Labari, teschi e inni inceppati: l’addio polveroso a Delle Chiaie

“Camerata Gaetano, la musica”. “Aspettate, non si trova la canzone”. Camerata donna delusa, anziana e tutta vestita di nero: “Che organizzazione di m…”. E allora gli altri camerati, “mai domi”, come ha detto uno di loro pochi minuti prima, non si scoraggiano e cantano. Intonano l’inno di “Avanguardia Nazionale” in onore del fondatore Stefano Delle Chiaie. “…Sui monti, nel ciel, per le strade, sui mar leviamo nel sole la Runa ideal!, Duro sarà il cammino, Ma con coraggio e con ardor scagliamo i nostri cuori nella battaglia ancor!”.

È tutto qui, in questa immagine, il racconto dei funerali di Stefano Dellle Chiaie, ieri al cimitero del Verano nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura. È l’ultimo atto di un fascismo che fu, quello che negli anni Settanta occupava le piazze e si batteva contro “il pericolo rosso”, che di giorno mobilitava ed entusiasmava giovani, mentre la notte trescava con principi golpisti, uffici per affari riservati e colonnelli dalla Grecia all’America del Sud. Delle Chiaie è stato tutto questo, mai un ideologo, sempre uomo di intrighi e protezioni eccellenti.

Un “fascista parastatale”, lo chiamarono. I suoi camerati in chiesa sono attempati, i capelli bianchi, le pance pronunciate, eppure indossano con fierezza le maglie nere con il simbolo della runa dell’Odal, lo stesso delle Waffenn Ss. Otto di loro sono sull’attenti davanti al feretro sull’altare, uno sostiene un labaro nero con un teschio. Simboli di morte, violenza e sofferenza. Che don Pietro, parroco amico di Delle Chiaie, guarda con benevolenza mentre pronuncia parole di pietà. Alcune sopra le righe. “Abbiamo stimato e amato Stefano – dice – perché era un uomo molto serio, dalle idee profonde. Quando si conoscono certe persone è un dono di Dio”. I camerati si asciugano le lacrime. Quelli del picchetto ordinano “attenti”. Gli anni, ancora avvolti dal mistero, della lunga permanenza di Delle Chiaie nella Grecia dei “colonnelli”, e poi nel Sudamerica dei “piani Condor”, sempre al servizio di generali golpisti e di massacratori di studenti, sindacalisti, artisti e uomini di sinistra, sono di colpo dimenticati. Carola, la moglie, rivendica tutto: “Prima o poi porteranno avanti quello che sei stato”. Maurizio Boccacci, leader di “Militia” e di altri gruppetti neofascisti romani, brandisce il microfono e parla del “caccola” (così era soprannominato Delle Chiaie a causa della statura bassa) come del “comandante di tutto un mondo fascista”. Molti ex amici del “comandante” hanno scelto di tenersi lontano. Soprattutto quelli che in questi anni hanno assaporato le dolcezze del potere. Volevano fare la rivoluzione fascista, poi sono diventati assessori, presidenti e vice, qualcuno anche ministro. Dal Duce e dagli scontri con i rossi ai governi con Berlusconi, la storia delle destra radicale è finita in una casa a Montecarlo.

In chiesa ci sono spezzoni del neofascismo romano, da Adriano Tilgher a Roberto Fiore, insieme a un commosso Mario Borghezio, abito nero e spilla di Alberto da Giussano in bella vista. “Delle Chiaie era un combattente della rivoluzione nazionalpopolare – ripete ai giornalisti – di gente così ne nasce uno ogni cento anni”. L’espressione sul volto dell’ex eurodeputato leghista, che disinfettava i vagoni occupati dai “negri”, muta e si fa cupa quando a porgere ai fedeli la sacra ostia della comunione è un prete di colore. L’Italia è cambiata, la “mondializzazione” avanza e anche il fascismo non è più quello degli anni del “caccola”. “Onore al camerata Delle Chiaie”. “Mai domi, sempre avanti”, sono frasi che servono a dare legna al fuoco di una mesta nostalgia. Quello che resta è la poca gente in questa chiesa dove è sepolto Alcide De Gasperi. Quello che resta del neofascismo romano, sono schegge in bilico tra politica e malaffare, tra nostalgia, “mafia capitale” e crimine.

