“Siano i giudici a valutare questi partiti”

Bisogna lasciare o non lasciare a un privato la discrezionalità di decidere quale sia l’essenza di una organizzazione politica? Lo abbiamo chiesto al professor Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Sapienza di Roma.

Professor Azzariti, che cosa pensa di questa scelta su CasaPound e Forza Nuova?

Per entrare nel merito bisognerebbe fare una analisi di ciò che è stato censurato nello specifico, capire su quali elementi sia stata presa la decisione. Certamente però è arrivato il tempo che la magistratura intervenga per stabilire la natura di queste organizzazioni. Ci sono stati in Italia diversi pronunciamenti, a Roma come a Bari, che le hanno reputate organizzazioni fasciste e dunque certamente illegittime nel nostro ordinamento costituzionale. C’è una chiara disposizione costituzionale, la 12ª transitoria e finale, nonché due leggi.

Quali?

La legge Scelba e la legge Mancini: stabiliscono chiaramente non solo il divieto di ricostruzione del partito fascista, e sottolineo in “qualsiasi forma”, ma anche il divieto di apologia. Peraltro, l’articolo 4 della legge Scelba espressamente prevede che l’apologia a mezzo stampa sia una aggravante. Per questo ritengo sia necessario assumere una decisione generale, che non arrivi quindi dal parlamento – poiché le leggi già ci sono – né da parte di soggetti privati come Facebook, che certamente non hanno le competenze per pronunciare parole definitive, ma dalla magistratura. Ovviamente tutto questo non deve avere a che fare con la libertà di stampa ed espressione, quello che costituisce reato non sono le opinioni, neppure le più odiose ma la violenza e la propaganda del fascismo.

Ci sono molti precedenti legati alla diffusione dell’odio online.

Non confonderei i due piani: ci sono due questioni importanti. La prima è legata all’uso disinvolto e incontrollato dei social, è gravissimo che si leggano insulti, offese alla dignità delle persone e commenti insopportabili. Per tutto questo ci sono leggi che vanno fatte rispettare e che forse vanno riviste. Le offese alle ministre in questi giorni sono solo le ultime di una lunga serie. La seconda è che parliamo di altro, dell’uso illegittimo dei social vista la natura illegittima e fascista dell’organizzazione. Certo non lascerei a soggetti privati come Facebook il monopolio dell’ultima parola. Anche perché oggi intervengono nei confronti di una associazione di cui si ritiene la natura fascista, domani chissà. La libertà di manifestare i propri pensieri, anche i meno edificanti, è un valore sacrosanto da tutelare.

Cosa si può fare?

Negli anni Settanta due associazioni furono sottoposte ad accertamento giudiziario e furono sciolte (Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale). A quel tempo certo non c’era Facebook: quello che quindi mi auguro è che al di là dei singoli fatti di violenza, al di là delle loro espressioni nel web, l’autorità giudiziaria svolga un accertamento più generale su questi soggetti ovviamente con tutte le garanzie per le parti. Un eventuale processo potrebbe essere anche la sede dove gli esponenti di CasaPound potranno dimostrare che la loro qualificazione di fascisti del Terzo millennio in realtà non ha un riscontro.

Facebook elimina CasaPound e Forza nuova: “Troppo odio”

Facebook lo assicura da sempre perché sa che il prezzo è alto: la libertà di espressione è tutelata fino in fondo, mai censura né rimozione dei contenuti se non in casi gravissimi. Al massimo, le “fake news” accusate di essere istigatrici di odio e razzismo venivano nascoste, tenute fuori dal rullo delle notizie, fatte comparire il meno possibile. Secondo la policy della piattaforma, erano rimossi solo foto e post realmente violenti, molesti o minacciosi. Per questo motivo la notizia della cancellazione a vita sia da Facebook che da Instagram (il social delle fotografie di proprietà di Facebook) delle pagine di Casapound e Forza Nuova, dei loro leader Simone Di Stefano, Gianluca Iannone e Roberto Fiore e delle ramificazioni locali, ha sollevato diversi interrogativi: cosa è cambiato rispetto al passato, visto che i contenuti sono più o meno gli stessi che i due partiti hanno già pubblicato altre volte con notizie e post discutibili (che sono stati anche eliminati)? Cosa hanno fatto di nuovo stavolta per spingere l’azienda di Mark Zuckerberg a bandirli definitivamente? Nulla in particolare, tanto in generale.

