Si sospettala matrice camorristica dietro la vandalizzazione della sede napoletana della Filcams Cgil in piazza Garibaldi, semidistrutta da ignoti nella notte di lunedì. La procura di Napoli ha aperto un fascicolo e lavora sulla pista dell’intimidazione, della ‘vendetta’ contro il sindacato che nei giorni scorsi ha offerto la sua sede a Libera per l’organizzazione della marcia in memoria delle vittime delle mafie, che si è tenuta l’altro ieri ed ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone. Nessun oggetto risulta rubato. Il segretario generale, Luana Di Tuoro, avverte: “Questo atto vandalico ci turba ma non ci fermerà”.
“Incostituzionale sospendere i sanitari no-vax”
Sospendere dall’esercizio delle professioni sanitarie chi non si vaccina contrasta con la Costituzione. A dirlo è il Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, che ieri ha sospeso il giudizio sul ricorso presentato da un tirocinante del Policlinico di Palermo, difeso dagli avvocati Vincenzo Sparti e Roberto De Petro, che rifiutava di vaccinarsi dopo aver contratto il Covid. Per questo motivo era stato sospeso dalle attività universitarie. Il Cga ha però sollevato un questione di legittimità costituzionale, spiegando che alcuni dei parametri costituzionali “per valutare la legittimità dell’obbligo vaccinale, non sembrano rispettati”, violando gli articoli “3, 4, 32, 33, 34, 97” dello statuto. Per i giudici non si può dubitare sulla “serietà e grativà del Covid”, sul “dato ufficiale della mortalità” o ritenere i vaccini “preparati sperimentali”. Nello stesso tempo, “non vi è prova di vantaggio certo per la salute individuale e collettiva superiore al danno per i singoli”, “di totale assenza di rischio o di rischio entro un normale margine di tollerabilità”, e che “un numero indeterminato di dosi, peraltro ravvicinate nel tempo, non amplifichi gli effetti collaterali dei farmaci, danneggiando la salute”. La Corte Costituzionale si dovrà pronunciare anche su altre questioni di legittimità, sollevate dall’Anief, come la sospensione dal lavoro del personale sanitario dal Tar Lombardia, e la mancata erogazione dell’assegno alimentare per il personale sospeso dal tribunale di Catania.
Alessandra Appiano: la psichiatra che l’aveva in cura al San Raffaele va verso il processo
Va verso il giudizio abbreviato il procedimento aperto dopo la morte di Alessandra Appiano, scrittrice, amica del Fatto Quotidiano e moglie del nostro Nanni Delbecchi. Alessandra, impegnata nel volontariato e ambasciatrice Oxfam, ha vinto il premio Bancarella nel 2003 con il romanzo Amiche di salvataggio e ha poi scritto numerosi altri romanzi. Amica di salvataggio è il titolo del documentario trasmesso dalla Rai nel 2021, con la voce narrante di Lella Costa che ripercorre la vita della scrittrice attraverso le sue parole e le testimonianze degli amici.
Alessandra si è tolta la vita il 3 giugno 2018, dopo aver chiesto di essere ricoverata in un luogo protetto, l’ospedale San Raffaele-Ville Turro, per essere aiutata a superare una crisi depressiva. Invece quel 3 giugno Alessandra è stata lasciata uscire dall’ospedale, senza alcun controllo. Il procedimento penale avviato dopo la sua morte stava per essere chiuso con una richiesta d’archiviazione. In seguito all’opposizione del marito, assistito dall’avvocato Lucilla Tassi, il sostituto procuratore milanese Maria Letizia Mocciaro, dopo un supplemento d’indagini, ha chiesto il rinvio a giudizio per il medico del San Raffaele-Villa Turro che l’assisteva e l’aveva in cura, la psichiatra Raffaella Zanardi. Il capo d’imputazione, per omicidio colposo, ipotizza un comportamento negligente da parte della dottoressa Zanardi, “per aver erroneamente valutato il quadro diagnostico e il conseguente rischio suicidario”, “omettendo di adottare le doverose misure medico-sanitarie e di controllo, necessarie e sufficienti a tutelare la salute psico-fisica” di Alessandra “e a prevenire gesti autolesionistici”.