Trattativa, saranno ascoltati. Berlusconi e Di Pietro come testi

L’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e l’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro deporranno il 3 ottobre, in qualità di testimoni, nel processo d’appello trattativa Stato-mafia nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo. Lo ha reso noto la Corte d’assise d’appello dove ieri è andato in scena un confronto a distanza tra i pentiti di mafia, Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera. Oggetto, la preparazione dell’attentato all’ex ministro Calogero Mannino dopo la sentenza del maxi-processo nel 1992. I due collaboratori di giustizia hanno sempre parlato di un attentato nei confronti dell’ex Dc, che di recente è stato assolto in appello nel processo stralcio della trattativa, ma fornendo indicazioni diverse: “Subito dopo la strage di Capaci fui incaricato di uccidere l’onorevole Mannino. Poi Totò Riina bloccò il progetto – ha detto in videoconferenza Brusca –. Mannino doveva essere tolto di mezzo perché in parte non aveva mantenuto gli impegni e perché una volta non si mise a disposizione per un aggiustamento al processo per l’omicidio del capitano Basile”. Del delitto sarebbe stato incaricato Gioacchino La Barbera, che però insiste nel dire di averlo saputo solo alla fine del 1992.

Schwazer, il mistero continua: “Troppo dna”

Chi si aspettava che l’udienza al Tribunale di Bolzano facesse luce sulla famosa positività di Alex Schwazer al doping nel 2016, riscrivendone la storia, dovrà pazientare. La nuova perizia del Ris di Parma non cancella i dubbi, ma li aumenta. Non dice cosa è successo quel giorno, ma spiega cosa sicuramente non è possibile: che il campione di urina contenesse così tanto dna di Schwazer. Un’anomalia che per la difesa dimostrerebbe la manipolazione delle provette, confermando la tesi del complotto, che invece per i vertici dell’antidoping non ha alcun significato.

Forse è un primo passo per scagionare Schwazer, trovato positivo al testosterone il 1° gennaio 2016, recidivo visto che per lui si trattava del secondo caso di doping dopo quello confessato del 2012, quindi squalificato a pochi giorni dalle Olimpiadi di Rio 2016 a cui il figliol prodigo della marcia avrebbe potuto vincere un’altra medaglia d’oro. L’altoatesino si è sempre proclamato innocente, difeso anche da Sandro Donati, paladino dell’antidoping e dello sport pulito che era diventato il suo allenatore. Proprio le denunce da pentito del primo e le battaglie contro il sistema del secondo sarebbero stati i motivi per farlo fuori. “Dirò tutto, se qualcuno non mi mette una pistola in bocca prima”, dice il professore in aula.

Tante le stranezze di quel test di Capodanno, dalla violazione della privacy (l’etichetta invece di essere anonima indicava il luogo di nascita) alle gravi interruzioni nella catena di custodia della provetta. La difesa puntava molto sulla nuova perizia del Ris, su cui negli ultimi giorni si erano diffuse clamorose indiscrezioni (in parte anche esagerate). Il risultato non è risolutivo ma comunque sconcertante: ieri in tribunale a Bolzano è stato discusso lo studio del colonnello Giampietro Lago, che sostiene che qualcosa nei valori del test non torna. Non è tutto: la Wada (l’agenzia mondiale antidoping, che ha incriminato l’ex atleta) ha presentato un documento inedito che smonterebbe gli argomenti del Ris.

Le 153 pagine della perizia arrivano ad alcune conclusioni. La prima è che i campioni sono da attribuire a Schwazer, c’è solo il suo dna nella provetta. Il problema è che ce n’è pure troppo: nel campione del 1° gennaio c’è una concentrazione molto maggiore rispetto a tutti gli altri prelievi, assurda se si considera che col passare del tempo avrebbe dovuto diminuire. È un dato che era già emerso nella perizia di settembre 2018, che però non aveva fornito “prove evidenti di manipolazione”. A un anno di distanza, ancora il complotto non è stato dimostrato (né il colonnello Lago ne parla esplicitamente) ma i dubbi aumentano. “Le eventuali significative discordanze dovranno trovare spiegazione con argomenti e/o circostanze diverse dalla peculiarità fisiologica dell’atleta”. Cioè, secondo la difesa, nella manipolazione delle provette: la tesi è che il dna sia così alto perché riaggiunto a posteriori per coprire l’alterazione fatta per inserire tracce di doping. La Wada, però, ha risposto a sorpresa con un nuovo documento del laboratorio di Losanna (duramente contestato dai legali dell’atleta perché presentato in ritardo), su un altro prelievo del 2016 mai rivelato prima, che pure presenterebbe dei valori molto alti a cui l’atleta tenderebbe naturalmente. Per l’agenzia mondiale le analisi furono regolari, Schwazer era dopato.

