Salvini, la corsa in auto blu per agguantare arancina e voti

Esce oggi “Il peggio di me”, la storia del candidato sindaco di Salvini a Palermo (Paper First) di Ismaele La Vardera. Pubblichiamo un estratto.

Ogni giorno che passava mi rendevo conto di essere finito dentro a una macchina infernale, quello che contava era comandare a tutti i costi: cummanari è megghiu cà futtiri.

Ero una pedina in mano a dei politici, ogni mia mossa era un passo in più nella scacchiera che portava Salvini a sfondare al sud. Io ero dentro a quei giochi, non restavo affatto inerme, mi piaceva. Con il senno di poi, ripensando a quei momenti, capisco che il gioco della politica ti prende sino al punto da farti diventare spietato. Tutti, anche se partono dalle migliori intenzioni, per forza devono scendere a compromessi, troppi sì da dire, troppe persone a cui piacere, e arrivi al punto di rinnegare anche le cose in cui credi. Il dissidio esistenziale più grande della mia campagna era quello di convivere con gente che ha fatto dell’odio razziale e la paura verso il diverso, un punto cruciale del proprio consenso. Salvini in quel periodo veniva spesso in Sicilia e visto il momento di piena campagna elettorale, ogni tappa era strategica, mirata, nulla era lasciato al caso.

“Il capitano domani sarà al Cara di Mineo, vieni che ci sarà un po’ di stampa, non è male se ti fai vedere con lui”. Con queste parole l’uomo di Salvini mi chiamò la sera del 2 maggio per invitarmi alla visita ufficiale del Capitano, che sarebbe avvenuta l’indomani mattina nel Catanese, proprio al Cara di Mineo: uno dei luoghi ideologici cruciali su cui si basava la battaglia sul fronte immigrazione. Uno dei centri di accoglienza più grandi del sud Italia. Qui vengono portati molti dei migranti salvati in mezzo al Mediterraneo dalle navi della nostra Guardia Costiera e dalle Organizzazioni Non Governative. (…) Salvini aveva deciso di passarci la notte e, puntuale, alle 7 del mattino, con il cuscino stampato sul viso, dopo aver salutato il corpo di guardia, era a favore di televisione. Ad aspettarlo il solito circo mediatico, il mio compito era quello di stare dietro alle telecamere, il suo staff mi prese e mi posizionò dietro di lui.

Dopo la mia breve apparizione televisiva il leader del Carroccio mi invitò a fare la strada con lui, dovevamo preparare la sua discesa a Palermo. Così mi trovai dentro a un’auto della scorta che a sirene spiegate e con gran fretta si dirigeva verso Catania. “Mi devi edurre sui temi principali di Palermo”, così Salvini, usandomi come un bignami, fece un ripasso veloce della mia città. Evidentemente la conosceva abbastanza solo per insultarla dalla Lombardia, ma per venire a fare campagna aveva bisogno di qualche argomentazione in più.

Dopo aver sfrecciato dentro al centro di Catania con tanto di palette spiegate e sirene a più non posso, arrivati in via Etnea capii che la fretta era giustificata dalla voglia di arancina del bar Savia. Dopo aver fatto colazione concordammo come data ufficiale della sua visita a Palermo quella del 26 maggio. Niente luoghi chiusi, niente vie borghesi della città, da bravi populisti sarebbe stato il quartiere Zen a fare da sfondo alla sua visita palermitana. (…) Il giro dello Zen avvenne in rigorosa diretta Facebook, d’altronde tutto quello che Salvini faceva doveva essere in diretta. Concordai le uscite social proprio con il suo uomo più social, Luca Morisi. Non era importante decidere i contenuti della sua visita, quello che contava era la mediaticità, di gran lunga più importante di tutto il resto.

Dopo lo Zen, sempre con una lunga carovana di Polizia e grandi sirene spiegate, raggiungemmo Nino ’u Ballerino, “luogo sacro” della cultura palermitana. Lì si può mangiare una delle cose più tipiche della tradizione palermitana: il panino con la milza, tutto rigorosamente in diretta. Il 27 maggio, il giorno dopo, fu la volta di Giorgia Meloni. Con lei decidemmo di tenere un atteggiamento più istituzionale, niente quartieri popolari, ci ritrovammo nel salotto buono della città, al Politeama multisala.

