Il partito di Toti si presenta: con lui cinque deputati

Ha sbagliato i tempi. Perché se Salvini fosse restato al governo, magari sarebbe stato più attrattivo. E lo stesso se si fosse andati a votare: il leader leghista lo avrebbe premiato con una ventina di collegi. Invece la nascita del Conte 2 con Pd e 5 Stelle ha spiazzato anche Giovanni Toti. Il governatore ligure però ormai a inizio agosto aveva consumato il suo strappo da Forza Italia e non poteva più tornare indietro. E così ecco “Cambiamo”, il suo movimento presentato ieri alla Camera. Da FI a Montecitorio, l’hanno seguito in 5: Manuela Gagliardi, Stefano Benigni, Claudio Pedrazzini, Giorgio Silli e Alessandro Sorte. Poi seguiranno alcuni senatori: Paolo Romani, Gaetano Quagliariello (Idea), Luigi Vitali, Massimo Berutti. Sul territorio non va male, in Liguria ma anche in Lombardia, con 7 consiglieri regionali (la metà del gruppo azzurro al Pirellone), tra cui i big Giulio Gallera e Alessandro Fermi. Obbiettivo, naturalmente, è mangiarsi il partito berlusconiano e fare da sponda moderata alla Lega. “FI è una foresta pietrificata. Voglio occupare lo spazio che non ha più”, dice Toti, che lunedì era in piazza con Meloni e Salvini.

Boschi: “Non ritiro le denunce ai grillini. No ai bersaniani”

Maria Elena Boschi resta a metà: non ritira le denunce al Movimento 5 Stelle ma dice di mettere da parte il suo risentimento personale. “Sicuramente non dimentichiamo le frasi che ci sono state – ha dichiarato l’ex ministra delle Riforme – che hanno riguardato anche me personalmente, come altri esponenti da Matteo Renzi a tanti altri. Non le dimentichiamo, ed è il motivo per cui io sul piano personale non ritiro le denunce che ho fatto anche verso esponenti del Movimento 5 Stelle”. Ma c’è un però: “La politica non si fa con il risentimento personale, si fa negli interessi del Paese, negli interessi degli italiani. Ci siamo trovati ad agosto per colpa di Salvini in una situazione critica, in cui rischiavamo di mettere in ginocchio l’Italia. Dovremmo dire grazie a chi, come Renzi, ha deciso di anteporre l’interesse del Paese alle questioni personali”. Boschi ha dedicato un passaggio alle voci sulla scissione dei renziani dal Pd: “Un nuovo partito? Non è all’ordine del giorno, noi siamo nel Pd, abbiamo detto che rimaniamo nel Pd. È chiaro, se da qui alla Leopolda dovessero cambiare delle condizioni, si parla di un possibile ritorno di D’Alema e Bersani, a quel punto dovremo discuterne sicuramente”,

Emilia-Romagna: Bonaccini sonda i 5S per le urne a novembre o gennaio 2020

Tra due settimane si deciderà la data delle prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna: tra il 17 e il 24 di novembre o a gennaio del 2020. Il “quando” non è solo una mera questione organizzativa, al punto che il presidente Stefano Bonaccini avrebbe commissionato un sondaggio ad hoc a un’agenzia modenese per scegliere il periodo migliore. I risultati verranno sottoposti anche al gruppo regionale del Movimento 5 Stelle.

Una scelta confermata da più fonti, che certificherebbe come i due partiti non siano più così ostili nonostante le dichiarazioni pubbliche. Ultima in ordine di tempo, quella del capogruppo grillino in Regione, Andrea Bertani: “Non c’è nessun ponte aperto. Come abbiamo ribadito, siamo disponibili a parlare di temi con tutti. Disponibilità che crediamo anche di aver sempre portato avanti con il nostro lavoro quotidiano durante questi cinque anni, non riscontrando però quasi mai lo stesso atteggiamento in chi governa la nostra regione. Anche se a livello nazionale si sono trovati dei punti di accordo per il bene dei cittadini, le distanze con chi oggi è alla guida dell’Emilia-Romagna sono tante. Tutela dell’ambiente e infrastrutture, gestione dei rifiuti e acqua pubblica, no alle trivelle sono solo alcuni dei temi sui quali le visioni sono e restano ancora lontane”.

