Il Capitano perde pezzi alla Camera: se ne va il siciliano Lo Monte

Sarà un caso, ma subito dopo aver perso il governo, Matteo Salvini inizia a perdere pezzi anche in Parlamento. Ieri ha dato l’addio al gruppo leghista il deputato messinese Carmelo Lo Monte, uno dei primi uomini a cui era stata affidata la missione di organizzare il Carroccio in Sicilia. “Matteo Salvini? Il Signore lo benedica – ha detto Lo Monte – ma a lui del Meridione non interessa nulla, mentre io devo difendere la mia terra”. Lo Monte si è iscritto al Gruppo Misto della Camera e ha inviato al suo ex Capitano dichiarazioni piene di amarezza: “Ho deciso di dire basta – spiega – e di lasciarli liberi di intercettare personaggini nell’Isola, si vede che non hanno bisogno della mia esperienza e onestà, che è un problema per loro, visto che sono abituati a ben altri uomini”, il riferimento è alla classe dirigente che la Lega ha assemblato in fretta e furia nelle regioni meridionali. “Salvini era stato coraggioso – ha detto Lo Monte, ex Dc e Psi – ad aprire la Lega anche alle nostre regioni. Fino al 4 marzo è andato tutto bene, poi ha commissariato tutto, Sicilia, Calabria, Campania. Nessuno di quelli che avevano vinto alle Politiche del 2018 gli è più andato bene, sono arrivati i lombardi, ci hanno mortificato con gesti inspiegabili”.

Dal Friuli sono entrati 5mila irregolari in 8 mesi

Cinquemila immigrati irregolari segnalati in otto mesi. Il nodo dell’immigrazione non è più soltanto il Mediterraneo, ma anche lungo i 240 chilometri che dividono il Friuli-Venezia Giulia dall’Est Europa.

Non passa giorno che tra Trieste e Udine non vengano fermati migranti che cercano di arrivare in Italia, spesso viaggiando in condizioni disumane. L’ultimo caso è di ieri: 40 persone stipate in un van fermato a Udine. Arrivavano dall’Iraq e dall’Iran. Tra loro, ha raccontato il Messaggero Veneto, anche un padre con una figlia di appena 14 anni.

Decine di persone ogni giorno. Dall’inizio dell’anno sono state 5.048 identificate dalle forze dell’ordine. Di queste 1.844 si sono presentate volontariamente alle autorità italiane e 3.204 invece sono state fermate.

Una questione che il nuovo governo giallorosa dovrà affrontare presto. In un Friuli-Venezia Giulia dove le ultime Regionali sono state vinte trionfalmente (con il 57% dei voti) da Massimiliano Fedriga, delfino di Matteo Salvini.

La Lega ha scelto un approccio in stile Trump: “Stiamo studiando con il Viminale la possibilità di realizzare un muro al confine con la Slovenia”, disse il neo-governatore a giugno. Ma due mesi fa al ministero dell’Interno c’era Salvini, mentre oggi siede Luciana Lamorgese.

La questione, però, resta. Soprattutto a Trieste dove – ne ha scritto il Piccolo – si sono registrati 3.607 ingressi in nove mesi. A presidiare il confine il primo governo Conte aveva messo le nuove squadre miste composte da agenti italiani e sloveni. Una presenza piuttosto sparuta: quattro pattuglie per quasi 250 chilometri di un confine che passa per boschi e zone selvagge come il Carso. La maggioranza giallo-verde aveva promesso rinforzi. E poi c’è il nodo di Gradisca dove oltre al Cara è previsto un Cpr (centro permanente per i rimpatri) che dovrebbe ospitare 150 persone.

Intanto oltre confine si è stretta la morsa nei confronti dei passeur. Parliamo di organizzazioni criminali che prosperano sul traffico di migranti. In Slovenia passare il confine a bordo di furgoni dove trovano posto fino a 50 persone o su auto stipate all’inverosimile (giorni fa è stata fermata una Bmw con undici persone a bordo) costa fino a 3 mila euro.

Da gennaio la polizia slovena ha fermato 273 passeur (in tutto il 2018 erano stati 218). Le autorità di Lubiana stimano che gli immigrati irregolari transitati sul loro territorio siano stati 9 mila nel 2019 (+62% rispetto al 2018). Pugno duro anche in Croazia dove i passeur fermati da gennaio sono stati 589, mentre gli immigrati regolari sarebbero oltre 9.500 (+200%).

