Il fascista Delle Chiaie se ne va coi segreti su 60 anni di trame

Cuore nero o cuore di Stato? “Er Caccola” si è sempre presentato come un “soldato politico”, puro militante della destra fascista che lavora per la “rivoluzione nazionale”. Molti dei suoi stessi camerati – primo fra tutti Vincenzo Vinciguerra, all’ergastolo per la strage di Peteano – lo accusavano di farsela invece con gli apparati dello Stato che diceva di combattere, di trescare con i servizi segreti, di essersi messo al servizio dell’Alleanza atlantica e della Cia.

È morto ieri, Stefano Delle Chiaie: aveva 82 anni, era ricoverato al Vannini di Roma.

Fascista, “er Caccola”. A 14 anni aderisce al Movimento sociale italiano, sezione Appio-Tuscolano di Roma. A 20 anni lascia il Msi per seguire Pino Rauti che fonda Ordine nuovo. Nel 1962 non gli basta neppure On e si costruisce un movimento su misura, Avanguardia nazionale. Ordine nuovo e Avanguardia nazionale saranno il vivaio della “guerra non ortodossa” combattuta in Italia a suon di attentati e stragi da attribuire ai “rossi”, per poi tentare il golpe che avrebbe ristabilito l’ordine. Viene teorizzata nel 1965 in un convegno all’hotel Parco dei Principi, a Roma, organizzato dall’istituto Pollio, espressione degli ambienti militari italiani e atlantici. Ha una prima applicazione l’anno successivo, quando lo Stato (l’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, regno dell’ineffabile Federico Umberto D’Amato) paga e fa stampare “manifesti cinesi” che inneggiano a Mao e attaccano il Pci. Ad attacchinarli sui muri delle città italiane sono le squadre nere di Delle Chiaie e di Ordine nuovo. Poi la parola passa alle bombe. Bombe “rosse”, nel 1969, sui treni, alla stazione Centrale di Milano, alla Fiera. In realtà nere: sono sempre On e An a entrare in azione. Fino all’attentato del 12 dicembre. Nel gruppo anarchico del colpevole designato, Pietro Valpreda, è infiltrato Mario Merlino, fascista e amico di “er Caccola”. Un anno dopo, Delle Chiaie guida la squadra di An che, durante il tentato golpe Borghese, la notte del 7 dicembre 1970 entra in armi fin dentro il Viminale. Sarà uno sconosciuto massone di nome Licio Gelli a ordinare ai golpisti (su input Usa?) la ritirata. Indagato per piazza Fontana, Delle Chiaie scappa nella Spagna franchista, poi nell’America latina delle dittature militari. Non sta con le mani in mano. Forma gruppi paramilitari per combattere l’Eta basca in Spagna e per la repressione nel Cile di Pinochet. Specialista in “lavori sporchi”, “er Caccola”: in Italia e all’estero, per conto di poteri che lo hanno usato mentre lui si vantava di usarli. Dopo la strage dell’Italicus (1974), il suo camerata Augusto Cauchi, generosamente finanziato da Gelli, fugge dall’Italia e all’estero si rifugia proprio da lui. Delle Chiaie è inseguito dalle indagini, ma mai raggiunto dalle sentenze, anche quando, arrestato a Caracas, viene riportato in Italia. Non ci sono prove sufficienti per gli attentati del 1969 a Roma contemporanei alla bomba di piazza Fontana; per gli attentati ai treni al Sud; per le attività eversive ben documentate dal giudice Guido Salvini; per la strage di Bologna. Colleziona assoluzioni.

Torna in azione nei primi anni Novanta, quando scoppia una nuova strategia della tensione. Mani pulite fa esplodere il sistema dei partiti della Prima Repubblica e Delle Chiaie fonda la Lega Nazionale Popolare, che si propone di dare vita – insieme a massoni e ai mafiosi di Leoluca Bagarella impegnato nelle stragi del 1993 – a una Lega del Sud che con la Lega di Bossi provi a spartirsi il Paese. È il momento cruciale della trattativa Stato-mafia. Poi il progetto Lega del Sud, o Lega delle Leghe, tramonta, dopo che Marcello Dell’Utri s’impegna, con Forza Italia, a dare uno sbocco più sicuro alla crisi. Quante storie sotterranee avrebbe potuto raccontare “er Caccola”. Se le porta nella tomba per sempre.

