Il bacio della vita

Gli endorsement al Conte-2 cominciavano a farsi preoccupanti: veri e propri baci della morte. Poi è arrivato provvidenziale il voto di sfiducia di Carlo De Benedetti. Un voto tutt’altro che sorprendente: bastava leggere Repubblica e l’Espresso, pro elezioni e anti Conte proprio come Salvini. Ma decisamente beneaugurante per il nuovo governo, vista la miseranda fine di quelli sposati in passato dall’Ingegnere e dai giornali sottostanti. Più che un finanziere e un editore, CdB è una bussola: se un governo gli piace, sarà un disastro; se non gli piace, il successo è garantito. Veltroni? Un genio, infatti fondò il Pd, Prodi affondò e tornò B. Monti? Un toccasana, infatti il Pd aveva le elezioni in tasca, poi appoggiò i tecnici e finì pari col M5S. Rodotà al Quirinale? Pussa via, molto meglio Napolitano a 88 anni e poi il governo Letta con B., quello che gli aveva scippato la Mondadori comprando giudici e sentenze. Renzi? “Un fuoriclasse” col contorno di Verdini, Alfano e referenzum. Prima del 4 marzo 2018 CdB riabilitò pure il Caimano contro “Di Maio peggiore di tutti i mali”. Poi si capì perché Renzi era un fuoriclasse: fu lo stesso CdB a svelare nel 2015 al suo broker che Matteo suo gli aveva spifferato in anteprima il decreto Banche popolari, facendogli guadagnare in Borsa 600 mila euro.

Quelli sì che erano governi. Come quello di Ciampi, che nel ‘94, in articulo mortis, regalò le frequenze telefoniche alla sua Omnitel. O come quelli della Prima Repubblica che gli compravano le telescriventi obsolete dell’Olivetti in cambio di mazzette. Renzi poi scriveva le leggi a gentile richiesta di CdB, che lo raccontò alla Consob: “Io gli dicevo che doveva toccare per primo il problema lavoro e il Jobs Act è stato… – qui lo dico senza vanto, anche perché non mi date una medaglia – ma il Jobs Act gliel’ho suggerito io… e lui poi è stato sempre molto grato perché è l’unica cosa che gli è stata poi riconosciuta”. L’Ingegnere dettava e il Fuoriclasse scriveva, come Totò e Peppino. Fuoriclasse, poi, si fa per dire. Matteo – verbalizzò CdB alla Consob – è “un cazzone” e “capisce poco di economia”: il suo non era un governo, ma una combriccola di “quattro ministri” pilotati da lui in pranzi e cene a Palazzo Chigi o a casa sua, in veste di “advisor gratuito e saltuario” di Renzi, Boschi e Padoan. Ecco, purtroppo pare che Conte e Di Maio non abbiano queste belle usanze. Dunque l’uno è un “trasformista” (non come il Pd che governava con B.) e l’altro “il più incompetente di tutti”. Sono complimenti che tutti sognano, ma pochi si meritano. Con tutti i guai che hanno Conte e Di Maio, gli mancava pure un elogio dell’Ingegnere.

Brera, il partigiano e le vite risparmiate

Il 9 settembre 1919, nasceva a San Zenone al Po, Gianni Brera. Irriverente e fantasioso, era – secondo Montanelli – il “Meazza dei giornalisti sportivi” (Marsilio, 2007). Ma non solo: nel suo libro “Ragazzo. Storia di una vecchiaia”, Massimo Fini ne ha ricordato alcuni momenti privati sconosciuti ai più.

Una sera – era la fine dei Settanta – ero andato al circolo De Amicis, un feudo di Aldo Aniasi, il sindaco socialista di Milano. Erano anni di passioni e di tensioni ideologiche e la piccola sede del Circolo era stracolma. Seduto nelle prime file avevo visto Gianni Brera e lo avevo salutato. Si parlava di politica, naturalmente. Irruppe un gruppo di extraparlamentari che contestavano il sindaco, il De Amicis, i socialisti, tutto. Ne nacque un violento tafferuglio. Scorsi Brera che cercava di scantonare, di scappare dal parapiglia. Ma intrappolato fra la gente che si prendeva a cazzotti non riusciva a venirne fuori. Lo raggiunsi e lo presi sotto il braccio. Era pallidissimo. Balbettava: “Non mi piace, non mi piace”. Riuscii a portarlo fuori. Ci fermammo sul marciapiede. Se ne stava in silenzio, a capo chino. Capii che si sentiva umiliato.

