L’associazione Nazionale Magistrati convoca per sabato prossimo a Roma l’assemblea di tutti gli iscritti (oltre 8 mila dei 9 mila giudici in servizio). Lo fa per discutere della bufera che ha investito nei mesi scorsi il Csm: lo scandalo delle nomine ai vertici delle Procure emerso dalle intercettazioni dell’inchiesta di Perugia in cui risulta indagato per corruzione l’ex consigliere del Csm, Luca Palamara, a luglio sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Sabato si discuterà di tutto quello che è avvenuto nei mesi passati, ma soprattutto delle proposte per “prevenire qualunque degenerazione” del sistema delle correnti della magistratura al Csm. Ipotesi di riforma a più livelli, indirizzate alcune al legislatore, altre al Csm, mentre altre ancora implicheranno modifiche allo statuto dell’Anm introducendo un sistema di incompatibilità: per esempio stabilendo, come propone la giunta, l’impossibilità di candidarsi al Csm durante il loro mandato per i 36 componenti del Comitato direttivo centrale del sindacato delle toghe. Venerdì 13, il Comitato direttivo centrale dell’Anm discuterà invece delle modifiche al codice etico dei magistrati.
De Vito sarà libero tra undici giorni. Poi tornerà all’Assemblea capitolina
Tra due settimane, Marcello De Vito potrebbe tornare a presiedere l’Assemblea capitolina: la misura dei domiciliari – dove il pentastellato (mai espulso dal Movimento) si trova per l’accusa di corruzione – scadrà il prossimo 20 settembre. De Vito torna quindi a essere un uomo libero. Ed essendo di consueto le sedute dell’Assemblea fissate due volte a settimana (martedì e giovedì), il primo giorno utile per tornare al lavoro potrebbe essere il 24. Ovviamente ciò potrà avvenire solo dopo la revoca del decreto di sospensione del Prefetto di Roma.
Sul ritorno di De Vito i 5stelle non hanno voce in capitolo. “Se la magistratura e la prefettura daranno il via libera, potrà tornare a guidare l’Assemblea”, ha ribadito la sindaca di Roma, Virignia Raggi, ospite alla Festa del Fatto.
Intanto De Vito mette a segno un’altra mossa: rinuncia all’udienza davanti al Tribunale del Riesame. Il Tribunale della Libertà era chiamato a valutare, dopo la decisione della Cassazione, il provvedimento cautelare per corruzione nei confronti del presidente dell’Assemblea capitolina e dell’amico avvocato Camillo Mezzacapo, entrambi finiti ai domiciliari. Secondo la Procura di Roma, De Vito avrebbe asservito il proprio ruolo agli interessi di alcuni privati (come l’imprenditore Luca Parnasi) ottenendo in cambio consulenze, anche solo promesse, allo studio legale Mezzacapo. Per i pm esisteva una “cassaforte” di De Vito e Mezzacapo, la Mdl Srl, una società ritenuta “strumento attraverso cui vengono messi al sicuro gli illeciti profitti”.
Per queste accuse De Vito ha trascorso un periodo prima in carcere, poi ai domiciliari. La sua difesa però ha fatto ricorso in Cassazione: l’11 luglio la Suprema Corte ha demolito l’impostazione della Procura, ravvisando “congetture” ma anche “plurime ed evidenti censure sul piano della linearità logica e del vizio di motivazione”. Non solo, per i giudici anche “il carattere sostanzialmente fittizio dei remunerati incarichi conferiti allo studio Mezzocapo si basa su enunciati contraddittori”.
Con queste motivazioni, la Cassazione ha annullato l’ordinanza cautelare e rinviato al Riesame per una nuova pronuncia. Alla quale ieri De Vito ha rinunciato. “Le ragioni – spiegano i difensori di De Vito, gli avvocati Angelo Di Lorenzo e Guido Cardinali – sono facilmente desumibili dalla motivazione della sentenza della Cassazione da correlarsi altresì alla disattesa opportunità che il nuovo Riesame fosse assegnato a un giudice relatore diverso da quello il cui giudizio è stato cassato dalla Suprema Corte”. Insomma, per la difesa non è il caso di sottoporre la decisione a un giudice che già si è espresso sulla vicenda. Così De Vito trascorrerà altri 11 giorni ai domiciliari e poi potrà tornare in Assemblea capitolina, forte di una sentenza come quella della Cassazione che non verrà messa in discussione da altri giudici.
