Scali di Milano: tolto il trucco, resta l’affare (per Fs)

Tutti ad applaudire il Modello Milano (qualunque cosa voglia dire) e il sindaco Giuseppe Sala, presentato da una potente campagna di marketing politico come il genio della lampada del Terzo millennio, moderno Leonardo del Nuovo Rinascimento, efficiente borgomastro dell’unica città europea in Italia, nonché futuro presidente del Consiglio che sgominerà il populismo e riporterà al governo la sinistra riformista (qualunque cosa voglia dire). Ma se ripuliamo il make up con l’acqua micellare e rimaniamo attaccati ai duri, prosaici fatti, dobbiamo registrare che la grande operazione a cui Sala sta lavorando si chiama riqualificazione degli Scali Fs. È una partita immobiliare da 2,5 miliardi di euro che cambierà la faccia di Milano. È un vero furto ai cittadini milanesi. È un vero regalo agli operatori privati, Fs (che in questo affare si comportano da immobiliarista privato, attraverso Fs Sistemi urbani srl) e Coima (la società del nuovo Ligresti, Manfredi Catella).

Riassunto delle puntate precedenti. A Milano esistono sette vaste aree distribuite a corona attorno al centro, occupate dai binari e dai depositi della ferrovia. Un tempo erano ai margini della città, ma sono state inglobate dalla crescita urbana e sono diventate semicentrali (Farini, Romana, Porta Genova) o semiperiferiche (Lambrate, Rogoredo, Greco-Breda, San Cristoforo). Sommate, fanno 1 milione e 250 mila metri quadrati di superficie: un’area immensa. Oggi le Ferrovie dello Stato non ne hanno più bisogno per i treni e cercano di “valorizzarle”, che vuol dire riempirle di cemento e poi vendere case, alberghi, centri commerciali eccetera. Vecchio programma, più o meno lo stesso messo a punto a livello nazionale negli anni di Tangentopoli da quel vecchio volpone di Alberto Mario Zamorani, pluriarrestato di Mani pulite. Oggi però tutto è più bello, più verde, più ecologico, più sostenibile, più partecipato, più democratico. A parole.

I cittadini sono coinvolti in scintillanti presentazioni, illustrazioni, mostre, workshop, discussioni. Puro teatro. Intanto le decisioni sono prese nelle segrete stanze, escludendo perfino il consiglio comunale. Niente gare pubbliche. Molto marketing, rendering e masterplan, ma quello che sorgerà in concreto lo sanno solo in tre: Sala, Catella e qualcuno in Fs. Anzi: a Sala gli altri due ancora non lo hanno detto.

Gli scali ferroviari sono un “bene comune”: aree del demanio ferroviario e statale, furono espropriate e acquisite dallo Stato per motivi di pubblica utilità, cioè offrire il trasporto collettivo ai cittadini. Se ora al trasporto non servono più, andrebbero restituire allo Stato che dovrebbe provvedere a una loro nuova destinazione, come sta avvenendo per le aree di demanio militare e carcerario. Invece no: le Fs si trasformano in immobiliarista e pretendono di portare a casa almeno 500 milioni, ma forse anche il doppio, “valorizzando” le aree degli scali come fossero proprietà privata. E il Comune di Milano? E il genio della lampada Sala, così efficiente a fare il bene dei cittadini? Dice sì a un accordo di programma fatto su misura per le Fs, una specie di piano regolatore speciale, che concede un indice d’edificazione medio di 0,65 (allo scalo Farini anche più alto), contro lo 0,35 che vale per i comuni mortali nel resto della città. Un affare da 2,5 miliardi di euro porterà nelle casse del Comune soltanto 50 milioni. E – peggio ancora ¬ il Comune rinuncerà alla regia pubblica per decidere che cosa fare di quelle aree che potrebbero cambiare la faccia di Milano e farla diventare la città più verde d’Europa: a decidere che cosa costruire e dove, saranno invece le Fs e Manfredi Ligresti Catella.