La rimozione, infatti, non è conseguenza della pubblicazione di un contenuto specifico, bensì dell’identificazione dei due partiti come “organizzazioni pericolose”. Le regole della piattaforma, che – è bene ricordarlo – è privata, pongono sullo stesso piano le organizzazioni terroristiche, quelle criminali e chi in generale promuove “l’odio verso una certa categoria di persone sulla base del colore della pelle, dell’etnia, della nazionalità, della religione, del sesso, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale, della disabilità o di una malattia”. Per tutti è prevista la cancellazione di contenuti e profili che “esprimono sostegno per le attività criminali e violente: elogiare o sostenere i leader di questi gruppi, o giustificare le loro attività violente, non è consentito”.

La decisione, comunque, non si basa e non si è basata solo su quello che accade sul social. Ed è questa la novità. Essere associati al concetto di “odio organizzato” dipende anche da ciò che accade nella cronaca quotidiana, dalle azioni, dal coinvolgimento dei gruppi. In sintesi: se un gruppo è filonazista, ma su Facebook non cita direttamente Hitler, potrebbe comunque essere escluso dalla piattaforma, che quindi decide chi può o non può utilizzare i suoi spazi.

Così ieri, mentre si votava la fiducia alla Camera, scomparivano gli account social. “Abbiamo attivato i nostri avvocati. Il blocco di cui siamo vittime è un atto antidemocratico gravissimo. Qualcuno ha dato l’ordine a Facebook e Instagram di farci fuori – ha detto Luca Marsella di Casapound –. Non a caso accade nel giorno in cui si vota la fiducia al governo. Ci cancellano perché abbiamo manifestato”. Facebook proibirà anche post e altri contenuti che esprimono supporto o elogiano tanto i leader quanto le loro organizzazioni.

Non è la prima volta che il social network interviene in questo modo: solo quest’anno sono stati rimossi pagine e account di organizzazioni considerate pericolose in Myanmar, in Australia, in Canada ma soprattutto nel Regno Unito, da quelli del partito di estrema destra British National Party e del suo leader, l’ex parlamentare Ue Nick Griffin, a Britain First, con i leader Paul Golding e Jayda Fransen. E ancora, sempre all’estrema destra xenofoba, la English Defence League, i Knights Templar International. Il 19 aprile è toccato al militante francese di estrema destra, Boris Le Lay assieme alla sua pagina Democratie participative. Il 2 maggio, sempre nel Regno Unito sono stati rimossi gli account di Louis Farrakhan (per il linguaggio antisemita) e dei cospirazionisti Alex Jones insieme a Paul Nehlen, Milo Yiannopoulos, Paul Joseph Watson e Laura Loomer. Per Forza Nuova e Casapound, come per gli altri, la decisione non è stata presa in Italia, ma a livello centrale. Facebook ha un nucleo che si occupa di questo, una sorta di collegio dei revisori formato da 30mila esperti in tutto il mondo tra tecnici, giuristi ed esperti di vario genere. Le decisioni vengono discusse e poi deliberate.

Il social si difende dall’accusa che abbia iniziato a prendere posizioni più politiche e orientate, tanto più che la decisione di ieri è stata anticipata al ministero dell’Interno: “Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram – spiega un portavoce –. Per questo motivo abbiamo una policy sulle persone e sulle organizzazioni pericolose che vieta a coloro che sono impegnati nell’odio organizzato di utilizzare i nostri servizi. Candidati e partiti politici, così come tutti gli individui e le organizzazioni presenti su Facebook e Instagram, devono rispettare queste regole, indipendentemente dalla loro ideologia”.

