Musei, alt alla riforma Bonisoli Franceschini ritira i decreti

“È soltanto una misura cautelativa perché sono dei decreti fatti in agosto, quando la crisi politica era già aperta. Non c’è, quindi, la volontà di disfare, semplicemente guardiamo la cosa con attenzione”. A cercare di stemperare le polemiche è il neo ministro dei Beni culturali e del turismo, Dario Franceschini, a proposito della frenata che ha imposto ai decreti attuativi firmati dall’ex titolare del Mibac Alberto Bonisoli (M5s). Uno dei primi atti da ministro che l’esponente del Pd ha compiuto. E che, di fatto, riportano lo status quo alla sua precedente riforma. Il ministro 5 stelle era, infatti, intervenuto con l’obiettivo di rivedere proprio la precedente riforma Franceschini. Le novità del pacchetto di Bonisoli erano essenzialmente l’accorpamento di numerosi musei (come la Galleria dell’Accademia e il Museo San Marco alle Gallerie degli Uffizi) e l’azzeramento dei consigli di amministrazione dei musei autonomi per farli rientrare sotto il controllo del ministero. La riforma, approvata in consiglio dei ministri a giugno scorso, era stata contestata nel mondo della cultura.

Guerini, il neo-Dc che piace ai generali. Alla Difesa è l’ora della “normalizzazione”

Le alte gerarchie militari hanno tirato un sospiro di sollievo quando hanno saputo della nomina di Lorenzo Guerini a ministro della Difesa, dopo lo scompiglio provocato da Elisabetta Trenta, che – al netto anche delle scelte e degli errori – con questi mondi aveva ingaggiato una dialettica, rimettendo in discussione scelte e abitudini ataviche. Ovvero, aveva deciso di interpretare il suo ruolo senza troppe timidezze rispetto a generali e comandanti.

Guerini arriva nel segno della “restaurazione”: d’altra parte, anche se in questi ultimi mesi ha svolto il ruolo di capo corrente di Base Riformista (la componente del Pd di Luca Lotti), è saldamente democristiano sia come storia politica (viene dalla Margherita), che nello stile e nei rapporti (Renzi lo chiamava “Arnaldo”, per sottolinearne la somiglianza con Forlani).

E poi, Guerini arriva dal Copasir, dove aveva avuto un certo gradimento preventivo, come figura di garanzia non solo per il Pd, ma anche per Forza Italia: lì è stato “testato” in un ganglo piuttosto delicato.

Dopo la Trenta, il Quirinale in primis (va ricordato che Sergio Mattarella era stato ministro della Difesa) aveva la necessità di una figura che garantisse una serie di equilibri. Oltre a quello di Guerini, erano circolati altri nomi, tra cui quello di Roberta Pinotti. Scartato, visto che lei alla Difesa c’era già stata. Ma la nomina di Guerini è in piena continuità con quella che è stata a capo di quel dicastero nei governi Renzi e Gentiloni. Tanto è vero che – seppure in maniera discreta – dalla Nato e dagli States sono arrivati apprezzamenti.

La prima cosa che dovrà fare Guerini è la composizione dello staff. Per ora, ha deciso di mantenere come capo di gabinetto il Generale di Corpo d’Armata Pietro Serino, gradito anche al generale Claudio Graziano e scelto dalla Trenta. Una figura non così determinante, una pedina non in grado di incidere. Bisognerà vedere, allora, cosa deciderà di fare con il capo dell’ufficio legislativo, che oggi è il generale dei carabinieri, Salvatore Luongo. Una nomina, questa, decisamente più importante.

Il nuovo ministro si trova sulla scrivania una serie di dossier urgenti. Il primo riguarda la prosecuzione o rimodulazione della fase di produzione degli F-35. Una scelta che Giuseppe Conte ha avocato a sè, ma nella quale la Difesa dovrà comunque intervenire. Poi, c’è la decisione sul riordino delle carriere del personale militare. E la legge sulla rappresentanza sindacale e i ricongiungimenti familiari dei militari.