 

I 5S nel Lazio non rinuncino alle battaglie

Si parla dell’ipotesi del passaggio del M5S dall’opposizione alla maggioranza nella Regione Lazio di Nicola Zingaretti. Una mossa che seguirebbe la linea tracciata dal nuovo Governo giallorosa, ma anche il comune “Programma di lavoro” in 8 punti, stilato da Pd e M5S dopo le regionali del 2018, a sostegno della maggioranza di centrosinistra, “sotto” di un consigliere. Allora i pentastellati ottennero alcune presidenze di Commissione, oggi si parla di due assessori. Se si aprirà una nuova stagione politica anche in Lazio, Carteinregola si augura che il MoVimento non venga meno alle tante battaglie portate avanti dall’opposizione. Chiedendo impegni precisi, a partire da una revisione degli aspetti più controversi di alcuni provvedimenti fortemente avversati dal M5S. Segnaliamo alcuni temi di cui ci siamo occupati, che possono essere una significativa cartina di tornasole per misurare la distanza tra le promesse elettorali e gli annunci e i provvedimenti approvati.

1) Legge della rigenerazione urbana: chiediamo di rivedere la normativa per escludere le demolizioni e ricostruzioni nei tessuti della Città Storica e in particolare abolire l’art. 6, che consente interventi edilizi non sottoposti all’approvazione del Comune. Ne sono un esempio i cosiddetti “villini” di molti quartieri pregiati di Roma, che rischiano di essere abbattuti per consentire l’edificazione di nuove palazzine con maggiori cubature.

2) Piano Territoriale Paesaggistico Regionale: chiediamo le tutele per il centro storico e la città storica di Roma previste per gli altri centri storici del Lazio, la centralità del ruolo del Mibac, nessun condono o sanatoria per gli abusi edilizi, stop alle edificazioni o agli aumenti di cubatura sulle spiagge e nell’agro.

3) Edilizia popolare: chiediamo la modifica della legge regionale che prevede per l’Ater (Aziende Territoriali per l’Edilizia Residenziale) il pareggio di bilancio, che provoca scarse manutenzioni e fa sì che negli appartamenti destinati a famiglie non abbienti resti chi può permettersi un canone concordato. Devono essere introdotte regole trasparenti per l’housing sociale, aperte le migliaia di negozi abbandonati nelle periferie: la Regione deve rimetterli in circolo a prezzi calmierati per il commercio di prossimità, l’artigianato, le start up giovanili. Si deve rimettere mano alla recente delibera che cede agli affittuari un consistente patrimonio edilizio nelle zone centrali, riducendo così gli immobili disponibili e incentivando indirettamente lo svuotamento del centro storico dai residenti.

4) Nuovo Stadio della Roma: come evidenziato nel parere legale commissionato dal gruppo regionale M5S, è necessario prendere atto dell’impossibilità del rispetto delle prescrizioni della Conferenza dei servizi e della Valutazione Impatto Ambientale, rispetto alla contestualità dell’apertura della nuova centralità con il completamento delle infrastrutture indispensabili alla sua sostenibilità.

5) Commercio. Le normative regionali devono assicurare il contenimento delle attività commerciali su strada e il rispetto delle aree di pregio storico artistico, favorire il commercio di prossimità e disincentivare la proliferazione di centri commerciali.

6) Rifiuti: la Regione si deve impegnare a promuovere un’economia circolare che non resti sulla carta, ma che si traduca negli investimenti economici necessari a realizzare progetti e infrastrutture al servizio della riduzione, recupero e riuso di materia. Il Piano di gestione rifiuti adottato dalla Giunta deve prevedere investimenti adeguati per gli interventi.

7) Roma Città metropolitana. Chiediamo che, a partire dalla Regione Lazio, si realizzi quella riorganizzazione dell’assetto amministrativo tra Regione e Città metropolitana, per un’amministrazione più efficace nella pianificazione su area vasta e più vicina ai cittadini per la gestione del territorio.

Pace (dis)fatta tra Trump e Talebani

Con la solita sfilata di tweet Trump ha interrotto bruscamente le trattative di pace che da mesi si svolgono a Doha fra americani e Talebani. L’accordo era arrivato a buon punto e su basi ragionevoli. 1. Gli americani avrebbero ritirato nel giro di poche settimane 4.500 soldati ed entro 16 mesi tutte le truppe occidentali, cioè i restanti 9.500 militari Usa e 8.600 della Nato (i tempi lasciati ai militari stranieri per il ritiro era equilibrato perché è chiaro che non si possono smobilitare decine di migliaia di uomini, basi comprese, da un giorno all’altro). 2. In cambio i Talebani si impegnavano a combattere l’Isis penetrato da tempo in Afghanistan. Impegno superfluo perché è dal 2015 che i Talebani combattono l’Isis e se non sono riusciti a farlo efficacemente è proprio perché erano impegnati su due fronti: contro gli occupanti stranieri e contro gli uomini di Al Baghdadi.