Quasi un manifesto programmatico su cui convergere per evitare di cedere all’avanzata della Lega, già in campagna elettorale con la candidata Lucia Borgonzoni che durante il voto al Senato ha sfoggiato la t-shirt “Parliamo di Bibbiano”.

Il primo banco di prova sarà giovedì prossimo, durante la commissione regionale si voterà una proposta di legge sull’acqua pubblica presentata congiuntamente dalla Sinistra, l’Altra Emilia-Romagna e il Movimento. Il relatore di maggioranza potrebbe essere proprio un grillino, a patto che i consiglieri del Pd lo votino.

“Il reddito di cittadinanza e il reddito di solidarietà emiliano-romagnolo erano praticamente identici, qua abbiamo anticipato provvedimenti poi adottati dai Cinque Stelle al governo”, sottolinea Igor Taruffi, consigliere della Sinistra e primo firmatario del “Res” poi abrogato con l’arrivo di quello nazionale. “Altri provvedimenti li abbiamo realizzati di comune accordo, come la legge per il taglio dei costi della politica, per la tutela dei rider o contro le discriminazioni di genere. Stiamo sui fatti e concentriamoci su quelli, il modo migliore per sciogliere nodi e verificare possibili convergenze”, prosegue Taruffi.

Un’operazione del genere permetterebbe ai tanti partiti a sinistra del Pd di rivendicare con maggiore forza le proprie battaglie, soprattutto quelle sui temi ambientali. Alle scorse elezioni a Zola Predosa, comune del Bolognese di 20 mila abitanti, il giovane sindaco del Pd Davide Dall’Omo è stato eletto grazie anche ai voti dei Verdi raccolti da Matteo Badiali attuale portavoce nazionale del partito. Non è escluso che la lista civica “rossa”, in sostegno a Bonaccini, possa vedere anche la loro presenza così come quella di Elly Schlein, ex europarlamentare da 53 mila preferenze, da sempre attenta a queste tematiche.

Se le incognite rimangono tante, c’è chi invece si schiera apertamente per un accordo come il sindaco di Bologna Virginio Merola: “Abbiamo avuto dei profondi dissidi con il Movimento e occorrerà una discussione seria ma se sarà possibile, nel quadro di un accordo nazionale, sì all’alleanza”.

Pier Luigi Bersani, che ha governato questa Regione negli anni Novanta, è stato il primo a cercare un dialogo con i grillini nel lontano 2013. Chissà che questa volta, senza streaming, non vada meglio.

Umbria: il Pd lancia Cucinelli e potrebbe cedere sul simbolo

Se arrivasse l’“Obama dell’Umbria”, identificato nella persona di Brunello Cucinelli, l’imprenditore del cachemire quotato in tutto il mondo, il Pd (che ha scelto di non presentare il proprio nome) potrebbe anche riconsiderare l’appoggio al candidato civico, Andrea Fora (ex presidente di Confcooperative regionali). Non solo: persino la rinuncia al simbolo è un’opzione possibile.

Per portare a casa l’alleanza con i Cinque Stelle alle prossime Regionali il 27 ottobre in Umbria – dopo le dimissioni di Catiuscia Marina, in seguito allo scandalo sui concorsi all’Università di Perugia – al Nazareno le stanno provando tutte. L’Umbria è un territorio storicamente governato dalla sinistra nel quale alle ultime consultazioni politiche e amministrative il centrodestra ha però preso il sopravvento, oltre ad avere fatto il pieno di parlamentari nei principali Comuni, come Perugia, Terni, Foligno e Spoleto. E ieri Matteo Salvini si è presentato a Orvieto dicendo: “Si mettano insieme tanto in Umbria si vince. In Umbria si cambia, la sinistra ne ha combinate troppe”.

“Non presentare il simbolo? Non ce l’hanno chiesto”, dice al Fatto Walter Verini, il commissario inviato da Nicola Zingaretti prima dell’estate. Una risposta che chiarisce che si tratta di un’ipotesi sul tavolo.