“Non potevo spaventarmi della tua giovane età, Ismaele, sono stata il ministro più giovane della storia della Repubblica e a 29 anni ero diventata deputato. E poi consentitemi di fare una battuta, qui a Palermo noi vogliamo passare da uno che è sindaco da 23 anni a uno che è sindaco di 23 anni”.

Si presentò così la Meloni, davanti a una platea di sostenitori, e soprattutto davanti a tutta la stampa della città che conta. Il duo Meloni-Salvini se ne tornò a Roma, io tornai sui giornali; una boccata di visibilità per la volata finale, mancavano 15 giorni all’11 giugno. (…) Avevo paura per tutte le ore di materiale che avevo filmato. Paura per avere registrato uno degli incontri più brutti della vita (…).

Il Capitano con il figlio del boss. I 5S: “Deve chiarire in Antimafia”

La foto di Matteo Salvini con Michele Matrone, figlio di Antonio Matrone detto “Franchino ‘a belva”, boss di Scafati (Salerno) condannato all’ergastolo nel 2009 e inserito nella lista dei super latitanti più pericolosi d’Italia fino all’arresto nell’agosto 2012, scatena l’indignazione dei Cinquestelle campani della Commissione parlamentare antimafia, Andrea Caso e Francesco Urraro, sostenuti dal presidente Nicola Morra. L’avrebbe postata il giovane Michele Matrone su Facebook, scrivendo: “Un caffè con il mio amico Matteo”, ieri il quotidiano napoletano Metropolis l’ha pubblicata e diversi siti l’hanno rilanciata. “Siamo rimasti allibiti per la foto – scrivono Caso e Urraro –. Il ministro del più selfie per tutti’ ci ha abituati in 14 mesi a ogni tipo di foto, ballo ed esibizione canora, ma, se la politica balneare al Papeete poteva farci pure sorridere, qui invece c’è da piangere perché getta ombre su una persona che è stata ministro dell’Interno fino al giuramento del nuovo esecutivo. Per questo motivo chiediamo pubblicamente a Salvini di chiarire al più presto la sua posizione, meglio ancora se lo facesse in Commissione antimafia”. Morra è con loro: “Appoggio in pieno la richiesta dei colleghi”.

I 35 voli di Stato “illegittimi” di Salvini Ora tocca ai pm

Trentacinque voli di Stato sono stati utilizzati da Matteo Salvini in modo illegittimo, ma senza causare alcun danno erariale. La parola dunque passa ai pm romani. Lo ha stabilito la Procura regionale della Corte dei conti per il Lazio che ieri ha archiviato un fascicolo sul “presunto uso indebito” di alcuni velivoli di Polizia e Vigili del fuoco, messi a disposizione dell’ex ministro dell’Interno. Si tratta anche di alcune trasferte a bordo di un Piaggio P-180, un aereo soprannominato “la Ferrari dei cieli”, con i suoi arredi di lusso. Se l’indagine contabile è archiviata, le carte sono state comunque inviate alla Procura di Roma che ha aperto un fascicolo senza indagati né reati. E il rischio è che nei guai possa finire chi ha autorizzato quei voli: in linea di mera ipotesi potrebbe essere contestato l’abuso d’ufficio o il peculato.

La Procura contabile ha aperto il fascicolo dopo un articolo di Repubblica. Gianluca Di Feo ha ripercorso una serie di spostamenti di Salvini, spiegando l’escamotage usato: aver agganciato a impegni istituzionali quelli di partito. E quindi manifestazioni e compagne elettorali. Il quotidiano cita alcune trasferte dell’ex ministro. È per esempio il 4 gennaio 2019 quando con il volo Milano-Pescara viene abbinato il vertice sulla sicurezza all’apertura della campagna elettorale abruzzese. E ancora: 10 maggio 2019. Secondo Repubblica, prima parte un volo da Ciampino per Reggio Calabria. Un Agusta poi porta Salvini a Platì dove si teneva una cerimonia antimafia. Dal Comune del Reggino si sposta a Lamezia Terme e poi in elicottero fino a Catanzaro, per un comizio elettorale. Quel giorno ci sarebbe stato un ulteriore spostamento fino a Napoli, in occasione della conferenza stampa sugli arresti per il ferimento della piccola Noemi (Salvini sarebbe passato in Prefettura), e infine a Milano Linate, dove il giorno dopo c’era l’adunata degli alpini.

