Discarica Oceano Pacifico. Tokyo lo vuole radioattivo

Al termine di un’estate già funestata dagli effetti del cambiamento climatico, arriva dal Giappone una notizia allarmante. Il ministro dell’Ambiente, Yoshiaki Harada, ha spiegato alla stampa che potrebbe essere necessario sversare nell’Oceano Pacifico le acque contaminate dalla centrale nucleare di Fukushima. Harada ha specificato che urge trovare un modo per sbarazzarsi dell’acqua usata per raffreddare il materiale nucleare rimasto nella centrale distrutta dal terremoto e dallo tsunami nel 2011, perché lo spazio nelle vasche di stoccaggio si esaurirà nel 2022.

In questi otto anni sono state pompate ben 200 tonnellate di acqua al giorno. Dopo le prime reazioni assai preoccupate degli ambientalisti e dell’opinione pubblica non solo giapponese, il governo nipponico si è affrettato a dichiarare che tuttavia non è stata ancora presa una decisione definitiva. Il ministro ha sottolineato che molti scienziati ritengono il rischio di contaminazione, sia per la fauna sia per gli esseri umani, molto basso. La portavoce del governo, Yoshihide Suga, ha subito reagito definendo “personali” le proposte di Harada, che mercoledì dovrebbe lasciare l’esecutivo guidato dal premier Shinzo Abe in occasione di un rimpasto annunciato. Nel 2016 una commissione di esperti incaricata dal ministero dell’Industria di Tokyo aveva definito l’ipotesi dello sversamento in mare “la soluzione più rapida e meno costosa”, senza escluderne altre meno “praticabili” e assai più costose. Secondo gli esperti servirebbero 7 anni e 4 mesi per riversare le acque contaminate in modo che si diluiscano, con un costo stimato pari a 28 milioni di euro. Altri tecnici hanno affermato che s’impiegherebbero almeno 8 anni e il costo sarebbe 10 volte superiore. Attualmente nulla è stato deciso per diluire queste acque in mare, perché le concentrazioni di trizio e altre sostanze radioattive sono al di là dei limiti. “Bisogna rispettare standard” internazionali prima di poter rovesciare in mare le acque, ha dichiarato una fonte ministeriale. Un’altra commissione governativa giapponese studia questa ipotesi dal 2016, valutando i danni collaterali sull’immagine del Giappone e l’impatto sui settori agricolo e della pesca. Gli edifici della centrale dove si trovano i reattori erano stati danneggiati dalle esplosioni di idrogeno causate dal terremoto e dallo tsunami conseguente. Dopo aver constatato che tre reattori si erano addirittura sciolti, il governo giapponese allora decise che l’area sarebbe stata pulita attraverso una vasta operazione. Ma questa richiede molti decenni per essere completata.

Oggi, la maggior parte degli isotopi radioattivi è stata rimossa usando un processo di filtrazione complesso, ma il trizio non può essere neutralizzato, ragione per cui l’acqua è stata immagazzinata. Secondo numerosi studiosi, l’acqua con il trizio, che esiste anche in natura, verrebbe rapidamente diluita nella vastità dell’Oceano Pacifico. Questa ipotesi era già circolata in modo non ufficiale negli ultimi anni trovando l’opposizione della potente lobby del mercato ittico. La cucina giapponese, del resto, è a base di riso e pesce. La decisione definitiva non sarà facile da prendere. Si tratta infatti di una questione anche geopolitica. Lo dimostra l’immediato commento negativo della vicina Corea del Sud. Seul ha assicurato che se Tokyo andrà avanti con questa decisione, danneggerà ulteriormente la tribolata relazione tra i due Paesi, da mesi di nuovo ai ferri corti.

Prove di impeachment Russi, donne, interessi: come inchiodare Trump

L’estate dell’America è finita, i ragazzi sono tornati a scuola, i politici sono tornati sul Campidoglio e si ricomincia a parlare di impeachment, dopo una tregua di settimane. La Commissione Giustizia della Camera vota oggi una risoluzione che fissa le regole per indagare sull’operato del presidente con più poteri di quanti ne aveva il procuratore speciale sul Russiagate Robert Mueller e decidere, in ultima istanza, se raccomandare o meno l’attivazione degli articoli sulla messa in stato di accusa di Donald Trump. Un iter che dovrà poi essere avallato dalla Camera, dove la speaker Nancy Pelosi tira il freno: ammesso che s’arrivi all’incriminazione del presidente, il giudizio sarà poi del Senato, dove i Repubblicani sono maggioranza.