I motivi per cui Trump ha deciso questo stop si legano tutti alla politica interna Usa. Il pretesto preso da Trump, cioè l’attacco talebano a Kabul di pochi giorni fa che ha ucciso 12 persone fra cui un militare Usa, è risibile: le trattative non hanno mai previsto un cessate il fuoco e sarebbe grottesco pretendere dai Talebani che smettano di combattere proprio nel momento in cui le loro possibilità di pressione sugli americani sono più alte. Ridicolo è anche considerare “terrorista” un movimento che occupa, a seconda delle stime, il 60 o l’80 per cento del territorio di un Paese. Putin, che è un po’ più intelligente, ha riconosciuto da tempo ai Talebani lo status di movimento politico, cioè ha di fatto riconosciuto l’Emirato Islamico d’Afghanistan che era legittimamente al potere nel 2001 prima che gli americani invadessero e occupassero l’Afghanistan. Putin sa benissimo che i Talebani sono gli unici a poter combattere l’Isis e impedirgli di tracimare in Turkmenistan, in Uzbekistan, avvicinandosi pericolosamente a Mosca.

Ma quello che ci preme di più sottolineare qui è la consueta “disinformatia” occidentale anche da parte di giornalisti qualificati. Scrive Gaggi sul Corriere “che il movimento talebano ha rivendicato il suo ruolo a sostegno di al Qaeda nell’attacco dell’11 settembre”. 1. L’11 settembre mentre tutte le folle dei Paesi del mondo arabo scendevano in piazza per manifestare la loro gioia, fra i tanti attestati di solidarietà e di cordoglio che arrivavano al governo degli Stati Uniti ce n’è anche uno del governo talebano. È un comunicato ufficiale: “Bismullah ar-Rahman ar-Rahim (Nel nome di Allah, della grazia e della compassione) Noi condanniamo fortemente i fatti che sono avvenuti negli Stati Uniti al World Trade Center e al Pentagono. Condividiamo il dolore di tutti coloro che hanno perso i loro familiari e i loro cari in questi incidenti. Tutti i responsabili devono essere assicurati alla giustizia. Noi vogliamo che siano puniti e ci auguriamo che l’America sia paziente e prudente nelle sue azioni”. 2. Bin Laden i Talebani se l’erano trovato fra i piedi quando avevano preso il potere in Afghanistan. Non ce lo avevano portato loro ma Massud perché lo aiutasse a combattere un altro “signore della guerra”, Heckmatyar. Il Mullah Omar aveva una scarsissima opinione di Bin Laden che definiva “un piccolo uomo” e quando Clinton nell’inverno del 1998 propose al governo talebano di far fuori Osama, Omar inviò a Washington il suo ministro degli Esteri Muttawakil che si dichiarò d’accordo sia pure a certe condizioni (documento del Dipartimento di Stato dell’agosto 2005). Ma all’ultimo momento Clinton si tirò indietro.

L’altra balla è che i Talebani abbiano l’appoggio del Pakistan, in particolare dei servizi segreti (Isi), e dell’Arabia Saudita. Se l’avessero avuto sarebbero in possesso di qualche missile stinger per abbattere gli aerei Nato, missili che, forniti dagli americani, furono proprio l’arma decisiva per convincere i sovietici a lasciare l’Afghanistan. Senza contare che sia Pakistan che Arabia Saudita sono alleati degli americani.

Si vaneggia anche che a Oslo si terrebbero a breve incontri fra Talebani e rappresentanti del governo di Ashraf Ghani. Ghani, come prima di lui l’ancor più impresentabile Karzai, è stato in questi ultimi anni il quisling degli americani in Afghanistan. Non si combatte per 18 anni, lasciando sul terreno centinaia di migliaia di uomini oltre che un numero incalcolabile di vittime civili causate dagli “effetti collaterali”, per trovarsi ancora una volta sulla testa un fantoccio degli americani. A Ghani e alla sua corrottissima cerchia può essere lasciato solo, se va bene, un salvacondotto. In quanto alle elezioni presidenziali, già rinviate due volte, non si terranno mai. Per il motivo molto concreto che i Talebani non permetteranno elezioni farsa perché non altrimenti possono essere chiamate elezioni che si svolgono avendo sul terreno un potente esercito straniero. Sarebbe come se negli anni Trenta fossero state considerate legittime le elezioni in un Paese occupato dai nazisti.

