Il Green New Deal in salsa Ue. Verde sì, ma a basso impatto

Il Green New Deal è stato esplicitamente citato nel discorso programmatico per il Conte 2, che ha tra l’altro promesso “blocco delle concessioni per gli idrocarburi” e “protezione dell’ambiente e delle biodiversità” in Costituzione. Queste misure, sebbene siano un’inversione di tendenza rispetto allo Sblocca-trivelle ideato da Renzi, hanno con il Green New Deal la stessa relazione che il rattoppo di un paio di buche ha con la soluzione del problema delle strade di Roma. Di Green New Deal si parla dalla fine degli anni 2000. L’idea, condivisa allora dai Verdi europei e dall’Amministrazione Obama, era di reagire alla crisi finanziaria del 2007, con investimenti green che potessero allo stesso tempo creare lavoro e affrontare la questione climatica. Un’elaborazione poco profonda che non ha prodotto grandi risultati: le banche sono state salvate a suon di miliardi di dollari, l’ambiente no (durante l’Amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno aumentato la produzione di petrolio da 5 a più di 9 milioni di barili al giorno grazie al fracking).

I precedentipiù interessanti del Green New Deal affondano le radici negli anni Settanta, quando gli choc petroliferi del 1973 e del 1979/80 avevano fatto impennare i prezzi del petrolio e tutti credevano nel prossimo esaurimento dei giacimenti. Negli Stati Uniti, il presidente democratico Jimmy Carter pronunciò davanti alla nazione il famoso discorso sulla crisi energetica come “equivalente morale della guerra” in cui parlava della necessità di frenare il consumismo, aumentare il prezzo della benzina, investire nelle alternative per restituire al popolo americano quella fiducia che era stata spezzata dal Watergate e dalla crisi petrolifera. La proposta fu poi spazzata dalla vittoria di Ronald Reagan nel 1980.

I piani per il Green New Deal dei candidati democratici americani quest’anno differiscono da quelli del passato per il carattere di urgenza riversato sulla questione ambientale, particolarmente (ma non solo) per la necessità di limitare le emissioni di CO² da fonte fossile, azzerandole nel 2050 per bloccare l’aumento della temperatura media del pianeta e danni climatici irreversibili. Questa urgenza, incarnata nella retorica netta e senza fronzoli di Alexandria Ocasio-Cortez fa assumere alle proposte di Green New Deal un carattere del tutto nuovo.

I diversi “piani verdi” proposti dai democratici hanno alcuni punti in comune, almeno sulle questioni energetiche. Il primo è che la decarbonizzazione del settore della produzione di energia e dei trasporti dovrebbe avvenire in sostanza entro il 2030. Tale obiettivo intermedio sarebbe un passo verso la totale decarbonizzazione dell’intera economia entro il 2050. Da questo discende la seconda caratteristica del Green New Deal, e cioè considerare utili ma insufficienti per l’assalto contro le fonti fossili le misure di mercato (ecotasse, incentivi per l’acquisto di macchine elettriche o l’isolamento delle abitazioni) e rendere necessario un piano di investimenti pubblici di dimensioni epocali nel settore della produzione e distribuzione dell’energia e nelle tecnologie rinnovabili. Il candidati dem alla Casa Bianca Bernie Sanders parla di 16 mila miliardi di dollari in 15 anni, circa 20 volte l’intera spesa pubblica annuale italiana.

Il terzo punto in comune è l’accento posto sulla questione della giustizia energetica: l’idea cioè che il mondo dopo le energie fossili dovrà essere più giusto di quello trainato dalle fonti fossili. Sarebbe dunque necessaria una battaglia legale e morale contro il capitalismo petrolifero, garanzie per i lavoratori impiegati nel settore delle fossili, sistemi cooperativi e decentralizzati per la distribuzione di energia, nuovi lavori stabili e ben retribuiti.

Nel Green New Deal della maggior parte dei candidati democratici, la componente New Deal è altrettanto (se non più) importante della componente Green. Come il New Deal rooseveltiano degli anni Trenta è stato un programma per risollevare le masse americane dalla Grande Depressione, esplicitamente indirizzato contro Wall Street e i grandi gruppi industriali, il Green New Deal, indirizzato contro Big Oil e i profitti di Wall Street, dovrebbe prendere a modello esperienze come l’agenzia statale Tennessee Valley Authority delle origini che ha garantito elettricità a basso costo e occupazione.

Questa visione del Green New deal non coincide con il programma delineato dalla neo presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per un’Europa verde: decarbonizzazione entro il 2050 con investimenti di 1.000 miliardi di euro nelle rinnovabili finanziati principalmente dalla Banca europea per gli investimenti (dunque legati a bond sottoscritti da privati), con l’aggiunta di incentivi vari e carbon tax. Per esempio, i bond Bei dovrebbero finanziare società private che dovrebbero operare secondo una mera logica di profitto.

