Una scuola tra i rifiuti. Suonerà questa mattina la prima campanella per migliaia di studenti che torneranno a sedersi sui banchi all’Istituto professionale “Enrico Fermi” di Agrigento, che sorge nell’area industriale della provincia, dove tra capannoni abbandonati e fabbriche di ogni genere, sorgono numerose aziende di trattamento e smaltimento rifiuti. Una sistemazione “provvisoria”, quella della scuola nella zona Asi di Aragona-Agrigento, che continua dal 2012, anno in cui avvenne la scoperta dell’uso del cemento depotenziato nella costruzione dell’immobile in contrada Calcarelle. Quella sistemazione provvisoria, però, dura ancora oggi, quando sono stati stanziati 18 milioni per il rifacimento della struttura, ormai vandalizzata e abitata abusivamente. Mentre quest’ultimi lavori non sono mai partiti, i cantieri sono stati aperti di fronte all’istituto provvisorio, dove sorgerà un nuovo mega impianto di trattamento rifiuti urbani indifferenziati ed eventuale trattamento di compostaggio, che servirà 13 comuni della provincia di Agrigento e avrà un limite massimo di 100 mila tonnellate di rifiuti all’anno. A dare il nulla osta per questa nuova discarica a poche decine di metri dalla scuola e da altri centri di raccolta di plastica e di altri rifiuti, è l’ex Provincia, oggi Consorzio dei Comuni, che ha dato delle prescrizioni da seguire all’azienda, senza però tenere conto delle richieste degli alunni, i quali da tempo chiedono un’altra sistemazione. Nella via dove sorge la scuola l’odore nauseabondo è stato già oggetto di polemiche da parte dei tanti ragazzi che ogni mattina vanno a scuola, facendo i conti con l’inquinamento delle fabbriche che si trovano nei pressi dell’istituto e con il via vai di autocompattatori colmi di rifiuti. Alcuni genitori minacciano di incatenarsi all’ingresso della scuola.
Spada, chiesti tre ergastoli e altre 21 condanne per il clan Minacce a Federica Angeli
Tre ergastoli e 208 anni di reclusione. Sono pesantissime le richieste della Procura di Roma per i 24 esponenti, tra componenti e affiliati, del clan Spada di Ostia. A rischiare il carcere a vita sono i capi degli “zingari” del litorale, Carmine Spada, detto “Romoletto”, Roberto Spada detto “Robertino” – autore anche della nota testata al giornalista Rai, Daniele Piervincenzi – e Ottavio Spada detto “Marco”. Per gli altri imputati, il pm Mario Palazzi ha chiesto pene che vanno dai 16 agli 8 anni di carcere.
I tre capi sono accusati di essere i mandanti dell’omicidio, avvenuto a Ostia nel 2011, dei rivali Giovanni Galleoni detto “Baficchio” e Francesco Antonini detto “Sorcanera”, episodio che ha cambiato per sempre le dinamiche criminali nel litorale e nella Capitale. Per gli altri i reati contestati sono principalmente legati a estorsione e usura, tutti con l’aggravante dell’associazione a delinquere di stampo mafioso. L’accusa ha chiesto una condanna a 16 anni di carcere per Ottavio Spada, detto “Maciste”, a 11 per Nando Di Silvio, detto “Focanera” e a 8 anni per Roberto Spada, detto “Zibba”. Per Rubern Alvez del Puerto, coinvolto nell’aggressione a Piervincenzi, è stata chiesta una condanna a 10 anni. Gli imputati erano finiti in manette il 25 gennaio del 2018.
In aula, nella duplice veste di cronista e testimone di giustizia, c’era anche la giornalista di Repubblica, Federica Angeli, da 6 anni sotto scorta: contro di lei si è alzato un coro di insulti dalla platea dell’aula bunker di Rebibbia, dove erano sedute le donne del clan. A lei e all’avvocato di parte civile, Giulio Vasaturo, è giunta la solidarietà della Federazione nazionale della stampa italiana. Soddisfazione anche dalla sindaca Virginia Raggi: “Un altro passo per ripristinare la legalità a Ostia”, ha scritto su Twitter la titolare del Campidoglio.