A scuotere Washington è anche il licenziamento, improvviso, ma non inatteso, di John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale (è il terzo a saltare). Trump lo ha fatto fuori perché non andava d’accordo con lui. Eppure, era stato proprio lui a scegliere questo noto “dottor Stranamore” della diplomazia statunitense, oltranzista su tutti i fronti caldi, Iran, Afghanistan, Corea, Venezuela. Una delle ultime liti è stata sull’idea di Trump di voler ospitare i leader dei talebani a Camp David. Quello di domani è un primo passo tecnico verso un possibile impeachment. La stampa Usa nota che la risoluzione ricalca i voti procedurali che segnarono l’inizio delle indagini per l’impeachment dei presidenti Richard Nixon e Bill Clinton (il primo evitò la destituzione dimettendosi, il secondo venne assolto). Il campo democratico è diviso sull’opportunità di provare a rovesciare Trump non battendolo alle elezioni presidenziali l’anno prossimo, ma con strumenti giudiziari: se uscisse indenne da un processo percepito come politico sull’intreccio di contatti tra emissari del Cremlino e la sua campagna nel 2016, il magnate presidente sarebbe praticamente sicuro d’essere rieletto; ma gli basterebbe pure un processo che gli creasse intorno un’aura di persecuzione politica, senza arrivare ad assolverlo o a condannarlo.

Nell’estate delle sparatorie e dei balletti sui controlli sulle armi – prima, qualche concessione all’emotività popolare; poi, una marcia indietro allo schioccare delle dita della Nra –, e del broncio alla Danimarca perché non gli vende la Groenlandia, del braccio di ferro con l’Iran sul nucleare e con la Cina sui dazi, la credibilità di Trump non s’è rinforzata. I comici dei programmi tv notturni scherzavano domenica sera: “Il presidente ha annunciato di avere cancellato l’incontro coi Talebani sull’Afghanistan… Ci crederò, quando lo diranno i Talebani…”: la battuta è di Seth Meyers.

La risoluzione in discussione alla Camera oggi è uno strascico dell’insoddisfazione dei democratici per le conclusioni dell’inchiesta sul Russiagate e per l’insipida testimonianza offerta al Congresso – era fine luglio – dal procuratore Mueller: il suo rapporto finale non assolve il presidente dall’accusa di avere ostruito la Giustizia, ma neppure lo incrimina perché il suo mandato non lo prevedeva. Se approvata, la risoluzione darà potere agli avvocati consulenti della Commissione Giustizia d’interrogare testimoni, consentirà l’acquisizione di informazioni sensibili a porte chiuse e vincolerà il presidente a rispondere per iscritto a qualunque accusa gli venga mossa.

Sull’agenda delle indagini, oltre ai temi del Russiagate, il ruolo di Trump nei pagamenti effettuati dall’allora suo avvocato personale Michael Cohen a donne che sostenevano di avere avuto con lui relazioni extraconiugali, i dubbi su grazie e perdoni concessi, il sospetto che la sua famiglia tragga vantaggi illeciti da attività ufficiali. È di queste ore la decisione della Us Air Force d’avviare un’inchiesta sullo stazionamento di un equipaggio in Scozia, in una proprietà del presidente. I deputati democratici hanno pure aperto un altro fronte contro l’Amministrazione Trump, avviando un’inchiesta su sospetti di pressioni sull’Ucraina da parte della Casa Bianca. Il presidente e il suo avvocato Rudy Giuliani avrebbero insistito perché Kiev fornisse informazioni negative su familiari di Joe Biden, ex vicepresidente e battistrada nella corsa alla nomination democratica. Il figlio sarebbe in affari con una compagnia di gas ucraina.

Jerry Nadler, il presidente della Commissione, 72 anni, deputato dello Stato di New York, è un ultrà dell’impeachment, di cui prevede l’avvio entro l’anno. Nadler è conscio che la Casa Bianca darà battaglia sulle richieste della Commissione, se la risoluzione passerò, ma calcola che le dispute davanti ai giudici possano risolversi entro novembre.

Il tema dell’impeachment entrerà, quasi certamente, anche nell’ormai imminente terzo round – giovedì, in California – di dibattiti fra i candidati alla nomination democratica per Usa 2020. La schiera dei pretendenti va riducendosi, dal record di 24, proprio mentre Trump scopre d’avere un rivale (in più) in casa: l’ex governatore della South Carolina Mark Sanford ha deciso di contestargli la nomination repubblicana. Finora, il presidente aveva un solo avversario, e non un peso massimo: Bill Weld. Ora, nella scia di Sanford, potrebbero muoversi Larry Logan, governatore del Maryland, e John Kasic, governatore dell’Ohio, che nel 2016 andò oltre le attese.