Il Green New Deal di Ursula e, si parva licet, quello di Conte, sembrano privilegiare l’aspetto Green (economia verde) rispetto a quello New Deal (investimenti pubblici e giustizia sociale). Basteranno pochi mesi o pochi anni per capire se questa strategia green moderata sia in grado di evitare la crescita della diseguaglianza energetica e di garantire significativi miglioramenti nella riduzione delle emissioni di CO² per rispettare i target di Parigi; o se, invece, servirà il genere di interventismo statale ipotizzato dai democratici progressisti americani.

L’eterno ritorno di Franceschini: la sinistra si svegli

Come eravamo. Col ritorno di Dario Franceschini è come se nulla nei Beni Culturali e Paesaggistici fosse avvenuto nel frattempo. Col riaccorpamento del Turismo ai Beni Culturali (anziché allo Sviluppo Economico, come chiede Italia Nostra) torniamo pari pari agli schemi di Renzi, a cui le Soprintendenze facevano ribrezzo e la tutela anche peggio, volendo trasformare i musei, a partire dagli Uffizi, “in macchine da soldi”. Santa ignoranza: lui, come Franceschini, all’epoca suo fido, non sapevano che il Grand Louvre era in passivo per metà del proprio bilancio (il resto ce lo mette lo Stato) e che il Metropolitan Museum si trovava in stato pre-fallimentare. Ma dove vivono, o meglio dormono, i 5 Stelle, gli esponenti di LeU o di altre sinistre al governo?

All’epoca, Franceschini aveva lasciato (diciamo così) Bersani per Renzi lanciandolo al potere. Oggi ha lasciato Renzi per Zingaretti. Questi gli unici indubbi meriti politici. Nelle ultime elezioni comunali infatti, mentre Delrio si difendeva bene a Reggio Emilia e Richetti a Modena, lui ha perso clamorosamente Ferrara (a vantaggio di un candidato leghista da raccapriccio) e due antiche roccheforti della sinistra come Copparo e Lagosanto. Una disfatta. Meriti politici, quindi, sottozero. E quelli del passato ministeriale? Ha gettato in discarica alcuni dei valori fondamentali, anzi dei vanti, della cultura italiana e cioè:

1) ha tagliato con l’accetta l’unicità di tutela e valorizzazione creando caos gestionale e un indebolimento della tutela;

2) ha staccato in modo assurdo Territori e Musei, negato il valore stesso di “contesto”, creato una separatezza fra scavi (Soprintendenze) e loro risultati (Musei);

3) non ha saputo, o voluto, recuperare granché del salasso berlusconiano dei fondi statali per Beni culturali e paesaggio, precipitati dallo 0,39 dei governi D’Alema/Amato allo 0,19 di Berlusconi e risaliti sì e no con lui allo 0,25…

4) ha fatto bassa macelleria delle Soprintendenze, unificandole come aveva fatto il fascismo nel 1923;

5) ha infierito con l’accetta sulla Soprintendenza archeologica autonoma di Roma creata dal ministro Veltroni per servire uno spezzatino senza senso moltiplicando scartoffie, confini e difficoltà;

6) ha creato un Parco del Colosseo che mette insieme la Domus Aurea neroniana e il Palatino dove nacque Roma, figuratevi la coerenza scientifica;

7) ha lasciato le Soprintendenze in ombra e con mezzi scarsi nel post-terremoto 2016-2017 di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, Visso, ecc., accettando supinamente che il direttore generale del Mibact, Antonia Pasqua Recchia, non facesse puntellare nulla. E in tal modo le successive scosse e la grande nevicata del gennaio 2017 hanno completato il disastro. Renzi-Franceschini si sono comportati in modo opposto a Prodi-Veltroni del 1997 in cui tutto, anche di notte, venne puntellato, salvando la Basilica Superiore di Assisi;

8) quel misero 4 per cento di ricostruzione di Amatrice nasce da lì, dall’emarginazione dei tecnici veri, dalla scarsità dei fondi e dei mezzi tecnici impiegati, in ritardo per di più.

E ora un ministro di questo inossidabile valore, e forse il più importante della delegazione Pd – con quei risultati tecnici ed elettorali (da scappare all’Elba se non a Sant’Elena) –, torna a darci lezioni di bravura. Magari con Salvo Nastasi come capo di gabinetto? Col suo fido giurista Lorenzo Casini (di recente ha lodato la capacità di tutela dei musei… Ma quale?) magari sottosegretario, in modo da non avere fastidi al Collegio Romano? Cinque Stelle e LeU dove siete? Soprattutto dove dormite?

