Le processionarie

Quella di ieri poteva essere una bella giornata per il Conte 2, fra i dati Istat sul lavoro e le novità sui migranti. L’Istat conferma che il Conte 1 non è stato il disastro totale che i trombettieri da talk raccontano: nel secondo trimestre 2019, pur nel calo delle ore lavorate, la disoccupazione è scesa al 9,9% (-0,4: il dato più basso da fine 2011) e gli occupati sono stati 130 mila in più, soprattutto i dipendenti permanenti (+97 mila). Segno che, in barba ai profeti di sventura, il dl Dignità ha funzionato e il Reddito di cittadinanza non ha aumentato la disoccupazione, anzi. Quanto ai migranti, si avvia a conclusione l’odissea degli 82 a bordo della Ocean Viking, la nave di due Ong che attende un porto sicuro a Malta o in Italia. E presto potrà sbarcare, visto che diversi Paesi Ue si sono detti disponibili alla “ripartizione”: per fortuna, la neoministra Lamorgese ci ha risparmiato sia i rutti razzisti di Salvini, sia la faciloneria di chi ora vorrebbe spalancare i porti alle navi di tutte le Ong senza freni né controlli né condivisione europea. Vedremo nelle prossime settimane se le aperture strappate da Conte alla Von der Leyen si tradurranno in una cabina di regia europea che gestisca in automatico ogni sbarco, con distribuzione simultanea dei migranti e multe ai Paesi che rifiutano: solo così si uscirà dall’emergenza e si prosciugherà un bel po’ di acqua dal pescoso laghetto salviniano.

Purtroppo le buone notizie sono state oscurate dallo spettacolo inverecondo dei postulanti che fanno la posta a Di Maio e Zinga per un posto di viceministro e sottosegretario. C’è molta retorica sulle “poltrone”, come se esistessero governi composti da esseri incorporei. E i leghisti che ironizzano sulle cadreghe giallo-rosa dovrebbero ricordare che nel 2018, quando toccò a loro, fra il giuramento dei ministri e quello dei sottosegretari trascorsero ben 13 giorni (in aggiunta ai 40 concessi dal Colle per il programma). Nei governi di coalizione funziona così. Ma la ressa-rissa dei 100 mendicanti per 42 caselle resta vergognosa. Ed è sconcertante che vi partecipino festosamente i 5Stelle anti-casta che si accingono a incassare il sacrosanto taglio di 345 parlamentari su 945. Conte aveva chiesto la lista entro ieri. Invece solo in serata Pd e M5S si sono accordati sulle deleghe e oggi la processione continuerà per le attribuzioni a tizio o caio. Pensando di fare cosa gradita, il Fatto indica a pag. 2 i nomi sconsigliabili per motivi giudiziari o di opportunità. Di riciclati come Legnini e Stefàno, indagati come D’Alfonso e De Luca jr., chiacchierati come Margiotta, portatori insani di conflitti d’interessi come la Paita, gaffeur come la Ascani e Sibilia si può fare tranquillamente a meno.