“Belsito ha diffamato Maroni sulla Libia”: pagherà 100 mila euro

Sei mesi di reclusione, con pena sospesa, e 100 mila euro di provvisionale immediatamente esecutiva da versare all’ex governatore della Lombardia, Roberto Maroni. La Corte d’appello di Milano ha confermato la sentenza del Tribunale nei confronti dell’ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito, imputato per aver diffamato l’ex governatore. Al centro del caso ci sono alcune dichiarazioni, pubblicate il 19 aprile 2012 dal settimanale Panorama, con cui Belsito sosteneva che l’allora ministro dell’Interno era stato “destinatario” di una “tangente da 54 milioni di dollari” per una commessa in Libia. Dichiarazioni che l’autore del pezzo, Giacomo Amadori, raccolse in una registrazione audio. I difensori dell’ex contabile del Carroccio, Alberto Ramin e Antonio Gallinaro, hanno annunciato ricorso in Cassazione, ritenendo la sentenza “ingiusta in quanto non ci sono i presupposti per la condanna”. Nel ritenere “ingiusta” la sentenza – che conferma quella emessa dal Tribunale l’8 novembre 2017 –, i due legali hanno spiegato che “Belsito non ha mai autorizzato quella pubblicazione e in quella registrazione non emerge mai la parola ‘tangente’ né il nome di Maroni”.

Nuova richiesta di domiciliari per il sindaco di Bibbiano

Nuove richieste di misura cautelare per cinque indagati dell’inchiesta “Angeli e Demoni” sui presunti affidi illeciti di bambini nella val d’Enza reggiana. Sono l’avvocato Marco Scarpati, Federica Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali, un’altra responsabile dei servizi sociali, un istruttore direttivo amministrativo e Andrea Carletti (in foto), il primo cittadino dem autosospesosi dal partito.

Tutti e cinque sono accusati di abuso d’ufficio in concorso perché, secondo la pm Valentina Salvi, fino al 2015 avrebbero agevolato affidamenti al legale Scarpati (per meno di 15mila euro) “simulando l’effettuazione di una formale procedura a evidenza pubblica per l’affidamento dell’incarico di consulente giuridico a favore del servizio sociale, procedura, in realtà, intrisa di macroscopiche e gravissime irregolarità volte a favorire” lo stesso Scarpati.

Al centro di questo intrigo di incarichi volto a favorire “la sistematica attribuzione di tutta la materia legale relativa ai minori affidati al servizio sociale ad un singolo soggetto” sempre Anghinolfi e Carletti. I due sarebbero “pienamente consapevoli della totale illiceità del sistema” che avrebbe favorito il gruppo di legato a Claudio Foti, il terapeuta arrestato per abuso d’ufficio, fondatore della onlus torinese Hansel & Gretel che prendeva in carico i bambini “abusati” e tolti alle famiglie originarie. La prossima settimana il Riesame di Bologna dovrà decidere proprio su Anghinolfi e Carletti. In ballo l’appello presentato dagli avvocati difensori che chiede la revoca degli arresti domiciliari per il sindaco Pd e la dirigente dei servizi, ritenuta dalla Procura una delle figure chiave. Istanza a cui la pm Salvi ha già presentato ricorso. A giugno, quando l’inchiesta esplose, erano 27 le persone iscritte nel registro degli indagati, recentemente salite a 30.

Nassirya, il generale Stano deve risarcire

Ifamiliari delle vittime della strage annunciata di Nassirya dovranno essere risarciti dall’ex generale dell’esercito, Bruno Stano, comandante della missione italiana in Iraq nel 2003, quando il 12 novembre di quell’anno un camion kamikaze distrusse la base Maestrale, uccidendo 28 persone. Le vittime italiane sono state 19: 12 carabinieri, 5 militari dell’esercito e 2 civili.