Mail box

 

Governo: la corrispondenza di amorosi sensi fra Lega e Pd

Leggendo l’editoriale di Travaglio “Gli irredimibili”, mi è sorta una riflessione. Il Fatto è stato uno dei principali sponsor dell’intesa Pd-M5S, per evitare che le probabili elezioni consegnassero il Paese nelle mani di Salvini. Personalmente ero contraria all’alleanza col Pd, non ancora de-renzizzato e quindi non affidabile, e avrei preferito che gli elettori scegliessero democraticamente i propri rappresentanti. Alla fine del pezzo Travaglio si chiede perché il Pd non provi a governare con la Lega, vista la corrispondenza di amorosi sensi su Grandi opere e Autostrade. Anch’io penso che il Pd attuale abbia molto più in comune con la Lega che col M5S (si pensi a salario minimo, job act, intercettazioni, prescrizioni, conflitti d’interesse, moralità della vita pubblica…).

E quindi cosa ci riserva il futuro? Probabilmente la riproposizione di un rapporto conflittuale già visto col precedente governo. Infine un pensiero sui termini populismo e sovranismo: credo che al popolo interessino ben poco queste etichettature, usate dai media per semplificazione, ma si curi di più dei problemi quotidiani, come lavoro, fisco, immigrazione, e come vengono risolti, indipendentemente dalla cornice in cui vengono di volta in volta inquadrati.

Celesta McCants

 

La “sindrome Jovanotti”: tutti ecologisti a parole, non a fatti

La “Sindrome Jovanotti” è la metafora dell’ecosostenibilità dichiarata più che praticata. Sponsorizzato dal Wwf (per statuto dedito a raccogliere fondi: quanti da Jovanotti & C.?) tutto diventa sostenibile, anche spiagge altrimenti interdette, dopo che faticosamente, erano state rinaturalizzate. E i Comitati locali in difesa dell’ambiente, sbeffeggiati e accusati di ricerca di visibilità. A quanti di loro dobbiamo battaglie fondamentali (Seveso, Acna, Ipca, Terra dei Fuochi…) prima che arrivassero le multinazionali alla difesa dell’ambiente? I cui dirigenti invitano gli oppositori, insultati dal boy scout canterino, a rivolgersi al Tar. Ma quei ricorsi costano e non sono dunque praticabili dai piccoli ma determinati gruppi di azione ecologica. Lorenzo Cherubini, un tempo paladino della sacralità dei territori dei nativi americani, è oggi indifferente davanti alla natura del suo Paese.

Sempre più facile occuparsi di Amazzonia, tigri del Bengala, antilopi dell’Oman, che di ciò di cui abbiamo responsabilità diretta. Ma l’ecosostenibilità di facciata ha colpito anche il nuovo governo, che si dice pronto a combattere il cambiamento climatico con misure radicali, ma irremovibile sulle grandi opere o sulla ricerca di giacimenti di energia fossile. Va così avanti il piano della finanza internazionale e dei profittatori: ci dipingono sostenibile, ecologico e giusto il futuro che hanno scelto per noi e, soprattutto, per il loro business. Purché il mercato trionfi!

Melquiades

 

De Benedetti, Conte fa bene a gestire l’arena politica

L’ingegnere Carlo De Benedetti accusa il premier Giuseppe Conte di non essere un politico, bensì di essere un “manager della politica”: quindi un amministratore, quello che un Presidente del Consiglio dei ministri è chiamato a fare.

E taccio sul suo commento su un’eventuale tassa patrimoniale (“inutile perché 1’80% degli italiani è proprietario di casa e molti non avrebbero i soldi per pagare la tassa”). Che l’Ingegnere sia diventato strabico sul piano del giudizio?

Paride Antoniazzi

 

La legge non va ignorata, ma dobbiamo restare umani

Egidio Tiraborrelli non ebbe neppure la possibilità di riferire al giudice che ignorava la legge che l’avrebbe mandato in carcere. Ignorava persino d’avere subito un processo in contumacia. Aveva aiutato, tramite un passaggio in macchina, una persona dell’Est a entrare in Italia. Non sapeva d’aver commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Eppure è stato condannato e carcerato a Parma, nonostante i suoi 82 anni e un tumore ai polmoni.

