Scale mobili sabotate, il gip: “Restano ancora un pericolo”

I freni d’emergenza delle scale mobili manomesse, i registri della manutenzione compilati parzialmente, i controlli sugli impianti fatti a campione e male. Tutto per ridurre i costi di gestione sulla manutenzione, evitare le sanzioni penali e non far chiudere la metropolitana di Roma. Fino all’incidente del 23 ottobre 2018, quando alla fermata Repubblica, un gruppo di tifosi russi diretto all’Olimpico rimane gravemente ferito a causa di un guasto delle scale mobili. L’inchiesta della Procura di Roma parte proprio da questo episodio e culmina con l’accusa di frode nelle pubbliche forniture e lesioni personali colpose gravi per 15 persone tra dirigenti e dipendenti di Atac (la concessionaria del trasporto pubblico della Capitale) e di Metro Roma Scarl, che ne gestiva la manutenzione e il cui contratto è stato rescisso lo scorso mese per “grave inadempimento”. Interdetti, inoltre, per un anno dai pubblici uffici tre dirigenti Atac e uno della Metro Roma Scarl.

La Metroroma vince a giugno 2017 (ribasso del 50%) l’appalto per la gestione triennale della manutenzione degli impianti della metro, per un totale di 731 impianti che comprende scale mobili, marciapiedi mobili, ascensori, servoscala e piattaforme elevatrici. Ma dispone solo di “37 unità di personale con qualifica operaio e apprendista”, per far fronte a “2.924 interventi l’anno” per i “soli collaudi trimestrali su ogni singolo impianto”, più quelli quinquennali, decennali e gli interventi dei singoli guasto. Un numero troppo elevato per un esiguo gruppo di addetti. Per questo motivo alcune manutenzioni non sarebbero state fatte e alcune scale manomesse.

Come a Repubblica, dove il freno di emergenza della scala mobile è rimasto bloccato da “fascette in plastica” che ne hanno impedito l’azione, riducendone l’efficacia “del 50%”. Mentre “i parametri di memorizzazione dei codici-guasto” sono stati modificati, impedendo di prevenire degli infortuni.

Dei “16 interventi” previsti in un mese, “solo due hanno trovato parziale riscontro nel tabulato degli eventi di stazione”, dove l’agente Atac annota quando si verifica un fermo dell’impianto. Le schede compilate dagli addetti Metroroma sono state riempite parzialmente e in “10 casi su 12 non risulta effettuata la prova d’efficienza del freno di emergenza”.

A Barberini per sviare un difetto di una scala mobile, è stato creato un “ponticellato” che “esclude il segnale del sensore anti-inversione”, in modo che “l’avviamento della scala avvenisse molto più lentamente”. Operazione fatta prima del sopralluogo dell’ufficio trasporti a impianti fissi (Ustif), del ministero dei Trasporti, per “drogare il collaudo”.

“Hanno fatto le prove ricucendo i parametri della scala per non far accorgere all’Ustif e al responsabile di esercizio, quindi questa è frode e su questo verranno denunciati pubblicamente”, dice la dirigente Marina Adduce intercettata mentre parla con il collega D’Amico. “Se famo er calcolo delle probabilità, su 700 ne sarebbero venute giù altre 3 o 4, dai”, risponde D’Amico alla Adduce. Che replica: “No, allora non stanno in procinto de venì giù nessuna, stanno tutte in sicurezza (…) il problema che stanno tutte degradate però”.

Un’indagine tutt’altro che semplice, visto che secondo il gip di Roma Massimo Lauro “i soggetti addetti alla sicurezza di Atac, con a capo D’Amico, pur consapevoli delle gravi condizioni in cui versano gli impianti, di fatto continuano a non segnalare tali circostanze, che invece appaiono di estrema rilevanza per la sicurezza e l’incolumità di tutta la collettività”.