Mai col pd a Roma ma a Portici sì

Nessuno può insegnare coerenza in un mondo dove il M5S e il Pd fino a luglio si sono insultati di santa ragione e poi in pochi giorni hanno fatto un governo insieme. E allora comprendiamo, e giustifichiamo, la capriola del ragazzo con barba e pizzetto che appare su una delle tantissime foto della pagina facebook ‘Lega giovani’, ieri particolarmente attiva. Nella foto, ultimo a destra, riconosciamo Nicholas Esposito. È di Portici (Napoli) e dei giovani leghisti è il segretario campano. La foto con hashtag #maicolpd lo ritrae sorridente nel corso della protesta di ieri mattina nei pressi di Montecitorio contro la nascita del Conte 2. Però #maicolpd, nel suo caso, vale solo a Roma e non a Portici. Esposito infatti nel 2017, da referente locale di ‘Noi con Salvini’, si candidò al consiglio comunale della cittadina in provincia di Napoli nella maxi-coalizione di 14 liste guidata dal democrat Vincenzo Cuomo, il senatore poi eletto sindaco, diventato famoso per la melina con cui ha mantenuto il doppio, incompatibile, incarico, fino a strappare il diritto alla pensione. Mai col Pd, certo. Ma con un’eccezione. Ben nota al presidente, ed ex coordinatore, della Lega in Campania, il deputato Gianluca Cantalamessa. È di Portici anche lui.

Insulti al forzista è omonimo col giornalista contro Matteo

Alla vicenda di Fabio Sanfilippo, il giornalista di Radio 1 che ha augurato a Matteo Salvini di spararsi perché “non ti resta che quello visto che perderai consensi e non sai fare nulla”, si aggiunge un nuovo capitolo. Perché molti degli insulti dei militanti della Lega, sui social, sono finiti al Sanfilippo sbagliato. A lamentarsi è infatti Fabio Sanfilippo, esponente piemontese di Forza Italia, che su Facebook è stato pesantemente insultato dai leghisti, che l’hanno scambiato per quell’altro, il suo omonimo, il giornalista Rai. A scriverlo è lo stesso esponente forzista sul suo sito. “Caro omonimo giornalista Sanfilippo, sono ore che ricevo insulti e gravi minacce sui social, tanto che Fb ha bloccato il mio account. Sono stato scambiato per quello che fortunatamente non sono”, scrive il forzista. Che ci tiene a spiegare che lui di Salvini è un grande ammiratore. “Voglio dire a chi mi segue che, in qualità di responsabile regionale ambiente di Fi, io sono pro-Salvini. Non sono stato io a scrivere quelle sciocchezze, ma è disgustoso che io debba prendere gli insulti per colpe a me non imputabili”, osserva il Sanfilippo berlusconiano. Che però non se la prende con chi lo insulta, ma con il suo omonimo. “Scrivendo quelle cose hai infangato la professionalità della categoria, cosa ancor più grave visto che sei un giornalista della tv di Stato”.

Nel frattempo la querelle tra Salvini e il vero Sanfilippo continua. Il leader leghista ha deciso di querelare il giornalista. “Le parole su mia figlia te le faccio rimangiare. Assurdo che un giornalista della tv pubblica che scrive quelle cose non sia stato ancora licenziato”, ha detto il leader della Lega. Che però a sua volte verrà querelato dal vero Sanfilippo, anch’egli oggetto di improperi. “Ricevo valanghe di minacce, anche di morte. Ne risponderà il signor Salvini, ovviamente in tribunale”, dice Sanfilippo. “Ora il giornalista mi denuncia. Ma ci fa o ci è?”, è la controreplica.

Salvini “ospite” della Meloni tra la folla e gli urli di protesta

E poi c’è Matteo Salvini. “Il popolo sovrano, fuori”. “I poltronisti giallorossi o giallorosé, dentro”. Giorgia Meloni acclamata. Fabio Rampelli fuochista. Francesco Storace ultrà. Daniela Santanchè con cappello cowgirl. Fratelli d’Italia ovunque, chiazze leghiste, bandiere tricolori. Un sentimento nazionale che ricovera gli ultimi reduci di Alberto da Giussano. Un sole che appiccica. Un po’ di foga, a sprazzi. Saluti a braccia tese con corredo di tatuaggi su carni abbronzate, una spolverata di “duce-duce” nel più scontato folclore fascista. Estrema destra agli estremi di una piazza popolare, a tratti ingrugnita, Forza Nuova, CasaPound, colleghi vari. E poi c’è Matteo Salvini. Li ha convocati, a sua insaputa, un mese fa con il ribaltone d’agosto e adesso, frastornato ospite di Meloni, circonda la Camera che officia la fiducia al governo di Giuseppe Conte con la maggioranza pentastellata e democratica, impastata con il lievito della sua insipienza politica.

