2014, 18 gennaio. Matteo Renzi, segretario del Pd da 40 giorni, riceve Silvio Berlusconi nella sede di largo del Nazareno. I due sono accompagnati da Lorenzo Guerini e Gianni Letta. Alla fine il sedicente “rottamatore” esprime “profonda sintonia” col pregiudicato decaduto. È il Patto del Nazareno sulle riforme elettorale (Italicum) e costituzionale, che lo riporta surrettiziamente nell’area di governo e platealmente al centro della scena politica.
22 febbraio. Dopo aver giurato per giorni di non farlo (“Enrico stai sereno”), Renzi rovescia il governo Letta e va a Palazzo Chigi con la stessa maggioranza. A Palazzo Chigi, ormai Berlusconi è di casa: in un anno Renzi lo riceve almeno dieci volte, sotto lo sguardo furbo del gran mediatore e teorico del “renzusconismo”: il plurimputato Denis Verdini, che fa da paraninfo al loro idillio. Nei tre anni e mezzo di governo Renzi, comunque, Forza Italia voterà la stragrande maggioranza dei suoi provvedimenti, anche perché sono copiati dal programma berlusconiano: Jobs Act, abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, Buona Scuola, responsabilità civile dei giudici, soglie di impunità più alte per la frode e l’evasione fiscale, aumento a 3 mila euro della soglia per i pagamenti in contanti, riforma costituzionale per un premier più forte e un Parlamento più debole (col Senato ridotto a dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali), legge elettorale Italicum (deputati non eletti ma ancora nominati dai capi-partito e premio di maggioranza abnorme, peggio del Porcellum), abrogazione dell’Imu sulle prime case dei ricchi, rilancio del Ponte di Messina. Senza contare l’occupazione militare della Rai, gli attacchi ai magistrati, i conflitti d’interessi familiari di Renzi (caso Consip) e della inseparabile Maria Elena Boschi (crac Etruria).
18 marzo. La Cassazione rende definitivi anche i 2 anni di interdizione dai pubblici uffici. Fino al 2016 Berlusconi non potrà neppure votare e tornerà eleggibile dopo i 6 anni della legge Severino (nel ’19).
19 marzo. Berlusconi si autosospende dalla Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro un attimo prima di esserne espulso dai probiviri. Ma né Napolitano né Mattarella lo cancelleranno dall’albo delle onorificenze presidenziali.
10 aprile. Un mese prima dell’udienza del suo processo in Cassazione, Marcello Dell’Utri fugge in Libano. Berlusconi lo copre: “L’ho mandato io a Beirut perché il presidente russo Putin mi ha chiesto di sostenere la campagna elettorale di Gemayel”. Penosa bugia: il suo compare non è un ambasciatore, bensì un volgare latitante. I giudici chiedono l’estradizione e spiccano un mandato di cattura internazionale.
15 aprile. Il Tribunale di sorveglianza di Milano dispone per Berlusconi l’affidamento in prova al servizio sociale per 12 mesi (3 dei 4 anni della condanna sono indultati), che poi diventeranno 10 grazie alla “liberazione anticipata” dell’ordinamento penitenziario.
9 maggio. La Cassazione condanna definitivamente Dell’Utri, latitante in Libano, a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
14 maggio. Berlusconi inizia i servizi sociali all’ospizio per anziani “Sacra Famiglia” a Cesano Boscone (Milano). La “pena” consiste in una visita settimanale di qualche ora – di solito il venerdì – al reparto San Pietro occupato dai malati di Alzheimer. Per il resto libertà assoluta, anche di recarsi al Quirinale e a Palazzo Chigi.
12 giugno. Dell’Utri viene estradato dal Libano e tradotto nel carcere di Parma, dov’è recluso anche Totò Riina: deve scontare 7 anni.
1° luglio. Nelle motivazioni della sentenza Dell’Utri, la Cassazione cita Silvio Berlusconi 137 volte. I giudici l’hanno condannato in quanto “intermediatore” dell’“accordo di reciproco interesse tra i boss mafiosi e l’imprenditore amico Silvio Berlusconi”, che “prevedeva la corresponsione, da parte di Berlusconi, di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione a lui accordata da parte di Cosa nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti… Per Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva, invece, nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale”. Il Cavaliere pagò regolarmente Cosa nostra dal 1974 fino ad almeno il 1992 senza subire alcuna minaccia o estorsione: “Tale patto non era stato preceduto da azioni intimidatorie di Cosa nostra palermitana in danno di Silvio Berlusconi”. Il patto fu siglato in un summit a Milano “tra il 16 e il 29 maggio 1974” fra “Dell’Utri, Berlusconi, Gaetano Cinà (legato alla famiglia mafiosa di Malaspina), Stefano Bontate (capo della famiglia mafiosa di S. Maria del Gesù ed esponente, fino a poco tempo prima, insieme con Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, del ‘triumvirato’, massimo organo di vertice di Cosa nostra), Girolamo Teresi (sottocapo della famiglia mafiosa di S. Maria del Gesù, Francesco Di Carlo (‘uomo d’onore’ della famiglia mafiosa di Altofonte)”. Primo risultato: “L’assunzione di Vittorio Mangano (all’epoca dei fatti affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova)… ad Arcore, nel maggio-giugno 1974” per “garantire un presidio mafioso all’interno della villa… In cambio della protezione assicurata Silvio Berlusconi aveva iniziato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di Cosa nostra palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro che venivano materialmente riscosse da Cinà”. Non solo: “Nei primi mesi del 1980, a Parigi, Dell’Utri chiedeva a Bontate e Teresi venti miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5”. Poi Dell’Utri chiese “a Cinà di occuparsi della ‘messa a posto’ per l’installazione delle antenne televisive, questione poi risolta da Bontate e Teresi”. Nel 1981 Bontate e Teresi muoiono nella guerra di mafia con i corleonesi di Riina e Provenzano, ma il Cavaliere continua a pagare: la Cassazione parla dell’“oggettiva prosecuzione sino al 1992 dei pagamenti effettuati da Berlusconi in favore di Cosa nostra palermitana”, sempre a Cinà, divenuto nel frattempo “diretto emissario del capo del sodalizio mafioso, Salvatore Riina”. Riina però pretende “somme maggiori”, anzi raddoppiate, e le ottiene grazie alla “piena disponibilità di Berlusconi a corrispondere i nuovi importi”, cioè “il raddoppio delle somme richieste”. Così Dell’Utri, “garantendo la continuità” del patto siglato nel ’74 e “dei pagamenti di Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa… ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante, che senza il suo apporto non si sarebbe verificato, alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso”. Fino (almeno) al 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via d’Amelio.
(31 – continua)