Disoccupazione scende al 9,9%, ma giù anche le ore lavorate

La disoccupazione scende in Italia, anche se si lavora un po’ meno. Dai dati Istat diffusi ieri emerge che il tasso di disoccupazione continua a calare: nel secondo trimestre dell’anno ha toccato quota 9,9%, il valore più basso dopo il quarto trimestre del 2011, quando era al 9,2%. Spinti dall’aumento dei dipendenti a tempo indeterminato, gli occupati crescono di 130 mila unità (+0,6%) rispetto al trimestre precedente. Così il tasso di occupazione sale al 59,1% (+0,3 punti), mentre il tasso di inattivi (coloro che non hanno un’occupazione né la cercano) rimane stabile al 34,3%. La neo ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha commenta positivamente i dati: “Testimoniano la bontà delle misure messe in campo”. Il riferimento è al decreto Dignità che ha sì permesso di allontanarsi dai livelli drammatici di disoccupazione, ma ha anche spinto verso il part time. Così nel secondo trimestre dell’anno, le ore lavorate sono in realtà diminuite, passando da 10,994 miliardi a 10,980 miliardi. Solo nei servizi salgono, ma non abbastanza da compensare gli altri cali. Secondo l’Istat ci sono quasi tre milioni di persone che lavorano poche ore, ma che vorrebbero lavorarne di più: sono il 12,3% degli occupati (un anno fa erano l’11,8%). Rispetto a un anno fa gli occupati stabili sono 112 mila in più: solo 15 mila a tempo pieno e ben 97 mila part time.

Draghi ha riarmato il bazooka. Ma senza Berlino non basterà

L’eredità di Mario Draghi è una Banca centrale europea schierata con tutti i suoi bazooka, caricati e con qualche colpo che partirà già da novembre, sulla trincea che separa l’Eurozona dalla recessione. Ma l’esito della battaglia – il presidente della Bce lo chiarisce ancora una volta –, dipende dalla politica fiscale: spetta ai Paesi con margine di intervento sulla spesa pubblica, prima di tutti la Germania, decidere se il continente dovrà sprofondare in una nuova crisi.

Le decisioni del Consiglio dei governatori della Bce, nella riunione a Francoforte di ieri, sono quelle attese dai mercati, ma con qualche spezia in più: per la prima volta dal 2019 la Bce taglia i tassi di interesse, che passano da -0,4 a -0,5 per cento. Aumenta la penalità per le banche che lasciano la loro liquidità sui conti della Bce invece che immetterla in circolo.

Per limitare il costo che questo comporta per le banche, la Bce introduce anche un sistema di tiering, cioè di “strati”: una parte delle riserve viene esentata dai tassi negativi.

Per le banche c’è anche una nuova fase di Tltro, finanziamenti agevolati che servono a mantenere le stesse condizioni favorevoli introdotte all’inizio del mandato di Draghi, nel 2011, con le prime Tltro. Tutto questo perché – ricorda Draghi –, l’economia dell’eurozona si regge sulle banche, a differenza di quella americana che dipende dal mercato. E quindi la Bce deve “preservare” il canale bancario di trasmissione della politica monetaria.

I tassi di interesse negativi, però, creano problemi perché implicano un ribaltamento delle condizioni normali, quando le banche devono pagare per finanziarsi presso la Bce e poi farsi remunerare dai propri clienti, imprese o famiglie.

All’inevitabile domanda del giornalista tedesco che chiede se la Bce stia considerando tutte le conseguenze negative delle sue politiche non convenzionali, Draghi risponde: “Ci sono banche che hanno costi completamente sproporzionati rispetto ai ricavi, sia nei confronti di altri istituti della zona euro, sia nel resto del mondo”. Traduzione: care banche tedesche, non date la colpa alla Bce dei vostri guai che dipendono dall’incapacità di adeguare un modello di business antico all’età della tecnologia.

La Bce riattiva anche l’App, il programma di acquisto di titoli più noto come Quantitative easing: 20 miliardi al mese da novembre, più gli acquisti necessari a mantenere invariato lo stock già in bilancio quando i titoli comprati negli anni scorsi arrivano a scadenza. Si continuerà “finché sarà necessario”. Su quest’ultima misura Draghi ammette che non c’è stata unanimità all’interno del consiglio direttivo della Bce, dove i Paesi capitanati dalla Germania sono contrari a un secondo round.