Ma, come spiega chi ci sta lavorando, la possibilità di trovare la quadra a questo punto dipende dalla disponibilità di Luigi Di Maio, con il quale stanno parlando tutti. Da Dario Franceschini – che ieri in un’intervista a Repubblica ha sottolineato come questo governo “può essere un laboratorio di una nuova alleanza politica ed elettorale. Che parta dalle prossime elezioni regionali, passi per le Comunali e arrivi alle Politiche” – , allo stesso Verini. Nei colloqui privati, per ora, il ministro degli Esteri non ha detto né di sì, né di no. Ma pubblicamente ha risposto con una (mezza) porta in faccia: “L’alleanza alle Regionali non è all’ordine del giorno”. Questo dopo che Nicola Zingaretti aveva ulteriormente aperto: “Bisogna rispettare le realtà locali, ma se governiamo su un programma chiaro l’Italia, perché non provare anche nelle Regioni ad aprire un processo per rinnovare e cambiare?”.

I dem sul territorio, mostrano qualche segno di scoraggiamento. Avrebbero bisogno di una dichiarazione di volontà chiara, per evitare di bruciarsi.

Questo pure se a livello locale qualcuno del Movimento si esprime. “L’avversario da battere è Donatella Tesei, candidata presidente del centro destra indicata dalla Lega”, ha detto il senatore Stefano Lucidi dei Cinque Stelle. “Le decisioni spettano al capo politico del Movimento, ma le regole decise dal blog lasciano spiragli e margini di manovra”. E su Andrea Fora, ha rilevato che “può ambire alla vittoria”.

Certo, le elezioni sono vicinissime. Ma è ancora Verini a spiegare che “se c’è la volontà i problemi di tempo si possono risolvere”. E a sottolineare come Fora sia in realtà un ottimo candidato per un dialogo che ha come primo obiettivo quello di non permettere a Salvini di trasformare l’Umbria nel primo test contro il governo.

Fora, che è un moderato, ben visto dalle gerarchie ecclesiastiche, a partire dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, per adesso è appoggiato già da una serie di civiche, oltre che dal Pd e da Articolo 1. Ma la scommessa è allargare ulteriormente la coalizione. Al Nazareno non smettono di ragionare neanche su un altro candidato, pure se non è impresa facile, visto che mancano 40 giorni al voto e Fora ha già raccolto le firme. Per questo si fa un solo nome forte, quello di Cucinelli (che però avrebbe già detto no).

Insomma, la strada verso l’“amalgama” è in salita. Anche se in Umbria sarebbe paradossalmente più facile che in altre Regioni, proprio perché il Pd ha già scelto di non correre in proprio.

Alleanze, il M5S fa muro: “È ancora troppo presto”

Adesso no. Ora “è troppo presto” per un accordo locale con il Pd, anzi “è assolutamente prematuro parlarne”, spiegano fonti di governo del M5S, nel giorno in cui su Repubblica il ministro dei Beni culturali e capo delegazione dem, Dario Franceschini, invoca intese per le Regionali. Partendo già dall’Umbria, dove si voterà il 27 ottobre. “È difficile ma dobbiamo provarci, per battere questa destra ne vale la pena”, assicura Franceschini. E il segretario Nicola Zingaretti, in un gioco di gerarchie invertite (o disvelate), va subito a sostegno: “L’idea di Franceschini è corretta, perché non provare anche nelle Regioni ad aprire un processo per rinnovare e cambiare?”.

Ma dal Movimento, dopo giorni di silenzio ufficiale e contatti ufficiosi, sbarrano la porta. “Il tema delle alleanze non è all’ordine del giorno – giurano le consuete fonti – dunque non c’è in ballo alcuna possibile intesa con il Pd in vista delle prossime elezioni regionali: le priorità del Movimento sono altre”. E quel “non è all’ordine del giorno” fa capire che il no è dritto, ma per il presente. Per il futuro a medio termine, cioè per la Calabria e soprattutto l’Emilia Romagna, dove si voterà in gennaio, si valuterà se e come realizzare accordi. Opzioni comunque complicate, quasi eretiche per il M5S. Perché per abbracciare i dem bisognerebbe abbattere uno degli ultimi dogmi rimasti, il divieto di alleanze elettorali con i partiti. E ora non si può fare un salto del genere.