Sono alcuni dei voli raccontati dal quotidiano dal quale è nata l’indagine. I pm contabili hanno analizzato “20 voli con aereo P.180 e 14 voli con elicotteri in dotazione al Dipartimento di Pubblica sicurezza, nonché un volo con aereo P.180 in dotazione” ai Vigili del fuoco, utilizzati “per trasferimenti in ambito nazionale” di Salvini e “di altro personale al seguito (scorta, capo segreteria, capo ufficio stampa, ecc.)” a partire dal 1° giugno 2018. È stata così analizzata la documentazioni normativa fornita dal Corpo dei Vigili del fuoco e dal Dipartimento di Pubblica sicurezza. “Dal quadro normativo – è scritto nel decreto di archiviazione – si rileva la possibilità dell’utilizzo dei velivoli per lo svolgimento dei compiti istituzionali ovvero di addestramento, ma non per i cosiddetti ‘voli di Stato’”. Questi ultimi vengono disciplinati dal decreto legislativo n. 98 del 6 luglio 2011, che all’articolo 3 spiega che devono essere limitati al capo di Stato, ai presidenti di Camera e Senato, al presidente del Consiglio e al presidente della Corte costituzionale. Il comma 2 stabilisce però che vi possono essere “eccezioni” ma devono essere “specificamente autorizzate”. È proprio questa autorizzazione che manca nel carteggio in mano ai pm contabili, che nel decreto di archiviazione parlano di una “circostanza che non ricorre nella fattispecie concreta all’esame”.

Su questo ieri è intervenuto il Dipartimento della Pubblica sicurezza, spiegando che “si attiverà nelle sedi competenti per riaffermare la assoluta legittimità dell’uso dei velivoli della Polizia da parte del Ministro”. E già in passato escludevano irregolarità: a Salvini, si spiegava, era “attribuito il primo livello di protezione che gli dà diritto all’utilizzo di aerei di Stato al pari dei soggetti sottoposti al medesimo livello di sicurezza”.

Ma torniamo all’archiviazione. I pm contabili concludono: è ritenuta “illegittima la scelta di consentire l’uso dei menzionati velivoli per la finalità di trasporto aereo del Ministro e del personale al seguito”. Tuttavia non c’è stato danno erariale: se Salvini e i suoi avessero preso un volo di linea – è il ragionamento dei giudici contabili – le spese sarebbero state superiori o uguali al volo di stato (per i quali è stata calcolata una spesa inferiore a mille euro all’ora): “I costi sostenuti – scrivono – non appaiono essere palesemente superiori a quelli che l’Amministrazione dell’interno avrebbe sostenuto per il legittimo utilizzo di voli di linea”. Dunque non è possibile “dimostrare la sussistenza di un danno erariale né, a fortiori, di procedere a una sua quantificazione”. Ora la parola passa alla Procura di Roma.

Fondi del Carroccio, confermati 1 anno e 8 mesi a Belsito

La Cassazione ha confermato la condanna inflitta in Appello all’ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito, nell’ambito del filone milanese riguardante il procedimento per i fondi del Carroccio. Belsito, che è accusato di appropriazione indebita su querela avanzata dal segretario della Lega Matteo Salvini, era stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione e 750 mila euro di multa, con pena sospesa, dalla Corte di Appello di Milano il 23 gennaio scorso. Ieri la Suprema Corte ha respinto il ricorso di Belsito contro la condanna. La Cassazione ha invece confermato la sentenza di non luogo a procedere per l’ex leader della Lega, Umberto Bossi, e per suo figlio Renzo nell’ambito del filone milanese del procedimento sui fondi del Carroccio. Per l’ex segretario della Lega e suo figlio non ci sarà dunque alcun nuovo processo, dopo che la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura di Milano, che chiedeva di estendere anche ai due Bossi la querela presentata dal leader della Lega Matteo Salvini nei confronti del solo ex tesoriere Belsito, accusato di appropriazione indebita in merito alla vicenda della truffa elettorale.