L’accusa è formulata nell’ipotesi che sia stata fatta una diagnosi sbagliata, che non siano stati eseguiti test diagnostici oggettivi, che sia stato sottovalutato lo stato di salute e non sia stato “aggiornato il quadro diagnostico, in seguito a un peggioramento delle condizioni cliniche della paziente”.
Ieri la dottoressa Zanardi ha depositato una relazione tecnica di parte e ha chiesto il giudizio abbreviato. Il giudice dell’udienza preliminale, Roberto Crepaldi, valuterà gli elementi raccolti nella prossima udienza del 31 maggio.
La malattia vip, Fedez e noi
Ogni miglior augurio a Fedez per la sua salute e tutta la condanna possibile per chi gli ha augurato il peggio dopo il video in cui annuncia il ritorno della malattia che lo affligge da tempo (non ci stupiremmo se dietro questi orridi menagramo da tastiera ci fosse Putin).
Detto questo, si fatica a comprendere perché la salute di Fedez sia una questione nazionale. La sua, come quella di chiunque altro. Va bene che sono anni di nerofumo e la sfiga si vende come il pane; ma restano almeno due motivi di sconcerto. Il primo motivo riguarda Fedez: come individuo, e come metafora di tutte le celebrità così fulminee nel metterci al corrente dei cavoli loro minuto per minuto (I Ferragnez non hanno inventato niente, seguono la scia aperta dai Vip americani, una delle meraviglie dell’Occidente). Le celebrità ci sono sempre state, e il grande pubblico è sempre stato famelico di notizie sulla loro vita privata. Che tuttavia era considerata un valore da proteggere, come la vita interiore; invece nell’era dei social unificati si vive in vetrina, è una gara a condividere qualsiasi cosa con chiunque, perché del Vip è tutto Vip. È Vip la Nutella, è Vip la cistifellea, è Vip il pannolino fradicio di pipì Vip. C’è chi proprio condividendo in rete le proprie sfighe è diventato una celebrità, altra meraviglia dell’Occidente.
Ma lo stupore più grande riguarda i follower, gli amici di Facebook, i giornaloni e i megasiti che trattano le malattie, le corna, i compleanni come affari di Stato. Un cantante che annuncia di non stare bene non a suo padre o al suo medico, ma all’universo mondo, che notizia è? E che mondo è quello che considera tale annuncio una notizia? Infine, perché Fedez? Sì, perché o Fedez o il nulla. Non sarà più tempo di credere in un mondo nuovo e di avere i poster di Martin Luther King, Gandhi o Che Guevara, ma allora che ci appendiamo nella cameretta? Dio è morto, Marx è morto e anche Fedez non si sente tanto bene. Ci dispiace tanto per lui, e un po’ anche per noi.
Mail box
Riflessioni sul pezzo di Tomaso Montanari
Montanari ha scritto un articolo bellissimo sulla fraternità e umanità dei popoli. Il tempo di “chi per la Patria muore vissuto è assai” è finito. Ogni vittima, da una parte all’altra delle linee dei contendenti, è un nostro fratello.
Omero Muzzu
Nel leggere l’articolo di Montanari mi è tornato alla mente quanto scritto da Giorgio Bocca diversi anni fa, in relazione ai caduti della seconda guerra mondiale. Il giornalista, pur ammettendo il dovuto rispetto per tutti i morti in combattimento, ci teneva a precisare che diverso valore ha la morte di chi difende la libertà rispetto a quella di chi sostiene la dittatura.