“Citizen Rosi”, storia di un cinema civile

“Andiamo avanti!”. Lo diceva sempre Francesco Rosi ai suoi interlocutori, pubblici o privati, ed è con questo “mantra” che sua figlia Carolina apre e chiude Citizen Rosi, il documentario da lei ideato, co-sceneggiato e co-diretto con Didi Gnocchi (tra gli sceneggiatori anche il nostro Fabrizio Corallo), narrato e co-prodotto sul grande uomo/cineasta scomparso nel 2015, a cui il sostantivo “cittadino” calza col migliore dei significati. Perché è su questo fondamentale distinguo dal termine “suddito” che si avvia la riflessione sul suo cinema, distintamente civile e straordinariamente profetico sui fatti d’Italia nel loro mutarsi da cronaca (nera, criminale, politica..) a Storia. Dopo aver commosso la platea veneziana dove era in Mostra fuori concorso, Citizen Rosi uscirà nelle sale per poi approdare su Sky Arte. Film doverosamente lungo ma intenso, non è da intendersi come celebrazione di Rosi – che dichiaratamente si è sempre opposto – bensì come documento/testimonianza di un italiano (che era “un artista e un intellettuale” ricorda Furio Colombo) capace di leggere tra le righe di certi eventi i segnali di un discorso storico, da rielaborare poi attraverso narrazioni cinematografiche esemplari. Così Citizen Rosi diventa un viaggio sul doppio binario: da una parte la messa-in-fila non cronologica dei suoi film, dall’altra l’approfondimento dei fatti di cui questi raccontano posti nella temporalità della Storia. È attraverso questo procedimento che si coglie la dimensione profetica delle “ri-letture” di Rosi, anticipatore delle piaghe d’Italia di cui però consigliava l’antidoto universale sostenendo la necessità di “non staccarsi né mai dimenticarsi dei grandi valori”. E non è certo un caso che docenti, intellettuali, magistrati e storici continuino ad attingere dalle intuizioni di “Franco” (come lo chiama la figlia) per una comprensione più profonda dei temi costitutivi la storia criminale italiana del ‘900, facendosi spesso guidare dal genio narrativo di Sciascia e “rappresentare” dall’alter ego attoriale di Gian Maria Volonté. Dalla primigenia trattativa Stato-mafia (Salvatore Giuliano, 1962) alla lotta alla droga intuendo la necessità della legalizzazione (Dimenticare Palermo, 1990), dalla profezia di Mafia Capitale e il voto di scambio (Le mani sulla città, 1963) alle derive del terrorismo (Cadaveri eccellenti, 1976 e Tre fratelli, 1981) fino all’onnipresente questione meridionale (Cristo si è fermato a Eboli, 1979).

I nuovi significati di “civiltà”: 120 autori per discuterne

Prende il via oggi a Camogli la VI edizione del Festival ideato con Umberto Eco e diretto da Rosangela Bonsignorio e Danco Singer. Obiettivo di quest’anno: cercare di dare un nuovo senso alla parola “civiltà”. Ricca l’agenda degli appuntamenti, che si protrarranno fino a domenica. Il Festival vedrà coinvolti oltre 120 ospiti, intellettuali e volti di spicco dell’attualità: il mondo dell’informazione e l’universo scientifico e accademico, la cultura e lo spettacolo, la musica, l’innovazione e le imprese, senza dimenticare la politica, chiamata a confrontarsi con la magistratura e la società civile, con il diritto e l’economia, per un totale di 80 eventi tra lectio, presentazioni e dialoghi. Tra i protagonisti, Roberto Burioni, Valter Tucci, Massimo Giletti, Enrico Mentana, Alessandro Baricco, Luca Bizzarri, Amleto De Silva, Marcello Flores, Fabio Genovesi, Moni Ovadia, Alessandro Robecchi, Gherardo Colombo. Domani sera alle 22, è in programma anche il nuovo spettacolo del direttore del Fatto, Marco Travaglio, Ball Fiction.

“Due bicchieri di vino antico per salvare la specie umana”

“Due bicchieri al giorno fanno bene al proprio microbiota. È vero che il consumo di alcol riduce la durata della vita, ma nei termini dei 70 anni. Nel mondo antico, quando si moriva di infezioni a 30 anni, l’alcol diventava una bevanda rivoluzionaria”. Non è un invito a ubriacarsi, quello che fa Duccio Cavalieri, uno dei principali esperti nello studio della correlazione tra una dieta “globalizzata” e l’aumento delle malattie autoimmuni. Il professore sarà protagonista sabato al Festival della Comunicazione di Camogli, in un incontro con Guido Barbujani e Lorenzo Nigro dal titolo “Origine della civiltà urbana, sardi nuragici ed etruschi e il ruolo dell’alcol nella nostra storia”.

Professore, ci sta dicendo che l’alcol fa bene?

