L’Eta è finita, ma i baschi restano

“Ongi etorri”: vuol dire “benvenuto” in lingua basca. Si chiamano così anche le feste che si celebrano ogni volta che i membri dell’Eta (acronimo di Euskadi Ta Askatasuna, “Paese Basco e libertà”) escono di galera e tornano a casa. Ma dei 35 detenuti che hanno varcato la soglia d’uscita dalle loro prigioni l’anno scorso, solo due hanno ricevuto canti, balli e discorsi al loro ritorno in libertà. Per i parenti delle vittime della lotta armata del gruppo indipendentista queste celebrazioni “glorificano il terrorismo” e sono stati gli stessi prigionieri a chiedere che gli eventi si svolgessero a porta chiusa: “Ci sono persone ferite dalle azioni della nostra militanza passata e capiamo che possano provare dolore”. Una delle ultime “ongi etorri” si è tenuta a Bilbao ad agosto scorso, quando Agustín Almaraz è uscito di prigione dopo 25 anni in cella. La condanna di un quarto di secolo l’aveva ricevuta per quattro omicidi compiuti negli anni 90. Bisogna smettere di celebrare i ritorni dei militanti, o renderli almeno “meno visibili”, perché puntualmente finiscono nelle dichiarazioni strumentali e accusatorie dell’opposizione: sono stati anche i vertici dei partiti baschi a chiederlo per la delicata questione carceraria che attanaglia esecutivi centrali e regionali sulle detenzioni dei membri dell’Eta. Dal 2020, due anni dopo lo scioglimento ufficiale dell’organizzazione, Madrid ha avviato il trasferimento di quasi duecento separatisti verso le carceri basche, mettendo fine a quella dura politica del distanziamento familiare applicata sin dagli anni 80, una direttiva definita dai parenti degli ex militanti, che scontano la loro pena in zone remote, come “pura vendetta”.

Quasi tutti i condannati della formazione indipendentista si trovano adesso dietro le sbarre delle carceri della regione basca, nelle strutture detentive di Basauri, Zaballa e Martutene, ma presto le porte delle loro celle potrebbero aprirsi per un progetto di reinserimento fortemente appoggiato da Iñigo Urkullu, il professore di filologia a capo del Pnv, Partido nacionalista vasco. Il leader che dichiarò prima ancora che l’organizzazione si dissolvesse che “l’Eta non sarebbe mai dovuta esistere” chiede ora la semilibertà per un reinserimento graduale nella società degli ex separatisti. Se l’amministrazione basca punta e preme per il rilascio parziale, saranno i giudici del servizio penitenziario nazionale a vagliare, uno per uno, i casi per concederla. Da tempo le celle in cui sono chiusi i militanti sono nel mirino dell’opposizione conservatrice. Per gli indignati del Pp, Partito popolare, e la formazione di destra Vox, si tratta di “un modello penitenziario a misura di Eta”, accettato dal governo socialista di Pedro Sànchez in cambio dei voti necessari per la legge di bilancio e dell’appoggio politico tra gli scranni in Parlamento. Un’accusa, questa, smentita dalla stessa realtà dei fatti: ad avviare i primi trasferimenti dei baschi fu il governo del popolare José María Aznar che avviò, già durante la sua prima legislatura, il trasferimento di duecento prigionieri, giustificando l’operazione con la dichiarazione: “Se vogliamo la pace, facciamo la pace”. Invece per l’Avt, Associazione vittime del terrorismo, Madrid da tempo sta stendendo un “tappeto rosso agli ideologi dell’Eta e a quei politici che difendono i terroristi”. I parenti delle circa 850 persone che hanno perso la vita durante sparatorie e attentati pretendono che una delle premesse dei trasferimenti nelle regioni basche sia “il pentimento pubblico” dei detenuti. La profondità delle ferite provocate dalla lotta armata l’ha riconosciuta pubblicamente, a ottobre scorso, in una “solenne dichiarazione” in cinque punti, anche Arnaldo Otegi, che dai ranghi e dalle linee di fuoco dell’Eta, è finito, dopo un periodo di prigione per il rapimento di un uomo d’affari, a guidare Bildu, il partito da molti considerato l’erede di Batasuna, la formazione politica del braccio armato degli indipendentisti, bandita nel 2013.

C’è soprattutto Otegi – che molti chiamano ormai il “Gerry Adams basco” da quando ha contribuito a sciogliere l’Eta – dietro la nuova strategia adottata verso i detenuti separatisti. I prigionieri sono la chiave per la chiusura definitiva del conflitto nazionale e senza di loro la fine della lotta armata “non sarebbe stata possibile”. “L’esperienza internazionale ci mostra che è necessario trovare una soluzione alla questione dei detenuti”, ha detto Otega: “È una sfida inevitabile per tutti. Vogliamo difendere il ruolo attivo, risoluto e decisivo dei prigionieri nel superare la strategia armata e il loro definitivo impegno verso strade pacifiche democratiche“. Si mira a riavviare quel processo di “giustizia riparativa” a cui diede impulso José Zapatero e a cui mise poi fine Mariano Rajoy, perché, spiegano ancora i baschi, a trarre benefici, dopo oltre dieci anni dal dissolvimento dell’Eta, non sarebbero solo quanti hanno inflitto dolore, ma anche quanti lo hanno subito: “Il principio del nostro modello è il riconoscimento delle vittime e la difesa dei loro diritti, l’autocritica e la responsabilità dei colpevoli per la loro irragionevolezza politica ed etica ed infine la scoperta della giustizia riparativa”.