Nessuna certezza, solo dubbi. Il processo (per doping e frode sportiva) va avanti. Probabile che il gip di Bolzano disponga allora ulteriori approfondimenti. Per conoscere la verità bisogna attendere. Schwazer non ha fretta: “Sono tre anni che aspetto, posso aspettare ancora”.

Trame contro De Magistris, ora la sentenza è annullata

La sentenza della Corte d’Appello di Salerno che dava ragione all’ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris e alla tesi del complotto per sottrargli le indagini Why Not e Poseidone sul malaffare calabrese, riscrivendo la storia del cosiddetto “scontro tra Procure”, che fu in realtà una aggressione dei magistrati di Catanzaro a quelli di Salerno, non c’è più. Cancellata. La Cassazione l’ha annullata senza rinvio. Eliminando l’ombra della prescrizione sulle assoluzioni dell’allora procuratore aggiunto Salvatore Murone, dell’ex senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli, dell’ex sottosegretario alle Attività Produttive Giuseppe Galati, dell’ex facente funzione di Procuratore generale Dolcino Favi e dell’imprenditore della Compagnia delle Opere Antonio Saladino.

Quelli che, secondo le denunce dell’attuale sindaco di Napoli congiurarono per proteggere una lobby di politici, magistrati e professionisti dalle sue inchieste. E che ora esultano, a cominciare da Murone, il più duro: “Ho sofferto per 12 anni, ma ora tutte le mistificazioni sono finite, le vicende successe a de Magistris non furono il frutto di complotti ma del suo modo di fare il pm. Contro di noi ci fu un linciaggio mediatico indegno”.

Bisognerà aspettare le motivazioni per sapere se della sentenza di Salerno è stato cancellato anche l’impianto motivazionale, secondo il quale non ci fu corruzione, ma le avocazioni dei fascicoli di de Magistris avvenute nel 2007 furono un abuso d’ufficio, finito in prescrizione. O se, come prova a ipotizzare il sindaco di Napoli “potrebbe essere un annullamento per un mero cavillo formale”. De Magistris rimane fermo sulle sue posizioni: “La storia non può essere cambiata – afferma – qualunque sia la motivazione della Cassazione. Il fatto storico è ricostruito in via definitiva, perché la Cassazione non può entrare nel fatto, quindi la sentenza della Corte d’Appello di Salerno in cui si parla di condotte, seppur prescritte, di abuso d’ufficio, quindi di sottrazioni illecite delle inchieste Why not e Poseidone, al fine di danneggiarmi e avvantaggiare gli indagati è un fatto storico acclarato”. “Ci possono essere tante ragioni – argomenta – per l’annullamento, la Cassazione potrebbe anche ritenere che non erano necessarie determinate statuizioni della Corte d’Appello e che quindi io mi posso avvalere nelle sedi civili, perché ricordiamo che la Procura generale non impugnò l’assoluzione, siamo stati solo noi a impugnare (e solo ai fini civili, ndr)”.

Per gli avvocati Mario Murone e Francesco Favi, la Cassazione avrebbe sancito la correttezza dei magistrati catanzaresi “legittimando i provvedimenti di revoca e avocazione”. Di diverso parere i legali dell’ex pm, Elena Lepre e Stefano Montone, che ricordano che la sentenza di primo grado “aveva assolto gli imputati dalla accusa di corruzione in atti giudiziari, ma non aveva affatto sancito la legittimità dei provvedimenti di revoca e di avocazione dei quali, anzi, aveva evidenziato consistenti criticità”.