Il fascista che si appella alla democrazia fa ridere: è il ladro che chiama il 113

Spettacolari, i fascisti italiani. Nel senso che lo spettacolo è impareggiabile: salti mortali, carpiati e piroette. Testacoda e salti di corsia, capottamenti, inversioni a U e altre mirabolanti gesta, come per esempio urlare in piazza Montecitorio col braccio teso nel saluto romano, indifferentemente “Duce-Duce” e subito dopo “Elezioni!-Elezioni!”. Il fascista che si appella alla democrazia fa molto ridere, è come il rapinatore che chiama il 113.

Poi, nella bolgia della piazza boia-chi-molla è calata la notizia che a mollarli è stato Facebook, oscurando le pagine di alcuni gerarchetti di Forza Nuova e CasaPound, e lì è scattato il pandemonio. Lo spettacolo dei fascisti che urlano “fascista” a qualcun altro è delizioso, un contrappasso esilarante, la storiella del bue che dà del cornuto all’asino, in confronto, era roba da dilettanti. Così, eccoli precipitarsi su un social network che non li ha (ancora?) oscurati, Twitter, e lì fioccano le perle, come quella di Simone Di Stefano, Obergruppenführer di CasaPound che sostiene che Facebook “si configura come un servizio pubblico” visto che ci sono moltissimi italiani iscritti. Un po’ come dire che siccome negli anni Sessanta tutti avevano una Fiat, allora la Fiat era di tutti. Invece no: Facebook è un’azienda privata, ha un suo regolamento, quando vi si accede si accettano le sue regole, e ogni tanto le applica pure.

Diciamolo: è un peccato.

È un peccato che un’azienda privata faccia quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da anni, da decenni. Perché sembrerà strano, ma anche la Repubblica Italiana, come Facebook, ha le sue regole, che sono scritte nella Costituzione (XII disposizione finale: “È vietata la ricostituzione del partito fascista in ogni sua forma”) e in qualche legge scarsamente applicata (la legge Scelba, la legge Mancino). Insomma, duole constatare che un’azienda privata è arrivata prima dello Stato, che è stata più efficiente e meno timorosa.

Detto questo, cioè che la Repubblica Italiana doveva fare da tempo quello che la ditta di Zuckerberg ha fatto l’altroieri, rimane sospeso nell’aria un certo sentore di corto circuito. Riassumiamo a grandi linee: i nostri nonni, dopo l’immane disastro e i milioni di morti regalatici dal puzzone mascelluto, hanno cacciato il fascismo a colpi di schioppo. Poi hanno fondato una Repubblica. Poi hanno scritto una Costituzione. Poi hanno fatto delle leggi perché i fascisti non potessero fare apologia di quel disastroso crimine. E poi però, per cacciare i fascisti dal dibattito pubblico e impedirgli la diffusione di odio etnico e razziale, è dovuto intervenire un multimiliardario americano inventore dei like.

Difficile non sentire la nota stonata, la campana fessa.

Infatti l’azienda, in un comunicato, ha spiegato la sua decisione appellandosi alle regole che gli utenti dovrebbero conoscere, e ha sottolineato che alla base della decisione “non ci sono motivi ideologici”. E questo è un altro peccato, è come dire che se un fascista inneggiasse alla dittatura, al boia-chi-molla, al me-ne-frego, con parole gentili andrebbe tutto bene. Invece no. Si dimostra che le regole dello Stato sono migliori e più rigide di quelle di Facebook (bene), ma che lo Stato non le applica e invece Facebook sì (male), e questo mette un po’ di tristezza.

Del resto, si sa (leggere il prospetto illustrativo) che quando metti qualcosa sul più grande social network del mondo, la proprietà intellettuale di quello che pubblichi diventa sua, che siano gattini, foto di nipotini o virili appelli a otto milioni di baionette. Forse qualcuno dovrebbe spiegarlo ai nazionalisti, sovranisti, suprematisti, che i loro frementi prima-gli-italiani sono stati regalati a un algoritmo made in Usa il quale, come da regolamento, può farne ciò che vuole, anche mandarli al confino quando gli pare.

Quegli insospettabili orfani di Salvini

Bastava ascoltare, ieri al Senato, Matteo Salvini con il suo stile da comizio domenicale ad Abbiategrasso (con i poveri leghisti in favore di telecamera comandati a spellarsi le mani) per chiedersi come mai gli eredi Mussolini non abbiano ancora sporto querela contro chi continua ad azzardare paragoni duceschi tra il fu Capitano e il loro congiunto, che almeno sapeva parlare.

