Mr. Security traballa Arabi, razzi, elezioni: tutte le paure di Bibi

“Gli arabi vogliono annientarci tutti”. Dopo una escalation di dichiarazioni, alla fine l’invettiva anti-araba è saltata fuori dal profilo Facebook del premier Benjamin Netanyahu. Segnalato subito dai media e dalle tv, il popup che si apriva alla pagina del primo ministro è stato rimosso qualche ora dopo perché “frutto di un errore”. Il Likud, partito del primo ministro, ha cancellato il messaggio e ha precisato che si è trattato dell’errore di un funzionario, “compiuto all’insaputa di Netanyahu, il quale non aveva visto il testo né lo aveva approvato”. Il leader della Lista unificata a base araba, Ayman Odeh, ha accusato Netanyahu di essere “uno psicopatico” e ha chiesto a Facebook di impedire al Likud di “diffondere messaggi di incitazione”.

Ma intanto il messaggio è comunque passato, per Bibi ogni mossa è lecita per ribaltare questi horrible days, i suoi “giorni orribili”.

Netanyahu nell’arena politica israeliana sta conducendo un intenso sforzo, a volte disperato e sfrenato, per varcare la soglia di 61 membri della Knesset con una coalizione di destra che gli consentirà di fermare i procedimenti legali contro di lui.

A livello strategico, Bibi sta facendo di tutto per fermare uno sviluppo che considera catastrofico: l’inizio incombente di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran. Il licenziamento in tronco dell’amico John Bolton – ex consigliere per la Homeland Security a Washington – è stata per lui una pessima notizia. Più si avvicinano le elezioni, più Netanyahu sembra avvicinarsi a un punto dove è difficile distinguere tra considerazioni politiche, strategiche e militari. Intanto il “fronte sud” ribolle, per il secondo giorno consecutivo da Gaza sono stati sparati missili contro il sud di Israele.

Proprio il lancio di alcuni missili martedì sera ha “coinvolto” marginalmente il premier Netanyahu e Gabi Askenazi, ex capo di Stato maggiore e esponente di Kahol Lavan, il “partito dei generali” guidato da Benny Gantz che rappresenta la sfida più credibile al Likud del premier uscente. Uno dei missili lanciati si è diretto verso la zona di Ashdod, città costiera dove il premier uscente stava tenendo un comizio elettorale e un altro verso Ashkelon dove stava parlando Gabi Askenazi. Non appena le sirene hanno iniziato a suonare a Ashdod, Netanyahu è stato portato via in gran fretta protetto dalle sue guardie del corpo e indirizzato verso il bunker più vicino, Gabi Askenazi è invece rimasto al suo posto sul palco mentre la piccola folla di Ashkelon si avviava ordinatamente verso i rifugi municipali. Entrambi i missili sono stati prontamente intercettati dal sistema di protezione Iron Dome.

Le due scene sono state riprese dalle tv e mandate in onda “a rullo”. “È la procedura” si è affrettato a dichiarare il Secret Service che è responsabile della sicurezza del premier a proposito dell’accaduto, ma non è stato un bel messaggio vedere il primo ministro in fuga mentre suonano le sirene per i missili degli islamisti di Gaza.

Le immagini lo hanno catturato nella situazione più imbarazzante per lui e più utile per i suoi rivali. A molti – a destra come a sinistra – è sembrata la parabola perfetta per Netanyahu: l’incapacità di Mr. Security di proteggere adeguatamente i cittadini israeliani dalla minaccia dei missili da Gaza. A meno di una settimana dalle elezioni Netanyahu – atteso nei primi di ottobre in tribunale per rispondere delle accuse di corruzione in due diversi casi, altri due sono in via definizione presso la Procura generale – non riesce a ribaltare i numeri dei sondaggi. Diversamente dalla grande rimonta del 2015 (10% in un mese) stavolta il Likud è inchiodato a 32 seggi come il rivale Kahol Lavan. L’uso spregiudicato di informazioni riservate (l’attacco sul confine Siria-Iraq, le rivelazioni sul deposito atomico di Abadeh, in Iran) o la promessa di annessione della Valle del Giordano e del Nord del Mar Morto, non sembrano aver smosso il suo elettorato di riferimento mentre ha compattato il fronte della Lista Araba Unita (12 seggi nei sondaggi). Peggiora la situazione a Gaza, l’accordo money for quiet – soldi in cambio di tranquillità – non regge più, per l’incapacità di Hamas di contenere gli “irregolari” – nonostante la repressione dentro la Striscia – e di Israele di mantenere le promesse sul progressivo allentamento del blocco di Gaza. La reazione ai missili è stata per ora minima, in Israele non si rischia di alzare il livello di tensione in questi giornate elettorali.