Nessuna condanna penale, però, per l’ex generale, ma solo civile. È in questa sede che Stano è stato ritenuto colpevole di aver “sottovalutato” l’allarme dei servizi segreti su un attentato “puntuale e prossimo” alla base italiana nonché responsabile per la “complessiva insufficienza delle misure di sicurezza”.

Forte la reazione di Riccardo Scottarelli, l’ormai ex carabiniere rimasto gravemente ferito nella strage: “Questi 16 anni hanno solo dimostrato che c’è un gruppo di potere che cerca di schiacciarti, di cancellarti, di ucciderti di nuovo pensando di farla franca. Hanno fatto tutto quello che potevano, cercando di seppellire le responsabilità. Ma alla fine la verità è venuta fuori” .

Stano – difeso dall’Avvocatura dello Stato – ha sostenuto di essere stato condannato dalla Corte di appello civile di Roma senza che il suo comportamento sia stato ‘lassista’ ma secondo i giudici della terza sezione civile della Cassazione “si ha colpa grave anche quando chi agisce non fa uso della diligenza, della perizia e della prudenza professionale esigibili in relazione al tipo di servizio pubblico” di cui si è responsabili. La “condotta colposa” dell’ex generale evidenzia “profili di negligenza e

imprudenza, in particolar modo con riferimento alla valutazione dei livelli di rischio”, da lui conosciuti come “pericolo effettivo e crescente, e come imminente, almeno dall’ottobre 2003”.

Nella sentenza si evidenzia “la mancanza di un’area di rispetto, l’ inesistenza di una serpentina, hesco-bastion troppo bassi e riempiti di ghiaia invece che di sabbia”. Non ha neppure provveduto “a temporanei posti di blocco o alla chiusura del ponte e della via”.

Amara Paola Cohen Gialli, vedova del carabiniere Enzo Fregosi: “Non c’è nulla da festeggiare per noi familiari delle vittime. È stato un percorso molto lungo e doloroso, che ora è finalmente arrivato a compimento”. Non si sa ancora a quanto ammonti la cifra che Stano dovrà risarcire ai familiari delle vittime perché la stabilirà una causa ad hoc. L’ex generale ha già beni sotto sequestro nell’ambito di una causa promossa da un militare sopravvissuto alla strage.

La Cassazione ha pure confermato, in un altro procedimento, il proscioglimento del colonnello dei carabinieri Georg De Pauli, comandante di base Maestrale. Non fu lui a decidere di “collocare la base nel contesto urbano di Nassiriya” e “aveva tentato di ottenere la chiusura della strada da parte del competente comandante”, cioè del generale Stano, “ma gli era stata concessa solo la chiusura di una corsia”.

La Corte sostiene Tabucchi: Schifani ko in Cassazione

“Si è ritenuto che la notizia, espressa da un intellettuale e scrittore, noto sulla scena culturale europea e internazionale, per quanto imprecisa nel riportare i fatti di cronaca penale che avevano coinvolto il soggetto politico, doveva valutarsi nell’ambito di un giudizio soggettivo di valore sulla prassi in uso nel nostro Paese di non scrutinare il passato dei candidati politici che intendano ricoprire le più alte cariche dello Stato”. E ancora: uno scrittore può esercitare il “diritto di critica politica” che “ha per sua natura carattere congetturale e non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva e asettica”.

A mettere la parola fine a una vicenda cominciata il 20 maggio 2008 è stata nel giugno scorso – con sentenza depositata il 5 settembre – la Terza sezione civile della Corte di Cassazione. L’intellettuale e scrittore di fama internazionale era Antonio Tabucchi, il soggetto politico Renato Schifani, che era stato da poco eletto presidente del Senato.