Claudia Chiostri
La sbornia militarista dei post-comunisti
Il 26 marzo 1999 il premier D’Alema si presentò in Parlamento per giustificare l’intervento della Nato contro la Serbia, mentre Belgrado veniva bombardata dalle bombe “intelligenti” (nonché “umanitarie”). I post-comunisti, sedotti dalle sirene del neoliberismo, scalpitavano per accreditarsi a tutti i costi come gli interlocutori più affidabili del neocapitalismo rampante e dell’imperialismo Usa. La deriva destrorsa venne ulteriormente perfezionata e resa irreversibile dalle liberalizzazioni selvagge. Infine, per dimostrare di essere diventata più lealista e realista del re, la pseudo sinistra ha partecipato a tutte le avventure militariste della Nato (pensiamo a Serbia, Kosovo, Iraq, Libia e Afghanistan), che provocarono migliaia di vittime, definite cinicamente dai media “effetti collaterali”. La sbornia militarista viene oggi suggellata dal delirio del segretario piddino Letta, secondo il quale “va rafforzato l’invio di armi non letali all’Ucraina” e dall’aumento delle spese militari (da 26 a 38 miliardi l’anno). Insomma, i politicanti italioti, con in testa i post comunisti, ora obbediscono ai diktat del padrone Usa perinde ac si cadaver essent…. cagnolini da riporto dei guerrafondai del Pentagono.
Maurizio Burattini
Dell’Utri alle “nozze” dell’amico Silvio
Al “quasi matrimonio” di Silvio Berlusconi e Marta Antonia Fascina, i quotidiani e le tv hanno dato parecchio spazio. Ma nessuno ha dato il giusto rilievo all’ingombrante presenza di Marcello Dell’Utri. Certo, Berlusconi si è tenuto per diversi anni ad Arcore Vittorio Mangano, un capo mafioso siciliano, facendolo passare per stalliere! Ed ha pure finanziato la mafia di Totò Riina per decenni. Per cui con i mafiosi ha una certa familiarità. E Berlusconi incide ancora molto sulla vita politica e sociale del Paese. Per cui invitare al suo “quasi matrimonio” Dell’Utri, un individuo che è stato condannato a 7 anni di galera per concorso esterno in associazione mafiosa, è un segnale che non mi piace proprio. Mi chiedo pure cosa pensano gli elettori leghisti nel vedere il loro leader Salvini seduto vicino ad un condannato per mafia o cosa possono pensare di questa presenza gli stessi famigliari delle vittime della mafia. L’invito di Berlusconi a Dell’Utri, secondo me, potrebbe avere un significato preciso: il Caimano è grato a Dell’Utri perché, nei suoi lunghi anni di prigionia, non solo non si è pentito, ma non ha mai fatto i nomi di eventuali complici. Come diceva Andreotti, un uomo che di queste cose se ne intendeva, “a pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”.
Anilo Castellarin
Grazie alla Spinelli per l’onestà intellettuale
Leggere gli articoli di Barbara Spinelli su questo giornale è un piccolo refrigerio per la mente e il cuore, pur in momento così angosciante. Siamo talmente intossicati da una “informazione” a senso unico, bellicosa, ideologica, sensazionalistica ed emotiva, che trovare ancora qualcuno capace di ragionare con competenza, sobrietà e obiettività è motivo di consolazione. Non tutto è perduto. Aggiungo una breve chiosa, sulla stessa linea della Spinelli, credo. Si parla dal 24 febbraio di stragi e massacri degli ucraini ma, se andiamo a leggere le cifre a disposizione sulle perdite delle forze in campo, scopriamo che i russi ne accusano il doppio o addirittura il triplo. Questo alleggerisce le enormi colpe di Putin? Assolutamente no. Anzi le aggrava. Perché dovrà rispondere non solo delle distruzioni e delle morti ucraine ma anche del massacro a cui ha mandato i suoi soldati, molto spesso di leva e ignari di ciò che li attendeva. Tuttavia, il dato numerico ci dice che si stanno scontrando due eserciti veri, molto ben armati, e che non si tratta dell’ennesima riedizione di Davide e Golia.