Brera, come molti uomini della sua generazione, che hanno attraversato il fascismo e la guerra, aveva avuto una vita abbastanza avventurosa. Fascista, giovanissimo, era stato catturato dai partigiani e stava per essere messo al muro. Ma il comandante della Brigata, Nino Seniga, il mio buon, vecchio e caro Nino, un ebreo di grande coraggio e altrettanta umanità, disse che non si poteva fucilare un ragazzo di vent’anni: “Teniamolo con noi e mettiamolo alla prova”. Così Brera divenne partigiano.

Alle cinque del mattino di parecchi anni dopo (mi pare fosse il 1954) Brera, giornalista già famoso, sentì suonare insistentemente alla porta.

Andò ad aprire in pigiama. E si trovò davanti Nino Seniga, l’uomo che gli aveva salvato la vita. Quella notte Seniga, segretario personale di Togliatti, era fuggito portandosi via parte della cassa del Pci. I motivi erano politici. Dopo le denunce di Camus, e di altri, sui lager di Stalin, che avevano scosso la Francia e l’Europa, si era reso conto degli orrori del “socialismo reale” e del comunismo sovietico e, di riflesso, delle ributtanti complicità, menzogne e ipocrisie di quello italiano, a cominciare dal suo leader, “il Migliore”. E aveva deciso di filarsela. Con la cassa.

Quei soldi non li usò mai per sé. Se ne servì per mettere in piedi una piccola casa editrice di ispirazione anarco-socialista. Viveva in un modestissimo appartamento in via Dogana con la moglie Anita Galiussi, una “figlia del partito” che era stata educata nelle scuole politiche di Mosca, e l’unico figlio.

Quella mattina Seniga veniva a chiedere a Brera di ricambiargli l’antico favore: doveva nasconderlo.

Col Pci di allora scherzetti del genere potevano costare la pelle. Brera, rischiando qualcosa, lo tenne in casa sua per qualche tempo. Poi Seniga riparò in Svizzera dove restò un paio d’anni, aspettando che sbollissero le acque.

Gianni Brera ne aveva dunque viste e passate tante e da giovane era stato sicuramente un uomo coraggioso. Ma quella sera, al De Amicis, non aveva più vent’anni, ne aveva quasi sessanta, ed era bastata una semplice zuffa per metterlo in grande agitazione.

Zen Circus: “Altro che fama, noi restiamo artisti di strada”

Da vent’anni sgommano in giro per le strade del Belpaese con un furgoncino. Si sono abituati a suonare ovunque ci sia uno spiazzo; improvvisano, sempre. Cosa abbia spinto Appino, Karim e Ufo – voce, chitarra e basso degli Zen Circus – a pubblicare una autobiografia con l’aiuto dell’autore Marco Amerighi è un mistero. Eppure, pagina dopo pagina, emerge senza fronzoli la fatica di portare avanti con tenacia un progetto nato dall’urgenza di esprimersi e suonare – senza troppa accademia -, perché si parte come tutti i gruppi punk-rock, senza background. In mezzo alla storia delle persone coinvolte tra amici, famiglia e relazioni sentimentali – in una provincia tra Livorno e Pisa – c’è la droga, l’alienazione, lo sfruttamento e la ricerca di se stessi oltre all’allegria spensierata di tre veri amici. Si parte dai diciotto anni di Appino, “nato per subire”, ai tragici fatti del G8 di Genova (“l’evento più vergognoso della nostra generazione”), sino all’incontro con l’idolo, Brian Ritchie dei Violent Femmes: tutto raccontato come un flusso di coscienza. Un libro crudo, un romanzo pieno di male di vivere e voglia di farcela. Gli Zen Circus lo presentano domani a Torino, il 12 a Bologna e poi in altre 12 città per concludere a Milano l’11 novembre.