Cambia l’accusa per Russo: è la stessa di Renzi senior
Ieri si è tenuta l’udienza preliminare sul caso Consip. All’ordine del giorno c’era la posizione dei carabinieri Gianpaolo Scafarto (accusato di falso, rivelazione e depistaggio) e Alessandro Sessa, accusato solo di depistaggio in concorso. Il gip Clementina Forleo ha ascoltato con attenzione le arringhe delle difese. Poi ha preso la parola il maggiore Scafarto che ha confermato la tesi dell’involontarietà dei suoi gravi errori nelle informative in danno di Tiziano Renzi e dei servizi segreti. L’ufficiale si è anche commosso quando ha ripercorso la sua carriera di investigatore ora trasferito lontano dalle indagini.
Intanto la prossima udienza davanti al gip Forleo si terrà il 17 settembre e sarà dedicata alla posizione dell’amico di Renzi sr., Carlo Russo per il quale la Procura di Roma ha chiesto nel 2018 il rinvio a giudizio per millantato credito. La decisione su Russo ma anche sulle presunte rivelazioni di segreto dell’ex ministro Pd Luca Lotti e dei generali dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia e Tullio Del Sette, oltre che sull’imprenditore Alfredo Romeo, è stimata intorno al 7 ottobre. Sarà solo la fine del primo tempo.
Il secondo tempo inizia il 14 ottobre alle 10:30 davanti a un altro gip, Gaspare Sturzo, che si occupa del caso connesso alla richiesta di archiviazione presentata dai pm per Tiziano Renzi.
La sorte di Tiziano Renzi nell’udienza del 14 ottobre è indipendente dal punto di vista giuridico ma connessa dal punto di vista del fatto con quella di Russo nell’udienza del 7 ottobre.
I pm Paolo Ielo e Mario Palazzi hanno ritenuto Carlo Russo un millantatore da mandare a giudizio (e su questo deciderà il 7 ottobre la gip Forleo) e per converso Tiziano un soggetto da prosciogliere, e su questo il gip Sturzo ha fissato udienza interlocutoria il 14 ottobre. Per i pm il giovane amico di Tiziano spendeva il suo nome con Romeo quando millantava agganci con i manager pubblici di Consip e Grandi Stazioni, per chiedere soldi. Però per gli stessi pm, Tiziano Renzi ne era all’oscuro, di qui la richiesta di archiviazione. Confermata anche quando i pm di Roma hanno trovato le tracce nei tabulati telefonici di un incontro a Firenze a metà luglio del 2015 (sempre negato dai tre protagonisti) tra Romeo, Russo e Tiziano. Ciò per i pm non basta a ipotizzare un traffico che includa i tre. La ragione? Russo diceva balle e l’incontro a tre sarebbe del luglio 2015 mentre le manovre sulle gare Consip entrano nel vivo nel 2016.
L’udienza del 17 settembre sarà interessante anche da un altro punto di vista. Si capirà l’impatto della legge Spazzacorrotti sul caso Consip e su Carlo Russo. La legge, varata quando il Pd era all’opposizione, ha reso più simili, dal punto di vista giuridico, il millantato contestato a Russo e il traffico di influenze negato dai pm per Tiziano. La legge del governo giallo-verde ha abrogato il vecchio 346 del codice penale. Il millantato credito, punito fino a sei anni e contestato a Russo, non esiste più. Ora è ricompreso nell’articolo 346 bis che prevede al massimo 5 anni di pena. Pena che vale per il vecchio traffico di influenze e per il nuovo traffico-millantato.
La pena per il millantatore presunto quindi si riduce. Il teorico sconto per Russo non è però l’effetto più importante. La novità è che la legge non distingue più tra chi chiede i soldi vantando entrature inesistenti e chi lo fa con entrature vere.