Quando gli inquirenti si sono recati nella sede Metroroma per acquisire la documentazione, hanno scoperto che c’era stato un incendio in cui erano andati distrutti alcuni pc, ma si erano salvati alcuni atti cartacei. Dall’inchiesta risulta anche l’occultamento di un incidente alla fermata Libia (metro B), le pressioni per riaprire la stazione di Spagna, le forti criticità di Cornelia e quelle nelle stazioni Roma-Viterbo Euclide e Labaro.

Trovata 18enne impiccata: in passato tentativi di suicidio

Impiccata a un gioco per bambini in un parco alla periferia di Roma con le mani legate. Così ieri è stata trovata una ragazza di 18 anni: il corpo senza vita è stato trovato dal custode del Parco di via Galla Placidia a Casalbertone. La ragazza aveva le mani legate davanti con delle fascette di plastica. Il giorno precedente, intorno alle 21, i genitori avevano denunciato la scomparsa della giovane: quando hanno visto che la figlia non rincasava si sono precipitati dagli agenti col timore di un tragico epilogo e hanno infatti riferito di un precedente tentativo di suicidio lo scorso aprile e di una lunga depressione. In casa, nel corso di un sopralluogo hanno trovato delle lettere indirizzate ai genitori nelle quali si spiegava il gesto. Dunque tutti gli elementi fanno propendere per un suicidio. Anche il particolare delle mani legate con le fascette non inficerebbe la tesi del gesto estremo: molti aspiranti suicidi per impiccagione si assicurano le mani proprio per evitare che l’istinto di sopravvivenza prevalga magari per liberarsi dal cappio. In particolare gli investigatori ipotizzano che la 18enne si sia stretta le fascette con la bocca. In ogni caso l’autopsia ricostruirà le ultime ore di vita della giovane.

Quella sosta sigarette che nessuno in paese riesce a confermare

Quella tappa al tabaccaio, alle 8 del mattino, è uno degli elementi che potrebbero indirizzare le sorti dell’indagine. È vero – come sostengono le difese dei 4 ragazzi accusati di aver violentato una 19enne scandinava – che lei accompagnò uno di loro ad acquistare le sigarette? Ed erano davvero sereni e lucidi? La tesi, par di capire, è la seguente: è difficilmente comprensibile che una ragazza, dopo aver subìto una violenza – o poco prima di subirla, perché dopo la sosta al tabaccaio c’è il rientro in casa e il rapporto sessuale con i 4 compagni di nottata al Billionaire – entri spensierata ad acquistar sigarette in loro compagnia. A maggior ragione se non è ubriaca, quindi perfettamente capace d’intendere e di difendersi. Il punto è che questa tesi, almeno a una prima analisi, non ha altri testimoni, se non i protagonisti di quella notte. Il che lascia tutto alla parola dell’una contro quella degli altri.

Siamo ad Abbiadori, una frazione di Porto Cervo. Nel raggio di qualche chilometro dai cancelli del Pevero golf club, il residence in cui la famiglia Grillo trascorre l’estate, i luoghi in cui comprare le sigarette sono soltanto tre. C’è il bar tabacchi del distributore di benzina, in via dell’Educazione, direzione di Arzachena. Poi il tabaccaio Avellino, con le sue tende blu e i tavolini del bar accanto.

Infine il bar degli Artisti, punto di riferimento per chiunque abbia voglia d’un caffè e una sigaretta, in qualsiasi ora del giorno e della notte, soprattutto all’uscita della discoteca Sottovento o del Billionaire, che sono lì a due passi.

Il Fatto ha provato a riscontrare l’episodio in tutti e tre i luoghi. E nessuno ricorda nulla. Il dato non implica che la versione sia falsa. Piuttosto, al momento non abbiamo trovato nessuno in grado di confermarla. Partiamo dall’orario indicato dalle difese: le 8 del mattino. Sia il bar tabacchi di via dell’Educazione, sia l’Avellino, alzano la saracinesca alle 7. Il bar degli Artisti non l’abbassa mai: si lavora 24 ore al giorno. Quel 16 luglio, quindi, non v’era necessità di acquistare le sigarette dal distributore automatico in nessuno dei tre rivenditori.