Meloni vanta il privilegio della coerenza, qui era con Salvini al Viminale, qui resta con Salvini spoglio e fiacco. All’opposizione. Il capo del Carroccio – attenzione forse Carroccio è abolito, va verificato – ha la grinta di chi si esibisce in un angusto teatro di provincia dopo una lunga stagione negli stadi. Pardon, in spiaggia, tipo Milano Marittima. Il repertorio di Salvini è un estratto drenante che prosciuga l’entusiasmo dei contestatori di Conte: i centri sociali, le zecche rosse, i porti chiusi, la legge Fornero, l’altrui sete di potere. Sbraita al microfono, non fa rumore: “Se per far dispetto a me si dovesse tornare indietro su quota 100 e tornare alla Fornero, o sul decreto Sicurezza, non li facciamo uscire da quel palazzo”. Il discorso è sgangherato, non dura neanche dieci minuti. Ai migliaia di militanti di Fratelli d’Italia – 30.000 per Meloni – propina la melassa del papà che, anziché accompagnare la figlia per il primo giorno di scuola, sceglie la protesta per garantire un futuro ai giovani. Spalle a Montecitorio, stremato, alza il pugno per un dieci, venti, trenta secondi, pare ipnotizzato, finché Meloni lo strattona. Salvini rinsavisce e, su indicazione della nuova-vecchia amica Giorgia, ricorda che il 19 ottobre ci si ritrova a manifestare a Roma, nella simbolica spianata di San Giovanni in Laterano. Il deputato Andrea Crippa, vicesegretario del Carroccio, cioè vice di Salvini, sancisce la confusione che alligna nel partito e accusa le forze dell’ordine: “Siamo all’assurdo! Oltre a negare il diritto di voto agli italiani oggi davanti a Montecitorio hanno negato l’accesso dei manifestanti! Vergogna ministro Lamorgese, vergogna Questore di Roma. Altro che governo per i cittadini, il Conte 2 nato con una manovra di palazzo si sta dimostrando autoritario e antidemocratico. Ma la maggioranza dei cittadini è al fianco della Lega e di Matteo. Cacceremo i mercanti dal tempio”.

A proposito di mercanti e di tempio. Nel coacervo di pensierini che pronuncia dal palco, Salvini espone un unico concetto politico: bisogna allargare il fronte di chi non si riconosce nel governo giallorosé. Più che un auspicio, è una paura. L’ex ministro dell’Interno, ripudiato dai “moderati” di Forza Italia, ha paura di finire inghiottito dalla destra di Rampelli e Meloni, di incarnare un’ideologia pericolosa, minoritaria, non più un blocco sociale con radici al Nord e avamposti al Sud. E soprattutto Salvini, con la timbratura indelebile del Capo improvvido e sconfitto, ha paura di perdere il controllo del Carroccio e di subire l’avanzata di Luca Zaia. Al secondo mandato che scade l’anno prossimo, il governatore veneto è il candidato ideale – di quel pezzo di delusi che arruola l’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti – per guidare la Lega. Per dare corpo al volto di Matteo.

I leghisti temono l’involuzione a destra, tant’è che il grigio Toti fa tendenza e in piazza sono aboliti i simboli di partito. C’è solo il tricolore. È insensato constatare il repentino declino del leader che ha portato la Lega dal 3 al 34 per cento (tre mesi fa!), eppure Salvini ha rovinato se stesso. Al momento, è smarrito. Anch’egli patisce la sindrome del pinguino: ha le caratteristiche di un uccello, ma non riesce a volare. Non più.

