Stop ai migranti ma Donald non ride

Il presidente degli Usa, Donald Trump aveva appena fatto in tempo a gioire su Twitter per il colpaccio incassato dalla Corte suprema al suo mirabolante piano contro l’immigrazione – “Some really big Court wins on the Border lately!” (Una corte davvero grande vince sul confine ultimamente!) ha scritto The Donald – che è dovuto tornare a cinguettare un altro dei suoi anatemi contro i democratici: “We can’t beat him, so lets impeach him!” Democrat Rep. Al Green” (Non possiamo batterlo, quindi mettiamolo sotto accusa). Insomma, un’altra delle tante giornate altalenanti per il tycoon. Se non fosse che la decisione a suo favore che legittima il blocco alla frontiera dei migranti – non entreranno quelli che prima di arrivare sul suolo statunitense abbiano attraversato un altro stato – non è solo l’ennesima rivincita sugli avversari politici, ma riguarda centinaia di migliaia di persone che cercano di arrivare negli Usa scappando da guerra e povertà. Seppure la sentenza non è quella definitiva, infatti, renderà operativo il piano messo a punto da Trump a luglio appositamente per fermare i migranti centramericani che con le caravanas viaggiano verso nord attraversando il Messico per entrare negli Usa. E, nonostante le rassicurazioni del presidente Usa sulla telefonata intercorsa tra lui e l’omonimo messicano Lopez Obrador, quest’ultimo si è detto contrario alla sentenza: prevede che chi passa per il territorio messicano debba chiedere asilo lì e solo in caso di rifiuto reiterare la richiesta agli Stati Uniti.

Si parla di 810 mila persone fermate sul confine sud-occidentale solo a fine agosto scorso, di cui 590 mila provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras; finora per entrare negli Usa, in attesa di chiedere asilo, dovevano superare un test di “timore credibile”. “Il divieto di chiedere asilo se non lo si è già fatto nel paese di transito, elimina tutte quelle richieste provenienti dal confine meridionale, anche nei porti d’ingresso, per tutti, tranne che per i messicani”, ha contestato l’American civil liberties Union segnalando che “sono in ballo le vite di migliaia di famiglie”.

Il cambiamento ribalta la convenzione Usa di vecchia data secondo cui le richieste d’asilo vengono accolte, indipendentemente da come siano arrivate le persone al confine. Questo è il secondo colpo incassato da Trump sull’immigrazione dopo la decisione del Tribunale supremo di lasciare che il governo utilizzasse i 2 miliardi di dollari del fondo del Pentagono per la costruzione del muro sulla frontiera meridionale. Tornando alla brutta notizia, i dem hanno avviato ieri ufficialmente l’iter per decidere sull’impeachment del presidente. La Commissione giustizia della Camera del Congresso, infatti, ha approvato la decisione di rendere operativi i propri poteri di indagine sul presidente. Già la prossima settimana si inizia con una serie di audizioni per appurare se potrà essere messa in piedi una procedura di impeachment, ha dichiarato il dem Jerrold Nadler. Il primo a essere ascoltato, il 17 settembre, sarà l’ex manager della campagna di Trump, Corey Lewandowski. Ma il presidente non si è scomposto e sempre a mezzo Twitter ha fatto suo il commento dell’editorialista politico di Fox News, Guy Benson, “This should have been over with after the Mueller Report came out” (Questa situazione sarebbe dovuta finire con la pubblicazione del Rapporto Mueller).

Mi manda Kushner: Avi, candidato senza titoli

Anche uno dei principali architetti del piano di pace americano per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, lascerà a breve il delicato incarico ricoperto all’interno dell’Amministrazione Trump. A quanto pare verrà sostituito da Avi Berkowitz, un trentenne privo di esperienza in ambito geopolitico ma da tempo amico e assistente fedele di Jared Kushner, genero nonché consigliere senior di The Donald. Ad assumere almeno alcune delle funzioni di Greenblat saranno Brian Hook, rappresentante speciale del Dipartimento di Stato in Iran, e Avi Berkowitz che, fino alla sua promozione, aveva il compito di intrattenere i funzionari stranieri in attesa di incontrare il consigliere-amico. Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno dichiarato che la coppia “assumerà un ruolo maggiore nella squadra”. Finora Berkowitz è rimasto uno dei membri più discreti dell’entourage di Trump. La stampa lo ha descritto come il più bravo galoppino specializzato nel portare caffè e occuparsi delle necessità quotidiane di Kushner.