Nel penitenziario c’era solo una bombola d’ossigeno per tutti i detenuti malati. Se la scambiavano a turno. “Diritti in casa”, il collettivo che lotta per il diritto all’abitazione, era riuscito a fargli ottenere i domiciliari tramite il ricovero ospedaliero. Ci ha passato una settimana in ospedale Egidio Tiraborrelli, e venerdì scorso è morto. Una notizia senza importanza: solo un giornale ne ha parlato. A chi importa, infatti, di un operaio saldatore, emigrato in giovane età in Argentina? Che rientrato in Italia, povero, ha vissuto in una roulotte, nel cortile di una casa occupata, prima di vedersi assegnato un alloggio popolare? Ma Egidio Tiraborrelli non ha potuto goderselo, perchè invischiato in questa brutta vicenda giudiziaria. Crediamo sia una notizia senza importanza?

Renato Pierri

 

Diritto di replica

Ieri, nell’articolo di Barbara Spinelli “Contaminazione, istruzione per l’uso”, per un nostro errore è saltato l’attacco di una frase. Questa la versione corretta: “La catarsi è un rinnovamento radicale del modo di agire, e vedere-ascoltare l’Altro: cosa possibile, visto che gli elettori dei due raggruppamenti hanno molte cose in comune”. Ce ne scusiamo con l’interessata e con i lettori.

FQ

Scuola. A pochi giorni dall’inizio dell’anno alle elementari mancano persino i supplenti

 

Gentile redazione, sono allibita. Ho scoperto martedì sulla pelle di mio figlio che, a pochi giorni dall’apertura delle scuole, gli studenti rischieranno di rimanere senza insegnanti. Parlo di un istituto comprensivo nel quartiere romano della Garbatella: nella riunione pre-inizio con i genitori, la dirigente scolastica ci ha comunicato che nessuna delle tre prime elementari che sono state formate nella succursale avrà più di un docente di ruolo a classe. Anzi, una di loro dovrà dividersi tra la classe con il tempo pieno e quella con il “modulo”. Tradotto: mio figlio avrà una maestra di italiano e inglese, mentre le altre due non soltanto saranno supplenti, ma ancora non sono state nominate. Come si può garantire un’adeguata formazione agli studenti? Può il nuovo governo correre ai ripari in poche ore? Nel patto di corresponsabilità fatto firmare alle famiglie avrebbero dovuto aggiungere: “La matematica la insegnerete voi”.

Adelina Camporese

 

Gentile Adelina, credo che il governo possa ben poco in poche ore anche perché il reclutamento risponde ai soliti iter fatti di scorrimenti di graduatorie dal ruolo alla terza fascia. Di sicuro si potrà chiedere di insistere affinché sia garantita il più possibile continuità didattica ai bambini. Intanto, ogni anno, in quella macchina burocratica intricata che è la Pubblica amministrazione servono almeno due settimane prima che la situazione nelle scuole si stabilizzi. In una scuola dell’infanzia in Campania, nei giorni scorsi, i genitori hanno addirittura chiamato i carabinieri perché la direttrice – in assenza di insegnanti – avrebbe suggerito di tenere i bambini a casa. Concorsi imminenti per la primaria, poi, non ce ne sono e di sicuro il cambio di passo al governo, e quindi al ministero dell’Istruzione, non aiuta a favorire la rapida risoluzione (sarà un dramma, come ogni anno, la mancanza dei docenti di sostegno). A tutto ciò, si sommano i 50 mila maestri diplomati che sono stati ‘licenziati’ dopo le sentenze del Consiglio di Stato. Certo, però, quei maestri nelle graduatorie di istituto ci dovrebbero essere e in teoria dovrebbero essere chiamati a sostituire i docenti di ruolo che mancano. Se non accade, le motivazioni dovrebbero essere ricercate o al provveditorato o – se questo ha dato il via libera alle chiamate – nelle scuole stesse. Hanno spiegato come mai non ci sarà un supplente? Magari li hanno convocati e aspettano il primo giorno per verificare che si presentino ed eventualmente chiamare il successivo avente diritto. O forse hanno altri motivi per attendere, che però sarebbe il caso farsi spiegare.

