Nardella vuole le Olimpiadi, il M5S apre

Non è solo un’idea lanciata quasi per caso dal sindaco di Firenze, Dario Nardella. È molto di più: “Un asse convinto Firenze-Bologna” lo definisce chi in questi giorni ha parlato con il primo cittadino. E il tandem tra le due città divise solo dagli Appennini servirebbe per organizzare il più grande evento dello sport mondiale: le Olimpiadi del 2032.

L’amo è stato lanciato lunedì dal sindaco di Firenze durante una conferenza stampa sull’impatto economico dell’autodromo del Mugello: “La decisione di Virginia Raggi di rinunciare alle Olimpiadi a Roma nel 2024 è stata un errore, basti guardare i grandi risultati di Milano dopo l’Expo del 2015, diventata la terza città in Italia per numero di turisti”. Il sindaco di Firenze, dal giorno della sua rielezione al primo turno di maggio, ha sempre detto che Firenze dovrebbe ospitare un grande evento sportivo internazionale ma finora non aveva mai fatto riferimento ai giochi. “Se le Olimpiadi dovessero tornare in Europa, perché Firenze e Bologna non possono candidarsi per il 2032? Il nuovo regolamento Cio prevede la possibilità di proporre due città in tandem e poi Firenze e Bologna avrebbero i numeri e gli impianti giusti”.

A partire dai rinnovati stadi di Firenze e Bologna che dovrebbero vedere la luce nei prossimi anni. Che quello di Nardella non sia solo un sogno nel cassetto lo dimostrano anche i colloqui avuti nelle ultime settimane con il sindaco di Bologna Virginio Merola e con il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, che hanno sposato subito l’iniziativa. Non solo: lunedì Nardella incontrerà il governatore uscente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini per iniziare un percorso condiviso. “Non è un traguardo impossibile” ha scritto ieri sui social il presidente dem. Sì, perché per organizzare i giochi olimpici la candidatura deve partire dalle rispettive Regioni.

E qui la partita diventa tutta politica perché nei prossimi mesi si voterà sia in Emilia sia in Toscana e la proposta di candidare Firenze e Bologna per i giochi olimpici va letta anche in funzione elettorale: organizzare i giochi significa ottenere lauti finanziamenti dal Cio per le infrastrutture e quindi nuovi posti di lavoro. Proprio in vista delle elezioni regionali quindi i due sindaci e governatori vorrebbero accelerare. Ma una possibile candidatura di Firenze e Bologna diventerebbe immediatamente anche un banco di prova per il nuovo governo Pd-M5S: le Olimpiadi sarebbero il grimaldello per completare molte delle grandi opere su cui in questi anni si sono scontrate le due forze politiche (dal Tav all’aeroporto di Firenze fino al passante di Bologna). E poi il M5S ha sempre visto i giochi olimpici come il fumo negli occhi. Ma il M5S toscano adesso fa dietrofront ed esulta: “È prematuro esprimersi ma ogni iniziativa che promuove lo sport, il turismo e le relazioni internazionali è un iniziativa da sostenere – dice al Fatto il candidato del M5S alle prossime regionali toscane, Giacomo Giannarelli –. Abbiamo bisogno di fare una grande opera di manutenzione delle infrastrutture e impianti sportivi esistenti e di lavorare per un nuovo piano regionale per la mobilità sostenibile”.

La lunga notte dei sottosegretari. Obiettivo: farli giurare domani

L’incastro è assai complicato. Perché bisogna tener conto delle correnti, soprattutto nel Pd, ma ormai anche nei Cinque Stelle. Poi c’è da rispettare la parità di genere. E non ultima la provenienza territoriale. Se Puglia ed Emilia Romagna, per dire, tra i dem hanno già fatto il pieno (4 ministri su 8), bisognerà riequilibrare dal punto di vista geografico anche i posti di sottogoverno. Mancano poco più di ventiquattr’ore al Consiglio dei ministri che dovrebbe incoronare una quarantina di persone, tra viceministri e sottosegretari. Ma tutto è ancora in alto mare.

Nel Movimento, ad aggravare la situazione, ci si è messa l’idea di Luigi Di Maio di coinvolgere i parlamentari nella scelta. Lo ha fatto per non assumersi la responsabilità della spartizione, per evitare di farsi dire che aveva fatto un’altra volta tutto da solo. Che sia finita malissimo lo certifica una nota dei presidenti di commissione della Camera: “Il Movimento non è un ufficio di collocamento”. Le riunioni ieri notte non riuscivano a chiudersi: liste di pretendenti impossibili e autocandidature lievitate, che un senatore fotografa così: “Mancavano solo i santini”.

Il più combattuto è il vertice congiunto delle commissioni Bilancio e Finanze. Devono scegliere chi mandare all’Economia, e per molti – a cominciare dai deputati della Finanze guidati da Carla Ruocco – il mandato principale è far fuori la viceministra uscente, Laura Castelli. È in guerra con Stefano Buffagni, che con i gialloverdi fu sottosegretario e ambisce a fare il salto al Tesoro. Alla fine, nella rosa, ci sono tutti e due, anche se la Castelli risulterà la più votata. La scelta, insomma, torna nelle mani di Di Maio, che pare orientato a soddisfare entrambi, magari con deleghe che consentano ai due di lavorare poco insieme. Per la Ruocco, missione fallita: Di Maio non vuole che i presidenti di commissione lascino altre caselle libere. È uno dei criteri cardine che seguirà il capo politico. L’altro è quello di toccare meno senatori possibili: i numeri della maggioranza a palazzo Madama non consentono defaillances. Stefano Patuanelli ha già lasciato per lo Sviluppo Economico, il chirurgo Pierpaolo Sileri è in pole per un posto alla Salute: non si può finire sotto perché qualcun altro è in viaggio o in missione. In corsa ci sono anche gli “esterni”, i non eletti che Di Maio ha chiesto di inserire nella rosa: Luigi Gaetti e Filippo Nogarin, per dire, rispondono a questo requisito. Tra gli uscenti, buone possibilità di riconferma per Manlio Di Stefano agli Esteri, Carlo Sibilia all’Interno, Gianluca Vacca alla Cultura, Simone Valente allo Sport. New entry, Francesco D’Uva all’Istruzione e Daniele Del Grosso ai Rapporti con il Parlamento.

