per corruzione e turbativa d’asta quand’era alla Camera, che puntualmente negò l’autorizzazione al suo arresto. Poi fu assolto in primo grado e condannato in appello a 1 anno e 6 mesi, infine la Cassazione annullò la condanna senza rinvio. L’accusa era di aver fatto valere la sua influenza per aiutare presso la Total l’amico imprenditore Francesco Ferrara a vincere l’appalto da 26 milioni per il Centro Oli Total di Corleto Perticara, in cambio di una tangente promessa o versata di 200 mila euro. Ferrara, essendo indagato, temeva che la Regione lo tagliasse (sacrosantamente) fuori. Allora incontrò Margiotta e poco più di mese dopo l’appalto arrivò, grazie all’ad di Total che sostituì le buste con le offerte.

Quando la Cassazione annullò la condanna, non cancellò i fatti. L’incontro Ferrara-Margiotta il 16.12.2007 ci fu davvero. E Ferrara, ignaro delle cimici in casa sua, confidò davvero a un’amica di aver detto a Margiotta: “Salvato’, io voglio il lavoro… Io ti devo portare 200 mila euro il giorno in cui mi assegnano definitivamente e tu lo sai come sono io”. La Corte però stabilì che Margiotta non ricopriva cariche pubbliche connesse all’appalto, dunque non era “configurabile” la corruzione. Però “in via teorica” la condotta rientrava “nel paradigma del traffico di influenze illecite… all’epoca dei fatti, però, non ancora previsto come reato” (lo introdusse nel 2012 la Severino). Ergo “ogni questione relativa all’esistenza o meno di una promessa di 200mila euro e dell’accettazione della stessa perde ogni significato”. Così Margiotta fu assolto, ma i fatti poco commendevoli rimasero. E fu lo stesso Er Trivella ad ammettere certe prassi, pur negando di aver preso soldi, in un’intervista a Repubblica. Domanda di Antonello Caporale: “On. Margiotta, se lei mettesse una buona parola…”. Risposta: “Più o meno di questo credo si tratti”. D: “Alzi la mano chi non ha offerto una parolina di buona amicizia”. R: “Bravo. Al Sud le frequentazioni politiche sono intessute di questi rapporti. Parlo con tutti e di tutto”. Resta da capire perché mai uno con questa “cultura” sia finito in un ministero tanto cruciale: nonostante quei fatti, o proprio per quelli?

“Il Var è necessario, ma non può sostituire le capacità dell’arbitro”

Evenne un uomo chiamato arbitro. “Centocinquant’anni fa, quando le squadre di calcio si accorsero che non bastava più regolarsi con il fair-play, chiamarono uno spettatore, generalmente il più petulante, a fare l’arbitro. E per incoraggiarlo gli dissero: l’importante è che tu stabilisca quando la palla varca la linea bianca e che fermi il gioco ogni volta che accade qualcosa in area. Per tutto il resto decidi in base a ciò che vedi. Così è nata la discrezionalità arbitrale”.

Paolo Casarin, 79 anni vissuti con intelligenza, studio e curiosità del mondo del calcio, ex arbitro internazionale, ex designatore e perciò maestro di un gruppo di fischietti di straordinaria qualità (Collina, Braschi, Messina, Pairetto, Cesari), ricorre a una parabola pagana per introdurre un tema già dibattutissimo nella nuova stagione: il tentativo di eliminare l’involontarietà nel gioco porterà anche all’abolizione della discrezionalità arbitrale? “Nella prima giornata di questo campionato abbiamo assistito al tentativo di oggettivare una situazione che oggettiva non è, cioè quella del fallo di mano. In Cagliari-Brescia è stato fischiato un calcio di rigore provocato dal calciatore Cerri che era girato di spalle, la cui involontarietà era palese come era inesistente la volontà di togliere il pallone all’avversario”.

Si dice che sia l’effetto delle nuove regole.

A parte che, al massimo, si tratta di nuove indicazioni perché la regola non è cambiata. Tuttavia che regola può essere quella che determina un calcio di rigore senza che vi sia colpa? Fossi un calciatore mi chiederei: se il tocco è involontario o casuale perché devo essere punito?

Allora serve solo per azzerare la discrezionalità arbitrale a proposito dell’involontarietà.

Ed è un errore, ma mi pare che se ne siano già accorti. Intanto, in due turni di campionato, i rigori assegnati per fallo di mano sono solo tre su otto, ma soprattutto nell’ultima giornata ne è stato concesso uno per fallo di Milinkovic-Savic assolutamente chiaro, mentre ne è stato tolto uno, più che legittimo, al Bologna nonostante il Var. Insomma quello fischiato a Cerri potrebbe essere il prototipo del “non rigore”, una roba da non rivedere più.

Giusto, ma non è nemmeno accettabile che un arbitro sbagli dopo avere controllato il Var.

Qui entra in campo la capacità dell’arbitro e, soprattutto, l’accettazione che si è in due a decidere sugli episodi chiave. Il Var è una grande fortuna e solo i burocrati ottusi possono svilire la sua importanza. E poi il potere più è frazionato e più si fanno cose corrette.