Ufo, quanto c’è di vero e quanto di inventato in “Andate tutti a fanculo”?

Questo è un romanzo anti-biografico: c’è del plausibile e dell’impossibile. Paradossalmente le cose più assurde sono quelle più sincere, realmente accadute. Marco Amerighi ha messo in ordine la timeline e ha dato un filo unitario ai nostri racconti con alcuni innesti suoi. A noi non interessava tanto la biografia canonica ma un racconto vero e proprio con un approccio diverso.

È uno spaccato di vita e di fatica di vivere.

È incentrato soprattutto ai nostri esordi, volevamo un romanzo di formazione, di educazione sentimentale. In questo modo più di uno riuscirà a immedesimarsi.

Ci sono temi come il G8 e l’11 settembre: quasi da romanzo generazionale.

Descriviamo il Paese, come si vive e spesso si vive male.

C’è anche molta poesia, come quando raccontate di essere saliti su un ciliegio per vedere il mare.

È accaduto veramente. È stato un grande gaudio collettivo. Il poetico viene fuori quasi involontariamente nonostante le nostre follie.

Ne uscite come loser costruttivi, vi ci riconoscete nella formula?

Sì, i nostri primi momenti non sono stati certo picareschi, ma siamo riusciti a portare la nostra immaginazione sui palchi.

Perché avete cambiato il nome di alcuni personaggi, come “Teschio” in “Osso”?

È andata così, non ci sono vere e proprie ragioni. Forse è stata una forma di pudore, dato che alcune cose scritte nel libro sono abbastanza scabrose. Abbiamo tenuto nascosto molto poco…

Cosa lascerà al lettore il romanzo?

Per noi è un po’ come fare il punto. Sicuramente ci piacerebbe lasciare al lettore la nostra visione del mondo, la nostra cultura di busker.

Avete vinto ma rinunciando a tutto il resto.

Abbiamo tenuto duro con grande tenacia e testardaggine e una dose di incoscienza. La musica non è stata per noi il sogno di farcela e raggiungere chissà quali obbiettivi ma l’urgenza di esprimerci con cocciutaggine.

Alla fine del libro uno pensa: “di sicuro non l’hanno fatto per i soldi”.

No, sicuramente (ride). Sono certo che tante persone mi diranno “ma chi te l’ha fatto fare?”.

“Qui il titolo di dottore è finito nei parcheggi”

Chi va al teatro o al cinema di questi tempi si accorge che al di sopra delle guerre, delle riforme e dei fenomeni che sconvolgono il mondo rimane sempre l’Ottimismo. La gente si diverte senza sospetto. È nel suo diritto, d’accordo; ma ci fa pensare troppo a quel signore che non sapendo che era cominciato il diluvio universale era incerto se prendere o no l’ombrello.

Nel ridotto del teatro preferito dal pubblico elegante le vetrine della pubblicità insegnano come ci si deve vestire, qual è la casa che l’uomo moderno deve abitare e di quali oggetti deve, possibilmente, riempirla. Come pesci nelle vasche, i misteriosi soprammobili di vetro e di metallo guardano lo spettatore mettendogli addosso quel disagio che si prova ad essere fissati da un animale. L’ottimismo dei grossi soprammobili moderni, la loro aria florida, conclusiva e “architettonica” serve a farci sembrare più malfatti di quanto siamo. Un disagio parallelo lo dà il palcoscenico dove si svolgono storie che nel loro semplicismo hanno qualcosa di lugubre.

Passeggiando nel ridotto guardo una signora che sfoglia un giornale e per la prima volta vedo – come ci accade di vedere e capire improvvisamente il significato di una cosa a cui siamo abituati – vedo i titoli che parlano di bombardamenti terribili e necessari.

“Documento”, maggio 1941

 

Alcuni anni fa circolava una curiosa facezia, e cioè che le iscrizioni all’antifascismo erano chiuse. Tuttavia la valanga degli antifascisti aumentò ogni giorno al punto che non si trovò più un tale disposto a difendere la mistica fascista tanto da poter – accademicamente – tener desti e allenati i nostri argomenti. Oggi le conversioni seguono addirittura l’andamento di una progressione geometrica; e sommano ormai a tante che potremmo guardare all’avvenire con una certa fiducia, se… Insomma, l’Italia non dovrebbe, stando ai primi calcoli, produrre più un fascista sino alla fine dei secoli, ma soltanto antifascisti.