Non è detto che tutto questo basti. Nell’ultimo trimestre la crescita della zona euro si è dimezzata, dal già risicato 0,4 a 0,2 per cento. L’inflazione resta la metà di quella che è l’obiettivo della Bce (2 per cento). Colpa anche della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina. Il presidente Donald Trump twitta subito contro la Bce: “Stanno provando, con successo, a deprezzare l’euro contro un dollaro molto forte, danneggiando l’export americani…”. Draghi replica lapidario: “La Bce non ha come obiettivo il tasso di cambio. Punto”.

La politica monetaria può fare molto, ma non tutto, per evitare una recessione che – dice Draghi – è un rischio “basso ma in aumento”. Tocca ai governi, con la politica fiscale, cioè la spesa pubblica. Nella conferenza stampa, Draghi invita tutti a studiare la parte del comunicato sul tema, che per la prima volta usa parole molto diverse dal solito: “In vista dell’indebolimento del quadro economico e della permanenza dei rischi al ribasso, i governi con spazio fiscale dovrebbero agire in modo rapido ed efficace. Nei Paesi con alto debito pubblico, i governi devono perseguire politiche prudenti che creino le condizioni per il funzionamento degli stabilizzatori automatici”. L’esortazione a politiche di bilancio espansive sostituisce l’usuale richiamo alle “riforme strutturali”. È ora di spendere, ma devono essere i Paesi come la Germania a farlo, spetta a loro fermare la crisi. Il deficit in Italia, è il senso delle parole di Draghi, aumenterà quando arriverà la recessione, perché ci saranno da pagare ammortizzatori sociali e sussidi vari. Non è quindi una benedizione finanziare la lunga lista della spesa presentata dal nuovo governo Conte.

Il destino dell’eurozona è come al solito in mano a Berlino. I tedeschi continuano a protestare perché la politica monetaria dei tassi negativi ha ridotto i rendimenti per i loro risparmi ma, ricorda Draghi, ha anche portato “11 milioni di posti di lavoro”, la Germania ha beneficiato degli interventi di Francoforte senza fare la sua parte, prima arriveranno interventi di politica economica, prima la Bce potrà ridurre i suoi stimoli. Se l’eurozona finirà in recessione e se alla lunga gli effetti collaterali della politica monetaria della Bce supereranno i benefici, è il messaggio di Draghi, la colpa sarà della Germania. Non della Bce.

Il Carroccio si tiene stretto anche il doppio vitalizio

Dal Movimento 5 Stelle arriva la denuncia verso gli ex alleati: la Giunta a maggioranza leghista si rifiuta di cedere il privilegio del doppio vitalizio. La commissione bilancio del Piemonte avrebbe infatti ignorato l’emendamento proposto dal pentastellato Giorgio Bertola, che avrebbe tagliato di un ulteriore 40% la spesa per i vitalizi di chi è già destinatario di assegni o trattamenti previdenziali da parte di Camera e Senato. Una scelta che, secondo le stime, avrebbe consentito un risparmio di 130 mila euro alle casse regionali. Dopo una lunga discussione, l’emendamento non è stato licenziato, anche se nessun gruppo ha votato contro: la maggioranza si è astenuta, il centrosinistra non ha partecipato al voto. Salvo poi dirsi interessati ad approfondire la questione, ufficialmente per timore che, così com’è attualmente formulato, il provvedimento possa essere foriero di ricorsi, con costi legali superiori ai risparmi promessi. Invece è passata all’unanimità la proposta che prevede la rideterminazione degli assegni vitalizi. Il ricalcolo approvato dal Consiglio regionale, porterà un risparmio annuo di quasi 600 mila euro.