Il fatto è che dallo scorso 8 agosto in poi, con la geniale manovra della sfiducia al governo Conte Uno (paragonabile per acume e destrezza a uno che si cappotta nel parcheggio), l’ex tante cose ha lasciato senza lavoro, oltre a un plotone in gramaglie di ministri e sottosegretari, quanti sul nuovo antifascismo stavano costruendo successo e notorietà. Dando così ragione al grande Ennio Flaiano che già nel 1944, dopo aver raccolto la facezia sul come “le iscrizioni all’antifascismo fossero chiuse”, osservava che “l’Italia stando ai primi calcoli non dovrebbe produrre più un fascista sino alla fine dei secoli, ma soltanto antifascisti” (L’occhiale indiscreto, Adelphi).

A dire il vero, la mamma dei fascisti è sempre incinta, anche se il crollo delle nascite ha colpito anche questo particolare settore che, va ricordato, fino agli anni 80 era saldamente radicato in Parlamento con quel Msi, erede diretto del famigerato ventennio e di Salò, che di voti ne raccoglieva milioni (altro che i prefissi telefonici di CasaPound e Forza Nuova).

Altra cosa è invece l’eterno fascismo italiano, “la nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni” (Umberto Eco) che, siamo seri, meriterebbe ben altro allarme rispetto al nostro giovanottone con l’occhio pigro e la voglia di Nutella. Tutto ciò per dire che la manifesta antipatia e diffidenza che il Conte Due suscita nei tanti sinceri antifascisti che dovrebbero, al contrario, essere un tantino rassicurati dalla diga M5S-Pd, fragile e improvvisata quanto si vuole ma pur sempre un argine alla “marea nera”, alla “rabbia nera”, alla “violenza nera”, può derivare (l’antipatia) da due motivi simili anche se diversi. Il primo – l’eclisse del fascismo che toglierebbe audience all’antifascismo – è solo una volgarità. L’altro argomento che secondo molti commentatori non certo di destra rende preferibile a questo governo tutto, a cominciare dal voto anticipato, si fonda su una aspettativa di tipo editoriale. L’informazione, è noto, prospera soprattutto nei conflitti come dimostrano gli ascolti televisivi seguiti alla pazza crisi di agosto e l’improvviso impennarsi delle vendite dei giornali. Certo, l’incontenibile Salvini del Papeete e il ruggito del Conte in quel del Senato sono eventi straordinari con un impatto pubblico difficilmente ripetibile. Adesso però la prospettiva sembra molto meno eccitante con un governo di necessità e con un premier destinato alla mediazione.

Dopo l’estate al mojito, rischiamo dunque un autunno camomilloso e se ciò forse può fare bene al Paese, alle tirature molto meno.

Insomma, occorre a tutti i costi un nemico. La destra della piazza urlante lo ha trovato nella retorica della sinistra voltagabbana affamata di poltrone. Mentre la sinistra non sa che pesci prendere. Perciò l’altra sera, a Otto e mezzo, quando Carlo De Benedetti (già patron del gruppo Repubblica-Espresso) dopo aver impallinato il nuovo governo si è dichiarato nettamente a favore dello scioglimento delle Camere abbiamo pensato che al posto del sottopancia che lo definiva, bizzarramente, “ingegnere” doveva esserci scritto “editore”. Ma forse ci sbagliamo.

Mail box

 

I dem tornano al potere, però il passato non si dimentica

Caro Travaglio,

sono infuriato, e lo sono anche con te. Ma veramente supponevi che il Pd potesse essere l’approdo meraviglioso? Veramente pensavi che il Pd potesse cambiare? Veramente ritenevi che il Pd potesse con i 5 Stelle creare quella compagine di governo di cui l’Italia aveva e ha bisogno? Ecco qua! Sabato avete titolato “Ritornano i Dinosauri”, domenica Orlando ritiene che le intercettazioni siano pericolose. E certo, perché qualche altro scheletruccio c’è sempre… Perché hai visto mai che potesse venirsi a sapere che sulla questione autostrade, qualche soldo sia arrivato in tasca al Pd… E magari, gratta gratta, ascolta ascolta, sbobina sbobina, per la questione banche o su affari di famiglia qualche problemuccio potrebbe saltare fuori. E certo, le bobine su Napolitano ce le siamo scordate. Caro direttore, che fai? Ricominci col Turtel al posto del Cazzaro verde? Guarda che la fiducia quando la si perde non la si riacquista più!

Marcello Scalzo

 

Caro Marcello,

mai pensato ad approdi meravigliosi. In un sistema tripolare e proporzionale bisogna fare coalizioni. E questa è meno peggio di quella che Salvini ha mandato all’aria e di quella che avremmo avuto al governo finendo subito a votare.