Caso Palamara, pressioni su Criscuoli: “Si dimetta”

Era dato per sicuro il suo discusso rientro al Csm, invece ieri, Paolo Criscuoli, togato di Magistratura Indipendente coinvolto nello scandalo nomine, non si è presentato. Pare che abbia voluto evitare una scena plateale che si preannunciava nei corridoi di Palazzo dei Marescialli: alcuni togati di Area, la corrente progressista, erano intenzionati a lasciare l’aula del Plenum se il consigliere fosse tornato a lavoro. Criscuoli è l’unico togato che non si è dimesso tra quelli presenti alla riunione notturna in un albergo romano con il pm, ora sospeso, Luca Palamara e i parlamentari Dem Cosimo Ferri (magistrato in aspettativa, leader ombra di Mi) e Luca Lotti. Discutevano di come pilotare la nomina del procuratore capo della capitale e non solo. Dopo essersi autosospeso ha ottenuto un congedo per motivi familiari. Forse un modo per prendere tempo dato che l’autosospensione formalmente non esiste e quindi la prolungata assenza lo avrebbe messo a rischio decadenza.

Ieri, la prima assenza e pare un nuovo pressing, anche di tipo quirinalizio, perché si dimetta. Ma di questi tempi sembra che nulla sia risolutivo. Se Criscuoli si dimetterà dovrebbe subentrargli il primo dei giudici non eletti, cioè Bruno Giangiacomo, di Area. Il magistrato è sotto inchiesta disciplinare perché non si sarebbe astenuto oltre 5 anni fa quando era a Bologna (ora è a Vasto) in procedimenti in cui c’era come difensore un’avvocatessa bolognese che recentemente – da imputata – ha sostenuto di aver avuto una relazione con Giangiacomo, smentita, però, dal magistrato. Formalmente l’indagine disciplinare non bloccherebbe il suo ingresso al Csm, ma secondo quanto risulta al Fatto diversi esponenti di Area auspicano un suo eventuale passo indietro per motivi di opportunità. Se dovesse accadere, si andrebbe a elezioni suppletive come per i due componenti in quota pm, fissate per il 6 e 7 ottobre.

Siri prova a evitare il sequestro dei pc. “Ai pm basta una copia di alcuni file”

Giura che da quando gli hanno fatto visita le Fiamme Gialle non ha più aperto i due pc che i magistrati di Milano vorrebbero tanto sequestrargli. E si dice disponibile a metterne a disposizione i file ma a patto di poter vigilare affinché non venga copiato nulla che abbia a che fare con la sua sfera privata e con la sua attività politica. Lo ha detto l’ex sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri di fronte alla Giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama dove pende dal 30 luglio la richiesta dei pm Gaetano Ruta e Sergio Spataro di entrare in possesso “il prima possibile” dei computer del senatore leghista. Che sono stati individuati nel corso di una perquisizione a Viale Monte Santo a Milano nell’ufficio di Luca Perilli, già a capo della sua segretaria al Mit, indagato in concorso con Siri per autoriciclaggio: sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti un mutuo concesso senza garanzie dalla Banca Agricola Commerciale di San Marino e utilizzato per l’acquisto di un immobile a Bresso (Milano), intestato poi alla figlia. Somme, hanno scritto i magistrati, “generosamente elargite a un personaggio politico di primo piano” utilizzate per investimenti economici e “con il preciso intento di dissimularne l’origine”.