Ora re Matteo è nudo in Veneto: il grande bluff dell’autonomia

“Anche un cieco lo capirebbe…”. Che cosa, professor Feltrin? “Che Salvini in autunno non avrebbe potuto dare l’autonomia a Lombardia e Veneto. Se lo avesse fatto, avrebbe perso 5 milioni di voti nel meridione. E così sarebbe stato sancito il contrasto tra l’interesse nazionale della Lega di Salvini e l’obiettivo autonomista della Liga Veneta-Lega Nord”. Già ci ha pensato di suo, Matteo Salvini, ad apparire come un re nudo, un premier in pectore disarcionato. Ma il politologo trevigiano Paolo Feltrin, una vita trascorsa a studiare movimenti politici, mette il suggello a un dubbio che in questo anno e mezzo di Lega al governo molti avevano coltivato. Possibile che la concessione dell’autonomia restasse al palo, nonostante un ministro (Erika Stefani) completamente dedicato e un esecutivo in cui la componente leghista è cresciuta di peso mese dopo mese? “A ottobre, dopo la lettera ultimativa di Luca Zaia e del governatore lombardo Attilio Fontana, Salvini avrebbe dovuto decidere. Anche per questo si è sentito stretto in una morsa. Ma non solo. In Europa apparentemente aveva vinto, in realtà era ormai isolato. Sapeva che non avrebbe potuto fare la riforma fiscale da 50 miliardi che aveva promesso. E si è trovato in mezzo a una guerra di dossier con Usa e Russia”. Inquietante… “Be’ – allarga le braccia Feltrin – se attacchi l’Europa, non c’è da stupirsi se quelli rispondono. E Trump il bacio in bocca avrebbe dovuto darlo a Salvini, invece lo ha dato a Conte…”. Alla vigilia di Pontida, con un migliaio di pullman già pronti a partire per il pratone dove sventolerà per il secondo anno il tricolore, simbolo di una Lega che cambia, inizia da questi scenari il viaggio in un Veneto per metà leghista. E quindi non più rappresentato dal governo a cui lo stesso segretario ha staccato la spina.

Staranno anche aspettando la rivincita, ma fa ormai tenerezza Zaia che un giorno sì e un altro ancora diffonde dichiarazioni autonomiste, sempre meno belligeranti. L’ultima: “Siamo pronti a firmare un documento dove si affermi che unità nazionale, coesione, sussidiarietà e solidarietà sono prerequisiti indispensabili dell’autonomia, come da Costituzione. Così sgomberiamo il campo da chi usa, a sproposito, questi argomenti per non far procedere il negoziato”. Proprio lui dovrebbe essere il più arrabbiato con Salvini (invece lo è con i 5stelle) per l’inconcludenza governativa. Ma non c’è dubbio, il Veneto leghista non punterà il dito contro il segretario. Il solo Giancarlo Gentilini, ex sindaco-sceriffo di Treviso, forte dei suoi novant’anni, ha dichiarato: “Salvini ha sbagliato, un capo deve vedere più in là degli altri. E deve pagare”. “Non succederà, spiega Flavio Tosi, già sindaco di Verona, che della Lega Veneta è stato segretario fino a quando il Capitano lo cacciò per aver coltivato ambizioni di leadership nel centrodestra.

“Dentro la Lega non succederà niente perchè Salvini ha normalizzato il partito. Ha cominciato con me, poi ha emarginato Maroni e Bossi. Ma Umberto un’idea di democrazia interna ce l’aveva, Salvini no”. Eppure non è che qualcuno un pensierino lo stia facendo? “I competitori sarebbero due. Ma Giancarlo Giorgetti non si metterà mai contro il segretario. E Zaia pensa alle regionali, quando a fare le liste sarà Salvini”.

Quest’ultimo, nel frattempo, ha fatto completare al Direttorio istituito alcuni mesi fa (con a capo l’ex ministro Lorenzo Fontana) una rivoluzione interna. Sono stati nominati una settimana fa sette commissari per reggere le sette province venete. I commissari non sono eletti dalla base, infatti dovrebbero durare in carica non più di tre mesi. Invece ora sono stati istituzionalizzati, con il ferreo controllo del segretario. Molto più di un semplice cambio organizzativo. Dissensi? Solo uno. L’avvocato Luisa Serato, presidente leghista della concessionaria autostradale Cav, ha postato: “Al mio partito, che invoca con forza la sublime prova democratica delle elezioni, che cosa vieta di convocare da subito regolari congressi per dar voce, finalmente, anche ai militanti?”. Sono piovuti consensi e “mi piace”. Ma secondo la stampa locale, il Direttorio non ha gradito. Si profilano provvedimenti disciplinari. Amaro commento di un leghista vicentino di lungo corso, il vicentino Stefano Stefani, che fu tesoriere nazionale con Bossi. “Questa non è la Pontida che abbiamo creato”.