Marco De Marinis
Concorso per la scuola “Brunetta e Bianchi? Cause di un disastro”
Gentile Redazione, il 17 marzo ho partecipato al concorso ordinario della scuola per la cattedra di storia e filosofia. Come me, migliaia di giovani laureati e precari senza abilitazione costretti a spendere tempo e soldi per raggiungere le sedi della prova in angoli sperduti delle varie regioni. In teoria ne valeva la pena, dopo anni di attesa tra cambi di governo e bandi continuamente rinviati, ma il ministero aveva ben altri piani e per capirlo basta guardare l’altissimo tasso di bocciatura, le orde di precari infuriate sui social, le minacce di ricorsi a pioggia.
Per essere un buon insegnante serve ricordare a memoria in che mese la guerra di Corea si intensificò sul Mar Giallo? O a cosa serve SketchUp, un software di progettazione 3D che uno studente di liceo non userà mai? Serve districarsi tra risposte da enciclopedia, per giunta con errori di battitura (come il celeberrimo cavo “HDM” – senza i – per collegare un PC al proiettore)? La prova, in realtà, non è stata uguale per tutti.
Siamo stati divisi in due turni, mattina e pomeriggio. Dalle community social pare che al primo turno ci siano stati interi gruppi di soli bocciati. Chi ci assicura che il livello di difficoltà fosse lo stesso? Siamo stati giudicati non idonei all’insegnamento, ma siamo le stesse persone che vengono già chiamate per le supplenze, per poche settimane o qualche mese, in centro città, poi in provincia, poi ancora in periferia. Forse facciamo più comodo parcheggiati in graduatoria, da convocare quando serve e da pagare dopo mesi di attesa. La scuola è il luogo in cui si coltiva il sapere, ma anche l’empatia, la personalità, la creatività. Gli insegnanti si dovrebbero scegliere con questi stessi criteri, per aiutare i ragazzi a orientarsi nella miriade di stimoli, ansie e paure cui devono far fronte, per accompagnarli al futuro costruendo capacità di ragionamento, non puro nozionismo.
“Il governo dei migliori” ha un’idea decisamente diversa della nostra professione e i responsabili hanno nomi e cognomi: Renato Brunetta, per aver cambiato le modalità della prova un anno dopo la chiusura dei bandi. Filosofia a crocette? Ma non doveva essere la “scuola delle competenze”? E Patrizio Bianchi, presunto ministro illuminato della sinistra emiliana, a cui evidentemente dell’illuminismo è rimasto ben poco.
Eliana Cocca
Se pure il Papa viene censurato per evitare l’accusa di ‘putiniano’
In guerra la prima vittima è la verità, diceva Eschilo, il grande drammaturgo greco. Venticinque secoli dopo le cose non sono cambiate. Pure nell’epoca dei social network le ricostruzioni, i video e le testimonianze sono sempre necessariamente di parte. Anche in Ucraina, il primo conflitto che siamo in grado di raccontare e vedere con gli occhi degli aggrediti e non con quelli degli aggressori come era invece accaduto in Iraq, in Afghanistan, in Libia e in Serbia. Per quanto sul campo vi siano centinaia di coraggiosi giornalisti, avere una visione globale e precisa di ciò che sta accadendo non materialmente possibile. Vi sono e vi saranno sempre episodi, massacri, bombardamenti, atrocità a cui gli inviati non potranno assistere direttamente. Così alcuni interrogativi resteranno sospesi fino alla fine del conflitto e in molti casi anche dopo. Questo, sia chiaro, è assolutamente normale e non dipende dalla qualità dei cronisti, ma dall’essenza stessa di ogni guerra in cui morte e propaganda la fanno da padrone.