Per i pm, Russo si sarebbe fatto promettere 100 mila euro più 5 mila euro al mese da Romeo vantando entrature inesistenti. Nel vecchio schema il suo millantato poteva essere letto come una conferma dell’inesistenza del traffico di Tiziano Renzi. Nel nuovo schema la decisione della dottoressa Forleo non avrebbe questo significato implicito. Con la nuova formulazione del 346 bis, la gip potrebbe disporre il giudizio lasciando ai giudici del dibattimento il compito poi di stabilire se Russo aveva entrature vere o no con i manager di Consip e Grandi Stazioni. Mentre il destino di Tiziano Renzi, indagato, sempre con Carlo Russo, con l’ipotesi di avere partecipato al traffico di influenze illecite sul caso Consip, sarà trattato lunedì 14 ottobre. Il gip Sturzo dovrà a quel punto sbrogliare la matassa e dire se accoglie la richiesta di archiviazione. In altri termini, dovrà stabilire se davvero i nuovi elementi trovati dai carabinieri e snobbati dai pm non cambino le cose per Renzi Sr.
Il gip Sturzo dovrebbe stabilire se le chat con Tiziano e i politici del Pd scoperte nel telefonino di Russo dai carabinieri non mutino il quadro iniziale, come dicono i pm. E dovrebbe dire se gli accertamenti sui tabulati telefonici, che per i carabinieri provano un incontro tra Tiziano, Romeo e Russo, lascino a Russo la parte del millantatore e a Tiziano la parte della vittima.
Google, gli Usa aprono una indagine sulla concorrenza
La notizia era attesa da giorni: Google è finita nel mirino degli stati Usa per sospetto abuso di posizione dominante sul fronte della pubblicità e della ricerca sul web. A lanciare l’indagine antitrust sono stati 50 procuratori generali di 48 stati, del District of Columbia, dove si trova la capitale federale Washington, e del territorio di Porto Rico. Mancano all’appello solo la California e l’Alabama. L’obiettivo – come ha spiegato il procuratore generale del Texas, lo stato capofila dell’iniziativa – è verificare se l’azione del colosso di Mountain View rappresenti una minaccia per la libera concorrenza e la tutela dei consumatori. Un aspetto su cui negli Stati Uniti è stata aperta anche un’inchiesta a livello federale con il Dipartimento di giustizia e la Federal Trade Commission che già a fine agosto hanno chiesto ai responsabili di Google documenti e dati. Richiesta simile a quella che quasi certamente verrà avanzata nei prossimi giorni e nelle prossime settimane dalle autorità dei singoli stati Usa in quella che si configura come un’indagine bipartisan.
L’inossidabile segreto di Mike “Da quiz all’eternità”
Di tutte le definizioni di Mike Bongiorno, la migliore resta quella data da Vittorio Sgarbi (a riprova che Sgarbi dà il meglio di sé come critico d’arte). “Mike è come il salame: in qualsiasi parte lo tagli è sempre uguale”. Vero, Mike è l’Inossidabile per antonomasia, eppure sempre diverso, simbiotico coi tempi. Pioniere del mezzo televisivo, autodidatta e pedagogo all’epoca dei quiz, aedo del prosciutto cotto con l’arrivo delle promozioni, compagno di merenda con Fiorello. Nelle celebrazioni a dieci anni dalla scomparsa si è confermato altrettanto proteiforme: Costanzo ha fatto il Costanzo show, Vespa ha fatto Porta a Porta, Antonio Ricci ha fatto Paperissima, Techetecheté ha fatto Techetecheté, ma il punto di fuga della prospettiva era sempre lui. Mai non dire Mike. In questi doverosi tributi si è sentita solo la mancanza di una puntata di Voyager tesa a indagare i molti misteri del fenomeno Bongiorno. Quello, mai risolto, della volontarietà delle gaffe, troppo belle per non essere vere ma anche per esserlo. L’enigma, solo apparentemente più epidermico, del sospetto parrucchino, dalla scriminatura priva di riporto degli anni giovanili alla soffice calotta del Mike maturo. Mai saputo se i capelli fossero veri, proprio come le gaffe, e questo ci riporta alla sua materia inossidabile. In un Paese privo di memoria come il nostro, dieci anni possono significare l’oblio perenne. Mike invece è ancora qui con noi, più di noi, e dopo di noi resterà. Da quiz all’eternità.