Nell’articolo “I fatti e i veleni” apparso su l’Unità, il professore aveva commentato alcune vicende riferibili al senatore e contenute nel libro di Marco Travaglio e Peter Gomez Se li conosci li eviti. In particolare, Tabucchi aveva riportato i “problemi giudiziari” occorsi a Schifani (le sue frequentazioni di personaggi condannati poi per mafia) e i “processi dai quali egli fu assolto”. Tanto bastò perché Schifani gli intentasse una causa civile per l’assurda cifra di un milione e 300 mila euro di danni. Le questioni sul tavolo erano due, una di carattere giuridico e una di carattere politico: Tabucchi aveva confuso un’archiviazione per un’assoluzione e aveva contestato il malcostume italiano di “non esigere di sapere se in vita sua un uomo politico di tale rilievo abbia fumato uno spinello”. Non lo chiedeva l’opinione pubblica, non lo facevano i giornali e questa grave omissione scandalizzava il Prof.

Nel 2011 il Tribunale di Pisa aveva dato ragione a Schifani, condannando lo scrittore a un risarcimento di 45 mila euro, oltre alle spese processuali. Una vicenda vissuta da Tabucchi, soprattutto nel suo ultimo anno di vita, come una sorta di intimidazione da parte di un’altissima carica dello Stato a un intellettuale libero. In seguito alla sentenza e a un appello lanciato dall’editore francese Gallimard, in favore di Tabucchi si schierarono gli scrittori di tutto il mondo, da Roth a Gavras, da Camilleri a Pamuk.

Sei anni dopo, nel 2017, la Corte d’appello di Firenze aveva accolto il ricorso della moglie, Maria José de Lancastre, e aveva ribaltato il primo grado: “Mentre il diritto di cronaca è ancorato alla più rigorosa obiettività – scrissero i giudici – il diritto di critica (…) implica un’attività valutativa di fatti ed eventi. La critica mira non già a informare, ma a fornire giudizi e valutazioni personali”. Ora la Cassazione, condannando Schifani al pagamento delle spese processuali, ha stabilito che aveva ragione l’appello, e quindi Tabucchi, uno “scrittore di fama internazionale, un professore di letteratura portoghese e un opinionista, e non un esperto di diritto o un giornalista di cronaca giudiziaria”; “per la maggioranza assoluta dei cittadini italiani – si legge poi nella sentenza – l’archiviazione di un procedimento penale corrisponde a una assoluzione del soggetto indagato”. Di più: ai soggetti politici – hanno riportato i giudici – “si richiede un alto tasso di resistenza e di tolleranza alla critica. I fatti riportati servivano non tanto per denigrare la persona del soggetto politico in questione, ma piuttosto come pretesto per mettere in luce le differenze sostanziali e culturali tra le diverse democrazie occidentali”. Tabucchi le aveva già chiare, le differenze, 11 anni fa, ed era capace di uno sguardo molto più ampio del microcosmo politico nostrano; la giustizia italiana c’è arrivata solo adesso. Ed è per questo che lui ci manca ancora di più.

I tweet amorosi di Jacoboni

Jacopo Jacoboni è un po’ così. Il giornalista della Stampa è un twittatore compulsivo. Agli esordi del M5S era uno dei massimi apologeti della “rivoluzione” grillina. Poi è diventato il più scalmanato fustigatore dei devianti costumi pentastellati. Però è molto indulgente con altri potenti. Un esempio? Il proprietario della tessera numero 1 del Pd, il grande editore Carlo De Benedetti, ex presidente del gruppo Gedi che edita tra l’altro Stampa e Repubblica e quindi paga lo stipendio a Jacoboni e grande sussurratore dei politici “progressisti”. Mettete insieme questi elementi: De Benedetti in prima tv che parla male dei Cinque Stelle, Jacoboni con il profilo Twitter aperto. Il risultato è un profluvio di cinguettii amorosi per le intemerate dell’Ingegnere contro i giallorossi. De Benedetti parla, Jacoboni va in visibilio e twitta in tempo reale: “Carlo De Benedetti, voterebbe la fiducia al governo M5S-Pd? ‘No. Abbiamo visto di tutto, ricchi premi e cotillon. Il premio del trasformismo, a Conte. Della falsità a Renzi. Salvini ha confuso il Viminale col Quirinale. Premio assoluto alla maggiore incompetenza: Di Maio’”. E dopo dieci minuti: “De Benedetti sull’Avvocato del popolo (aka avvocato di se stesso): ‘Per lui sedersi col Pd, con la Lega, è la stessa cosa. Lui che aveva firmato i decreti Sicurezza, la Diciotti. Per lui è la stessa cosa. è un trasformista, un manager, della politica’”.