Molte conversioni sono sospette? Forse. Quel che ci fa dubitare della generale sincerità è la leggerezza con la quale ci si converte, la precarietà degli argomenti addotti, che spesso sono argomenti fascisti rivoltati. C’è molto traffico sulla via di Damasco e troppi Saul si disarcionano al minimo scarto dei loro cavalli. E questi cavalieri hanno veramente sentito la voce di Dio (o della coscienza), oppure si gettano da cavallo per rimanerci poi a visione trascorsa? Le prove che quotidianamente ci offrono vecchie conoscenze bastano a illuminarci.

Uno dei caratteri dell’italiano è la facilità con la quale prende le sue risoluzioni. Molta gente oggi non sospetta nemmeno che farebbe meglio il suo dovere verso l’Italia restando “fascista” piuttosto che ripudiando per paura una dottrina che per vent’anni ha reso valida col suo consenso. E non si dica che con ciò auspico il ritorno dei fascisti; e non mi si opponga che di fascisti ce ne sono già troppi: vorrei soltanto che la gente credesse a qualcosa, al di fuori del suo tornaconto. Tutti i problemi d’ordine politico che oggi ci agitano saranno risolti il giorno stesso che la maggioranza degli italiani deporrà quel suo cinismo che l’induce sempre dalla parte del più forte, verso gli oratori, verso le schiere più ricche di gagliardetti.

“Risorgimento Liberale”, 1° settembre 1944

 

Il concetto di simbolo di prestigio è difficilmente definibile in un paese come l’Italia dove, per esempio, l’infima macchina utilitaria, la 500 Fiat, viene proposta in due versioni: normale e di lusso. O dove la donna a ore spende l’equivalente del suo salario di un anno per la comunione o la cresima del figlio. O dove il mendicante che viene ogni sabato a prendere il suo obolo arriva un bel giorno con la bomboniera delle sue nozze d’argento. Dove, in altre parole, i vari strati sociali sono in continua reciproca imitazione e sommovimento, e le feste più illustri sbracano a un certo punto nella spaghettata; e ciò che fa il monaco è esclusivamente l’abito. Un paese, infine, dove si pubblicano infiniti “Who’s who?”, uno dal titolo quasi dialettale “Lui, chi è?”: i quali tutti servono per la vanità di piccoli professionisti e poeti regionali, o di industriali allo stato brado, deputati scaduti, miss degli anni scorsi, mostri televisivi, direttori di società sportive o semplici neo-dottori. Un paese dove appunto il titolo di dottore è finito nei parcheggi.

“L’Espresso”, 30 agosto 1970

 

Se c’è qualcosa che ci trattiene dal morire è lo spettacolo dei funerali che trotterellano nel traffico, intralciandolo, correndo agli incroci, prendendo infine al galoppo l’ultimo tratto libero, parallelamente ad un tram sul quale i passeggeri non sanno se alzarsi, star seduti, segnarsi o continuare a leggere il giornale.

“L’Espresso”, 18 ottobre 1970

Lo strano casodi Trump e l’infiltrato al Cremlino

Sarebbe l’ennesima dimostrazione dell’inadeguatezza di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti e – in quanto tale – come detentore di informazioni sensibili: questo almeno secondo la ricostruzione che l’emittente Cnn ha pubblicato di un episodio avvenuto nella primavera del 2017. Una spia infiltrata da anni nel governo di Mosca e fino ad allora ritenuta il grande orecchio dell’intelligence statunitense al Cremlino fu costretta a lasciare la Russia all’improvviso e in modo rocambolesco. Il motivo? Fu considerata in pericolo e a mettere a rischio la sua vita – raccontano le fonti della Cnn che hanno lavorato per i servizi e per il Congresso – sarebbe stata proprio la spregiudicata gestione delle informazioni segrete da parte di The Donald e dei suoi consiglieri.