Di Maio: “Noi servi della presidente? Salvini diede il via libera con un tweet”

La ricostruzione della storia grazie a Twitter. La bulimia e l’irruenza social dell’ex ministro dell’Interno consente anche di dare conferma a quanto Luigi Di Maio ha raccontato nel corso di un’intervista a DiMartedì l’altroieri sera. “Il 4 luglio, mentre eravamo alla festa dell’Indipendenza americana, presso l’ambasciata Usa a Roma, Giuseppe Conte chiama me e Salvini”. Il premier era a Bruxelles a trattare il vertice della Commissione europea e spiega: “Posso ottenere un consenso sulla Von der Leyen, è l’unica opportunità che ho”. “Salvini – ricorda Di Maio – dice sì”. E per ribadirlo verga un tweet in cui spiega che considera non importanti le persone, ma le idee. Quel tweet è ancora lì, ma le idee di Salvini, nel frattempo, sono cambiate.

Ue, Conte tratta sui migranti e punta sull’economia green

“Mi mancherai come presidente, ma resterai un amico splendido. Grazie Donald e continua a lavorare per un’Europa migliore”. Il messaggio che il presidente del Consiglio invia tramite Twitter al presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, esprime più di tante analisi il senso di Conte per l’Europa.

Il premier italiano non ha solo puntato a una proposta conveniente per l’Italia sui migranti, o a discutere della manovra di Bilancio. In viaggio a Bruxelles ha voluto inviare un messaggio chiaro sulla sua collocazione e il suo lavoro nei prossimi mesi.

“Il significato di questa mia visita è molto importante perché ci tenevo come mia prima uscita pubblica a incontrare le istituzioni europee, quindi è una giornata dedicata all’Europa”, ha infatti detto Conte al presidente del Parlamento europeo, il dem David Sassoli, che ha molto apprezzato.

La musica è cambiata, quindi, come dimostrano “le grandi consonanze” con Ursula von der Leyen. Ma questo non nasconde la necessità di ottenere risultati concreti – che ieri non ci sono stati – sul tema decisivo dei migranti. E così Conte ha chiesto di arrivare subito a un “accordo temporaneo” per ridistribuire tra i vari Paesi Ue i migranti salvati in mare. “Chi non parteciperà – ha spiegato – ne risentirà sul piano finanziario, in modo consistente”. E ancora: “Se siamo in Europa tutti devono partecipare a meccanismi di redistribuzione: quindi un meccanismo di solidarietà non può essere disatteso, se non a grave prezzo, per quanto mi riguarda”, ha aggiunto.

La vicenda rimanda all’accordo di Dublino secondo il quale la richiesta di asilo va presentata nel Paese di sbarco che si assume tutto l’onere dell’accoglienza. L’Italia vuole rivedere Dublino e anche Von der Leyen si è detta disponibile. Ma la revisione di un accordo internazionale ha bisogno di tempo e quindi serve almeno un accordo temporaneo.

Ieri non si è andati oltre “la massima disponibilità” e un passo in più potrebbe essere fatto tra fine settembre e ottobre, con il mini-summit di Malta (con Francia, Germania, Italia, Malta, Finlandia e Commissione Ue) e il Consiglio Affari Interni di Lussemburgo.

L’altro dossier, ancora più scivoloso, riguarda i conti. Il messaggio di Bruxelles, ribadito anche nella lettera di incarico a Paolo Gentiloni – “Alti livelli di debito sono fonte di rischi, dovresti capire come affrontarli” – è in linea con gli anni passati. Ma Conte non demorde: “Non stiamo dicendo che il nostro obiettivo non è la riduzione del debito – è la risposta –, ma lo vogliamo fare con la crescita economica”.

L’idea è quella di incunearsi nella “svolta” ecologista della Commissione proponendo ampi investimenti per “orientare il sistema industriale verso una green economy”.

Ma anche con la proposta di concedere uno “statuto speciale” al Mezzogiorno italiano con un “piano di intervento che sia nel segno della straordinarietà”. Grandi progetti e ambizioni per strappare sconti e flessibilità sul controllo dei conti.