Mail box

 

Una guida per diventare premier e vivere felici

Breve vademecum per chi aspira a diventare presidente del Consiglio senza essere disturbato e governare più a lungo possibile: 1) Mettere ai principali posti di comando (ministeri, Rai ecc.) amici o conoscenti fidati; 2) Concedere finanziamenti pubblici ai giornali o ripristinarli se abrogati dal precedente governo; 3) Emettere provvedimenti economici e non, per la maggior parte dei casi a favore dei poteri forti (banche, assicurazioni, industrie ecc.); 4) Evitare conferenze stampa per impedire ai giornalisti di fare domande imbarazzanti (per i giornalisti, ovviamente); 5) Dare ai cittadini-sudditi il minor numero possibile di notizie chiare e precise su argomenti che riguardano direttamente loro, seguendo magari i suggerimenti elargiti pochi mesi prima da un altro tecnico, messo anch’egli tempo fa a capo del governo. Ecco, una volta seguite tutte queste dritte, vi sarete assicurati un lungo e tranquillo periodo di governo, che cesserà solo se deciderete di abbandonare per accedere a una carica istituzionale più prestigiosa (tipo il presidente della Repubblica).

Francesco Forino

 

Sono stanco di queste continue contraddizioni

In questi ultimi mesi abbiamo assistito a reti unificate (stampa, tv, sedicenti scienziati e virologi, governo, Cts) a una serie di affermazioni apparentemente ragionevoli: la Tachipirina e la vigile attesa, l’immunità di gregge con l’80 per cento dei vaccinati, la seconda dose definitiva e risolutiva, il Green pass salva-contagi, la terza dose che impedisce il propagarsi delle varianti, i no-vax pericolo pubblico. Uno alla volta questi proclami si sono rivelati sbagliati. Ogni santo giorno raccolgo testimonianze di coloro che, vaccinati come me, sono contagiati, contagiano in buona fede, stanno male con il Covid, hanno un sacco di dolori dopo la terza dose del vaccino. Ma ecco che il nostro governo, finalmente, partorisce un’idea meravigliosa: l’ultimo decreto. Perché siamo costretti ad assumere altre dosi sapendo che il vaccino non ci protegge dal contagio? Tutte le persone dotate di un minimo di raziocinio dovrebbero comprendere che siamo arrivati al ridicolo, eccetto il ministro Brunetta si intende. Purtroppo il decreto è un atto avente forza di legge e noi siamo stati obbligati a rispettarne i dettami. Ma noi, cittadini dello Stato italiano, dobbiamo seguire delle norme palesemente sbagliate e cervellotiche? Se la risposta è sì, vuol dire che ci stiamo avvicinando da inconsapevoli alla dittatura. Altrimenti è l’ora del No, forte e chiaro.

Claudio Bonvicin

Caro Claudio, l’unica affermazione non ancora smentita dai fatti è che i vaccinati rischiano la morte e la terapia intensiva molto meno dei non vaccinati. Per questo, con tutti i dubbi del caso, mi sono vaccinato con tutte e tre le dosi.

M. Trav.

 

Analogie e differenze tra il 1922 e il 2022

Il “discorso del bivacco” è stato il primo discorso tenuto da Benito Mussolini in veste di presidente del Consiglio, alla Camera dei deputati il 16 novembre 1922, quindi poco dopo la “marcia su Roma”. Un discorso, si legge nei commenti, “rimasto tristemente famoso per la sua sprezzante brutalità”. Cent’anni dopo, in questo 2022 appena avviato, sembra di sentire risuonare ancora, con poche varianti, quelle famose parole: “Potevo fare di questa aula sorda e grigia un tempio per il Cts: potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di tecnici e banchieri. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”. Nel secondo, chissà…

Ruggero Morghen

Caro Ruggero, veramente il Cts non solo non viene più ascoltato, ma nemmeno riunito.

M. Trav.

 

Quant’era aggraziato l’attore Sidney Poitier

L’altra sera ho rivisto il film Indovina chi viene a cena di Stanley Kramer. Una pellicola datata, del 1967, ma ben costruita. Alla mia età (80 anni) ho meglio apprezzato i dialoghi e il problema del vecchio bianco liberale. Quello che però mi ha più stupito sono stati i movimenti di Sidney Poitier, l’attore protagonista deceduto di recente a 94 anni. Movimenti morbidi e ampi, propri dei figli dell’Africa, e gentili da gran signore. Abbigliato in un abito scuro di taglio perfetto, difficilmente portato da altri attori di Hollywood. Ho letto che era proveniente da una famiglia di produttori di pomodori, ma anche impegnandosi è riuscita a farcela, con il pregio del savoir faire.