La grana Bibbiano e l’incubo D’Alfonso: che fatica fare l’amalgama giallorosa

Per arrivare al bancone della buvette, ci mette dieci minuti buoni: il deputato Cinque Stelle Filippo Gallinella sta affannosamente provando a offrire un caffè alla democratica Teresa Bellanova: vuole parlare di agricoltura, che tra i grillini lui è il più ferrato e lei adesso è diventata ministra. Ma tutti la vogliono: “Teresa!”, tutti la stringono: “Si devono vergognare per le cose che hanno scritto sul tuo vestito!”, tutti la tirano: “Dobbiamo parlare!”.

Il timido tentativo di fare squadra, nei giallorosa, fatica assai a decollare. Gallinella è praticamente l’unico a osare il tête-à-tête. Attorno la diffidenza si taglia col coltello: il cuore dei parlamentari deve ancora settarsi sul nuovo ordine delle cose, altrimenti non si spiegano certe pacche sulle spalle, certi sguardi carichi di rimpianto tra gli onorevoli Cinque Stelle e i vecchi amanti in camicia verde.

Edoardo Rixi domina i capannelli, Nicola Molteni fuma sornione, Giancarlo Giorgetti dispensa consigli. E loro, i giallorosa, neanche ci provano a cominciare a volersi bene.

C’è Giulia Sarti, sì, che chiacchiera amabilmente con il dem Andrea Orlando, ma subito chiarisce che lei ci parlava “anche prima”. Discutono di riforma della Giustizia, che è la cosa che hanno in comune. Ma siccome per parlare di questioni che dividono ci sarà tempo, adesso preferiscono concentrarsi su una priorità: la commissione d’inchiesta sugli affidi, che tradotta significa Bibbiano. In pratica, una bella traversata comune nei guai della Val d’Enza, che possa pacificare gli animi dei nuovi alleati.

Per chi avesse rimosso: Luigi Di Maio si era spinto a dire che il Pd “toglie i bambini alle famiglie con l’elettroshock”. Ma è acqua passata, e la stessa Sarti si è divertita a ricordare con Orlando quando – era il voto di fiducia sullo svuota carceri, anno domini 2014 – diceva le peggio cose dei dem come lui.

Il problema sono i temi, avrebbero detto se la trattativa per formare il governo fosse ancora in corso. E gli stenografi che annotano l’intensità degli applausi durante il discorso del premier Giuseppe Conte segnalano che l’intesa giallorosa non batte all’unisono quando si citano il ponte Morandi, le trivelle, l’acqua pubblica e pure i migranti.

Ma vogliamo parlare dei nomi? Ecco, lì sono guai seri. Nel mezzo del Transatlantico, alle quattro del pomeriggio, si improvvisa un “intergruppo” abruzzese. Una pattuglia di parlamentari che in comune finora avevano solo i natali. E adesso si trovano a buttare giù una rapida lista delle priorità, con cui spiegare ai rispettivi elettori che da questa alleanza verrà fuori qualcosa di buono: la linea ferroviaria Roma- Pescara, i viadotti autostradali, la dispersione idrica degli acquedotti. Solo che poi basta nominarlo e le facce si fanno atterrite: “Se fanno D’Alfonso sottosegretario i nostri attivisti ci ammazzano”, dicono i Cinque Stelle. E subito quelli del Pd gli spiegano che devono mettersi l’anima in pace: “Luciano, ubi maior…”. Come a dire che, se sottosegretario abruzzese sarà, per i dem sarà D’Alfonso. “Ci siamo scannati, abbiamo fatto tutta la campagna per le Regionali contro di lui”, si disperano i grillini. E poi si salutano, convinti che quando il treno arriverà in orario, tutto sarà perdonato.

La parola d’ordine è digerire l’indigeribile. E magari per qualcuno sarà più facile, almeno dentro il palazzo, ora che si distribuiranno i posti di sottogoverno. “Abbiamo saltato il fosso”, dice radiosa una deputata Cinque Stelle. Adesso toccherà vedere se imparano a nuotare.