Si potrà contare sull’apporto di Gentiloni? Fino a un certo punto, perché il commissario italiano – che è in “ritiro” con tutta la Commissione insieme a Ursula Von der Leyen – dovrà sottostare alle decisioni del “collegio”. Conte ricorda che le deleghe all’ex premier sono “aumentate”, in parte è vero, ma Dombrovksis, vicepresidente esecutivo con delega all’Economia più in generale, ha un ruolo di “guida” sulla riforma dell’Unione monetaria e, soprattutto “gestirà e coordinerà la partecipazione della Commissione all’Ecofin e all’Eurogruppo”. Ma Gentiloni è uno che ha “le competenze” e sembra che Conte di lui si fidi molto.

Il Grande Twittatore

Essendo astemio, non pensavo che una sbornia potesse durare un mese. Però auguro di cuore a Salvini di tornare sobrio, almeno fino a quella successiva, perché ci sveli il vero autore del suo tweet del 2 luglio, ore 19.29: “A prescindere dai nomi, l’importante è che in Europa cambino le regole, a partire da immigrazione, taglio delle tasse e crescita economica. E su questa battaglia l’Italia sarà finalmente protagonista. #vonderLeyen”. Salvini era con Di Maio all’ambasciata Usa per l’Independence Day. Conte li aveva appena avvertiti da Bruxelles dell’opportunità unica di infilarsi nelle divisioni del fronte europeista e rendere l’Italia decisiva nell’elezione della candidata tedesca del Ppe Ursula von der Leyen a presidente della Commissione. E Salvini diede subito il via libera: caduto il falco socialista olandese Timmermans per i veti di 11 Paesi, fra cui l’Italia, non era più questione di “nomi”, ma di “protagonismo” dell’Italia. L’aveva preannunciato quel mattino a La Stampa il suo capogruppo Ue Marco Zanni: “I popolari ci hanno convinto. Avremo un portafoglio di peso”. E fonti leghiste confermavano all’Ansa il voto a Ursula “perché sulla riforma di Dublino e l’immigrazione abbiamo buoni riscontri”. Conte, trattando per due giorni e due notti con i partner europei, aveva rotto l’isolamento giallo-verde con la maggioranza Ppe-Pse-Alde uscita dalle Europee. E nutriva buone speranze che i franchi tiratori socialisti su Ursula rendessero indispensabili i voti grillo-leghisti. Il sovranismo sterile e parolaio di Salvini poteva virare verso quello pragmatico e produttivo di Conte.

Invece lo scorpione padano, sopraffatto dalla sua vera natura, ordinò ai suoi di votare contro. I 5Stelle mantennero la parola, anche per le aperture della VdL su ambiente e migranti. E i loro 14 voti furono decisivi per farla eleggere. Così Conte dovette sudare sette camicie per strappare la promessa della Concorrenza (il massimo finora ottenuto dall’Italia, quando B. ci mandò Monti) alla riottosa Ursula, che non voleva saperne di un leghista. Ma il premier fu così “traditore” che tenne il punto: il commissario spettava alla Lega, per premiarne la vittoria elettorale e per responsabilizzarla in Europa. Salvini gli indicò Giorgetti, che però si tirò indietro e la Lega prese a cincischiare tra Garavaglia e Centinaio (per l’Agricoltura). Il resto è noto: la crisi del Papeete e la svolta degli Affari economici a Gentiloni. Questi sono i fatti, con buona pace degli eurocomplotti che il Cazzaro rinfaccia a Conte, Di Maio e Pd. Le uniche congiure anti-Salvini sono quelle architettate da Salvini. E, sia detto a suo onore, funzionano a meraviglia.

X-Factor 13, quarantamila ugole alla ricerca dell’ennesimo sogno

La scommessa è stata vinta, almeno quella della selezione dei giudici, per i concorrenti si vedrà (sono circa quarantamila alla partenza). La volontà di resettare tre su quattro coach ha già prodotto un risultato: vince il contrasto tra il re della trap Sfera e la veterana Mara Maionchi. Un salto generazionale così esplicito funziona in tv, almeno nella preview delle audizioni viste ieri alla presentazione per la stampa della nuova edizione, la numero tredici. Sarà ancora Alessandro Cattelan il padrone di casa, l’uomo che porta il ritmo nella trasmissione, arrivato alla sua nona presenza cronologica: “Da questa edizione entro anche nel processo creativo. Questo perché con Epcc il mio lavoro di autore è aumentato e quindi potevo buttare qualche idea nuova su X-Factor”.