Mail Box
Il paradosso del potere, che logora chi ce l’ha
Dacher Keltner, professore di Psicologia dell’Università di Berkeley, sostiene che i potenti spesso agiscono come dopo un trauma al cervello, adottando un comportamento impulsivo, irrazionale, non valutando né conseguenze né pericoli. Come dargli torto se M5S e dem si sono battuti prima a suon di insulti irripetibili, per poi passare dalla sfacciata comunella a un inaspettato amore, e imbarcarsi sullo stesso legno? E, continua Keltner, coloro che raggiungono il potere diventano incapaci di empatia, di comprendere i bisogni altrui, determinando il “paradosso del potere”: chi ha l’autorità smarrisce le caratteristiche vincenti che gli hanno permesso di raggiungere quella posizione. Lo diceva anche Pittaco, tiranno saggio e onesto: “Se vuoi conoscere la vera natura di un uomo devi dargli un grande potere”. Basti pensare a Matteo Renzi e al suo stomachevole story-balling con manovre degne del più spericolato slalomista. E lo stesso Salvini, che non aveva previsto un epilogo così disastrosamente diverso dal ritorno al voto. Sta di fatto che il nuovo governo è il più chiaro esempio di come la nostra democrazia nazionale sia storicamente fallita. Il cittadino si sente smarrito, senza più voce in capitolo e non ha che due possibilità: astenersi dal voto per evitare l’ennesima fregatura, o cercare fortuna all’estero come molti dei nostri connazionali. E l’astensione resta la più valida alternativa alla rivoluzione sanguinosa e alla propaganda di piazza.
Arcadio Damiani
Diritto di replica
A precisazione dell’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano il 7 settembre, chiarisco e confermo che mi è stata richiesta disponibilità a ricoprire ruoli di vertice nel nuovo Governo. Viceversa, non ho mai richiesto a chicchessia nomine o incarichi, non essendo nel mio costume ed essendo peraltro tornato con impegno ed entusiasmo a svolgere la funzione giudiziaria per la quale ho studiato e mi sono preparato per lunghissimi anni, superando plurimi e rigorosi concorsi pubblici. Tornando alle richieste di impegno al servizio del Governo, ho manifestato la mia gratitudine, ma ho declinato valutando che, per ragioni personali e professionali, non ci sono allo stato le condizioni.
Quanto alla “cacciata” dal vecchio Governo (su cui ancora una volta torna il Fatto), nessun collegamento ci fu all’epoca tra le mie “dimissioni”, intervenute solo a completamento dell’iter della legge di bilancio, e la storia falsissima (e ufficialmente smentita dal Ministro dell’economia di allora) della norma della Croce Rossa o tra le stesse dimissioni e altri episodi raccontati.
Quanto, invece al Suo editoriale dell’8 settembre e ai conflitti di interesse cui Lei fa un generico riferimento, preciso che: non ho mai avuto incarichi incompatibili con il mio ruolo di Magistrato; ho avuto solo l’onore di lavorare, al pari di molti altri Colleghi Magistrati, con diversi Governi, anche di diverso orientamento politico, su richiesta del Presidente del Consiglio dei ministri o dei Ministri degli esteri, della funzione pubblica e dell’economia e comunque dietro formale autorizzazione del mio organo di autogoverno; che ho avuto l’onore di presiedere, lavorando a fianco di Colleghi e Accademici stimati (da me, da tutti e persino dalla Sua non sempre tenera Testata), la Commissione di Governo che ha licenziato i testi di legge oggi vigenti in materia di contrasto ai conflitti di interesse; che, come ad un giornalista con la Sua esperienza non può sfuggire, è quanto meno ingenuo pensare che in una posizione di governo da cui transitano dossier delicatissimi e di impatto economico rilevantissimo, oltre che numerosissime e prestigiose designazioni in enti e società, un conflitto di interessi possa essere ravvisato nella nomina -con atto del Ministro- di uno o due giuristi di indiscussa competenza che con me hanno collaborato sul piano dell’elaborazione scientifica o divulgativa, peraltro confermati dopo le mie dimissioni; che ho svolto molte di queste funzioni in modo gratuito, rinunciando ad ogni indennità; che, sempre a proposito di conflitti di interessi, ho svolto le funzioni di governo con il rigore e l’attenzione dovuti anche alla costante consapevolezza di dover tornare (come accaduto) ad essere e fare il Magistrato, non certo pensando di preparare le condizioni per diversi percorsi professionali.