M. Trav.

 

L’ha uccisa, ma non per amore: basta giustificare i carnefici

Come donna, professionista, figlia e fidanzata mi sento profondamente ferita dal modo in cui i media hanno trattato la tragica vicenda di Elisa Pomarelli. Il titolo del Giornale “Il gigante buono e quell’amore non corrisposto” è l’emblema di un modo di approcciarsi a queste vicende che non può più essere tollerato. Mi domando per quale ragione, quando di mezzo c’è una donna e un movente passionale, l’attenzione dei media si sposti sempre su chi ha le mani sporche di sangue. Elisa è morta, ma a tratti non si distingue più la vittima dal carnefice. I giornalisti che ne scrivono dovrebbero scegliere le parole con meno leggerezza o cambiare linea editoriale.

Sofia Giudici

 

Governo: ringraziate il leghista per aver fatto la voce grossa

La Lega, ora come ora, fa un’opposizione non politica, semplicemente indecente, volgare e fuori da ogni civismo, anche in luoghi istituzionali, come il parlamento. L’ex ministro dell’Interno però sarebbe da ringraziare, perché, col suo pregresso atteggiarsi rispetto a buona parte degli Italiani, ha fatto in modo che M5S e Pd, due partiti che correvano il rischio di affondare in un pozzo di assoluta nullità fino a scomparire, riprendessero a camminare verso la nuova avventura di governo. Salvini non è mai stato migliore di Di Maio, anzi: le sue continue defezioni nei contesti europei, ma anche al parlamento italiano, a mio avviso erano imputabili a scarsa preparazione istituzionale, circostanza che lo ha portato a non esporsi in maniera consona, se non nelle spiagge. Di Maio avrebbe sfigurato meno, malgrado la sua inesperienza politica. Detto questo, suggerirei sia al Pd che al M5S di essere miti nella dialettica contro l’opposizione, perché il grande incendio iniziale, promosso dalla Meloni e da Salvini stesso, per protestare contro l’insediamento del nuovo governo, si spegnerà a breve: gli Italiani si sono resi conto che i nervi d’acciaio, pacatezza ed educazione dell’attuale primo ministro, valgono di più degli sforzi per tenere vivo il citato “fuocherello” folcloristico.

Arnaldo De Porti

 

DIRITTO DI REPLICA

Puntualizzazione a proposito dell’articolo “Una speranza in più: la sanità di sinistra”. L’Università Campus Bio-Medico di Roma è una Istituzione no-profit che, con i suoi Corsi di laurea e Scuole di Specializzazione, contribuisce alla formazione di Medici, Infermieri, Fisioterapisti, Tecnici sanitari, etc. al servizio della Ricerca scientifica e del Sistema Sanitario Nazionale.

Il suo Policlinico universitario eroga prestazioni in convenzione con il servizio Sanitario Regionale, per le quali riceve esclusivamente i rimborsi previsti. La stragrande maggioranza degli investimenti, a differenza di quanto avviene nelle strutture pubbliche, non gravano su fondi pubblici, con notevole beneficio finanziario per questi.

Il Pronto soccorso è un servizio alla collettività, che richiede grande impegno e notevoli sacrifici per chi lo eroga. La buona sanità è fondata su una rete di Istituzioni, pubbliche e private (che svolgono una funzione pubblica, e sono, a tutti gli effetti, parte della sanità pubblica, e non hanno scopo di lucro), che interagiscono e collaborano efficacemente. Proporre una visione strumentale o immaginare un contrasto è una lettura lontana dalla realtà.

Felice Barela, Presidente Università Campus Bio-Medico di Roma

 

Ringraziamo l’ufficio stampa del Campus Biomedico per la precisazione informativa sui suoi principi e servizi, che qualunque lettore e cittadino può agevolmente trovare online, dove può trovare anche i bilanci del Campus e i finanziamenti ricevuti dalla Regione Lazio dal 2007 a oggi, che confermano quanto da noi scritto nell’articolo.

d.r.

Hollywood. Le accuse di Susan Sarandon contro il cinema “affaristico” sono faziose

Buongiorno, ho letto con molta perplessità le ultime dichiarazioni di Susan Sarandon, un’attrice che adoro, ma che mi ha lasciata francamente di stucco. Si accorge ora che “per vincere un Oscar servono tanti soldi” e che “il cinema è diventato affaristico e lobbistico”? Anzi, io ero quasi convinta che l’industria cinematografica – grazie alle nuove tecnologie e piattaforme – fosse diventata più democratica e accessibile… Mi aiutate a capirci qualcosa, per favore?