Centrali, le decisioni sui programmi per la Difesa. La spesa è saldamente attestata sui 5 miliardi e mezzo l’anno. In buona parte ne beneficiano Finmeccanica, Leonardo e Fincantieri. Nella Riforma Di Paola delle forze armate del 2012, venne inserito un articolo (il cosiddetto “Lodo Scanu”, dal nome del deputato del Pd che lo elaborò) che attribuiva al Parlamento una maggiore voce in capitolo sulle spese per gli armamenti, introducendo la possibilità di bloccare un programma di acquisizione.

Una esigenza mai davvero rispettata sotto la guida della Pinotti. Ma la Trenta, nell’anno e mezzo che è stata al governo, ha cautamente congelato tutti gli acquisti. Ora starà a Guerini decidere prima di tutto sul programma per il nuovo sistema di difesa aerea missilistico Camm Er (Common Anti-air Modular Missile Extended Range), oltre che sugli F-35.

E poi, naturalmente, c’è tutta la partita del rinnovo delle missioni militari: ma se ne parla all’inizio del nuovo anno.

Sottosegretari, Conte preme. Le partecipate vanno a Chigi

Il “monito” arriva all’ora di pranzo, quando Giuseppe Conte fa sapere da Bruxelles che “sarebbe buono” consegnare la lista dei sottosegretari in tempo per il Consiglio dei ministri convocato per oggi pomeriggio alle 15. Un auspicio, calmo a parole, ma fermo nelle intenzioni: sbrigatevi, è quello che vuol dire il premier. Ha motivo di mettere fretta alla sua maggioranza, vista la confusione che impera nel fronte giallorossi. Ma – a meno di accelerate impreviste – verrà tutto rimandato alla settimana prossima. Non trovano la quadra, né i Cinque Stelle né il Pd: troppi incastri da far funzionare, troppe richieste da soddisfare.

La spartizione è ancora in corso. E tutti sono in attesa di capire che fine faranno. Ieri a Montecitorio Stefano Buffagni teneva banco su un divanetto. Nel governo ci sarà, assicurano: il punto è come evitare frizioni tra lui e Laura Castelli. Lei dovrebbe essere riconfermata viceministra all’Economia. E lui sarà sottosegretario: o allo stesso Mef – con tutte le rivalità del caso – oppure alle Infrastrutture, dove però i Cinque Stelle meditano di portare anche il senatore Mauro Coltorti.

Quel che appare certo, al momento, è che a Buffagni verrà sfilata dalle mani la carta che si è giocato per tutte e 14 i mesi del governo gialloverde: le nomine. Palazzo Chigi, infatti, ha intenzione di “centralizzare”, dal punto di vista politico, la partita delle partecipate. Non verrà prevaricato il ruolo del Tesoro, cui spettano per legge le indicazioni, ma si vuole in qualche modo dare “l’impulso” sulle caselle da occupare. Si vuole evitare di ritrovarsi a fare da “passacarte” o di trovarsi a contrastare scelte come accadde, per esempio, con l’insistenza su Claudia Bugno durante la gestione di Giovanni Tria. Ancora non è chiaro, però, come si potrà nella pratica esercitare questa governance, né se rientrerà nella disponibilità del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. Per restare a palazzo Chigi, la delega ai Servizi, come noto, resterà nelle mani del premier Conte. Quella all’Editoria è ancora al ballottaggio tra Pd (il favorito è Andrea Martella) e Cinque Stelle (Vito Crimi o Emilio Carelli).

I dem avranno un vice all’Istruzione (in pole Anna Ascani, come sottosegretario Simona Malpezzi), all’Economia porteranno Antonio Misiani, mentre tra i sottosegretari si fa il nome di Luigi Marattin o Pier Paolo Baretta. Agli Esteri Lia Quartapelle, all’Interno Emanuele Fiano.

In casa M5S, alla lista dei possibili riconfermati – Manlio Di Stefano agli Esteri, Vittorio Ferraresi alla Giustizia, Claudio Cominardi al Lavoro – si aggiungono le indiscrezioni su Giorgio Trizzino alla Salute (a cui però mira anche Pierpaolo Sileri), Francesco D’Uva all’Istruzione, Alessio Villarosa al Sud e Dario Tamburranno allo Sviluppo Economico. L’ex ministra Barbara Lezzi avrà un ruolo, ma ancora non è chiaro quale.