Siri ha assicurato alla Giunta che proverà a cercare di convincere i magistrati dell’inutilità di portare via i suoi pc, che ritiene indispensabili per la sua attività. “Ritiene che sussista il fumus persecutionis”, ha sintetizzato Maurizio Gasparri che è presidente della Giunta che ora dovrà svolgere la discussione generale sul caso per poi decidere se dare semaforo verde o meno ai magistrati che nel frattempo potrebbero pure accogliere l’istanza di Siri e quindi revocare la richiesta di autorizzazione. Probabilmente si arriverà a una conclusione non prima della fine del mese, se non a ottobre. Ovviamente senza entrare nel merito dell’inchiesta, su cui le idee di Siri sono invece chiarissime come ha già fatto sapere nella memoria presentata a fine agosto a Palazzo Madama.

Per lui la richiesta di sequestro dei pc “è priva di serietà” ma anche “indebita” ed “estranea alle esigenze della giurisdizione” perché finalizzata all’accertamento investigativo di un fatto che “ab origine non può costituire reato”. Insomma avrebbe agito solo per garantire una fonte di reddito alla figlia riuscendo del tutto legittimamente a spuntare un tasso vantaggioso dall’istituto di San Marino. Per i magistrati milanesi si tratterebbe invece di un’operazione di schermatura per ostacolare l’identificazione “della provenienza delittuosa della provvista” attraverso un finanziamento in contrasto con la normativa sanmarinese e le regole dell’istituto, come riscontrato da un’ispezione dalla Banca centrale del Titano. Siri è indagato, ma per altre vicende, anche a Roma per corruzione: l’ex forzista Paolo Arata gli avrebbe promesso, secondo le accusa, 30 mila euro in cambio del suo interessamento per provvedimenti a favore delle imprese dell’energia eolica. Per questa indagine si è dimesso nel maggio dal governo gialloverde.

Centemero, ancora guai: indagato anche a Milano

Milano raddoppia. Il leghista Giulio Centemero è stato iscritto nel registro degli indagati anche dalla Procura lombarda, per finanziamento illecito. Una seconda inchiesta giudiziaria per il tesoriere della Lega, dopo quella aperta dalla Procura di Roma. L’indagine milanese, condotta dal pm Stefano Civardi, riguarda versamenti diversi e ulteriori rispetto a quelli contestati nel fascicolo dei colleghi capitolini. Sono soldi finiti nelle casse della onlus di area leghista Più Voci, di cui Centemero era presidente.

Al vaglio dei magistrati milanesi guidati dal procuratore Francesco Greco c’è un finanziamento di 40 mila euro da parte di Esselunga. Un’erogazione regolarmente iscritta a bilancio dalla società della famiglia Caprotti. Ma i pm sospettano che in realtà sia stato un modo per far affluire denaro nelle casse della Lega, violando quindi la legge sul finanziamento ai partiti.

A segnalare questa erogazione era stato per primo L’Espresso. Secondo quanto riportato dal settimanale, la causale del bonifico di 40 mila euro “versato a giugno 2016, recita ‘contributo volontario 2016’”. La catena di supermercati aveva poi spiegato al settimanale che quella somma di denaro era “stata destinata a Radio Padania nell’ambito della pianificazione legata agli investimenti pubblicitari su oltre 70 radio”. A maggio poi il Fatto Quotidiano ha rivelato l’apertura dell’inchiesta a Milano. L’ipotesi dei magistrati è che Centemero fosse alle prese, nel 2015, con la crisi di Radio Padania, l’emittente radiofonica della Lega, che per sopravvivere aveva urgente bisogno di fondi. Il rischio era però che fosse considerata dai pm un organo del partito, in un momento in cui, a causa delle condanne ricevute, tutti i soldi affluiti su conti riconoscibili della Lega sarebbero finiti sotto sequestro.