Nel Pd per ora si ragiona per sottrazione. E dal fronte antilottiano fanno sapere che una cosa è certa: i suoi uomini non toccheranno palla su Editoria e Telecomunicazioni. Il riferimento è a Salvatore Margiotta, uomo forte dei dem in Vigilanza Rai, che nelle ultime ore è stato dato tra i favoriti: “Si scordi il Mise”, è il succo del discorso che fanno i suoi colleghi. Su quel fronte paiono in discesa le quotazioni del grillino Vito Crimi, delegato all’Editoria del Conte 1: l’impegno preso dal premier l’altro ieri alla Camera per la “promozione del pluralismo dell’informazione” non è esattamente in linea con le scelte fatte fin qui da M5S.

Le fila tra i democratici le tira Dario Franceschini, che sigla con Matteo Renzi un patto che dovrebbe garantirgli almeno sette caselle. Ancora in via di definizione la pattuglia dei toscani, finora rimasti fuori dal governo. L’Abruzzo spinge per Luciano D’Alfonso, l’incubo dei Cinque Stelle che dovrebbe andare al Lavoro o alla Funzione pubblica. Dati per certi Antonio Misiani (Economia), Emanuele Fiano (Interno), Francesco Verducci (Mibact), Anna Ascani (Istruzione), Lia Quartapelle (Esteri). In arrivo dal Lazio Lorenza Bonaccorsi e Gian Paolo Manzella: libereranno due posti da assessore in Regione, utili a portare a termine la collaborazione con i Cinque Stelle anche a casa di Nicola Zingaretti.

Contaminazione, istruzioni per l’uso

La neonata coalizione M5S-Pd giunge più che opportuna, perché sgrava l’Italia del pericolo autoritario rappresentato dal potere esorbitante di Salvini: un politico al tempo stesso imprevedibile, indifferente alla Costituzione e alle leggi internazionali, e tuttavia fortemente carismatico.

Ma discontinuità è parola vuota, se fin dall’inizio non viene chiarito cosa comporti precisamente per ambedue gli alleati, e non solo per uno di essi. In linea di principio dovrebbe facilitare una correzione di rotta rispetto alla difficoltà del governo precedente di attuare una politica sociale finalmente egualitaria; la riforma giudiziaria dell’ex ministro Bonafede; la lotta all’evasione e alle opere inutili; una politica migratoria e di sicurezza in linea con la Costituzione e la Carta europea dei diritti. Senza accordo in questi campi, l’esperimento non potrà riuscire né durare. Vale dunque la pena definire nel dettaglio le condizioni dell’accordo.

In primo luogo, dovrebbe cambiare il modo monotono di raccontarlo: non si può insistere sullo “stato di necessità”, presupponendo che i due consociati restino quel che sono, essendosi solo fortunatamente addizionati per evitare che Salvini prendesse “tutti i poteri”. Considerate le storie sia del Pd sia del M5S, la loro cultura e i loro elettori (soprattutto quelli perduti), accanto alla Necessità c’è il regno della Libertà affidato a ciascuno di essi: libertà di capire perché le due forze sono collassate, e come la conoscenza dei fallimenti possa esser tesaurizzata per dar vita a nuove sperimentazioni. Questo per me vuol dire essere “elevati”.

Se tale è l’obiettivo, quel che occorre è una veduta lunga e una memoria non pudibonda. Il M5S ha perso alle Europee 6 milioni di voti rispetto al 2018: oltre 3 milioni si sono astenuti; non ci sono travasi verso il Pd. Secondo l’Istituto Cattaneo, inoltre, la fuoriuscita di alcuni elettori dal M5S verso la Lega ha spostato gli equilibri elettorali interni al Movimento, rafforzando le componenti di chi si colloca a sinistra o che rifiuta tout court le categorie di destra e sinistra (lo slogan “né destra né sinistra” è il più delle volte una rivolta contro l’identificazione quasi trentennale della sinistra classica con la destra). Questi nuovi equilibri, osserva l’Istituto, potrebbero facilitare una convergenza con il Pd, allargando l’area di sovrapposizione elettorale fra i due partiti. L’emorragia dei Democratici ha una storia più lunga: dal 2008 il loro elettorato s’è dimezzato, e se alle Europee il Pd ha contenuto le perdite, non ha attratto nuovi elettori. Stando all’Istituto Cattaneo non si registrano significative conquiste/riconquiste di elettori 5stelle, a parte rari collegi. Entrambi i partiti sono puniti dall’elettore, e per l’uno come per l’altro si tratta di recuperare la fiducia dissipata, di riaprire strade che hanno chiuso o mai schiuso, di spiegare a se stessi e agli italiani come intendono mutare. Di comprendere la punizione, imparando a conoscere più a fondo se stessi. Nelle tragedie greche quando c’è punizione o precipiti, o esci dall’alto con una conversione/catarsi.