Il camerata Gaudenzi-Rommel sta parlando, ma “per vendicare Diabolik, lui non si è pentito”
È durato cinque ore l’interrogatorio di Fabio Gaudenzi, detto Rommel, il fascista di Roma Nord, che ha raccontato quanto sapeva ai pm della Dda Nadia Plastina e Giovanni Musarò sulla morte dell’amico e camerata Fabrizio Piscitelli, il narcotrafficante freddato lo scorso 7 agosto al parco degli Acquedotti. “Ha fatto nomi, cognomi, fornito indirizzi e documentazione fotografica”, spiega l’avvocato Marcello Petrelli. Arrestato il 2 settembre e detenuto in isolamento a Rebibbia, Rommel è accusato dalla Procura di Tivoli di possesso di armi da guerra. Aveva esploso quattro colpi di pistola in casa e chiamato la polizia per consegnarsi. Prima però, aveva girato un video, con l’aiuto di un’altra persona che lo ha poi postato su Youtube, in cui raccontava di sapere chi fosse il “mandante dell’omicidio di Piscitelli”, detto Diabolik, l’ultras degli Irriducibili, già coinvolto in inchieste per traffico di stupefacenti, e per questo ascoltato dai pm della Dda.
“Ha ribadito di non essere un pentito – aggiunge Petrelli –, ma che racconta questi fatti perché vuole vendicare la morte di due suoi carissimi amici, uno di questi è Fabrizio Piscitelli, l’altro è stato ucciso a Brescia”. L’interrogatorio è stato secretato, spetterà agli inquirenti verificare le dichiarazioni e trovare i riscontri sui presunti “intoccabili”, e su quella che sarebbe stata, secondo Rommel, “un’azione messa in atto da mani straniere”, forse albanesi.
Gaudenzi è anche chiamato “lo zoppo”, per via di una ferita da arma da fuoco provocata durante l’assalto alla Banca commerciale di via Newton nel 1994. In quell’occasione morì Elio Di Scala, detto il camerata “Kapplerino”, e una guardia giurata. Condannato a 21 anni, è uscito nel 2012, finendo per essere coinvolto in Mafia Capitale, per i suoi legami con Massimo Carminati, riportando una condanna per usura in abbreviato a due anni e otto mesi.
La Madonna di Polsi in processione con inchino al boss, ma in Liguria
Processione con inchino. Succede a Ventimiglia, dove la statua della Madonna di Polsi si è fermata davanti ai parenti di quello che le informative delle forze dell’ordine indicavano come “personaggio di primissimo piano della mafia calabrese”. Poi dopo il segno della croce dei destinatari dell’omaggio il corteo è ripartito. È successo sabato pomeriggio durante quella processione che da anni suscita polemiche. Perché la Madonna di Polsi, nel comune calabrese di San Luca, non è soltanto un simbolo religioso, ma richiama anche il luogo dove si riuniscono le ‘ndrine più feroci. E la ‘ndrangheta ha messo radici profondissime a Ventimiglia e nel Ponente ligure: Rosy Bindi, da presidente della commissione Antimafia, definì Imperia la “sesta provincia della Calabria”. Le immagini registrate dalle telecamere della Casa della Legalità, associazione che da anni si batte contro le infiltrazioni mafiose al Nord, lasciano pochi dubbi: il corteo procede per i vicoli di Ventimiglia vecchia. Sono circa 150 persone, alcune con i costumi tradizionali, perché qui la comunità calabrese è forte, compatta. Conta migliaia di membri il cui appoggio è decisivo per vincere le elezioni. Alla cerimonia è presenti anche il consigliere comunale leghista Massimo Giordanengo. Ma a un certo punto ecco la sorpresa: “La processione è passata davanti ai parenti di Antonio