Tornando ai giudici va stigmatizzata la provenienza dei quattro, tutti dall’universo musicale; niente più attori o ruoli borderline. A Malika Ayane – molto attenta all’eleganza vintage – tocca il ruolo della esperta tecnica, da musicista e interprete raffinata, con i suoi distinguo sui vocalizzi e le tonalità riesce ad essere pignola e talvolta sola contro tutti. Ma è solo una delle caratteristiche che ben si amalgamano nel nuovo gruppo di giudici. Samuel rappresenta la canzone d’autore, la ricerca del suono e il suo ruolo – al netto dell’essere introverso quanto basta – rende più riflessivo il giudizio finale altrimenti troppo emotivo. Per certi versi ricorda Elio ma senza le sue divagazioni istrioniche. E Sfera Ebbasta? “Non ho esperienza in tv” dice il trapper con disarmante sincerità, “e quindi mi baso sulle sensazioni del momento, cerco di capire se c’è l’idea dietro a un cantante e provo a portarla alla ennesima potenza”, Il folletto della trap l’anno scorso ha sbancato le vendite annuali degli album – a sorpresa – scalzando i presunti big del pop, eppure si presenta sereno e candido, almeno per il gioco delle parti.

Disinvolto, sempre sul pezzo, dimostra di saper capire e imbrigliare il linguaggio televisivo; come coach è spontaneo più di tutti e ha sempre un sorriso stampato sui denti. Inoltre l’attrito dovuto alla differenza con Mara – non di età ma di esperienza – produce effetti comici e spiazzanti che – alla fine – sono il sale di ogni trasmissione televisiva vincente. “Mi piace X-Factor perché in fondo il mio ruolo riprende quello che ho fatto tutta la vita, ovvero scoprire talenti”, afferma la Maionchi. “In questa edizione faccio attenzione ai consigli tecnici di Samuel e Malika, se c’è una stonatura lei lo cucca subito!”. Mara – scherzosamente definita alla conferenza “la Mattarella di X-Factor” – è quella che scioglie i nodi dei novelli cantanti, chiede al primo concorrente delle audizioni – autodefinitosi “artista di strada” – di mollare la cover di Ed Sheeran e cantare qualcosa di suo. E una volta soddisfatta convince tutti a votare quattro si. Poi c’è Sofia in arte Kimono, 16 anni, introversa e timida: “Con il karate ho imparato a esprimere in musica quel che non riesco a voce”. Il suo canto è delizioso e riesce a stregare il pubblico. Renato Torre da Lugano propone sul palco una versione acustica (ma robusta) di “Cupido” e si sente dire dall’autore “Hai spaccato più di me, la versione è più bella dell’originale”. Sfera – che sta incidendo il nuovo album con Charlie Charles – si toglierà molte soddisfazioni con questo programma, la sua patina di maudit lascerà lo spazio a un innato talento di entertainer. E poi Mara dice spesso in trasmissione che è un bravo ragazzo e se lo dice Mara che ne ha viste di cotte e di crude ci possiamo anche credere.

Atwood: “Non sono una rockstar: sarei morta di overdose”

Lei si sente una rockstar letteraria?”, chiede un giornalista a Margaret Atwood durante la conferenza stampa di lancio mondiale, a Londra, del suo I Testamenti, secondo capitolo del fondamentale Il racconto dell’ancella, pubblicato ieri e già finalista al Booker Prize.

Atwood risponde con ironia: “No, a quest’ora sarei morta di overdose. Ma c’è ancora tempo”.

Ma stride il contrasto fra questa donna minuta di quasi 80 anni, travestita da turista americana in vacanza, capace di battute fulminanti, analisi insuperabili, prosa sublime e la formidabile macchina pubblicitaria organizzata per il lancio.

La scelta di Londra, crocevia ideale per un pubblico internazionale. Il molto pubblicizzato conto alla rovescia, culminato alla libreria della catena Waterstones a Piccadilly, dove a mezzanotte di lunedì il libro è andato in vendita alla presenza dell’autrice e vip e fan comuni hanno fatto la fila per ore – come per Harry Potter, suggerisce il Guardian. “A Londra piacciono i grandi eventi. La gente va a vedere l’apparizione di una fila di libri… ah, c’erano anche delle spillette. E della magliette”, scherza.

Ieri sera, la presentazione al National Theatre, evento ritrasmesso in streaming in più di mille cinema britannici.