Così gli 007 Usa decisero di far scattare la cosiddetta exfiltration, l’espatrio che scatta in situazioni di pericolo immediato, missione che però rappresentò un brutto colpo per lo spionaggio americano. A dare l’impressione ai servizi che il loro uomo fosse in pericolo sarebbe stato l’incontro nello Studio Ovale tra il capo di Stato Usa e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, a cui prese parte anche l’allora ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak. Si tratta dell’episodio della famosa gaffe di Trump svelata dal Washington Post, in cui il magnate condivise con gli ospiti informazioni classificate sull’Isis in Siria, tutte provenienti dall’intelligence di Israele. Come da copione, The Donald ammise il fatto ma non se ne scusò, anzi, rivendicò il suo “diritto assoluto” di farlo, dichiarazione che allarmò i servizi e Mike Pomeo, allora capo della Cia. Resta il fatto che della spia “espatriata” da Mosca non si sa nulla, ovviamente. La Cia ha smentito la ricostruzione della Cnn, e la portavoce della Casa Bianca Stephanie Grisham se l’è presa con l’emittente tv accusandola di mettere a rischio delle vite, monito ribadito da Trump su Twitter: “La Cnn è un male per il Paese”. A proposito di gaffe.

Brexit, anche Bercow contro Johnson

La regina firma la legge anti-no deal, lo speaker della Camera dei Comuni si dimette, il primo ministro Johnson assicura che la Brexit ci sarà senza rinvii e chiude il Parlamento.

Dal Regno Unito un’altra giornata di colpi incrociati fra il governo che preme per la Brexit a tutti i costi – anche senza un accordo con l’Unione europea – e il parlamento che invece chiede più tempo. Ieri ha completato il suo iter, con la formalità della firma della regina (Royal Assent) il testo che mira a imporre al primo ministro la richiesta di un rinvio oltre il 31 ottobre. L’impressione è che Johnson voglia ignorare questo impegno.

La Camera dei Comuni ieri sera ha messo ancora in difficoltà il governo, approvando una mozione (è passata con 311 sì e 302 no) – presentata dall’ex Tory dissidente Dominic Grieve col sostegno delle opposizioni, Labour in testa – che intima a Boris Johnson di rendere note a Westminster le comunicazioni anticipate intercorse fra vari funzionari dell’entourage di Downing Street, sulla decisione di sospendere il Parlamento

La leader dei LibDem, Jo Swinson ha fatto fronte comune con Jeremy Corbyn (Labour) e con i responsabili di tutti i gruppi del fronte anti-Johnson a Westminster per rimandare al mittente l’ennesima richiesta del governo di andare al voto.

Dopo Amber Rudd, i Conservatori perdono anche una figura simbolica del dibattito ai Comuni, lo speaker John Bercow; ha annunciato, non senza commozione, l’intenzione di rinunciare all’incarico in caso di elezioni anticipate e comunque di dimettersi al più tardi dopo la scadenza della Brexit il 31 ottobre. Bercow ha definito distruttiva la linea seguita da Boris Johnson che ha sospeso le sedute del Parlamento e ha rivendicato di essere stato il difensore dei diritti dell’aula e dei backbenchers, i deputati semplici delle retrovie, ricordando anche i dieci anni da speaker come “l’onore e il privilegio più grande”. Replicando a chi lo ha accusato di aver favorito in alcune occasioni il fronte anti-Brexit, ha sottolineato di aver protetto il ruolo della Camera: “I parlamentari non sono delegati, ma rappresentanti del popolo. Degradare il Parlamento è un pericolo”, ha ammonito. Un elogio gli è arrivato proprio da Corbyn “per avere promosso la democrazia in questa Camera”. Bercow, ha detto ancora il leader laburista “ha cambiato completamente il modo in cui si esercita questo ruolo”. Ieri intanto Westminster ha chiuso i battenti. La sospensione del Parlamento (prorogation) è una prerogativa del governo nel Regno Unito, ma le quasi cinque settimane annunciate quest’anno dall’attuale governo in corrispondenza con il braccio di ferro su tempi e modi della Brexit, ha prodotto anche ricorsi presentati all’Alta Corte di Edimburgo prima e di Londra poi, tutti respinti. Ieri il premier è stato in visita in Irlanda accolto dal primo ministro Leo Varadkar; quest’ultimo ha confermato che l’Unione europea non ha ancora ricevuto da Londra “nessuna proposta realistica” nell’ambito dei negoziati sulla Brexit; il “backstop”, il meccanismo per prevenire il ritorno di un confine fisico fra Dublino e Belfast, rimane una parte essenziale dell’accordo di divorzio.