Allo Sport – guidato dal ministro Vincenzo Spadafora –, il M5S vorrebbe anche un sottosegretario, per lanciare un segnale sulla riforma Coni (Malagò conta sul Pd per fermarla). Ci sperano sia il deputato Simone Valente (segue da sempre la materia) che l’assessore romano Daniele Frongia (il suo nome è spuntato nelle consultazioni interne fra parlamentari).

Ma nella logica del contrappeso è più facile vada al Pd: si parla di Patrizia Prestipino, renziana doc ma anche assessora allo sport alla provincia con Zingaretti (e legata a Riccardo Milana, uomo forte di Rutelli nella Capitale); in alternativa la responsabile sport Sbrollini o l’orlandiano Martella. Lì c’è da riempire anche un’altra casella: a capo dell’ufficio sport di Palazzo Chigi, al posto di Michele Sciscioli (amico di Giorgetti) arriverà probabilmente Giovanni Panebianco. L’anno scorso promosso segretario generale ai Beni culturali per “sorvegliare” Bonisoli, adesso seguirà Spadafora al dipartimento già occupato dal 2012 al 2015. Spigoloso, passato nella Finanza, dalle sue mani passeranno tutte le carte più importanti, comprese quelle sui contributi alle Federazioni o sul Coni (che non ha mai guardato di buon occhio).

Il Pd litiga sulla legge elettorale, slitta taglio dei parlamentari

La legge elettorale proporzionale provoca qualche problema all’interno del Pd. E c’è un primo slittamento sul taglio dei parlamentari. Romano Prodi e Walter Veltroni si esprimono in favore del maggioritario e contro il ritorno al proporzionale. Scelta che suscita interrogativi allo stesso segretario Nicola Zingaretti, mentre dirigenti come Dario Franceschini la considerano inevitabile o la sposano, come Matteo Renzi (che ne ha bisogno per fare il suo partito).

Intanto nel primo passaggio parlamentare dopo la nascita del Conte 2, M5S fa una mossa distensiva verso i nuovi alleati, dando il via libera allo slittamento dell’ultimo voto in aula alla Camera sulla legge che taglia i parlamentari. A proposito di quest’ultima legge, a cui Pd e LeU hanno sempre votato contro, nel programma di governo è stato scritto che venisse inserita “nel primo calendario utile” della Camera e che venisse accompagnata da una legge elettorale e riforme costituzionali che “garantiscano la rappresentanza”. Ieri mattina la Conferenza dei capigruppo della Camera ha evitato di inserire questa riforma “nel primo calendario utile”, vale a dire a settembre. Se ne riparlerà a ottobre.

“Al M5S serve più collegialità. Ora basta con i decreti legge”

Ormai si è abituato alla cravatta, e anche alle stanze che sono tutte un affresco. L’estate, Roberto Fico, l’ha passata soprattutto lì, nel suo ufficio a Montecitorio, a tessere la tela di un governo che sembrava impossibile. “È stato un lungo lavoro, ma alla fine sono lieto di essermi trattenuto” sorride il presidente della Camera.

Quanto è stato difficile? Il Pd la voleva a Palazzo Chigi.

Io ho lavorato innanzitutto per le istituzioni. Durante una crisi di governo, per prassi, il presidente della Camera diventa un “consigliere” e un aiuto del capo dello Stato. Serviva una soluzione: non credo che si sarebbe fatto un servizio al Paese andando a votare dopo un anno e mezzo.

Il Pd era più che favorevole a sostenerla. Forse era il M5S a non volerla davvero.

Da presidente della Camera avevo il compito di lavorare per la soluzione della crisi e non per fare io il presidente del Consiglio. E comunque sono onorato di avere il ruolo che ho: tengo moltissimo a portarlo avanti. Quanto al Movimento, il suo nome per Palazzo Chigi era quello di Conte. Io stimo il presidente del Consiglio, arrivare a lui è stato un ottimo punto di caduta.