Apparentemente nessuno dei due principali schieramenti è al momento in grado di portare a casa i 61 seggi anche con l’appoggio dei partiti minori o religiosi, sia a destra che a sinistra. Il nazionalista Avigdor Lieberman – ex alleato di Bibi – potrebbe così diventare l’ago della bilancia (10-12 seggi). Per scongiurare questa possibilità si ipotizza anche un’intesa per un governo di “unità nazionale” fra Likud e Kahol Lavan, ma soltanto se Netanyahu dovesse uscire di scena. Per questo “King Bibi” si batterà fino all’ultima cartuccia.

Borsa, Hong Kong fa una maxi-offerta per Londra (e Milano)

La Borsa di Hong Kong lancia un’offerta d’acquisto per il London Stock Exchange, il listino di Londra che controlla anche Piazza Affari. Si tratta di una proposta del valore di 32 miliardi di sterline (36 miliardi di euro) inclusi debito, contanti e azioni. L’obiettivo è “unire le due società” di gestione dei mercati – annuncia in una nota la società cui fa capo il listino della ex colonia britannica –. La Borsa di Hong Kong è tenuta a fare un’offerta vincolante entro il 9 ottobre. La proposta di acquisizione “rafforzerebbe entrambe le attività, le posizionerebbe meglio per innovare attraverso i mercati e le geografie e offrirebbe a partecipanti e investitori una connettività senza precedenti sul mercato globale”, si legge ancora nella nota. Qualora venisse completata, l’acquisizione sarebbe la seconda all’estero da parte di Hkex, dopo quella del London Metal Exchange, avvenuta nel 2012.
A chiusura delle Borse, il titolo del London Stock Exchange ha guadagnato il 5,91% a 72,06 sterline (+5,91%), ma dopo avere sfiorato anche quota 80 sterline.

L’educazione civica (per ora) è bocciata

Una nuova materia, ma senza docenti per insegnarla, programmi definiti, ore in cui inserirla, nulla. Il ritorno dell’educazione civica sui banchi di scuola, voluto a tutti i costi dalla Lega e lasciato in eredità dall’ex ministro Bussetti, era davvero un pasticcio. Lo avevano capito tutti (tranne che al ministero), adesso ci ha pensato il Consiglio superiore per l’Istruzione a metterlo nero su bianco: la sperimentazione che faceva partire subito l’insegnamento è stata bocciata ieri dall’organo di garanzia. Il parere non è vincolante ma il neoministro Lorenzo Fioramonti pare intenzionato a prenderne atto: l’educazione civica slitta al 2020, come del resto previsto per legge.

A un disegno di legge, a prima firma leghista, si deve infatti il ritorno di una materia che nella scuola si è insegnata a lungo ma negli ultimi tempi era diventata facoltativa: cara alla retorica nostalgica di Matteo Salvini (“Educazione civica in classe e un paio di ceffoni a casa”, diceva il leghista), i suoi l’hanno subito accontentato. Poi quando il governo aveva bucato i tempi di approvazione, e il ritardo in Gazzetta Ufficiale rischiava di rimandare tutto di un anno, ci aveva pensato il ministro Bussetti a far partire subito il progetto con una “sperimentazione”.