 

Ast, riecco la cassa integrazione Thyssen vuole lasciare Terni

Tra i lavoratori dell’acciaieria Ast di Terni è tornato il panico: la proprietà, che fa capo al gruppo tedesco Thyssen, ha appena chiesto tredici settimane di cassa integrazione per 1.200 dipendenti su un totale di 2.350. Il motivo è una crisi che riguarda le commesse, in calo soprattutto tra i clienti ordinari. Solo tre mesi fa, a giugno, è stato firmato un accordo al ministero dello Sviluppo economico; il testo prevede la produzione di un milione di tonnellate di acciaio inox nel periodo tra il primo ottobre 2019 e il 30 settembre 2020. Proprio nella data individuata per l’avvio del piano partiranno però gli ammortizzatori sociali, ecco perché i sindacati hanno paura ora che quell’obiettivo non sarà raggiunto. Ma, soprattutto, temono per quello che sarà il destino dello stabilimento umbro, più volte al centro di voci su una possibile cessione.

Lunedì e ieri sono state due giornate di scioperi. I rappresentanti dei lavoratori aspettano un incontro con la società e sperano che il dossier arrivi sulla scrivania del nuovo ministro Stefano Patuanelli. “Pesa questa situazione di incertezza – dice Claudio Cipolla dell’Ast di Terni – con la Thyssen che è in fase di riorganizzazione da circa sette anni. Il governo italiano dovrebbe sentire quello della Germania e capire quali siano le intenzioni: ritengono il sito umbro strategico o vogliono venderlo? L’importante è che ce lo dicano”. Già nel 2011 i tedeschi di Thyssen avevano provato a liberarsi dell’Ast e di tutte le fabbriche di acciaio inox. Poi però nel 2012 l’intervento dell’Antitrust europeo li aveva costretti a riprendersi lo stabilimento di Terni. A quel punto però l’impresa provò ad applicare una cura dimagrante, abbassando il carico e soprattutto adottando un pesante taglio di personale. Ne nacquero lunghe trattative durante le quali, tra l’altro, un gruppo di lavoratori subì le cariche della polizia durante una manifestazione a Roma a novembre del 2014: un episodio che mise in grosso imbarazzo il governo Renzi, insediato da pochi mesi e pesantemente attaccato dall’allora segretario della Fiom Maurizio Landini. Comunque, quella vertenza si chiuse con un accordo: niente licenziamenti ma ben 300 uscite volontarie.

A giugno di quest’anno, come detto, le parti sono tornate al ministero, decidendo di tirare per un altro anno con gli stessi volumi e mantenendo i posti di lavoro. L’annuncio della cassa, però, sembra sparigliare le carte. E rischia di riaprire a Terni l’ennesimo fronte caldo della siderurgia italiana, settore già stressato da situazioni complicate che vanno dall’ex Ilva di Taranto a Piombino passando per l’ex Alcoa in Sardegna e la Ferriera di Trieste.

Il caso dei balneari: come non gestire i beni comuni

La faccenda dei 30mila stabilimenti balneari che incassano molte centinaia di milioni all’anno (per chi li usa sono i più cari d’Europa), mentre pagano allo Stato noccioline per le concessioni, continua a fare scalpore, a fine vacanze. La legge europea (la nota Bolkestein) che richiede ormai dal 2006 che siano messe a gara è prorogata all’infinito, con una brillante operazione di voto di scambio.

Storia identica come logica a quella delle quote latte, in cui tutti gli italiani dovrebbero pagare le multe degli allevatori inadempienti, ma tanto amici della Lega. I pochi che strillano e votano compatti l’hanno sempre vinta sui tanti che pagano e, non sapendo, tacciono. L’Europa non ama i monopoli, ma i politici italiani sì, eccome. Tanto da dipingere le leggi europee pro-concorrenza come perfide interferenze di burocrati, invece che sacrosante tutele dei consumatori.

Ma vediamo più da vicino cosa vorrebbe dire fare gare per gli stabilimenti balneari, che sono un monopolio naturale come le autostrade o gli aeroporti (le spiagge non possono essere costruite da privati in concorrenza). La considerazione che le gare debbano risarcire gli investimenti fatti di chi c’è adesso diamola per buona, anche se il fatto che finora hanno pagato noccioline e fatto fiumi di profitti potrebbe però far venire qualche legittimo dubbio.