Rita Dondi

 

Gentile Rita, la signora Susan Sarandon sa di che parla. Di nomination agli Academy Awards ne ha avute cinque, di cui una trasformata: migliore attrice protagonista per “Dead Man Walking”, 1996, regia di Tim Robbins, nel cast Sean Penn. Le dichiarazioni vengono dal festival di Toronto, dove ha presentato il dramma sull’eutanasia di Roger Michell, “Blackbird”, al fianco di Kate Winslet, Mia Wasikowska e Sam Neill. A domanda se il ruolo possa provvederle la sesta candidatura, ha risposto: “Certo, mi piacerebbe molto”, aggiungendo però che “devi avere così tanto dietro di te, così tanti soldi. Devi organizzare una campagna di sei mesi per ottenere una nomination. Le cose sono davvero cambiate”. Ha, la signora Sarandon, messo le mani avanti? Diamole credito, almeno fino al 13 gennaio del 2020, allorché verranno svelate le cinquine degli Oscar: se sarà tra le nominate, avrà avuto i soldi per esserlo, e solo quelli, perché la bravura è stata lei stessa a levarla dal piatto. Sicuri, poi, che dal 1982 al 1996 – periodo in cui cadono le sue cinque candidature – le cose fossero radicalmente diverse, il valore l’unico passepartout per la cinquina? Nel caso, per quattro volte su cinque Susan sarebbe risultata meno brava – almeno – di una collega. Contenta lei. Venendo alle piattaforme, cara Rita, non è che Netflix – l’anno scorso ha speso più di tutti, 30 milioni di dollari solo per la campagna Oscar di “Roma” – e competitor abbiano reso più democratico l’iter, semmai più munifico, ma dollaro più, dollaro meno, non accadeva lo stesso decenni fa? Non lo esige forse quella che giustamente definisce industria cinematografica, e che tale è non da oggi? Ma a rendere capziosa la garbata intemerata della signora Sarandon è un altro passaggio: “Devi farti il culo adesso perché un film possa competere con quelli che gli Harvey Weinstein di questo mondo stanno spingendo”. A Weinstein – ricordate “La vita è bella” vent’anni fa? – anche noi dobbiamo tanto in sede Oscar, alla signora Sarandon invece che ha fatto?

Federico Pontiggia

Inchino a Ventimiglia: s’indaga sull’omaggio alla famiglia del boss

Non si placano le polemiche per la processione della Madonna di Polsi a Ventimiglia, unica città fuori dalla Calabria dove da quattro anni si celebra questo rito mariano caro all’ndrangheta. Il corteo religioso è sfilato nel centro storico del Comune di confine sabato scorso, come raccontato ieri dal Fatto. Ora emerge che i carabinieri hanno aperto un’indagine per accertare se sia avvenuto un inchino, come denunciato con un video dal referente ligure della Casa della Legalità, Christian Abbondanza, secondo il quale la processione si sarebbe fermata davanti a Carmelo Palamara, seduto su una panchina assieme alla moglie. La scena del presunto inchino-omaggio è stata ripresa e inserita in un video di circa 7 minuti, che Abbondanza ha pubblicato e che è stato acquisito dai carabinieri. Carmelo Palamara è fratello di Antonio, morto alcuni anni fa e ritenuto boss della locale ’ndrina ventimigliese. La vicenda ha avuto anche risonanza politica, per la presenza nel video del consigliere comunale della Lega Massimo Giordanengo. Quest’ultimo però ha negato di aver partecipato alla processione, affermando d’esser stato sul posto per altre ragioni.

Contatti tra pusher e appuntato. Le indagini dei carabinieri

La vicenda dell’omicidio di Mario Cerciello Rega – il carabiniere ucciso la notte del 25 luglio scorso a Roma – potrebbe riservare ulteriori novità. Non tanto sull’omicidio del vicebrigadiere di cui sono accusati due americani Finnegan Lee Elder e Christian Natale Hjorth, quanto sui contatti tra qualche carabiniere e presunti pusher di Trastevere.

Il Nucleo investigativo guidato dal colonnello Lorenzo D’Aloia, ha avviato accertamenti sui rapporti tra Italo Pompei – soggetto “colpito da precedenti di polizia in materia di sostanze stupefacenti”, coinvolto nella prima parte della serata che finirà con la morte di Cerciello – e un appuntato. Si tratta di circa 2 mila contatti telefonici che – come anticipato il 6 settembre dal Corriere della Sera – l’uomo ha avuto in circa due anni con un carabiniere, anche questi estraneo all’indagine sull’omicidio.