Né la legge, né il decreto però spiegavano nulla: il testo parlava solo di un’ora a settimana, con voto in pagella. Ma non diceva al posto di cosa, tantomeno insegnato da chi.

L’insegnante di educazione civica non esiste nell’ordinamento, la figura che più si avvicina è il professore di diritto, presente però solo in alcuni licei e istituti tecnici; tutti gli altri si devono arrangiare, chissà come (i corsi di formazione, per cui è stata stanziata una manciata di milioni, partiranno l’anno prossimo). Infatti in questi primi giorni le scuole erano nel caos, come se non avessero già avuto altri problemi, fra riunioni interminabili e proposte più disparate (meglio un solo docente per tutte le classi o dividere l’insegnamento fra i vari docenti di ogni classe? Togliere ore a storia o italiano?), in attesa di una circolare dal ministero.

Nel frattempo, però, è arrivato il parere del Cspi, obbligatorio per le sperimentazioni nazionali (e l’educazione civica, con la forzatura di Bussetti, lo era diventata). Una stroncatura, non tanto sull’insegnamento in sé (“Il consiglio prende atto positivamente della norma, che risponde a un’esigenza molto sentita nell’opinione pubblica”), quanto sulla sua tempistica: “Presenta non poche difficoltà tecniche di applicazione, ad anno scolastico iniziato: sono 33 ore di insegnamento, ma le programmazioni sono già state messe a punto”. Gli istituti ora possono tirare un sospiro di sollievo. La fretta era della Lega, il neoministro Fioramonti farà le cose con calma: “Avvieremo una seria programmazione a partire da gennaio per fare quello che il precedente ministro non aveva fatto: preparare in modo efficace le scuole nell’ottica dell’introduzione dell’educazione civica nel settembre 2020”.

Ricerca, le troppe autocitazioni gonfiano i risultati top dell’Italia

L’Italia è campionessa di citazioni scientifiche: la sua classificazione (ranking) aumenta di anno in anno, nel 2016 (ultimo di riferimento ottimale, visto che gli articoli impiegano anche un paio di anni per essere indicizzati) era al terzo posto per numero di citazioni in rapporto alla spesa per la ricerca e al secondo posto per numero di citazioni medie per articolo scientifico. Insomma, all’avanguardia.

A fine agosto, in un editoriale di Nature si leggeva che “sebbene la spesa italiana in ricerca e sviluppo sia sotto la media Ue del 2%, i suoi risultati continuano a migliorare”. In passato, il presidente dell’Anvur, l’Agenzia nazionale per la valutazione della ricerca, aveva individuato il motivo di questo miglioramento nel nuovo metodo di valutazione basato in primis sulla bibliometria (il modello per analizzare la distribuzione delle pubblicazioni e verificarne il loro impatto), a cui sono ancorati sempre di più i finanziamenti. Peccato non sia proprio così. Secondo uno studio elaborato da Alberto Baccini (ordinario di economia all’università di Siena), Giuseppe De Nicolao (ordinario di Identificazione dei Modelli e Analisi dei Dati all’Università di Pavia) ed Eugenio Petrovich (assegnista di ricerca al dipartimento di Economia Politica dell’Università di Siena) pubblicato sulla rivista scientifica Plos One e ripreso anche da Science è stata proprio la riforma sulla valutazione della ricerca del 2010 a creare un sistema che spinge i ricercatori italiani a citare se stessi e i propri connazionali dopando così le statistiche in favore dell’Italia.