Parliamo non solo dell’alcol, ma delle bevande fermentate e del microrganismo che le produce. È un processo che accompagna l’evoluzione della società. Quando l’uomo è passato dall’essere cacciatore-raccoglitore all’essere agricoltore, si è trovato davanti a un problema nuovo: producendo molto più del fabbisogno giornaliero, come poter conservare alimenti come l’uva, le mele, il grano o l’orzo? Fu allora che si scoprì che alcuni prodotti, quando vanno a male in modo incontrollato, accumulano tossine; se invece marciscono in maniera controllata, diventano una forma di stoccaggio di qualcosa che altrimenti andrebbe perso. Nascono così le fermentazioni.

Quali, per esempio?

Il lievito fermenta gli zuccheri a vino e produce etanolo, acido acetico e altre sostanze volatili. È un sistema per utilizzare il potenziale energetico dell’uva che, attraverso una comunità microbica molto semplificata, viene trasferito all’etanolo. Questo consente di conservare un alimento per anni.

Ma l’uomo come fece a distinguere una fermentazione benefica da una pericolosa?

Le faccio un esempio. Il botulino – un batterio che può rivelarsi fatale – produce aromi di un’acidità pungente. Il vino dei greci o dei romani tende all’aceto, ma se è fermentato a lungo ha una composizione di aromi volatili che lo differenzia dagli altri. È lo stesso principio per cui ci si chiede oggi se “è un buon vino” annusandolo.

Se ho capito bene, il principio di tutto è il lievito?

Fermentando, il lievito produce etanolo, acido acetico – che uccide i batteri – e aromi che attraggono gli insetti, non l’uomo. A lungo ci si è chiesti dove si trovasse il lievito: nell’intestino di vespe e calabroni. Sono loro che lo trattengono durante l’inverno e lo riportano sulle piante d’estate.

E perché lo farebbero?

Per difendersi dalle infezioni: il lievito attiva le difese immunitarie e uccide i batteri per competere con lo zucchero.

Se fa bene agli insetti, fa bene anche a noi.

Le civiltà ellenistiche e poi i Romani utilizzavano il processo di fermentazione per rendere potabili l’acqua e le bevande. Non ci sono prove scientifiche di quest’affermazione, ma c’è un dato: le legioni romane portavano nei territori di conquista otri di vino e semi di vite, non acqua. Lo facevano perché erano ubriaconi? No. Sapevano che le pozze erano pericolose e diluivano al loro interno il vino per purificarle. Quando mettono Gesù sulla croce hanno una spugna bagnata di aceto che uccide i batteri nelle ferite, per far sì che non diventino purulente.

Lei studia la relazione tra la nostra dieta e le malattie autoimmuni. C’entra il vino, o meglio, il lievito?

Nei primi due anni di vita il bambino passa da una dieta lattea a una solida ed entra in contatto con i microrganismi. Un tempo erano quelli delle fermentazioni: si ricorda che le civiltà contadine davano un goccetto di vino ai bambini? Negli ultimi 50 anni, per globalizzare la dieta, abbiamo tolto i microrganismi dagli alimenti fermentati. Così capita che ne entriamo in contatto solo da adulti, quando il lievito scatena una reattività insolita. E fa male.

Con gli Aubrey la West crea la sana “dipendenza” da saga familiare

Un affresco dell’Inghilterra dalla fine dell’Ottocento al crepuscolo degli anni Venti. Tra questi estremi della storia si dipanano le vicissitudini della famiglia Aubrey. Piers, giornalista conservatore e Clare, pianista virtuosa, hanno quattro figli: Cordelia, Mary, Rose (la voce narrante) e Richard Quin. Cordelia si ostina invano a suonare il violino e poi contrae un matrimonio convenzionale, Mary e Rose ereditano il genio artistico della madre fino a diventare pianiste acclamate, Richard Quin diventato ufficiale perde la vita al fronte durante la Prima guerra mondiale. Poco dopo muore anche la madre Clare mentre in precedenza il padre fa perdere le sue tracce a causa dei suoi vizi di gioco. Mary e Rose si legano sempre più alla cugina Rosamund, elevata a punto di riferimento.