Aspettando le motivazioni, senza le quali si va a tentoni, la decisione del Palazzaccio segna comunque un punto a favore dei nemici di de Magistris. Che ieri hanno fatto la fila per intervenire. Clemente Mastella, all’epoca ministro di Giustizia, archiviato in Why Not: “È un bel giorno per la giustizia”. Favi: “I fatti si commentavano da soli già 12 anni fa”. Pittelli: “Le menzogne vengono scoperte”. Vincenza Bruna Bossio, deputata Pd, assolta in Why Not: “Io sono stata uccisa dalla gogna mediatica, poi sono resuscitata”. Saladino, che di quel gruppo era ritenuto il ‘burattinaio’, chiosa: “La loggia di San Marino era una gran patacca, si chiude una pagina nera per la giustizia”. A meno che le motivazioni della Cassazione non la riapra e mandi ai calci di rigore questa partita infinita.

Mediolanum, stop al patto di sindacato tra Doris e Fininvest

Il gruppo Doris e Fininvest “hanno convenuto di soprassedere” al rinnovo del patto di sindacato, in scadenza il prossimo 15 settembre, relativo a Banca Mediolanum in attesa della definizione dei procedimenti giudiziari pendenti promossi da Fininvest in Italia e presso la Corte di Giustizia dell’Ue. La vicenda è partita dalla condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale e la perdita dei requisiti di onorabilità a seguito della quale nel 2013 Bankitalia ha imposto a Fininvest di cedere la quota in Mediolanum eccedente il 9,99%. A quel punto Berlusconi e la holding hanno ottenuto dal Consiglio di Stato nel marzo 2016 l’annullamento nella decisione di Via Nazionale per violazione del principio di irretroattività. Nel frattempo Mediolanum è stata assorbita in Banca Mediolanum e Fininvest si è ritrovata titolare di una partecipazione qualificata nel capitale di una banca. E in mancanza di una richiesta Via Nazionale ha aperto d’ufficio un procedimento amministrativo a Francoforte, una proposta di decisione sfavorevole quanto all’onorabilità degli acquirenti, invitandola a opporsi all’acquisizione. Cosa che nell’ottobre 2016 la Bce ha fatto. Con i legali di Berlusconi che ne hanno chiesto l’annullamento.

Passante in città, i consiglieri Pd ritirano l’interrogazione. Toti: “Già arresi al M5S”

“Il Pd, fino a ieri paladino della Gronda, ha ritirato la sua interrogazione a favore dell’opera. O è soddisfatto del nostro lavoro per realizzarla oppure si è già arreso al nuovo alleato a Cinque Stelle”, ha tuonato ieri Giovanni Toti. Il governatore ligure, spiazzato dalle mosse dell’alleato Matteo Salvini, tenta di suscitare imbarazzo nella coalizione giallo-rosé. Già, perché in Liguria, il Pd e il M5S si sono sempre scannati intorno alle grandi opere, mentre ieri i dem hanno ritirato un’interrogazione a favore della Gronda. Una manovra diplomatica per far piacere al neo-alleato? Valter Ferrando e Giovanni Lunardon (consiglieri regionali Pd) smentiscono: “Non abbiamo cambiato idea. Per noi la Gronda è decisiva e necessaria per la Liguria. L’interrogazione era datata, chiedeva un intervento della giunta Toti sul vecchio governo. Prendiamo atto che hanno avuto un anno e mezzo di tempo per sbloccare la Gronda e non hanno fatto niente. Adesso al governo ci siamo noi e daremo un contributo per sbloccare l’opera”.

La Corte dei Conti stronca il contratto, Pedemontana lombarda al capolinea

La Corte dei conti stronca la Pedemontana lombarda. Il coniglio dal cilindro che avrebbe dovuto far risorgere la grande opera da una costosissima morte non c’è più. Anzi, non c’è mai stato. L’approvazione dell’atteso secondo atto aggiuntivo al contratto stipulato tra lo Stato e la società concessionaria – che nell’ipotesi della Regione (che controlla l’Autostrada Serravalle e, attraverso questa, la Pedemontana di cui però è anche concedente e vigilante) avrebbe dovuto allungare all’infinito i tempi di costruzione, ridurne le dimensioni ed esonerarla dalle tasse – è stato bocciato dai magistrati contabili.