Per cultura personale considero fondamentale il ruolo della stampa come presidio di chiarezza e verità. E proprio per amor di verità mi riservo di valutare se, come per gli attacchi dello scorso anno per i quali ho già notificato i primi atti giudiziari in sede civile, sussistono i presupposti per querelare tutti i responsabili di questa nuova campagna di stampa.
Roberto Garofoli
Prendiamo atto della precisazione con alcune puntualizzazioni. Non abbiamo mai parlato di una richiesta di incarico da parte del Dott. Garofoli, ma abbiamo solo scritto che è stato il neo ministro Gualtieri a offrirglielo. Quanto al pregresso, ci siamo limitati a ripercorrere gli eventi che hanno preceduto le sue dimissioni dal ministero a fine 2018, quando molteplici e concordanti fonti qualificate di Palazzo Chigi ci riferirono dell’intervento del premier Conte. All’epoca, peraltro, il Fatto chiese all’interessato, ma senza successo, una sua versione dei fatti di cui avremmo volentieri dato conto allora. Lo facciamo ora.
Cdf e Ma.Pa.
Home banking. Obbligati ad avere lo smartphone per colpa della sicurezza
Lunedì scorso ho apprezzato il puntuale articolo di Patrizia De Rubertis sulla autenticazione obbligatoria tramite app a decorrere dal 14 di questo mese. Trovandomi da circa 15 anni soddisfatto utilizzatore di un generatore di codici per i movimenti online, mi sono ribellato a questa norma vessatoria tanto da minacciare di tornare all’uso esclusivo di contanti, assegni e code allo sportello. Le ragioni sono sostanzialmente due: la prima perché mi si obbliga a possedere uno smartphone, di cui se non me lo avessero regalato, probabilmente ancora oggi non ne sentirei il bisogno. La seconda, gravissima, è che le app in fase di installazione esigono l’accesso a: contatti, posizione, foto, fotocamera, informazioni su wi-fi e spesso anche microfono! Come se il postino per consegnarmi la corrispondenza pretendesse le chiavi di casa! Ho anche pensato di potere successivamente revocare questi permessi, ma ho scoperto che il mio Android 5.1 non lo permette, forse lo potrei fare con la versione 8.x, quindi… comprando un nuovo smartphone. Sono indignato e spero che almeno voi vogliate approfondire.
Giovanni Ladu
Gentile Ladu, la sostituzione obbligatoria delle vecchie chiavette (token) con i più tecnologici sistemi di accesso Otp (One time password) che funzionano solo attraverso gli smartphone rappresenta l’unica possibilità di far compiere al settore bancario quel passo in avanti verso un sistema migliore basato su un’autenticazione certa e su una maggiore sicurezza nell’eseguire le operazioni di pagamento dei servizi online. Oltre ad avercelo imposto l’Europa, che non è una questione secondaria. Ha ragione quando scrive che si tratta di un’imposizione “gravissima”, perché causerà un maggiore esborso per i clienti che non hanno ancora uno smartphone. Per non parlare delle notevoli difficoltà che la nuova procedura introduce, dal momento che il nuovo metodo da seguire è tutt’altro che facile: per accedere al proprio conto ed effettuare le disposizioni (bonifici, pagamenti, ricariche, ecc…) si devono utilizzare tre codici diversi, di cui uno che cambia ogni volta (token digitale). Ma è anche vero che già il solo fatto di utilizzare l’home banking, abbandonando la filiale, equivale ad aver già accettato l’apertura verso una società digitale. Il punto, mi permetta, non è l’home banking ma il ritardo con cui l’Italia si è presentata a questo appuntamento: siamo nelle retrovie delle classifiche europee sull’accesso e sull’utilizzo della Rete. Così come bisogna accettare di perdere un po’ di privacy quando si decide di scaricare un’app. È solo la tecnologia, bellezza!
