Rifiuti, anche Gualtieri scarica su Zingaretti. E apre una mini-discarica davanti alla Rai

Una mini-discarica da 300 tonnellate proprio davanti agli studi Rai di Saxa Rubra. Roberto Gualtieri ha ordinato un importante aumento della capienza per l’area di trasbordo dei rifiuti romani, che giacciono in un parcheggio fra il capolinea dei bus extraurbani e la sede della tv di Stato, in attesa di essere trasferiti fuori regione. L’ordinanza firmata il 4 gennaio scorso si è resa necessaria in quanto la società che gestisce due dei tre impianti di trattamento dei rifiuti indifferenziati presenti in città, la E. Giovi, ha comunicato una riduzione del 22% dell’immondizia giornaliera accolta. La vera novità è che, per la prima volta dal suo arrivo, il neo sindaco ha puntato il dito sulle responsabilità della Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti, allineandosi di fatto alle posizioni della sua predecessora, Virginia Raggi. Nel testo dell’ordinanza, infatti, si parla chiaramente di “criticità impiantistica regionale”, si sottolinea che “le discariche attualmente attive nel territorio regionale sono due”, riferendosi a quelle presenti nei comuni di Viterbo e ad Albano, e si afferma che “tale criticità si riflette sul servizio di raccolta dei rifiuti urbani, con conseguenti fenomeni di accumulo di rifiuti in prossimità delle postazioni dei cassonetti, tale da generare diffuso disagio nella popolazione”. Non solo. La società capitolina Ama Spa, durante il mese di dicembre, “ha evidenziato il perdurare delle condizioni di criticità legate alla raccolta e al trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati”, motivo per il quale si è deciso di potenziare il trasbordo a Saxa Rubra. L’ordinanza, si legge, rimarrà attiva per 180 giorni e a controllare che il quantitativo di rifiuti non superi le 300 tonnellate al giorno dovrà essere la Polizia Locale.

Gualtieri sul tema dei rifiuti è in continuità con Raggi anche su un altro aspetto: la volontà di conferire i rifiuti fuori dal territorio della città di Roma. In attesa che si chiuda l’iter per l’autorizzazione della nuova discarica di Magliano Romano, giovedì sera il primo cittadino capitolino ha ufficializzato ai suoi la decisione di prorogare per altri 6 mesi il conferimento all’impianto di Albano Laziale, la cui riapertura voluta da Raggi era stata fortemente osteggiata sia dalla Regione Lazio che dal Pd della provincia di Roma. La decisione era nell’aria, ma non piacerà al sindaco dem della cittadina dei Castelli romani, Massimiliano Borelli, che si appresta a ricevere i dati mensili fortemente negativi elaborati dall’Arpa Lazio nel mese di dicembre.

Alternanza scuola-lavoro, ideona in Sicilia: gli studenti taglieranno l’erba per l’Esercito

Gli studenti faranno “manutenzione del verde” e si occuperanno della “gestione magazzini e depositi” delle strutture militari. È il risultato dell’accordo stipulato tra l’Ufficio scolastico regionale della Sicilia e l’Esercito per la realizzazione di un progetto di alternanza Scuola-Lavoro. Il protocollo d’intesa, sottoscritto lo scorso 20 dicembre, riguarderà gli studenti delle classi terze, quarte e quinte delle scuole superiori. “Il Comando Militare – si legge nella circolare inviata ai presidi degli istituti dell’isola – intende confermare ed ampliare le consolidate sinergie con le istituzioni scolastiche per contribuire con proprie risorse al miglioramento della formazione tecnico-professionale, tecnologica ed operativa delle studentesse e degli studenti delle istituzioni scolastiche”.

Nel concreto questa formazione professionale si tradurrà in dei percorsi di “Manutenzione del verde” o di “Gestione magazzini e depositi” nella sede di Catania, di “Lavorazioni in officina” per il 6° reggimento di Trapani, oppure di “Assistente cantieri opere edili” nel caso del reparto di Palermo. Inoltre, come riporta il sito infoaut.org che ha visionato il testo del protocollo, verrà imposto alle scuole il tipico obbligo di segretezza delle forze armate.