“Ufficialmente assistente speciale del presidente e assistente del consigliere senior, Berkowitz è il braccio destro di Kushner alla Casa Bianca”, spiega un profilo di Business Insider datato 2017.

La relazione di Berkowitz con la famiglia Trump è iniziata sette anni fa a Phoenix, in Arizona, durante le celebrazioni della Pasqua ebraica . È lì che legò con Kushner, anche grazie alla comune appartenenza a famiglie americane di religione ebraica ortodossa. Berkowitz, come il potente amico, parla l’ebraico e ha vissuto due anni in Israele. I genitori dei due amici sono anche sostenitori e finanziatori delle colonie ebraiche in Cisgiordania ritenute illegali dall’Onu.

Riforma delle pensioni: venerdì nero a Parigi

Lo chiamano il “venerdì nero” di Parigi. Metro, tram, bus e tratte di treni regionali Rer saranno fermi tutto il giorno oggi per lo stop dei lavoratori della Ratp, l’operatore dei trasporti della capitale. È la prima grande mobilitazione contro la riforma delle pensioni che il governo francese intende far votare entro l’estate prossima. Riforma che prevede l’introduzione di un “sistema universale a punti” e quindi la soppressione di tutti i “regimi speciali” esistenti in Francia, ben 42.

Secondo una formula usata dal governo, ciò vuol dire che ogni euro versato darà gli stessi diritti a tutti. Non è una sorpresa che tra i primi a mobilitarsi siano i dipendenti della Ratp: “Abbiamo tutto da perdere”, denunciano i sindacati. Oggi l’età media della pensione per un macchinista Ratp è di 55 anni e 7 mesi, ma il regime speciale che regola la professione permette, a certe condizioni, di andare in pensione sin da 50 anni e 8 mesi.

Con la riforma anche loro dovranno andare in pensione a 62 anni, come gli altri. Lo sciopero si annuncia molto seguito. Per la stampa francese non ce n’è stato uno così importante da 12 anni, cioè dallo sciopero del 18 ottobre 2012, anche quello contro un tentativo di riforma delle pensioni avviato da Sarkozy. Non è detto neanche che si esaurisca oggi: “Se il governo non ci ascolta, avvieremo proteste a tempo illimitato”, ha assicurato Thierry Bebec del sindacato Unsa-Ratp. Il rischio è che si scateni il caos già vissuto lo scorso anno, con mesi di scioperi a singhiozzo dei treni, dovuti alla spinosa riforma dello statuto dei ferrovieri. Una bella grana in vista per Emmanuel Macron che deve ingoiare anche un altro rospo: la decisione di ieri dei giudici di Lille di indagare, per “interesse illecito”, uno dei suoi fedelissimi, Richard Ferrand, il presidente dell’Assemblea nazionale. Per i magistrati, Ferrand, quando era direttore delle cooperative Mutuelles de Bretagne, nel 2011, avrebbe fatto vincere un bando pubblico per l’affitto di locali alla società immobiliare della compagna. Tornando al malumore dei francesi che temono per le loro pensioni, si sa già che avvocati, piloti d’aerei, hostess, professionisti della sanità manifesteranno lunedì a Parigi, per difendere i propri “regimi autonomi”.

Diversi sindacati hanno già annunciato due “giornate nazionali d’azione” per il 21 e 24 settembre. La riforma delle pensioni era una promessa di campagna di Macron. Da allora il presidente ripete che per lui si tratta di instaurare un sistema “più giusto” ma, stando ad un recente sondaggio Ifop, solo il 34% dei francesi crede in questa riforma. Insegnanti, infermieri, liberi professionisti sono preoccupati. Ieri il premier Edouard Philippe, annunciando il calendario dei lavori, ha assicurato che la riforma “non è ancora scritta” e che si scriverà nelle settimane a venire insieme ai sindacati e ai francesi.

Ha promesso un “sistema solido, solidale e perenne” e assicurato “garanzie” per i lavori usuranti e pericolosi. La riforma prenderà tempo: si applicherà solo a partire dal 2025 per chi è nato dopo il 1963 e a tutti solo dal 2040. La settimana prossima partiranno le discussioni con i sindacati e le consultazioni on line dei francesi. Tutto sembra fatto per confortare, rassicurare.

Ma una gaffe il governo l’ha fatta. Più precisamente l’ha fatta la sua portavoce, Sibeth Ndiaye, che ieri, parlando a Bfm Tv, si è detta vicina “con tutto il cuore” ai parigini che oggi dovranno viaggiare nel caos per andare al lavoro. “E lei, come andrà al lavoro domani?”, le ha chiesto il cronista. “Con l’auto di servizio – ha risposto –, come sempre”.