Innanzitutto perché i dem si sono mossi con troppo rumore. “L’intervista di Franceschini è stata improvvida”, riassume un big del Movimento, che pure è favorevole alla trattativa. E poi lo scorso luglio il M5S ha varato una nuova norma in base a cui su proposta del capo politico, cioè di Luigi Di Maio, è possibile “sperimentare” alleanze con liste civiche. Tradotto, accordi sì, ma con liste senza simboli di partito, composte di veri rappresentanti della cosiddetta società civile e non di politici “mascherati”. Un perimetro che non si può violare un pugno di settimane dopo il voto degli iscritti sulla piattaforma web Rousseau. Peraltro con un governo che deve ancora partire e prendere completa forma, ed è un punto decisivo. “Bisogna prima aspettare che l’esecutivo parta e vedere se i dem saranno collaborativi e aperti ai nostri temi” confermano dal Movimento.

Ma in una giungla di paletti e dubbi la certezza è che qualcosa si è già mosso. Proprio Franceschini, il motore del Pd in Parlamento, ha avuto contatti con Di Maio sul tema alleanze. Soprattutto, i due si sono ripromessi di vedersi per parlarne nei prossimi giorni. E il pensiero di entrambi sarà già al vero cuore del problema, cioè alle Regionali in Emilia-Romagna, la roccaforte rossa che Matteo Salvini vuole prendersi per mandare in crisi i dem e magari destabilizzare l’intero governo. Però c’è tempo, ora “è tutto prematuro” ripetono varie voci dal M5S.

Così su Affaritaliani.it fa muro anche un dimaiano doc come Manlio Di Stefano: “Un’alleanza con il Pd? Non è prevista dal nostro statuto e non c’è nessuna volontà di farla”. E d’altronde sul Fatto ieri Roberto Fico, il presidente della Camera che ha fatto da mastice al governo giallorosso, era stato secco: “Lo Statuto prevede alleanze con liste civiche”. Così è, per adesso. Per il futuro chissà. Perché anche parlare di un governo tra Movimento e Pd pareva uno scherzo: e invece non c’era nulla da ridere.

Bonafede incontra Orlando: “Presto riforma dei processi”

Ieri si sono incontrati al ministero della Giustizia il Guardasigilli Alfonso Bonafede, e il suo predecessore, il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando. I due sono tornati a parlare della riforma dei processi. Un incontro positivo secondo Bonafede, ospite a Porta a Porta: “Entrambi condividiamo la consapevolezza della priorità della drastica riduzione dei tempi del processo civile e penale”. Il ministro M5S ha illustrato i punti centrali della discussione con Orlando, a partire proprio dalle lungaggini nei tribunali: “Con la mia riforma, l’80% dei procedimenti penali si dovrebbe concludere in 4 anni. È una rivoluzione e conto di poterla portare avanti con determinazione”. Bonafede promette di agire già nell’immediato futuro: “Entro fine settembre concluderemo il confronto sui temi più importanti e faremo partire la riforma per il dimezzamento dei tempi dei processi e quella del Csm”. E quando gli si chiede del cambiamento al governo, elogia la condotta del leader del Movimento: “Di Maio non si è assolutamente indebolito. Al netto delle spudorate bugie distribuite al Paese, la crisi è stata aperta da Matteo Salvini. Di Maio ha veicolato una nuova sfida tenendo la barra dritta e a testa alta”.

Tutto confermato: Franceschini riesuma il dinosauro Nastasi

Il Consiglio dei ministridi ieri ha ufficializzato le nomine di diversi “volti già ben noti ai”mandarini” dei palazzi della politica italiana. Salvatore Barca è stato confermato come segretario generale del ministero dello Sviluppo economico. Salvatore Nastasi è invece il nuovo segretario generale dei Beni Culturali. In quello stesso ministero aveva già ricoperto la posizione di capo di gabinetto con Sandro Bondi, Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi. Non proprio una rottura col passato, né la discontinuità tanto proclamata all’esordio del governo giallorosso. Il ritorno di Nastasi peraltro accompagna un altro grande rientro ai Beni Culturali, quello del ministro Dario Franceschini. Altre due nomine riguardano invece la Marina militare: quella di Paolo Treu a Comandante in capo della squadra navale e quella di Massimo Guma alla Direzione armamenti navali.