Patrizia De Rubertis
Littorio e la parodia di se stesso: quasi meglio di Crozza
Littorio Feltri, l’uomo che sussurrava ai gin tonic, è un noto idolo contemporaneo. Di lui, in particolare, le masse amano quel suo parlar forbito, sempre in punta di penna e mai sopra le righe. Egli è pure un grande animalista. Lo si intuisce anche solo dai suoi ultimi tweet. Per esempio: “Apprendo che gli scimpanzé hanno un minimo di dna inferiore a quello nostro che impedisce loro il linguaggio. Per il resto sono uguali a noi. Prescisi (sic). Non parlano. Beati loro che di conseguenza non ascoltano. E non leggono i social”. Oppure: “Ho visto il video del pompiere che ha salvato il gattino e ho pianto anche io. Non tutti gli uomini per fortuna sono merde. Ne esistono di bravi e sensibili”.
Bravo Littorio: hai capito che l’umanità è sopravvalutata e gli animali sono molto meglio di noi. Peraltro senza neanche sforzarsi granché. Ma non è certo questo l’unico pregio del nostro eroe, paladino indefesso di casalinghe e Cuba Libre come se piovesse. Con fare diuturnamente borbottante e malmostoso, Littorio ha di recente mollato ogni ormeggio. Suole imperversare in tivù, soprattutto Rete4 e La7, per lanciar strali a caso con la leggiadria di un facocero lanciato a bomba contro una cristalleria comunista.
Da sempre intellettualmente sbarazzino come una musona meretrice del West, Littorio si è messo in testa di andare sempre oltre l’imitazione gaglioffa che ne fa Crozza. E ci riesce, spingendo ogni volta il pedale alcolico del greve popolano. Ciò, oltre a esaltare le plebi (che lui fucilerebbe giustamente tutte), crea un ulteriore parossismo di comicità se si considera che il Littorio scriba ami usare parole arcaiche per sentirsi un po’ Gozzano. Di lui, rapiti, vergammo qui un anno fa un elzeviro colmo d’amor, che Littorio apprezzò da par suo con parole sature di stima: “Caro Scanzi, non avevi bisogno di scrivere un articolo volgare su di me per dimostrare di essere un coglioncino. È noto a tutti da tempo che lo sei. Sappi che è meglio bersi un whisky che bersi il cervello come fai tu”. Grazie Litto’!
Purtroppo l’uomo che sussurrava ai gin tonic è oggi triste, perché il nuovo governo Mazinga non gli piace. Ma proprio per niente. Giovedì 5 settembre, dopo aver appreso la lista dei ministri, egli ha tuonato duro. Anzi durissimo. La prima pagina di Libero, giornale che sin dal nome che si è dato ci tiene a prendersi e prenderci per il culo in partenza, era quel dì assai guerreggiante. Ogni titolo, uno svolazzo. “Il governo più ridicolo della storia” (invece quello del bunga bunga era un giglio di campo). “Di Maio ministro degli Esteri e dei disastri” (e Di Maio deve ancora cominciare). “Peggio non poteva capitare, ma non stracciamoci le vesti. Limitiamoci a vomitare per qualche tempo, che non sarà troppo lungo, speriamo. Una squadra tanto sgangherata ci riempie di vergogna e ci induce a pensare che al male, in effetti, non vi è limite” (daje Litto’!). Quindi il colpo di genio: “Lo zoo di Conte pieno di terroni fa ribrezzo”. E vai col fiasco!
Ci immaginiamo non senza invidia le riunioni in redazione di Libero, in un parossismo contagioso di rutti, shottini e ceffoni piazzati bene a Filippo Facci tanto per ammazzare il tempo. Idoli senza pari. Verrebbe da dire che, se questo strano Mazinga fa così schifo a tali dotti scampaforche (per dirla con Kit Carson), forse qualche pregio ce l’ha. Sarebbe però ingeneroso nei confronti di Littorio: l’uomo che sussurrava ai gin tonic non può sbagliare. Mai. E se talora qualche volta così ci sembra, è solo perché ogni tanto persino i migliori barman del bar di Guerre Stellari sbagliano dose.