Alla Duma di Mosca ora esiste pure l’opposizione

Ironia della sorte, è toccato proprio all’agenzia di stampa governativa Ria Novosti a dover confermare per prima la notizia della perdita di seggi dei candidati di Russia Unita, partito di Putin, citare i dati del capo della commissione elettorale Valentin Gorbunov e certificare ufficialmente l’arretramento della squadra del presidente. Le urne erano aperte ad ogni latitudine e fuso orario della Federazione, ma tutti guardavano ai simbolici risultati del voto di Mosca, città padrona dei destini di tutti gli uomini del potere russo.

L’affluenza non ha raggiunto il 22%. Dei 38 seggi che occupava prima al Mosgordum, Duma moscovita, al partito ne rimangono solo 25, una maggioranza che domina scricchiolando, che perde pur rimanendo in testa. I comunisti raddoppiano i seggi da 5 a 13, il partito Jabloko ne ottiene tre e uno è dell’icona d’opposizione, Serghey Mitrokin, ora leader del 43esimo distretto.

Lasciano le poltrone del Parlamento cittadino, dove sedevano dal 2001, Andrey Metelsky e Aleksander Shaposhnikov, dopo queste elezioni che il sindaco della città Serghey Sabianin ha definito le “più emozionali e competitive della storia recente”. Qualcuno dirà che questa fragorosa frenata del partito al potere nella Capitale non è una sorpresa, ma le conseguenze saranno nepredskazuemaje, “imprevedibili”, parola che molti analisti russi hanno usato il giorno dopo.

Vincono o perdono, gli uomini del Cremlino rimangono comunque con il potere tra le dita. Notizie di file finte di elettori, falsificazione di documenti e voti elettronici, assalti agli osservatori indipendenti arrivano da Pietroburgo. Nella città sorella antagonista della Capitale, il potere rimane al fedele amico di Putin, Aleksander Beglov, 64% delle preferenze.

Questa crepa nel muro del potere è già pobeda, “vittoria”. Ad annunciarla all’alba sui canali Telegram è Aleksey Navalny, assetato di un potere che, dice, attende di agguantare per cambiare le cose. Non proclama il suo trionfo ma la sconfitta altrui: “Nella storia, il potere non aveva mai perso tanti distretti”. La sua, come ogni rivoluzione, è imperfetta ma il blogger comunque ritiene di aver raggiunto “un risultato fantasticeskij” con la sua strategia del “voto intelligente”: supportare tutti i candidati che avrebbero fatto perdere gli uomini dell’Edinross, Russia Unita. Campagna che si è rivelata cruciale, ma non unico catalizzatore responsabile del tracollo politico.

Intanto l’opposizione si solleva. Ormai ha le sue regole, il suo linguaggio, le sue tecniche e misteri proprio come la squadra del campo opposto. Ultimamente ha logiche e ritmi che la proiettano a pensare sempre più in grande. Navalny in questi mesi si è rivolto a 56 milioni di elettori, metà degli aventi diritto al voto, che nella maggior parte dei casi, hanno però comunque lasciato vuoto il ventre delle urne, dove solo in pochi hanno espresso le loro preferenze per 16 governatori e deputati di 13 regioni, Crimea compresa.

Che succede adesso è un quesito di pragmatismo politico posto da molti a vuoto, perché non c’è stata ancora nessuna dichiarazione ufficiale del team dello zar zoppicante. Il presidente non ha ancora parlato. Non lo ha quasi mai fatto nemmeno in questa estate di proteste, maree di bandiere hanno travolto Mosca ogni sabato e dopo quest’ultima domenica, e si sono dimostrate essere non solo un’onda anomala pre-elettorale.