Tossici modello Trainspotting

E chi se lo dimentica lo schiaffo in piena faccia di Trainspotting, prima il libro di Irvine Welsh, nel 1993, poi il film di Danny Boyle, nel 1997, allucinato, durissimo, realistico, impietoso, cupo e caustico divertente trip di Renton, Spud, Begbie, Sick Boy, ventenni tossici, stravolti dalla epidemia di eroina nella Edimburgo degli anni Ottanta?

Che fine ha fatto quella generazione? È Spud in Trainspotting 2, ancora incastrato in una dipendenza resa più disperata da condizioni economiche precarie e dal fallimento delle politiche anti-droga del governo scozzese. Oggi a fare uso di droga in Scozia sono in 60 mila su un totale di quasi 5 milioni e mezzo di abitanti.

Ma la mortalità per overdose è altissima: lo scorso anno il conto è salito a 1.187, in crescita del 27 per cento sull’anno precedente, tre volte maggiore che nel resto del Regno Unito, in percentuale rispetto alla popolazione più che negli Stati Uniti. Molti appartengono a quella generazione, 40-50enni che dalla dipendenza non sono mai usciti, o ci sono rientrati dopo un periodo di astinenza.

Con un effetto precipizio: la tolleranza a 40-50 anni non è la stessa che a 20 e le ricadute finiscono con la morte. E gli esperti segnalano il rischio di una nuova generazione Trainspotting: l’incremento delle vittime sotto i 35 anni è stato del 24 per cento, sotto i 24 del 67 per cento rispetto al 2017. La capitale scozzese ed europea delle morti per overdose non è la oggi ricca e raffinata Edimburgo, ma la più popolosa Glasgow che, malgrado una rinascita a fine anni Novanta, non si è mai completamente ripresa dalla de-industrializzazione degli anni Settanta.

I tossicodipendenti sono soprattutto maschi, le droghe usate sono eroina, cocaina e morfina ma anche pillole di diazepam ed epizolam, in vendita per pochi centesimi; si aggirano per il centro della città, secondo alcune stime in 300 o 400 al mese, spesso intorno alle farmacie che offrono gratuitamente dosi di metadone. Strategia principale del governo scozzese negli ultimi anni, che si sta rivelando fallimentare. “Un giorno non ci saranno più morti da contare perché tutti quelli che ora si fanno nel centro della città – spesso con una lunga storia di dipendenza – stanno morendo a frotte”, ha detto a Vice Andrew McAuley, ricercatore alla Glasgow Caledonian University.

A spiegare questa crisi è la combinazione di scelte economiche e di sviluppo che hanno ignorato intere aree del Paese, il taglio ai fondi per la prevenzione e il trattamento e l’evoluzione del mercato, con droghe sintetiche fatali a buon mercato. “È un quadro complesso”, continua McAuley, stavolta al New York Times, che alla crisi scozzese ha dedicato un’inchiesta: “Ha a che fare con la nostra storia, con il nostro modo di usare le droghe, la cronica carenza di fondi e l’inefficacia dei servizi di supporto. Aggiungi l’austerità e i tagli al welfare degli ultimi anni ed ecco la tempesta perfetta”. Gli esperti sottolineano la relazione evidente fra dipendenza e precarietà economica, ma anche il fallimento delle politiche governative.

Dopo l’epidemia di eroina negli anni Ottanta, il governo scozzese aveva tentato di gestire il problema. In quegli anni era stata introdotta la distribuzione di aghi sicuri e dal 2011 quella del naloxone, il farmaco che può salvare la vita intervenendo sugli effetti di una overdose. Ma nel 2016 il governo ha tagliato i fondi per prevenzione e trattamento: una scelta fallimentare, rivista a partire da quest’anno, con l’impegno di aumentare gli investimenti dedicati a combattere l’abuso di alcol e droghe.

Circa il 40 per cento dei tossicodipendenti scozzesi riceve qualche forma di trattamento, ma tenerli in vita non risolve la questione, perché sono spesso anche disoccupati, senzatetto e senza reti di sostegno.

Servono risorse per interventi organici, di supporto psicologico, economico, di reinserimento lavorativo e sociale: visione e investimenti molto più ambiziosi di quelli messi attualmente in campo dal governo scozzese. Gli esperti chiedono una strategia più progressiva, per esempio con l’introduzione di centri di consumo controllato, dove esista una supervisione medica e psicologica.