De Benedetti gran burattinaio rimasto senza burattini nel Pd

Per la prima volta Carlo De Benedetti, tessera numero 1 del Partito democratico, non sostiene un governo con dentro il Partito democratico. “Io non voterei la fiducia a questo governo”, ha detto lunedì sera, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. “I padri di questo governo si chiamano Renzi e Grillo, e non mi sembra un grande albero genealogico”. E ancora: “Il premio del trasformismo va a Giuseppe Conte, quello della falsità a Matteo Renzi. Ma il premio assoluto per maggiore incompetenza spetta a Luigi Di Maio”.

Non è certo strano che De Benedetti, l’Ingegnere, parli pubblicamente di politica. È la sua passione. Da decenni. Gli piace essere, se non proprio il burattinaio, almeno il grande suggeritore della politica italiana. E magari incassarne – perché no – qualche beneficio per i suoi affari.

L’amore cominciò negli anni Ottanta, quando a dominare i palazzi del potere era il Caf, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani. De Benedetti fu ritenuto il leader-ombra del partito anti-Caf, la tacita alleanza tra l’ex segretario della Dc, Ciriaco De Mita, e l’allora leader del Pci-Pds, Achille Occhetto.

Fu poi Mani pulite a incaricarsi di liquefare i partiti della Prima Repubblica, con indagini che coinvolsero però anche De Benedetti, il quale partecipava al sistema di Tangentopoli – mazzette in cambio di appalti – come tanti suoi più silenziosi colleghi. Ammise di aver pagato tangenti per 10 miliardi di lire ai partiti di governo per far ottenere alla sua Olivetti una commessa dalle Poste italiane.

Dopo Mani pulite, negli anni Novanta arrivò Silvio Berlusconi, che invece di fare solo il suggeritore si fece egli stesso politica. De Benedetti, come editore di Repubblica e del gruppo l’Espresso, assunse allora il ruolo di leader – neanche tanto in ombra – del fronte anti-Caimano. Eppure non disdegnò di farci affari insieme: nella M&C, una società nata con la missione di salvare aziende in crisi, in cui era stato ventilato l’ingresso anche del Grande Nemico (Berlusconi). Dopo l’annuncio, il matrimonio sfumò, ma l’operazione nel 2005 gli fruttò belle plusvalenze, anche se acciaccate da un’accusa di insider trading per cui Cdb pagò alla Consob, la commissione che controlla i mercati finanziari, una sanzione di 30 mila euro.

Il suo amore per la politica e la voglia di raccontarlo a tutti gli giocano brutti scherzi. Come quando nel 2001, intervistato dal Corriere della Sera, inflisse un “buco” alla sua Repubblica rivelando di essere stato lui a suggerire il nome di Francesco Rutelli come candidato da contrapporre alle elezioni a Berlusconi. I risultati furono pessimi e il Caimano trionfò. Si rivoltò anche Gianni Cuperlo, allora nelle truppe di Massimo D’Alema, che su l’Unitàprotestò: “Il prossimo leader non lo sceglierà De Benedetti”. Fu Walter Veltroni, che a De Benedetti piacque e comunque proprio non brillò nella sua sfida all’avversario di cui in campagna elettorale non pronunciava neppure il nome.

Nel 2007 De Benedetti chiese la tessera numero 1 del Pd, tessendo le lodi di Rutelli e di Veltroni. Ciò bastò a farli tramontare. Arrivò Pier Luigi Bersani e De Benedetti esternò che il Pd lo aveva deluso. Cambiare idea è segno di vivacità intellettuale e Cdb cambiò idea nel 2012, quando annunciò che alle primarie del Pd avrebbe votato proprio per Bersani contro Matteo Renzi, fulminato così: “Di Berlusconi ce n’è bastato uno”. Peccato però che poi cambiò di nuovo idea e scelse Renzi – diventato “un fuoriclasse” – per le primarie 2013. A distanza di dieci anni, Cuperlo si fece risentire: “È in corso un’opa di Repubblica sul Pd”.