C.S. Di Giuseppe

Il pannicello della politica italiana

 

“Pannicelli caldi”

Nino Cartabellotta

 

Forse era dai tempi della locomotiva a carbone che non si sentivano evocare questi pezzi di panno riscaldati intrisi di un qualche unguento, rimedi palliativi ma purtroppo inefficaci. Un fai da te della medicina rurale (come il latte e miele per curare la bronchite, oppure l’acqua e il sale sulle ferite) con cui a “In Onda” l’invitatissimo presidente della Fondazione Gimbe ebbe, sere fa, a definire il quasi obbligo vaccinale imposto dal governo. Che a molti era sembrata, al contrario, una misura perfino draconiana, eccessiva e forse anche liberticida, ma non a lui, anzi. Davanti a un tale responso scientifico, e nel dubbio di avere sentito male, gli fu chiesto di ripetere, cosa che Cartabellotta fece destando viva sensazione, tanto che in una puntata successiva i “pannicelli caldi” furono sottoposti a un consulto di prestigiosi scienziati del ramo. Nasceva così il benaltrismo vaccinale, subito seguito e corroborato da espressioni altrettanto stizzite: “fumo negli occhi” (Andrea Crisanti) e “grottesca buffonata” (Roberto Burioni). A proposito anche della multa da cento euro da comminare agli evasori del siero. Ecco dunque che, fulminea e poderosa, l’offensiva super rigorista dei Sììì-vax, a prima vista contrapposta alla annunciata marcia su Roma delle gagliarde truppe Nooo-vax di Mattei e Freccero, sembra rivelare in realtà una classica manovra a tenaglia contro il governo di Mario Draghi, che adesso corre il rischio di finire ingabbiato come Napoleone a Waterloo. Il tutto mentre, raggelante, giunge a proposito del maledetto Covid il monito millenaristico di Ilaria Capua: “siamo ahimè all’inizio di un macrociclo che potrebbe durare centinaia di anni, basta guardare come si è comportato il morbillo negli ultimi duemila anni, dopo aver fatto il salto di specie dal bovino all’uomo” (“Corriere della Sera”). Così, tra un pannicello e un macrociclo, accerchiato a destra, incalzato a sinistra, bombardato dal cielo, senza più certezze, macerato dai dubbi il povero paziente italiano si chiude in casa e grida si salvi chi può!

Antonio Padellaro

Texas, dai 37,2 °C di Capodanno ai -5 di tre giorni dopo

In Italia – Sebbene meno estremo di altri casi recenti, il 2021 è stato un altro anno troppo caldo, decimo dal 1800 con 0,7 °C sopra media nell’insieme del Paese, segnala il Cnr-Isac di Bologna; inoltre, nove dei dieci anni più caldi in oltre due secoli si sono concentrati nell’ultimo decennio, che ha mostrato una preoccupante accelerazione del riscaldamento atmosferico. Il tepore anomalo di Capodanno si è spento verso l’Epifania all’arrivo di correnti più fredde e normali per la stagione. La perturbazione atlantica del 5 gennaio, preceduta da libeccio e seguita da bora e tramontana, ha portato precipitazioni abbondanti sul Levante ligure, la Toscana e il Nord-Est, specie sull’alto Friuli (oltre 200 mm d’acqua sulle Prealpi Giulie), anche con temporali, nevicate in rapido calo a 400 metri e mezzo metro di neve fresca sulle Alpi orientali, mentre quelle occidentali sono rimaste all’asciutto. Così all’Epifania il risveglio è stato finalmente invernale, da Tarvisio a Canazei all’Abetone. Venerdì le piogge sono giunte pure al Sud, invece al Nord il tempo era sereno e gelido nei fondovalle alpini innevati (minima di -16 °C e massima di -9 °C ai 1200 metri di Dobbiaco), in attesa della nuova perturbazione da Ponente che ora sta portando neve a bassa quota sulle regioni centrali.

Nel mondo – I primi giorni del 2022 sono stati ancora straordinariamente tiepidi in Europa, nuovi record nazionali di caldo per gennaio in Croazia (21,6 °C) e Moldavia (17,4 °C), e punte di 19 °C sotto il foehn nelle valli nordalpine, prima dell’arrivo dell’aria fredda che ha ristabilito un’ordinaria atmosfera invernale, anche con tormente di neve in Slovenia. Pure negli Stati Uniti un’ondata di caldo eccezionale è terminata bruscamente: a Capodanno c’erano 37,2 °C a Falcon Lake, Texas, valore mai registrato prima in gennaio negli Usa, e solo tre giorni dopo la stessa località precipitava a -5 °C! Analogamente, in Virginia si è passati da 26 °C alla neve, al sopraggiungere di una tempesta che ha imbiancato tutti gli Stati del Medio Atlantico (18 cm di manto a Washington DC e disagi all’aeroporto Kennedy). Nel Nord del Pakistan sono ventuno le vittime assiderate nei veicoli intrappolati da una bufera di neve. Ancora calura estrema in Argentina, sfiorati i 47 °C presso Santiago del Estero, mentre continua il gelo di insolita intensità tra Alaska e Canada occidentale, con temperature di -50 °C. Alluvioni hanno colpito l’Oman, il Sud dell’Iran, l’Afghanistan e la cittadina brasiliana di Barretos, sconvolta da un nubifragio da 100 mm di pioggia in due ore. Il cambiamento climatico è come una cometa in rotta di collisione con la Terra, un disastro globale che continuiamo a sottovalutare tra inerzia, negazionismo, conflitti economici e scarsa fiducia nella scienza: è questa la metafora che si legge tra le scene di Don’t Look Up, il film di Adam McKay – ora diffuso anche in Italia – con Leonardo Di Caprio nelle vesti di un astronomo che insieme alla sua dottoranda tenta di avvertire l’umanità dell’imminente impatto. Il personaggio è ispirato a Michael Mann della Pennsylvania State University, climatologo di rilievo mondiale impegnato non solo nella ricerca scientifica, ma anche nel denunciare le lobby dei combustibili fossili che da decenni infiltrano i governi e intralciano l’adozione di politiche ambientali efficaci. Nel suo libro La nuova guerra del clima (Edizioni Ambiente) Mann spiega che scelte individuali virtuose sono importanti, ma che la battaglia contro il riscaldamento globale si può ancora vincere soprattutto sconfiggendo le false narrazioni delle aziende fossili e permettendo una trasformazione dell’economia mondiale che penalizzi i combustibili inquinanti e renda competitive le fonti rinnovabili anche tramite un’opportuna tassazione delle emissioni serra.