Sono le “stanze del consumo” diffuse in diversi Paesi europei. Avrebbero l’avallo sia del governo scozzese che delle autorità politiche di Glasgow, con l’eccezione dei conservatori. Ma c’è un enorme ostacolo politico: sono riforme che rientrano fra i poteri del governo centrale, e Londra respinge l’ipotesi di autorizzare, seppure in modalità controllata, l’utilizzo di droghe illegali.

Dieci anni vissuti pericolosamente: auguri al “Fatto”

“Ragazzi, abbiamo i soldi per durare sì e no un anno, ma se fra sei mesi siamo sotto il punto di pareggio, chiudiamo e tutti a casa”. Così, nell’imminenza del debutto in edicola, fissato il 23 settembre 2009, il direttore Antonio Padellaro metteva in guardia i giovani cronisti che avevano deciso di unirsi all’avventura del Fatto Quotidiano. Invece di anni ne sono passati dieci. Ai nostri primi dieci anni è dedicato il numero speciale del mensile FQ MillenniuM, diretto da Peter Gomez, in edicola da domani dopo essere stato presentato in un’edizione speciale alla festa della Versiliana.

La nascita del Fatto è raccontata dai fondatori: Marco Travaglio, Marco Lillo, Cinzia Monteverdi, insieme ai citati Padellaro e Gomez. Al governo c’è Silvio Berlusconi con il suo carico di conflitti d’interessi e imputazioni giudiziarie, ma sul fronte opposto i Ds hanno normalizzato L’Unità, diretta proprio da Padellaro – succeduto a Furio Colombo – e dove Travaglio aveva una rubrica quotidiana, Bananas. Da qui l’idea di fondare un nuovo quotidiano indipendente (anche dai fondi pubblici, rifiutati per principio, e dai grandi gruppi imprenditoriali). Il titolo di apertura del primo numero dice già tutto: “Indagato Letta. Da 10 mesi. E nessuno ne parla”. La notizia stava soprattutto nella seconda parte: nell’Italia di dieci anni fa c’erano dei potenti che l’informazione non osava toccare. L’inchiesta su Gianni Letta era nota da tempo in molte redazioni, che però si guardavano bene dal pubblicarla.

Cominciano così dieci anni di inchieste, scoop, campagne, che FQ MillenniuM – in edicola con una copertina da collezione disegnata da Riccardo Mannelli – ripercorre grazie ai racconti dei giornalisti e delle giornaliste che ci hanno lavorato. Così le 130 pagine dello speciale diventano l’occasione per rileggere un decennio ancora fresco e poco raccontato, ma ricco di eventi importanti. Il caso Ruby e le grandi indagini politico-giudiziarie, dalla trattativa Stato-mafia a Consip. Il tramonto del berlusconismo e le parabole effimere di chi è venuto dopo, da Monti a Renzi. Il No al referendum costituzionale. Gli scandali bancari e i lati oscuri dei potenti del capitalismo italiano. Il lavoro, da Marchionne agli esodati, un dramma sociale che Il Fatto ha raccontato per primo. I diritti, a partire dalla decisione tormentata di pubblicare in prima pagina la foto del cadavere tumefatto di Stefano Cucchi. E così via. Ma anche il racconto di un’Italia più leggera, quella della televisione, del cinema, della musica, del calcio. E quella inchiodata dall’ironia dei nostri vignettisti, capitanati da Natangelo. Qual è stato il meglio e il peggio di questo decennio? La risposta la danno alcuni dei nostri commentatori, da Gian Carlo Caselli ad Andrea Scanzi, da Daniela Ranieri a Lorenza Carlassare, da Pietrangelo Buttafuoco a Luca Mercalli…

Dal 2009 Il Fatto non solo ha superato gli scogli paventati da Padellaro nell’incertezza del debutto, ma è diventato un gruppo editoriale che ha creato via via un sito da due milioni di utenti unici al giorno, la casa editrice Paper First, il mensile FQ MillenniuM, fino alla tv Loft e alla quotazione nelle Borse di Milano e Parigi. Un viaggio lungo e non sempre comodo, accompagnato da grandi firme che purtroppo oggi non ci sono più, e che negli anni hanno affidato alle nostre colonne grandi storie, invettive politiche e intuizioni poetiche: Dario Fo, Franca Rame, Antonio Tabucchi, Lucio Dalla. E Andrea Camilleri, l’ultimo a lasciarci. Lo speciale sui nostri primi dieci anni ci dà anche l’occasione di ricordarli. E riscoprirli.