Lo studio nasce da un paradosso: mentre vengono tagliati i fondi alla ricerca e bloccato il turnover, la ricerca italiana tra il 2010 e il 2015 inizia a scalare le classifiche. Il suo impatto, in termini di citazioni e produttività, aumenta e l’Italia sale al secondo posto nella classifica dei Paesi G8, appena dietro al Regno Unito. Secondo uno studio commissionato dal governo britannico (evidentemente preoccupato di perdere il suo primato) l’Italia finirà per scalzare la Gran Bretagna. Ma siamo davvero più bravi? È probabile, ma non possiamo basarci solo su questo indice. A guardare i dati ci si accorge infatti di una anomalia. Fino al 2010 l’andamento italiano è in linea con quello internazionale, in crescita graduale e costante. È l’anno in cui arriva la riforma dell’università del ministro Gelmini, con l’introduzione di un nuovo sistema di valutazione gestito dalla neonata Anvur che si basa sugli indicatori bibliometrici per reclutare e promuovere ricercatori e professori. In pratica, impongono delle “soglie bibliometriche” che nei settori scientifici sono calcolate su numero di citazioni, pubblicazioni e h-index e che sono condizione necessaria per avere l’Abilitazione scientifica nazionale, il primo step per la carriera universitaria.

Un sistema basato sulla quantità più che sulla qualità della ricerca e che ha determinato un cambiamento più o meno cosciente nel comportamento citazionale dei ricercatori italiani. Gli autori dello studio hanno ideato un indicatore di auto-referenzialità della ricerca (Inwardness) che misura quante citazioni ricevute da un Paese provengano dal Paese stesso, includendo così anche le autocitazioni (ricercatori che citano se stessi) e i “club citazionali” (ricercatori che se le scambiano opportunisticamente). Lo hanno poi confrontato con gli altri Paesi e hanno notato che dal 2000 al 2010 le nazioni si comportano allo stesso modo: l’andamento dell’autoreferenzialità ha una lenta salita per tutti. “Può dipendere dall’aumento delle collaborazioni internazionali – spiega De Nicolao – se si cita un articolo con co-autori stranieri è comunque considerata citazione endogena”.

Mentre però la progressione degli altri Paesi prosegue come prima, privi di scossoni normativi, l’Italia – che cambia legge – ha un picco pur continuando a essere quella tra i paesi del G10 che stringe meno collaborazioni internazionali. “C’è anche un’altra possibile variabile – dice De Nicolao – l‘a possibilità ’ipotesi che tutti gli scienziati abbiano lavorato su casi di interesse italiano”. L’aumento però si è registrato in quasi tutti i settori scientifici. In sostanza, senza questo doping l’Italia avrebbe probabilmente un andamento simile a quello delle altre nazioni, dove la bibliometria – nata per aiutare le biblioteche a valutare le riviste scientifiche da acquistare – non è così vincolata alla carriera. “Si è creato una sorta di auditel della scienza che premia il più citato, non il migliore”, conclude il professore. E l’autocitazione? “Non è illecita, si ha il diritto di citare articoli precedenti per spiegare cosa si sta facendo. Il confine etico è però labile”.

Addio a Scaramucci, tra gli “inventori” di Radio Popolare

Era stato tra gli “inventori” del progetto di Radio Popolare. È morto ieri mattina nella clinica Humanitas a Milano, dov’era ricoverato dalla metà di agosto, Piero Scaramucci. Aveva 82 anni. Di Radio Polare era stato direttore nella primissima fase della vita della radio, che è tornato a dirigere nel 1992 restandone alla guida fino al 2002. Il 10 agosto scorso era in piazzale Loreto alla commemorazione dei martiri uccisi dai nazisti. È stato il suo ultimo impegno politico pubblico.

Scaramucci fin dagli anni Sessanta è stato giornalista “impegnato” e “militante”, per moltissimi anni una delle voci più note e uno dei volti più seguiti della Rai milanese, negli anni caldi del terrorismo, conosciuto e stimato per la passione e la competenza con cui lavorava, un maestro per un’intera generazione di giornalisti. Si è occupato dei principali fatti “caldi” del nostro Paese, dalla morte di Enrico Mattei alla banda Cavallero, fino al processo per la strage di Piazza Fontana. Per il servizio pubblico Scaramucci è stato radiocronista per la radio e inviato speciale per la tv, per il Tg1, il Tg2 e il Tg3.