 

Anti-populismo. Quando Giovanni disse: no, il Messia non sono io

La scena si apre sulla distesa di una moltitudine che si trova sulle rive di un fiume, il Giordano. Lì l’antico popolo d’Israele aveva attraversato le acque per entrare nella Terra promessa. Proprio lì ora il popolo era in attesa, scrive Luca (3,15-16.21-22). Essere in attesa è uno stato di sospensione. Vivi in funzione di quel che potrebbe accadere e che immagini accada. È il tempo dell’immaginazione sulla base degli elementi che abbiamo. Si vive tra il non più già vissuto e il non ancora ignoto. R.S. Thomas in una sua poesia scrive di tutta quella massa serrata/ di spiriti in attesa. C’è una attesa contagiosa che serra gli animi sulle rive del fiume. Perché? L’attività di Giovanni il battista aveva scaldato gli animi, li aveva aperti a un senso di conversione, di cambiamento, di desiderio del Messia. C’era un’imminenza di attesa che univa la gente. E tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo. Il popolo attende il Messia, e si chiede – non nella testa ma nel cuore, cioè con sentimento e passione – se quell’uomo lì non fosse proprio lui il Messia.

Facile: appena un leader infiamma i cuori, lo si riveste di caratteristiche messianiche, da “uomo della Provvidenza”. Da questo alla presa del potere è tutt’uno. Il populismo funziona così. Se poi si usa la religione, allora è fatta. Facile giocare con le legittime attese e le speranze del popolo. Ma Giovanni risponde a tutti e senza lasciare dubbi: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

Non è lui il Messia. Il battesimo che è in grado di compiere è con acqua: lava, purifica, non infiamma, non cambia dall’interno, dal nucleo. Arriverà un altro che è più forte di lui. Quell’altro uomo battezzerà col fuoco. Acqua e fuoco sono in sé opposti. Ma non qui. L’acqua non spegne. Il fuoco non asciuga. L’ossimoro degli elementi è il segno del cambiamento, del compimento dell’attesa. Luca continua a puntare il suo obiettivo grandangolare sul popolo che veniva battezzato da Giovanni. Ma improvvisamente fa una zoomata. Inquadra Gesù. No, non lo inquadra come ci saremmo aspettati mentre riceveva il battesimo da Giovanni. Questo per lui è già avvenuto. Luca assimila Gesù al popolo, non si concentra sulla sua personalità né nella sua presenza fisica di uomo che si immerge nel fiume. Gesù è mescolato tra gli altri. Luca registra quel che accade dopo. Che fa Gesù dopo aver ricevuto il battesimo? Stava in preghiera. Stava: imperfetto. Il popolo era immerso nell’attesa e nell’acqua, mentre Gesù era immerso nella sua preghiera. L’obiettivo di Luca sosta per non più di un istante, ma è un istante che sembra non finire mai. C’è, in quell’istante, tutto il profondo rapporto tra il Figlio e il Padre. Ed ecco che le immagini spariscono. Il campo visivo si riempie di luminosità azzurra. L’obiettivo si capovolge e punta in alto: il cielo si aprì. “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”, aveva scritto il profeta Isaia per esprimere l’attesa del popolo. Ed ecco che l’attesa si compie. L’immersione nell’acqua azzurra si specchia nel cielo che si apre. Luca inquadra una colomba che solca il cielo. Lo Spirito Santo discende su Gesù in forma corporea non come luce rarefatta. Assistiamo non a un evento interiore, ma visibile. La colomba appare come una mano che scende, si stende e tocca. Il popolo può vedere il segno. E lo può anche ascoltare perché venne una voce dal cielo “Tu sei il Figlio mio, l’amato”. Dio non è sordo ma neanche muto, e risponde al popolo serrato nell’attesa.

 

Irrimediabile spaccatura con la Chiesa e lo Stato

Eravamo in cammino per un mondo migliore. Grandi depositi di tecnologia, di sapienza, di esperienza, ci aspettavano. Avremmo saputo cose radicalmente nuove. Avremmo riorganizzato i sentimenti in modo da farne sentinelle sempre attive contro il male da fare e il male da ricevere. Avremmo costruito un altro tipo di pace che non è l’intervallo fra due guerre o la protezione dai pericoli attraverso confini blindati. Avremmo abolito i nemici, e accumulato benessere da ridistribuire, perché non è male arredare la vita secondo progetti di felicità che per la prima volta ci sembravano possibili.