Era anche l’obiettivo di Beppe Grillo, che in un sabato di agosto scrisse che era necessario trattare con il Pd. Eravate state avvertiti?

Quello è stato un post di Beppe in qualità di garante del Movimento. Aveva compreso che Matteo Salvini, con scarso rispetto della Costituzione, pensava di avere già le elezioni in tasca. Grillo ha valutato che c’era un programma da portare avanti, partendo da temi come l’ambiente. E ha scritto che bisognava provare un’altra strada.

È stata la miccia?

Il pensiero di Beppe ha creato un grande dibattito, e da lì è scaturito il percorso.

Non era così condiviso nel Movimento. Quando vi siete riuniti a Marina di Bibbona con Grillo, Di Maio e Di Battista non erano affatto convinti dell’accordo con il Pd.

C’è stato un dibattito: le opinioni diverse servono a costruire una strada. E il lavoro del gruppo parlamentare è stato fondamentale.

Votare l’accordo sulla piattaforma Rousseau ha rischiato di mettere in difficoltà il Quirinale. Ne valeva la pena?

Andava fatto, perché noi abbiamo consultato gli iscritti in tutti i passaggi importanti. E poi il sì è stato plebiscitario, a conferma che la strada intrapresa è ragionevole.

Anche se può sembrare una fusione a freddo, necessaria solo per evitare le urne e la vittoria di Salvini?

Anche nel 2018 era nato un governo che non era stato votato dagli elettori, in un Parlamento senza una chiara maggioranza. Il M5S fece un accordo di programma con la Lega, dopo che non era riuscito a farlo con il Pd. La verità è che ha vinto la democrazia parlamentare, assieme al buon senso di portare avanti le cose da fare.

Di Maio ha detto che il M5S dovrà essere “l’ago della bilancia”: vuole dire che diventerete una Dc 2.0?

Non ho mai pensato al Movimento come l’antipolitica o l’antisistema. Noi vogliamo rinnovare la politica, dare forza ai temi. Ma serve la collaborazione dell’Europa: sento dire che il M5S è diventato europeista, ma la verità è che è l’Unione che sta cambiando. Nel programma del commissario europeo Von der Leyen ho visto per la prima volta in modo netto punti come la revisione del trattato di Dublino sui migranti e quella del Patto di stabilità, per favorire manovre più espansive, assieme all’impegno sulla riduzione delle emissioni inquinanti.

Promesse, in parte neanche inedite.

Se vuoi cambiare tutto alla fine non cambi nulla. Se lavori con la politica, tra cinque anni potremo cambiare delle cose. E riusciremo a ‘contaminare’ l’Europa con nuove idee.

In Italia invece il M5S dovrà fare accordi con il Pd. Come farà a trovare un’intesa sulla legge pubblica sull’acqua, a cui lei tiene moltissimo?

Il Parlamento ha l’assoluto dovere di dare attuazione al referendum sull’acqua del 2011: fu un plebiscito.

E le banche? Voi 5Stelle per anni avete inveito contro “il partito di Mps ed Etruria”.

È normale che quando inizi un lavoro con un’altra forza politica i punti su cui non sei d’accordo vanno affrontati. Il tema però è che il Parlamento deve essere centrale, perché quando le leggi vengono discusse a fondo nelle commissioni, assieme alle opposizioni, i provvedimenti ne escono migliorati e i conflitti attenuati. Per questo avevo mandato mesi fa una lettera a Conte sull’eccessivo ricorso alla decretazione d’urgenza. E sono lieto che ne abbia parlato nel suo discorso alla Camera.

Dopo le Europee in un’assemblea lei aveva esortato i 5Stelle a ridefinire rotta e valori. Come si fa?

Nel Movimento va fatta una discussione, e il perno deve essere la collegialità.

Ne serve di più?

Oggi il M5S è molto complesso, con una vasta partecipazione. Servono nuove forme per aumentare la collegialità, per renderla migliore.