La “coscienza” di Schumi che serve al mito (e ai fan)

“Schumacher è cosciente”. La notizia rimbalza da Parigi e deflagra nel mondo dello sport, dove non esiste la musica del silenzio e gli eroi sono immortali già da mortali. Non solo è cosciente, Michael. Dopo il sofisticato trattamento all’avanguardia che utilizza la terapia delle cellule staminali, avrebbe ripreso conoscenza, mostrando progressi importanti. Persino Jean Todt, l’ex direttore sportivo della Ferrari ora a capo della F1 che martedì è andato a trovarlo ed è rimasto 40 minuti nella stanza in cui è ricoverato, non ha voluto dire nulla, se non che era già stato con lui altre volte, “abbiamo seguito insieme anche qualche Gran Premio”. Ma forse tutto ciò non è vero. Forse il mito infelice di Michael Schumacher coniuga soltanto coscienza con speranza. E la notizia che per un giorno sconvolge il mondo dello sport è probabilmente una non-notizia. La colpa, semmai, è tutta nostra: vorremmo che i vincenti continuassero a vincere anche quando hanno perso la loro corsa più difficile. Il popolo della modernità rombante e dei sogni veloci come i bolidi in pista si augura il miracolo (della scienza), e la rivincita sul destino. Perché Schumacher, in fondo, incarna, come nella canzone di Paolo Conte, l’immagine di “un’auto che sa di vernice, di donne e di velocità…”.

In bilico, dunque, tra illusione e delusione, ecco che vediamo continuare la triste leggenda del più grande pilota di Formula 1, sette volte campione del mondo, che cadendo mentre sciava a Méribel il 29 dicembre del 2013, ha battuto violentemente la testa e da allora sopravvive, il corpo mezzo paralizzato, le attività cerebrali compromesse. E da allora, moglie e figli e amici lo hanno ostinatamente protetto dalla curiosità della gente, dei fan e dei media. Nessuno sa quale sia esattamente lo stato di salute attuale di Schumi. Nessuno sa come vive. A quali cure è stato sottoposto di recente. Il 3 gennaio scorso, in occasione del 50° compleanno di Michael, la moglie Corinna si era rivolta a tutti coloro che avevano inviato gli auguri per giustificare il riserbo della famiglia: “Vi ringraziamo e vi assicuriamo che stiamo facendo di tutto per curare Michael. Vi prego di comprendere che osserviamo il suo desiderio di tenere segreto questo tema delicato”. Dunque, pareva da queste parole che Schumi fosse in grado di reagire, di comunicare in qualche modo. Con gesti minimi, con il movimento appena percettibile degli occhi, poiché non ha recuperato l’uso della parola. Continua a combattere, migliora lentamente, ma migliora. Come? Con la terapia staminale del professor Philippe Menasché di Parigi. Una terapia avviata da qualche tempo e che doveva restare un segreto. Invece, lunedì 9 settembre, alle ore 15:40, quando l’ambulanza gialla e blu numero 268 delle “Urgences Santé 144” di Ginevra parcheggiava in uno dei cortili interni dell’Hôpital éuropéen Georges-Pompidou di Parigi, non lontano dalla Senna, qualcuno ha svelato il mistero, fotografando l’ambulanza e osservando l’insolito schieramento di infermieri e guardie di sicurezza a protezione del veicolo. Già, perché il cortile nel quale si era fermata è quello dell’unità di sorveglianza continua del reparto di chirurgia cardiovascolare, uno dei più avanzati d’Europa. In cui opera il professor Menasché. E, fatto ancor più strano, gli infermieri si sono prodigati nell’avvolgere la lettiga del malato arrivato dalla Svizzera con un’incerata blu mare: per nascondere il volto del paziente. Inoltre, lo stesso professor Menasché, specializzato nei trapianti delle cellule staminali per il trattamento dell’insufficienza cardiaca, guidava il corteo dentro il reparto, come si usa fare coi pazienti eccellenti.