 

Boschi quasi non applaude. Si apre la caccia ai 21 posti

“Il discorso di Conte? Ha enunciato i punti del programma”. Maria Elena Boschi, quando il premier finisce di parlare non si lascia andare a commenti particolarmente elogiativi, ma neanche a critiche seppur velate. Più che altro, ostenta una sorta di indifferenza. D’altra parte, ha ascoltato tutto l’intervento del Presidente del Consiglio seduta, senza applaudire e senza alzarsi. Più che una presa di distanza da lui, un marcare la differenza strategico, rispetto all’altro Pd, quello non renziano. Una macchia di colore rosa antico, l’ex ministro delle Riforme è separata da un redivivo Luca Lotti (sparito dai radar dopo l’affaire Palamara-Csm) solo da Piero De Luca, figlio del più noto governatore della Campania, Vincenzo.

I Dem in aula oscillano tra momenti di perplessità (nessun applauso quando Conte magnifica le future sorti progressive del ministero dell’Innovazione) e di entusiasmo (applausi convinti, quando enuncia la riduzione del cuneo fiscale e la parità di genere). Le due ministre in quota Renzi si fanno notare: Teresa Bellanova incassa la difesa di Conte per le critiche al suo vestito blu elettrico in occasione del giuramento. Elena Bonetti racconta che ci sarà un’altra “narrazione” su famiglia e diritti.

Intanto, Dario Franceschini studia da premier ombra e inaugura il suo ruolo da capo delegazione dem, convocando la stampa subito dopo la fine del discorso di Conte e riunendo i ministri del Pd. Ma nelle sue intenzioni, vuole estendere il coordinamento anche ai ministri M5s. Matteo Renzi si prepara a giocare il suo ruolo di ago della bilancia, di colui che si arroga fin dall’inizio il potere di decidere quando staccare la spina.

In queste ore si tratta sulla quota e i profili dei ruoli di sottogoverno (vice ministri e Sottosegretari) che andranno ai renziani. Al Pd spettano 20-21 posti. Primo criterio: utilizzare il meno possibile i senatori, visto che la maggioranza si annuncia non proprio larghissima. In quota Zingaretti, è sicuro un posto per Antonio Misiani al Mef. Poi, come “lottiani” dovrebbero entrare Salvatore Margiotta, che quest’estate difese Lotti dall’ “aggressione” nei suoi confronti e Simona Malpezzi, e Luciano D’Alfonso, ex presidente della Regione Abruzzo, in quota Renzi. Potrebbe entrare Francesco Verducci, in quota Orfini.

Alla Camera, la guerra è aperta. Si fanno i nomi di Emanuele Fiano (Br), Chiara Gribaudo (Martini), Rosa De Giorgi (un tempo renzianissima, ora zingarettiana), Lia Quartapelle e Walter Verini (in quota Zingaretti). E tra i renzianissimi, Luigi Marattin, Ivan Scalfarotto, Mauro Del Barba, Silvia Fregolent (quota Boschi). Nutrita la pattuglia degli ex parlamentari: dovrebbero entrare Marina Sereni (fedelissima di Franceschini) agli Esteri), Marco Miccoli (ora stipendiato dal Pd), Andrea Martella (quota Orlando), Lorenza Bonaccorsi alle Pari Opportunità) o Antonio Funiciello all’Editoria (in quota Paolo Gentiloni), Roberto Cociancich, tra gli organizzatori dei Comitati civici renziani.

Oggi, Conte va in Senato per la fiducia. Tra gli interventi, non è previsto Matteo Renzi. Ma una batteria divisa tra i suoi e Area Dem(Marcucci, Malpezzi, Mirabelli, Bini, Pinotti). Tanto per chiarire che i due azionisti di maggioranza del Conte 2 nel Pd sono Franceschini (che, peraltro, è l’interlocutore principale di Zingaretti per quest’esperienza) e lo stesso Renzi (con il ruolo di protagonista occulto). Da notare che si avvicina sempre di più la nomina all’Autorità per le Comunicazioni di Antonello Giacomelli, un tempo vicino a Franceschini, poi diventato saldamente lottiano, in prima linea da mesi per costruire le condizioni del governo giallorosso.