La Corte, poco prima di ferragosto, ha rifiutato di registrare l’atto aggiuntivo a causa di gravissime irregolarità che gettano un’ombra sull’operato del ministero delle Infrastrutture, del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) e anche della concedente, tutti attori istituzionali che non hanno rispettato la legge pur di sostenere la Pedemontana. Il provvedimento, per dire, per legge avrebbe richiesto una delibera del Cipe, con tanto di istruttoria e invece è stato trasformato in una semplice informativa che non è stata né esaminata e né votata e che si è cercato di far passare per un via libera.

La decisione della Corte dei Conti ha effetti pesanti, ma interviene su una situazione già disastrosa. Negli ultimi 10 anni i soci non hanno mantenuto gli impegni economici e la società ha cambiato oltre 20 tra amministratori e manager, come il mitico Antonio Di Pietro che pure da ministro aveva firmato la convenzione originale e che si era poi illuso di farla risorgere, salvo dimettersi dopo pochi inutili mesi da presidente nel 2016. Merita citare almeno l’ultimo, il manager leghista Andrea Mentasti che per primo ha fatto tornare i conti presentando un piccolo utile, evitando così la liquidazione imposta dalla legge Madia, e subito sostituito dall’ex ministro della Giustizia e Viceministro leghista alle infrastrutture Roberto Castelli.

La vicenda, costata un miliardo di soldi pubblici, sembra ora al capolinea. Se la modifica del contratto non esiste, come afferma la Corte dei conti, vale il contratto precedente e, secondo il contratto precedente, Pedemontana è gravemente inadempiente da oltre 5 anni: non ha rispettato i tempi di costruzione, non ha versato il capitale sociale, non ha ottenuto i finanziamenti previsti e ha consumato una montagna di soldi pubblici per realizzare un’opera monca e semivuota a esclusivo vantaggio della concessionaria pubblica regionale e delle banche che ne sono socie.

Qualsiasi società privata avrebbe da tempo portato i libri in tribunale. IN questi anni Pedemontana ha pagare interessi altissimi alle banche socie, mantenendo un alto numero di addetti, cresciuto proprio quando si è smesso di costruire(120 addetti per poco più di 30 km di strada).

Il governatore Attilio Fontana potrebbe ora revocare la folle garanzia pubblica sul traffico concessa dal suo predecessore per scongiurare il fallimento di Pedemontana richiesto dalla Procura di Milano. E la neo ministra alle Infrastrutture Paola De Micheli fare lo stesso con la concessione, restituendo l’opera allo Stato che l’ha pagata.

A Genova torna la dinastia gradita ai signori del casello

La Mecca delle grandi opere: ecco Genova oggi. Qui si sta realizzando il Terzo Valico (6,2 miliardi), mentre Autostrade ha in ballo partite importanti: la Gronda (4,3 miliardi) e il contenzioso per il nuovo ponte (oltre 200 milioni). Per non parlare della privatizzazione dell’aeroporto cittadino. Intanto il sindaco Marco Bucci, centrodestra, sceglie un nuovo assessore chiave. È Francesco Maresca (Lista Bucci) che si occuperà di Sviluppo Economico Portuale e Logistico. Ma qualcuno, come Stefano Giordano (M5S), solleva dei dubbi: “Ci chiediamo se sia adatto a occuparsi di logistica visto che diversi suoi familiari sono impegnati con soggetti privati che hanno progetti miliardari a Genova”.

Già, la famiglia Maresca la trovi ovunque si parli di logistica e infrastrutture. Una dinastia con molti contatti politici. Partiamo proprio dal capostipite Maurizio, professore universitario a Udine e noto avvocato con esordi genovesi, ma oggi attivo anche a Roma, Milano e Bruxelles. Fu consulente di Graziano Delrio (governo Renzi) in materia di infrastrutture. “Sono stato io – spiegò Maresca Sr. al Fatto – ad andare a Bruxelles e a contrattare la proroga fino a 4 anni della concessione di Autostrade in cambio della Gronda e di altre opere per 8,5 miliardi. Se non ci fossi stato io, non l’avremmo spuntata. L’alternativa era alzare i pedaggi in tutta Italia del 4-6%”. Ma già allora ci fu chi storse il naso: Maresca infatti è stato avvocato dell’Aiscat, la Confindustria dei concessionari autostradali, per cui, sono parole di Maresca, seguì la causa “per prorogare le concessioni”. Non solo: “Sono stato designato da Benetton per il cda di Impregilo, ma ho lasciato l’incarico da anni”.

