“Camerata Gaetano, la musica”. “Aspettate, non si trova la canzone”. Camerata donna delusa, anziana e tutta vestita di nero: “Che organizzazione di m…”. E allora gli altri camerati, “mai domi”, come ha detto uno di loro pochi minuti prima, non si scoraggiano e cantano. Intonano l’inno di “Avanguardia Nazionale” in onore del fondatore Stefano Delle Chiaie. “…Sui monti, nel ciel, per le strade, sui mar leviamo nel sole la Runa ideal!, Duro sarà il cammino, Ma con coraggio e con ardor scagliamo i nostri cuori nella battaglia ancor!”.
È tutto qui, in questa immagine, il racconto dei funerali di Stefano Dellle Chiaie, ieri al cimitero del Verano nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura. È l’ultimo atto di un fascismo che fu, quello che negli anni Settanta occupava le piazze e si batteva contro “il pericolo rosso”, che di giorno mobilitava ed entusiasmava giovani, mentre la notte trescava con principi golpisti, uffici per affari riservati e colonnelli dalla Grecia all’America del Sud. Delle Chiaie è stato tutto questo, mai un ideologo, sempre uomo di intrighi e protezioni eccellenti.
Un “fascista parastatale”, lo chiamarono. I suoi camerati in chiesa sono attempati, i capelli bianchi, le pance pronunciate, eppure indossano con fierezza le maglie nere con il simbolo della runa dell’Odal, lo stesso delle Waffenn Ss. Otto di loro sono sull’attenti davanti al feretro sull’altare, uno sostiene un labaro nero con un teschio. Simboli di morte, violenza e sofferenza. Che don Pietro, parroco amico di Delle Chiaie, guarda con benevolenza mentre pronuncia parole di pietà. Alcune sopra le righe. “Abbiamo stimato e amato Stefano – dice – perché era un uomo molto serio, dalle idee profonde. Quando si conoscono certe persone è un dono di Dio”. I camerati si asciugano le lacrime. Quelli del picchetto ordinano “attenti”. Gli anni, ancora avvolti dal mistero, della lunga permanenza di Delle Chiaie nella Grecia dei “colonnelli”, e poi nel Sudamerica dei “piani Condor”, sempre al servizio di generali golpisti e di massacratori di studenti, sindacalisti, artisti e uomini di sinistra, sono di colpo dimenticati. Carola, la moglie, rivendica tutto: “Prima o poi porteranno avanti quello che sei stato”. Maurizio Boccacci, leader di “Militia” e di altri gruppetti neofascisti romani, brandisce il microfono e parla del “caccola” (così era soprannominato Delle Chiaie a causa della statura bassa) come del “comandante di tutto un mondo fascista”. Molti ex amici del “comandante” hanno scelto di tenersi lontano. Soprattutto quelli che in questi anni hanno assaporato le dolcezze del potere. Volevano fare la rivoluzione fascista, poi sono diventati assessori, presidenti e vice, qualcuno anche ministro. Dal Duce e dagli scontri con i rossi ai governi con Berlusconi, la storia delle destra radicale è finita in una casa a Montecarlo.
In chiesa ci sono spezzoni del neofascismo romano, da Adriano Tilgher a Roberto Fiore, insieme a un commosso Mario Borghezio, abito nero e spilla di Alberto da Giussano in bella vista. “Delle Chiaie era un combattente della rivoluzione nazionalpopolare – ripete ai giornalisti – di gente così ne nasce uno ogni cento anni”. L’espressione sul volto dell’ex eurodeputato leghista, che disinfettava i vagoni occupati dai “negri”, muta e si fa cupa quando a porgere ai fedeli la sacra ostia della comunione è un prete di colore. L’Italia è cambiata, la “mondializzazione” avanza e anche il fascismo non è più quello degli anni del “caccola”. “Onore al camerata Delle Chiaie”. “Mai domi, sempre avanti”, sono frasi che servono a dare legna al fuoco di una mesta nostalgia. Quello che resta è la poca gente in questa chiesa dove è sepolto Alcide De Gasperi. Quello che resta del neofascismo romano, sono schegge in bilico tra politica e malaffare, tra nostalgia, “mafia capitale” e crimine.