Maurizio Acerbo e Mimmo Cosentino, rispettivamente segretario nazionale e regionale di Rifondazione Comunista, hanno criticato duramente l’iniziativa: “La risposta alla disoccupazione giovanile, che in Sicilia raggiunge il 48,3 per cento, è l’arruolamento nell’esercito? Il futuro per i giovani siciliani è fare i militari di professione nelle sempre più numerose missioni all’estero? Invece di medici e infermieri formiamo soldati?”. Nino De Cristofaro dei Cobas Scuola sottolinea, invece, come gli studenti utilizzeranno “una parte significativa del loro tempo per partecipare a sedicenti percorsi di formazione che dovrebbero aprire un canale privilegiato col mondo del lavoro, ma che invece non forniscono loro strumenti critici per conoscerlo e affrontarlo in maniera adeguata”.

L’alternanza Scuola-Esercito va avanti da alcuni anni in diverse regioni d’Italia, come Piemonte ed Emilia Romagna, ed è stata introdotta in Sicilia nel gennaio 2020, sollevando già allora diverse polemiche che tuttavia non sono riuscite a evitare che l’iniziativa fosse riconfermata anche per il 2022.

La fuga di Dell’Utri, i servizi sociali e i servizietti di Renzi

2014, 18 gennaio. Matteo Renzi, segretario del Pd da 40 giorni, riceve Silvio Berlusconi nella sede di largo del Nazareno. I due sono accompagnati da Lorenzo Guerini e Gianni Letta. Alla fine il sedicente “rottamatore” esprime “profonda sintonia” col pregiudicato decaduto. È il Patto del Nazareno sulle riforme elettorale (Italicum) e costituzionale, che lo riporta surrettiziamente nell’area di governo e platealmente al centro della scena politica.

22 febbraio. Dopo aver giurato per giorni di non farlo (“Enrico stai sereno”), Renzi rovescia il governo Letta e va a Palazzo Chigi con la stessa maggioranza. A Palazzo Chigi, ormai Berlusconi è di casa: in un anno Renzi lo riceve almeno dieci volte, sotto lo sguardo furbo del gran mediatore e teorico del “renzusconismo”: il plurimputato Denis Verdini, che fa da paraninfo al loro idillio. Nei tre anni e mezzo di governo Renzi, comunque, Forza Italia voterà la stragrande maggioranza dei suoi provvedimenti, anche perché sono copiati dal programma berlusconiano: Jobs Act, abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, Buona Scuola, responsabilità civile dei giudici, soglie di impunità più alte per la frode e l’evasione fiscale, aumento a 3 mila euro della soglia per i pagamenti in contanti, riforma costituzionale per un premier più forte e un Parlamento più debole (col Senato ridotto a dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali), legge elettorale Italicum (deputati non eletti ma ancora nominati dai capi-partito e premio di maggioranza abnorme, peggio del Porcellum), abrogazione dell’Imu sulle prime case dei ricchi, rilancio del Ponte di Messina. Senza contare l’occupazione militare della Rai, gli attacchi ai magistrati, i conflitti d’interessi familiari di Renzi (caso Consip) e della inseparabile Maria Elena Boschi (crac Etruria).

18 marzo. La Cassazione rende definitivi anche i 2 anni di interdizione dai pubblici uffici. Fino al 2016 Berlusconi non potrà neppure votare e tornerà eleggibile dopo i 6 anni della legge Severino (nel ’19).

19 marzo. Berlusconi si autosospende dalla Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro un attimo prima di esserne espulso dai probiviri. Ma né Napolitano né Mattarella lo cancelleranno dall’albo delle onorificenze presidenziali.

10 aprile. Un mese prima dell’udienza del suo processo in Cassazione, Marcello Dell’Utri fugge in Libano. Berlusconi lo copre: “L’ho mandato io a Beirut perché il presidente russo Putin mi ha chiesto di sostenere la campagna elettorale di Gemayel”. Penosa bugia: il suo compare non è un ambasciatore, bensì un volgare latitante. I giudici chiedono l’estradizione e spiccano un mandato di cattura internazionale.