Nelle carte dei Ros di Firenze dell’inchiesta sulle grandi opere il nome di Maresca (non indagato) compare più volte. In particolare nelle intercettazioni: “Fino a oggi noi abbiamo avuto mandato da Gavio a fare i suoi interessi… e questo va benissimo… ma in una logica di collaborazione con lo Stato… se adesso noi… cosa facciamo?… a parte che non ce lo chiedono… non ce lo hanno nemmeno chiesto…”, disse Maresca al figlio il 20 giugno 2015. I carabinieri sostenevano che Maresca, nonostante lavorasse per lo Stato “nel contempo, per come emerge dalle conversazioni rilevate, utilizza informazioni e contatti che gli derivano da questo incarico, per curare, remunerato, gli interessi del gruppo Gavio, interessi confliggenti con quelli rappresentati dal neo ministro alle Infrastrutture Delrio che intende rinegoziare le favorevoli condizioni concesse dal precedessore”. L’ipotesi accusatoria non ebbe seguito. “Non ero consulente di Gavio”, assicurò Maresca, “lavoravo nella struttura di missione del ministero, non retribuito”. È l’11 giugno 2015 quando riceve un sms da Alberto Bianchi, allora presidente di Open (Bianchi, non toccato dall’inchiesta, spiegò che i contatti non riguardavano la fondazione renziana): “Riusciamo a vederci prima di martedì? Alle 9 devo vedere Bonaretti (Mauro, capo di gabinetto di Delrio, ndr)”. Di quell’incontro Maresca informa poi Fabrizio Palenzona che “come presidente dell’Aiscat è interessato alla questione del rinnovo delle concessioni, argomento oggetto dell’incontro Maresca/Bianchi”, annotano i carabinieri.

Maresca Sr. era stato anche consulente di Claudio Burlando, ministro dei Trasporti nel primo governo Prodi (in quegli anni Maresca entrò nel cda di Alitalia). A Trieste con la giunta di centrosinistra l’avvocato genovese fu scelto per guidare l’Autorità Portuale, mentre a Genova collaborò con la sindaca Marta Vincenzi. Ma quando arriva il centrodestra Maresca non cade di sella. Bucci lo sceglie come ambasciatore di Genova nel mondo (carica onorifica).

Intanto la città è diventata capitale delle grandi opere. Come presidente dell’Autorità Portuale – voluto dal governatore Giovanni Toti – è arrivato Paolo Emilio Signorini, ex delfino di Ercole Incalza, gran signore degli appalti pubblici. Anche per Signorini (nemmeno lui indagato) gli investigatori fiorentini chiesero nel luglio 2015 la proroga delle intercettazioni. Nessun addebito penale, al massimo l’appartenenza a un comune milieu.

Ma non c’è soltanto Maurizio. C’è anche suo figlio Davide che è avvocato di Autostrade per le questioni genovesi. E ora il fratello Francesco, assessore alla Logistica, avrà un ruolo chiave in partite come la Gronda. C’è anche la privatizzazione dell’aeroporto – dove il Comune non è azionista, ma certo ha voce in capitolo – che fa gola ai Benetton.

Mose, i commissari: “Consegna definitiva sistema a fine 2021”

La scadenza per la consegna definitiva è scritta, nero su bianco: il 31 dicembre 2021 sarà concluso il Mose, il sistema di dighe mobili a protezione della Laguna di Venezia dalle acque alte. La data è contenuta nel Bilancio 2018 del Consorzio Venezia Nuova. Sono i commissari straordinari del concessionario, Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo, ad aver comunicato la notizia che prevede il completamento degli impianti definitivi che muovono le dighe del sistema per il 30 giugno 2020, data da cui partirà l’ultima fase sperimentale per poi arrivare, un anno e mezzo dopo, alla conclusione dei lavori. Il costo complessivo è calcolato in 5.493 milioni di euro, stanziati in 15 anni, dal primo mattone del 2003 al 2018. I residui finanziamenti programmati dal governo per la conclusione del sistema ammontano a 221 milioni, dal 2017 fino al 2024: ciò vuol dire che gli stanziamenti proseguiranno ancora per tre anni dopo la chiusura dei cantieri, per 41 milioni. A ciò si aggiunge l’ulteriore richiesta per ottenere dal ministero dei trasporti l’autorizzazione a usare somme residuali derivanti da contributi già assegnati dal Cipe, che ammontano a 413 milioni.

