Al termine di un’estate già funestata dagli effetti del cambiamento climatico, arriva dal Giappone una notizia allarmante. Il ministro dell’Ambiente, Yoshiaki Harada, ha spiegato alla stampa che potrebbe essere necessario sversare nell’Oceano Pacifico le acque contaminate dalla centrale nucleare di Fukushima. Harada ha specificato che urge trovare un modo per sbarazzarsi dell’acqua usata per raffreddare il materiale nucleare rimasto nella centrale distrutta dal terremoto e dallo tsunami nel 2011, perché lo spazio nelle vasche di stoccaggio si esaurirà nel 2022.
In questi otto anni sono state pompate ben 200 tonnellate di acqua al giorno. Dopo le prime reazioni assai preoccupate degli ambientalisti e dell’opinione pubblica non solo giapponese, il governo nipponico si è affrettato a dichiarare che tuttavia non è stata ancora presa una decisione definitiva. Il ministro ha sottolineato che molti scienziati ritengono il rischio di contaminazione, sia per la fauna sia per gli esseri umani, molto basso. La portavoce del governo, Yoshihide Suga, ha subito reagito definendo “personali” le proposte di Harada, che mercoledì dovrebbe lasciare l’esecutivo guidato dal premier Shinzo Abe in occasione di un rimpasto annunciato. Nel 2016 una commissione di esperti incaricata dal ministero dell’Industria di Tokyo aveva definito l’ipotesi dello sversamento in mare “la soluzione più rapida e meno costosa”, senza escluderne altre meno “praticabili” e assai più costose. Secondo gli esperti servirebbero 7 anni e 4 mesi per riversare le acque contaminate in modo che si diluiscano, con un costo stimato pari a 28 milioni di euro. Altri tecnici hanno affermato che s’impiegherebbero almeno 8 anni e il costo sarebbe 10 volte superiore. Attualmente nulla è stato deciso per diluire queste acque in mare, perché le concentrazioni di trizio e altre sostanze radioattive sono al di là dei limiti. “Bisogna rispettare standard” internazionali prima di poter rovesciare in mare le acque, ha dichiarato una fonte ministeriale. Un’altra commissione governativa giapponese studia questa ipotesi dal 2016, valutando i danni collaterali sull’immagine del Giappone e l’impatto sui settori agricolo e della pesca. Gli edifici della centrale dove si trovano i reattori erano stati danneggiati dalle esplosioni di idrogeno causate dal terremoto e dallo tsunami conseguente. Dopo aver constatato che tre reattori si erano addirittura sciolti, il governo giapponese allora decise che l’area sarebbe stata pulita attraverso una vasta operazione. Ma questa richiede molti decenni per essere completata.
Oggi, la maggior parte degli isotopi radioattivi è stata rimossa usando un processo di filtrazione complesso, ma il trizio non può essere neutralizzato, ragione per cui l’acqua è stata immagazzinata. Secondo numerosi studiosi, l’acqua con il trizio, che esiste anche in natura, verrebbe rapidamente diluita nella vastità dell’Oceano Pacifico. Questa ipotesi era già circolata in modo non ufficiale negli ultimi anni trovando l’opposizione della potente lobby del mercato ittico. La cucina giapponese, del resto, è a base di riso e pesce. La decisione definitiva non sarà facile da prendere. Si tratta infatti di una questione anche geopolitica. Lo dimostra l’immediato commento negativo della vicina Corea del Sud. Seul ha assicurato che se Tokyo andrà avanti con questa decisione, danneggerà ulteriormente la tribolata relazione tra i due Paesi, da mesi di nuovo ai ferri corti.