I freni d’emergenza delle scale mobili manomesse, i registri della manutenzione compilati parzialmente, i controlli sugli impianti fatti a campione e male. Tutto per ridurre i costi di gestione sulla manutenzione, evitare le sanzioni penali e non far chiudere la metropolitana di Roma. Fino all’incidente del 23 ottobre 2018, quando alla fermata Repubblica, un gruppo di tifosi russi diretto all’Olimpico rimane gravemente ferito a causa di un guasto delle scale mobili. L’inchiesta della Procura di Roma parte proprio da questo episodio e culmina con l’accusa di frode nelle pubbliche forniture e lesioni personali colpose gravi per 15 persone tra dirigenti e dipendenti di Atac (la concessionaria del trasporto pubblico della Capitale) e di Metro Roma Scarl, che ne gestiva la manutenzione e il cui contratto è stato rescisso lo scorso mese per “grave inadempimento”. Interdetti, inoltre, per un anno dai pubblici uffici tre dirigenti Atac e uno della Metro Roma Scarl.
La Metroroma vince a giugno 2017 (ribasso del 50%) l’appalto per la gestione triennale della manutenzione degli impianti della metro, per un totale di 731 impianti che comprende scale mobili, marciapiedi mobili, ascensori, servoscala e piattaforme elevatrici. Ma dispone solo di “37 unità di personale con qualifica operaio e apprendista”, per far fronte a “2.924 interventi l’anno” per i “soli collaudi trimestrali su ogni singolo impianto”, più quelli quinquennali, decennali e gli interventi dei singoli guasto. Un numero troppo elevato per un esiguo gruppo di addetti. Per questo motivo alcune manutenzioni non sarebbero state fatte e alcune scale manomesse.
Come a Repubblica, dove il freno di emergenza della scala mobile è rimasto bloccato da “fascette in plastica” che ne hanno impedito l’azione, riducendone l’efficacia “del 50%”. Mentre “i parametri di memorizzazione dei codici-guasto” sono stati modificati, impedendo di prevenire degli infortuni.
Dei “16 interventi” previsti in un mese, “solo due hanno trovato parziale riscontro nel tabulato degli eventi di stazione”, dove l’agente Atac annota quando si verifica un fermo dell’impianto. Le schede compilate dagli addetti Metroroma sono state riempite parzialmente e in “10 casi su 12 non risulta effettuata la prova d’efficienza del freno di emergenza”.
A Barberini per sviare un difetto di una scala mobile, è stato creato un “ponticellato” che “esclude il segnale del sensore anti-inversione”, in modo che “l’avviamento della scala avvenisse molto più lentamente”. Operazione fatta prima del sopralluogo dell’ufficio trasporti a impianti fissi (Ustif), del ministero dei Trasporti, per “drogare il collaudo”.
“Hanno fatto le prove ricucendo i parametri della scala per non far accorgere all’Ustif e al responsabile di esercizio, quindi questa è frode e su questo verranno denunciati pubblicamente”, dice la dirigente Marina Adduce intercettata mentre parla con il collega D’Amico. “Se famo er calcolo delle probabilità, su 700 ne sarebbero venute giù altre 3 o 4, dai”, risponde D’Amico alla Adduce. Che replica: “No, allora non stanno in procinto de venì giù nessuna, stanno tutte in sicurezza (…) il problema che stanno tutte degradate però”.
Un’indagine tutt’altro che semplice, visto che secondo il gip di Roma Massimo Lauro “i soggetti addetti alla sicurezza di Atac, con a capo D’Amico, pur consapevoli delle gravi condizioni in cui versano gli impianti, di fatto continuano a non segnalare tali circostanze, che invece appaiono di estrema rilevanza per la sicurezza e l’incolumità di tutta la collettività”.
Quando gli inquirenti si sono recati nella sede Metroroma per acquisire la documentazione, hanno scoperto che c’era stato un incendio in cui erano andati distrutti alcuni pc, ma si erano salvati alcuni atti cartacei. Dall’inchiesta risulta anche l’occultamento di un incidente alla fermata Libia (metro B), le pressioni per riaprire la stazione di Spagna, le forti criticità di Cornelia e quelle nelle stazioni Roma-Viterbo Euclide e Labaro.