Il più vicino all’abitazione dei Grillo, quindi per certi versi preferibile per l’acquisto, è il tabaccaio Avellino. Gestione familiare: mamma, papà e due figlie. Accanto, il bar. Gestito da uno zio. Dall’altro lato un grazioso negozio d’antiquariato, curato dalla mamma. Nessuno di loro – alle 8 del mattino dietro il bancone ci sono i due genitori – dice d’aver visto la ragazza che mostriamo sullo schermo del nostro telefono. “È un viso che ricordo”, dice l’uomo dietro il bancone. “Forse qui c’è venuta un paio di volte”, aggiunge, “ma non posso dire di averla mai vista in compagnia di qualcuno in particolare, tanto meno a quell’ora del mattino”. Le videocamere non funzionano. Nessun ricordo da parte delle due simpaticissime figlie, né della moglie o dello zio, che gentilmente ci offre una Coca cola. E poi, come ripeteranno in tanti, qui a un certo punto dell’estate le ragazze si somigliano un po’ tutte. Proviamo al distributore. Stessi orari, apertura alle 7 del mattino.

Le due ragazze al bancone – in totale sono 4 a distribuirsi i turni – non riconoscono la 19enne in fotografia. Le telecamere? “Ci sono, ma da luglio a oggi non c’è nulla che possa essere rimasto registrato”. Non resta che il bar degli Artisti, ritrovo abituale per tanti ragazzi, quindi altra meta probabile. Giampiero, il suo proprietario, è un simpaticissimo signore con gli occhialetti che scendono sul naso. Un “artista concettuale” e un punto di riferimento per tutta Porto Cervo. A un primo sguardo, questa ragazza gli sembra di riconoscerla, salvo ammettere che in fondo si somigliano in tante, qui. Belle. E giovani. Di certo non ricorda d’averla mai incontrata alle 8 del mattino in compagnia d’un ragazzo, che fosse Ciro Grillo, o uno dei suoi amici, per comprare sigarette. E allora: chi può testimoniare che quel mattino la ragazza fosse lucida, serena, in compagnia di ragazzi che non le incutevano soggezione, insomma in una condizione incompatibile con una violenza subìta o da subire? O al contrario: chi può confermare che fosse ubriaca, alterata, in una condizione di diminuita capacità d’intendere o difendersi? Per ora nessuno. A meno che non spunti un banconista dalla memoria di ferro, sfuggito ai nostri incontri, anche questo frammento resta ancora incatenato alle parole dell’una contro quelle degli altri.

Le accuse di abuso al figlio: i pm vanno a casa di Grillo

Dopo la visita a Marina di Bibbona, gli inquirenti di Tempo Pausania ieri hanno bussato anche alla porta dell’appartamento di Beppe Grillo a Porto Cervo. L’obiettivo: un sopralluogo nelle stanze in cui il 16 luglio, secondo le accuse di una studentessa 19enne d’origine scandinava, si sarebbe consumata la violenza sessuale ai suoi danni. Del presunto stupro sono accusati il figlio del fondatore del M5s, Ciro Grillo, e i suoi amici Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria, tutti tra 19 e 20 anni.

Il procuratore capo di Tempio Pausania, Gregorio Capasso, accompagnato dai carabinieri – erano presenti anche i legali dei 4 ragazzi, Barbara Raimondo, Gennaro Velle, Paolo Costa, Enrico Grillo, Ernesto Monteverde e Mariano Mameli – ha analizzato personalmente i luoghi in cui si sarebbero svolti i fatti denunciati dalla ragazza. La stanza in cui s’è consumato il rapporto sessuale con i quattro ragazzi, la distanza con l’appartamento adiacente, in cui era presente la mamma di Ciro, Parvin Tadjk (moglie di Beppe Grillo), e con la stanza in cui dormiva un’amica della ragazza che, secondo le prime indiscrezioni, non si sarebbe accorta di nulla.