Rosamund, fresco di stampa per Fazi e con la sempre impeccabile traduzione di Francesca Frigerio, conclude la saga degli Aubrey di Rebecca West (dopo La famiglia Aubrey e Nel cuore della notte) ma lascia amputata la narrazione. Sì, perché dopo oltre un migliaio di pagine il sipario cala nel mezzo di una conversazione sugli effetti della crisi del ’29. I destini dei personaggi superstiti precipitano in un buco nero e nessuno slancio di immaginazione può davvero restituirli al lettore, cui tocca arrendersi di fronte alla fatalità di una terza parte incompiuta. Eppure, elaborato il lutto per un finale coatto che lascia aperti diversi interrogativi, la seduzione della trilogia resta intatta. Anche qui il contagio di migliaia di lettori appassionati trae origine dai meccanismi della serialità: seguire per centinaia e centinaia di pagine uno o più personaggi significa uscire dal perimetro della mera lettura e maturare un’esperienza di vita.

Se esiste un tratto distintivo di Rebecca West – pseudonimo di un’autrice inglese nota per le sue cronache giornalistiche e scomparsa novantenne nel 1983 – è quello di ridurre la drammaturgia delle scene madri in paragrafi sbrigativi e di elevare intorno a essi una cattedrale di pagine fittissime tutte all’insegna di un feticismo minimalista. La West censisce con la sua prosa lentissima ogni minimo dettaglio della routine quotidiana dell’epoca: il rito del tè pomeridiano o indossare un cappellino alla moda. Non sono soltanto le azioni o i dialoghi a essere scrutinati ma persino i più impercettibili slittamenti della psiche. Il lettore – avvinto da una levità di stile che civetta con i toni della commedia brillante – assorbe anche la minuzia più marginale ma è proprio il concorso di queste minuzie a rendere tossica la sua dipendenza dalle vicissitudini degli Aubrey (gli innumerevoli esercizi al pianoforte descritti sono rimandi allegorici prima ancora che apprendistati tecnici). A scuotere, al pari di un albero, questa monumentale saga, non troveremmo a terra frutti narrativamente modificati. Nessuna scorciatoia. Manca la polarizzazione bianco-nero. Ci si muove sempre dentro un grigio in virtù del quale nessun ritratto umano sfugge a incoerenze e contraddizioni.

Se mai dovessimo indagare l’affezione per una trilogia ormai assurta al rango di classico non potremmo che ascriverla appunto a un “lessico familiare” che rintocca, pur dentro i confini di un nucleo borghese di artisti, con il timbro della più feroce medietà.

Rosamund chiude la trilogia e ne sublima i temi cardine: la musica come pedagogia dell’esistenza, il sovrannaturale come demistificazione della realtà, la solitudine come inevitabile pedaggio di un anticonformismo totalizzante. Sebbene sia in scena per un numero esiguo di pagine è la cugina infermiera Rosamund a svelare in filigrana il senso ultimo di questa lunga rincorsa di pagine. È lei che, sposando un uomo abietto e inadeguato, altera gli equilibri e disgrega le vite delle sorelle Aubrey. Il lettore sperimenta il medesimo smottamento interiore, orfano come accennavamo di un’esperienza di vita prima ancora che di una semplice lettura.

“D’Annunzio non è fascista, ma quei morti son colpa sua”

Cent’anni dall’impresa di Fiume: impossibile sorvolare e dire “Me ne frego”, come quel tale di cui si è occupato Maurizio Serra – diplomatico e scrittore – ne L’Imaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio, pubblicato l’anno scorso in Francia e ora disponibile in Italia grazie a Neri Pozza.

Ambasciatore, per lei D’Annunzio non fu fascista…

Sì, sottoscrivo.

Tesi controversa: il Vate non fu mai iscritto al Partito nazionale fascista, ma più di un indizio ci fa sospettare della sua affinità e connivenza col duce e compagnia nera.