E il mondo produttivo di un Nordest che guarda più alla sostanza che alle ideologie? Matteo Zoppas, numero uno regionale di Confindustria: “Il Paese non può più aspettare, bisogna invertire il trend negativo riportando la centralità dell’impresa, che crea lavoro e occupazione”. Al governo cosa chiede? “Stabilità e certezze, uno shock di ‘fiducia’ per far ripartire investimenti, produzione, consumi e occupazione”. Naturalmente, anche “razionalizzazione dei costi” e “riduzione del cuneo fiscale”. A proposito di fatti, Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza, accusa: “Il precedente governo ha mostrato scarsa attenzione ai bisogni delle imprese, si autoproclamava del cambiamento, ma ha continuamente rinviato qualsiasi decisione, salvo accontentare le proprie reciproche sacche di voto”.

Innegabile che sullo sfondo ci sia la questione settentrionale, con la sotto-rappresentatività politica del Nordest. Paolo Zabeo, coordinatore Ufficio studi della Cgia di Mestre: “C’è il rischio concreto che il profondo Nord finisca ai margini dell’azione del nuovo governo. Le sei regioni presiedute da governatori di centrodestra rischiano di non avere molta voce in capitolo anche se producono quasi la metà di Pil, gettito tributario e investimenti del Paese”. E il segretario della Cgia, Renato Mason: “Governare il Paese con il Nord all’opposizione non sarà agevole”.

Prima rete, crollano gli ascolti: il cda processa la De Santis

Esordioper la nuova maggioranza nel Cda Rai. Alla luce del cambio di governo, anche gli equilibri di Viale Mazzini si sono risintonizzati su quelli dei palazzi della politica. Primo passaggio del cambio, ieri, la richiesta da parte di Rita Borioni, Beatrice Coletti e Riccardo Laganà di aprire un “caso Rai1” alla luce del calo degli ascolti della rete ammiraglia: quella che in teoria dovrebbe macinare più spettatori e sulle cui spalle poggia buona parte del fatturato pubblicitario. L’estate, per il primo canale, tranne qualche eccezione, non è andata bene. Ma l’autunno, a vedere i primi dati settembrini, rischia di proseguire peggio. Addirittura il Tg1 è ormai tallonato da vicino dal Tg5. Ieri il tema è stato elemento di discussione del primo Cda dopo la pausa estiva (dove si è parlato anche di un codice social per dipendenti e giornalisti, ma ancora non si è deciso nulla) e sul banco degli imputati è finita gioco forza la direttora Teresa De Santis (nella foto). La cui poltrona secondo le voci aziendali traballa assai, come pure quella del presidente Marcello Foa. Insomma, già Pd e 5Stelle stanno col fucile puntato contro i vertici in quota Lega. Se poi ci si mettono pure gli ascolti…

Caso acquascooter, l’agente rischia grosso

Saranno sentiti nelle prossime settimane i tre agenti che il 30 luglio scorso facevano da scorta a Matteo Salvini. Quel giorno, il figlio dell’ex ministro dell’Interno salì su una moto d’acqua della polizia e fece un giro nel mare di Milano Marittima sotto gli occhi dei turisti affollati al Papeete Beach.

La Procura di Ravenna, che aveva aperto un fascicolo a carico di ignoti nei giorni scorsi, ha concluso le operazioni di accertamento e ha inviato per competenza gli atti alle questure di Roma e Livorno, alla quale appartengono rispettivamente i tre agenti della scorta e altri due poliziotti, quelli incaricati della moto d’acqua. Salvini, dopo aver posato per una foto, diede l’ok per un giro del figlio a bordo del mezzo in dotazione alla polizia per mantenere la sicurezza sul litorale romagnolo. I reati ipotizzati sono violenza privata (tentata o consumata) e peculato d’uso.