Un primo accertamento investigativo, insomma, per comprendere quanto i luoghi siano compatibili con le versioni fornite dall’accusa e dalla difesa. Sempre ieri sono state completate le copie dei telefoni sequestrati ai 4 ragazzi. Il loro contenuto potrebbe risultare decisivo, sia per lo scambio di messaggi tra i ragazzi, sia perché è stato registrato un video di quella nottata, incluso il rapporto sessuale. Secondo le difese può dimostrare che la ragazza era consenziente. Secondo l’accusa potrebbe, al contrario, rappresentare la prova della violenza. La denuncia risale al 26 luglio scorso quando la ragazza si presenta nella caserma dei carabinieri di via della Moscova, a Milano. Ad accompagnarla c’è la madre.

Figlia di un noto manager, racconta una storia di abusi avvenuta la sera del 16 luglio a Porto Cervo. Racconta di aver trascorso la sera al Billionaire, la discoteca fondata a Porto Cervo da Flavio Briatore, tra balli, risate e alcol ma senza usare droghe. Lì, insieme con la sua amica, incontra quattro ragazzi mai visti prima: sono Ciro Grillo e tre suoi amici, tutti genovesi. All’alba il gruppo decide di andare a casa di Ciro. Qui, sostiene la ragazza, difesa dall’avvocato Laura Panciroli, avviene la violenza: mentre la sua amica si è addormentata in una stanza, lei viene portata in camera da letto dove, complice anche l’alcool, sarebbe stata forzata a un rapporto sessuale con i quattro ragazzi, uno dopo l’altro. Dopo aver vissuto per giorni in condizioni di angoscia – è la versione della 19enne – le amiche e la famiglia la convincono a farsi visitare e a denunciare.

S. Vittore, il progetto: “Architetti vivranno in cella con i detenuti”

“Per ora è un sogno, se si realizza sarà un’eccellenza e un grande servizio”: così il direttore della casa circondariale di San Vittore (a Milano), Giacinto Siciliano, ha annunciato il progetto di rivisitazione degli spazi del carcere cittadino condiviso con la Triennale di Milano, con cui si è aperta una collaborazione da un anno e mezzo fatta di mostre e appuntamenti teatrali che hanno fatto da ponte tra l’istituzione culturale e il penitenziario. Dopo lo spettacolo teatrale delle carcerate in Triennale a luglio e la mostra fotografica, “oggi – ha spiegato il presidente della Triennale Stefano Boeri – c’è un passaggio ulteriore, quello di riprogettare integralmente il carcere dalle celle alle mense, dal cortile agli spazi comuni”. Per quanto riguarda la progettazione “ci sarà un concorso per la selezione di architetti che abbiano la spinta giusta per riprogettare il carcere”. “Anche perché – ha sottolineato Boeri – il progetto prevede la partecipazione dei detenuti e del personale carcerario alla rivisitazione degli spazi di San Vittore: il progetto sarà quello di lavorare con architetti che andranno in carcere e vivranno in carcere con i detenuti e le guardie carcerarie, tutti insieme si discuterà di cos’è urgentissimo fare”.

Sapienza, il bando su misura coi fondi del candidato prof

Una cattedra da 2 milioni di euro, fondi pubblici per finanziare un posto da professore ordinario di Medicina del lavoro alla Sapienza di Roma. A metterli sul tavolo è l’Inail. Ma il concorso presenta diverse ombre. La prima è che tra i candidati c’è Sergio Iavicoli, direttore del dipartimento dell’Inail che stanzia i soldi per la cattedra. La seconda è che quattro dei sette candidati membri della commissione esaminatrice hanno ricevuto fondi da lui.