vedere-ascoltare l’Altro: cosa possibile, visto che i due elettorati hanno molte cose in comune. Il M5S è nato con un rifiuto netto, detto anche “vaffa”. Ma vaffa a che? Alle rinunce, ai voltafaccia, alla vasta diserzione delle élite di sinistra cominciata negli anni 90 quando nacque la Terza via di Blair e di Schröder, dei socialisti francesi, spagnoli e greci. I parametri di Maastricht e l’austerità sono figli di un’involuzione costata cara alla socialdemocrazia europea. Il rinnovamento è realizzabile se in questo processo di conoscenza i pensieri dei due associati– insieme a LeU – prendono la decisione di contaminarsi l’un l’altro. Non per farsi concorrenza o mascherarsi, ma per convincere gli elettori che i fallimenti hanno insegnato qualcosa. Frasi come quella di Zingaretti dopo le Europee (“Il Pd è l’unica alternativa a Salvini”) sono scriteriate. Contaminazione non è intossicamento né perdita di immaginarie purezze. È ibridazione, assorbimento di temi, scoperta o riscoperta di temi diversi dai propri o abbandonati. Nel caso di formazioni che hanno elettori contigui e analogamente delusi è una via da esplorare. Così intesa, la contaminazione potrebbe iniziare su alcuni temi (includendo anche idee che attraggono elettori verso la Lega).

EUROPA: è evidente che l’europeismo ha il fiato corto, e lo scetticismo ha le sue ragioni d’essere (non l’eurofobia). Nella passata legislatura europea non c’è stata resipiscenza, anche se l’imminente recessione potrà invalidare numerose rigidità. Alla Bce andrà Christine Lagarde, che promette cambiamenti ma come direttore generale del Fmi ha fatto naufragio almeno due volte: prima in Grecia – con Bce e Commissione Ue– poi in Argentina. Da Draghi non si sono sentite autocritiche sulla Grecia umiliata. Solo Juncker ha fatto un’autocritica (giugno 2018): erano parole al vento.

SOVRANISMO (e POPULISMO): sono contumelie banali, che omologano scorrettamente M5S e Lega. Andrebbero bandite comunque. Come spiega bene Carlo Galli nel libro Sovranità, la sovranità non solo è compatibile con democrazia, ma ne è il presupposto. I popoli hanno bisogno di sapere chi decide, rende conto, paga gli errori. Sovranità democratica e non assoluta è protezione fisica e promozione sociale della persona: ha prodotto il nazionalismo ma anche lo Stato sociale (il cosiddetto “compromesso socialdemocratico”). Ci può essere delega di sovranità –verso l’Unione– ma essa non deve essere in contraddizione con la giustizia e la pace ottenute tramite la sovranità dello stato. Ci sono poi sovranità extra-europee: dei mercati e delle leggi internazionali. La prima va rimessa al suo posto. La seconda va imperativamente rispettata, ma nella consapevolezza che esistono aporie da dirimere. La stessa legge internazionale le riconosce. Il diritto a lasciare il proprio Paese è garantito a tutti (Dichiarazione universale dei diritti umani, art 13), ma la Convenzione di Ginevra fissa le condizioni di accoglienza. Altra cosa il salvataggio in mare e i porti sicuri, incondizionati per legge.

MIGRAZIONE E STATO SOCIALE: le due cose vanno affrontate insieme. Quando il ministro Minniti disse che la migrazione aveva provocato una bomba sociale invertì proditoriamente la sequenza. È stata la bomba sociale della diseguaglianza e dell’impoverimento a riaccendere la xenofobia e la sensazione che l’arrivo di migranti (minimo in Europa, la maggioranza è in Africa e Asia) avrebbe disfatto la protezione sociale degli italiani. Il sociale deve esser definitivamente affrontato se si vogliono politiche migratorie aperte. Tra l’altro qui l’ibridazione è già fatta, e male. Sostanzialmente le politiche di Renzi-Gentiloni-Minniti hanno preparato quelle di Salvini. Il memorandum che codifica i respingimenti nei lager libici e l’offensiva contro i salvataggi delle Ong sono opere di Minniti.

CORRUZIONE-PRESCRIZIONE-LEGGI BAVAGLIO: il M5s ha fatto importanti progressi in questo campo, che Salvini si riprometteva di frenare. Se il Pd introduce freni simili non c’è discontinuità.

DEMOCRAZIA DIRETTA: la piattaforma Rousseau è difettosa, ma la discussione sulla democrazia diretta è oggi ricorrente in Europa (l’Estonia è all’avanguardia). Continuare a demonizzarla nasce da un’ignoranza militante molto italiana. Nel Parlamento europeo se ne è discusso seriamente nell’ultima legislatura, considerandola un complemento innovativo alla malmessa democrazia rappresentativa, che però nessuno vuol sostituire.

RADICAMENTO NEI TERRITORI E OPERE PUBBLICHE: qui l’ibridazione può essere reciproca. Anche se indebolito, il radicamento locale del Pd è vivo, e apprendibile da 5stelle. L’ambizione maggioritaria di Veltroni affossò il governo Prodi. Può affossare anche i 5stelle. Le due forze non possono costruire da soli governi nazionali e neanche locali. Sulle opere pubbliche, invece, è il Pd a dover considerare le rivolte che vengono dai territori (trivelle, Tav).