15 aprile. Il Tribunale di sorveglianza di Milano dispone per Berlusconi l’affidamento in prova al servizio sociale per 12 mesi (3 dei 4 anni della condanna sono indultati), che poi diventeranno 10 grazie alla “liberazione anticipata” dell’ordinamento penitenziario.

9 maggio. La Cassazione condanna definitivamente Dell’Utri, latitante in Libano, a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

14 maggio. Berlusconi inizia i servizi sociali all’ospizio per anziani “Sacra Famiglia” a Cesano Boscone (Milano). La “pena” consiste in una visita settimanale di qualche ora – di solito il venerdì – al reparto San Pietro occupato dai malati di Alzheimer. Per il resto libertà assoluta, anche di recarsi al Quirinale e a Palazzo Chigi.

12 giugno. Dell’Utri viene estradato dal Libano e tradotto nel carcere di Parma, dov’è recluso anche Totò Riina: deve scontare 7 anni.

1° luglio. Nelle motivazioni della sentenza Dell’Utri, la Cassazione cita Silvio Berlusconi 137 volte. I giudici l’hanno condannato in quanto “intermediatore” dell’“accordo di reciproco interesse tra i boss mafiosi e l’imprenditore amico Silvio Berlusconi”, che “prevedeva la corresponsione, da parte di Berlusconi, di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione a lui accordata da parte di Cosa nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti… Per Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva, invece, nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale”. Il Cavaliere pagò regolarmente Cosa nostra dal 1974 fino ad almeno il 1992 senza subire alcuna minaccia o estorsione: “Tale patto non era stato preceduto da azioni intimidatorie di Cosa nostra palermitana in danno di Silvio Berlusconi”. Il patto fu siglato in un summit a Milano “tra il 16 e il 29 maggio 1974” fra “Dell’Utri, Berlusconi, Gaetano Cinà (legato alla famiglia mafiosa di Malaspina), Stefano Bontate (capo della famiglia mafiosa di S. Maria del Gesù ed esponente, fino a poco tempo prima, insieme con Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, del ‘triumvirato’, massimo organo di vertice di Cosa nostra), Girolamo Teresi (sottocapo della famiglia mafiosa di S. Maria del Gesù, Francesco Di Carlo (‘uomo d’onore’ della famiglia mafiosa di Altofonte)”. Primo risultato: “L’assunzione di Vittorio Mangano (all’epoca dei fatti affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova)… ad Arcore, nel maggio-giugno 1974” per “garantire un presidio mafioso all’interno della villa… In cambio della protezione assicurata Silvio Berlusconi aveva iniziato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di Cosa nostra palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro che venivano materialmente riscosse da Cinà”. Non solo: “Nei primi mesi del 1980, a Parigi, Dell’Utri chiedeva a Bontate e Teresi venti miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5”. Poi Dell’Utri chiese “a Cinà di occuparsi della ‘messa a posto’ per l’installazione delle antenne televisive, questione poi risolta da Bontate e Teresi”. Nel 1981 Bontate e Teresi muoiono nella guerra di mafia con i corleonesi di Riina e Provenzano, ma il Cavaliere continua a pagare: la Cassazione parla dell’“oggettiva prosecuzione sino al 1992 dei pagamenti effettuati da Berlusconi in favore di Cosa nostra palermitana”, sempre a Cinà, divenuto nel frattempo “diretto emissario del capo del sodalizio mafioso, Salvatore Riina”. Riina però pretende “somme maggiori”, anzi raddoppiate, e le ottiene grazie alla “piena disponibilità di Berlusconi a corrispondere i nuovi importi”, cioè “il raddoppio delle somme richieste”. Così Dell’Utri, “garantendo la continuità” del patto siglato nel ’74 e “dei pagamenti di Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa… ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante, che senza il suo apporto non si sarebbe verificato, alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso”. Fino (almeno) al 1992, l’anno delle stragi di Capaci e via d’Amelio.