Meno normale è invece chi, seduto al caldo nella propria redazione, decida di non pubblicare notizie certe e rilevanti. Per questo siamo rimasti basiti quando ieri, sfogliando i principali quotidiani, non abbiamo trovato una sola riga sulla presa di posizione di Papa Francesco contro l’aumento delle spese militari. Il pontefice aveva parlato a braccio nel corso di un’udienza in Vaticano. Aveva detto che “certe scelte non sono neutrali” e aveva sostenuto che è uno “scandalo destinare gran parte della spesa alle armi perché vuol dire toglierla ad altro, significa continuare a toglierla ancora una volta a chi manca del necessario”. Impossibile non collegare le parole del Papa con quanto accadrà a palazzo Madama, dove i senatori dopo un voto quasi unanime della Camera, saranno chiamati a esprimersi su un ordine del giorno che prevede l’aumento graduale delle nostre spese militari dai 26 miliardi attuali (68 milioni al giorno) ai 38 miliardi (108 milioni al giorno) del 2027. Il voto sta già causando molti mal di pancia in quasi tutti i partiti. L’aumento al 2 per cento del pil delle spese (oggi siamo all’1,4) è stato da tempo richiesto dalla Nato a tutti gli alleati. Chi è contrario usa gli argomenti del Papa. Chi è favorevole sostiene invece che non si può farne a meno: c’è l’aggressione russa all’Ucraina, ci sono le nostre forze armate in condizioni oggettivamente imbarazzanti. Su 125 carri armati solo la metà è in grado di funzionare; 20 anni fa avevamo 825 aerei oggi diventati 500, con soli 300 da combattimento; su 95mila militari di professione meno del 20 per cento può vantare esercitazioni di warfighting. Tutti dati e argomenti che i supporter del riarmo avrebbero potuto contrapporre al Papa aprendo così un vero dibattito. Magari per concludere che se abbiamo deciso che le armi servono è meglio investire nella creazione di un vero efficiente esercito europeo (cosa che agli Usa non piace), piuttosto che moltiplicare i sistemi d’arma (in Europa ce ne sono 170 contro i 35 americani) in paesi tra loro alleati.
Ma visto che i liberali alle vongole nostrani sono ormai istericamente avvezzi a definire amici di Putin chiunque sia pacifista o abbia semplicemente dei dubbi sulle scelte da prendere, considerate anche le 5.500 testate atomiche in mano ai russi, in molte redazioni si è preferito censurare il Papa per evitare di farlo passare come un servo dell’autocrate di Mosca. Meglio non citarlo. Ed essere così liberi di dare dei putiniani ai senatori che all’ordine del giorno sulle armi voteranno liberamente contro.
Lessico Nazionale BellicoImpasto di parole e immagini a volte pietoso
Come ogni avvenimento che colpisce nel profondo, anche la guerra sta lentamente formando il suo Lessico Nazionale Bellico, un impasto di parole, immagini, composizione formale e commento, fotogramma simbolico e didascalia. A volte pietoso, a volte porno-war, riflessivo raramente, emotivo quasi sempre. L’affresco della guerra, insomma, come si dice per dire di una rappresentazione complicata, densa, piena di dettagli che alla fine danno un quadro d’insieme. In questo marasma di segni si ritrovano vizi antichi e anche recenti. Antichi come sono quelli delle propagande incrociate, che debordano ogni tanto nel ridicolo, ma che a guardarle rivelano molto di noi. Caso di scuola: il teatro di Mariupol, usato dai civili ucraini come rifugio, bombardato dai russi. Grandi grida di strage e poi grande sollievo perché miracolosamente non ci è rimasto sotto nessuno e sono tutti vivi. Mi sembrerebbe questa la notizia: tutti salvi, meno male. Invece si è cominciato a litigare tra chi aveva dato tanto spazio alla strage, e poi niente allo scampato pericolo, e viceversa, come se rallegrarsi per una mancata strage possa considerarsi intelligenza col nemico. Premesso, ovviamente, che non si bombardano i teatri né, possibilmente, nessun’atra cosa.