Più che un’opa, un insider trading. Un paio di anni dopo, nel gennaio 2015, De Benedetti fece visita a Renzi che gli anticipò la sua riforma delle banche popolari. Uscito da palazzo Chigi, l’Ingegnere telefonò al suo operatore finanziario, Gianluca Bolengo, ordinandogli di comprare azioni delle popolari. Bolengo investì 5 milioni di euro e gli fece guadagnare 600 mila euro di plusvalenza. La Consob segnalò l’operazione, la Procura di Roma aprì un’indagine. Ma poi la chiuse, salvando l’Ingegnere e condannando il povero Bolengo.

Prima, De Benedetti aveva sostenuto Mario Monti, preferendo il suo governo alle elezioni: fatte allora, avrebbe vinto il Pd, che invece s’incamminò sulla strada del declino. Aveva sostenuto anche Enrico Letta, e il declino si era approfondito. Aveva pure sostenuto (insieme all’arcinemico Berlusconi) la rielezione a presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, preferendolo a Stefano Rodotà.

L’amore per la politica, insomma, gioca brutti scherzi a lui e soprattutto agli oggetti del suo amore. È comunque un amore ricambiato: se la vecchia politica gli comprava i computer Olivetti per metterli negli uffici postali, la “nuova” politica – governo Ciampi, 1994 – gli regala in una notte le frequenze telefoniche per far decollare la sua Omnitel. Più recentemente, compie il miracolo di finanziare la sua malandata società energetica, Sorgenia, che nel 2013 aveva un buco di 537 milioni, ma viene sostenuta dalle banche (prima fra tutte Montepaschi) con 1,85 miliardi di prestiti e poi salvata quando la famiglia De Benedetti l’abbandona al suo destino. E Kos, residenze per anziani, è sostenuta al 46 per cento dai soldi pubblici del fondo healthcare di F2i.

Ma si sa che l’amore, quando è incontenibile, trabocca. E arriva fin nei verbali della Consob, in cui De Benedetti non si trattiene e si vanta di essere lui il vero manovratore del governo Renzi, di cui si definisce “advisor gratuito e saltuario”, nonché vero ideatore del Jobs Act (“Gliel’ho suggerito io”). Con questa storia alle spalle, che sarà mai, dunque, l’ultimo anatema contro il governo giallo-rosè?

Il processo “impossibile” all’imprenditore Alfredo Romeo

Essendo antecedente alla riforma Bonafede, per questo processo valgono le regole vecchie della prescrizione, possibile anche in Appello o in Cassazione. È il processo a Napoli per corruzione a carico dell’immobiliarista Alfredo Romeo (che ieri era in aula), frutto del filone partenopeo di indagini dei pm Celestina Carrano ed Henry John Woodcock che arrivarono sino a Consip, ma che iniziarono intorno all’ospedale Cardarelli.

Il dibattimento, con due imputati, Romeo e il suo collaboratore Ivan Russo, è cominciato il 10 aprile 2018 davanti alla prima sezione del Tribunale. Ma tra vicende varie e cambio di collegio, non si è schiodato dalle discussioni preliminari sull’utilizzabilità o meno di una mole di intercettazioni.

Ieri nuova udienza, e nuova puntata, della battaglia legale tra l’ufficio della Procura e un agguerrito e competente staff di avvocati difensori, composto da Francesco Carotenuto, Giovanbattista Lignola e Alfredo Sorge. Il pool forense ha depositato nuove memorie per ribadire le proprie ragioni, forte di una pronuncia della Cassazione ritenuta favorevole: le intercettazioni disposte per ipotesi di concorso esterno in associazione camorristica (l’indagine toccò le infiltrazioni del clan nell’ospedale), secondo loro non possono essere utilizzate perché quelle accuse sono cadute. Tra le conversazioni da “cassare”, quelle captate col trojan sul cellulare di Romeo. All’epoca il trojan si poteva usare solo per reati di mafia e terrorismo. La riforma Bonafede lo ha esteso anche alla corruzione.