Naturalmente era speranza e immaginazione. È vero che vivevamo in un mondo mediocre e alquanto al di sotto della visione che continuavamo a prometterci e a raccontarci. Ma è anche vero che avevamo tutte le ragioni per pensare di andare nella direzione giusta. Ma qualcosa di totalmente inatteso è successo.

Due fulmini hanno sconvolto con violenza e furore, non tanto tempo fa, due cieli apparentemente sconnessi, provocando una paurosa, e tuttora instabile, perdita di equilibrio. Prima c’è stata l’improvvisa e scardinante apparizione di Trump, personaggio di vertice mai esibito prima perché dedito alla distruzione entusiasta e accanita di tutto ciò che l’America – e per imitazione il mondo – conosce come democrazia.

Il mondo laico-politico legato, storicamente e moralmente, agli Stati Uniti è stato travolto da una convulsione che ha scardinato e continua a scardinare idee e principi, ma provocando anche un indebolimento inspiegabile della parte di politica e di cultura che dovrebbe reagire e respingere la tentazione malefica del suprematismo cieco attratto dal precipizio.

Intanto, in un altrove che non sarebbe mai stato possibile connettere, in passato, è stato scatenato un violentissimo attacco al Papa, come capo della Chiesa, come teologo, come predicatore, come insegnante, come analista sociale, come osservatore e partecipe della politica, come giudice, come protagonista della storia del tempo.

È ragionevole connettere l’attacco violento, potente, immensamente volgare al Papa da parte di forti personaggi e distaccamenti della sua Chiesa con la violenza incredibilmente simile che spacca governo, Parlamento e presidenza negli Usa?

Papa Bergoglio non soffre della debolezza fisica e psicologica di cui sembra patire il presidente Biden, che appare allo stesso tempo audace e immobile.

Ma guardiamo dentro i contenitori delle due pericolose spaccature. La diversità è evidente. Una è la lotta per il controllo totale di un immenso potere politico e militare, per cui volano le parole “tradimento” e “golpe”. L’altra è lo screditamento del Papa, puntando alla rimozione per eresia o per scisma. Un fatto da notare è che ognuna delle due separate e diverse spaccature offre un prestito all’altra. I nemici del Papa sono i sostenitori di una rigida osservanza biblica spinta al punto da associarsi al creazionismo, primitivismo biblico che ordina di credere letteralmente e senza interpretazioni culturali alle Scritture. E respingono tutta la pedagogia cattolica.

I suprematismi trumpiani dunque, tentano di rendere giuridicamente impossibile l’aborto ed esaltano la famiglia “tradizionale” (mamma, papà e bambino) come modo per bloccare anche giuridicamente ogni altra forma di legame e di rapporto sentimentale.

Dunque c’è un potente patto che connette la profonda spaccatura politica con la profonda spaccatura religiosa. In tutti e due gli eventi si intravede il rigore di un progetto al quale né l’ex presidente Trump né i vescovi e cardinali che tentano di disattivare il Papa vogliono rinunciare.

Non stiamo attraversando un momento o un episodio difficile della vita italiana. Stiamo vivendo una potente sbandata (che ha un suo punto drammatico e iniziale nell’assalto al Campidoglio americano, evento tuttora oscuro) che sembra avere lo scopo di rovesciare con forme di aggressione e di guerra il grande (e purtroppo fragile) progetto di pace della democrazia ispirata all’America e di Papa Francesco.

La parola usata e amata dai suprematisti dei tempi di Reagan era “Armageddon”, lo scontro finale.

Adesso si sentono pronti.

 