Sarebbe stato già aperto un procedimento disciplinare contro l’agente, in servizio nella provincia livornese, che avrebbe fatto materialmente salire sulla moto il figlio sedicenne di Salvini. Secondo quanto anticipato dall’Huffington Post l’agente è stato convocato dal questore di Livorno che gli ha comunicato l’avviamento della procedura interna, indipendente dall’inchiesta della magistratura. La posizione dei tre agenti della scorta, identificati dopo che la Procura aveva avanzato una specifica richiesta al Viminale, dovrà essere definita. Due di loro sarebbero gli agenti che tentarono di impedire di riprendere a Valerio Lo Muzio, giornalista di Repubblica presente. All’obiezione del giornalista, essendo in un luogo pubblico, i due provarono anche a convincerlo: “È un mezzo della polizia, non ci mettere in difficoltà”. Lo Muzio è stato anche sentito nell’ambito delle verifiche effettuate dalla Questura di Ravenna per l’eventuale uso improprio della moto; accertamenti coordinati dalla Procura ravennate guidata dal procuratore Alessandro Mancini. “Errore mio da papà, nessuna responsabilità va data ai poliziotti, che anzi ringrazio perché ogni giorno rischiano la vita per il nostro Paese”, disse l’ex vicepremier quando la vicenda divenne pubblica scatenando diverse polemiche.

In quei giorni, Salvini dominava le cronache dalla riviera romagnola, sulle spiagge del Papeete Beach, simbolo di una stagione politica che oggi appare già lontana. Nessun chiarimento è mai stato dato dal leader leghista, che anzi in conferenza stampa attaccò personalmente Lo Muzio: “Vada a riprendere i bambini in spiaggia visto che le piace tanto, non parlo di figli, di bambini, di minori che non c’entrano con la polemica politica e che dovrebbero restarne fuori. Mi vergogno a nome di chi tira in mezzo i figli”.

“In questa vicenda c’è solo una cosa che mi interessa e che sto approfondendo: se c’è stata una limitazione al diritto di informazione e cronaca”, sottolineò qualche giorno dopo il capo della Polizia, Franco Gabrielli.

Rai, capolinea-Foa: sotto di lui c’è un esercito in retromarcia

Il presidente della Rai di Salvini è sotto assedio, chiuso nel suo ufficio del settimo piano, in attesa di essere destituito. È stato breve ma intenso il dominio di Marcello Foa sulla Rai. Ora non si ragiona se mandarlo via, ma come e quando. Potrebbe rimuoverlo il ministro competente, quello dell’Economia, ma è difficile pensare che uno prudente come Roberto Gualtieri prenda una decisione così delicata nei primi tempi dopo il suo insediamento.

L’alternativa è la “via Anzaldi”, nel senso di Michele, l’uomo che presidia la Rai per il Pd: l’elezione di Foa sarebbe illegittima, viziata da un paio di schede segnate, quindi irregolari. Anzaldi chiede da mesi l’accesso agli atti per verificare se sia davvero così, ma gli è stato sempre negato. Adesso, per ovvi motivi, per i Cinque Stelle rifiutare l’ispezione delle procedure elettorali è diventato più complicato e meno conveniente. Se venisse fuori che la votazione è stata falsata, ne servirebbe una nuova: il nome di Foa sarebbe naturalmente escluso.

In un modo o nell’altro, con Salvini fuori dai giochi per un po’, la presidenza di Foa è destinata a finire male. Il vero movimento è sotto di lui: le truppe di giornalisti e dirigenti fulminati dal Capitano hanno perso la stella polare e hanno invertito clamorosamente la navigazione. È il grande ventre molle di Mamma Rai. Sarebbe volgare chiamarli votagabbana: si tratta di persone che sanno indossare abiti diversi, in ogni stagione.

