Esce oggi “Il peggio di me”, la storia del candidato sindaco di Salvini a Palermo (Paper First) di Ismaele La Vardera. Pubblichiamo un estratto.
Ogni giorno che passava mi rendevo conto di essere finito dentro a una macchina infernale, quello che contava era comandare a tutti i costi: cummanari è megghiu cà futtiri.
Ero una pedina in mano a dei politici, ogni mia mossa era un passo in più nella scacchiera che portava Salvini a sfondare al sud. Io ero dentro a quei giochi, non restavo affatto inerme, mi piaceva. Con il senno di poi, ripensando a quei momenti, capisco che il gioco della politica ti prende sino al punto da farti diventare spietato. Tutti, anche se partono dalle migliori intenzioni, per forza devono scendere a compromessi, troppi sì da dire, troppe persone a cui piacere, e arrivi al punto di rinnegare anche le cose in cui credi. Il dissidio esistenziale più grande della mia campagna era quello di convivere con gente che ha fatto dell’odio razziale e la paura verso il diverso, un punto cruciale del proprio consenso. Salvini in quel periodo veniva spesso in Sicilia e visto il momento di piena campagna elettorale, ogni tappa era strategica, mirata, nulla era lasciato al caso.
“Il capitano domani sarà al Cara di Mineo, vieni che ci sarà un po’ di stampa, non è male se ti fai vedere con lui”. Con queste parole l’uomo di Salvini mi chiamò la sera del 2 maggio per invitarmi alla visita ufficiale del Capitano, che sarebbe avvenuta l’indomani mattina nel Catanese, proprio al Cara di Mineo: uno dei luoghi ideologici cruciali su cui si basava la battaglia sul fronte immigrazione. Uno dei centri di accoglienza più grandi del sud Italia. Qui vengono portati molti dei migranti salvati in mezzo al Mediterraneo dalle navi della nostra Guardia Costiera e dalle Organizzazioni Non Governative. (…) Salvini aveva deciso di passarci la notte e, puntuale, alle 7 del mattino, con il cuscino stampato sul viso, dopo aver salutato il corpo di guardia, era a favore di televisione. Ad aspettarlo il solito circo mediatico, il mio compito era quello di stare dietro alle telecamere, il suo staff mi prese e mi posizionò dietro di lui.
Dopo la mia breve apparizione televisiva il leader del Carroccio mi invitò a fare la strada con lui, dovevamo preparare la sua discesa a Palermo. Così mi trovai dentro a un’auto della scorta che a sirene spiegate e con gran fretta si dirigeva verso Catania. “Mi devi edurre sui temi principali di Palermo”, così Salvini, usandomi come un bignami, fece un ripasso veloce della mia città. Evidentemente la conosceva abbastanza solo per insultarla dalla Lombardia, ma per venire a fare campagna aveva bisogno di qualche argomentazione in più.
Dopo aver sfrecciato dentro al centro di Catania con tanto di palette spiegate e sirene a più non posso, arrivati in via Etnea capii che la fretta era giustificata dalla voglia di arancina del bar Savia. Dopo aver fatto colazione concordammo come data ufficiale della sua visita a Palermo quella del 26 maggio. Niente luoghi chiusi, niente vie borghesi della città, da bravi populisti sarebbe stato il quartiere Zen a fare da sfondo alla sua visita palermitana. (…) Il giro dello Zen avvenne in rigorosa diretta Facebook, d’altronde tutto quello che Salvini faceva doveva essere in diretta. Concordai le uscite social proprio con il suo uomo più social, Luca Morisi. Non era importante decidere i contenuti della sua visita, quello che contava era la mediaticità, di gran lunga più importante di tutto il resto.
Dopo lo Zen, sempre con una lunga carovana di Polizia e grandi sirene spiegate, raggiungemmo Nino ’u Ballerino, “luogo sacro” della cultura palermitana. Lì si può mangiare una delle cose più tipiche della tradizione palermitana: il panino con la milza, tutto rigorosamente in diretta. Il 27 maggio, il giorno dopo, fu la volta di Giorgia Meloni. Con lei decidemmo di tenere un atteggiamento più istituzionale, niente quartieri popolari, ci ritrovammo nel salotto buono della città, al Politeama multisala.
“Non potevo spaventarmi della tua giovane età, Ismaele, sono stata il ministro più giovane della storia della Repubblica e a 29 anni ero diventata deputato. E poi consentitemi di fare una battuta, qui a Palermo noi vogliamo passare da uno che è sindaco da 23 anni a uno che è sindaco di 23 anni”.
Si presentò così la Meloni, davanti a una platea di sostenitori, e soprattutto davanti a tutta la stampa della città che conta. Il duo Meloni-Salvini se ne tornò a Roma, io tornai sui giornali; una boccata di visibilità per la volata finale, mancavano 15 giorni all’11 giugno. (…) Avevo paura per tutte le ore di materiale che avevo filmato. Paura per avere registrato uno degli incontri più brutti della vita (…).