È un fenomeno di costume planetario, ben oltre i confini della letteratura. Succede quando un libro entra nella vita della gente: e Il racconto dell’ancella – la sua visione del regime distopico, totalitario e misogino di Gilead – è penetrato sotto la pelle di milioni di donne nei 38 anni dalla pubblicazione. La silhouette delle ancelle, l’abito rosso con la cuffia bianca che irrigidiscono movimenti e pensieri, è ormai il vessillo della protesta silenziosa ed efficace delle donne che si oppongono, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, all’approvazione di leggi antiabortiste che le privano della libertà di decidere del proprio corpo: un simbolo globale di resistenza. La serie televisiva che ne è stata ricavata, per Hulu, ha fatto il resto, portando la visione della Atwood a milioni di spettatori e favorendone la commercializzazione. Per anni la Atwood ha resistito alle richieste di un sequel; a spingerla a tornare a Gilead il clima politico in alcuni Stati americani, dove il corpo delle donne è già stato assoggettato da nuove leggi e Gilead è realtà.

“Fino alla caduta del Muro di Berlino gli Stati Uniti si sono venduti come il Paese della libertà, l’antitesi ai regimi totalitari. Dopo sono uscite tutte le ombre che non vedevamo”. Oggi, per molti, Atwood è una profetessa a cui guardare per avere risposte sul presente e sul futuro. Il manoscritto dei Testamenti, con la sua dote di diritti televisivi, era così prezioso che ha rischiato di essere rubato. La scrittrice è stata presa di mira da cybercriminali che, con email false, hanno tentato di ottenere una copia digitale. “Abbiamo dovuto usare un mucchio di parole in codice e password. Avrebbero potuto minacciare di pubblicarlo online in cambio di un riscatto, o infettare le copie scaricate”.

Nei Testamenti, ambientato 15 anni dopo la fine del Racconto dell’ancella, Atwood cerca di capire come si arrivi alla costruzione di un regime e cosa ne determini la caduta.

Le voci narranti stavolta sono tre: comincia zia Lydia, una delle fondatrici di Gilead, nel Racconto dell’ancella onnipresente ma secondaria. Qui parla in prima persona, si rivela intimamente, racconta il prima, la sua vita da giudice, e il dopo, quella da carnefice, e apre il romanzo: “Solo chi è morto ha diritto a una statua; a me, invece, ne è stata dedicata una in vita. Sono già di pietra”. In originale, Already I am petrified: di pietra e pietrificata. Con lei la Atwood esplora l’area grigia degli opportunisti, dei collaborazionisti, indispensabili per il funzionamento di un regime – Come arrivano al potere? Come lo usano? e come giustificano a se stessi le proprie azioni?

E poi l’incognita delle seconde generazioni: Agnes, figlia di Comandanti, che non ha mai conosciuto una alternativa e sembra non mettere in discussione il suo destino di schiava sessuale: l’adolescente Daisy, scappata da piccolissima e al centro della resistenza contro il regime che finirà per accelerarne la caduta. Il vero motore della crisi di Gilead è una rivelazione: il regime crolla sotto il peso della verità. Ancora un volta, la fiducia totale della Atwood nel potere costruttivo o distruttivo della parola. “Scrivere è sempre un atto di speranza perché presuppone che qualcuno ci leggerà. Significa credere nel futuro”.

50 anni colorati da Pippi, monellaccio con la gonna

Quando Astrid Lindgren diede vita al personaggio di Pippi Calzelunghe di certo non immaginava che la bimba con i capelli rossi, le lentiggini e le trecce in perenne sfida con la legge di gravità sarebbe diventata un’icona del femminismo. Coraggiosa, anarchica, irriverente, inguaribilmente ottimista, autonoma, sognatrice, libera. E magica. Un monellaccio con la gonna. Rivoluzionario anche nella progressista Svezia che alla sua creatrice diede i natali. Ma correva il 1944 quando la Lindgren decise di raccogliere le storie della buonanotte nate dalla sua fantasia per sua figlia Karin costretta a letto dalla polmonite per un lungo periodo. Il manoscritto venne inizialmente rifiutato, andò in stampa l’anno dopo. Poi fu un successo mondiale, tradotto in 65 lingue, venduto in milioni di copie. Nel 1969 Pippilotta Viktualia Rullgardina Succiamenta Efraisilla Calzelunghe, questo il nome completo, debuttò sul piccolo schermo in Svezia – in Italia arrivò l’anno dopo – con Inger Nilsson a prestarle gli occhi blu e un sorriso travolgente. Ora, a cinquant’anni dal debutto, la serie tv e i film tornano in formato Home Video.