Il più vicino a Foa è Marco Ventura, capoautore di Unomattina (la trasmissione di informazione leggera che, in silenzio, è stata trasformata in un braccio della propaganda leghista). Foa l’ha preso sotto la sua ala. Per lui ha pure mentito in commissione di Vigilanza: ha definito Ventura “uno speechwriter provvisorio”, invece gli ha conferito un secondo incarico stabile (quello di portavoce del presidente) e un ufficio al settimo piano di Viale Mazzini. Ventura, ex inviato del Giornale, è ancora a Unomattina: la sua posizione è salda. Ma è uomo dai rapporti cordiali e trasversali: è stato nello staff di Berlusconi ma ha amici pure a sinistra; nella nuova stagione giallorossa sopravviverà.

Un altro dei “big” della breve epoca sovranista in Rai era Fabrizio Ferragni. Rimosso dalla sua carica – capo delle relazioni istituzionali – dall’ad Fabrizio Salini, la Lega ha chiesto a lungo (anche con un’interrogazione scritta) che gli fosse restituito un ruolo di prestigio. A fine luglio era arrivata la nomina a direttore del canale istituzionale, ma Ferragni sotto l’egemonia salviniana poteva arrivare molto più in alto (al Tg1?). Eppure viene da sinistra: si è formato, ironia della sorte, con Anzaldi e gli altri della cucciolata rutelliana-margheritina che poi hanno fatto le fortune del renzismo. Chi lo conosce dice che “ha fatto una sciocchezza, ha fatto un patto col diavolo (Salvini), se fosse rimasto fermo sarebbe diventato direttore del Tg1”. Ma chissà, i giornalisti “rossoverdi”, sanno nuotare sia a destra che e a sinistra, hanno risorse infinite.

Cosa farà ad esempio Luca Mazzà? Un trasversale: direttore del Tg3 sotto Renzi, direttore del Giornale Radio Rai con i gialloverdi. Il suo Gr – dice un maligno da viale Mazzini – è stato il più salviniano di tutti, ma non è mai troppo tardi per cambiare. Si scalda invece Andrea Montanari, ora nell’esilio dorato dell’Ufficio studi Rai, dopo la direzione del Tg1 in epoca gentiloniana. Il cambio cromatico della maggioranza potrebbe sorridergli (ma servono buoni rapporti con la “ditta” zingarettiana). E ancora: tra i fluttuanti c’è il potente dirigente Marcello Ciannamea, il cui trasversale apprezzamento si può notare già dalla fantasia con cui distribuisce i “like” su twitter (da Salvini a Zingaretti). Oppure, ben più in basso, il paludato Marco Frittella: giornalista progressista, perfettamente a suo agio nella Rai renziana pre-referendum costituzionale, è stato comodo anche in questi mesi ipersovranisti, nei quali gli è stata assegnata una rubrichetta politica all’interno del solito Unomattina (gestita, citiamo un suo eminente collega, in modo “molto paraculo”). Traduciamo: con grande equilibrio. In Rai è virtù diffusa, quanto necessaria.

Papa: “Dio non può essere usato per alzare dei muri”

“La vicinanza al popolo affidatoci non è una strategia opportunista, ma la nostra condizione essenziale”. Lo ha detto Papa Francesco ricevendo un gruppo di vescovi ordinati nell’ultimo anno che hanno partecipato al corso di formazione promosso dalla Congregazione per i Vescovi e dalla Congregazione per le Chiese Orientali. “Sta a noi che nessuno avverta Dio come lontano, che nessuno prenda Dio a pretesto per alzare muri, abbattere ponti e seminare odio. È brutto quando un vescovo alza muri, abbatte ponti, fa il contro-vescovo”, ha aggiunto il Papa. “Per favore, – ha detto Francesco – non circondatevi di portaborse e yes men, i preti arrampicatori che cercano sempre… per favore fuori! Non bramate di essere confermati da coloro che siete voi a dover confermare”.

E ancora: “Abbiamo da annunciare con la vita una misura di vita diversa da quella del mondo: la misura di un amore senza misura, che non guarda al proprio utile e ai propri tornaconti, ma all’orizzonte sconfinato della misericordia di Dio”, ha concluso il Papa.