Che in D’Annunzio ci siano componenti autoritarie e antiparlamentari è indubbio, però i fenomeni storici vanno contestualizzati: in lui coabita un aspetto fortemente libertario, affascinato dalla democrazia francese. Il fascismo gli taglia la strada, per così dire, e di lui sfrutta alcune caratteristiche, anche a Fiume, in modo opportunistico. L’iscrizione o meno al Pnf di per sé non certifica, né giustifica, nulla. La connivenza non è però dimostrata: D’Annunzio nel ’21-’22 è il personaggio che dà più fastidio a Mussolini. Dalla fine del ’24, tuttavia, il poeta capisce che la sua battaglia è perduta e cerca un rapporto di convivenza col regime, ma rimarrà sempre un sorvegliato speciale e fino all’ultimo darà al duce consigli inascoltati come quello di tenersi alla larga da Hitler.

Cosa resta oggi da ricordare dell’impresa di Fiume? Alcuni, persino Lenin, la accolsero con entusiasmo, ma fu un bagno di sangue.

Non c’è nulla da festeggiare certo – non è il 25 aprile della Liberazione –, ma da ricordare in prospettiva storica, non trionfalistica: è una data cruciale, la cui interpretazione non a caso è molto cambiata nel corso del tempo. Una volta si derubricava l’evento a carnevalata di un’armata Brancaleone; poi si è passati all’idea che fosse un’operazione libertaria e innovativa, con lo yoga e il nudismo, quasi precorritrice dei figli dei fiori del ’68. Ma la storia è ben diversa: Fiume è stato un tentativo – non inventato da D’Annunzio – di forzare lo stallo sul rapporto italo-jugoslavo. Se l’impresa si fosse fermata nel novembre del ’19, cioè con l’accordo di Nitti sullo Stato libero di Fiume, o un anno dopo con il Trattato di Rapallo negoziato da Giolitti, l’operazione sarebbe finita lì: lo Stato libero sarebbe stato poi riassorbito dall’Italia e non ci sarebbero stati morti italiani. Invece seguì il Natale di sangue del 1920, quando D’Annunzio ostinatamente – e questa è una sua responsabilità gravissima – rifiuta di uscire di scena, “dalla porta di servizio”, dice lui. Lì c’è a mio avviso una motivazione di tipo narcisistico: si è innamorato del ruolo di “Comandante” e provoca il bluff che si risolve in un bagno di sangue.

C’è chi vede in Fiume i germi dell’ascesa del fascismo: prima la retorica della Vittoria mutilata, poi l’appello all’Italia di Vittorio Veneto spianano la strada alla marcia su Roma e al regime…

Sì e no, perché in qualche modo la vicenda fiumana viene riassorbita e finirà nel ’21 con sollievo anche di D’Annunzio, una personalità double face: in lui c’è il temperamento superomistico e narcisistico, ma è anche un abruzzese coi piedi per terra. Il fascismo nasce dallo squadrismo padano, dai reduci e dagli agrari del Nord. Che poi Mussolini abbia copiato con grande spregiudicatezza quello che gli serviva di D’Annunzio e del dannunzianesimo è vero, ma sono pochi i dannunziani nelle prime file fasciste.

Vede oggi il ritorno di fascisti o neofascisti? C’è un Vate del pensiero di destra ora?

La mia impressione è che quella sia una stagione storica chiusa e irripetibile, fortunatamente, così come la figura di D’Annunzio non è catalogabile stricto sensu tra i cosiddetti intellettuali di destra: la sua vitalità lo porta al di là di questo steccato ideologico. Oggi non vedo Vati in circolazione: la possibilità che un artista abbia presa sulla massa è quasi nulla, almeno in Occidente. Forse, più a Est, possiamo citare Limonov in Russia…

Che idea s’è fatto delle polemiche sulla statua che sarà inaugurata oggi a Trieste? Perché D’Annunzio è ancora un nervo scoperto?

Non capisco la polemica: si possono avere opinioni diverse su D’Annunzio e il fascismo, ma la sua esperienza “guerrafondaia”, per così dire, si inserisce nella storia d’Italia tutta durante la Grande guerra, quindi anche per Trento e Trieste.