Poi cosa succede? La normativa è vaga. Di fatto dice solo che le concessioni non possono essere eterne e lascia ampi spazi ai singoli Paesi. In prima ipotesi la gara la vince chi offre più soldi allo Stato per continuare l’attività. Ma questo per gli utenti è una fregatura: i vincitori alzerebbero i prezzi. Occorre che la gara sia fatta stabilendo dei tetti alle tariffe per il pubblico. E questo meccanismo, infatti, vale per tutte le infrastrutture. Lo Stato deve decidere quanta rendita vuol pigliarsi rispetto a quella che prima si prendevano i gestori.

Qui la teoria economica un po’ può aiutare: le rendite fanno male all’economia nel suo complesso (diminuiscono il surplus sociale). Quindi meglio nelle gare imporre tariffe che ripaghino solo i costi vivi dei gestori per far funzionare gli stabilimenti (compreso un ragionevole profitto sui soldi che investono loro, e i costi vivi degli enti pubblici che possono avere nel gestire le spiagge, per la sorveglianza, ecc.).

Ma questa storia delle rendite dei concessionari andrebbe vista dal nuovo governo in termini molto più complessivi. Anche se l’ex ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Toninelli ha difeso bene gli utenti delle autostrade dalle rendite dei concessionari (anche se non è affatto certo che la battaglia sia vinta), di rendite ce ne sono ancora tantissime, per esempio negli aeroporti, ma anche nel settore pubblico. Qui non vengono rapinati gli utenti, ma i contribuenti: l’assenza di gare maschera delle inefficienze che poi vengono pagate (e mascherate) con sussidi “per obiettivi sociali”.

Sacrosanti questi obiettivi, ma i sussidi potrebbero essere molto più bassi se le gare avessero prima garantito che i gestori fossero quelli più efficienti, cioè quelli che, a parità di obiettivi sociali da raggiungere, chiedessero meno sussidi.

Prendiamo due casi di infrastrutture pubbliche più noti e clamorosi: la rete ferroviaria e le reti idriche. È giustificatissimo che la proprietà di queste reti rimanga pubblica. Possiamo chiamarli “beni comuni”, come piace a molti, anche se il nome tecnico è “monopoli naturali”, come si è già detto. Non è possibile costruire reti in concorrenza a queste altre due. Sarebbe un incredibile spreco di soldi, ed effettivamente gli obiettivi sociali potrebbero essere compromessi dalla proprietà privata di tali reti.

Ma cosa c’entra, invece, la gestione di questi “beni comuni” che rimangono pubblici? Gli obiettivi sociali sono che queste reti producano buoni servizi a prezzi bassi, o addirittura servizi gratuiti, se così si decidesse politicamente. Per ottenere più servizi sociali, o prezzi più bassi per chi li usa, occorre assolutamente che le imprese che gestiscano questi servizi siano le più efficienti possibili, e le meno legate a pressioni politiche e clientelari possibili (il “voto di scambio” di cui si è detto). È stranoto che la gestione pubblica delle reti dell’acqua, a causa di gestioni clientelari, abbia lasciato delle manutenzioni non fatte per almeno 30 miliardi che qualcuno dovrà pagare. E ragionamenti del tutto simili si possono fare per la gestione della rete ferroviaria, che costa ai contribuenti cifre rilevantissime.

L’unica strada per ottenere risultati efficienti, in tutto il mondo, non è fare prediche ai manager – spesso di nomina politica, anzi, partitica – ma metterle in gara periodicamente, cioè verificare nella realtà chi ha la capacità e le tecnologie per garantire quei buoni servizi e quei bassi prezzi che sono il vero e l’unico obiettivo sociale legittimo. E se il vincitore si comporta male, si sogna poi ovviamente di vincere la gara successiva. Certo, c’è il pericolo che l’impresa più efficiente, che vince la gara, sia straniera. Ma forse adesso possiamo sperare che il motto “prima gli italiani” non sia usato per bloccare i miglioramenti possibili ai servizi che gli italiani useranno.