Virginia Della Sala

Firme false per la lista di Forza Nuova: due funzionari a giudizio

Quasi un centinaio di firme della lista di Forza Nuova alle Politiche 2018, erano false. Due funzionari giudiziari, uno in servizio in tribunale e l’altro in Corte d’appello, sono stati rinviati a giudizio per falso materiale commesso da pubblico ufficiale. Avrebbero chiuso un occhio su diversi elenchi delle sottoscrizioni presentate da Forza Nuova, in cui risultavano delle firme apposte senza che i funzionari avessero vigilato. Il partito dell’estrema destra fondato da Roberto Fiore, correva insieme a Fiamma Tricolore, creato da Pino Rauti nel ’95, in un’unica lista “Italia agli italiani”, in vista delle elezioni politiche del 4 marzo, dove ottennero solo lo 0,37%, molto al di sotto della soglia del 3%. L’indagine, istruita dal pm Laura Condemi, aveva analizzato le firme degli elenchi, ascoltato la testimonianza di alcune persone che avevano disconosciuto la loro firma e in cui risultava anche quella di una persona deceduta. Per il momento i due funzionari resteranno in servizio, il gip non ha disposto l’interdizione dai pubblici uffici chiesta dal magistrato, e neanche il ministero ne ha sollecitato la sospensione.

Facebook: censurata la violenza, non le idee

Imovimenti neofascisti CasaPound e Forza Nuova all’attacco di Facebook e Instagram per l’oscuramento delle loro pagine. La segreteria nazionale di Forza Nuova annuncia che presenterà un esposto per diffamazione contro Facebook Italia nonché per attentato alla libertà di opinione. “Solo allora – ha dichiarato il leader Roberto Fiore – potremo sapere se Roma continua a splendere come faro del diritto o se l’asse politico-mediatico Fiano-Zuckerberg avrà avuto la meglio anche sui diritti universalmente riconosciuti”. Il riferimento, oltre al capo di Facebook, è a Emanuele Fiano, il parlamentare del Pd che nel 2017 si fece promotore di una legge, mai approvata, che perseguisse “chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco” pure online.

Si sta muovendo anche CasaPound. Ha presentato una diffida a riattivare la pagina Facebook entro 48 ore (a partire da martedì) dopo che il 9 settembre sono stati oscurati l’account ufficiale del movimento e decine di altri profili collegati con l’accusa di “diffondere odio”.

Nella diffida, CasaPound ribadisce che sono state rispettate le regole del social network e denuncia la violazione di diritti costituzionalmente riconosciuti. Contro la decisione di Facebook si era scagliato l’ex missino Ignazio La Russa, addirittura nel suo intervento in Parlamento contro la fiducia al governo Conte 2: “Quando si comincia a chiudere la bocca a qualcuno è il segno di un pessimo inizio”. Pure alcuni giornalisti sono contrari alla chiusura, come Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it: “Per quanto possano non piacermi, si tratta di organizzazioni a cui lo Stato italiano dà diritto di esistere. È possibile delegare a un privato lo stabilire chi ha violato o meno le regole? Non dovrebbe essere un giudice?”.

E i giudici di recente si sono pronunciati su una vicenda che riguarda CasaPound ma che non ha nulla a che vedere con i limiti alle manifestazioni di pensiero se di mezzo c’è l’ideologia fascista. La Cassazione, il 16 agosto scorso ha depositato le motivazioni della sentenza che ha confermato il sequestro preventivo della sede di CasaPound a Bari dopo l’assalto di diversi militanti, il 21 settembre 2018, ai dimostranti di un corteo del movimento “Mai con Salvini”. Ci furono feriti, alcuni hanno sporto denuncia.

La Cassazione ha spiegato che il sequestro, confermato dal Riesame di Bari nell’ambito di un procedimento per lesioni, è stato legittimo in base alla legge Scelba che punisce “l’uso della violenza come metodo di lotta politica”. Il Riesame non ha “criminalizzato” le idee, come scritto nel ricorso di CasaPound, ma ha ravvisato che “è stato attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica” tanto che c’è stato “l’uso di armi improprie”.

CasaPound è stata ritenuta la “base operativa” per una “spedizione punitiva” contro i manifestanti. I giudici ricordano che ci fu un assalto con manganelli, manubri e altre armi improprie al grido di “andatavene merde, qui comandiamo noi”. Cioè ci fu un pestaggio “attuato con esplicite rivendicazioni del predominio territoriale e ideologico”.