Il capo politico Di Maio vuole referenti territoriali e una segreteria nazionale distribuita per temi. Dovete davvero darvi una struttura?

Sì, ma le forme possono essere tante. Quello che è necessario è uno schema di partecipazione alle scelte, non solo nei momenti di emergenza.

La democrazia diretta non può bastare.

È complementare, ma non sostitutiva della democrazia rappresentativa.

Allearsi con il Pd nelle prossime elezioni regionali è giusto?

Su quello mi rifaccio allo Statuto, che prevede la possibilità di allearsi con liste civiche.

Nei 14 mesi del governo gialloverde la Rai è stata terra di conquista.

Sulla Rai si può fare molto di più e molto meglio. Serve una legge sulla governance della tv pubblica, per dare impulso alla cultura dell’indipendenza.

Il M5S ha perso l’anima governando con la Lega?

Fin quando avrà percorsi chiari e spiegherà in modo trasparente cosa vuole fare, riuscirà a salvaguardare la sua identità.

Zingaretti: “Spero che Renzi non faccia lo ‘scisma’ dal Pd”

Uno “scisma” renziano nel Partito democratico, come quello che può dilaniare la Chiesa cattolica? Il segretario Nicola Zingaretti ha parlato di questa ipotesi, ovviamente augurandosi che non si verifichi: “Spero di no. L’unica cosa che non si capisce è quali motivi possano esserci alla base di un fatto lacerante”. Nei giorni scorsi a Zingaretti era stato chiesto se Matteo Renzi stesse remando nella stessa direzione del partito. Anche in quel caso il segretario aveva risposto con una formula dubitativa: “Mi auguro di sì. Questo serve a lui e all’Italia. Vedremo, ognuno deve rispondere delle proprie azioni”. Anche da queste risposte è piuttosto evidente che l’ipotesi di un’uscita dei renziani dal partito non sia considerata inverosimile. Il primo passo sarebbe la formazione di gruppi parlamentari autonomi. Ieri pomeriggio alla Camera si è riunita per la prima volta Base riformista, la corrente dem capeggiata da Luca Lotti e Lorenzo Guerini, acclamato come nuovo ministro della Difesa. I presenti erano una sessantina: sono loro le potenziali truppe dei nuovi gruppi renziani. Se lo scisma dovesse farsi davvero.

A destra è psicosi-Conte, “L’unto dei signori”

Consolate Sallusti, Feltri, Belpietro e gli altri. La stampa salviniana non si riprende più: la nascita del Conte-2 l’ha fatta uscire di senno. I titoli dei suoi giornali sono stupefacenti. La Verità

: “La faccia tosta del premier”, “Il Conte bis decolla ma è solo un’illusione”. Il Giornale

: “Conte già commissariato”. Il Tempo

: “Perde già pezzi il Conte mannaro”. Il vero capolavoro è di Libero

: “L’unto dei signori”. Conte “è un maggiordomo facile da licenziare”. E ancora: “Il premier si rivolge ai poteri (…)

che già lo disprezzano come un burattino ormai inutile”.

Da Di Maio a Franceschini: come è fatto il governo social

Via il dominio del Capitano Salvini dai social network, se non altro perché ormai fuori dal governo le statistiche su di lui diventano superflue ai fini della cronaca (i meme che lo riguardano hanno invece dominato la satira fai-da-te online per settimane), si è fatto avanti nell’ultima settimana il risalto per il neo ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, per il premier Giuseppe Conte (che continua la sua scalata alla notorietà social) ma anche per la neo ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, destinataria di migliaia di post di solidarietà dopo l’attacco sul suo abbigliamento nel giorno del giuramento del nuovo governo.

Da Facebook a Instagram a Twitter, è il social report settimanale di Utopia (società che si occupa di Public, Media & Legal Affairs) il primo a tracciare i nuovi trend registrati dall’1 all’8 settembre.