Di Maio: “Revoca dei contratti a chi ha fatto crollare il ponte Morandi”

“Bisogna avviare una revisione generale sulla concessioni autostradali, non ci sono soltanto i Benetton”, ma allo stesso tempo “nel programma c’è da revocare le concessioni a chi ha fatto cadere il Ponte Morandi: a dirlo, ieri, il ministro degli Esteri e capo politico di Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio a di Martedì, sottolineando che chi non garantisce la manutenzione delle autostrade “non le può più gestire”. Nei giorni scorsi, l’ex ministro dem Graziano Delrio aveva ammesso che “alcune concessioni, in particolare quelle collegate alla tragedia del ponte Morandi, vanno riviste” e “che potranno anche arrivare fino alla revoca”. Anche il premier Conte lo aveva ribadito alla Camera: “Quanto al tema di concessioni autostradali avviato a seguito del crollo del ponte Morandi, porteremo a completamento il procedimento senza nessuno sconto per gli interessi privati”.

 

Ford, Moody’s taglia il rating a ‘spazzatura’. Debito troppo alto

Batosta per Ford: è stata declassata dall’agenzia di rating Moody’s. Prospettive non proprio rosee per una delle aziende leader delle automobili
a livello mondiale, il cui titolo che viene ora considerato “spazzatura” (junk), così come si dice in gergo economico. Gli analisti sono molto scettici in merito al piano di rilancio della multinazionale americana prospettato dall’ad Jim Hackett, e circa il fatto che lo stesso sia in grado di generare cassa nel più breve tempo possibile. Il nuovo giudizio su Ford è stato quindi a portato a Ba1, che rappresenta anche il primo del non-investment grade, e che come anticipa già lo stesso nome, rischia di allontanare come la peste gli investitori istituzionali, e nel contempo, di aggravare il debito dell’azienda americana.

Brescia-Padova illegittima, ma nessuno interviene

È l’autostrada A4 Brescia-Padova il primo, vero banco di prova per Paola De Micheli. Rispetto a una concessione fuorilegge, scaduta da 5 anni e mai ritirata, la nuova ministra Pd dei Trasporti e delle infrastrutture deve decidere se fare finta di niente come i predecessori. Oppure se affrontare gli spagnoli di Abertis che di quella concessione sono titolari da tre anni e quindi, per via transitiva, fare i conti con i Benetton e Atlantia che oltre ad Autostrade controllano pure Abertis. La decisione della Corte dei conti di qualche giorno fa di avviare l’iter per la richiesta di quasi 600 milioni per danno erariale per la concessione Brescia-Padova al vecchio gruppo dirigente di Anas, l’azienda pubblica delle strade che un tempo aveva il controllo e la vigilanza sulle autostrade, ha il merito di mettere il timbro ufficiale su una vicenda assurda, nota nell’ambiente dei trasporti e delle infrastrutture, ma tenacemente nascosta.

Dopo aver ritirato la concessione ad Abertis-Benetton, De Micheli può rimetterla a gara consegnandola al miglior offerente. La ministra, infine, potrebbe addirittura chiedere la restituzione dei pedaggi indebitamente incassati dal concessionario attuale e dal precedente (Banca Intesa) negli ultimi anni e cresciuti a dismisura, più del doppio dell’inflazione. Non si tratta di spiccioli, almeno 300 milioni che potrebbero essere scalati dai più di 700 riconosciuti per contratto al concessionario come valore di subentro, una sorta di buonuscita a ristoro della fine della concessione. De Micheli potrebbe dimostrare che le regole, sia quelle dello Stato di diritto sia quelle del mercato, valgono anche per i Benetton.

I pretendenti per la concessione Brescia-Padova A4 non mancano di certo: i 146 chilometri di asfalto che collegano le due città tra Lombardia e Veneto sono tra i più ricchi d’Italia, secondi solo agli oltre 400 chilometri della A22 del Brennero. Ogni giorno sulla Brescia-Padova transitano oltre 90 mila veicoli che garantiscono un incasso di circa 1 milione di euro. Come quella di molte autostrade italiane, la storia della Brescia-Padova comincia a metà del secolo passato, quando il 12 luglio 1956 viene affidata dallo Stato alla società Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova. A rigore di legge dopo 30 anni, cioè nel 1986, la Brescia-Padova sarebbe dovuta tornare nella piena disponibilità del suo legittimo proprietario, lo Stato. Ma, così come per altre autostrade, anche per la Brescia-Padova non è successo e la scadenza della concessione è stata più volte rinviata con “atti aggiuntivi” giustificati dalla necessità di finire nuovi lavori sul tracciato.