È bastato poco per scoprire che il malato in incognito era Schumacher. A confermarlo, martedì, il quotidiano Le Parisien. Che non si accontenta di rivelare il ricovero di Schumi. La vera notizia è sensazionale: ma la fonte è purtroppo assai incerta. Un infermiere, infatti, avrebbe intercettato la conversazione di due medici. Uno avrebbe detto che Schumacher, dopo il trattamento staminale, si sarebbe ripreso dallo stato vegetativo nel quale versa da quasi sei anni. Peccato che sia un’indiscrezione, senza alcuna seria conferma ufficiale. L“applicazione segreta” della terapia staminale che dovrebbe migliorare la qualità dei vasi sanguigni di Schumacher aggiunge altri fantasmi nel mondo fluttuante della nostra immaginazione.

Uccise e bruciò Sara: la condanna a 30 anni diventa ergastolo

Ergastoloper omicidio e stalking per Vincenzo Paduano, il giovane che nel maggio 2016 uccise l’ex fidanzata Sara Di Pietrantonio e ne bruciò il corpo. La sentenza d’appello bis arriva dopo che lo scorso aprile la Cassazione aveva disposto un nuovo procedimento, con la richiesta di aggravare per atti persecutori la pena di 30 anni di carcere per omicidio. “Non c’è sentenza che possa riportarci Sara, o che possa lenire questo dolore che per me è invalidante – commenta Concetta Raccuglia, la mamma di Sara – Io almeno posso sperare che le altre donne, sulla base di questa sentenza, possano trovare il coraggio di denunciare e comprendere quello che non aveva compreso Sara”. Dopo un rapporto altalenante, la 22enne studentessa romana aveva lasciato Paduano definitivamente. Ma la notte del 29 maggio 2016, lui l’aveva pedinata in macchina, prima di costringendola a fermarsi. Poi una discussione e la barbarie. Durante le indagini è emerso immediatamente che l’ex si era trasformato in uno stalker. Quindi la durezza di questa sentenza, per l’avvocato Stefania Iasonna, apre una “breccia dal punto di vista culturale per lo stalking, che è sempre l’anticamera dell’omicidio”.

Napoli, tornano i biglietti omaggio ai consiglieri

Buone nuove per la Casta da Stadio, quel mix generone di politici e potenti di varia estrazione sociale che si fa un vanto di non pagare per vedere la partita, al contrario degli straccioni che fanno la fila ai botteghini. Evviva evviva, tornano gli ingressi omaggio al San Paolo per gli assessori e i consiglieri comunali di Napoli. Dopo un anno di stop, e il deterioramento dei rapporti tra il presidentissimo Aurelio De Laurentiis e l’amministrazione di Luigi de Magistris, l’ufficio cerimoniale del Comune di Napoli ha inviato una mail che annuncia il ripristino del privilegio. Inserito, di nuovo, nella convenzione rinnovata e approvata in aula tra la società sportiva e l’ente pubblico per l’uso dello stadio. Convenzione peraltro non ancora formalizzata tra le parti, perché ballano, ricorda il consigliere dem Diego Venanzoni, che l’ingresso omaggio non lo ritirerà, “circa 3 milioni e mezzo di euro di contenzioso economico che De Laurentiis deve prioritariamente sanare. Soltanto dopo si potrebbe dare il via alla concessione dei tagliandi”.

Le notizie da Napoli sono in controtendenza rispetto alla recente riforma dello Sport, che nel modificare le prerogative del Coni ne ha anche svuotato la possibilità di gestire i 500 biglietti omaggio per la tribuna dello Stadio Olimpico di Roma. Lasciandone a disposizione appena 12 (e 70 tessere stagionali). Una miseria, rifiutata in maniera stizzita da Giovanni Malagò. E così la tribuna dei ‘vips’ nel derby Lazio-Roma è rimasta desolatamente semivuota.