Su Twitter, Luigi Di Maio conta circa 565mila follower forte dei suoi 5.230 tweet pubblicati. Al secondo posto c’è il ministro dem dei Beni culturali, Dario Franceschini, con 445mila follower e circa 3.673 tweet. La terza posizione del premier Conte, con 274mila follower a fronte di 558 tweet (istituzionali più che politici) mostra chiaramente la funzione dei social network utilizzato soprattutto per commentare e intervenire sulla quotidianità politica della vita del Paese. Simile dinamica su Facebook, dove però al secondo posto dietro Di Maio (2,2 milioni di seguaci) c’è Conte con 1,2 milioni. Franceschini non è sul podio, al terzo posto c’è il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. #Crisidigoverno e #governodisvolta sono stati gli hashtag più utilizzati, “Giuseppe Conte” “Nuovo governo” e “Forza Italia” le parole più twittate. Sui retweet, invece, stravince la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova con il 35,1% di hashtag e circa 16mila retweet da parte di chi ha espresso solidarietà per l’attacco sul suo outfit blu elettrico al giuramento, innescato da un tweet di Daniele Capezzone (anche il noto guru televisivo del buon gusto nel vestire, Enzo Miccio, è intervenuto sui social in suo sostegno).

Al secondo e al terzo posto ci sono rispettivamente Giuseppe Conte e Dario Franceschini. In grande ascesa, soprattutto per quanto riguarda il coinvolgimento degli utenti (engagement) sul social ci sono due neo ministri, Enzo Amendola (Politiche Ue) ed Elena Bonetti (Famiglia e Pari Opportunità).

Di Maio, che domina tutte le classifiche (pur avendo accusato una leggera flessione dalla nascita del nuovo governo, a fronte di una crescita generalizzata di tutti gli altri) è anche il più prolifico per numero di post su Facebook, insieme alla neo ministra della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, e alla neo ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo. L’andamento, ad ogni modo, non è trasversale. Sintetizzando, si può dire che il Movimento 5 Stelle prevale nettamente su Facebook e Instagram, mentre il Partito democratico si difende meglio su Twitter. Se si guarda, infatti, a come è stato recepito il discorso del presidente Conte alla Camera, su Twitter prevale il sentimento di disapprovazione e le due parole più diffuse sono “Partito democratico”.

Alluvione di Livorno: l’ex sindaco Nogarin rinviato a giudizio

A nove mesidalla chiusura delle indagini, la Procura di Livorno ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex sindaco Filippo Nogarin (M5S). Al centro dell’inchiesta l’alluvione che due anni fa colpì la città toscana, causando 8 morti. L’accusa per Nogarin è di omicidio colposo plurimo. I pm hanno chiesto il processo con lo stesso capo d’accusa anche per Riccardo Pucciarelli, l’allora capo della Protezione civile del Comune. I magistrati contestano all’ex sindaco di non aver mai reso operativo il nuovo piano di Protezione civile che conteneva i dati relativi ai residenti in zone ad alto rischio (circa 4.500 persone), oltre ad aver ridotto all’osso lo staff dedicato alla Protezione civile, sostituendo il geologo Leonardo Gonnelli, ideatore del piano, proprio con Pucciarelli. Nogarin ha commentato la notizia su Facebook, scrivendo: “Sono sollevato… Finalmente sarà un giudice terzo e dunque indipendente a valutare i fatti e i documenti e a esprimersi sul mio operato. Perché tutti i cittadini di Livorno, a cominciare da chi in quelle ore ha perso un conoscente, un amico, un familiare, hanno il diritto di avere giustizia. E io continuo a credere profondamente nella giustizia”.

Draghi, l’ultima mossa. Ma salvare l’eurozona ora spetta ai governi

Quando Mario Draghi si è insediato al vertice della Bce, a novembre 2011, ha dimostrato subito di essere disposto a usare tutti gli strumenti della politica monetaria per salvare l’euro. Nella riunione del consiglio dei governatori di oggi, la penultima del suo mandato, Draghi vuole rassicurare i mercati sul fatto che anche se lui ha usato tutti gli strumenti disponibili, se ne possono sempre inventare dei nuovi, da lasciare in eredità a Christine Lagarde, da novembre nuovo presidente della Bce.