Caro Grillo, obiettivi comuni coi giovani Pd
Caro Beppe Grillo, qualche giorno fa avevi rivolto un appello a noi, giovani del Pd, affinché facessimo fronte comune di fronte alle sfide e opportunità che attendono l’Italia. Ti abbiamo scritto che fra gli obiettivi di Inoltre c’è il disegno di nuove costellazioni politiche che mobilitino ogni componente economica, culturale e civile della nostra Repubblica. Abbiamo finalmente superato lo scoglio della formazione di un governo, un passo fondamentale per la costruzione di questa alternativa. Abbiamo posto le fondamenta per fare un salto al di là della muta stasi in cui il sistema partitico italiano versava. Ora è importante che le possibilità per cui abbiamo lottato diventino anche realtà. Il ritorno dell’Italia alle massime cariche delle istituzioni europee rappresenta un’ottima occasione per far partire le riforme necessarie all’Unione. Accogliamo positivamente i piani per portare Frontex a 10.000 effettivi, con conseguente aumento del budget e acquisizione di mezzi marittimi, aerei e terrestri. Tuttavia, questa crescita e aumento di potere renderà necessario anche l’introduzione di più controlli sulle attività dell’agenzia, partendo innanzitutto di una commissione parlamentare permanente con poteri di inchiesta. Allo stesso tempo, il governo dovrebbe spingere per l’adozione europea delle “missioni di ricerca scientifica”, adottando le riforme di governance necessarie per garantire un futuro al R&D italiano ed europeo. La politica estera si è rivelata un tema divisivo, anche fra i partiti al governo. Affinché l’Italia possa parlare con una sola voce coi propri partner stranieri è fondamentale che il governo avvii una campagna di “Dialoghi Cittadini” per formare, ascoltare e informare le italiane e gli italiani sulle sfide che l’Italia deve affrontare al di là dei confini nazionali. Anche sul fronte ambientale sono molte le iniziative possibili. Il premier ha detto che “Tutto il sistema produttivo dovrà (promuovere) prassi socialmente responsabili che valgano a rendere quanto più efficace la ‘transizione ecologica’”. Noi proponiamo di partire dalla riforestazione come parziale prevenzione del rischio idrogeologico, da un incremento degli spazi verdi obbligatori per ogni aumento della densità abitativa, ma anche dalla ricerca di fondi europei per un piano sistematico per la pulizia di fiumi e canali e investimenti per un’economia circolare. Per quanto riguarda l’istruzione, chiediamo investimenti verso le università per la predisposizione di spazi dedicati a incubatori di start-up che vedano oltre alla partecipazione di mentor esterni anche la previsione di fondi per progetti selezionati da terzi finanziatori nel mercato. I tirocini post lauream devono essere retribuiti per contratti di lavoro di 35 ore settimanali con almeno 800 euro, raddoppiando il numero di tirocinanti assumibili dai liberi professionisti e dalle imprese e aumentando la decontribuzione sino all’80% per due anni dall’assunzione a tempo indeterminato di un tirocinante. Nutriamo la speranza che il movimento di cui sei garante possa aiutarci a raggiungere tali obiettivi.
Giordano Bozzanca
Presidente Inoltre Alternativa Progressista
Michelangelo Freyrie
Studente in Affari Internazionali presso la Hertie School di Berlino, alumnus Bocconi in International Politics and Government. Responsabile Europa
Jessica Lopez
Laureata in Giurisprudenza presso la Statale di Milano nel 2017, ha lavorato nel sociale come Educatrice presso un Istituto Superiore. Responsabile Istruzione
Natalia Perrone
Master in management aziendale con lode, Master in marketing management delle aziende turistiche, Funzionaria. Responsabile Ambiente
Giunio Panarelli
Studente magistrale di Politics and Policy Analysis in Bocconi, collaboratore di TPI, Loft e caporedattore di Orizzonti politici, Autore del romanzo La notte degli indicibili. Responsabile Lavoro
Daniele Palermo
Laureando presso l’Università di Pisa in economia, banca, assicurazioni e mercati finanziari, Responsabile forma-partito
Giù dal carro(ccio) del perdente
Dalle spiagge alle piazze. Da ministro dell’ordine pubblico a capopopolo, in poco più di una settimana. La metamorfosi di Matteo Salvini è troppo repentina per non suscitare dubbi e sospetti di opportunismo o trasformismo.
Quando un ex ministro dell’Interno – già responsabile politico della Polizia di Stato e tutore supremo della sicurezza – scende in piazza per manifestare contro il governo, il gesto può avere due significati: o non era adatto prima a guidare il Viminale o rinnega adesso quel ruolo. Tanto più quando la piazza è proprio quella davanti a Montecitorio, sede della Camera dei deputati, palazzo simbolico e rappresentativo della volontà popolare, costretto a tenere chiuso il portone d’ingresso principale.