È difficile separare l’uomo dall’artista, il militare dal Vate: D’Annunzio come Polanski?

Questo vale per tutti: in un’università americana hanno appena eliminato Ovidio dalla biblioteca perché, secondo alcuni studenti, i suoi versi incitano allo stupro. Il processo agli artisti e alle loro opere è sempre in corso, purtroppo.

11 Settembre, il ritorno di al Qaeda: “Vi colpiremo”

“Continueremo a combattervi”. Il leader di al Qaeda, al Zawahiri – che ha sostituito Osama bin Laden dopo la sua eliminazione da parte delle forze speciali Usa nel raid di Abbottabad del 2 maggio 2011 – in un video diffuso nel 18° anniversario degli attentati dell’11 settembre, ha rinnovato la minaccia in un video. Il successore di Bin Laden ha rivolto un appello a tutti i musulmani per sferrare attacchi contro obiettivi americani, europei, israeliani e russi. Tra i Paesi europei contro cui al Zawahiri esorta a combattere ci sono, in particolare, la Francia e la Gran Bretagna. Il leader di al Qaeda ha giustificato gli attentati dell’11 settembre, criticando quei jihadisti che hanno fatto “marcia indietro” rispetto al jihad perché avevano ammesso che l’attentato aveva preso di mira civili e non obiettivi militari. Questa, per al Zawahiri, è la versione dei traditori. Nella giornata dell’anniversario, deputati ed ex deputati di New York e una folla di parenti delle vittime, si sono raccolti sul sito del World Trade Center dove un tempo c’erano le Twin Towers, fra gli obiettivi principali dei jihadisti: furono 2.996 i morti (fra cui 19 attentatori) e 6.000 i feriti. I resti di un vigile del fuoco sono stati identificati proprio in occasione dell’anniversario; 340 furono i pompieri impegnati nelle operazioni di soccorso e poi travolti dalle macerie; solo il 60% delle vittime sono state identificate. La missione suicida degli affiliati di al Qaeda fu pianificata in anticipo prendendo lezioni di volo proprio negli Stati Uniti. Furono quattro i voli commerciali dirottati: due si schiantarono contro le Torri Gemelle, che crollarono; uno colpì un muro del Pentagono, l’ultimo precipitò per la reazione dei passeggeri che riuscirono a neutralizzare i kamikaze, ma poi non furono in grado di atterrare. Negli Usa vi furono polemiche per la competizione fra Fbi e Cia che, secondo molti analisti, contribuì alla riuscita dell’attacco, dato che le due agenzie si nascosero le informazioni a vicenda. Il 7 ottobre 2001 il presidente Bush dichiarò la guerra al terrore con l’invasione dell’Afghanistan, colpevole di aver ospitato le basi dei terroristi. Quella guerra non è ancora finita, dopo 18 anni; i colloqui di pace con i Talebani sono stati interrotti dal presidente Trump dopo l’ennesimo attentato a Kabul che ha fatto vittime americane.

Il libro “verità” di Ramadan sul caso degli abusi sessuali: i giudici danno il via libera

Parigi

Alla fine il libro di Tariq Ramadan Un devoir de vérité è uscito ieri nella data prevista. I giudici francesi dopo dieci ore di riflessione hanno autorizzato la pubblicazione del volume di 283 pagine che “Christelle” aveva tentato di sospendere. Christelle è una delle sei donne che, tra Francia, Svizzera e Stati Uniti, accusano di stupro il controverso islamista svizzero, incriminato nel novembre 2018. Si tratta di un nome di fantasia che usano i giornali francesi. Ma in Un devoir de verité, Ramadan, ha citato i veri nome e cognome di lei, per 84 volte. Di qui il ricorso ai giudici.