L’euro è stabile e nessuno ne prevede più la fine, questo è il grande successo di Draghi. Ma l’inflazione nella zona euro è la metà dell’obiettivo della Bce, 1 per cento invece che il 2. La crescita si è fermata, 0,2 per cento ad agosto, con la Germania che frena, una nuova recessione globale che incombe sull’economia mondiale, dagli Stati Uniti alla Cina all’Ue. Negli ultimi mesi Draghi ha alimentato le attese dei mercati con impegni espliciti a mantenere una politica monetaria espansiva a lungo termine: questo ha influenzato le attese degli investitori e vincolato la Lagarde che ora è obbligata a non deviare dalla strada tracciata.

La determinazione di Draghi però questa volta non è sufficiente da sola. Il problema teorico su cui si arrovellano economisti e investitori è il seguente: dopo aver spinto il costo del denaro a zero, dal 2016 la Bce ha tassi negativi (-0,40 per cento), le banche che lasciano la loro liquidità sui conti correnti di Francoforte e non la immettono nel sistema pagano quindi una specie di tassa. Questo è un forte incentivo a finanziare l’economia, a prestare soldi a banche, famiglie e imprese. Ma non basta: dal 2013 i prezzi dell’eurozona sono cresciuti in media dell’1 per cento, l’inflazione ha superato il 2 per cento solo in quattro occasioni.

I tassi negativi hanno anche un effetto collaterale: distruggono il modello di business delle banche, perché se i tassi di interesse della Bce sono troppo bassi, anche quelli di mercato scendono, i margini di guadagno per chi presta denaro si riducono fino ad azzerarsi. Sopra una certa soglia, le misure espansive finiscono per danneggiare quella stessa economia reale che vorrebbero sostenere: la troppa liquidità frena i prestiti, invece che stimolarli.

Oggi le banche dell’eurozona dovrebbero aver riserve per 183 miliardi invece, come osserva un recente report di Unicredit, hanno 1.830 miliardi. Liquidità in eccesso che non serve a molto all’economia e manda in tilt il sistema del credito. Per questo nella cassetta degli attrezzi di Draghi c’è quello che in gergo si chiama “tiering”: distinguere tra “strati” diversi le riserve delle banche, con tassi positivi o negativi differenti, in modo da aumentare gli incentivi agli istituti di credito a immettere quella liquidità nell’economia. I dettagli sono lasciati alla creatività dei tecnici di Francoforte, ma la sfida è chiara: ridurre ancora il costo del denaro, fare in modo che vada in circolo, limitando l’effetto negativo di queste misure sulla capacità delle banche di fare profitti, altrimenti il meccanismo si inceppa.

L’altra arma a disposizione di Draghi è far ripartire il Quantitative easing, cioè il programma di acquisti diretti di titoli da parte della Bce: l’effetto sarebbe diretto sui tassi di interesse pagati da imprese e governi sulle loro obbligazioni. Lascerebbe più risorse in tasca da spendere o per finanziare investimenti che dovrebbero portare crescita. Le attese sono però di uno stimolo limitato, 300-400 miliardi per l’intero 2019. L’opposizione per questo genere di interventi è forte nel consiglio dei governatori dove Paesi come la Germania difendono la prospettiva dei creditori penalizzati da tassi troppo bassi che, tra l’altro, rendono meno responsabili i governi sul debito pubblico e possono gonfiare bolle speculative in Borsa. Tra gli economisti c’è anche chi comincia a pensare che per uscire dall’attuale palude di bassa crescita e affrontare l’imminente recessione la politica monetaria possa fare ben poco. Soltanto la politica fiscale può – forse – essere efficace: spesa pubblica per investimenti e assunzioni. Ma finora i governi europei, del Nord come del Sud, hanno preferito lasciare a Draghi la responsabilità di tenere insieme l’eurozona e di trascinarla fuori dalle secche. Ora gli chiedono un ultimo miracolo. Ma Draghi ha più volte richiamato la politica alle proprie responsabilità. C’è da scommettere che lo ripeterà ancora nei suoi ultimi due mesi a Francoforte. Chissà se questa volta i governi della Ue e la nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen recepiranno il messaggio.