“Ongi etorri”: vuol dire “benvenuto” in lingua basca. Si chiamano così anche le feste che si celebrano ogni volta che i membri dell’Eta (acronimo di Euskadi Ta Askatasuna, “Paese Basco e libertà”) escono di galera e tornano a casa. Ma dei 35 detenuti che hanno varcato la soglia d’uscita dalle loro prigioni l’anno scorso, solo due hanno ricevuto canti, balli e discorsi al loro ritorno in libertà. Per i parenti delle vittime della lotta armata del gruppo indipendentista queste celebrazioni “glorificano il terrorismo” e sono stati gli stessi prigionieri a chiedere che gli eventi si svolgessero a porta chiusa: “Ci sono persone ferite dalle azioni della nostra militanza passata e capiamo che possano provare dolore”. Una delle ultime “ongi etorri” si è tenuta a Bilbao ad agosto scorso, quando Agustín Almaraz è uscito di prigione dopo 25 anni in cella. La condanna di un quarto di secolo l’aveva ricevuta per quattro omicidi compiuti negli anni 90. Bisogna smettere di celebrare i ritorni dei militanti, o renderli almeno “meno visibili”, perché puntualmente finiscono nelle dichiarazioni strumentali e accusatorie dell’opposizione: sono stati anche i vertici dei partiti baschi a chiederlo per la delicata questione carceraria che attanaglia esecutivi centrali e regionali sulle detenzioni dei membri dell’Eta. Dal 2020, due anni dopo lo scioglimento ufficiale dell’organizzazione, Madrid ha avviato il trasferimento di quasi duecento separatisti verso le carceri basche, mettendo fine a quella dura politica del distanziamento familiare applicata sin dagli anni 80, una direttiva definita dai parenti degli ex militanti, che scontano la loro pena in zone remote, come “pura vendetta”.
Quasi tutti i condannati della formazione indipendentista si trovano adesso dietro le sbarre delle carceri della regione basca, nelle strutture detentive di Basauri, Zaballa e Martutene, ma presto le porte delle loro celle potrebbero aprirsi per un progetto di reinserimento fortemente appoggiato da Iñigo Urkullu, il professore di filologia a capo del Pnv, Partido nacionalista vasco. Il leader che dichiarò prima ancora che l’organizzazione si dissolvesse che “l’Eta non sarebbe mai dovuta esistere” chiede ora la semilibertà per un reinserimento graduale nella società degli ex separatisti. Se l’amministrazione basca punta e preme per il rilascio parziale, saranno i giudici del servizio penitenziario nazionale a vagliare, uno per uno, i casi per concederla. Da tempo le celle in cui sono chiusi i militanti sono nel mirino dell’opposizione conservatrice. Per gli indignati del Pp, Partito popolare, e la formazione di destra Vox, si tratta di “un modello penitenziario a misura di Eta”, accettato dal governo socialista di Pedro Sànchez in cambio dei voti necessari per la legge di bilancio e dell’appoggio politico tra gli scranni in Parlamento. Un’accusa, questa, smentita dalla stessa realtà dei fatti: ad avviare i primi trasferimenti dei baschi fu il governo del popolare José María Aznar che avviò, già durante la sua prima legislatura, il trasferimento di duecento prigionieri, giustificando l’operazione con la dichiarazione: “Se vogliamo la pace, facciamo la pace”. Invece per l’Avt, Associazione vittime del terrorismo, Madrid da tempo sta stendendo un “tappeto rosso agli ideologi dell’Eta e a quei politici che difendono i terroristi”. I parenti delle circa 850 persone che hanno perso la vita durante sparatorie e attentati pretendono che una delle premesse dei trasferimenti nelle regioni basche sia “il pentimento pubblico” dei detenuti. La profondità delle ferite provocate dalla lotta armata l’ha riconosciuta pubblicamente, a ottobre scorso, in una “solenne dichiarazione” in cinque punti, anche Arnaldo Otegi, che dai ranghi e dalle linee di fuoco dell’Eta, è finito, dopo un periodo di prigione per il rapimento di un uomo d’affari, a guidare Bildu, il partito da molti considerato l’erede di Batasuna, la formazione politica del braccio armato degli indipendentisti, bandita nel 2013.
C’è soprattutto Otegi – che molti chiamano ormai il “Gerry Adams basco” da quando ha contribuito a sciogliere l’Eta – dietro la nuova strategia adottata verso i detenuti separatisti. I prigionieri sono la chiave per la chiusura definitiva del conflitto nazionale e senza di loro la fine della lotta armata “non sarebbe stata possibile”. “L’esperienza internazionale ci mostra che è necessario trovare una soluzione alla questione dei detenuti”, ha detto Otega: “È una sfida inevitabile per tutti. Vogliamo difendere il ruolo attivo, risoluto e decisivo dei prigionieri nel superare la strategia armata e il loro definitivo impegno verso strade pacifiche democratiche“. Si mira a riavviare quel processo di “giustizia riparativa” a cui diede impulso José Zapatero e a cui mise poi fine Mariano Rajoy, perché, spiegano ancora i baschi, a trarre benefici, dopo oltre dieci anni dal dissolvimento dell’Eta, non sarebbero solo quanti hanno inflitto dolore, ma anche quanti lo hanno subito: “Il principio del nostro modello è il riconoscimento delle vittime e la difesa dei loro diritti, l’autocritica e la responsabilità dei colpevoli per la loro irragionevolezza politica ed etica ed infine la scoperta della giustizia riparativa”.