Per i magistrati la sospensione della pubblicazione è parsa una richiesta “sproporzionata” e, pur riconoscendo un danno per Christelle, hanno condannato Ramadan, che finora ha scontato circa dieci mesi di prigione, a versare un euro simbolico. “Il tentativo di censura è fallita”, ha commentato l’intellettuale, vittorioso. Se la sentenza è una vittoria per lui, questo libro, di cui l’islamista sta facendo la promozione da alcuni giorni, finora però non gli ha portato molti consensi, anzi piogge di critiche. Alcuni argomenti che avanza a sua discolpa sono già stati smontati dai media. Ramadan si presenta come la sola vittima della vicenda, bersaglio di “bugiarde manipolatrici” e di “molestie”. Denuncia il “razzismo antimusulmano che si è radicato” in Francia e si paragona a Gandhi e Martin Luther King che, come lui, sono stati “stigmatizzati”. Ma ciò che gli vale le critiche maggiori è che paragona il suo caso all’affaire Dreyfus, l’immenso scandalo giudiziario a sfondo antisemita della Francia di fine 800. Per il Crif, che rappresenta la comunità ebraica di Francia, il paragone è un “insulto” al capitano Dreyfus, che fu riabilitato. Ramadan, che nega gli stupri ma riconosce di avere avuto rapporti con le sue accusatrici, ma consenzienti, ha anche perso l’appoggio della comunità musulmana. La Federazione Musulmani di Francia si dice “tradita dal comportamento” dell’intellettuale “in totale contraddizione con i principi etici” dell’Islam.

L’agente che voleva riportare Sofia “a casa”

Allontanare la Bulgaria dall’Europa e dagli alleati occidentali per riavvicinarla alla Russia. Era il compito complesso di Nikolai Malinov, 50 anni, capo dell’ong ‘Aquila a due teste’ e del Movimento nazionale “Russofilo”, ora accusato di spionaggio a Sofia. Tacciato di lavorare per l’intelligence di Mosca, “Malinov è accusato di essere al servizio di organizzazioni straniere, di lavorare per loro in qualità di spia” ha detto il vice procuratore capo Ivan Geshev.

Malinov seguiva uno schema volto a deviare la traiettoria politica e militare del Paese slavo, un tempo fra i più fedeli satelliti della collassata Unione Sovietica, ma ora membro Nato. La prova che gli inquirenti sventolano è un documento redatto in lingua russa da Malinov, “che delinea le misure necessarie” riguardo “la necessità di orientare di nuovo geo-politicamente la Bulgaria”.

Il progetto pianificava l’apertura di siti internet, canali tv, think tank filorussi nel territorio, rimarcando il tradizionale legame slavo con Mosca e rafforzando l’ortodossia comune dei due Paesi. Malinov era anche al servizio dell’Istituto russo per gli Studi Strategici, dove ad essere impiegati erano per lo più ex membri dei servizi segreti sovietici. Rilasciato dopo l’arresto, gli è stato impedito di lasciare la Bulgaria, per ordine firmato dal procuratore capo Sotir Tsatsarov. Il telefono di Malinov ora squilla a vuoto come quello dell’ambasciata russa a Sofia che non ha ancora rilasciato commenti.

L’arresto della spia arriva dopo una disputa tra la sede diplomatica russa a Sofia, che ha appena inaugurato una mostra sulla liberazione dell’Europa dal Nazismo, e una dichiarazione del ministro degli Esteri bulgaro che chiosava di “non supportare l’idea che la Bulgaria fosse stata liberata dai sovietici, che hanno portato al popolo solo repressione e soppressione della coscienza civile, distacco dai Paesi europei sviluppati ”. I paragoni storici e l’analisi della recrudescenza della Guerra Fredda, – che nel mondo delle spie sembra non abbia mai cambiato temperatura -, aiutano poco a decifrare il presente di un mondo segreto per antonomasia. La battaglia delle spie è rimasta sotterranea e nascosta dal secolo scorso e oggi affiorano solo poche notizie di superficie. L’ultima è quella riguardante Oleg Smolenkov, presentato dai media americani come ufficiale russo di alto rango, ma che il ministero degli Esteri Serghey Lavrov ha detto di non aver mai sentito nominare. Solo in seguito il Cremlino ha ammesso che Smolenkov faceva parte della squadra di Ushakov, consigliere fedelissimo di Putin. Mentre i canali governativi russi mandano in onda servizi su quanto Smolenkov amasse bere e quanto poco contasse il suo incarico alla Duma, la Cia diffonde notizie sulla sua rocambolesca estrazione dal territorio. I discorsi della stampa americana “sulla sua evacuazione d’emergenza sono tratte da Pulp Fiction” ha detto Dimitry Peskov, portavoce del presidente Putin.