Palamara”, racconta Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, “a quel punto il carro con la Madonna si è fermato. Ha atteso che i congiunti di Palamara (quelli presenti nel video non risultano indagati per mafia, ndr) facessero il segno della croce e si unissero al corteo, poi è ripartito”. Palamara, morto nel 2017, non era una figura qualunque: al processo La Svolta era stato condannato in primo grado a 14 anni per mafia e poi era stato assolto in appello. Ma il nome Palamara è comparso più volte nelle relazioni semestrali della Dia: “La struttura di Ventimiglia – è stato scritto nel 2017 – sarebbe controllata dalle famiglie Marcianò e Palamara, quest’ultima legata da vincoli parentali alla ‘ndrina Alvaro egemone a Sinopoli (Rc)”. Anche per questo alla morte di Antonio i giornali riportarono la notizia dei funerali celebrati nella cattedrale di Ventimiglia. In Calabria e nel Ponente ligure i simboli si intrecciano. Come ricordò ancora Bindi: “Nel Santuario di Polsi c’è un fonte battesimale donato anni fa proprio dal Comune di Ventimiglia”. Quell’amministrazione sciolta nel 2012 per infiltrazioni: il sindaco era lo scajoliano Gaetano Scullino (non indagato) che oggi è di nuovo primo cittadino. Il Consiglio di Stato poi annullò il provvedimento: “Presidente del collegio – racconta Abbondanza – era Franco Frattini, già ministro con Claudio Scajola e protagonista di un incontro a Ventimiglia, nel 2007, per la campagna di Scullino”. Il sindaco ieri ha preso le distanze dal consigliere presente alla processione: “C’era a titolo personale. L’amministrazione non ha partecipato perché ritiene inopportuno festeggiare la Madonna di Polsi che nulla ha a che vedere con le nostre tradizioni. Prendiamo le distanze in modo assoluto dai fatti che il nome Polsi richiama”. Eppure in occasione delle recenti elezioni nei discorsi dei candidati non se ne trovava quasi traccia. Nel programma elettorale di Scullino compariva soltanto a pagina 58, dopo la promessa di dare ciucci ai neonati e sostegno a cani e gatti. Nel programma del centrosinistra nemmeno un accenno.
SkyTg24, lavoratori Videobank protestano a Montecitorio
Ieri in piazzaa Montecitorio non c’erano solo manifestanti e media, ma anche chi di solito sta dietro alle telecamere: 46 professionisti della comunicazione che, licenziati, hanno fatto conoscere la loro vicenda con un metodo originale: nella mischia si sono presentati con microfoni con lo slogan “Dumping sociale causa licenziamenti – Sky Tg24”. Sono i lavoratori della VideoBank Spa, che fino al 31 maggio aveva l’appalto con l’all news di Sky. Ma la multinazionale ha deciso di chiudere le sedi di Torino, Padova, Bologna, Firenze, Napoli e Bari, così tecnici e operatori hanno perso il lavoro. La maggior parte aveva esordito nel 2003, poi l’esternalizzazione da Sky Italia nel 2008 e i successivi passaggi con i service VideoPiù, Link Tlc, infine VideoBank. Sia quest’ultima che il sindacato Slc Cigl sostengono che la decisione sia stata unilaterale. “Sky Tg24 chiude le sedi regionali e chiede un unico filmmaker per città, anche in violazione delle più basilari norme sulla salute e sicurezza sul lavoro, come anche stabilito dalla sentenza del Tar del Lazio di fine giugno, in un caso del tutto simile – sottolinea una nota della Cgil –. Tutto questo, con un nuovo appalto al massimo ribasso“. E annuncia: si ricorrerà alle vie legali.