(31 – continua)

“B. al Colle? L’idea mi terrorizza”

Per Samuele Bersani – 51 anni, cantautore, già pupillo di Lucio Dalla e oggi tra le più apprezzate voci italiane – la corsa al Quirinale è anche un po’ una questione di enigmistica. C’è un candidato che ha le sue stesse iniziali – “ecco, lui per favore no” – e un politico con cui condivide il cognome – “una persona onesta” – che in molti vorrebbero al Colle, ma non ha neanche i numeri per provarci. Nel mezzo, tra scrutatori non votanti e tentativi di harakiri, c’è un Paese che ha l’occasione di fare i conti “con una certa arretratezza”: quella che finora ha sempre escluso le donne dalla carica più alta dello Stato.

Samuele Bersani, ci dica: lei chi vorrebbe al Quirinale?

Non riesco a fare un nome, ma sono terrorizzato dall’ipotesi che alla quarta chiama possa succedere quello che noi tutti sappiamo e che riguarda il signore con le mie stesse iniziali.

Silvio Berlusconi, l’eterno ritorno. Se lo sarebbe mai immaginato nel 2022?

Ecco, su di lui devo essere molto sincero. Se tacessi sarei ipocrita. Non ho nulla contro la persona, che mi risulta pure simpatica, anche perché dopo che te lo ritrovi davanti per trent’anni in televisione ti ci affezioni persino. Ma sono cresciuto con dei riferimenti precisi nella storia di questa Repubblica, persone con un’etica straordinaria.

A chi pensa?

Sono nato nel ’70, la mia adolescenza significa Sandro Pertini. Ora, è vero che forse in generale sono venute meno figure del genere e accetto pure che questa volta il nome del presidente possa essere indicato dal centrodestra, non è questo il problema, ma mi piacerebbe che almeno non si arrivasse a eleggere Berlusconi.

Dalle iniziali all’omonimia: Pierluigi Bersani le piace?

È una persona onesta e sicuramente sarebbe un buon arbitro. Ma preferisco non partecipare al gioco dei candidati, sembra che appena nomini qualcuno lo bruci.

Sarà la volta buona per un donna al Quirinale?

Già da un pezzo sarebbe stato il caso di scegliere un presidente donna. Ma attenzione: non si deve fare un discorso di quote rosa, non basta pensare a una donna qualsiasi, si deve trovare un nome valido per il Quirinale. Io in questo momento non riesco a farlo. Però so che sarebbe un modo per fare un passo in avanti come Paese.

Più probabile una donna o S. B. al Quirinale?

Non scommetto mai nella vita, ma se qui dovessi proprio puntare qualcosa allora, ahimè, tornerei a quelle solite iniziali.

“Adesso nuove Quirinarie per un nome non politico”

Nomi per il Colle non ne vuole fare, perché a suo avviso il punto è un altro, il metodo. “Io partirei dalle Quirinarie” sostiene l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi, oggi consigliere comunale e avvocato, membro del comitato di Garanzia del M5S (“Ora stiamo lavorando ai regolamenti attuativi dello Statuto”).

Diversi senatori hanno invocato il Mattarella bis, vari big tra cui lo stesso Giuseppe Conte hanno auspicato l’elezione di una donna. Che ne pensa?

Io partirei dal metodo, il prerequisito prima della persona. A mio avviso vanno coinvolti tutti i rappresentanti del Movimento: i parlamentari, i ministri, i consiglieri comunali e ovviamente gli iscritti. Ricordo che qualche anno fa facemmo le Quirinarie per decidere una rosa di nomi, sulla base dell’eredità di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo.

Quando puntaste su Stefano Rodotà non andò benissimo. Ed era il 2013, un altro mondo.

Il mondo cambia continuamente. C’è un dato di fatto, nessuno può portare avanti da solo un proprio candidato senza parlare con gli altri. Serve una figura di garanzia per tutti, come è nello spirito della Costituzione. Auspico un confronto il più ampio possibile, una sorta di assemblea del M5S con i parlamentari ma anche tutti gli eletti a livello locale, dove i famosi portavoce possano far sentire la propria voce per selezionare una rosa di nomi, da mettere poi in votazione sul web. Ma si può fare anche il processo inverso: l’essenziale è coinvolgere i territori. Abbiamo sempre vinto facendo così.