De Luca, Paita, Legnini&C.: la corsa degl’imbarazzanti

Diciamo la verità. Da quando Luciano D’Alfonso ha lasciato la regione per trasferirsi a Roma, l’Abruzzo è diventato un mortorio. Perché l’ex governatore lo rimpiangono soprattutto i suoi avversari, che oggi ne sono orfani dopo averne dovuto sopportare la presenza prima come presidente della Provincia, poi sindaco e infine governatore. Considerato il Remo Gaspari di Lettomanoppello oggi è in predicato di diventare sottosegretario (al Lavoro o alla Pa) in quota dem. I 5 Stelle lo vedono come fumo negli occhi: non solo per le inchieste giudiziarie che non hanno minimamente intaccato il suo bacino elettorale, ma pure per una certa ostentata allergia nei loro confronti.

Migliori, ma non troppo, i rapporti del M5S con il chietino Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm e governatore mancato del Pd alle ultime Regionali: anche lui è in corsa per un posto nel sottogoverno: quota Abruzzo, che altrimenti resterà a bocca asciutta o quasi.

La Campania invece tenta di fare bingo con Piero De Luca, in pole come sottosegretario nel governo giallorosso. È il primogenito del governatore di cui tutti conoscono il piglio, specie i grillini che maltratta ogni due per tre a partire da Luigi Di Maio: De Luca lo ritiene antropologicamente inadatto, ma capace di tutto. L’altolà ai navigator per il governatore è una trincea da cui potrebbe uscire solo se costretto con la forza o per amore di un figlio nominato sottosegretario, magari al Lavoro.

Si intende di resurrezioni Salvatore Margiotta. Il parlamentare lucano che nel 2008 finì nella polvere per un’inchiesta sul centro oli della Total: assolto in primo grado, condannato in appello e iuscito immacolato in Cassazione, è una delle punte di diamante del Giglio magico al Sud. In piena buriana Consip ha chiesto al governo di prodigarsi per mettere al sicuro le società dell’imprenditore Alfredo Romeo, tra i protagonisti dello scandalo che ha rischiato di travolgere Renzi.

Vestale del #maiconi5Stelle è Raffaella Paita. Messa in croce dai grillini per via dei compensi del marito Luigi Merlo, già presidente dell’Autorità portuale di Genova. Indagata per l’alluvione di Genova, Beppe Grillo ci mise del suo perché perdesse la corsa per la presidenza della Regione nel 2015.

Ancella, insieme a Luciano Nobili, del renzismo ultraortodosso Anna Ascani è certa di spuntare un posto al ministero dell’Istruzione. I 5Stelle non possono vederla neanche in cartolina per le sue invettive via social. Come quella dell’11 luglio scorso, memorabile: “Di Maio e il Movimento 5 Stelle sono talmente terrorizzati dalle elezioni e talmente attaccati alle poltrone di governo da aver perso la voce sullo scandalo dei fondi russi alla Lega”.

“Ma chi glielo fa fare? Il ministro lascia solo l’osso”

Secondo me fare il sottosegretario è una enorme scocciatura.

Un incarico loffio, di second’ordine. Raccatti le palle che il ministro non ha voglia di prendere. Ti lascia l’osso, la polpa se la tiene.

Quattro soldi in più in busta paga.

Mezza segretaria, forse l’autista. Ma ora ho visto che ti danno la Punto.

Professor De Masi, anche la classe operaia della politica tenta di andare in paradiso.

Chi fa politica ambisce al potere, ed è legittimo. Il potere si esercita al governo. Cosa diavolo dovrebbero dire? No, grazie?

Stupisce però la corsa scomposta, le auto candidature, i Cinque Stelle se le stanno dando di santa ragione. Legnate su legnate.

Siamo sicuri che quelli del Pd siano invece divenuti dei gentlemen? Perché mettiamo sempre gli occhi addosso a questi Cinque Stelle, a volte per vedere confermato il pregiudizio che conserviamo nei loro confronti. Diciamoci la verità: vederli in difficoltà dà un grande conforto a noi intellettuali.

De Masi, lei proprio lo dice? È rimasto così scottato da loro?

E che significa? Il giudizio complessivo di inadeguatezza è un fatto. Ma resta un giudizio, non si converte in pregiudizio.

Il Pd è divenuto un manifesto quotidiano e universale delle manovre di corrente. Perciò lo stupore si posa nel luogo che immagini sia affrancato dal vizio.