Fa parte del Lessico Nazionale Bellico, a pieno titolo, appunto, la premessa salvavita che conosciamo da decenni. Chiunque voglia avanzare anche soltanto una piccola critica o distinguo, o per esempio considerare un po’ avventato l’invio di armi in zona di guerra, farà bene a munirsi delle prime due righe di ogni discorso: “Premesso che non sto con Putin…”. Già visto. Non c’era discorso nei primi anni Ottanta che non iniziasse con “Premesso che sono contro il terrorismo…”, poi venne, “Ovvio che non sto con Bin Laden…”, poi: “Lo dico da vaccinato…”; insomma, quando il gioco si fa duro è necessario chiarire. E questa è una faccenda piuttosto divertente perché spesso si chiede questa condanna ovvia e preventiva a chi il nemico l’ha sempre schifato (anch’io avevo una maglietta russa, ma sopra c’era Alexandra Politkovskaja), mentre si continua a dare credito e spazio a chi col nemico divideva ideologie, faceva affari, gli vendeva armi. Mah, sarà uno strabismo di guerra.
Incredibile a dirsi, ma anche la formula “Terza Guerra Mondiale” è rispuntata fuori dalla sua coltre di paradosso ed enormità, dov’era stata confinata per anni. Usata come metafora di un disastro senza appello, la Terza guerra mondiale se ne stava nascosta nei nostri discorsi come una piccola innocua battuta, “Eh, che sarà mai, mica è la Terza guerra mondiale!”. E ora, eccoci. Non solo se ne parla come opzione e rischio, ma la si evoca come non così peregrina, la vicepremier ucraina dice che è già in corso, alcuni analisti del fronte interventista dicono che se non è ora sarà domani, quando Putin attaccherà di qua e di là. Insomma c’è sottotraccia, nel nostro linguaggio quotidiano sulla guerra, l’impossibile che diventa possibile, l’impensabile che viene – con discreta leggerezza – pensato. E già ci si diletta, su qualche giornale, a calcolare raggi e diametri di ipotetiche bombe atomiche che potrebbero cascare qui e là, una specie di gioco di società (“Uh, guarda, con centottanta megatoni in corso Como a Milano, se abiti a Sondrio te la cavi!”). E così, piano piano, si comincia a pensare l’impensabile, e la guerra arriva anche se non arriva davvero, cioè ne arrivano schegge e frattaglie. La guerra un po’ ridicola, un po’ teorica, non falsa e non vera.
Ucraina, unica soluzione non è la nato. È l’Europa
Nel 1939 a Hitler bastarono 28 giorni – tanti ne sono passati dacché Putin ha mosso guerra all’Ucraina – per portare a termine l’invasione della Polonia. Certo non incontrò una strenua resistenza militare, sostenuta da vasto consenso popolare, come quella con cui devono misurarsi oggi le armate russe. Senza dimenticare che la Germania nazista poté contare sull’ignobile patto stipulato con l’Urss, che a sua volta aveva invaso la Polonia dal fronte orientale. Non sappiamo come sarebbe finita la Seconda guerra mondiale se, meno di due anni dopo, Hitler non avesse compiuto l’errore fatale di tradire quel patto, spingendo Stalin ad allearsi con le potenze occidentali e trasformandolo nel suo peggior nemico. Non intendo paragonare il 1939 al 2022, ma solo ricordarci che le guerre hanno sviluppi imprevedibili e che, quando si cammina sull’orlo dell’abisso, le alleanze fanno in fretta a capovolgersi. Domani il presidente americano Biden parteciperà a un Consiglio Europeo e così, all’apparenza, il blocco occidentale si presenterà compatto contro la Russia. Sembra passato molto tempo dacché Macron dichiarò la “morte cerebrale” della Nato, ma era solo ieri. Finora la Nato ha resistito alle sollecitazioni di Polonia e paesi baltici che ne invocano un coinvolgimento