Di che tipo di rapporti si tratta? È una domanda alla quale cercano di rispondere gli investigatori. Le verifiche sono in corso e qualora i carabinieri troveranno anomalie riferiranno in Procura. La vicenda potrebbe riservare novità, anche se risulta priva di punti di contatto con il caso Cerciello. Gli investigatori hanno infatti analizzato il traffico telefonico dal 1° gennaio al 26 luglio 2019, verificando che non vi era alcun contatto telefonico tra Cerciello o il suo collega Andrea Varriale con Italo Pompei. Sono invece stati trovati 16 contatti telefonici “il giorno 26 luglio scorso, tra le ore 00:24 e le ore 01:47” tra Pompei e Sergio Brugiatelli. Quest’ultimo è l’uomo al quale la sera del 25 luglio si rivolgono i due americani per cercare sostanze stupefacenti.

“Io gli rispondevo che non avevo lo stupefacente con me ma che ero in grado di recuperarlo”, racconta Brugiatelli sentito a sommarie informazioni. Dice quindi di aver contattato Italo il quale, a sua detta, “mi confermava di avere lo stupefacente (…) Dopo pochi minuti Italo (…) mi diceva di raggiungerlo (…) all’angolo con via Cardinale Merry del Val”. “Non appena entravamo in contatto con Italo – aggiunge – il ragazzo biondo gli consegnava del denaro e lui gli dava un piccolo involucro di carta stagnola”. Mentre avviene tutto questo, però, arrivano i controlli delle forze dell’ordine. “In questo frangente – continua il racconto di Brugiatelli – notavamo all’improvviso sopraggiungere due persone che bloccavano Italo. Capivo che erano due appartenenti alle forze dell’ordine, per tale motivo, io e il ragazzo biondo ci allontanavamo”.

Durante quel controllo, i militari che intervengono non identificano Pompei (si dirà dopo perché non aveva i documenti), ma vedono un giovane – poi identificato in Christian Natale Hjorth – “chinato a raccogliere qualcosa da terra – risultata essere una compressa di tachipirina – che poi consegnava a uno dei militari, dandosi nel contempo a repentina fuga”.

Avevano Natale tra le mani, ma gli era sfuggito. A quel punto, come ricostruito in un’informativa dei carabinieri, “gli operanti concordavano telefonicamente di incontrarsi in piazza Mastai con il vicebrigadiere Cerciello Rega e il carabiniere Varriale in servizio di perlustrazione”.

La ricostruzione degli incontri con Brugiatelli è stata confermata da Pompei (entrambi sono stati sentiti come persone informate sui fatti). “Le dichiarazioni del Pompei – scrivono i carabinieri – risultano sostanzialmente sovrapponibili a quelle di Brugiatelli, divergendo solo in merito alla circostanza della consegna della tachipirina al posto della sostanza stupefacente del tipo cocaina”.

Dopo il primo controllo delle forze dell’ordine al quale Brugiatelli con Natale era riuscito a sfuggire, la notte del 26 luglio succede anche altro. Brugiatelli infatti scopre che i due americani hanno portato via il suo zaino, e alle 2.04 chiama la centrale operativa dicendo di esser stato derubato. I due americani, racconta, gli hanno chiesto, in cambio della restituzione della borsa, 80 euro e un grammo di cocaina. A questo punto fissa un appuntamento con i 19enni, ma al posto di Brugiatelli si presentano Varriale e Cerciello. Ne nasce una colluttazione, alla fine della quale – secondo le accuse – Elder colpisce con un coltello Cerciello per ben undici volte. Il vicebrigadiere morirà poco dopo. I due americani vengono arrestati nelle ore successive e accusati entrambi di omicidio. Nel frattempo le indagini della Procura di Roma sono proseguite. Si è cercato, anche grazie alle immagini di alcune telecamere, di ricostruire cosa era accaduto quella notte. Ma sono anche venute a galla una serie di anomalie, come il fatto che né Cerciello né Varriale quella sera, in servizio in borghese, avessero con sé la pistola. Circostanza che è costata a Varriale un’indagine della Procura militare per violata consegna. Ora gli accertamenti dei carabinieri, ancora in corso, sui contatti tra Italo Pompei e un appuntato, entrambi estranei all’inchiesta sul delitto, potrebbero svelare un nuovo capitolo.

Banda della Magliana, condannato il figlio di Enrico Nicoletti

Quattro anni e tre mesi di reclusione per Massimo Nicoletti, figlio di Enrico, ritenuto dagli inquirenti esponente della Banda della Magliana. E la condanna decisa dal Tribunale di Roma nei confronti di Nicoletti, accusato dal pm Luca Tescaroli di trasferimento fraudolento di quote sociali al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali o agevolare il riciclaggio. Condannati a 3 anni Mario Mattei, ritenuto un prestanome, e a 2 anni e tre mesi Tarzan Stojanovic. Nicoletti per questa vicenda era stato arrestato dal Gico nel settembre del 2017 con l’accusa di aver trasferito quote e cariche sociali delle società Dama Investimenti 2011 srl a Mattei. Nicoletti, detenuto dallo scorso settembre e coinvolto nella vicenda in quanto amministratore di fatto e socio occulto della stessa Koros, risponde anche di bancarotta fraudolenta impropria documentale. Il figlio dell’ex cassiere della banda della Magliana è in carcere e già a processo con l’accusa di trasferimento fraudolento di beni finalizzato a eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniale. Ad arrestarlo gli uomini del Gico della Guardia di Finanza di Roma, coordinati dal pm Luca Tescaroli.