Ieri, c’è stata l’Assemblea dei senatori dem. Matteo Richetti ha annunciato che non voterà la fiducia. C’è pure chi sospetta che faccia il gioco delle parti con Renzi. Quel che è certo è che tutti si chiedono cosa farà davvero l’ex premier. Il primo momento utile per capire le sue mosse saranno le elezioni in Umbria del 7 settembre: bisognerà vedere come si muoverà in vista di possibili alleanze organiche con i Cinque Stelle. E il 18 ottobre inizia la Leopolda.

Di Maio chiede “l’aiutino” e ferma Conte su Chieppa

Il capo politico non è più vicepremier e ormai neppure più un ragazzo, ha qualche capello bianco e il volto di una statua di sale accanto a Giuseppe Conte, il presidente che si sente molto più primo di lui. Ma il Luigi Di Maio che nell’aula del voto di fiducia non ha voglia di sorridere non se la sente neppure di decidere da solo. Almeno non su sottosegretari e viceministri, una rogna sicura oggi e una colpa possibile domani, quando potrebbero presentargli il conto di certe scelte. Così il capo del Movimento mescola democrazia interna e calcolo, e chiede ai parlamentari 5Stelle delle varie commissioni di votare una rosa di cinque nomi per ogni ruolo entro domani: poi provvederà lui a selezionarne uno, da capo che ha tanto bisogno di non essere autocrate, almeno ora. Però mentre in Senato riappare la mareggiata di accuse al Di Maio che al tavolo di governo con il Pd avrebbe concesso troppo, il capo continua a marcare il presidente che è super partes e quindi tutt’altro che suo, Giuseppe Conte. E segna un colpo a suo favore, perché Roberto Chieppa, l’attuale segretario generale di Palazzo Chigi che Conte pretendeva come sottosegretario aggiunto alla presidenza, sembra ormai fuori partita.

Nei piani del premier doveva togliere deleghe e spazio al sottosegretario già nominato che Conte non voleva, Riccardo Fraccaro, un pretoriano di Di Maio. Ma i funzionari di Palazzo Chigi hanno sollevato problemi tecnici su una figura del genere, che non avrebbe potuto partecipare al Consiglio dei ministri ma che doveva avere poteri di peso. E poi lo stesso Chieppa, raccontano, aveva voglia di sfilarsi, desideroso di ricevere incarichi più prestigiosi e stabili rispetto a quello di sottosegretario.

Così Conte non ha più insistito come prima. Ma vuole ancora da contrattare con il Di Maio che non è più vicepremier, anche per i suoi veti. Per esempio esige l’ultima parola almeno sugli altri sottosegretari alla presidenza del Consiglio. Però la partita è più larga, almeno per il M5S, che da ieri sera ha cominciato a riunire i parlamentari distribuiti per commissioni, così che possano partorire liste di 5 nomi per ruolo. Notizia che ha messo in agitazione soprattutto i sottosegretari uscenti: i più a rischio, visto che molti erano già usciti con le ossa rotta dalla graticola della scorsa primavera, ovvero dall’esame dei colleghi, con tanto di giudizi scritti.

Di Maio aveva letto tutto ma non ha mai avuto il tempo di trasformare le bocciature in rimpasto, perché la crisi di governo è arrivata prima. Però l’onda lunga dei rancori e della voglia di posti potrebbe mietere vittime eccellenti, oltre le intenzioni del capo politico. Plumbeo a prescindere, perché del Pd non si fida. “Il programma che abbiamo sottoscritto con i dem è troppo vago, l’abbiamo dovuto fare in un tempo troppo ridotto” ha scosso la testa con i suoi il ministro per gli Esteri. Vede foschia davanti a sè, Di Maio. Mentre attorno a lui fischiano colpi. Nel Transatlantico della Camera un dimaiano come Stefano Buffagni, un altro big che poteva essere ministro, si tormenta il ciuffo. Ride e scherza ma non può essere contento. “Ora meglio non parlare, la giornata è lunga” sibila in mattinata. Qualche ora dopo riemerge dall’Aula: “Ho appena sentito che rifacciamo la cassa del Mezzogiorno…”. Una veterana come Roberta Lombardi arriva e scherza per davvero: “Sono la madrina di questo governo, sono qui per il battesimo”. Ma certe facce a 5Stelle non sono da festa. E il leghista Giancarlo Giorgetti infierisce volentieri. “Conte non ha fatto neppure un cenno allo sport, evidentemente avremo lavorato male…” sogghigna davanti a un paio di grillini.