Intese volontarie, l’unica via in Ue per aggirare Visegrad

Si lavora nell’Ue a un meccanismo di ridistribuzione dei migranti permanente che eviti il trauma di un estenuante negoziato a ogni arrivo di imbarcazione con richiedenti asilo in un porto europeo. Il cambio d’atteggiamento dell’Italia verso l’Ue può essere una carta vincente. Il piano di ridistribuzione per la Ocean Viking, attivato “con una forte adesione dei Paesi Ue”, anticipa quanto, in un prossimo futuro, potrà forse avvenire in modo automatico, con la regia della Commissione. Ma il cammino è lungo, le insidie non mancano: la prima trappola da evitare è lo scambiare i propri desiderata con intenti comuni.

Un segnale positivo è arrivato in queste ore da Bruxelles, con la decisione di prorogare per altri sei mesi l’operazione europea anti-scafisti Sophia, che va avanti nel formato attuale. Un paradosso, visto che ora è priva dei suoi mezzi navali. Riuniti nel Comitato politico e di sicurezza dell’Ue, i rappresentanti dei 28 hanno dunque tenuto aperta l’ipotesi d’una sua rivitalizzazione, alla luce di quanto avverrà nel prossimo futuro.

A Bruxelles si pensa a un meccanismo di ridistribuzione cui, in un primo tempo, potrebbero aderire un numero di Paesi ristretto: quelli di approdo, Grecia, Malta, Italia, Spagna, e quelli che accettino di farsi carico di parte dei migranti, Francia e Germania sicuramente, i Paesi del Benelux con l’incognita Olanda, forse il Portogallo, forse i Paesi Nordici con l’incognita Danimarca. L’iniziativa potrebbe poi allargarsi fino a diventare una cooperazione rinforzata nell’ambito Ue: è una formula prevista dai Trattati, che richiede il coinvolgimento di almeno 12 Stati, in fondo già attuata sia per l’euro, che riguarda 19 dei 28 Paesi membri, che per Schengen.

Passi avanti e chiarimenti potranno venire la prossima settimana, mercoledì 18, quando il presidente francese Emmanuel Macron sarà a Roma e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese a Berlino. E un momento decisivo potrebbe essere rappresentato dal Consiglio europeo del 18 ottobre, a Bruxelles. Ma sarebbe forse prudente non aprire troppi tavoli negoziali insieme, tenendo inoltre conto del fatto che gli interlocutori a Bruxelles si stanno sovrapponendo: il dossier migranti è ancora gestito dal commissario uscente, un greco, Dimitris Avramopoulos e il suo successore, pure greco, Margaritis Schinas, entrerà in carica, come tutto l’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen, solo il 10 novembre. Per il momento, però, si registra un ottimismo inconsueto e una certa dose di disponibilità, nonostante le incognite siano molte: ad esempio, il meccanismo riguarderà solo i richiedenti asilo o anche i migranti economici? Chi gestirà il rimpatrio di coloro la cui domanda di asilo sarà respinta? E chi deciderà in che porto sicuro una nave con migranti a bordo potrà attraccare? Conte, dopo gli incontri a Bruxelles con la Von der Leyen, il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel e i loro predecessori Jean-Claude Juncker e Donald Tusk ha spiegato che “chi non parteciperà” alla ripartizione dei migranti ne pagherà le conseguenze “in misura consistente sul piano finanziario”. Ma fin quando il meccanismo sarà volontario o frutto di una cooperazione rinforzata, come è ora allo studio, è impossibile che questo avvenga. L’idea di superare il protocollo di Dublino, che lascia al Paese di ingresso tutto l’onere dell’accoglienza dei richiedenti asilo e della verifica del loro diritto, è condivisa dalla Francia, che prospetta una “politica dell’asilo europea”, il “rafforzamento di Frontex” – l’operazione di controllo delle frontiere esterne – e “un’evoluzione” del regolamento di Dublino. Parigi avverte, però, che molte proposte sono già state messe sul tavolo e non sono divenute decisioni. Per riformare quel testo serve l’accordo di tutti i Paesi, che al momento è assai lontano.