Nella sede di CasaPound, oltre alle armi improprie, erano stati trovati un busto di Mussolini e altre simboli del nazifascismo. Ma, ribadisce la Cassazione, il sequestro fu legittimamente disposto anche perché c’era il pericolo “concreto” che la sede venisse adoperata ancora per ulteriori spedizioni punitive contro avversari politici.

Il processo ai baroni inizia senza il Miur e il Comune

Concorsi ritenuti “truccati”, una fitta rete di relazioni sull’asse Firenze-Pisa-Roma, ma soprattutto quella che la Procura di Firenze ha definito “una vera spartizione di potere nelle università toscane”. L’accusa principale è corruzione nel senso dello scambio di favori tra professori. L’inchiesta emersa due anni fa, nata dall’esposto del ricercatore Philippe Laroma Jezzi aveva decapitato l’intero dipartimento di Diritto tributario con 59 professori coinvolti, 7 arresti e 22 interdetti dalla professione. Ma soprattutto aveva provocato un danno di immagine enorme all’Università di Firenze.

Eppure, nel primo giorno di udienza preliminare (rimandata al 25 ottobre) che deve decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per 45 professori, l’ateneo fiorentino e il ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (Miur) non si sono costituiti parte civile. Ci sono solo Laroma e l’Università di Pisa, coinvolta in un concorso a ricercatore a tempo determinato: la decisione sulla loro ammissione come parti civili è rinviata alla prossima udienza.

Ieri era la prima occasione per costituirsi. Formalmente c’è ancora tempo fino alla decisione del giudice di rinviare o meno a giudizio gli imputati. Eppure, all’indomani dell’indagine, il rettore dell’Università di Firenze, Luigi Dei, aveva annunciato in pompa magna che l’ateneo si sarebbe costituito parte civile: “Ho dato mandato di predisporre istanza al giudice per le indagini preliminari presso la Procura della Repubblica di Firenze – aveva detto Dei il 27 settembre 2017 – anticipando l’intenzione di esercitare azione civile nel procedimento penale quando e se questo sarà incardinato”. Il rettore era stato seguito a ruota dal Miur, come confermato dall’allora ministro per i Rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro, durante un question time alla Camera. Ieri invece nessuno dei due enti era presente in aula. “Sarebbe grave se non lo facessero – dice al Fatto Laroma Jezzi – soprattutto per il danno di immagine che l’inchiesta ha portato a tutto l’ateneo”.

Il rettore sembra intenzionato a costituirsi il 25 ottobre ma rilascia una dichiarazione meno netta: “Confermo la volontà già espressa di esercitare il nostro diritto al risarcimento del danno, specialmente di immagine, che l’Ateneo fiorentino ha subito per effetto della vicenda dei concorsi nel Diritto tributario – ha detto Dei –. Nelle more dell’accertamento delle responsabilità penali stiamo valutando con quali tempi e modalità intraprendere tale azione risarcitoria”.

Durante l’udienza di ieri sono state svolte le verifiche formali sulle notifiche e tre difetti di queste hanno fatto slittare al prossimo 25 ottobre la decisione del giudice sul rinvio a giudizio nei confronti dei professori. L

L’inchiesta condotta dai pm Paolo Barlucchi e Luca Turco, era partita da un esposto in Procura del ricercatore britannico Laroma Jezzi che era stato invitato a ritirarsi dal concorso per l’abilitazione all’insegnamento nel 2013. Tra i professori coinvolti ci sono anche nomi molto noti del diritto tributario come Pasquale Russo, Adriano Di Pietro e Roberto C. Guerra. Alcuni imputati oggi sono difesi da colleghi o ex colleghi penalisti che sono anche loro colleghi all’Università, come l’avvocato e ordinario in pensione di Diritto penale a Firenze Giovanni Flora, che tra gli altri assiste i prof Andrea Vignarelli Colli e Andrea e Maria Concetta Parlato. L’indagine si era conclusa lo scorso 21 febbraio e i pm di Firenze avevano richiesto il rinvio a giudizio con le accuse a vario titolo di concorso in corruzione, induzione indebita, frode in pubbliche forniture, abuso d’ufficio e truffa.