Ecco allora – secondo le ipotesi investigative – l’utilizzo di una associazione, Più Voci, che meno facilmente poteva essere individuata come strumento del partito, benché avesse come presidente il tesoriere della Lega. Centemero ha sempre negato queste circostanze, anche rispetto ai fatti di Roma, dove pure è iscritto nel registro degli indagati, sempre per finanziamento illecito, ma per altre erogazioni: 250 mila euro, versati in due tranche da 125 mila, che Più Voci ha incassato nel 2015 da una società che era riconducibile a Luca Parnasi. Proprio indagando sull’imprenditore romano (ora a processo, con altre 11 persone, con l’accusa di essere a capo di un’associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la Pubblica amministrazione), gli investigatori capitolini avevano individuato i soldi finiti nelle casse dell’onlus di area leghista. I versamenti sono stati oggetto di una parte dell’interrogatorio di Parnasi del 28 giugno 2018. Il procuratore aggiunto Paolo Ielo, titolare dell’indagine con i pm Luigi Spinelli e Barbara Zuin, gli chiede: “Era un modo per far affluire i soldi direttamente alla Lega?”.

L’imprenditore risponde: “Il mio fu un modo per fidelizzare un gruppo di persone che comunque sia mi avrebbero forse potuto creare delle opportunità imprenditoriali”. Il magistrato ripete allora la domanda: “Un modo per far arrivare i soldi alla Lega?”. E Parnasi prima risponde: “Probabilmente sì”; poi però, alla ripetuta richiesta del magistrato (“Era un modo per far arrivare i soldi alla Lega attraverso questa fondazione?”), dice: “Non posso dirle con certezza questo”.

Alla fine la Procura di Roma indaga Centemero. Il tesoriere della Lega ha sempre respinto ogni accusa: ha ribadito più volte che la onlus ha ricevuto contributi regolari e che neanche un centesimo delle erogazioni è mai andato al partito di Matteo Salvini.

Ora dovrà convincere anche la Procura di Milano, che si sta apprestando a chiudere l’indagine.

“Il Mibac non deve essere affondato, si può ricostruire”

Il Mibac non va affondato, ma ricostruito: è l’accorato appello che tanti intellettuali, fra cui Tomaso Montanari, Fausto Zevi, Paolo Liverani, Vittorio Emiliani e Rita Paris hanno rivolto ai parlamentari di M5S, LeU, e Pd. Estremamente critici sul precedente operato del Ministro dei Beni Culturali, i firmatari sono preoccupati per il ritorno di Dario Franceschini: “Con il suo arrivo gran parte del buon lavoro svolto, a suo tempo, da capaci Soprintendenti, si è dissolto: musei non finiti, poli museali nati morti, progetti abbandonati, scavi non terminati, fondi insufficienti, ecc.. Da quando i politici hanno capito che i nostri beni culturali, o meglio i Musei, ‘rendono’, non in soldi allo Stato, bensì a loro in immagine, tutto è cambiato. In peggio”. Gli intellettuali si auspicano una maggior cura nella scelta delle figure di vertice e del Sottosegretario, affinché si scongiuri il prosieguo dell’ “attuale paralisi, il caos, le gestioni a interim, la frustrazione dei migliori”. E propongono: “È il momento di ricostruire un Ministero scientificamente e politicamente fondato sull’art. 9 della Costituzione, finanziato in modo decente, basato sul merito”.

Appendino: “Di Maio mi aveva chiesto di entrare nel governo”

“Luigi Di Maio mi aveva proposto di entrare nella squadra di governo, sono stata molto sorpresa, poi ho condiviso con lui alcune riflessioni, la prima è che il sindaco è sindaco e rimane in trincea, e quindi bisogna assolutamente portare a termine il proprio mandato”. A rilevare questo retroscena è la sindaca di Torino, Chiara Appendino, intervistata dalla trasmissione di Rai Radio1 Centocittà, rispondendo a una domanda sul Movimento 5 Stelle, il suo capo politico e il nuovo governo.

“La seconda considerazione – ha aggiunto Appendino – è che comunque ho dei progetti da portare a termine, sono stata eletta per fare il sindaco e quindi, come si dice in Piemonte, bogia nen, che non significa stare fermi ma che non si lascia il posto. Sono orgogliosa di essere sindaco”. Nella stessa intervista, Appendino ha reso note le cifre delle richieste per il reddito di cittadinanza nel suo Comune: sono circa 17 mila. “Un numero molto elevato, siamo già partiti a organizzarci per la parte che ci compete, cioè sui patti di collaborazione e formazione”.