Tutto comincia da una cattedra rimasta vacante. La Scuola di Specializzazione di medicina del lavoro ha bisogno di due docenti di ruolo per restare aperta, ma ne ha uno solo. Così il settore viene dichiarato “sofferente” e il 28 settembre 2018 il rettore Eugenio Gaudio firma una convenzione con l’Inail in base alla quale l’ente stanzia 1.842.327,46 euro, più emolumenti aggiuntivi, per finanziare un posto da professore di prima fascia. A mettere a disposizione le risorse è il Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’Istituto. Fino al 2014 si chiamava Ispesl (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro) e dal 2006 è diretto da Iavicoli.

Quest’ultimo non solo partecipa alla selezione, ma ha finanziato gli studi di almeno 4 dei 7 candidati commissari designati il 28 giugno, giorno in cui vengono ufficializzati il membro interno e le due terne di docenti da cui verranno estratti gli altri due commissari. Il primo è Francesco Saverio Violante: docente a Bologna, nel suo curriculum si autodefinisce “capo ricercatore in contratti e programmi di ricerca finanziati da (…) Ministero dell’Ambiente, Ministero della Salute, Inail, Ispesl”. Non solo: il prof è membro del consiglio di amministrazione dell’Icoh, l’International Commission on Occupation Health, organizzazione di cui Iavicoli è dal 2003 segretario generale e che ha sede in via Fontana Candida 1 a Monte Porzio Catone, vicino a Roma, stesso indirizzo del DiMeila, il dipartimento di Iavicoli.

Nell’organigramma dell’Icoh figura anche un membro della prima terna: è Alfonso Cristaudo, docente di Pisa che della Ong è il segretario nazionale. Anche lui ha ricevuto finanziamenti da Inail e Ispesl, come si legge sul suo cv: nel 2009 il primo, direttore Iavicoli, gli dà i fondi per due studi. E lo stesso anno un altro glielo paga l’Inail.

Nella prima terna c’è anche Angela Cecilia Pesatori (Università di Milano), responsabile di un Progetto Bric 2016 da 70 mila euro “finanziato – si legge sul curriculum – dall’Inail”. Ovvero dal DiMeila, comparto che insieme al gemello Dit seleziona i progetti da finanziare. Nella seconda terna, poi, c’è Pierluigi Cocco, docente a Cagliari, nel cui cv alla voce “Finanziamenti principali” figura l’Inail nel 2007 e nel 2010: “Noi abbiamo in atto oltre 250 collaborazioni con le università. Nel 2016 abbiamo stanziato 9 milioni, 4,5 nel 2018, quest’anno in tutto saranno 10. Finanziare la ricerca è uno dei nostri scopi”, replicano dall’Istituto, senza entrare nel merito di “una procedura di selezione gestita dalla Sapienza”.

Il punto è proprio questo. Perché le norme per prevenire i conflitti d’interessi sono chiare. Nella delibera 209/2017 l’Anac prevede che ogni P.A. debba chiedere ai candidati commissari autodichiarazioni “le quali devono riportare l’indicazione della tipologia di eventuali rapporti a qualsiasi titolo intercorsi o in essere con il candidato”. Documenti di cui non si ha notizia. E, prima ancora, logica e buon senso avrebbero dovuto portare a specificare almeno che il direttore dell’ente che paga la cattedra non potesse partecipare alla selezione, visto che da quando Iavicoli è all’Inail almeno 17 dei 24 prof ordinari che in base agli elenchi del Miur potrebbero far parte della commissione hanno ricevuto fondi o consulenze.

“L’Ateneo ha bandito il concorso – si legge in una nota della Sapienza– per consentire la massima partecipazione di tutti gli studiosi interni ed esterni, al fine di selezionare il miglior candidato possibile secondo principi puramente meritocratici”.