Meno sacerdoti, conventi chiusi.Diventano B&B e resort di lusso
Parlamentari, studiosi, vacanzieri ed emarginati. Sono i nuovi ospiti dei conventi e monasteri dismessi dagli ordini religiosi a causa del calo delle vocazioni negli anni. Una seconda vita per edifici storici, spesso con centinaia di anni, destinati ora ad accogliere una diversa umanità. L’addio di monaci, frati e suore ha spinto il Vaticano e gli ordini religiosi a cercare un nuovo futuro per queste strutture. In alternativa alla chiusura e, quindi, all’abbandono, i conventi sono diventati centri di accoglienza, biblioteche, resort di lusso o semplici strutture ricettive. In alcune di queste, a Roma, alloggiano anche i parlamentari durante la loro permanenza nella Capitale.
Come Luciano Cantone, deputato del Movimento 5 Stelle originario della Calabria e da un anno ospite delle suore nell’ex convento di Santa Lucia dei Filippini, tra piazza Venezia e largo Argentina. “Mi trovo bene – dice Cantore al Fatto – in fondo non è così diverso da un normale bed&breakfast. Ci sono tutti i servizi e anche una reception attiva h24. E poi – ammette il parlamentare – costa meno di molte altre strutture”. Non è l’unico in quella struttura. I colleghi che siedono in Parlamento sarebbero almeno una dozzina, di tutti gli schieramenti politici. E il legame tra gli onorevoli e gli ex conventi non si limita solo all’alloggio: alcune strutture storiche sono state trasformate nel corso degli anni e diventate di proprietà della Camera. Come il Complesso di vicolo Valdina che, a pochi metri da palazzo Montecitorio, da ex convento delle monache basiliane ora ospita gli uffici dei deputati.
E sempre a Roma c’è l’ex convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva diventato di proprietà della Camera che ospita la Biblioteca di Camera e Senato: non un convento qualunque, visto che in quegli ambienti si tenne l’udienza conclusiva del processo a Galileo Galilei, con l’abiura della teoria copernicana, il 22 giugno 1633.
Sono soprattutto gli ordini religiosi, come i gesuiti, francescani, domenicani o carmelitani ad aver subito maggiormente il calo delle vocazioni rispetto ai sacerdoti diocesani o ai preti delle parrocchie. Come ha raccontato Riccardo Benotti di Agensir (l’agenzia stampa della Cei), negli ultimi anni i religiosi in Italia sono passati da 19.500 a poco più di 18 mila. Una sofferenza che spesso si è tradotta in accorpamenti di comunità religiose e partenze dai conventi di frati e suore. In alcuni casi la gestione delle strutture è stata trasferita ai vescovi delle diocesi. Il 2016, ad esempio, è stato un annus horribilis per i francescani: da Nord a Sud fino alle isole sono stati ben 10 i conventi chiusi.
Alcuni sono diventati però altro. Come il Grand Hotel Convento di Amalfi: un complesso costruito nel XIII secolo, oggi divenuto una struttura ricettiva a 5 stelle. Oppure Castel Monastero, a qualche chilometro da Siena, che da monastero nato quasi mille anni fa è diventato un resort di lusso. Ma non è sempre così. A Pistoia, ad esempio, c’è il convento di San Domenico: la fondazione risale al XIII secolo e dal 1928 e fino agli anni ’70 è stato il centro di studi dei frati domenicani. “Progressivamente – spiega al Fatto fra’ Alessandro Cortesi – la comunità si era ridotta pur rimanendo un centro importante di vita pastorale e culturale nella città di Pistoia. Negli anni più recenti, a causa della diminuzione numerica dei frati, una ristrutturazione delle presenze nella Provincia– ha portato alla decisione della chiusura di questa comunità. Però prima di questa decisione era stato sviluppato un progetto di nuova finalizzazione della struttura che mantenesse finalità e spirito di questo luogo di vita comunitaria, di studio e formazione”. Le porte del convento, quindi, si sono aperte offrendo alla comunità il ricco patrimonio librario: è stata così restaurata la Biblioteca che nel 2017, anno di Pistoia capitale della cultura italiana, è stata riaperta al pubblico.