Il duca Boleslao, la moglie e il fazzoletto legato al suo alluce

Dai racconti apocrifi di Saki. In Pomerania, il duca Boleslao si trovò, come capita a molti, intrappolato in un matrimonio. La tagliola era una principessa tanto bella quanto prepotente, che rendeva la vita del povero duca un letto di spine. Il duca aveva sicari, ma era di animo buono, e all’omicidio su commissione preferiva il conforto che gli procuravano gli abbracci della deliziosa Carlotta, la cameriera di corte, a sua volta felice di condividere col duca avvilito le leccornie dell’amore. La notte, quando voleva giocare con lei, Boleslao calava dalla finestra della camera da letto un fazzoletto di seta dopo aver legato l’altra estremità al proprio alluce. Nel silenzio del palazzo, la giovane usciva, e se vedeva il fazzoletto pendulo lo tirava gentilmente, avvisando il duca. L’impudente allora scendeva a incontrarla, mentre la megera russava ignara. La situazione andò avanti parecchio, quando una sera la duchessa si svegliò e vide il fazzoletto che dalla finestra raggiungeva il pollicione del marito. Capì subito che c’era qualcosa di losco, e si affacciò per vedere cosa stava succedendo. Boleslao, come avvertito dall’istinto, aprì gli occhi e la vide in attesa alla finestra. Saggiamente decise di continuare a dormire, e per fortuna quella notte Carlotta non si presentò. Il giorno dopo, la moglie tacque sull’episodio, e lui attese alle proprie incombenze come nulla fosse accaduto, benché pensasse tutto il tempo a come correggere la cosa in modo astuto. La notte stessa riannodò il fazzoletto all’alluce e finse un sonno profondo. Immediatamente, la duchessa andò alla finestra, dove attese sviluppi. Con sua soddisfazione, il fazzoletto venne dolcemente strattonato da fuori poco dopo. Subito corse dabbasso per incastrare la ladra d’amore, ma restò sbigottita quando ci trovò il giardiniere, che le fece mancare il fiato con il proprio abbraccio virile e pieno di desiderio. Un bacio appassionato, e la duchessa smise di lottare: aveva voluto quell’uomo dal primo momento che si era presentato a corte, e Boleslao se n’era accorto. Raggiunsero il gusto più volte, il cielo stellato sopra di loro. Era quasi l’alba quando il giardiniere le sussurrò all’orecchio la frase suggeritagli dal duca: “Avevo saputo in paese che una donna meravigliosa attendeva un amante degno di lei, a palazzo, e che dormiva con un fazzoletto annodato all’alluce. Non ci avevo creduto, all’inizio, finché non ho deciso di indagare. Immagina la mia sorpresa quando ho visto che era tutto vero!” Stordendola di baci affamati, le promise che sarebbe tornato la notte seguente. La duchessa risalì in camera barcollando, sul volto un’espressione soddisfatta. A colazione, il timido Boleslao le disse: “Avevo saputo dalle mie spie che un mascalzone del paese si vedeva con una donna qui a palazzo. Lei calava dalla finestra della sua camera un fazzoletto di cui aveva legato l’altra estremità all’alluce, e se il mascalzone vedeva il fazzoletto lo strattonava per avvisarla, dopodiché lei lo raggiungeva.” La duchessa tratteneva il fiato, Boleslao continuò: “Volevo intrappolare il mascalzone, così ho legato un fazzoletto al mio alluce per diverse notti, ma non è mai successo nulla. Quindi la soffiata era falsa. Non c’è nulla da temere, tesoro.” La duchessa riprese a respirare, sorridendo dell’ingenuità del marito; spalmò di luminosa marmellata di pesche il pane imburrato; e per molti notti, da quel giorno, legò un fazzoletto al proprio alluce mentre Boleslao dormiva; ma non appena lei usciva per l’incontro clandestino, Boleslao raggiungeva la sua Carlotta. Chi governa deve saper conciliare ciò che ha in programma con ciò che gli viene dettato dall’opportunità, dalla convenienza e dall’inevitabile. In Pomerania regnò la pace per molti anni ancora.

 

No Vax, nella caverna dei nuovi talebani

Considerato il numero e l’ostinazione degli adepti, quella dei No Vax è a tutti gli effetti una religione. Magari ingenua. Raffazzonata. Superficiale e dunque adatta alla sua diffusione digitale.

Eppure resistente abbastanza da mettere in gioco i sistemi sanitari statali, ma anche la vita dei suoi seguaci, come capita ogni giorno nei letti delle terapie intensive di tutto il mondo. Impermeabile al pensiero razionale – ai processi e ai progressi sperimentali della scienza – tanto quanto le altre 30 mila piccole, medie e grandi religioni inscritte nella nostra storia di animali eretti, specializzati nell’immaginazione. Non solo e non tanto perché ai cortei No Vax e nei loro siti social esibiscono rosari, citazioni bibliche, immagini di Padre Pio, della Madonna. O perché pensano che il vaccino sia frutto del demonio, contenga frammenti di feti abortiti, conduca alla dannazione: tutti dettagli pescati a caso nella cesta delle narrazioni disponibili. Ma perché agisce, come ogni altra religione, sulle tre leve che più di tutte sollevano il mondo: l’ignoranza, la paura, la fede.

Specialmente la fede. La stessa che ci soccorre, illuminando il buio, dai tempi della scoperta del fuoco intorno al quale è nato il linguaggio, indispensabile per fabbricare storie, condividere non solo il presente e il passato, ma anche il futuro. Inventare segni, disegni, racconti capaci di fronteggiare le incognite del mondo, le durezze della vita, il mistero insondabile che ci aspetta, appena oltrepassata la soglia della morte. Spingendoci, notte dopo notte, millennio dopo millennio, a dare un’anima a tutto quello che di inspiegabile o sorprendente ci circonda, la caverna più profonda, la montagna più alta, la foresta più grande, la ricorrenza implacabile del sole, delle stagioni, delle stelle. A credere in un significato trascendentale e non solo biologico del nostro passaggio terreno, sconfiggendo con intere cosmogonie, paradisi e inferni, l’idea che per quanto preziosa, sia solamente vana la vita, polvere che torna polvere. E dare un senso al dolore quando ci tormenta. Dare un senso al destino, quando ci spiazza.

È la fede, con il suo straordinario potere, che promette di salvare noi e la nostra comunità. Giacché ogni popolo si considera il popolo eletto dal proprio dio così speciale da essere l’unico vero a differenza di tutti gli altri falsi dei. Vale per noi come per gli Inuit delle coste artiche, per i pigmei dell’Africa Centrale, per i mongoli delle steppe, per gli arabi e gli ebrei. Tutti in guerra contro l’eresia delle altre fedi. Ognuno armato del proprio esercito, benedetto dai propri sacerdoti, addestrato a bruciare, cancellare, uccidere.