Caro Fioramonti che idea ha della scuola?

Caro ministro Fioramonti, è iniziato il nuovo anno scolastico e a lei spetta guidare, in questo governo che s’annuncia di legislatura, la Pubblica Istruzione verso un porto sicuro. Lo dico subito: è partito col piede sbagliato minacciando le dimissioni; si può avere ragione nel merito, talvolta, e rovinare tutto perché si sbagliano i tempi e la forma: insomma, parlar di dimissioni prima ancora di sedersi sulla sedia che fu di Benedetto Croce mi sembra, scusi, un’incredibile gaffe. Ma veniamo alle cose più importanti.

La attende un compito gravoso, perché la scuola versa in condizioni misere e non s’intravede via d’uscita, decine di ministri della Pubblica Istruzione l’hanno distrutta. Non esagero. La scuola non è più luogo di cultura e studio, dominano corsi d’aggiornamento sulla sicurezza (senza mettere in sicurezza gli istituti); corsi sull’ambiente; la violenza; la droga… e naturalmente progetti: sulla cittadinanza; l’educazione stradale; il clima… L’elenco è infinito e certamente s’è “cambiato verso”, ma il cambiamento non è di per sé progresso. Voglio dire che scuola è lettura dei classici, lezione, studenti che ascoltano, dibattiti e commenti in classe, domande, pensiero critico: dimenticarlo è un delitto. Troppi ministri hanno imposto schemi aziendalistici, ma la Pubblica Istruzione non è una fabbrica, i risultati maturano nei tempi lunghi e quanti incespicano all’inizio, emergono, spesso, alla fine del processo formativo. Se non educa l’istruzione pubblica alla critica dell’esistente, quale altra agenzia educativa lo farà? Sono tante le domande che vorrei porle, ministro, ne consenta alcune dopo anni d’insegnamento nei licei: con quale atteggiamento s’appresta a svolgere il suo ruolo, imporrà anche lei dall’alto riforme che il mondo della scuola rifiuta? Presterà attenzione al disagio sociale dei prof? Dialogherà coi sindacati, i docenti, i genitori in un rinnovato rapporto scuola-famiglia-territorio? E ancora: l’edilizia scolastica e l’aggiornamento dei programmi, li sente come priorità? La cronaca racconta d’insegnanti aggrediti e picchiati, intende fare qualcosa per proteggerli? Si indica l’Europa come guida: è convinto che occorrano anche stipendi europei, che il prestigio sociale dei prof passi pure dalla retribuzione economica? Cosa farà per la vivibilità delle aule, le è chiaro che bisogna andare verso la formazione di classi col tetto massimo di 20 studenti? Ci saranno effetti benefici sulla didattica, la disciplina, l’apprendimento, il rapporto col docente, e la qualità dell’istruzione. Ritiene pure lei, come tanti, che la scuola sia un’azienda, o che in essa ci si confronti anche con emozioni e sentimenti degli allievi? Reputa valida l’alternanza scuola-lavoro, o pensa che la scuola sia consacrata alla cultura con docenti che studino anche psicologia e sappiano relazionarsi con gli alunni? Infine: eviterà il caos delle “chiamate dirette”, delle supplenze infinite, delle classi accorpate, degli orari ridotti; darà una cadenza regolare ai concorsi? Insomma, signor ministro, che idea ha lei della Pubblica Istruzione?

Le riforme improvvisate non piacciono ai docenti. Ne prenda atto. C’è bisogno di un intervento profondo, coerente, organico: di una riforma vera. L’ho scritto ma repetita iuvant: il filosofo Gentile, nonostante il classismo, aveva una visione, un disegno, un’idea (forte) di scuola e di Paese. Qual è la sua idea? Non è chiaro, ed è un limite ora che il premier Conte mostra rinnovata attenzione per la Pubblica Istruzione. La giudicheremo dai fatti, ministro, le siano da guida e stimolo le parole che Calamandrei pronunciò in un’altra epoca: “Trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere”. In classe non arrivano più sudditi, certo, ma trasformare molti giovani d’oggi, con le loro peculiarità, in cittadini consapevoli, resta un compito arduo, delicato, difficile. Buon lavoro.

Ne uccide più la droga (legale) del Vietnam

Il sigillo finale sulla liberalizzazione delle droghe pesanti è stato apposto negli Stati Uniti lungo gli ultimi vent’anni. E quasi nessuno se n’è accorto, un po’ per malafede ideologica e un po’ perché le cose più difficili da vedere sono quelle che si trovano sotto gli occhi di tutti. Che cosa è accaduto di tanto epocale negli Usa?