Il Movimento conosce il potere da poco. Quindici mesi di governo sono un rodaggio appena iniziato. Niente in confronto di chi è nato nelle braccia del potere affluente. I due partiti hanno poi dovuto stringere questa alleanza in fretta e furia e il corri corri verso l’ufficio da sottosegretario è conseguenza naturale, piuttosto scontata.

Corsa verso poltroncine per di più sfondate.

Il guaio è che i partiti non preparano i loro migliori. Non hanno liste pronte, gente preparata, prime linee da schierare nel momento del bisogno. La confusione e il disordine sono figlie di questa improvvisazione.

Il guaio è che non ci sono più i partiti.

Un sottosegretario che fa?

Sgobba, a volte inutilmente. Lei lo farebbe?

Mai e poi mai. Ma un politico di mestiere immagina che quello sia il predellino cui sostenere il lancio futuro verso il ministero. È anche un orizzonte naturale: tutti ambiscono a raggiungere l’apice del successo. Per un politico qual è l’apice? Fare il ministro. L’antipolitica ha sporcato il legittimo desiderio dell’esercizio del potere. Sono eletti per gestire il potere, a cos’altro dovrebbero ambire? Chiamarla corsa alla poltrona significa degradarli a mestieranti.

Così purtroppo paiono.

A proposito: il mestiere del politico è l’unico che non risente della robotica. Nessuna macchina lo potrà sostituire. Perciò non capisco il senso di questa riforma costituzionale che toglie di mezzo quattrocento posti di lavoro, i seggi che mancheranno nel nuovo Parlamento. Proprio quando c’è più bisogno di lavoratori si licenzia.

Il Parlamento è gonfio di fancazzisti, si dice.

Questi sono le conseguenze di un periodo buio della Repubblica. La politica ha perso ogni reputazione sociale. Quindi ora si dice: meno sono, meno danni fanno. Invece il Parlamento avrebbe impegni gravosissimi. Internet ci cambia il mondo giorno per giorno. Altro che nuove regole, c’è da edificare un nuovo sistema.

Le piace il Conte 2, il bis Conte, o come vuole chiamarlo?

Mi piace è una parola grossa. Ma di fronte a una emergenza non c’è storia. L’alternativa salviniana era pericolosa. Sull’alleanza tra Movimento e Pd il sottoscritto ha poi speso tutte le parole del vocabolario. Si doveva fare già all’inizio della legislatura.

Ora c’è.

La paura produce risultati ragguardevoli.

La forza della disperazione ci conduce dove mai avremmo immaginato.

Dureranno almeno tre anni.

Durano?

L’anno prossimo dovranno fare un rimpasto. Per forza.

Ma questi sottosegretari non avranno mai pace allora!

L’unico sottosegretario che si ricordi nella storia d’Italia, degno di questo nome, è Giuseppe Galasso. Fece una grande legge sulla tutela del paesaggio che giustamente porta il suo nome. Poi nebbia fitta.

Urla nei wc e divani bollenti: la “fiera” dei sottosegretari

La fiera degli strapuntini è finita (pare), evviva la fiera. I partiti giallorossi, quelli che “prima i temi poi le poltrone”, dovevano chiudere ieri la tela dei sottosegretari, in tempo per nominarli nel Consiglio dei ministri. Invece dovrebbero aver finito stanotte e di Cdm ce ne vorrà un altro oggi, alle 9.30. E sarà la toppa alle guerre tra e dentro Pd e M5S, che per una settimana sono stati tramutati in “uffici di collocamento” come ammesso un paio di giorni fa in una nota da alcuni 5Stelle, sintesi efficace dello psicodramma.

Innanzitutto nel Movimento, dove il capo politico Luigi Di Maio ha giocato di contropiede con i suoi, chiedendo a ogni commissione cinque proposte per ogni ruolo di governo, e per poco non è rimasto sotto quella valanga di nomi. Ma anche nel Pd, dove ostentavano molta più compattezza, hanno litigato parecchio, perché i renziani hanno chiesto fino all’ultimo maggiore spazio. Cioè il doppio dei tre posti che il segretario Nicola Zingaretti (e Dario Franceschini) erano disposti a concedere. Così ieri niente di fatto per i sottosegretari. Ma in giornata il premier Giuseppe Conte si è fatto sentire, ha chiesto di “accelerare” a Di Maio e Franceschini. Un’esigenza anche per il Pd, “perché se rinviamo alla prossima settimana chissà che casino succede” sintetizzava ieri un big alla Camera. E il M5S non ha potuto che concordare. Però la soluzione di oggi non può cancellare il film dei giorni scorsi. Fatto di sussurri, facce, di rumori.