POLITICA ESTERA-RUSSIA-VENEZUELA-NATO: il M5S, in Europa, è stato più aperto dei socialisti sulla Russia, e più critico delle soperchierie in Venezuela dei neocon Usa. Putin passerà, e la seconda guerra fredda con la Russia va fermata. Se Nato e Usa si oppongono, le litanie sulla fedeltà atlantica diventano nefaste.

“L’Italia investa di più o almeno tagli le tasse. Basta austerità, Berlino ora deve spendere ”

“In Italia avete una tassazione piuttosto alta, ma non godete dei benefici che si hanno in altri Paesi con una fiscalità così alta… dove finiscano i soldi non lo so, ho le mie idee in merito, ma non voglio fare speculazioni …”. Sir Christopher Pissarides non riesce a trattenere il sorriso. Per l’economista britannico-cipriota vincitore del Nobel per l’Economia nel 2010, che il Fatto Quotidiano ha incontrato al Forum Ambrosetti di Cernobbio, le strade che il nuovo governo può seguire per puntare alla crescita non possono prescindere da un dato di fatto: storicamente spendiamo male i nostri soldi. Quindi meglio non farsi illusioni su miracolose spending review, tagliare le entrate di Roma e aumentare quelle dei cittadini agendo sul cuneo fiscale. Nell’attesa che a rivedere la spesa, questa volta al rialzo, siano i tedeschi. E che nell’Unione sia la volta buona per un nuovo paradigma, con un sincero e definitivo outing sul caso greco e sull’austerità.

Davvero non spendiamo bene i nostri soldi?

Esatto (ride)!. Meglio un taglio delle tasse in proporzione ai tagli di spesa. Se trovaste modi migliori di spendere i soldi, come in investimenti in buone infrastrutture, nel miglioramento degli standard dell’istruzione, in sovvenzioni alla formazione aziendale o incentivi alle nuove tecnologie, sarebbe di certo più positivo per la ripresa della vostra economia. Ma la storia ha dimostrato che i governi italiani non sono molto bravi in queste cose. E spendono molto non in progetti di investimento di lungo termine, bensì in attività di breve periodo, molto più di altri Paesi europei.

Cioè sprechiamo un sacco di soldi?

Esattamente.

Intanto il futuro governatore della Bce, Christine Lagarde, chiede più investimenti ai Paesi che hanno spazio fiscale, cosa farà la Germania?

Non credo che la Germania l’ascolterà. Lagarde ha ragione, ma lo diciamo dall’inizio della crisi che Berlino dovrebbe spendere di più… Schäuble quando era ministro delle Finanze si infastidiva molto se gli dicevano che il suo Paese doveva investire di più… Del resto la politica tedesca è contro il deficit per tradizione, ci sono ragioni storiche che li hanno portati a dire “Mai più”! E così budget, deficit e politiche keynesiane sono parolacce per la mentalità dei ministri delle Finanze tedeschi. Oggi c’è meno resistenza di allora, direi. Se non altro stanno lasciando salire gli stabilizzatori automatici, mentre in passato finanziavano la spesa sociale alzando le tasse anche se la disoccupazione e i salari bassi erano in aumento. Ora non sembra che lo stiano facendo, quindi ci sono segnali in quella direzione. Ma un cambio di mentalità che lasci correre il deficit a discrezione è qualcosa che richiederà ancora parecchio tempo.

L’Europa può ancora trattare un Paese come ha fatto con la Grecia?

Spero che non lo facciano più, perché la lezione greca è stata davvero dura e ancora perdura nei suoi effetti. Sono passati quasi 10 anni e il Paese non si è ancora ripreso, nessuno lì tornerà più ai livelli di reddito che aveva prima. E non era assolutamente necessario imporre una tale austerità alla Grecia. Sarebbe bastata un po’ più di spesa da parte delle istituzioni Ue. Avrebbe dovuto essere finanziata dalla Germania, ma insieme avrebbero evitato tutto ciò. E poi non c’è stato alcun impegno riparatorio. Ricordate la vicenda di Cipro? Almeno lì hanno capito quanto sia stato negativo e hanno detto che non avrebbero più fatto una cosa del genere. Invece non hanno mai detto che avrebbero rimediato al caso greco. Secondo me lo dovrebbero fare, anche solo per dare maggior coesione all’Europa.

La squadra di Ursula: alcuni nomi “strani” e più potere al vertice

La pretesa di modernità della nuova Commissione europea si misura nelle denominazioni “strane”, come le definisce Politico.eu, di molti portafogli.

I nomi strani. Il più strano di tutti è quello sui migranti che si chiamerà “Protezione del nostro stile europeo di vita”. Sembra quasi un invito a chiudere porti e confini per barricarsi a difesa del sistema occidentale. Ursula von der Leyen assicura che non è così, anzi, si tratta di garantire le competenze dei lavoratori, europei e migranti e migliorare la vita di tutti. Sarà.

Anche l’incarico che fa ombra all’Italia, quello per il “falco” Valdis Dombrovskis, si chiamerà “Economia al lavoro per il Popolo”. Si potrebbe continuare con “Ambiente e oceani” o con l’European Green deal affidato all’altro vicepresidente esecutivo, Franz Timmermans.

La triade al comando. Nella scelta dei tre potenti vicepresidenti esecutivi, oltre a Timmermans e Dombrovskis, la danese Margrethe Vestager che mantiene la Concorrenza ma amplia i poteri sul Digitale, si configura il senso politico della Commissione. La triade popolare-socialista-liberale si mantiene al comando affiancata da un esponente dell’Europa dell’Est, mantenendo saldamente nelle proprie mani il processo di governance europea.