Non c’è il rischio che alla fine governi solo la tecnologia?

Quello della tecnologia era un parto programmato, dunque prevedibile. Ma prima e per trent’anni, cioè dal 1990 in poi, quando ero alla Fifa, si è lavorato solo sul miglioramento delle possibilità umane. Abbiamo cominciato con gli assistenti che, fino ad allora, per le partite internazionali, erano arbitri chiamati a un compito che non gli apparteneva. Poi abbiamo continuato con gli arbitri di porta che Platini riteneva, a torto, potessero essere due ex calciatori. L’arbitro di porta, invece, non doveva limitarsi a segnalare se la palla fosse entrata, ma provvedere ad aiutare l’arbitro centrale nel caso di falli all’interno dell’area. E gli ex calciatori non potevano farlo.

Quindi meno male che adesso c’è il Var.

Questo è il pensiero della maggioranza degli arbitri. Solo un idiota può pensare il contrario e questo per due ragioni.

Ci dica la prima.

L’arbitro è l’unico in campo e allo stadio a non poter rivedere l’azione. Quindi l’unico a non sapere se ha preso la decisione giusta o sbagliata. Un’assurdità.

La seconda.

Essendo aumentato il valore del calcio e non solo in termini economici, tutte le squadre, dalla prima all’ultima, esigono una partita che si possa definire regolare. Per questo il Var è necessario. Se poi si sbaglia anche con quello, allora vuol dire che l’arbitro è confuso o è scarso.

Bud va alla meta: in mostra il Bulldozer indisciplinato

Ogni volta che vedo un campo da rugby ricordo quella scena: l’entrata negli ultimi minuti di Bulldozer, che a suon di cazzotti si fa largo tra la difesa avversaria, oltrepassa correndo la meta e si tuffa a conquistare il fatidico punto, facendo esplodere il pallone al suolo. Non è solo il finale di uno dei film più divertenti del cinema comico italiano – quello classico, sobrio, pieno di gag e slapstick ma assolutamente privo di volgarità, così lontano dal facile turpiloquio dei cinepanettoni – ma è anche la scena epica e liberatoria di un popolo di perdenti e nullatenenti che si prende la rivincita sull’America dei ricchi, dei potenti, dei guerrafondai: quanti messaggi nascosti in un film per bambini e quanta complessità nel sorriso bonario dell’omone che entrò a Cinecittà unicamente per estinguere tre cambiali! “Con la guerra la sua famiglia perse ogni cosa, ma lui si rimboccò le maniche: gli riusciva bene tutto e, se una cosa non la sapeva fare, la imparava… Ma non era per nulla disciplinato: ha sempre fumato, anche quando era uno sportivo” sorride Maria Amato, vedova di Carlo Pedersoli (in arte Bud Spencer), mentre ci aggiriamo per la mostra allestita al piano terra del Palazzo Reale di Napoli. All’ingresso c’è una grande teca con foto di famiglia, il libretto universitario, un biglietto recante la data di nascita, 31 ottobre 1929, poi i premi vinti e anche una serie di statuine variamente dedicategli nel mondo: una di queste è la riproduzione di un monumento a lui eretto a Budapest, in anni di comunismo feroce, quando gli unici western ammessi alla proiezione erano quelli del ciclo di Trinità e Bambino. A testimoniare il successo e l’amore per Bud Spencer nel mondo c’è tra l’altro un gruppetto composto da una dozzina di ragazzi tedeschi, che ridacchiano e raccontano del loro raduno annuale in Sassonia, lo “Spencer Hill Festival”, con ormai all’attivo oltre quarantamila presenze a ogni occasione. Era giusto che la prima mostra italiana fosse allestita a Napoli, città che sa innalzare i suoi idoli ma a volte sa anche trascurarli: come dimenticare che fu proprio Pedersoli, tifoso sfegatato della squadra cittadina e nativo del popolarissimo quartiere di Santa Lucia, a dirsi sempre “napoletano, non italiano” già a partire dal ciclo di polizieschi dedicati a Piedone lo Sbirro. Il pubblico si aggira con aria sorniona per i vari ambienti: sono tanto i trentenni quanto i sessantenni ad additare ora uno spezzone video, ora una fotografia legata a chissà quali memorie d’infanzia, evidentemente intergenerazionali… La seconda sala è una ricostruzione di una vasca olimpionica con giochi di luce, a ricordare i trascorsi da nuotatore professionista, che sfocia in un saloon tipico delle ambientazioni da spaghetti western, proiettati a ripetizione su uno schermo.