Oggi la Biblioteca è inserita nella rete delle biblioteche pistoiesi (Redop) e conta circa 20.000 titoli già inseriti nel catalogo online con disponibilità di sale lettura in orario di apertura al pubblico e possibilità di prestito dei libri. Ma non solo. “A settembre 2015 – racconta ancora il frate – un appello di papa Francesco a indirizzare l’utilizzo di strutture religiose per l’accoglienza dei migranti fu accolto dalla nostra provincia religiosa e una parte della struttura conventuale è stata concessa in comodato d’uso a una cooperativa sociale con finalità di accoglienza. È stata così restaurata un’ala del convento in cui si sono approntati appartamenti per case-famiglia per circa 15 minori stranieri non accompagnati e un centro di accoglienza straordinario per richiedenti asilo per circa quindici ospiti. Una parte dell’orto è stata poi destinata a progetti di inclusione sociale, alcuni locali sono stati adibiti a laboratori di maglieria e cucina per corsi di inserimento lavorativo promossi dalla cooperativa sociale “Arkè” e dalla cooperativa “Manusa”, altri a uffici e sedi per colloqui e incontri”.
Una nuova vita che, quindi, ha cambiato l’originaria idea del convento: oggi frati e comunità territoriali convivono costruttivamente. “Non è stata solo una concessione di locali, ma è stata condotta nell’orientamento a condurre insieme attività all’interno di un progetto di accoglienza condiviso. Per i religiosi la presenza dei migranti è stata occasione innanzitutto di un contatto diretto con le storie e i volti di migranti, molti di essi giovani in cerca di lavoro, di una vita dignitosa e desiderosi di integrarsi con impegno”. Accoglienza, ma senza badare alle stelle. Nella semplicità della vita comunitaria che si rinnova senza snaturarsi. Proprio come accaduto al suo convento.
Per un super batterio 17 morti in Toscana: il piano della Regione
Sono diciassette le morti sospette del batterio cosiddetto “New Delhi” resistente agli antibiotici avvenute in Toscana su 64 contagi, come reso pubblico due giorni fa. Adesso la Regione Toscana corre ai ripari, dal 16 settembre verrà progressivamente esteso il passaggio dalla diagnostica tradizionale al test molecolare, per accelerare i tempi di screening riguardo alla diffusione del “New Delhi” mentre, per rispondere alla necessità di fornire una comunicazione corretta e che contribuisca a una percezione adeguata del fenomeno, dall’11 settembre sul sito dell’Ars verranno pubblicati aggiornamenti settimanali anti-psicosi dei dati del monitoraggio sulla presenza del superbatterio negli ospedali toscani, avviato già a maggio. Saranno pubblicati, per presidio ospedaliero, i dati sull’isolamento del batterio nel sangue dei pazienti, il numero di test di screening positivi, la percentuale dei decessi nei pazienti in cui è stato isolato il batterio. Riguardo allo screening con test molecolare, per far fronte all’incremento di test microbiologici dovuto alle misure straordinarie di sorveglianza, le direzioni aziendali hanno concordato di accelerare i tempi del passaggio al test molecolare, il cosiddetto quick test.
Ombre sui conti: il Papa caccia il dg del Bambin Gesù
Cambio della guardia ai vertici dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, eccellenza internazionale. A saltare è il direttore generale Ruggero Parrotto, rimosso a luglio in realtà, ma la notizia è stata diffusa soltanto due giorni fa, peraltro con papa Francesco impegnato nel viaggio africano tra Madagascar, Mozambico e Mauritius. Il cambiamento è da registrare perché avviene solo pochi mesi dopo, era il 10 marzo, le rivelazioni del Fatto. Proprio su queste colonne era stato suonato un campanello d’allarme. In sede di questo cambio al vertice, infatti, la presidente Mariella Enoc ha dovuto rispondere, come riportato dall’Ansa, alla domanda se non fosse vero che l’ospedale si sarebbe lanciato in spericolate operazioni immobiliari: “Assolutamente no e se qualcuno le avesse pensate è stato immediatamente bloccato. Uno può anche averle pensate…”. Una negazione che conferma.