diretto nel conflitto ucraino, ciò che – più comprensibilmente, per disperazione – gli ha chiesto anche Zelensky (ieri, per la verità, apparso più cauto nel suo discorso al Parlamento italiano). Nessuno può escludere un incidente o una provocazione dalle conseguenze devastanti. E nessuno può escludere che di fronte alla riproposizione di un falso bipolarismo fra superpotenze – Usa e Russia – che in quanto tali non esistono più, assisteremmo a defezioni e scomposizioni di alleanze tutt’altro che omogenee. Basti pensare alle iniziative svincolate di Turchia e Israele, all’ambiguità sfoggiata dalle petromonarchie del Golfo, all’incognita cinese, alla presa di distanze indiana e al minaccioso attendismo dell’Iran, pronto ad approfittare dell’instabilità mondiale. In un mondo non più bipolare, bensì multipolare, il ripristino di equilibri pacifici sarà maledettamente complicato. Anche il recente disastro afghano viene a rammentarci che la Nato non può più essere il gendarme in grado di imporre la sua supremazia. Più drammaticamente ancora che di fronte alla pandemia, l’Unione europea viene chiamata a sciogliere il nodo della sua integrazione politica e della sua convivenza con vicini scomodi. Per quanto Borrell e i leader degli Stati membri si sforzino di rassicurare gli Usa circa la propria fedeltà atlantica, è chiaro che il progetto di Corpo di Difesa europeo è cosa diversa da un serrate le file della Nato. Non tutti i paesi dell’Ue fanno parte di quel blocco militare. La stessa Ucraina, quando, auspicabilmente, diventasse membro dell’Unione, dovrebbe mantenervi uno status di neutralità, nell’interesse di tutti. Fino al mese scorso, nessun paese europeo aveva messo nel conto una guerra con la Russia. Tuttora Germania, Italia, Olanda e Ungheria si oppongono a un embargo sui rifornimenti energetici russi. Putin è al potere da 23 anni e tutti i leader che ora, giustamente, lo definiscono criminale, sono stati ritratti sorridenti al suo fianco nei vertici bilaterali e al G8. Putin è il nuovo Hitler? Non esistono, tanto per intenderci, fotografie di Roosvelt e Churchill di fianco a Hitler, ma ahimè solo al fianco di Mussolini. Le accuse di equidistanza rivolte a chi si sforza di delineare un futuro pacifico con quel grande paese europeo che è la Russia, sono ipocrite. Oggi le nazioni democratiche non possono che sostenere con tutti i mezzi, anche militari, la resistenza ucraina. È una priorità assoluta, così come l’accoglienza dei profughi. Ma tale sostegno non può che mirare a un accordo diplomatico che comprenda Mosca e le assegni un ruolo nella nuova Europa, unica via pacifica in grado di scongiurare i colpi di coda espansionistici di una potenza fragile, e proprio per questo pericolosa.
L’aumento delle spese militari dei singoli Stati europei è un riflesso pavloviano, un ritorno al passato che nulla ha a che fare con l’urgenza di sostenere la resistenza ucraina. Non è certo la soluzione in grado di ristabilire sicurezza nel vecchio continente. Al contrario, è ovvio che la costituzione di un esercito comune europeo fra i molti vantaggi avrebbe pure quello di consentire risparmi, integrando e razionalizzando gli apparati militari dei singoli Stati. Papa Francesco ha ragione da vendere quando denuncia che si tratta di un vero e proprio “scandalo”. Il riarmo porta alla guerra, non alla pace, e peggiora un mondo già consumato, squilibrato, perfino minacciato nella sua sopravvivenza. L’unico modo di reagire alla catastrofe incombente è dare vita a una potenza europea autonoma, democratica, responsabile e lungimirante.