“Quando il libro di Pippi uscì in Svezia era qualcosa di nuovo – raccontò la scrittrice in un’intervista – Lei non somigliava affatto alle protagoniste dei libri per l’infanzia di quell’epoca. Molti adulti ne furono disturbati, e chiamarono Pippi ‘una disgustosa monellaccia’. Un professore scrisse su un giornale che Pippi lasciava il ricordo di ‘qualcosa di sgradevole che graffia l’anima’. I bambini non ebbero lo stesso atteggiamento critico, e Pippi entrò immediatamente nei loro cuori. Molte bambine degli anni 40 mi scrissero poi da adulte, per raccontarmi quale senso di liberazione avevano provato nel leggere di Pippi, e quant’era bello che fosse una bambina e non un maschio”.

Eroina emancipata delle letteratura infantile, presentata dalla tv a un pubblico più vasto di quello affezionato alla carta stampata, oltre che paladina dei diritti dei bambini, divenne negli anni Settanta fonte di ispirazione nella lotta per la parità dei sessi, un modello nel movimento femminista. Pippi non è la principessina della favole, ma con le sue scarpacce nere di 5 misure più grandi dei piedi, le calze scompagnate, i vestiti rattoppati, è capace di trascinare i suoi amici Tommy e Annika in un mondo favoloso, regno di mille avventure. Vive in una casa diroccata, Villa Villacolle, dove custodisce un baule pieno d’oro, con Zietto e il Signor Nilsson, un cavallo bianco a pois e una scimmia. Non ha più la mamma e il papà di lavoro fa il pirata, sempre in giro per i sette mari. Ma la casa sgangherata è il regno della libertà, ed essere sola, scrive la Lindgren nell’incipit del libro, “in fin dei conti non è una cosa atroce se si pensa che così nessuno poteva dirle di andare a dormire proprio quando si divertiva di più o propinarle l’olio di fegato di merluzzo quando invece lei desiderava delle caramelle”.

Pippi, poi, ha dei superpoteri, è forte ed è capace di sollevare il suo cavallo, figurarsi se non è in grado di mettere a posto i bulli e i malintenzionati. Pippi vive senza regole, ma anche senza arroganza. È un leader – anche se è femmina – ma sa che il gioco e l’avventura hanno più gusto se sono condivisi.

Non è “esattamente” bella, ma ha un carisma che cattura tutti, e in fondo affascina anche chi nel suo stile di vita vede il rischio di un contagio diseducativo e in lei una pericolosa sovversiva. Nell’infinita “letteratura” sul fenomeno Pippi si ricorda anche che finì per esser considerata una minaccia da parte di alcuni governi conservatori e regimi dittatoriali. Ma la rivoluzione di Pippi sta nella sua capacità di affrontare la vita sfruttando tutto il bagaglio di potenzialità personali, guardando la parte positiva delle medaglia, che tanto quella negativa sta sempre lì a ricordarlo che comunque c’è, e che farsi rispettare è possibile anche in un mondo disegnato dalle convenzioni e popolato dalle prepotenze. Insomma Pippi è la gioia resiliente, l’innocente incoscienza con cui i bambini affrontano il mondo. E che gli adulti dovrebbero conservare o andare a riscoprire dentro di sé. Certo, poi si sa, la resilienza nasce femmina.

Il “caro” inglese dei presidenti spagnoli

Dalle ultime veline da Madrid sembrerebbe che il secondo governo di Pedro Sánchez difficilmente vedrà la luce: brutta notizia per il contribuente spagnolo, almeno quanto a spese per l’apprendimento della lingua straniera. Il leader socialista, infatti, ha dimostrato di avere grande appeal a Bruxelles per via dell’europeismo che ha contraddistinto il suo attuale esecutivo. Se Pedro è simpatico agli alleati stranieri pare sia anche merito della scioltezza con cui si destreggia sia in francese che in inglese. Lo stesso non si può dire del suo predecessore, il premier popolare, Mariano Rajoy, secondo solo al Matteo Renzi di mai mader u crai indeh tivì when ehhh ehhh shish… L’ex premier nel 2012 parlando con il suo omonimo britannico David Cameron in presenza anche del francese Hollande e dell’allora primo ministro italiano Mario Monti (il cui inglese è impeccabile) sbottò in un “It’s very difficult… todo esto”, riferendosi alla situazione economica spagnola, attirandosi i peggiori meme dei media europei.