È successo che l’industria farmaceutica, con la complicità dei medici, dei regolatori governativi e di un Congresso tra i più corrotti dell’Occidente, ha messo in pratica alla lettera, una per una, le principali proposte dei liberalizzatori: la produzione e distribuzione legale di droghe ad alta capacità assuefattiva sotto controllo medico, a prezzi ragionevoli, in risposta a una domanda prima soddisfatta da produttori e venditori criminali. La legislazione vigente, fortemente proibitiva, è stata bypassata d’un colpo etichettando come antidolorifici prodotti oppiacei simili alla morfina e all’eroina. Ma con la fondamentale differenza di una potenza fino a 50-100 volte superiore a quella dell’eroina. Oxycodon e soprattutto Fentanyl stanno all’eroina come questa sta alla birra. Una dozzina di imprese – tra cui colossi multinazionali come Johnson&Johnson, che si rifornisce di oppio dal circuito lecito della produzione di papavero, quello supervisionato dall’Onu – hanno ammassato grandi fortune tramite una serie di aggressive campagne di marketing presso cliniche e medici, nonché corruzione hard e soft presso parlamentari e dirigenti della Federal Drug Administration, l’agenzia che rilascia le licenze di vendita dei farmaci. Campagne e soldi finalizzati a negare o minimizzare l’aspetto assuefattivo ed esaltare l’effetto antidolorifico delle loro micidiali pillole neoliberal. I medici americani hanno inondato i pazienti di prescrizioni fasulle e ridondanti, facendo impennare le vendite degli oppiacei più potenti. E hanno dato impulso, come beffardo effetto collaterale, al vecchio mercato illecito che si trovava in crisi proprio per carenza di domanda. Il risultato di questo capolavoro del capitalismo neoliberale ha oltrepassato le più fosche previsioni dei cosiddetti “proibizionisti”. La domanda di droghe pesanti – legali e illegali – non è semplicemente aumentata, ma è esplosa negli Stati Uniti del nuovo secolo portando il numero dei consumatori regolari da meno di uno a svariati milioni, con l’inevitabile corredo di morti per overdose.

Queste hanno raggiunto oggi la cifra di 70 mila all’anno, e di quasi 500 mila negli ultimi due decenni. Questa tragedia americana miete in un anno molte più vittime di quelle (44 mila) della guerra del Vietnam, durata 14 anni, ed è diventata la prima causa di morte per gli americani sotto i 50 anni di età. Coniugata alla crescita parallela dei suicidi e dell’alcolismo, essa contribuisce pesantemente alla diminuzione delle aspettative di vita del- l’intera popolazione Usa che si verifica da quattro anni a questa parte. Aspettative che aumentano, com’è noto, in quasi tutto il resto del mondo. Qualche lettore a questo punto si sentirà un po’ preso di sorpresa perché privo di informazioni sul tema. Ma può consolarsi col fatto che solo di recente i media americani hanno iniziato a occuparsi dell’epidemia di oppiacei, attirati da qualche morte eccellente di overdose e dalle cifre dei risarcimenti che i tribunali hanno iniziato a infliggere ai campioni di Big Pharma. I quali pagano le multe senza battere quasi ciglio, tanto grandi sono i profitti accumulati e tanto certa è l’indifferenza di governo e Congresso per una tabe che colpisce in prevalenza le classi medio-basse, i reduci di guerra, i poveri e i declassati.

Si tratta, evvero, della maggioranza della popolazione. E si tratta senza dubbio della minaccia n. 1 all’integrità fisica e mentale dei cittadini americani. Ma in una plutocrazia spietata, governata dall’uno per cento di super-ricchi schiavi del culto fanatico del mercato, sono solo i pericoli inventati o gonfiati, e quelli che consentono di fare soldi, che tengono banco nei media e dettano l’agenda dello Stato. Non illudetevi perciò di veder nascere alcun piano speciale antidroga del governo, né di assistere ad alcun tentativo credibile di proibire, controllare o reindirizzare l’industria delle droghe legali. Il dibattito pubblico non si cura delle sue vittime, e i suoi interessi sono troppo vicini al cuore di pietra del capitalismo americano.