L’iter viene giustificato per garantire “l’accreditamento della scuola di specializzazione”, recita la convenzione, “attraverso il ricorso ad altre strutture pubbliche”. Come a dire: l’ateneo non ha docenti a disposizione. Non è così: al Saimlal, dipartimento cui fa capo la scuola, ci sono ma gli avanzamenti interni sono bloccati da 5 anni. Intanto le nomine fioccano: sono state 5 in 3 mesi, di cui un ordinario e due associati nel settore di Anatomia Umana per anni diretto dal rettore Gaudio.

Spese pazze Sicilia, chiesta condanna del sindaco di Catania

La Procura di Palermo ha chiesto la condanna per peculato per Salvo Pogliese, sindaco del centrodestra di Catania, e per altri 5 ex deputati per le “spese pazze” all’Assemblea regionale siciliana. Avrebbero usato i fondi destinati ai gruppi politici per fini personali. Tra le spese contestate al primo cittadino etneo ci sono 1.200 euro per la “sostituzione di varie serrature e varie maniglie per porte” nello studio catanese del padre, 30 mila euro per soggiorni in albergo a Palermo, anche insieme ai familiari, più cene e spese di carburante. Inoltre ci sono 280 euro per la retta scolastica del figlio e 30 mila euro in assegni girati sul suo conto personale. La difesa di Pogliese sostiene che le somme contestate corrispondono all’esborso di 45 mila euro che il deputato aveva anticipato per attività di partito, quando le casse del gruppo erano vuote. La pm Laura Siani ha chiesto la condanna anche per Giulia Adamo (3 anni e 9 mesi), Giambattista Bufardeci (3 anni), Rudi Maira (3 anni e 6 mesi), Livio Marrocco (3 anni e 6 mesi) e Cataldo Fiorenza (4 anni e 3 mesi).

“Sono i migliori professionisti nel settore”

“In quelle stalle, rispetto alla tutela dei lavoratori, devo dire che le condizioni mi sono parse ottime”. È colpito dalla tragedia Roberto San Pietro, 64 anni, regista della scuola di Ermanno Olmi, del Laboratorio Ipotesi cinema fondato dal padre del documentario d’autore a Bassano del Grappa nel 1982. San Pietro è stato recentemente dietro la macchina da presa per girare il film Il vegetariano, prodotto dalla bolognese Apapaja, uscito lo scorso marzo e ancora in giro nelle sale dei cinema d’essai. Il film narra proprio storie tra stalle, animali e duro lavoro quotidiano della comunità sikh. “Penso davvero che quella di Arena Po sia una terribile quanto atroce tragedia”.

Ha girato questo film nella terra del Parmigiano Reggiano, dove vivono quasi quattromila sikh proveniente dal Punjab. Che cosa le ha lasciato l’esperienza con questa comunità?

Sono molto dediti al loro lavoro, anche portati per quel tipo di attività perché per generazioni l’hanno svolta nel loro Paese, diventando dei veri professionisti del settore; in tutte le fasi della produzione in un’azienda zootecnica, perché ci sono anche quelli che riescono a rilevare l’attività e a diventarne padroni.

Sono comunità molto integrate nel cuore della Pianura Padana.

Esatto, noi abbiamo girato in provincia di Reggio nell’Emilia. Ho visitato un grande tempio sikh, c’è una pluralità religiosa riconosciuta anche dagli italiani, sono frequenti le feste multireligiose.

Rispetto alle vittime di ieri, un’espressione ricorrente di chi li conosceva è stata “erano dei gran lavoratori”.

Non fatico a crederlo. C’è da dire, per quella che è stata la mia esperienza, che fortunatamente hanno raggiunto buoni livelli salariali. Non sono affatto sottopagati. Ma il lavoro, in cui sono bravissimi, è davvero molto faticoso. Le mucche vanno munte senza sosta, hanno libera solo la domenica, pochissime ferie. Gli italiani questo tipo di vita non la vogliono più fare da tempo, quindi l’apporto della comunità sikh in Emilia e nell’Oltrepo Pavese è fondamentale. Intere attività si fermerebbero.