Basta tornare a martedì pomeriggio, in Senato. In aula si discute della fiducia al governo alla presenza di Conte. quando dietro una porta al primo piano, vicina ai bagni quindi non così remota, i grillini delle commissioni Bilancio e Finanze delle due Camere si accapigliano sui nomi per il ministero dell’Economia. “Vogliamo il voto segreto” urla un parlamentare di nuovo conio, ansioso di non scoprire le sue preferenze. Le voci si intrecciano, il rumore è da brutta assemblea da condominio. Nei dintorni la viceministra uscente Laura Castelli, al centro della disputa, si aggira con lo sguardo acceso dietro agli occhialetti. “Discutono” riassume. Pochi metri più in là Stefano Buffagni, anche lui aspirante a un posto al Mef, arringa un paio di parlamentari toccandosi di continuo il ciuffo. “È un derby tra loro” butta lì un 5Stelle. In realtà tra Castelli e Buffagni è scoppiata la pace, da settimane.

Però la tregua non cancella l’ostilità di tanti della commissione Finanze di Montecitorio per la deputata. “Vogliamo un commercialista al Mef” è la richiesta. E la lista si dilata, a 11 nomi. Diverse ore dopo, grazie a mediazioni di vario tipo, scenderà a sei, con Castelli come più votata. Ma di elenchi ben sopra i cinque nomi ne compongono tante. “Quanti nomi mi hanno mandato?” sbotta Di Maio di fronte ai suoi compulsando i fogli.

Nel frattempo il suo smartphone bolle, tra telefonate e sms di parlamentari e 5Stelle di vario ordine e grado. “Si sono proposti i 2/3 dei parlamentari” accusa un deputato. Tutti in fila, a spingere. Così martedì sera in una riunione alla Camera con i capigruppo delle commissioni il tesoriere Sergio Battelli, dimaiano, sbraita: “Luigi vi aveva chiesto 5 nomi per ogni commissione, cosa sono queste liste di dieci persone?”. Ma neppure nel Pd scherzano. “Colleghi, che fate su quel divanetto?”, sorride la senatrice dem Simona Malpezzi a un paio di grillini dentro Palazzo Madama. E uno dei due è fulmineo: “Dicono che farà la sottosegretaria”. Ma anche per Malpezzi, vicina a Luca Lotti, è battaglia, perché tanti lombardi aspirano a un ruolo. Mercoledì notte è tutto un tavolo, nei partiti giallorossi. E dal M5S ringhiano malumore: “Il Pd vuole più posti e pretende le telecomunicazioni”, cioè una delega che pesa come una montagna. I dem negano e ostentano calma: “Noi il quadro l’abbiamo chiuso”. Ma non è vero.

Le ultime riunioni di ieri mattina non portano a nulla, e così il Cdm del pomeriggio è un guscio senza nomine. Restano le intenzioni. Quelle di Di Maio, che lo dice ad alcuni parlamentari: “Metterò esterni”. Compresi ex sindaci ed ex eurodeputati a cui aveva promesso una ricollocazione.

Ieri sera però l’aria volge al sereno. “Dovremmo farcela” dicono dal Movimento, dove puntano a 22 caselle, a fronte delle 18 per il Pd e di due per Leu. E infatti viene fissato un Cdm di prima mattina, per fare le nomine e permettere poi a Conte di recarsi in visita ai terremotati di Lazio e Marche. Dal M5S alcuni spifferi: Castelli viceministro unico al Mef e Buffagni sottosegretario, mentre il piemontese Luca Carabetta andrà al Mise con Stefano Patuanelli. Simone Valente dovrebbe andare ai Rapporti con il Parlamento, Manlio Di Stefano confermato agli Esteri. L’ex ministra Barbara Lezzi invece si è sfilata: “Torno volentieri in Senato”. E brava.