Mail box

 

Vaccini: la legge Lorenzin non piace a nessuno

Caro Travaglio,

considerato che sono politicamente orfano dal 1984, ho sempre votato per partiti che in campagna elettorale promettevano cose che a me andassero a genio (mai destre di alcun genere, né Berlusconi, né Renzi) e l’ultima volta ho votato Cinquestelle, perché promisero la revisione della legge (fascista) Lorenzin. Non perché io sia contro i vaccini, ma perché è una legge incostituzionale. Ora vorrei sapere: le migliaia e migliaia di persone No vax, compresa mia figlia, che hanno votato il Movimento per essere liberi di curare i propri figli, come la nostra Costituzione diceva, come possono farsi ascoltare, se anche il nostro giornale, in questo caso, si comporta come il giornalone?

Leonardo Angeli

 

Caro Leonardo,

io non sono No vax, anzi. Come Lei condivido le critiche alla legge Lorenzin. E mi auguro che venga modificata.

M. Trav.

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo di Giorgio Ragazzi (“Gronda, De Micheli e il Pd vogliono ancora il regalo da 10 miliardi ai Benetton?”), riteniamo doveroso e utile precisare che:

1. La proroga di 4 anni (e non certo “perenne”) della concessione di Autostrade è il frutto di una iniziativa del Governo approvata nel 2018 dalla Commissione Ue, per consentire incrementi tariffari minimi a fronte della realizzazione di un importante piano di opere utili per il Paese: si ricorda peraltro che la proroga non è stata mai concessa ad ASPI, in quanto il Governo non finalizzò l’operazione. Nel motivare la decisione della Commissione, frutto di una lunga e approfondita istruttoria, l’allora Commissaria per la Concorrenza Vestager ha dichiarato: “Sono lieta che, in stretta collaborazione con l’Italia, abbiamo trovato una soluzione che permetterà di effettuare investimenti essenziali nelle autostrade italiane, limitando nel contempo l’impatto sugli utilizzatori ed evitando una sovracompensazione delle imprese che gestiscono le autostrade”.

L’Europa ha già autorizzato operazioni simili come nel caso del rilancio del settore autostradale francese del 2015, per il quale ha accordato ai concessionari francesi tassi di remunerazione ben superiori a quelli teoricamente accordati ad Aspi.

2. Non possiamo che contestare l’informazione circa il “regalo di 10 miliardi” per ASPI, che non trova riscontro nei piani economico-finanziari presentati dalla Società: piani, come detto, analizzati nel dettaglio dalla Commissione Ue. A tale cifra si potrebbe arrivare solo considerando gli importi di pedaggi lordi, quindi comprensivi di imposte, tasse e costi di gestione previsti per tutta la durata della concessione, a fronte di un investimento iniziale di 4,5 miliardi di costi di realizzazione dell’opera, con i rischi connessi all’aumento dei costi stessi come può avvenire per opere complesse come la Gronda.

3. Infine si sottolinea che l’analisi costi /benefici sul progetto della “Gronda di Genova” recentemente pubblicata ha confermato, a differenza di altre opere, la piena convenienza per la collettività del progetto e che pertanto ogni ulteriore ritardo continua a incidere negativamente sulla competitività del sistema Paese. A tal proposito si ricorda che ASPI ha già completato gli espropri sul territorio e ha bandito gare di prequalifica per circa 700 milioni. La prosecuzione dei lavori consentirà di effettuare da subito investimenti per circa 400 milioni di euro all’anno nel territorio ligure. L’analisi costi benefici della VIA stima 10.000 occupati diretti e indiretti legati alle attività di costruzione. I cantieri potranno essere aperti subito dopo l’approvazione del progetto esecutivo, inviato al MIT nell’agosto del 2018.

Autostrade per l’Italia

 

L’analisi costi-benefici svolta dagli esperti del ministero, tanto criticata salvo richiamarla quando torni comodo, non ha confrontato progetti alternativi e quindi non consente di concludere che il progetto della Gronda elaborato da ASPI sia preferibile ad alternative meno costose. La mia stima di un “regalo” dell’ordine di 10 miliardi deriva da calcoli dettagliati nel mio articolo del 20 dicembre 2017 su questo giornale che non mi pare il caso di rielaborare qui. Se si proiettano maggiori introiti per 25 miliardi a fronte di 7-8 miliardi di investimenti è chiaro che il potenziale di profitto finanziario è enorme, dato dalla differenza, su due decenni, tra il rendimento assicurato dal ministero e il costo di raccolta. Ricordo ad esempio che la Cassa Depositi e Prestiti ha erogato ad ASPI un finanziamento all’1,75%. Quanto alle concessioni “eterne” la storia degli ultimi cinquant’anni è solo un succedersi di proroghe. La tecnica usata dalle concessionarie per assicurarsi sempre nuove proroghe è ben collaudata: ottenere elevati indennizzi di subentro e progettare, negli ultimi anni della concessione, nuovi investimenti in modo da gonfiare ancor più gli indennizzi di subentro. Nel caso specifico, qual è la probabilità che lo Stato, per riprendersi l’autostrada a fine concessione (nel 2042) sia disposto a pagare alla ASPI 5,6 miliardi, oltre a tutti i nuovi investimenti che sarà riuscita a farsi approvare ma non ancora ammortizzati? Sarebbe poi auspicabile che si argomentasse sui numeri senza farsi scudo delle opinioni dei funzionari della Commissione Ue.