Ora B. pensa alla piazza con Salvini

Chi conosce Silvio Berlusconi sa che non porta rancore per quanto negli ultimi mesi e pure negli ultimissimi giorni Matteo Salvini gliele abbia quasi tolte dalle mani. Ma ai piani alti di Forza Italia si è pronti a tirare una riga sul passato e ricominciare daccapo. Se fosse per l’ex Cavaliere si dovrebbe riprenderebbe dall’epoca dei lunedì con Bossi, quando la responsabilità di guidare il centrodestra verso la vittoria era saldamente nelle sue mani e nella capacità di smussare le intemperanze del Senatùr.

Ma la Lega non è più un partito del 4 per cento: “Per questo sarà difficile per gli azzurri sottrarsi al richiamo della piazza invocata per ottobre da Matteo Salvini”, pronostica più di un forzista che legge così l’uscita di Mara Carfagna, sulla carta acerrima nemica del “Capitano”. Ma che a sorpresa ha fatto sapere che forse sarebbe stato giusto che una delegazione di azzurri presenziasse alla manifestazione indetta l’altro giorno da Fratelli d’Italia cui si è accodato il leader leghista.

“Il governo si fa cadere in Parlamento: per questo invochiamo un tavolo di coordinamento del centrodestra” spiega Antonio Tajani che però si lascia andare anche ad un’altra considerazione. “Un governo si può mettere in discussione anche fuori dalle sedi istituzionali ma solo se si riesce a portare in piazza un milione di persone”. Folle oceaniche – è il sottotesto – che Fratelli d’Italia e Lega non potranno mai mobilitare come invece è stato capace di fare solo Berlusconi. Renato Brunetta che a Salvini ha dato il tormento per aver tradito il centrodestra nei 14 mesi di alleanza con i 5 Stelle, si dice pronto a voltare pagina: “Ma a patto che finalmente si torni a fare un grande accordo politico e prima ancora valoriale nel centrodestra perché la deriva lepenista del Carroccio è una malattia senile di un partito che in 40 anni di storia non è mai stato sovranista”. Nei prossimi giorni Salvini deve però cambiare testa, lui che ancora ieri all’offerta di dare vita a un’opposizione comune in Parlamento lanciata da Forza Italia non ha detto no pur sottolineando che “serve un modello diverso da quello del ’94”.

Per i forzisti l’obiettivo è riportarlo all’ovile. Ma c’è pure chi sarebbe pronto all’appeasement al governo Conte: non è passato inosservato che 5 senatori azzurri Berutti, Conzatti, Giammanco, Modena e Stabile ieri erano assenti non giustificati al momento del voto in aula sulla fiducia. Ma la linea ufficiale è quella emersa nell’incontro di Berlusconi dell’altro ieri a Montecitorio: “Il problema di Forza Italia sarà ora quello di rappresentare una politica alternativa alla sinistra e intendiamo realizzarla con i nostri alleati storici, se i nostri alleati storici la smetteranno di abbaiare alla luna; viceversa lo realizzeremo da soli” ha spiegato il senatore Andrea Cangini mentre ieri il dibattito sulla fiducia al governo Conte ha trasformato in un ring anche il Senato. “Dobbiamo usare ago e filo per ricucire il centrodestra, dove chi ha più numeri ora deve essere consapevole dei propri doveri e dei limiti politici di un’azione solitaria” insiste Maurizio Gasparri che tuona contro il governo e forse cerca di scuotere anche un po’ i suoi citando Mogol: “Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante: di avventurismo si muore, ma anche di realpolitik”.