Von der Leyen ha in tutto otto vicepresidenti, tra cui non c’è l’Italia, ma in cui invece c’è la Grecia, con il portafoglio all’immigrazione. Le vicepresidenze intersecano le deleghe con un meccanismo circolare in cui si creano molti intrecci e in cui si esalta il vertice. Alla fine, comunque, conteranno le deleghe effettive e le relative Direzioni generali che sono incaricate di istruire concretamente i dossier. E poi un momento importante del processo decisionale è costituito dalla riunione settimanale dei capi di gabinetto.

Chi conta. Ursula von der Leyen, a giudicare dai commenti ricevuti, è riuscita a cucinare una squadra che ha fatto contenti molti, quasi tutti. La parola più utilizzata ieri nei tweet di commento a parte dei commissari incaricati e dei loro dante causa nazionali era “happy”. Felice la Francia per aver ricevuto il Mercato interno con una delega aggiuntiva alla Difesa (industria cruciale per Parigi e di cui Silvye Goudard si è occupata); contenta l’Irlanda che nel vivo della Brexit si vede assegnare a Phil Hogan il Commercio (su cui le prerogative della Commissione sono rilevanti); felice il Portogallo con la Coesione sociale, i Paesi di Visegrad che vedono la ceca Vera Jourová ai Valori e trasparenza e anche lei vicepresidente.

I nemici. Per l’Italia la questione dei nemici, tra cui sicuramente l’austriaco Johannes Hahn al Budget, si pone in modo molto diverso dal passato. Detenere la prestigiosa carica degli Affari economici – incarico che in sala stampa è stato accolto con un sospiro di incredulità – significa avere un forte potere anche sugli altri Stati e quindi i rapporti di forza interna cambiano non poco.

Le ambizioni. Ursula von der Leyen ha voluto presentarsi con alcune mosse di novità. Un progetto votato all’ecologia con la delega più pesante che riguarda proprio l’economia green (e la “carta zero” negli uffici di Bruxelles che dovranno convertirsi al digitale”); è riuscita a raggiungere la quasi parità di genere con 13 donne contro 14 uomini; ha voluto rimarcare il carattere “geopolitico” e improntato al “multilateralismo” della Commissione; rivendica il metodo one-in, one-out cioè un progetto di legge nuovo ne sostituisce uno precedente.

Infine, da buona democristiana, ha annunciato un impegno per i suoi “ministri”: “Nella prima metà del mandato, ognuno di loro dovrà visitare gli Stati membri, ma non solo le Capitali, ma i paesi, le regioni, dove vivono davvero i cittadini”. Juncker non ci aveva pensato.

Il secondo governo di Conte è a Bruxelles. Con Gentiloni

Quando Ursula von der Leyen presenta la nuova Commissione europea, che include l’italiano Paolo Gentiloni alla carica degli Affari economici, Giuseppe Conte sta ascoltando il senatore Nencini che gli annuncia la fiducia “dei socialisti”. E da quel punto, per il presidente del Consiglio in carica, si apre il doppio fronte, italiano ed europeo, che ne segnerà il destino. Non a caso, appena ottenuta la fiducia, oggi sarà proprio a Bruxelles per incontrare Von der Leyen e il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli.

Se è vero che il futuro del governo dipende dal rapporto tra Pd e M5S, è anche vero che buona parte delle sue chance si giocano a Bruxelles e riguardano la manovra economica e il dossier migranti. Due temi, non a caso, al centro del progetto illustrato ieri dalla neo-presidente tedesca, che ha comunque fissato almeno due altre grandi priorità come l’European green deal e il capitolo digitale.

La nuova Commissione è soprattutto espressione del patto a tre siglato tra Popolari, Socialisti e Liberali europei che occupano la triade di testa: la democristiana tedesca al vertice e il socialista olandese Franz Timmermans e la liberale danese Marghrete Vestager come vicepresidenti esecutivi con un ruolo preminente per il primo (che ha visto la presidenza sfuggirgli all’ultimo minuto).

Ma, prima sorpresa che riguarda anche l’Italia, Von der Leyen ha deciso di nominare un terzo vicepresidente esecutivo, Valdis Dombrovskis, già primo ministro della Lituania e responsabile economico uscente, che coordinerà “l’Economia che lavora per il popolo” nella pittoresca definizione che “Ursula” ha dato a molti dei portafogli assegnati.

La sorpresa è frutto di equilibri interni complessi, ma inciderà sul portafoglio italiano, gli Affari economici, perché, nella geografia interna disegnata dalla presidente della Commissione, Dombrovskis “guiderà” alcuni dei dossier a cui Gentiloni invece “contribuirà” soltanto, come si legge nelle due lettere di incarico ai due commissari. Quasi fosse quel “ministro dell’Economia” di cui si parla nei progetti di riforma europei. Questa doppia funzione, di “guida” e di “contributo”, riguarda in particolare la gestione del ciclo del Semestre europeo e, soprattutto, la riforma dell’Unione economica e monetaria. Che ci possa essere un conflitto tra i due, e quindi una sovrapposizione delle competenze, è ammesso dalla stessa Von der Leyen quando spiega che in caso di disaccordo “è il collegio che decide”.

In ogni caso, Gentiloni assume una carica rilevante e si occuperà dei conti pubblici, garantendo, come spiega la sua lettera di incarico, “l’applicazione del Patto di stabilità e crescita, utilizzando tutta la flessibilità che le regole consentono”. La missione è quella di una politica orientata alla crescita, che “stimoli gli investimenti” e salvaguardi la “responsabilità fiscale”.