Qui c’è una nota dolente italiana. Il regolamento di Dublino poteva essere cambiato a maggioranza: c’era una proposta della Commissione e c’era pure un parere favorevole del Parlamento europeo. Ma nel Consiglio europeo del giugno 2018, il Vertice d’esordio nell’Unione del premier Conte e del suo governo giallo-verde, l’Italia condivise un’iniziativa che vincolava all’unanimità tutte le decisioni sull’immigrazione, rendendo di fatto impossibile la riforma di Dublino, osteggiata dai Paesi del Gruppo di Visegrad, e facendo pure cadere il meccanismo di redistribuzione del 2016, che procedeva a rilento in buona parte per l’opposizione del Gruppo di Visegrad.

Anche per questo, ora il commissario Avramopoulos auspica che “tutti gli Stati membri capiscano che questo è il momento d’adottare un meccanismo permanente”, piuttosto che di parlare di riforma di Dublino. Il responsabile Ue è “molto deluso dalla posizione adottata da alcuni governi” sull’immigrazione: “Alcuni credono che sia un problema lontano, che riguardi l’Europa meridionale. Non è così. Quello che stiamo cercando di fare è adottare una strategia per tutta l’Europa”.

Migranti, Chigi archivia l’uomo solo al comando

La Ocean Viking, la nave di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere, con 82 migranti a bordo, si trova ancora a 30 miglia da Lampedusa. Mercoledì sera, l’Italia ha formalmente chiesto a Bruxelles di coordinare la redistribuzione europea dei migranti. Ottenendo una “risposta incoraggiante”, come fanno sapere da Palazzo Chigi. Hanno già detto di sì Francia, Germania, Irlanda, Portogallo e Lussemburgo. Lo sbarco avverrà a redistribuzione compiuta.

Giuseppe Conte mercoledì a Bruxelles ha registrato una disponibilità della presidente della neo presidente della Commissione Ursula von der Leyen sul tema della redistribuzione. Ma per cambiare il Regolamento di Dublino la strada è lunga. Il governo italiano farà nel frattempo – forte della volontà dell’Europa di aiutare il nostro Paese a tenere Salvini lontano dalle stanze dell’esecutivo – è lavorare alle redistribuzioni in Europa su base volontaria, sbarco per sbarco. Come il premier aveva già iniziato a fare con il governo precedente, “aggirando” in alcuni casi l’ostacolo consistente nel ministro dell’Interno. Non cambia – rispetto all’epoca salviniana – il fatto che fino a quando la redistribuzione non è compiuta, i migranti non sbarcano. “I porti restano chiusi”, ha avvisato ieri Paola Taverna (M5S)

Ieri Conte ha riunito a Palazzo Chigi i ministri competenti. Una mossa che rivela un dato non secondario: la cabina di regia di questa partita, sul piano interno, oltre che su quello europeo, è a Palazzo Chigi. C’erano Dario Franceschini e Luigi Di Maio, nella veste di capi delegazione, Luciana Lamorgese (Viminale), Lorenzo Guerini (Difesa), Paola De Micheli (Infrastrutture). Conte, dopo aver sostenuto l’esigenza di coniugare “rigore” e “umanità”, ha raccontato lo stato dell’arte in Europa. L’Italia sta lavorando da tempo a un processo di redistribuzione, per ora informale. Facendo pressione sul fatto che i Paesi europei devono prendere non solo i richiedenti asilo, ma anche gli altri. Per rendere il meccanismo “virtuoso”, identificare i richiedenti asilo dovrebbe spettare ai paesi che accolgono i migranti (e non come ora al paese dove sbarcano). Si ipotizza di costruire accordi di rimpatrio più efficaci, che riguardino i Paesi membri e le “controparti” (i Paesi dove arrivano i rimpatriati). Problema: gli accordi sono molto costosi.

Ancora, l’idea è quella di ottenere la rotazione dei porti disponibili nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo (Italia e Malta, ma anche Croazia, Slovenia, Grecia, Francia e Spagna).

Durante il vertice di ieri, i ministri hanno condiviso la strategia e anche l’esigenza di evitare di accendere di nuovo i riflettori su questa questione. Non si è parlato di cambiamenti al decreto sicurezza, mentre si è affrontata anche la questione libica. La posizione italiana resta quella di favorire il processo di pace in Libia, anche se la vicinanza di Donald Trump ad Haftar in questi ultimi mesi non ha aiutato.