Renzi e #Contestaisereno. Richetti va con Calenda

“Dov’è Matteo Renzi? Quando arriva Renzi? Quando fa il partito Renzi? Interviene Renzi? Fa il suo gruppo Renzi?”. Mentre nell’aula del Senato si svolge il dibattito per la fiducia a Giuseppe Conte, le domande che rimbalzano ossessivamente tra politici e giornalisti riguardano quasi tutte le intenzioni dell’ex premier. D’altra parte, è lui una delle principali variabili (se non la principale) sulla strada del governo giallorosso. Per buona parte della giornata di Renzi si perdono le tracce.

“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”, diceva Nanni Moretti in una delle sequenze più memorabili di Ecce Bombo. Ecco nel caso di Renzi la sindrome del “Mi si nota di più” diventa strategia politica. L’ex premier non si presenta all’intervento del presidente del Consiglio. E si materializza in Aula all’inizio dell’intervento di Matteo Salvini, dopo aver preso il tunnel Giustiniani-Palazzo Madama. Ascolta, serissimo. Sottotesto: il capo della Lega è il vero nemico con cui confrontarsi, anche forse l’unico leader che Matteo considera alla sua altezza. Tanto è vero che quando finisce di parlare, si allontana con Dario Franceschini. Un caffè alla buvette e poi una riunione. Argomento: la spartizione di viceministri e sottosegretari. Renzi vuole 7 posti per i suoi. Rientra in Aula che Conte ha già iniziato la replica. Si siede al suo banco, scherza con i vicini, confabula ripetutamente con il capogruppo, Andrea Marcucci. Parla ad alta voce, ogni tanto si alza in piedi, tamburella sul suo banco. Ostenta un certo disinteresse e un’evidente insofferenza. Sceglie di non intervenire, non applaude mai, come aveva già fatto Maria Elena Boschi alla Camera. Vota la fiducia e se ne va. Poi consegna la riflessione a Facebook: “Mi è costato molto sul piano personale e umano, ma penso che sia stata la scelta giusta per l’Italia e per gli italiani”.

Al netto della evidente volontà di rimarcare una distanza dal governo (che significa anche il potere di deciderne la fine), Renzi non ha ancora deciso non tanto se, ma quando farà il suo partito. “Se dovesse venire meno la logica maggioritaria sarebbe anche naturale se nascessero prospettive politiche diverse, l’importante è che ci sia il sostegno a questo governo sino alla fine della legislatura. Dopodiché non mi risulta una cosa del genere a breve”, dichiara Andrea Marcucci in un’intervista al Corriere. Renzi non è pronto: i sondaggi che ha visto in queste settimane dicono che uno spazio al centro c’è, ma che la sua ripresa in termini di consenso non è ancora sufficiente. Ieri, però, il Pd in Senato (presenti lo stesso Marcucci, Franceschini, Delrio e il responsabile riforme dem, Giorgis) una riunione per cominciare a discutere della riforma elettorale: si va verso un proporzionale e si comincia a costruire un coordinamento tra Camera e Senato. E allora, alla Leopolda (18-20 ottobre), Renzi cosa annuncerà? Difficile dirlo adesso, anche se in molti si aspettano una sorpresa sui gruppi: magari la trasmigrazione di fedelissimi e di fuoriusciti di altri partiti nel Misto.

Chi ieri ha invece già messo un piede fuori dal Pd è Matteo Richetti, il nemico-amico di Renzi della primissima ora. Che ha scelto di astenersi: “Non posso votare la fiducia dopo che lei ha consegnato a questo Paese la sua firma in calce a provvedimenti che hanno reso questo Paese meno civile, meno democratico, meno liberale”. Ancora: “Ad aggravare la sua posizione è il fatto che se Matteo Salvini non avesse staccato la spina lei sarebbe ancora il presidente del Consiglio di quel governo. Un presidente del Consiglio avrebbe prima detto quelle cose e poi avrebbe staccato la spina”. Quando esce dall’aula spiega: “Andrò nel Gruppo Misto e mi preparo a lasciare il Pd. Con Carlo Calenda cominceremo a occupare lo spazio politico al centro anche in opposizione a questo governo”. Renzi è avvertito: c’è chi può bruciarlo sul tempo.