C’è una mistica del sovranismo in questa scelta autolesionistica del leader leghista. Una presunta sublimazione, sul piano etico, dell’adesione a quell’ideologia e a quel progetto politico. Un mix di populismo, demagogia e plebiscitarismo che va contro le istituzioni repubblicane e contro l’esito di un processo che ha messo in moto lui stesso.
La teoria propagandistica di Salvini tende a delegittimare il Parlamento in carica, regolarmente eletto dagli italiani a marzo 2018, in forza dei sondaggi d’opinione e dei risultati ottenuti nel frattempo dal suo e dagli altri partiti alle comunali, alla regionali o alle europee. Ma abbiamo sempre saputo che le consultazioni politiche sono una cosa e quelle locali o sovranazionali sono una cosa diversa, se non altro perché non si svolgono tutte con la stessa legge elettorale. E ancor più perché rispondono a obiettivi e motivazioni differenti.
Dismessa così la felpa della Polizia, abusivamente indossata insieme a quelle dei Vigili del fuoco o della Protezione civile, Salvini veste ora i panni del Masaniello che al fianco della “pasionaria” ex o post-fascista Giorgia Meloni mobilita la piazza per contestare o sovvertire l’ordine costituito. Se si pensa che fino a qualche giorno fa il deposto inquilino del Viminale sedeva – o avrebbe dovuto sedere – sulla poltrona che fu di Marco Minghetti (1861), Francesco Crispi (1877-78), Giovanni Giolitti (1901-1903/5), Francesco Saverio Nitti (1920), tutti personaggi storici tanto meritevoli da essere ricordati con l’intestazione di una strada o di una piazza, vengono retrospettivamente i brividi. È vero che a quella scrivania si sedette anche il cavaliere Benito Mussolini (1922-24 e 1926-43), ma il paragone non depone a favore dell’apprendista “dittatore” della Lega.
Stando agli ultimi sondaggi, da quando ha aperto inopinatamente la crisi del governo giallo-verde Salvini avrebbe già perso 15 punti in fiducia (Ipsos) e il 4,4% in termini elettorali (Swg). E verosimilmente, la caduta è destinata a proseguire con un effetto boule de neige, un declino a valanga. Che cosa penseranno di tutto ciò i laboriosi imprenditori del mitico Nord-Est, preoccupati della pace sociale, sensibili alla stabilità, attenti alla produzione e all’esportazione del loro “made in Italy”? E i tanti operai, altrettanto laboriosi, in buona parte immigrati, che mandano avanti le fabbriche lombardo-venete? Oppure, gli agricoltori e i loro dipendenti? Come reagirà la base del Carroccio a questo karakiri del suo capo carismatico, alla sua perdita di potere e d’influenza?
In preda a una sindrome di masochismo, al limite del cupio dissolvi, Salvini s’era già dato fuoco nelle aule parlamentari innescando la crisi di governo e invocando “pieni poteri”. Ieri s’è dato fuoco un’altra volta sulla pubblica piazza, come fanno i bonzi – i monaci buddisti – per protestare contro la repressione cinese in Tibet. Può anche darsi che prima o poi riesca a risorgere dalle proprie ceneri. Ma quale potrà essere in futuro la sua credibilità, la sua affidabilità, come uomo delle istituzioni e di governo? E come faranno gli elettori a fidarsi ancora di lui, un driver che ha portato a sbattere i suoi passeggeri, uno che aveva promesso l’abolizione delle accise sulla benzina prima di abbandonarsi a questa autocombustione spontanea?
Si dice comunemente che gli italiani sono sempre pronti a salire sul carro del vincitore. Ma non è escluso che siano altrettanto pronti a scendere dal Carroccio del perdente. E non è detto che gli elettori leghisti, il popolo del Nord-Est, la Padania, regioni importanti come la Lombardia e il Veneto, siano disposti ancora a seguire ciecamente un capopopolo che ha rischiato di isolare l’Italia dal resto dell’Europa e s’è immolato sul rogo della propria ambizione autoritaria.