Ma se scegliete un nome con gli iscritti metterete gli altri partiti di fronte al fatto compiuto, e Conte si troverà in difficoltà al tavolo, no?

Per Conte è un’opportunità in più. Lui sa mediare ai tavoli, è una capacità che gli va riconosciuta. Secondo me non sarebbe un problema ma una carta che Conte saprebbe giocarsi, anche perché sarebbe forte dell’appoggio di tutto il M5S. Si potrebbe individuare qualche personalità al di fuori della politica: su nomi fuori dell’arco parlamentare si potrebbero trovare convergenze con gli altri partiti.

Ne ha parlato con Conte?

Un po’ di tempo fa. Ma c’è una collaborazione costante tra noi, visto che faccio parte del comitato di garanzia.

Ci sono nomi invotabili tra quelli che ha sentito fare per il Colle?

Non parlo di nomi.

Mario Draghi deve restare dov’è?

Non personalizzerei su Draghi. Questo governo è nato per applicare il Pnrr e i progetti relativi a esso. Adesso non possiamo frenare questa attività molto importante: l’Europa ci guarda, perché abbiamo termini da rispettare e i primi soldi stanno arrivando ora. È una fase molto delicata e dobbiamo continuare a lavorare in questa direzione. E poi c’è un tema fondamentale di cui occuparsi, il caro bollette. Sono raddoppiate, e tanta gente non sa come fare. Serve stabilità

Che ne pensa dell’obbligo vaccinale per gli over 50? Molti parlamentari grillini in assemblea sono stati critici.

Dovremmo parlarne in un’intervista a parte. Ci saranno nuove assemblee e se ne discuterà ancora.

La accusano di essere una “ni-vax”. Hanno torto?

Argomenti triti e ritriti. Ci sono tante altre cose di cui parlare.

Per esempio?

Per esempio della legge elettorale. Dovevamo cambiarla, in entrambi i governi di cui abbiamo fatto parte. Bisogna tornare a una legge proporzionale, possibilmente con le preferenze, e andrebbe fatto prima delle Politiche.

Nelle quali magari lei potrebbe essere il piano B del M5S al posto di Conte.

I giochi di palazzo non mi interessano, queste polemiche non mi sfiorano.

Continua a sentire molto spesso Grillo, dicono.

Ci sentiamo e ci confrontiamo. Beppe è stato ed è una parte importante del M5S e sarebbe assurdo non sentirci. Ma lui si confronta spesso anche con Conte.

Come giudica i primi mesi di Roberto Gualtieri da sindaco di Roma? La promessa di pulire la città per Natale si è rivelata troppo ardua da mantenere.

Ora sono all’opposizione, sto osservando e studiando. Come ho già avuto modo di dire, Gualtieri non dovrebbe ascoltare i consigli di chi gli dice che è tutto facile.

Roma è molto difficile.

Roma è Roma.

Draghi parla, non di Colle. Pressing sul Mattarella bis

Parlerà domani pomeriggio alle 18, Mario Draghi. Dopo la riapertura delle scuole. Vuole fare il punto sulla pandemia, spiegare il decreto con le misure per contrastare il Covid. Soprattutto vuole sottolineare due principi. Primo: quella italiana è la legislazione “più restrittiva d’Europa”. Secondo: le scuole devono restare aperte (al punto da impugnare l’ordinanza del governatore della Campania Vincenzo De Luca per mantenerle chiuse). La scelta di parlare al paese a scoppio ritardato, dopo il silenzio di mercoledì sera (quando ad apparire di fronte alle telecamere sono stati autonomamente tre ministri) appare una dimostrazione di debolezza. E anche il segno delle difficoltà comunicative di Palazzo Chigi, in particolare sulla pandemia. Tanto è vero che in questi giorni Draghi ci ha tenuto a far veicolare il messaggio di aver deciso lui, di non aver ceduto alla Lega nel prevedere l’obbligo vaccinale solo per gli over 50. Eppure, avrebbe preferito il Green pass ovunque. Domani rivendicherà anche che la multa di 100 euro prevista per l’effettività non è blanda perché si va a sommare alle altre.