Perché è sempre la morte la moneta di scambio e il prezzo della fede. Lo era per i martiri cristiani. Per i crociati in Terra santa. Per i saraceni contro gli infedeli. Lo è stato per i jihadisti che attaccano le Torri Gemelle o il lungomare di Nizza. Lo è – nel loro piccolissimo – per i nostri No Vax che minacciano di morte i virologi visti in televisione o staccano a morsi il dito dell’infermiere che li vuole curare. Che immaginano l’iniezione come un sordido espediente per inoculare microchip in grado di controllare la vita degli uomini, renderli schiavi. O che le mascherine provochino malattie cerebrali. O che il vaccino trasformi i vaccinati in “un esercito di sdraiati psicopatici”.

È ideologia mistica e insieme paranoia intellettuale credere al Global Reset, il reset planetario immaginato da certi celebrati filosofi, che si credono troppo intelligenti per essere ingannati, troppo colti per non decrittare “l’ordine nascosto”, e che additano i Big Pharma come i nuovi nemici del mondo libero, i cavalieri del biopotere. Che considerano la pandemia il complotto per una “tirannide senza scrupoli”. E la certificazione Green pass un nodo scorsoio alle libertà individuali. Anche se poi, insieme con lo spavento per il nuovo farmaco, del quale temono tutto, consumano con leggerezza ansiolitici e antidepressivi per fronteggiare la solitudine, e insieme usano cellulari, carte di credito e siti internet ai quali conferire tutti i dati sensibili delle proprie libertà minacciate.

Ad animare i No Vax, oltre alle più varie superstizioni, semplificazioni, fraintendimenti, va aggiunto il fascino di praticare “la conoscenza segreta”. Anche quella così tipica, specie nelle religioni delle minoranze perseguitate, come accadde ai cristiani del secondo e del terzo secolo, costretti nelle catacombe. O delle sette che infestano i banconi più remoti dell’offerta religiosa. E che torna oggi nel sorriso di compatimento con cui i No Vax liquidano le obiezioni di chi li ascolta, mentre citano il medico “ovviamente estromesso” che ha rivelato l’inganno, il documento clandestino dove la verità ufficiale è smascherata, il video censurato che hanno scovato navigando con l’ostinazione degli esploratori e che si sono spediti l’un l’altro come frammenti di una reliquia. “Io ho visto un video che neanche ti immagini” diceva alla giornalista un ragazzo intervistato a Trieste, durante le manifestazioni. Quel segreto è la loro preziosa rivelazione. Quella che li rafforza nella solitudine rivendicata e nella emarginazione narcisistica che insieme li esalta e li imprigiona. Caricandoli di una ossessione di sé così pervasiva da escludere, nel loro agire, qualunque considerazione per il bene comune.

Fino a quando sarà la fede a coincidere con la loro identità, le minacce, le restrizioni, le sanzioni, rischiano l’esito avverso: quello di fomentarli anziché persuaderli. È quella fede, quella paura, e quella ignoranza (che nell’era internet corrisponde al massimo della disinformazione scovata e memorizzata) che vanno smontate un pezzo alla volta. Ci sarà tempo? Ci sarà modo?

I No Vax sono milioni in Italia. Milioni nel mondo. Tutti persuasi che basti ignorare il virus per salvarsi. Offrono il loro sacrificio e insieme moltiplicano a dismisura il nostro. Almeno fino a quando non sarà il virus a occuparsi di loro. E le stragrandi maggioranze dei vaccinati a tollerarli. Tempi cupi ci aspettano, ma non nuovi. Trattandosi di fronteggiare l’eterno inganno che credere sia molto più importante che sapere.

 

Trotzkij, Warhol: l’ironia dell’arte dissimula la realtà

 

L’ARTE MODERNA E LA PRASSI DIVERTENTE

Stiamo esplorando i rapporti fra arte moderna e prassi divertente con rapidi excursus sui movimenti artistici e le novità tecnologiche. Nel 1997, Philippe Kahn rende gratuite e multiformi le potenzialità della vecchia Polaroid implementando la tecnologia del cellulare con fotocamera: oggi chiunque può accedere ai suoi 15 minuti di fama, vaticinati da Warhol nel ’68, scattandosi selfie e postandoli su Instagram (prosumer di vanità); gli scaltri prosperano come testimonial pubblicitari più o meno occulti (influencer di moda); più maliziosi gli influencer politici, alcuni dei quali pagati per alimentare pregiudizi: è il caso dell’account Twitter che, dopo l’attentato di un jihadista a Londra, diffuse una foto scattata sul ponte di Westminster in cui si vede una giovane con hijab che parla al cellulare mentre passa accanto a una vittima, apparentemente fregandosene. Il fatto divampa sui social, ma nei giorni seguenti altre foto permettono il debunking della fake news: la giovane era sconvolta, non cinica. “Era solo una delle centinaia di persone che fuggivano dal ponte, cercando di non guardare l’orrore che la circondava”, spiega l’autore degli scatti. L’intelligence Usa scoprì che quell’account Twitter era un falso (@Southlonestar), creato dai russi per manipolare l’opinione pubblica inglese e americana incoraggiando la causa dei populisti. Il tweet diceva: “La donna musulmana non presta la minima attenzione all’orrore dell’attacco, cammina tranquillamente accanto a un uomo che sta morendo e controlla il suo telefono #PrayForLondon # Westminster #BanIslam”. I populisti nostrani ne approfittarono subito per marciarci (bit.ly/3krfTQ7).