Disastro Metro C: i soldi finiti, fioccano le cause

Metro C, ultima corsa. Appena 450 metri e poco più di sei settimane, poi le due talpe “Shira” e “Filippa”, che da 13 anni scavano lente le due gallerie della terza linea del metrò capitolino, potrebbero fermarsi definitivamente. Saranno cementate sotto via dei Fori Imperiali perché, senza ulteriori comunicazioni e stanziamenti della parte pubblica, il Consorzio di imprese che sta realizzando l’opera – Vianini Lavori del gruppo Caltagirone, Astaldi, Hitachi e le coop Ccc e Cmb – ritiene che il suo lavoro sia concluso. C’è tempo fino al 30 ottobre, quando il primo escavatore, partito lunedì, raggiungerà largo Ricci. L’operazione di tombatura porterà un esborso di 4 milioni: ritirarle fuori in seguito costerà altri 20 milioni, a cui potrebbero aggiungersi i 40 di penale che i costruttori hanno chiesto al Comune di Roma, il committente, per la mancata realizzazione della stazione di Piazza Venezia: in totale 64 milioni.

Ad oggi, la metro verde è aperta dalla stazione Pantano – estrema periferia est – a San Giovanni, quest’ultima aperta nel 2018 con 7 anni di ritardo rispetto al cronoprogramma del 2006. In mezzo è accaduto di tutto: 45 varianti, ritrovamenti archeologici, ditte fallite, cantieri infiniti, errori progettuali, scioperi, contenziosi e lodi arbitrali. Anche inchieste contabili e penali: le prime prescritte, le seconde, con 25 indagati, arrivate a una richiesta di rinvio a giudizio su cui il gip non si è mai pronunciato.

Al momento, si sta realizzando il tracciato centrale, quello da San Giovanni a Colosseo/Fori Imperiali, con in mezzo la stazione Amba Aradam. Qui, nel 2016, venne ritrovata un’antica caserma di epoca romana, che la sovrintendenza ha ordinato di spostare e riposizionare, ma i lavori sono “sostanzialmente fermi” ammettono fonti del Consorzio. E senza quella stazione, spiegano i tecnici, non si può aprire nulla, nemmeno i binari di scambio a servizio della fermata di San Giovanni previsti per errore sotto via Sannio, cosa che impedisce ai treni di avere una frequenza inferiore ai 9 minuti. L’ennesima impasse che sta dilazionando l’apertura di Colosseo dal 2021 – stabilito dal secondo cronoprogramma del 2013 da Ignazio Marino – al 2024.

Cosa manca all’appello? Soldi e progetti. Il Mit, che finanzia l’opera per il 70% – il resto ce lo mettono Campidoglio (18%) e Regione (12%) – da più di un anno lavora, su richiesta di Virginia Raggi, a una project review della tratta conclusiva, da Venezia a Clodio (che si sarebbe dovuta fare per prima, ma tant’è) di cui non c’è traccia, come mancano i finanziamenti per la stazione di Piazza Venezia – 400 milioni, ma ce ne sono solo 150. “Senza il via libera abbiamo le mani legate”, ripetono dal Campidoglio, mentre la neo ministra Paola De Micheli preferisce non commentare.

Non che di soldi i cittadini non ne abbiano cacciati, in questi 13 anni. Anzi. Solo la tratta Pantano-Venezia è arrivata a costare 3,019 miliardi contro i 2,229 iniziali, oltre 700 milioni di extra-costi (frutto di un accordo transattivo ottenuto da Gianni Alemanno a fronte delle 45 varianti da oltre 2 miliardi richiesti nel decennio scorso); la cifra lieviterebbe a 3,740 miliardi se si arrivasse a Clodio. Ma attenzione. Perché al Tribunale civile di Roma ci sono due contenziosi civili ancora vivi che il Consorzio ha presentato nel 2014, un conto partito da 380 milioni, che “si nutre” di ritardi vari e che, secondo i privati, è arrivato a sfiorare il mezzo miliardo. Rischio che pesa sul Comune e a sua municipalizzata di scopo Roma Metropolitane: quest’ultima, in qualità di committente, è sull’orlo di affondare proprio sotto il peso dei ricorsi civili.