Il 9 luglio di 12 anni fa, ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, la svolta. L’Anas guidata da Pietro Ciucci firma una nuova convenzione e sposta di 30 anni la fine della concessione, scadenza 2026. Con un vincolo forte, però (articolo 4, comma 1): il prolungamento fu concesso “in funzione della realizzazione della Valdastico Nord”, una nuova autostrada che avrebbe dovuto incrociare la A22 del Brennero. L’Unione Europea pose a sua volta un secondo vincolo: il progetto definitivo per la Valdastico doveva essere presentato entro il 30 giugno 2013. A quella data, però, di progetti neanche l’ombra. Faticosamente il ministro Graziano Delrio (Pd) ottenne dall’Europa una proroga di 2 anni, ma anche il 30 giugno 2015 il progetto non c’era e difficilmente ci sarà nel futuro prossimo per il semplice motivo che la Provincia di Trento la Valdastico non la vuole perché toglierebbe traffico alla A22 di cui proprio Trento è uno dei maggiori azionisti. Delrio sarebbe stato obbligato a far rispettare le regole ritirando la concessione già 4 anni fa, ma non lo fece. De Micheli può rimediare. Lo farà?

La Corte dei Conti stronca le concessioni autostradali

Anche la Corte dei conti boccia le concessioni autostradali. La revisione “sostanziale” dei contratti evocata dal premier Giuseppe Conte nel suo discorso ha ora una base di partenza. A chiederla, infatti, sono i magistrati contabili. Dopo una lunga istruttoria, avviata a inizio 2018, il giudice Antonio Mezzera ha consegnato il rapporto sull’intero settore, visionato dal Fatto, alla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato – a cui partecipano Palazzo Chigi, ministero delle Infrastrutture e dell’Economia – che dovrà approvarlo il 24 settembre prossimo.

Il documento, 156 pagine, è un duro atto di accusa, che poggia anche sulle critiche pesanti – e inascoltate – delle autorità indipendenti (Concorrenza, Contratti pubblici, Anac, Banca d’Italia) e ripercorre 20 anni di regali, zero trasparenza, mancata apertura alla concorrenza, assenza di gare, proroghe ripetute, scarsi controlli, extra-profitti stellari a fronte di investimenti calanti e clausole capestro in barba alle leggi.

Emblematico è il caso di Autostrade per l’Italia, oggi dei Benetton, il colosso più esposto alle critiche che gestisce 3mila dei 6mila chilometri di rete (in totale i gestori sono 22). Con la privatizzazione del 1997 fu firmata la nuova convenzione con l’Anas con una proroga di 20 anni (al 2038), giustificata con il fatto che si trattava di un’azienda statale. La Corte dei conti non validò la proroga, visto che “avrebbe alterato le condizioni di equilibrio determinate dai piani finanziari, risolvendosi in un beneficio ingiustificato”. Contro si pronunciò anche l’Antitrust. Tutto inutile e la proroga divenne la prassi per tutte le altre concessioni. Risultato? Nel 2003 i Benetton prendono il controllo e già due anni dopo gli investimenti effettuati erano inferiori di 2 miliardi rispetto ai 4,1 previsti dai piani finanziari 1997-2005. Soldi non accantonati ma “usati per finanza speculativa”, spiegò il ministero delle Infrastrutture in Senato nel giugno 2006. Dal 2004 si decise che le proroghe servivano perfino a sanare i contenziosi pregressi. Secondo il rapporto, la Corte dei conti ha “dichiarato illegittimo” l’affidamento del 1997. L’effetto, però, è stato nullo. La più grande convenzione è rimasta col vecchio impianto, senza “tante prescrizioni di garanzia e salvaguardia del bene pubblico”.

Nel 2008 il neonato governo Berlusconi blindò le concessioni per legge pur essendo contratti privati, per superare le critiche degli organi tecnici di controllo e con il Parlamento all’oscuro dei documenti per poter valutare. Quella di Autostrade, per dire, era stata bocciata dal Nucleo per la regolazione dei servizi di pubblica utilità (Nars) anche perché conteneva una clausola mostruosa che garantisce ai Benetton un indennizzo gigante anche in caso di revoca per colpa grave, come “crolli e disfacimenti”, quello che è poi successo col ponte Morandi. Una norma illegittima secondo il rapporto, perché vietata dal codice civile. Insomma, la concessione si può revocare senza penali miliardarie.