E poi c’è il Quirinale. Alla sua sostanziale autocandidatura del 22 dicembre, i partiti hanno reagito con un’alzata di scudi. Nelle intenzioni della vigilia, il premier non risponderà sul Colle: di fronte a una domanda precisa, dovrebbe dire più o meno che la sua posizione l’ha già chiarita, aggiungendo che è il momento di parlare dei problemi del paese. Ma la variante Omicron ha preso di sorpresa anche lui. E il fatto che il voto per il capo dello Stato cada nello stesso momento in cui è previsto il picco sta rimescolando le carte in gioco. Il partito – trasversale – che tifa per il bis di Sergio Mattarella vede in questa circostanza un fattore decisivo. Ieri Conte ha discusso con i suoi vice e i suoi ministri anche di questa ipotesi, ora spinta da molti deputati M5S, come già dai senatori. Intanto, si prevedono grandi elettori decimati causa virus. E parlamentari no vax pronti a chiedere un voto a distanza (che difficilmente otterranno). Tra i più vicini a Draghi c’è anche chi nei giorni scorsi gli ha consigliato di fare un passo indietro, di esprimersi a favore della rielezione di Mattarella. Il premier ritiene che una domanda sul bis vada fatta non a lui ma al presidente e ai partiti. Anche questa non è esattamente una chiusura rispetto allo scenario. I giochi sembrano riaprirsi, nonostante i ripetuti dinieghi in pubblico e in privato del presidente.

Uno sguardo al fronte europeo fa capire come il bis potrebbe non essere affatto indolore per Draghi anche a livello internazionale. Venerdì Emanuel Macron – a domanda sulle preoccupazioni per il voto italiano sul Colle – ha risposto sottolineando la “molta fortuna” di avere un presidente della Repubblica e un presidente del Consiglio così “amici della Francia”. Un endorsement a favore dello status quo, peraltro largamente condiviso anche a Bruxelles. Ma il premier, che in caso di permanenza a Palazzo Chigi punta alla guida dell’Europa con il presidente francese, ha subito un nodo da affrontare. La Commissione europea ha inserito gas e nucleare “pulito” tra le energie green. I governi nazionali hanno tempo fino a mercoledì per esprimersi sul documento, prima che venga inviato a Parlamento e Consiglio europeo. Tra i più grandi sostenitori del nucleare green c’è proprio Macron. Draghi finora non ha preso posizione, ma ha rimandato a quanto detto da Roberto Cingolani: il ministro della Transizione ecologica è schierato sul fronte del sì, ergo questa dovrebbe essere anche la posizione del premier. Peccato che a dire no sia stato negli scorsi giorni Enrico Letta, che su questo procede allineato a Giuseppe Conte. Fermamente sul sì la Lega in primis, con tutto il centrodestra e Iv. Difficile trovare una quadra che tenga insieme fronte interno e fronte europeo.

Senza contare che a Palazzo Chigi gira la definizione “ostruzionismo” nei confronti della politica: le assenze di Giancarlo Giorgetti (Lega) e Stefano Patuanelli (M5S) all’ultimo Cdm sono viste come un disimpegno dall’esecutivo.

Imbrattata la Scala dei Turchi. Indaga la Procura di Agrigento

Polvere di intonaco rosso è stata gettata nella notte di venerdì sulla Scala dei turchi, provocando una “ferita” che spicca nella bianca marna della falesia di Realmonte. Sul gesto, compiuto da ignoti, indaga la Procura di Agrigento per danneggiamento di beni aventi valore paesaggistico. Gli inquirenti stanno visionando i video delle telecamere di sorveglianza della zona, per risalire ai vandali. Impiegati del Comune sono già a lavoro per pulire lo scempio. Il gesto è stato condannato da più parti. “È di una gravità inaudita”, ha commentato l’associazione Mareamico.