Cosa aveva scritto il Fatto rispetto alle operazioni immobiliari? “Poi ci sono le strategie immobiliari di cui nel bilancio non c’è traccia. Il 14 giugno 2018 monsignor Mauro Rivella va dal notaio Paride Marini Elisei a firmare un atto di acquisto di una palazzina color ocra, di ampia metratura e da tempo in disuso, di viale di Villa Pamphili a Roma, ai civici 84 e 100. Rivella è il segretario di Apsa, l’organismo vaticano che amministra il patrimonio immobiliare, allora affidato al cardinale Domenico Calcagno. Il monsignore va su mandato del Bambino Gesù che ha chiesto all’Apsa di comprare la palazzina e allargare le proprie attività, oltre alle sedi nel centro della Capitale di Gianicolo e San Paolo fuori le Mura e sulla costa di Palidoro e Santa Marinella. Quel complesso immerso nel verde di proprietà della Provincia di Roma, era in vendita dal 2011 per 45 milioni di euro. I dirigenti di Bnp Real Estate hanno organizzato per anni aste che sono andate deserte, l’ultima nell’autunno 2017. Per Bnp è un sollievo trovarsi di fronte un cliente risoluto e, soprattutto, liquido. Apsa completa l’operazione da 40 milioni di euro (inclusa iva) con un bonifico finale di 36,7 milioni e consegna la palazzina al Bambino Gesù. Nel contratto di acquisto non si menzionano mediatori o parti terze, ma l’ospedale del Papa, proprio per l’immobile di viale di Villa Pamphili, ha saldato tre fatture a Ad Tesciuba per un totale di circa 1,5 milioni di euro, la cifra non viene confermata o smentita né dal Bambino Gesù né da Elio Tesciuba, azionista di maggioranza e amministratore della piccola società di ‘consulenza gestionale e pianificazione aziendale’. (…) Il Bambino Gesù sostiene che ha coinvolto Ad Tesciuba per fronteggiare una situazione di emergenza e per la consolidate esperienza nel campo di Elio Tesciuba. (…) Tesciuba rivendica con orgoglio il lavoro per il Bambino Gesù e sottolinea la strepitosa efficienza dei tecnici dell’ospedale, ma rivela pure che lui ha segnalato l’immobile alla direzione dell’ospedale tra l’ottobre e il dicembre 2017, perché vicino al Gianicolo, e ha seguito la transazione dal primo giorno all’atto del notaio. Dopo una rapida riflessione – nel frattempo Tesciuba apre la sua nuova società in febbraio – il 2 e il 23 marzo l’Apsa paga un acconto di 3,3 milioni di euro a Bnl per l’offerta vincolante. Altri tre mesi, e Rivella chiude l’affare. Oggi la palazzina ospita 150 dipendenti e forse entro il 2020 sarà inaugurato il settore sanitario”. Così scriveva il Fatto.
Ruggero Parrotto era stato nominato dg dalla stessa Enoc solo due anni fa, adesso l’intera gestione è nelle mani della presidente, come riportato anche dall’organigramma ufficiale pubblicato sul sito dell’ospedale. Sull’allontanamento di Parrotto non ci sono state comunicazioni ufficiali: “Come da prassi”, fanno sapere fonti vicine all’ospedale, ma l’uscita è apparsa quanto meno brusca, avvenuta nel pieno delle ferie estive e nel corso della fase avanzata dei progetti di sviluppo e ampliamento dell’ospedale, che per sopperire all’endemica ristrettezza degli spazi della storica sede e alle richieste di pazienti e familiari, si sta espandendo con un nuovo polo oncologico, un hospice pediatrico e con l’ampliamento di Polidoro per alleggerire la pressione sul Gianicolo. La decisione, naturalmente, è stata presa dopo che sia Bergoglio sia il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, sono stati informati del nuovo assetto del Bambino Gesù, di proprietà del Vaticano che opera su territorio italiano con un contributo annuo di 192,3 milioni erogati dalla Regione Lazio.