La propaganda politica è sempre al passo con il progresso mediatico, di cui si serve per simulare (esibire il falso) e dissimulare (nascondere il vero): Trotzkij cade in disgrazia, e la sua immagine viene cancellata dalla foto che lo ritrae a un comizio di Lenin; Leni Riefensthal coreografa un raduno a Norimberga per esaltare il nazismo; l’espressionismo astratto (l’opera come traccia dell’operare) si impone in Occidente grazie alla Cia, che sovvenziona segretamente musei e periodici culturali in funzione di propaganda anti-sovietica (bbc.in/31kAmQl); Charles Saatchi lancia Margaret Thatcher con le campagne della sua agenzia pubblicitaria; l’imprenditore Gianroberto Casaleggio decide di usare il web per un esperimento socio-politico.

L’antagonismo artistico L’avanguardia artistica (un concetto modernista collegato alla nozione di progresso) non ha alcun effetto destabilizzante né sul sistema capitalistico dell’arte, che anzi ne esce rafforzato (Fortini, 1977; Pinto, 1991), né sul capitalismo tout court, che fagocita le novità prima come moda, poi come repertorio. Il rapporto fra arte e mercificazione funziona come una dialettica fra autonomia ed eteronomia; per questo, invece di affermare l’autonomia, l’arte dovrebbe piuttosto criticare il rapporto fra autonomia ed eteronomia (Martin, 2007). Mentre certi artisti, distanti anni-luce dall’atteggiamento critico di Piero Manzoni, diventano celeberrimi grazie a speculatori miliardari che investono su di loro, alcuni curatori propongono l’estetica della mostra non finita e incompleta, espressione di possibilità connettive e discorsive (Olbrist, 2001). Ne è un esempio la ristrutturazione del Palais de Tokyo (2002), che Sans e Bourriaud vollero non ultimata. Proliferano le metafore dell’esperimento e del laboratorio (Lind, 1995; Saltz, 1999; Gillick, 2000).

Questa sperimentazione sulle convenzioni dell’esposizione ha il tratto ideologico delle mostre di arte Dada e surrealiste solo in apparenza, poiché, come distingue Eco (1985), l’avanguardia agisce dall’esterno dell’istituzione e si occupa di autori e pubblico empirici, mentre lo sperimentalismo è dentro l’istituzione e si occupa di autore e pubblico ideali. Viene ripresa la poetica artistica degli anni 90, che abusava della nozione post-strutturalista di opera aperta (aperta alle interpretazioni) per creare arte interattiva, spesso con l’aspetto di un work in progress: però tale poetica è criticata, sia perché simile all’economia dell’esperienza, la strategia di marketing che, invece di prodotti, cerca di vendere esperienze personali (Pine & Gilmore, 1999), come quelle narrate dalla serie tv Westworld (l’arte di questi artisti ha spesso la forma del servizio: Christine Hill offre massaggi alla schiena, e a Documenta X allestisce la Volksboutique, un negozio funzionante di abiti usati); sia perché, in ultima analisi, questo genere di opere, dalle installazioni all’arte ironica, è complice dello spettacolo, a differenza dell’arte politica degli anni 60 e 70.

Per contro, Bourriaud rivendica la posizione critica di questa arte relazionale, sostenendo che inviterebbe i partecipanti a formare una comunità reale, seppure temporanea, contro la virtualità dei rapporti fomentati dal social web (Bourriaud, 1997). Le installazioni (che riutilizzano forme culturali esistenti, e anche altre opere d’arte, remixandole come un dj fa con la musica) non sono da contemplare, ma da usare: per esempio, Rirkrit Tiravanija ricrea il proprio appartamento e il pubblico può viverci, cucinando, facendo la doccia, dormendo nel letto, conversando in salotto; il suo lavoro è lodato come critica della mercificazione e come celebrazione dell’identità culturale. “Senza gente, non è arte, è roba in una stanza” (Gillick, 2000): di nuovo l’arte come partecipazione, e la retorica dell’emancipazione e dell’autenticità, che erano già nella poetica degli happening, del movimento Fluxus e della performance art. Ma cosa sarebbe successo se l’appartamento dell’installazione di Tiravanija fosse stato occupato da veri homeless? (Bishop, 2004). È uno dei problemi che la divertente arte contemporanea lascia irrisolti, come vedremo nella prossima puntata.

(88. Continua)

 

 

Circo Massimo, il 5% degli incassi al Comune

Il Comune di Roma tratterrà il 5% sui biglietti venduti per gli eventi che si svolgono al Circo Massimo. Oltre, ovviamente, alla tassa dovuta per l’occupazione pubblica. È quanto si legge all’interno della bozza di delibera dell’Assemblea Capitolina, definita “Tariffone”, che si appresta ad essere vagliata dalla commissione Bilancio. La percentuale sui biglietti venduti è “al netto degli oneri relativi a Iva e Siae”, spiega il provvedimento. Il prossimo evento a pagamento già pubblicizzato è l’atteso live dei Maneskin del 9 luglio 2022, per il quale ci sono già i biglietti in vendita al prezzo di 46 euro. Il Circo Massimo come arena concerti fu inaugurato dai Rolling Stones nel 2014, ma allora l’evento fu gratuito.