Sole 24 Ore, Consob multa per 1 milione di euro gli ex vertici

La Consob ha comminato sanzioni per complessivi 1,05 milioni di euro nei confronti dell’ex ad de Il Sole 24 Ore, Antonella Treu (28.000 euro), dell’ex direttore, Roberto Napoletano (280.000 euro), dell’ex responsabile del Digital Business & Publishing Development, Anna Matteo (180.000 euro), dell’ex cfo nonché socio e referente di Di Source, Massimo Arioli (160.000 euro), dell’ex Direct Sales e Customer Manager nonché socio e referente di Di Source, Alberto Biella (150.000 euro).

La Consob ha accertato che sono state poste in essere “pratiche commerciali e di reporting per incrementare artificiosamente i dati diffusionali del quotidiano” e che “la divulgazione di dati di diffusione alterati ha prodotto un quadro informativo falso della situazione economico-finanziaria” del gruppo. Sempre ieri l’Ansa ha dato notizia che Treu e Benedini imputati a Milano (insieme a Napoletano) hanno intenzione di uscire dal processo con un patteggiamento. La prima ha avanzato un’istanza per patteggiare 1 anno e 8 mesi, pena sospesa, e circa 300 mila euro di risarcimento, il secondo 1 anno e 6 mesi, pena sospesa, e un risarcimento di 100 mila euro.

In Toscana cadono i paletti Pd-M5S Sì aeroporto, no al nodo ferroviario

Se salta l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze, salta il governo. Matteo Renzi la buttava lì nei giorni convulsi della trattativa. Il messaggio pare arrivato a destinazione. Saranno anche il clima di “pacificazione” chiesto dal premier Conte o le elezioni regionali alle porte che fanno temere un’ondata leghista. Ma negli ultimi giorni in Toscana M5S e Pd stanno trovando più di una convergenza su quelle grandi opere (dal Tav all’aeroporto) su cui si sono sempre fatti la guerra.

Dopo le aperture del candidato M5S in Toscana, Giacomo Giannarelli, alla candidatura di Firenze e Bologna alle Olimpiadi del 2032, martedì il gruppo pentastellato in consiglio regionale ha lanciato un altro segnale ai dem sulle infrastrutture toscane: i Cinque Stelle si sono astenuti su una mozione presentata dal Pd volta a rilanciare gli investimenti pubblici e privati “con particolare riferimento alle infrastrutture strategiche per il territorio regionale”. Tra queste, si legge nella mozione 1915, il Tav di Firenze che a fine luglio – dopo l’analisi costi-benefici – ha ricevuto il disco verde dei tecnici del ministero delle Infrastrutture, ma anche l’ampliamento dell’aeroporto di Peretola voluto fortemente da Renzi e dal suo braccio destro Marco Carrai. Oltre a queste, una serie di altre infrastrutture più piccole come il raddoppio ferroviario tra Pistoia e Lucca o la linea tra Livorno e l’interporto di Guasticce, su cui i Cinque Stelle erano favorevoli. La mozione che impegna la giunta regionale “a portare avanti con la massima intensità” gli interventi e ad “attivarsi nei confronti del prossimo governo affinché non venga meno agli impegni presi”, passa con il voto favorevole di Pd e Lega e con l’astensione del M5S. “Il Pd, in maniera furba, ha inserito nella mozione anche il sostegno alle piccole e medie imprese con il microcredito e non potevamo votare contro”, spiega Giannarelli che però non chiude del tutto alla realizzazione, magari in forma diversa, del Tav e della nuova pista dello scalo di Firenze: “Su queste opere siamo ancora distanti, ma ci vorrà una discussione approfondita. Nel frattempo stiamo lavorando sulle opere che ci uniscono”.

Dopo l’astensione benevola dei Cinque Stelle, il Pd ha ricambiato il favore: il M5S presenta una mozione simile a quella Pd dalla quale spariscono sia il nodo ferroviario che lo scalo fiorentino. Lo scambio di cortesie fa gridare alla “rivoluzione copernicana” il candidato dem per il 2020, Eugenio Giani: “Spero sia l’inizio di una collaborazione proficua”, chiosa il Presidente del Consiglio Regionale. Sullo sfondo un possibile accordo, almeno al ballottaggio, alle regionali 2020: “Inizia una nuova stagione”, conclude il capogruppo Pd, Leonardo Marras.