Siamo in Italia. Paese fondato sul pallone. E chi può distribuire i biglietti omaggio nei grandi stadi ha in mano un potere vero, di relazione, che si tocca con mano. Che emerge persino nelle intercettazioni delle inchieste su Tor di Valle o sulle nomine del Csm. In quest’ultima si scopre il presidente della Lazio Claudio Lotito attovagliato con politici e magistrati, è amico di Luca Palamara, destinatario di qualche ticket che a sua volta avrebbe regalato, nulla di penalmente rilevante per carità.

Quel potere ora è passato nelle mani di Sport e Salute, la partecipata del ministero dell’Economia istituita con la legge di bilancio 2018. Che ha fatto sapere che d’ora in poi a perdere il posto omaggio riservato dal Coni saranno soprattutto politici, magistrati, attori e giornalisti.

Poco male. Chi può, troverà altre strade. Nel febbraio del 2014 il Fatto pubblicò in esclusiva il verbale di un dirigente del Napoli, Aniello Formisano, ascoltato nell’ambito di un’inchiesta sull’uso fraudolento di alcuni biglietti omaggio. “Per ogni incontro – affermò Formisano, ed era il 2012 – riceviamo da Questura, Comando Carabinieri e Guardia di Finanza, Prefettura, Procura della Repubblica, Procura militare e parlamentari richieste di accrediti per circa 150/200 ingressi. Riceviamo dalle predette istituzioni elenchi nominativi dei beneficiari che nei limiti del possibile si cerca di soddisfare”.

Il libro Così parlò Bellavista, capolavoro di Luciano De Crescenzo, spiegò virgolettandolo a un vecchio dipendente del Napoli il perché professionisti che potrebbero permettersi di comprare un biglietto di lusso si sbattono tanto per entrare gratis: “Perché a Napoli il biglietto omaggio è un titolo onorifico, un attestato di appartenenza ad una razza superiore. (…). Quando un napoletano vi dice: “Io alla partita non ho mai pagato” è come se vi dicesse che so io: “I miei antenati sono stati alle Crociate”. Insomma, se uno a Napoli è costretto a pagare il biglietto significa che `e un fallito, che non conosce proprio nessuno e che non conta proprio niente”.

Permessi e arresti domiciliari: quelli che escono e delinquono

È naturale che un ragazzo voglia festeggiare i 18 anni circondato da amici e parenti, per poi postare le foto sui social. Questa volta però si trattava di uno dei baby killer che lo scorso anno uccisero a sprangate la guardia giurata Francesco Della Corte, che sorvegliava la stazione di Piscinola a Napoli. Fuori dal carcere per un permesso premio di un giorno, dopo appena un anno, proprio per celebrare la maggiore età. Immediata la reazione della figlia della vittima, Marta, “inorridita e scioccata” per la mancanza di pudore nello sbattere in faccia una felicità che a lei è stata negata. “A chi gli ha accordato il permesso mi permetto di ricordare che di recente ho compiuto 22 anni ma non ho spento candeline e non ho avuto torte e regali. E lo sa perché? Perché chi oggi festeggia ha ucciso mio padre, la persona più importante della mia vita”, scrive in una lettera ai magistrati. E sui social confessa: “A queste persone ci auguriamo non venga scontato nulla, ma che la giustizia, come dovrebbe essere sempre e per tutti gli uomini in un stato di diritto, faccia il suo corso!”.

Come sempre accade in questi casi, c’è stato un coro di consensi per la vittima. Anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha annunciato che l’Ispettorato compirà accertamenti preliminari sulla concessione del permesso, “volti a valutare la correttezza della procedura ed eventuali condotte disciplinarmente rilevanti”.

Anche quest’anno, non è la prima volta che situazioni del genere finiscono all’attenzione dell’opinione pubblica: eclatante il caso del 26enne Sergio Palumbo, che era stato condannato per violenza sessuale nel 2018, ma era sottoposto soltanto all’obbligo di dimora a Vittoria, in provincia di Ragusa. Il 2 settembre scorso ha fermato con una scusa l’auto di una 30enne e l’ha derubata e stuprata per ore.