“Hong Kong come Berlino: è la nuova guerra fredda”

“Agente della Cia”, “separatista”, “addestrato dai marines”: sono questi gli appellativi con cui la stampa filo-cinese ha descritto Joshua Wong, leader del movimento di protesta di Hong Kong ‘Demosisto’ diventato famoso nel 2014 per la ‘protesta degli ombrelli’, che ha costretto il governo di Pechino a ritirare la contestata legge sull’estradizione appena pochi giorni fa. Ma quando questo magro ragazzo con gli occhiali, chiuso in un serio abito grigio, si presenta davanti al muro dei flash dei fotografi nella sala stampa a Berlino, non ha l’aria spavalda di un eroe a stelle e strisce. Sembra piuttosto un cucciolo braccato dalla sua stessa popolarità.

Quando poi comincia a leggere il suo discorso, una cosa diventa chiara: Berlino non è stata una scelta casuale. “L’aria di libertà che respiro qui invece dell’irritante odore del gas mi ricorda di quanto sia importante per me condividere la forza delle persone che partecipano alle proteste di Hong Kong da 14 settimane”: esordisce così Joshua Wong davanti alla platea berlinese. Non è il discorso di John F. Kennedy nel 1963 – Ich bin ein Berliner – ma poco ci manca. In quel caso Kennedy chiedeva al mondo di guardare Berlino per capire qual era la differenza tra “il mondo libero” e il comunismo. Wong chiede oggi alla scena internazionale di fare una cosa simile, di vedere la sua città come “la nuova frontiera” perchè “Hong Kong è la nuova Berlino nella nuova guerra fredda”. Perché questo parallelo? Chiedono i giornalisti. “Noi di Hong Kong siamo consapevoli di essere un bastione contro il potere autoritario di Pechino” e di questo dovrebbero rendersi conto soprattutto gli europei e la Germania, continua. Prima di concludere trattative economiche e commerciali con la Cina, non ultima la via della Seta, gli europei dovrebbero “mettere in agenda la difesa dei diritti umani”. “La Cina usa la via della Seta – One Belt, one Road initiative – come strumento per espandere la sua influenza economica e ottenere un beneficio politico anche in Europa” dice Wong. Un esempio di questi giorni è la storia della compagnia aerea Qatar Airways, raccontano gli attivisti arrivati con Wong. Per avere il permesso di continuare a volare in Cina, la compagnia qatarina ha promesso di collaborare con il regime di Pechino chiedendo ai suoi impiegati di fare i delatori dei colleghi che sostenevano le proteste. Questo si intende con sfruttamento dell’influenza economica al livello politico, precisa Wong.

Anche il governo di Berlino ne sa qualcosa. In queste ore la missione tedesca in Cina, capeggiata la settimana scorsa dalla stessa cancelliera Angela Merkel, che aveva in primis l’obiettivo di rasserenare le difficili relazioni economiche e commerciali centrifugate dal presidente americano Donald Trump, rischia l’impasse. Determinante, quanto per qualcuno improvvida, è stata la scelta del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas di incontrare proprio il dissidente Wong a una festa organizzata dalla Bild sulla terrazza del Bundestag lunedì, la sera stessa del suo arrivo a Berlino. Una scelta che non è passata inosservata a Pechino, che ieri ha scelto di convocare l’ambasciatore tedesco in Cina, Clemens von Goetze. Proprio mentre nelle stesse ore a Berlino l’ambasciatore cinese Wu Ken ricordava ai giornalisti che “Hong Kong appartiene alla Cina e gli affari di Hong Kong sono affari interni alla Cina”.