Gentiloni si muoverà dunque nel solco europeo già tracciato e dovrà conquistare i margini di flessibilità che sarà in grado di conquistare, anche se la sua funzione di garanzia ed equilibrio potrebbe tenergli le mani legate. In ogni caso, il massimo di flessibilità che si può stracciare vale tra gli 8 e i 12 miliardi, a seconda degli scostamenti dal deficit strutturale che le norme possono consentire.

Una carta importante di cui Conte comincerà a discutere oggi con la Von der Leyen, con cui ha costruito un rapporto molto solido già dal 2 agosto nel corso della visita italiana della leader tedesca. In questo rapporto, Conte ha bisogno di mettere bene sul tavolo un secondo dossier, forse più importante del primo, quello sui migranti. L’obiettivo del premier, si spiega a Palazzo Chigi, è rivedere gli accordi sulla redistribuzione automatica dei migranti, oggi solo su base volontaria, e la realizzazione di corridoi umanitari. Oltre che la decisiva, ma anche più laboriosa, revisione del Trattato di Dublino.

Ieri Von der Leyen, nominando vicepresidente il greco Margaritis Schinas, che assume l’incarico di “Protezione del nostro modo europeo di vivere” – modo piuttosto equivoco di definire un portafoglio che contiene l’immigrazione – ha conferito importanza al dossier. Ha parlato chiaramente di “un nuovo patto per l’Immigrazione”, di corridoi legali, ribadendo l’importanza della riforma di Dublino.

Il secondo governo di Conte avrà questi punti al centro. Gentiloni ne è l’emissario e costituisce la principale assicurazione sulla vita del governo. Se non funziona, potrebbe rappresentarne la crisi.

Le sorelle bandiera di Fratelli d’Italia

In piazza Monte Citorio Daniela Santanché pare Maurisa Laurito in Quelli della Notte, ma al posto dell’ananas porta in testa un cappello da cowboy tricolore (ah, la tradizione dei bovari risorgimentali!). Giorgia Meloni, già imbandierinata di suo sui social (gli altri non sono italiani quanto lei, altrimenti avrebbero l’emoticon patriottica accanto al nome), twitta un controcampo di quando in piazza parlava lei: due signore upper class srotolano una bandierona da una finestra del Colonna Palace Hotel (chissà se affittato all’uopo, come per le esecuzioni di piazza dell’800), e un uomo alle loro spalle riprende tutto col telefonino.

Le Sorelle Bandiera di Fratelli d’Italia ordiscono l’originale sottotrama sovranista sotto la protesta tessile: l’Europa non vuole farci votare; Salvini è vittima di un complotto; no agli immigrati. Intanto in aula Michaela Biancofiore, già “Amazzone di Berlusconi”, con la bandiera italiana ci s’ingualdrappa durante il suo discorso (particolare: “Io come Conte sono pugliese e devota a Padre Pio”; “i sandali di cuoio del Santo” ecc: ci è sfuggito poi se ha votato sì o no); a Rosato che la riprende, risponde come i berlusconiani quando spadroneggiavano nei talk show: “È una sciarpa, signor presidente”, onore tributato al tricolore e non già ai foulard di Hermes dei radical chic.

La paccottiglia del merchandising folcloristico, tutto made in China, è quella venduta dai furgoncini dei bangladesi fuori dagli stadi, non già quello delle sagre paesane, con le sarte che lavorano tutto l’anno per tributare omaggio al patrono con le insegne d’Italia. Questa destraccia kitsch che ci tocca, che svilisce il vessillo della Repubblica facendone un accessorio della sguaiatezza, è un grosso equivoco. La gadgettistica sovranista ne è la degna metonimia. Del resto Forza Italia, donde vengono le tre sorelle, uscì dal marketing di Canale5 e non certo dall’afflato di Patria.

Il ministero per non farsi schiacciare. I piani di Luigi Di Maio alla Farnesina

Il capo politico che non è più vicepremier deve restare al centro del gioco, di governo. Essere protagonista o almeno incisivo, più spesso che può: per non farsi smacchiare via da quel Giuseppe Conte che la politica estera voleva e vuole farla in prima persona, e per restare capo, dentro il M5S dove gli contestano di aver concesso troppo al Pd e altre, presunte colpe.

Per questo Luigi Di Maio vuole essere un ministro degli Esteri attivo su più fronti, con un primo obiettivo, “evitare che le barche colme di migranti arrivino in Italia” come spiegano dal M5S. Ovvero non concedere la breccia perfetta a Matteo Salvini, che non vede l’ora di sbraitare contro un’invasione di migranti e rivendicare che lui era un’altra cosa, il ministro che i porti li chiudeva.

E arriveranno le urla di Salvini, è inevitabile. Ma Di Maio punta a toglierli la voce a medio termine, ritessendo la tela con gli Stati Uniti sulla Libia, uno snodo essenziale per gestire il tema. D’altronde lo ha scritto lo stesso grillino nel suo primo post da neo-ministro, “l’attenzione verso l’Africa e le migrazioni” saranno tra “le linee guida” che si è dato alla Farnesina. E sempre da lì bisogna ripartire, dalla Libia e dal rapporto con gli americani “da rafforzare”, come dicono fonti qualificate.

Le stesse che raccontano di un peccato originale, ossia il non aver avvertito per tempo e con i dovuti modi Washington della Via della Seta, l’accordo commerciale con la Cina. Trattativa di cui gli americani ovviamente erano a conoscenza: ma certi dettagli e passaggi andavano illustrati dall’alleato italiano. “Invece il precedente ministro Moavero non lo ha fatto” sostengono fonti di governo.