Forse le cose rimarranno uguali come è successo dopo le manifestazioni alla Balotnaya nel 2012. O forse il presidente rimane zitto perché sa che la logica delle onde è sempre uguale: si infrangono e muoiono solo per tornare.

Bibi accusa: “L’Iran aveva sito nucleare: lo ha distrutto”

A una settimana dalle elezioni, Israele vive ancora momenti di tensione con il Libano e l’Iran a causa dell’aggressività di Hezbollah, il gruppo armato sciita in stretto contatto con Teheran. L’esercito israeliano ha confermato che un drone è caduto in Libano; Hezbollah parla di abbattimento. La causa di questa guerra non solo di nervi è da ricercare nelle prove che l’intelligence israeliana ha raccolto sul fatto che Hezbollah sta ricevendo tecnologia dall’Iran per piazzare basi missilistiche dietro la porta di Tel Aviv. Inoltre, il premier Netanyahu ha accusato l’Iran: “Aveva un sito di sviluppo di armi nucleari ad Abadeh, a sud di Isfahan, ma lo ha distrutto dopo che ha capito che era stato scoperto”.

Il primo settembre gli sciiti libanesi hanno sparato razzi anticarro contro un’ambulanza militare israeliana, causando vittime – secondo Hezbollah – tra i soldati nemici. Israele ha smentito ma ha risposto con 100 colpi di artiglieria nel sud del Libano. Hezbollah ha giustificato la sua azione mettendola in contrapposizione agli attacchi attribuiti a Israele nel sud-ovest della Siria, contro postazioni di Hezbollah e dell’Iran, e contro la periferia sud di Beirut, roccaforte dei miliziani sciiti. In questo clima Israele si prepara alla sfida elettorale del 17 settembre: già il 9 aprile le urne avevano mostrato una parità fra il Likud del primo ministro Netanyahu (nella foto) e l’alleanza ‘Blu e Bianco’ guidata dell’ex generale Benny Gantz. Il premier non era riuscito ad assemblare una coalizione di governo perchè Yisrael Beitenu, il partito laico e ultranazionalista, gli aveva voltato le spalle. Molti analisti sostengono che il futuro politico di Israele passerà ancora per il Beitenu e il suo leader Avigdor Lieberman, attuale ministro della difesa; secondo i sondaggi il Likud è in testa con il 38/41 per cento, ma potrebbe non bastare per fermare la coalizione Kahol Laván (Blu e Bianco) formata dai partiti Télem, Hosen L’Israel e Yesh Atid.

Tunisia, Essebsi non c’è più alle urne è tutti contro tutti

La settimana appena iniziata segnerà il destino della Tunisia post-rivoluzione. Nel Paese nordafricano dove nel 2011 è iniziata la cosiddetta primavera araba, domenica si terranno le seconde elezioni presidenziali a suffragio universale da quando il presidente-dittatore Ben Alì fu costretto a fuggire. Il primo turno si sarebbe dovuto tenere a metà novembre, dopo le legislative calendarizzate il 19 ottobre, ma la morte lo scorso luglio dell’anziano Capo dello Stato, il laico Beji Caïd Essebsi, ha costretto all’anticipazione delle consultazioni per eleggere il suo successore. Chi sarà, questa volta è difficile prevederlo.

Mentre nel 2014 Essebssi era stata l’unica presenza in grado di fatto di mettere d’accordo tutti per l’autorevolezza e il profilo di statista, quest’anno i 26 candidati – tra i quali il primo ministro Youssef Chahed e il ministro della Difesa Abdelkarim Zbidi, ma anche il numero due del partito islamico moderato Ennahda, Abdelfattah Mourou – non sembrano in grado di pescare a piene mani nel bacino di voti più con consistente e motivato, ovvero i giovani. Nonostante l’età molto avanzata, la morte di Essebsi è arrivata inaspettata cinque mesi prima della fine del mandato costituzionale, spiazzando i leader dei partiti allora concentrati sulla preparazione delle elezioni legislative.