Giorgio Ragazzi

Sacchetti di plastica. Prima della guerra green va vinta la battaglia contro il racket

Ieri era la giornata mondiale senza sacchetti di plastica. Dopo una campagna di sensibilizzazione durata mesi, fin dallo scorso anno, i supermercati italiani hanno dovuto optare per buste di carta o biodegradabili. Quindi, ormai, il pericolo dell’inquinamento delle plastiche monouso dovrebbe essere scongiurato… Ma allora come mai per strada e nei cassonetti si vedono ancora migliaia di “vecchi” sacchetti? Perché i negozi, soprattutto quelli delle catene d’abbigliamento, li usano ancora? Non dovrebbero essere stati banditi definitivamente? Di certo questa situazione paradossale non fa ben sperare per il successo del divieto di posate e piatti di plastica!
Arianna Valentino

 

Gentile Arianna, quella contro la plastica dovrebbe essere una guerra, ma pare piuttosto una scaramuccia dove, di volta in volta, finiscono al centro delle polemiche solo alcuni casi isolati, come quello che a inizio 2018 ha riguardato l’introduzione obbligatoria dei sacchetti biodegradabili per gli alimenti freschi che si acquistano nei mercati rionali e nei supermercati. C’era tutta la bontà di un provvedimento teso alla riduzione della plastica – un percorso virtuoso per l’ambiente e per l’economia circolare – finito poi nello sfociare in un tormentone politico, dal momento che l’Italia ha imposto il pagamento delle bustine per scoraggiarne l’utilizzo, nonostante non sia mai stato richiesto dall’Europa. Così, da oltre un anno e mezzo, ogni famiglia ha sborsato in media 12 euro in più per qualcosa che prima era gratis. Tutti comunque sembrano essersene dimenticati e hanno accettato il pagamento tra 1 e 3 centesimi per ogni singolo sacchetto biodegrabile. Peccato che si tratti di una goccia nel mare (quello inquinato dalla plastica), calcolando che la metà dei sacchetti che circolano, tra mercati rionali e bancarelle, continuano a essere fuorilegge, perché inquinano e perché alimentano il racket del commercio abusivo gestito dalle mafie. In ballo ci sono oltre 400 milioni di euro l’anno. Una giornata mondiale senza i sacchetti di plastica – solo in Italia se ne consumano circa 20 miliardi all’anno –, ha il nobile scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica. Che questo avvenga grazie a una data simbolica scritta sul calendario o attraverso Greta Thunberg poco importa, perché intanto i mari continuano a soffocare, avvelenando e compromettendo la nostra stessa sopravvivenza.
Patrizia De Rubertis

A fuoco la panchina di “Diabolik”. Polizia: “Fiamme accidentali”

È andata a fuoco nella notte tra mercoledì e giovedì la panchina nel parco degli Acquedotti a Roma dove il 7 agosto scorso Diabolik, alias Fabrizio Piscitelli, leader degli Irriducibili della Lazio, è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa. In un primo momento si era pensato a un atto intimidatorio, messo a segno in quell’angolo di via Lemonia, nel quartiere dell’Appio Tuscolano, che il delitto “eccellente” aveva portato alla ribalta della cronaca e dove tifosi e amici del capo Ultras avevano ricreato una sorta di curva, tra fiori e sciarpe che ricordavano Diablo.

Dopo l’intervento della polizia e dei vigili del fuoco, tuttavia, avrebbe preso corpo l’ipotesi di un incendio divampato a causa di uno dei tanti lumini che anche ieri erano accesi intorno alla panchina. Una candela sarebbe caduta a causa del vento e avrebbe scatenato le fiamme. Ad alimentarle, poi, le tante sciarpe e bandiere annodate alla panchina dai tifosi laziali e dagli amici di Piscitelli, che dal giorno dell’omicidio, ancora irrisolto, continuano a portare fiori e ricordi sul luogo del delitto.