Ora bisogna riannodare quel filo, e il ministro Di Maio inizierà a provarci tra qualche giorno a New York, dove andrà assieme a Conte per l’assemblea Onu. “In America sono previsti anche incontri bilaterali, e per Luigi saranno importanti” spiegano. Come importante sarà cercare di farsi conoscere dall’amministrazione americana e dalla sua macchina diplomatica, “che non va confusa con l’amministrazione Trump, perché sono due cose che non necessariamente coincidono”. E del resto Oltreoceano Di Maio tornerà già a metà ottobre, per la visita a Washington assieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Mentre a novembre sarà a Shanghai per l’Expo dedicato all’importazione di prodotti e servizi. Perché l’altra linea guida del neo ministro è quella, “le relazioni con le nuove economie emergenti”. Quindi rapporto stretto con la Cina e negli auspici anche con l’India, dove Di Maio progetta di andare all’inizio del 2020, per promuovere le relazioni commerciali italiane.

E proprio per questa ragione il leader dei 5Stelle toglierà tutte le competenze sul commercio estero al Mise, uno dei due ministeri che guidava con il governo gialloverde, asssieme a risorse per 250 milioni. “Soldi che aiuteranno a portare avanti una vera cooperazione internazionale” raccontano dal Movimento. Perché il punto, il nodo centrale resta sempre il rapporto con l’Africa e la gestione delle migrazioni. Non a caso, l’intenzione è ricucire definitivamente con la Francia dove il capo del M5S è visto ancora come l’uomo delle trattative con i gilet gialli. Però per lavorare sulla Libia è fondamentale la tregua. Lo sa perfettamente Conte, alfiere della pace tra confinanti, che il 18 vedrà a Roma il presidente francese Emmanuel Macron. E non è ancora chiaro se anche Di Maio sarà della partita assieme al premier a cui non sorride più.

Dovrà capire ed eventualmente decidere assieme alla sua filiera, i presidenti di commissione Marta Grande e Vito Petrocelli e al sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, di cui appare scontata la riconferma. Di Maio punta a tenere anche il viceministro Emanuela Del Re, che gestiva la cooperazione. Ma per costruire un dicastero solo di 5Stelle servirebbe un accordo con il capo delegazione del Pd, Dario Franceschini, che in cambio terrebbe solo dem alla Cultura. Incroci possibili, lassù.

Salvini ancora spento insulta “Giuseppi” e accarezza l’amico B.

“Vada avanti, senatore Casini”. Un mese fa, all’alba della crisi, Elisabetta Casellati inciampò con ossequi e lo chiamò “presidente”. Il senatore Salvini scambiato per Casini parla per una ventina di minuti con in mano uno scartafaccio di appunti, asterischi, citazioni: il governo Conte II preda di Bruxelles, la maggioranza affamata di poltrone, il popolo schierato con il Carroccio, le mummie democristiane che tornano al potere. Ha trangugiato il pranzo di fretta per meditare l’intervento tra i banchi di palazzo Madama, stretto tra l’ex ministro Gian Marco Centinaio e l’astuto Roberto Calderoli, curvo su se stesso col piglio di un Leopardi, ripete il solito comizio – già ascoltato lunedì davanti a Montecitorio con Giorgia Meloni, ai discorsi è allergico – che pare fabbricato dai consiglieri giuridici della spiaggia il “Papeete”. Lì dove fu segnalata, prima di annegare, la magia di Matteo. E pure la grinta s’è spenta: “Noi ci siamo, faremo opposizione leale al governo, la faremo nelle piazze che qualcuno vorrebbe chiudere. Voi avete tempo per dimostrare quello che potete fare, ma avete zero sostegno popolare. Questo governo è legittimo per la forma e abusivo per la sostanza”. Leale. Dice proprio opposizione leale.

È più aggressivo con il premier: “Non ci siamo mai permessi di condannare prima che fosse giudicato, quando si metteva in dubbio la sua cattedra, le sue consulenze, i suoi conflitti d’interessi, gli studi con Alpa: noi non abbiamo detto mai una parola. Lo stile è sostanza, non apparenza, non dipende solo dalla cravatta, dalla pochette e dal capello ben pettinato. Non la invidio, Conte-Monti. Siete passati dalla rivoluzione al voto di Casini, Renzi, Monti”. Conte prende appunti con la mano destra, con la sinistra li copre per schermare i fotografi. Ormai ha imparato ogni trucco del mestiere.

Salvini non accenna mai, neanche per errore, i motivi del ribaltone d’agosto. Rende onore a chi manifesta, non alle regole costituzionali che ha compreso male o forse ignorava. E rimpiange, però, il Viminale, lo ammette quasi con emozione: “Conto di tornare a fare il ministro il prima possibile e mi auguro che il nuovo ministro non si pieghi ai ricattucci della sinistra, cancellando i decreti Sicurezza. Sono a disposizione del nuovo ministro”. Il prefetto Luciana Lamorgese annuisce, poi si fa sfinge.

Annodati gli slogan, al solito Salvini esprime un concetto politico, uno, non di più e riguarda la legge elettorale: “Pronto a raccogliere le firme. Noi vogliamo il sistema maggioritario, non il proporzionale che volete fare per un altro inciucio. Chi prende un voto in più, vince”. E allora l’ha capito che la politica è una faccenda complessa. I leghisti tributano un’ovazione al Capo, i deputati sono in trasferta per amplificare il fracasso, urlano “di-gni-tà” per schernire i Cinque Stelle, espongono spillette di Alberto da Giussano, ma il Capo è ancora un po’ bolso, scontato, prevedibile. I colleghi leghisti sono premurosi, dispensano affetto, sei forte Matteo, non mollare Matteo, che bravo Matteo. Eppure la luce s’è spenta. Ospite di Porta a Porta, in serata, Salvini è intimista. Confessa che ha promesso a Luigi Di Maio la carica di premier e che il rapporto con Silvio Berlusconi non s’è interrotto. La coerenza, prima di tutto.