Non è una immigrazione per fame e disperazione…

Al contrario, sono professionisti del settore, ribadiscono, che hanno lasciato il Punjab per guadagnare di più, per migliorare la condizione sociale, non certo per disperazione.

Certo, molti conserveranno comunque il sogno di ritornare in patria per star meglio di come stavano in partenza. Di sicuro anche per la comunità sikh le cose cambiano al Sud d’Italia, però.

Là siamo in presenza delle raccolte stagionali nei campi ed è davvero tutta un’altra storia. Invece nella Pianura Padana siamo già alla seconda generazione di relativo benessere. Ad esempio, molti sono i più anziani che anche nei contratti si sono fatti scrivere di non voler aver nulla a che fare con il ciclo produttivo quando si arriva al macello, quando le mucche insomma non sono più produttive. Perché la vacca in India è sacra, muore di vecchiaia. L’attore protagonista del mio film, 30 anni, mangia le bistecche.

Morti in quattro tra i liquami: volevano salvare l’amico

Morti sul lavoro, morti da eroi per salvare uno di loro. La morte atroce in una vasca per il compostaggio di fertilizzanti si è portata via quattro persone. Due ragazzi di 29 e 28 anni, Harminder Singh e Manjinder Singh. E con loro due fratelli partiti molti anni fa dal Punjab, Prem e Tarsem Singh, 47 e 45 anni, una vita passata nel settore degli allevamenti dei bovini, prima nelle lontane terre d’India dove quegli animali sono sacri e si possono trattare solo per il latte, poi qui in Italia fino ad arrivare al successo tanto agognato dopo vent’anni passati da mungitori. Fino a diventare i padroni di se stessi. Gestivano un allevamento tra i più grandi del Pavese, infatti: 500 tra mucche da latte e vitelli. Siamo ad Arena Po, dove il grande fiume taglia la Lombardia per poi appoggiarsi sul confine emiliano per chilometri e il Punjab è solo un posto molto lontano sul mappamondo.

Omicidio plurimo colposo, scrive per atto dovuto la procura di Pavia sul fascicolo. “Un tragico incidente”, ripetono i carabinieri di Stradella intervenuti sul luogo. Un’immensa tragedia per la comunità locale, sikh e italiana, perché i quattro lavoratori erano conosciuti, stimati e ben voluti da tutti. Mai un problema, un diverbio, uno screzio. Perfettamente integrati.

A dare l’allarme, intorno alle 12.30, sono state l’anziana madre dei due titolari e la moglie del più giovane dei due: non vedendoli rientrare per il pranzo li sono andati a cercare. Quel ritardo suona strano per chi è abituato a osservare familiari puntualissimi, avrebbero avvisato se avessero dovuto fermarsi in azienda. Le due donne, arrivate nei pressi della vasca, hanno subito capito cosa fosse successo: c’era un corpo che affiorava dalla melma. Disperate hanno chiamato i carabinieri: “Fate presto”. E con una corda hanno cercato di fare qualcosa, non sapevano neppure cosa, ma era impossibile, hanno dovuto desistere. Sapevano già che non c’era niente da fare. Due corpi sono stati recuperati subito, mentre per estrarre gli altri due i vigili del fuoco, nonostante le maschere protettive e l’equipaggiamento adatto al tipo di intervento, hanno dovuto lavorare diverse ore e svuotare interamente la vasca nella quale erano scivolati.

Da una prima ipotesi investigativa, una delle vittime è entrata volutamente nella vasca durante l’operazione periodica di spurgo, stavano caricando un’autobotte con i liquami, ma si sarebbe sentito male. Le altre tre vittime, il collega dipendente e i due proprietari dell’azienda, a quel punto avrebbero cercato di soccorrerlo ma non ci sarebbero riuscite. A stordirli, con ogni probabilità, i miasmi e l’anidride carbonica che si sprigiona dai liquami, ma secondo i primi accertamenti sono morti annegati.