L’omicida diventa “un gigante buono”: Odg contro Il Giornale
“Un raptus per troppo amore”, “Un gigante buono incapace di fare del male”, “l’amava, ma lei l’aveva respinto”: sono solo alcune delle frasi che i giornali hanno usato per raccontare l’ultimo caso di femminicidio, quello di Elisa Pomarelli. Duro l’Ordine dei giornalisti: parole “sbagliate” che vanno ad arricchire il già lungo elenco di “giustificazioni per il colpevole e di nuove coltellate alla vittima”. Il riferimento, in particolare, è al titolo de Il Giornale (“Il gigante buono e quell’amore non corrisposto”). Il presidente dell’Ordine, Carlo Verna, ha definito “inaccettabile l’incultura della superficialità nel trattare, anche nella scelta dei termini, i casi di femminicidio” e ha poi rivolto un appello al governo, per porre un’adeguata attenzione al tema. Le Commissioni Pari Opportunità della Federazione nazionale della Stampa italiana, il Consiglio nazionale dell’Odg, l’Usigrai e l’associazione Giulia Giornaliste denunciano come manchi, ancora una volta, l’applicazione del Manifesto di Venezia, per un’informazione “attenta, corretta e consapevole sulla violenza di genere”. Gli stessi articoli – si sottolinea – sono “zeppi di stereotipi e pregiudizi“. Molte, sui social, le donne che chiedono un maggior rispetto per la vittima.
Quel Rambo “sempliciotto” che poi strangola le donne
A raccontare la morte di Elisa Pomarelli, la ventottenne piacentina uccisa dal suo amico agricoltore Massimo Sebastiani, ci si muove su un terreno scivoloso. Lo sanno bene i tanti giornali che sono inciampati, in questi giorni, in narrazioni infelici (“il gigante buono”, “l’ha uccisa per amore”) o in ricostruzioni il cui il succo della vicenda pare quasi essere “Eh però anche lei, illuderlo così”. Massimo Sebastiani non era buono, ma forse piuttosto un’acqua cheta, un uomo i cui modi semplici lasciavano presupporre una bontà d’animo che evidentemente non c’era. Non amava Elisa, perché l’amore contiene in sé un’infinità di sfumature ma non “ammazzare una donna in un pollaio”. Elisa non sarebbe colpevole della sua morte pure se l’avesse illuso. Pure se fosse stata la più subdola manipolatrice del piacentino.
Massimo Sebastiani aveva 45 anni, ben 17 più di Elisa, era un uomo adulto, poteva sganciarsi da Elisa quando voleva. O forse no, perché per lasciar andare bisogna saper amare, e Massimo Sebastiani sapeva fare molte cose – arare, allevare, costruire recinti e spaccare la legna – ma amare proprio no. Era però “un uomo semplice”, dicono in paese. Lo ripetono anche i giornali, come un mantra stupito, come se nell’apparente bonarietà di un contadino, non si possa nascondere un mostro che strangola una donna come fosse una gallina. Fanno male, però, a indignarsi sui social o nelle sedi di qualche associazione femminista se si ricorda che per tanti, in paese, “Massimo era un uomo semplice”.