Le critiche riguardano tutti gli ambiti, a partire dalla prassi con cui i concessionari affidano tutti i lavori in house, in barba alla legge (quella del 2017, peraltro, è molto blanda) e alle direttive Ue. In 20 anni si è messo in piedi un sistema “irrazionale”, con proroghe continue, ritardi nel mettere a gara le concessioni e modelli tariffari oscuri e penalizzanti che hanno generato incrementi “senza riscontro nei costi”, sempre più alti dell’inflazione, anche grazie a “una sistematica sottovalutazione dei volumi di traffico”, e remunerato capitali mai investiti a rendimenti stellari a fronte della “costante diminuzione degli investimenti”. Dal 1993 i ricavi dei concessionari sono raddoppiati, da 2,5 a 6 miliardi, di cui un quarto finiscono in profitti. Critiche forti anche per l’assenza di personale adeguato al ministero per effettuare i controlli, assai carenti.

Tirate le somme, la Corte dei conti raccomanda di cambiare passo e soprattutto “una rapida introduzione del nuovo sistema tariffario elaborato dall’autorità dei Trasporti per riequilibrare i rapporti a vantaggio dello Stato”, visto che remunera solo il capitale davvero investito e riduce le tariffe. I signori del casello sono già sul piede di guerra.

Gronda, De Micheli e il Pd vogliono ancora il regalo da 10 miliardi ai Benetton?

La neo ministra Paola De Micheli ha subito annunciato l’intenzione di avviare la costruzione della famosa Gronda di Genova. Speriamo che, per inesperienza o per legami di partito, non segua la via più facile: rispolverare tale e quale il progetto approvato dall’ex ministro Graziano Delrio, sinora solo accantonato da Danilo Toninelli.

L’accordo raggiunto nel settembre 2017 tra Delrio e la società Autostrade per l’Italia (Aspi) prevede che la Gronda venga costruita secondo il progetto elaborato dalla società, controllata dalla Atlantia dei Benetton, che ne finanzierebbe il costo previsto di circa 4,3 miliardi. In cambio di questo e di altri investimenti, il governo concederebbe 4 anni di proroga della concessione (dal 2038 al 2042). Poi un indennizzo di subentro di 5,6 miliardi da pagarsi al termine e, infine, una revisione della regola tariffaria per cui i pedaggi aumenterebbero con l’inflazione al 100% (contro solo il 70% di oggi), più lo 0,5% l’anno.

A dicembre 2017 sul Fatto ho stimato che tutte queste misure determinerebbero, nei prossimi 23 anni, maggiori introiti per Aspi per circa 25 miliardi, cioè quasi sei volte il costo previsto della Gronda. Questo perché il ministero ha attualizzato costi e ricavi in modo da assicurare al concessionario un rendimento dell’8% al netto delle imposte. Considerando che i costi di finanziamento sono oggi bassissimi (alcune società emettono obbligazioni con tasso vicino allo zero) si può stimare che il progetto Delrio, se attuato nei termini indicati, comporterebbe un beneficio netto per Aspi valutabile, in valore attuale, a poco meno di 10 miliardi.

Come potrà, un governo che non ha ancora escluso di revocare la convenzione ad Aspi, approvare già subito a favore di quella stessa società una proroga di 4 anni (con in più un indennizzo di subentro tanto elevato che renderà poi inevitabili ulteriori proroghe e quindi la perpetuazione in eterno della concessione) oltre a un beneficio finanziario che vale tre volte il costo della Torino-Lione?

Nella prima pagina del mio libro (I Signori delle Autostrade) ho scritto che non esiste nessun settore come le concessioni dove un ministro o un governo possano fare regali tanto grandi senza incontrare opposizione dall’opinione pubblica: prorogando le concessioni si possono moltiplicare i profitti futuri dei concessionari senza che i “pedaggiati”, che continuiamo a pagare al casello, nemmeno se ne accorgano. Sotto questo aspetto, il progetto Delrio è un capolavoro: risolve la congestione attorno a Genova, crea lavoro e fa esultare di gioia la Aspi senza che nessuno percepisca alcun costo immediato: tutti felici, peccato che a pagare un costo spropositato saranno poi le generazioni future. È un caso assimilabile al finanziamento di opere pubbliche che, a distanza di anni, produrranno perdite: poiché la collettività non percepisce né può valutare gli oneri che in futuro le verranno accollati è ben difficile trovare uomini politici disposti a opporsi agli interessi delle lobby del cemento o delle concessioni.