Fine vita, la Cei cerca aiuto per anticipare la Consulta

Il fronte cattolico si mobilita per scongiurare in extremis che sul fine vita si pronunci la Corte costituzionale. Anziché il Parlamento come ha auspicato anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

La pratica però alla Camera si è letteralmente impantanata. Il primo agosto l’Ufficio di presidenza congiunto delle commissioni Affari sociali e Giustizia ha formalizzato la resa: impossibile per il comitato ristretto, al lavoro sui 5 disegni di legge su eutanasia e suicidio assistito, arrivare a un testo base condiviso dalle forze politiche. Requisito minimo per poter formulate una proposta di sintesi tra i progetti Sarli (M5S), Cecconi (Misto), Rostan (LeU), Pagano (Lega) e quella di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni, da portare all’approvazione dell’aula di Montecitorio. Evitando così la pronuncia della Corte Costituzionale convocata per il 24 settembre dopo aver dato inutilmente un anno di tempo al Parlamento per varare una appropriata disciplina sul tema sollevato dal “caso Cappato”, il leader radicale finito sotto processo per aver aiutato Fabiano Antoniani (Dj Fabo) a porre fine alla sua vita.

Ma ora la Cei chiede esplicitamente una moratoria da parte della Consulta in modo da assicurare tempi supplementari al Parlamento.

“Se ci fosse la volontà, le forze politiche si facessero avanti per far ripartire l’iter per regolamentare la disciplina su cui alla Camera un lavoro è stato già fatto anche attraverso alcune audizioni” spiega Marialucia Lorefice, presidente della Commissione Affari sociali di Montecitorio che per rispetto delle diverse sensibilità sulla materia – tra le diverse forze politiche e talvolta all’interno degli stessi partiti – non si pronuncia sul merito della questione. Ma c’è già chi chiede, come fa Gaetano Quagliariello che sia Palazzo Madama ad occuparsene. E che fin qui è stato “impossibilitato a discuterne a causa dei meccanismi che regolano il nostro sistema bicamerale: si iscriva la questione immediatamente all’ordine del giorno dei suoi lavori”, spiega il senatore totiano anche forte del messaggio della presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, fatto pervenire al summit delle associazioni cattoliche patrocinato dalla Cei. “Per salvaguardare appieno la dignità del vivere e del morire – ha scritto Casellati –, occorre favorire occasioni di confronto, come quella odierna, in cui elaborare risposte non dettate dalle emozioni ma maturate attraverso l’equilibrata ponderazione dei valori e dei principi coinvolti. Una riflessione che richiama anche le Istituzioni alle proprie responsabilità, come la necessità di approfondire un quadro normativo in grado di dare risposte e certezze”.

Un appello esplicito alle forze politiche di prendersi le loro responsabilità nelle sedi istituzionali è venuto dal cardinale Bassetti, determinato a contrastare ogni forma di legalizzazione dell’eutanasia o suicidio assistito. E che per questo ha organizzato il summit di circa 80 associazioni cattoliche a cui ha partecipato anche una rappresentanza di parlamentari, tra cui il pentastellato Nicola Morra, Simone Pillon della Lega, Luciano Nobili del Pd e Maurizio Gasparri di Forza Italia. “Va negato che esista un diritto a darsi la morte – ha chiosato il porporato – vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto infatti, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza per sapere dare ragione di quello che sosteniamo. Ecco allora il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle associazioni”.

Ma soprattutto il capo della Cei ha espresso apprezzamento per le parole del premier Giuseppe Conte che ha richiamato il Parlamento ai suoi doveri: nel suo intervento al Senato durante la discussione della fiducia ha sottolineato infatti come sull’articolo 580 del codice penale (che punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio) e che la Consulta potrebbe a breve impallinare “c’è un forte sospetto di incostituzionalità”. Ma sul tema, non oggetto del programma di governo, deve essere il Parlamento “a trovare il modo e le occasioni per approfondire”. E anche rapidamente perché “diversamente si arriverebbe a una pronuncia della Corte costituzionale”. Incassando con questo intervento il plauso del vertice delle gerarchie ecclesiastiche, un appeasement di non poco conto.