“Djoko positivo il 16 dicembre”. Ma in quei giorni 3 eventi pubblici

La vicenda che vede protagonista il tennista numero uno al mondo, Novak Djokovic, continua a colorarsi di giallo. Il campione serbo, pur di partecipare agli Australian Open, ha presentato un’esenzione dal vaccino affermando di essere risultato positivo il 16 dicembre. Lo si apprende dalla documentazione fornita dagli avvocati al tribunale che lunedì prossimo deciderà se revocare o meno l’annullamento del visto. Ma qualcosa non torna. Nel giro di 24 ore Djokovic ha partecipato a tre eventi. Il giorno stesso si è presentato a una tavola rotonda organizzata dalla sua fondazione, dal titolo “Il ruolo e l’istituzione dell’autorità nello sviluppo del carattere e della disciplina”. Sempre il 16, è stato protagonista della cerimonia di consegna dei francobolli che il servizio postale serbo gli ha dedicato. Il giorno dopo, 17 dicembre, quindi, Djokovic ha invece preso parte al Novak Tennis Center alla premiazione dei migliori talenti serbi, facendosi fotografare con i ragazzini e senza mascherina.

Ieri la foto ha fatto il giro del mondo e il confronto con le dichiarazioni dei legali ha creato ulteriore imbarazzo sulla posizione del serbo, ancora bloccato nell’hotel utilizzato come centro per immigrati di Melbourne. Se lunedì il giudice dovesse decidere per l’espulsione, Djokovic potrebbe non poter più mettere piede in Australia fino al 2026, rischiando di non poter più partecipare a un Open australiano (Djokovic a maggio compirà 35 anni). La vicenda ha scatenato una crisi diplomatica tra Serbia e Australia. A Belgrado ogni giorno c’è un sit-in di solidarietà a Djokovic. “Abbiamo ottenuto che gli venga fornito cibo senza glutine e che abbia a disposizione l’attrezzatura per allenarsi”, ha detto la premier serba Ana Brnabic, dopo aver parlato al telefono con la ministra degli esteri australiana, Marise Payne, con cui ha avuto un colloquio “costruttivo”. Intanto, un’altra tennista – meno nota di Djokovic – Renata Voracova, ha lasciato l’Australia dopo essere stata bloccata perché non era vaccinata.

“Morte Roberta Ragusa. Il processo va riaperto”

Il 13 gennaio 2012 Roberta Ragusa, 44 anni, mamma di due figli, di Gello di San Giuliano Terme (Pisa), svaniva nel nulla. Il cadavere non è mai stato trovato, ma nel 2019 il marito, Antonio Logli, è stato condannato a 20 anni per averla uccisa al culmine di una lite. Ad accusarlo un testimone oculare che dice di aver assistito alla lite: è il giostraio Loris Gozi. Oggi il nuovo pool difensivo del marito, guidato dall’avvocato Andrea Vernazza di Genova e dalla criminologa Anna Vagli, si appresta a presentare alla corte d’appello di Genova un’istanza di revisione del processo: “Depositeremo nuovi mezzi di prova. A cominciare da una persona che ha raccolto le confidenze di Gozi, che ha detto di essersi inventato tutto perché aveva paura”.

Russiagate, chiesto il giudizio per Mifsud

Pranzi, cene, viaggi, soggiorni in hotel e ricariche telefoniche per un valore di 45mila euro pagati con i soldi del “Consorzio universitario agrigentino”. La Procura di Agrigento ha chiesto il processo per il docente maltese Joseph Mifsud, presidente del consorzio tra il 2012 e 2013, accusato insieme ad altri due dirigenti di peculato. L’accademico, con un passato nelle università di Malta, Padova, Londra e Link Campus, resta ancora irreperibile da quando è finito al centro dell’intrigo internazionale “Russiagate”, per le migliaia di mail hackerate alla candidata democratica Hillary Clinton, durante le elezioni presidenziali degli Stati Uniti nel 2016.