Per la Gronda, le domande che la neo ministra dovrebbe porsi sono almeno tre. Primo: il progetto elaborato già da anni dalla Aspi è il migliore possibile? Sul sito del ministero sono esposte varianti assai meno costose, analizzate dagli esperti incaricati da Toninelli: perché non valutarle invece di precipitarsi ad approvare un vecchio progetto? Secondo: la costruzione di questo nuovo tronco non potrebbe assai meglio essere affidata all’Anas o messa a gara invece di riservarla all’Aspi senza gara? Il fatto che l’opera sia prevista nella concessione Aspi non può certo pregiudicare la possibilità per lo Stato di costruire dei collegamenti stradali di pubblica utilità nei modi che ritiene più opportuni. Terzo: quali soluzioni possono essere adottate per ridurre gli oneri finanziari degli investimenti autostradali che ricadono poi sugli utenti “pedaggiati”? Non è accettabile che venga ancora riconosciuto ai concessionari, su investimenti senza rischio, un rendimento vicino al 10% al lordo delle imposte.

Il progetto Aspi-Delrio prevede che l’onere del finanziamento della Gronda sia coperto mediante futuri incrementi dei pedaggi su tutta la rete Aspi. Molto meglio sarebbe se fosse lo Stato stesso a finanziare il costo della Gronda (magari in un progetto alternativo che può costare la metà) ripagandosi poi con incrementi dei canoni di concessione su tutta la rete autostradale (oltre che sui pedaggi pagati dagli utenti della Gronda). Ricordiamo che dalle autostrade lo Stato incassa ogni anno 1.500 milioni di Iva e 650 milioni di canoni di concessione, oltre alle imposte sugli utili dei concessionari. L’onere per la collettività potrebbe essere assai minore se lo Stato imputasse all’opera interessi di poco superiori al suo costo di raccolta (ad esempio 1,5-2%) oppure, se si applicasse lo stesso tasso richiesto dal concessionario, sarebbe lo Stato invece del concessionario a lucrare l’enorme profitto finanziario dato, su 25 anni, dalla differenza tra il 10% e un costo di raccolta vicino allo zero. Ciò potrebbe avvenire senza nemmeno violare la concessione: la gestione della Gronda potrebbe essere lasciata alla concessionaria che percepirebbe la parte di pedaggio necessaria a coprire i soli costi di gestione (unbundling). Si eviterebbe di rendere eterne le rendite dei concessionari continuando a concedere sempre nuove proroghe.

Il ministro Delrio concesse tutte le proroghe richieste dalle concessionarie. C’è da augurarsi che la neo ministra De Micheli non voglia consolidare l’impressione che le concessionarie trovino nel Pd il maggior paladino dei loro interessi.

Asili gratis, iniqui come il bonus Renzi

È più giusto ed equo togliere le rette a tutti gli asili nido per incentivare le nascite, come propone il governo Conte, o alzare l’imposta di successione come ha suggerito il senatore Mario Monti ieri in Senato? Il senso comune risponde gli asili nido. Ma gli economisti obiettano che si tratta di una misura iniqua: il problema principale è la scarsità di posti che spinge le famiglie non indigenti verso esose strutture private. Rendere gratuito l’asilo si può fare in due modi: aumentando la spesa pubblica per avere più posti gestiti dallo Stato (e a beneficiare sarebbero non i più poveri, ma le famiglie relativamente più benestanti oggi escluse dalle graduatorie) oppure fornendo voucher da spendere nel pubblico – per coprire l’intera retta – o nel privato, lasciando a carico dei genitori la differenza (le disuguaglianze resterebbero, i benefici andrebbero tutti ai privati che potrebbero anche alzare i prezzi). La soluzione razionale, per quanto meno popolare, sarebbe alzare le rette nel pubblico a chi le può pagare per offrire più posti a chi non ha risorse proprie o è oggi escluso. In alternativa, si può aumentare il gettito fiscale generato altrove per ampliare l’offerta alle condizioni di oggi. E quale serbatoio di risorse migliore della imposta di successione?

Oggi un padre che lascia patrimoni fino a un milione di euro a ciascun figlio di fatto non è tassato. Lo Stato incassa appena 800 milioni di euro l’anno dall’imposta di successione. Ci sono tante proposte di riforma che lasciano esenti i ceti medio-bassi ed evitano che ereditare la casa dei genitori generi un problema di liquidità.

Togliere le rette agli asili nido senza un’azione redistributiva tipo l’aumento dell’imposta di successione sarebbe una scelta analoga al bonus renziano degli 80 euro: non un aumento di equità, ma un regalo a quegli italiani che, per reddito e ceto, sono potenziali elettori del Pd (e forse del M5S).