I due fratelli indiani avevano anche un terzo dipendente, sempre sikh, che lavorava per loro: è l’unico rimasto in vita. Il sindaco Alessandro Belforti ha espresso cordoglio, a nome della comunità del piccolo paese, mille e seicento anime: “Erano grandi lavoratori, che si erano integrati bene nella nostra realtà”.

“Il mio pensiero va prima di tutto alle famiglie. La sicurezza sul lavoro è un diritto irrinunciabile, dobbiamo fare ogni sforzo per garantirlo”, ha scritto su Twitter la ministra per le Politiche agricole, Teresa Bellanova. Cordoglio anche dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli che esprime “profonda commozione e dolore per le quattro vittime di un tragico incidente sul lavoro. Costruire un mondo migliore – aggiunge – significa fare in modo che simili fatti non accadano mai più”. Così il ministro della Salute, Roberto Speranza: “La morte di quattro lavoratori agricoli avvenuta nelle campagne del pavese è l’ennesima drammatica tragedia. Questi episodi che ormai si susseguono costantemente ci dicono una cosa sola: la sicurezza sui luoghi di lavoro è una priorità assoluta e va affrontata quanto prima. C’è una mia proposta di legge già incardinata in commissione. Spero si possa discuterla, migliorarla e approvarla al più presto. È questa la vera sicurezza di cui l’Italia ha bisogno”.

Per i sindacati bisogna “prevenire” le morti sul lavoro, soprattutto attraverso “una vera cultura della sicurezza da parte delle aziende e di tutte le istituzioni preposte ai controlli”. “Infine – concludono Cgil nazionale, Flai Cgil nazionale, Cgil Lombardia e Flai Cgil Lombardia – rivendichiamo l’immediata costituzione di un tavolo per costruire politiche condivise per contrastare questo dramma”. Perché al di là di cordogli e parole di rito nella sola Lombardia sale a 103 il numero dei morti dall’inizio dell’anno. In tutta Italia siamo a 490 cosiddette “morti bianche”. Il peggior dato dal 2016.

Una strage in progress con numeri che rischiano di diventare record, ritornando alle spaventose cifre registrate in Italia solo fino a dieci anni fa quando si arrivava ancora a 1500 morti bianche in un anno.

Costi di Quota 100, la smentita del Mef: “Numeri inventati”

“Questo dato non trova alcun riscontro nelle stime della Ragioneria Generale dello Stato. Il valore ampiamente sovrastimato di 63 miliardi di euro risulta essere il frutto di un’elaborazione giornalistica non corretta dal punto di vista logico”. Questa la dura nota del neo ministro dell’Econonia Roberto Gualtieri in difesa di Quota 100, la riforma pensionistica che prevede l’uscita con 62 anni anagrafici e 38 contributivi ma che, secondo i rilievi diffusi mercoledì dalla Ragioneria costerebbe 63 miliardi di spesa fino al 2036. “Il dato – ha spiegato il Mef – si limita a distribuire in maniera uniforme sull’intero periodo considerato dal Rapporto (2019-2036) il valore medio della variazione del rapporto della spesa/Pil (0,2%) stimato rispetto allo scenario base. Si tratta pertanto di una quantificazione non imputabile al ministero né certificata in alcun modo dai dati forniti dalla Ragioneria”. Numeri che non hanno convinto neanche il presidente dell’Inps Pasquale Tridico che si è detto “abbastanza sorpreso. Probabilmente si intende qualcos’altro”. Tridico ha poi aggiunto che “Quota 100 costa 3,8 miliardi nel 2019, ma che ne sono stati spesi molti di meno. Nel 2020 costerà 8 miliardi circa“.