A fronte di migliaia di condannati che tornano in carcere dopo i permessi, ci sono quelli che colgono l’occasione per far perdere le proprie tracce. A giugno, durante un’uscita, un agente fuori servizio aveva fortuitamente riconosciuto, pedinato e ricondotto in prigione a Palermo Domenico Zora, un 35enne condannato per furto che era latitante da due mesi: aveva usufruito ad aprile di un permesso di due giorni e non aveva fatto più ritorno in carcere.

In questi giorni si parla di una doppia fuga: quella di Vinetu Halilovic e della sua compagna, entrambi romeni ed entrambi pregiudicati. Il 1° settembre Halilovic ha usufruito di un permesso premio di 48 ore per uscire dal penitenziario di La Spezia ed andare a visitare la moglie, che si trovava agli arresti domiciliari perché incinta, ma non è mai tornato in cella. Essendosi resi irreperibili, nei loro confronti è stato spiccato un mandato d’arresto internazionale, dato che si teme che abbiano già lasciato l’Italia e siano in viaggio verso la Romania.

C’è chi evade e chi “rispetta” le misure, ma trova metodi alternativi per delinquere.

Come il 19enne di Piano Napoli di Boscoreale, scoperto a spacciare dalla finestra dell’abitazione in cui era confinato a causa dei domiciliari. Colto in flagranza di reato, è stato portato in carcere dai carabinieri. Originariamente condannato in primo grado a 4 anni e mezzo di reclusione per violenza sessuale su una minorenne, con l’aggiungersi dell’accusa di spaccio, i magistrati della Corte d’appello di Napoli l’hanno mandato a Poggioreale.

È stato immediatamente sventato il tentativo di un detenuto di introdurre all’interno del carcere di Trapani quattro telefonini. Di ritorno da un permesso premio, è stato controllato con il Manta Ray, un rilevatore di componenti elettronici, che ha individuato gli apparecchi all’interno del suo addome: li aveva comprati in un negozio cinese ed ingoiati. L’uomo, un 50enne di Agrigento, è stato poi lasciato in isolamento, fino a che ha espulso i quattro cellulari. Secondo il comandante della polizia penitenziaria, Giuseppe Romano, non sarebbe la prima volta che si verificano episodi di questo genere, tutti legati alle libertà concesse dai permessi premio.

Corona e Berlinguer, ri-incollati allo share

Tanto tuonò che splendé il sole. Dopo le baruffe, le ripicche, le minacce e le rotture, tra Bianca Berlinguer e Mauro Corona è scoppiata la pace, come si è potuto constatare alla ripresa di #Cartabianca. Tutto uno scambio di pucci pucci e cippa lippa, roba che Zinga e Di Maio sono due dilettanti. Non durerà, perché non conviene (Dimartedì di Floris ha fatto il doppio di share), ma per ora è la più conveniente delle rappattumate. Gli affari si fanno in due, e da questo punto di vista li si può capire. Bianchina (anzi, Bianca, Corona, in vena di scoop, ha annunciato di voler abbandonare il diminutivo) ha trovato l’erede di Crozza che gli altri talk continuano invano a cercare, e i battibecchi via collegamento finto alpestre – così vicini, così lontani – rendono più di quelli in studio. Dal canto suo, Corona ha vinto al superenalotto dell’opinionismo. Dice due banalità sul governo, lancia i suoi appelli in favore del Corpo Forestale senza più indossarne la divisa (deve avere capito che non porta benissimo), cita Borges a capocchia e passa a incassare il gettone di presenza. Chiamalo scemo. L’uomo che ha fatto per il valpolicella più di quanto Salvini ha fatto per il mojito è l’immagine plastica di come è ridotto lo scrittore al giorno d’oggi, o fai il buffone in video o accontentati del Festival di Mantova. Resta il fatto che Salvini e Di Maio non sono tornati insieme, Corona e Berlinguer sì, e questo dimostra che c’è solo una cosa più finta della politica: la Tv.