Diabolik, i pm verificano le accuse dell’amico

I nomi degli “intoccabili” citati da Fabio Gaudenzi detto Rommel, il “fascista di Roma Nord”, sono scritti nero su bianco nei verbali secretati della Procura di Roma. I magistrati della Dda, Nadia Plastina e Giovanni Musarò, stanno verificando le dichiarazioni rese lunedì a Rebibbia dal camerata e la sua “lista di nomi di donne, uomini, giovani e vecchi”. Servirà tempo per i riscontri e per capire se quanto raccontato da Gaudenzi potrà aiutare gli inquirenti nelle indagini sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli, il capo ultrà della Lazio soprannominato ‘Diabolik’ e condannato per traffico di droga, ucciso con un colpo di pistola alla testa lo scorso 7 agosto nel parco degli Acquedotti a Roma

In oltre cinque ore, Gaudenzi avrebbe parlato degli “affari” che lo legavano all’amico camerata Piscitelli e su una presunta attività di contrabbando di oro con l’Africa e il Medio Oriente. Tra i nomi fatti ai pm, potrebbero esserci quelli già citati nel suo video, girato in casa con il volto coperto da un passamontagna e poi pubblicato su Youtube, al termine del quale aveva sparato quattro colpi di pistola e chiamato la polizia per consegnarsi. Uno di questi potrebbe essere l’imprenditore Filippo Maria Macchi, amico d’infanzia di Gaudenzi, con il quale aveva pianificato, ma mai realizzato, “un viaggio in Africa per un’operazione speculativa connessa all’acquisto di un’ingente partita di preziosi”.

L’episodio è citato negli atti di Mafia Capitale, in cui si parla anche dell’usura subita dallo stesso Macchi nell’aprile del 2014, proprio da Gaudenzi e Raffaele Bracci, entrambi legati al ‘cecato’ Massimo Carminati, l’uomo chiave dell’inchiesta “Mafia Capitale”. I due, con il benestare di Carminati, gli avevano prestato del denaro come garanzia per “un’operazione di compravendita e di importazione d’oro dall’Africa”, in cambio Macchi riceveva “due orologi”, per un finanziamento del valore di “30 mila euro”, con interessi mensili “pari a 3 mila euro” per un tasso “del 120% annuo”. Nel processo Macchi aveva tentato più volte di non testimoniare, inscenando persino la morte di un parente. In aula era apparso visibilmente intimorito, tanto che il presidente della Corte aveva deciso di far spostare lo schermo in cui si vedevano i detenuti Carminati, Riccardo Brugia e Salvatore Buzzi per non farli vedere al testimone. Per l’usura ai danni di Macchi, Gaudenzi e Bracci sono stati condannati in abbreviato. Forse l’episodio di cui fa riferimento Rommel, e che vedrebbe coinvolto anche il defunto Piscitelli, potrebbe essere stato quello. Dell’omicidio del suo amico ha detto che è stata “un’azione messa in atto da mani straniere”, forse “albanesi”. E certamente Piscitelli aveva rapporti con albanesi coinvolti in indagini sulla criminalità organizzata.

“Ha deciso di fare i nomi e raccontare quello che sa, in una ricostruzione circostanziata – spiega Marcello Petrelli, difensore di Gaudenzi –. Non è un pentito, e non vuole diventare un collaboratore di giustizia, ma desidera vendicare la morte di Piscitelli e quella di un suo altro amico, Maurizio Terminali, avvenuta di recente a Brescia”. Gli inquirenti stanno verificando anche quest’ultimo riferimento a Terminali, un romano trasferitosi al Nord.

Gaudenzi è anche soprannominato “lo zoppo”, per via di una ferita d’arma da fuoco provocata durante l’assalto alla Banca commerciale di via Newton nel 1994, costatagli una condanna a 21 anni. Rimarrà in isolamento nel carcere di Rebibbia, sia per le dichiarazioni fatte nel video, sia per le minacce e gli insulti ricevuti da altri detenuti. A Tivoli è indagato per possesso di armi da guerra, un revolver 357 e una mitraglietta Uzi trovati in casa sua, sui quali sono in corso gli accertamenti balistici.