“Gli arabi vogliono annientarci tutti”. Dopo una escalation di dichiarazioni, alla fine l’invettiva anti-araba è saltata fuori dal profilo Facebook del premier Benjamin Netanyahu. Segnalato subito dai media e dalle tv, il popup che si apriva alla pagina del primo ministro è stato rimosso qualche ora dopo perché “frutto di un errore”. Il Likud, partito del primo ministro, ha cancellato il messaggio e ha precisato che si è trattato dell’errore di un funzionario, “compiuto all’insaputa di Netanyahu, il quale non aveva visto il testo né lo aveva approvato”. Il leader della Lista unificata a base araba, Ayman Odeh, ha accusato Netanyahu di essere “uno psicopatico” e ha chiesto a Facebook di impedire al Likud di “diffondere messaggi di incitazione”.
Ma intanto il messaggio è comunque passato, per Bibi ogni mossa è lecita per ribaltare questi horrible days, i suoi “giorni orribili”.
Netanyahu nell’arena politica israeliana sta conducendo un intenso sforzo, a volte disperato e sfrenato, per varcare la soglia di 61 membri della Knesset con una coalizione di destra che gli consentirà di fermare i procedimenti legali contro di lui.
A livello strategico, Bibi sta facendo di tutto per fermare uno sviluppo che considera catastrofico: l’inizio incombente di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran. Il licenziamento in tronco dell’amico John Bolton – ex consigliere per la Homeland Security a Washington – è stata per lui una pessima notizia. Più si avvicinano le elezioni, più Netanyahu sembra avvicinarsi a un punto dove è difficile distinguere tra considerazioni politiche, strategiche e militari. Intanto il “fronte sud” ribolle, per il secondo giorno consecutivo da Gaza sono stati sparati missili contro il sud di Israele.
Proprio il lancio di alcuni missili martedì sera ha “coinvolto” marginalmente il premier Netanyahu e Gabi Askenazi, ex capo di Stato maggiore e esponente di Kahol Lavan, il “partito dei generali” guidato da Benny Gantz che rappresenta la sfida più credibile al Likud del premier uscente. Uno dei missili lanciati si è diretto verso la zona di Ashdod, città costiera dove il premier uscente stava tenendo un comizio elettorale e un altro verso Ashkelon dove stava parlando Gabi Askenazi. Non appena le sirene hanno iniziato a suonare a Ashdod, Netanyahu è stato portato via in gran fretta protetto dalle sue guardie del corpo e indirizzato verso il bunker più vicino, Gabi Askenazi è invece rimasto al suo posto sul palco mentre la piccola folla di Ashkelon si avviava ordinatamente verso i rifugi municipali. Entrambi i missili sono stati prontamente intercettati dal sistema di protezione Iron Dome.
Le due scene sono state riprese dalle tv e mandate in onda “a rullo”. “È la procedura” si è affrettato a dichiarare il Secret Service che è responsabile della sicurezza del premier a proposito dell’accaduto, ma non è stato un bel messaggio vedere il primo ministro in fuga mentre suonano le sirene per i missili degli islamisti di Gaza.
Le immagini lo hanno catturato nella situazione più imbarazzante per lui e più utile per i suoi rivali. A molti – a destra come a sinistra – è sembrata la parabola perfetta per Netanyahu: l’incapacità di Mr. Security di proteggere adeguatamente i cittadini israeliani dalla minaccia dei missili da Gaza. A meno di una settimana dalle elezioni Netanyahu – atteso nei primi di ottobre in tribunale per rispondere delle accuse di corruzione in due diversi casi, altri due sono in via definizione presso la Procura generale – non riesce a ribaltare i numeri dei sondaggi. Diversamente dalla grande rimonta del 2015 (10% in un mese) stavolta il Likud è inchiodato a 32 seggi come il rivale Kahol Lavan. L’uso spregiudicato di informazioni riservate (l’attacco sul confine Siria-Iraq, le rivelazioni sul deposito atomico di Abadeh, in Iran) o la promessa di annessione della Valle del Giordano e del Nord del Mar Morto, non sembrano aver smosso il suo elettorato di riferimento mentre ha compattato il fronte della Lista Araba Unita (12 seggi nei sondaggi). Peggiora la situazione a Gaza, l’accordo money for quiet – soldi in cambio di tranquillità – non regge più, per l’incapacità di Hamas di contenere gli “irregolari” – nonostante la repressione dentro la Striscia – e di Israele di mantenere le promesse sul progressivo allentamento del blocco di Gaza. La reazione ai missili è stata per ora minima, in Israele non si rischia di alzare il livello di tensione in questi giornate elettorali.
Apparentemente nessuno dei due principali schieramenti è al momento in grado di portare a casa i 61 seggi anche con l’appoggio dei partiti minori o religiosi, sia a destra che a sinistra. Il nazionalista Avigdor Lieberman – ex alleato di Bibi – potrebbe così diventare l’ago della bilancia (10-12 seggi). Per scongiurare questa possibilità si ipotizza anche un’intesa per un governo di “unità nazionale” fra Likud e Kahol Lavan, ma soltanto se Netanyahu dovesse uscire di scena. Per questo “King Bibi” si batterà fino all’ultima cartuccia.