Nonostante sulla base della nuova Costituzione la figura del presidente abbia perso buona parte delle proprie prerogative in ambito esecutivo, per il popolo tunisino rimane la carica di riferimento. Per questo chi uscirà vincente rifletterà il volere, o forse la confusione della cittadinanza. Confusione perché il parterre dei candidati non solo è vasto, ma esprime anche le divisioni maturate all’interno del panorama di centrosinistra. Frazionandosi, i partitini di orientamento socialista e laico non sono riusciti a candidare figure conosciute e apprezzate.

Il primo ministro Chahed, leader del neo partito laico democratico di centrosinistra Tayha Tounes – nato lo scorso anno dalla spaccatura del partito Nidaa Tounes fondato da Essebsi – rischia non solo di perdere ma di far vincere quello che chiamano il “Berlusconi tunisino”, Nabil Karoui, proprietario di uno dei più seguiti canali televisivi. Karoui, dato per favorito, è stato arrestato perché accusato di riciclaggio di denaro ed evasione fiscale all’inizio di luglio. Dalla sua cella ha però continuato a fare campagna elettorale grazie al proprio canale tv. Vi sono gravi accuse a carico di altri candidati per falsificazione di firme e altri reati, su cui l’autorità giudiziaria sta ancora indagando.

Il partito musulmano di Ennhadha ha candidato il proprio vicepresidente, Abdelfatteh Mourou, un avvocato che attualmente svolge le funzioni di presidente provvisorio del parlamento. Inizialmente l’intenzione del primo partito islamico era quella di cercare un candidato esterno, ma le opzioni erano limitate e anche i negoziati dell’ultimo minuto con il primo ministro Chahed non avevano avuto successo. Gli appelli della società civile e delle élite intellettuali ai candidati democratici per il loro ritiro “a beneficio del candidato federato nella posizione migliore” continuano a rimanere inascoltati. Intanto l’inflazione e la disoccupazione continuano a salire penalizzando le fasce più deboli della popolazione, le protagoniste della rivolta contro Ben Alì.

Molti giovani tunisini per questo, soprattutto negli ultimi due anni, hanno lasciato il paese a bordo di gommoni per venire in Europa. Nel 2013-2014 almeno 3mila persone, molte disilluse dalla rivoluzione per il mancato miglioramento delle proprie condizioni di vita, soprattutto in campo lavorativo, avevano invece optato per andare a combattere a pagamento nelle fila dell’Isis.

Una minaccia ancora reale per il paese dato che molti stanno tentando di tornare in patria. Pochi giorni prima della morte di Essebsi, le forze di sicurezza di Tunisi sono rimaste vittime di un attentato kamikaze realizzato da una donna e rivendicato dai seguaci di Al-Baghdadi. Per fortuna c’erano state solo due vittime, come nel precedente attacco, nell’ottobre 2018, sempre compiuto da una giovane donna. Il destino della Tunisia ci riguarda molto da vicino.

Quanti “non ricordo”: il pm sbotta in aula al processo depistaggi

Al processo sul depistaggio sulla strage Borsellino vanno in scena i tanti “non ricordo” dei poliziotti che nel 1995 si occuparono della gestione dell’ex pentito Vincenzo Scarantino. L’accusa ha chiamato a deporre in aula, a Caltanissetta, il sovrintendente di polizia Giuseppe Di Gangi. E sono stati numerosi i “non ricordo” su quel periodo di gestione del falso pentito, che fece condannare all’ergastolo sette persone. Poi scagionati da un altro pentito, Gaspare Spatuzza. Il pm Stefano Luciani davanti all’ennesimo “non ricordo” del poliziotto sulla gestione dell’ex pentito Vincenzo Scarantino, sbotta: “Ma non ricorda proprio niente?! Sovrintendente!”. E il poliziotto replica stizzito: “Io sono devastato da questa situazione. Sto molto male, soffro di depressione per questa vicenda. La prego di non fare facile ironia sulla mia salute. Sono qui per rispetto al Tribunale. Sono stato trattato come criminale di Stato, senza potermi difendere. Io non sono un criminale, li ho sempre arrestati i mafiosi, ne ho arrestati centinaia. E questo lavoro mi rendeva felice”. Alla sbarra tre poliziotti: Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, tutti accusati di concorso in calunnia aggravata, e tutti presenti in aula.