Eppure, tornando alla convenienza, non è l’ex premier spodestato da Sánchez ad aver fatto spendere di più in corsi di inglese e francese agli spagnoli, secondo i dati pubblicati dal quotidiano online eldiario.es. Dal 2001 al 2018, le casse dello Stato iberico hanno sborsato 270 mila euro perché i primi ministri e i propri funzionari potessero sfoggiare almeno un discreto bilinguismo comunitario. Di questi, il dipartimento per la “Formazione e il perfezionamento del personale” della Moncloa ne ha utilizzati 126 mila per il governo socialista del leader spagnolo più famoso del globo terraqueo, José Luis Rodriguez Zapatero, il cui inglese ha suscitato non poca ilarità all’epoca. A futura memoria basterà ricordare quel: “In the last time of government, all the day, everyday, bonsais”, confessato due anni dopo la fine della sua presidenza ai colleghi Jacques Chirac e Gerhard Schroeder. Mentre il suo predecessore, José María Aznar, altrettanto ignorante in inglese – lacuna colmata grazie al legame con George W. Bush, secondo eldiario.es – è noto per un discorso in spagnolo con perfetto accento americano: pare abbia speso solo 24 mila euro. A niente invece sono serviti i 78 mila euro pagati per la formazione linguistica del settennato di Rajoy, dato che nell’ultima sessione a Bruxelles l’allora premier si rifiutò perentoriamente di rispondere in inglese alle domande dei cronisti esibendo uno spagnolissimo e sfacciatissimo: “bueno, no, hombre, no”, traducibile non alla lettera come: “No, ragazzi, questo no”.

Bibi ripropone lo slogan elettorale: “Cisgiordania sotto sovranità d’Israele”

Come se seguisse un copione, il premier Benjamin Netanyahu a una settimana dalle elezioni ha promesso di estendere la sovranità israeliana sulla Cisgiordania. Solo due giorni prima delle precedenti elezioni del 9 aprile, Netanyahu aveva declamato lo stesso programma. Il concetto base cerca di ammaliare sia i coloni che vivono nella West Bank – sono 500 mila – che gli elettori delle città israeliane: il nostro destino è in pericolo, dice Bibi, e questo pericolo viene in gran parte dalla Cisgiordania. Ma lui, se sarà rieletto, ha le carte per sistemare le cose: il primo passo del suo nuovo governo sarà l’estensione della sovranità alla Valle del Giordano e al nord del Mar Morto. “Per questo passo – ha detto – le condizioni sono già mature”.

Durante la sua conferenza, il premier ha detto a chiare lettere che questo programma è supportato dal “piano di pace” americano voluto dal presidente Trump: “Si tratta di una occasione storica ed unica per estendere la sovranità agli insediamenti ebraici in Giudea-Samaria”, ossia in Cisgiordania. “La questione – ha proseguito Bibi – è chi debba condurre le trattative con Trump. Starà agli elettori stabilire se vogliano me, oppure la coppia Gantz-Lapid”.

Non appena il premier ha concluso il suo discorso sono arrivate a raffica le critiche dei suoi avversari politici: Kahol Lavan (il partito Blu e Bianco) dell’ex generale Benny Gantz lo ha accusato di usare i residenti della Jordan Valley come “comparse” in un video della sua campagna elettorale. Ayman Odeh, parlamentare alla Knesset ha definito l’annuncio una parte della “visione dell’apartheid” dell’ala destra del paese. L’Unione Democratica ritiene che qualsiasi mossa unilaterale verso l’annessione della Cisgiordania danneggerà la sicurezza di Israele, aggiungendo: “È strano che qualcuno sospettato di corruzione e frode abbia pensato una tale mossa, così drammatica, meno di una settimana prima delle elezioni”. Infine, il segretario dell’Olp Saeb Erekat: “Se al premier Benjamin Netanyahu sarà consentito di attuare i suoi piani di annessione, seppellirà ogni speranza di pace tra israeliani e palestinesi”,