Al Senato finisce 169 a 133: cartolina finale giallorosa

Alla fine, Giuseppe Conte può esultare per i numeri della fiducia: sono solidi anche in Senato. Il battesimo definitivo del governo giallorosso avviene con 169 voti a favore, 133 contrari e 5 astenuti. L’asticella della maggioranza assoluta era fissata a quota 161, si riteneva che l’avvocato potesse contare su 163 preferenze sicure, 168 probabili. Ne ha presa una in più, malgrado le annunciate astensioni di Gianluigi Paragone e Matteo Richetti (in uscita dal Pd), l’assenza dell’altro grillino Lello Ciampolillo e della dem Tatiana Rojc. Per Conte va bene così, anche se sono due voti in meno rispetto a quelli di 14 mesi fa: allora a favore dei gialloverdi erano in 171.

Al di là di questo il premier non ha avuto molte ragioni per godersi la giornata di Palazzo Madama. Gialli e rossi sono ancora timidi e freddini. Le fortune del governo restano appese agli umori soprattutto di due persone: Luigi Di Maio e Matteo Renzi. Per il primo parla l’espressione funerea di lunedì alla Camera. Ma pure ieri Di Maio si è fatto vedere poco, pochissimo: solo all’inizio e alla fine dei lavori (è entrato in aula, simbolicamente, appena finito l’intervento di Matteo Salvini).

Anche Renzi ha giocato di sottrazione: è comparso a fine dibattito, non ha parlato, è rimasto solo per votare la fiducia a Conte. Mentre il premier parlava non ha battuto ciglio, nemmeno un applauso. Quelle mani se le tiene libere.

I gialli e i rossi continuano a non avere molto in comune. L’eccentrico senatore dem Tommaso Cerno aveva chiesto “un governo rock” e invece ha preso atto “che per ora è una polka”. Non granché: “Ma ti pare che si presentano con la De Micheli ai Trasporti. Non hanno capito niente?” (la ministra è sua collega di partito, ndr)”. L’entusiasmo invocato da Beppe Grillo non c’è. A tenere faticosamente incollati Pd e M5S ci sono solo due argomenti: Giuseppe Conte e Matteo Salvini; il premier che si è scoperto europeista e l’ex vice che terrorizza tutti con il suo consenso.

Ieri è andato in scena il secondo round del Senato, dopo quello del 20 agosto, quando l’avvocato prese a ceffoni (verbali) il Capitano. Stavolta Salvini ha avuto un aiuto esterno: poco prima che parlasse Conte ha ricevuto il doppio abbraccio (mortale) di Monti e Casini. Letale soprattutto quello del prof: nell’annunciare il suo “sì” alla fiducia, Monti si definisce “stupefatto e soddisfatto” dal programma di Conte “su Europa ed economia”. Immediata la standing ovation ironica dei senatori leghisti.

Salvini c’è andato a nozze e ha esordito il suo discorso salutando il premier “Conte Monti”: dal sovranismo all’austerity in 14 mesi, “alla faccia del nuovo che avanza”. Il capo della Lega ha sfottuto Conte per lo “stile”, “cravatta, pochette e ciuffo pettinato”. L’ha definito “l’uomo che sussurrava alla Merkel” e l’ha chiamato “poltronista”.

Il premier gli ha rinfacciato la sua “arroganza”: “È rimasto fermo all’8 agosto, quando con scarse cognizioni di diritto costituzionale provocato una crisi per portare unilateralmente il Paese alle elezioni, chiedendo pieni poteri”. E insomma al Senato è sempre Salvini contro Conte, Conte contro Salvini.

Per il resto le cartoline da Palazzo Madama non sono edificanti. Le truppe leghiste assomigliano sempre più alla falange scissionista di una curva italiana. Ieri, in mezzo ai soliti cori – “Traditore! Dignità! Bibbiano!” – qualcuno di loro si è esibito in quelli che si suole definire “ululati razzisti” (in soldoni, il verso della scimmia). Congratulazioni.

Nel bestiario della fiducia entra a pieno titolo anche Lucia Borgonzoni (sempre Lega) che indossa in aula una maglietta su Bibbiano. E ancora: Licia Ronzulli (Forza Italia) che “regala” ai 5Stelle un lucchetto (siccome prima volevano aprire il Parlamento con l’apriscatole e ora si incatenano alle poltrone). Oppure la confusa presidente Casellati che “smanetta” con il cellulare durante il discorso di Conte (che eleganza!) e poi si rivolge a Salvini chiamandolo “Casini” (ilarità generale).

All’estremo opposto, in uno dei pochi momenti di gravità e raccoglimento nella baraonda di Palazzo Madama, c’è il discorso della senatrice a vita Liliana Segre: “Ho accolto il nuovo governo con preoccupazione ma anche con speranza. La politica che investe nell’odio non danneggia solo coloro che vengono scelti come bersaglio, ma incendia anche gli animi di chi vive nel disagio. L’odio si diffonde e questo è molto pericoloso”. Voterà sì, Salvini prende e porta a casa. Ma poi replica, senza un briciolo di rispetto: “Il governo è appeso ai senatori a vita… è la casta della casta della casta”.