“Mamma, non hai parlato per sessant’anni e proprio ora vuoi raccontare tutto-tutto?” chiede scherzoso Giuseppe Pedersoli, figlio di Bud assieme a Cristiana e Diamante, mentre passeggiamo verso l’ultimo ambiente multimediale della mostra: la riproduzione del vicolo del Pallonetto di Santa Lucia, dove visse nello stesso palazzo dell’amico Luciano De Crescenzo, con panni stesi ad asciugare e immagini video su proiettate. Bud Spencer era un uomo dell’altissima borghesia partenopea ma cresciuto tra la gente, giramondo e popolare (otto tra i suoi film sono nella classifica dei più visti del cinema italiano di tutti i tempi), oltre che cantante: il disco Futtetenne, uscito nel 2016 pochi mesi prima della sua scomparsa, racchiude la sua filosofia di vita, come riporta un grande pannello nella penultima sala. Lo fotografo e lo invio via whatsapp ai miei figli, che mi rimproverano di non averli portati con me: dovrò farmi perdonare e tornarci in settimana, alla mostra. Anzi, dovrò prima comprargli un cofanetto, magari che includa la serie fantascientifica in cui c’è il mio titolo preferito, che poi è tutto un programma: Chissà perché… capitano tutte a me.

Le seduttrici né carne né pesce: sirene o lolite?

Una seduzione né carne né pesce, quella delle sirene: un po’ perché esula dal loro aspetto fisico, per quanto incantevole e luccicante; un po’ perché è veicolata dalla voce, dal canto e quindi dalla conoscenza; un po’, infine, perché è personificata da donne acerbe e immature, adolescenti volitive quanto refrattarie all’amore. È questo almeno il ritratto che ne fa Elisabetta Moro – professoressa di Antropologia culturale all’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa – nel suo ultimo saggio: Sirene. La seduzione dall’antichità a oggi, in libreria da giovedì con il Mulino.

Algide e cerebrali, queste Sirene lolitesche sono figlie – secondo la mitologia greca – del dio fiume Acheloo e perciò nipoti di Oceano e Teti: come altre divinità, ninfe e amazzoni si sono votate alla verginità; non nell’accezione cristiana di illibatezza, ma in quella tutta di pagana di “libertà da vincoli matrimoniali” in primis. Proprio perché refrattarie sia all’amore sia alle nozze, sono tra le nemiche, e vittime, della potentissima Afrodite: una delle tante versioni del mito – cangiante, fluttuante e sgusciante come le loro code – vuole che la dea, irritata dalla loro fredda verginità, le abbia punite trasformandole in uccelli. È infatti sotto forma di donne piumate e alate che le Sirene vengono rappresentate nell’antichità, almeno fino al Medioevo.

L’erotizzazione del loro corpo avviene circa nell’VIII secolo grazie al pio abate Adelmo di Malmesbury, che stigmatizza le loro suadenti fattezze prima ancora che la loro irresistibile voce, proprio quella che aveva quasi fatto impazzire Odisseo e compagni. Più complicato, invece, risalire alle cause della loro metamorfosi – unica nella mitopoiesi mondiale – da donne-uccello a donne-pesce: Moro avanza l’ipotesi della discendenza orientale, dalla dea Siria protettrice dell’antica città di Hierapolis (vicina all’attuale Aleppo). Il culto di quella divinità caudata e squamata è poi giunto in Occidente con Luciano di Samosata nel II secolo d. C., e da quel momento la mostruosa femmina ha iniziato pian piano a ibridarsi con le creature marine, non più aeree.

Anche Siria conferma la natura distaccata, quasi frigida, delle seduttrici del mare, emblema di “un femminile improduttivo sul piano matrimoniale per patrocinare quello comunitario”: zitelle e sterili, sì, ma patrone e padrone della città, come la dea siriana, come Pallade Atena e come Partenope, fondatrice di Napoli. La loro distanza non è solo emotiva, ma anche fisica; da qui la seduzione della voce, la potenza del canto, ancestrale quanto remoto: “È per questo che le sirene seducono, per ciò che brilla nella lontananza delle loro parole”, scriverà molti secoli dopo Michel Foucault, mentre la Scuola di Francoforte stresserà – in negativo – il logos dell’eroe omerico che soffoca il pathos delle seduttrici alate e/o caudate.

Ricca e articolata è anche l’odissea dell’autrice lungo i secoli e le latitudini: il suo excursus è storico, ma anche filosofico e letterario, con suggestioni dal Silenzio delle sirene di Kafka, dalla Lighea di Tomasi di Lampedusa e da La pelle di Malaparte con la sua gustosa “Sirena alla maionese con contorno di coralli… servita in tutte le salse” nella Napoli post Quattro giornate del 1943. Imprescindibile, poi, il riferimento alla Sirenetta compita e borghese di Andersen e del suo restyling made in Disney, che l’ha resa paladina del “rispetto delle diversità culturali, di genere e di pensiero”, fino alle attuali fiction televisive, all’imminente live-action, ai freak del circo Barnum e alle fake news sui mostri marini contemporanei.

Solo un’altra donna ha saputo tener testa – per seduzione e ambizione – al mito della Sirena nella storia: Eva, l’altra cacciatrice di conoscenza, assetata e affamata al punto da spingere Adamo sulla via della perdizione. Laddove il pesce (o l’uccello) fallì, riuscì il serpente.