L’attacco dei Tracchia e il toast con aspirina voluto da Massimo Giletti
Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con decine di migliaia di mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, che l’altro ieri hanno pestato un merdone mentre peroravano la propria causa alla Knesset: hanno paragonato Non è l’Arena all’Olocausto. Il ministro delle Comunicazioni Yoaz Hendel è sbottato: “Ammiro le gemelle Mastrocinque e sostengo la loro resistenza con il cuore e con i fatti, ma la comparazione fra gli orrori di Giletti e gli orrori della Shoah è oltraggiosa”. “Non capisco se mi state facendo un complimento o mi state insultando”, ha risposto Giletti, collegato in diretta dal porto di Ostia, sul mar Nero, che nel 1905 si ribellò ai bolscevichi. Sta parlando dalla piazza principale quando inizia a sorpresa un attacco aereo per farlo smettere: in sottofondo si sentono nitidamente gli spari. “C’è un attacco dei Tracchia in corso. Ecco, quella è la contraerea. Quelli sono i traccianti. Quelli sono soldati. E questo sono io”, spiega Giletti, il viso scolpito da uno strato di fondotinta su cui ha applicato col pennello un velo di cipria per far apparire la pelle più naturale e impedire che diventi lucida sotto le luci artificiali dei bengala. “Non so per quanto tempo possiamo stare ancora fuori, qui sta succedendo qualcosa, stiamo vivendo in diretta un attacco che non è stato neanche annunciato. Avvisami, no? Mi sono appena cagato addosso, cazzo.” Tornato in albergo piuttosto avvilito, è stato rincuorato dal direttore di La7 Andrea Salerno, che vedendolo arrivare aveva sibilato ai suoi: “È ancora vivo! Chi è il responsabile?” In camera, mentre gli cambia il pannolino, Salerno lo conforta: “Non te la prendere, Massimo. Non è facile fare l’inviato al fronte. Hai fatto la solita figura dello sciacallo, ma nessuno si aspettava da te la perfezione.” GILETTI: “Io sì.” SALERNO: “Cose che succedono. Ricordi la volta che hai rischiato la vita facendo la diretta da un bowling in Afghanistan?” GILETTI: “Come no? Avevate dimenticato di sequestrare al pubblico le palle da bowling.” SALERNO: “A parte questo, qui stai comodo? Voglio che tu sia completamente soddisfatto. La suite è abbastanza grande?” GILETTI: “È adeguata.” SALERNO: “Ecco fatto. Pulito e asciutto. Come ti senti?” GILETTI: “Ho un gran mal di testa. Hai un’aspirina?” SALERNO: “Sì.” GILETTI: “Mettimela in un toast, per favore. Ho anche fame.” Scalpore per l’accusa lanciata dalle commesse di Stefanel: i mercenari dei Tracchia stanno aggredendo, stuprando e anche impiccando le clienti che non riescono a fuggire dall’invasione; alcune sarebbero state indotte dalla disperazione a comprare golfini a prezzo pieno. All’alba di ieri, un pedalò da guerra dei Tracchia ha lanciato un missile russo dal laghetto dell’Eur verso il centro commerciale. Deviato dall’obelisco di piazza Marconi, il missile ha sfondato il muro di una palazzina in viale Rembrandt dove, pencolando inesploso nella cucina di un appartamento al terzo piano, ha interrotto l’ennesima lite dei coniugi Mantegazza, che dopo un attimo di sconcerto hanno comunque ripreso il litigio, accusandosi reciprocamente, stavolta, del missile. La moglie di Mantegazza ha chiesto subito all’UE di garantirle una fornitura costante di armi. Ieri, in videocollegamento con il nostro Parlamento, altra gaffe delle gemelle: “Nel nostro centro commerciale torturano, violentano, rapiscono bambini, distruggono e portano via con i camion i nostri beni. L’ultima volta in Europa è stato fatto dai nazisti. Tipo quelli che abbiamo assoldato noi.” Perplessità anche per il paragone fra i bombardamenti in Ucraina e Genova, poi chiarito: si riferivano al ponte Morandi distrutto dalle truppe dei Benetton. (17. Continua)