I pregressi degli assassini vanno raccontati sempre e non solo quando sono aderenti con l’azione turpe. “C’era da aspettarselo” avrebbe allontanato da una grande verità: spesso, chi uccide, è un insospettabile. Le ossessioni, le dipendenze affettive possono deflagrare improvvisamente e le donne devono imparare a riconoscere i segnali, a non fidarsi neanche di quello mansueto, che però non riesce a elaborare un rifiuto. Viene in mente “Quattro Formaggi”, il personaggio di Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti. Il fesso del paese che diventa un brutale assassino. E quindi cerchiamo di capire chi fosse davvero questo Massimo Sebastiani. Alcuni video in cui si vede lui che spacca armadi a mani nude ce lo mostrano come una sorta di Hulk di campagna. Si mormorava di un suo bunker segreto e della sua capacità sovrumana di vivere nei boschi in modalità Rambo piacentino. Alla fine si è fatto arrestare piagnucolando, era rimasto a vagare nei paraggi, come uno sbandato qualunque. C’era poco di leggendario. Caso chiuso dunque. E invece mica tanto. Perché Massimo Sebastiani fino al 25 agosto sarà stato pure un sempliciotto, ma dopo aver ucciso Elisa, un suo piano sgangherato per sfangarsela lo ha messo in piedi. Sgangherato perché non aveva arguzia né strumenti per ideare una via d’uscita solida, ma intanto il sempliciotto recupera quel raziocinio che dice di aver perso nel pollaio e prova a costruire le prove della sua innocenza. Ricostruendo senza fronzoli la vicenda e attenendosi solo al provvedimento di fermo infatti, viene fuori che: alle 8:35 del mattino del 25 agosto Sebastiani invia un messaggio a Elisa che lui chiama “Taty” (“Buongiorno Taty, io sto arando un po’, alle 12/1230 sono da te”). Poi lui acquista 4 listoni di legno che carica nel bagagliaio, da cui spuntano (le telecamere dell’autostrada li mostrano chiaramente). Pranzano in osteria. Alle 14:10 vanno a casa di lui. Le telecamere di un’azienda che effettua lavorazioni meccaniche e che confina con la sua cascina, riprendono una parte dei fatti. Massimo ed Elisa entrano nel pollaio alle 14:11 e lui alle 14:31 ne esce con Elisa sulle spalle, forse morta. Riparte in macchina. Dal bagagliaio i listoni di legno non sporgono più, quindi li ha scaricati. Si ferma dal benzinaio, gli dice: “La mia ragazza non ha voluto fare un giro con me, vado a lavorare”. Incontra il padre della sua ex fidanzata, Silvio Perazzi, attualmente indagato per favoreggiamento. Va al bar. Alle 16:48 invia un whatsapp a Elisa: “I listoni per la cassetta li ho trovati Taty scusa se mi sono arrabbiato”. In realtà quando Massimo è andato a prendere Elisa i listoni li ha già comprati e spuntano dal bagagliaio, quindi Elisa li aveva visti. Più tardi brucia degli oggetti nel pollaio. Alle 18:57 invia un messaggio vocale a Elisa: “Taty rispondi dai quando riesci”. Poi raggiunge l’amica E., con cui cena e a cui dice di non aver visto Elisa quel giorno. A lei aveva parlato della sua ossessione per Elisa e sempre a lei, una settimana prima dell’omicidio, aveva scritto dei messaggi in cui diceva di volersi suicidare per i suoi fallimenti sentimentali. Quella sera, dopo cena, Massimo sparisce per poi essere ritrovato il 7 settembre poco distante dalla casa del suo amico Perazzi (arrestato perché lo avrebbe aiutato a nascondersi). E Perazzi la mattina del 3 settembre riferirà di aver trovato nella posta due manoscritti lasciati lì da Sebastiani. In uno c’era scritto: “Domenica eravamo alla casetta poi lei mi fa vedere una busta: se la custodiamo ci danno molti soldi. Abbiamo fatto una discussione, poi lei se ne è andata in autostop… poi verso sera son tornato a piedi e ho sentito: dov’è la roba? Sono scappato a piedi”. Insomma, Sebastiani ha inviato messaggi a Elisa che era già morta per confondere le acque, ha mentito a varie persone per crearsi un alibi, ha (forse) inguaiato un amico che (forse) l’ha aiutato, ha nascosto il corpo di Elisa, ha lasciato la famiglia di lei sospesa in quel dolore incerto per due settimane. Abbiamo visto assassini più sempliciotti di lui.