Oggi Conte la fiducia dovrà prendersela in Senato. Nessun problema di numeri, solo Gianluigi Paragone non voterà la fiducia. Ma il clima è fosco, e lo conferma ieri una tesa assemblea dei senatori a 5Stelle, dove in diversi contestano ai vertici la gestione della trattativa con il Pd. “Devono spiegarci perché il ministero dei Trasporti è andato ai dem” scandisce Alberto Airola. L’intervista in cui la neo-ministra Paola De Micheli in cui ha ribadita la necessità del Tav e di fatto escluso la revoca della concessione ad Autostrade ha lasciato scorie. E ovviamente c’è chi borbotta anche perché reclama un posto, con Mario Giarrusso tra i più agitati. “Servono risposte” invocano.

Ma serve anche un nuovo capogruppo al posto del neo-ministro Stefano Patuanelli (in corsa l’attuale vice Gianluca Perilli e Gianluca Castaldi). Nodi incrociati, nel M5S che non sorride. Proprio come Di Maio.

La tessera dem n° 1 si butta a destra

La tesseranumero 1 del Pd si schiera contro il nuovo governo Conte-2 e affianca pur “da posizioni opposte” Salvini: “Sarebbe stato meglio andare a votare”. Mentre Repubblica celebra, pur a denti stretti, il nuovo esecutivo giallorosso, Carlo De Benedetti, che del gruppo editoriale Gedi è presidente onorario, va ospite solitario ad aprire la nuova stagione del programma di Lilli Gruber Otto e mezzo e impallina l’alleanza 5Stelle-dem. Parla di “Conte manager capace con lo stesso entusiasmo di governare prima con la Lega e poi col Pd: un premio al trasformismo”. Sostiene che per far nascere quest’esecutivo “Zingaretti ha ricevuto pressioni da Bruxelles, Berlino, il Vaticano, l’ambasciata americana”. Ma intanto i demiurghi “sono Grillo e Renzi (definito “un fuoriclasse che mi ha affascinato”, ndr) e sarà l’ex premier a decidere quanto dura”. Forse De Benedetti sa che Conte non gli dedicherà le stesse cortesie di Borsa che a suo tempo gli dedicò Renzi.

“Domani vedo Conte e iniziamo a lavorare su migranti e bilanci”

“Con il premier Conte ci vediamo domani qui a Bruxelles. Quella sarà l’occasione per una ricognizione su diversi dossier europei: Brexit, bilancio pluriennale della Ue, rilancio del multilateralismo, politica della sicurezza europea, politica per il Mediterraneo e rilancio della politica di adesione nei confronti dei Balcani occidentali”. David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, dopo aver ascoltato il discorso alla Camera di Giuseppe Conte ci tiene a sottolineare la “notevole convergenza” tra le parole del premier e le aspettative del Parlamento europeo. D’altra parte proprio lui, in modo inaspettato, aveva ringraziato Conte per l’impegno italiano sui corridoi umanitari per la protezione dei rifugiati a livello europeo, dal palco dell’assemblea del Pd il 13 luglio, tre giorni prima dell’elezione di Ursula Von der Leyen a presidente della Commissione.

Conte ha parlato di corridoi umanitari europei e di un piano di redistribuzione dei migranti. A che punto siamo?

Che i governi riprendano in mano la riforma del Regolamento di Dublino è una priorità del Parlamento europeo, con il rilancio delle iniziative dei corridoi umanitari e la riflessione sulla redistribuzione dei migranti. Dopo la fine del governo gialloverde l’Italia torna in Europa. Il governo precedente non ha lavorato molto sui dossier europei.

Che vuol dire per l’Italia avere Gentiloni Commissario agli Affari economici?

Sarebbe la caduta di un muro di diffidenza nei confronti del nostro paese.

Ma non è anche un rischio data la situazione dei nostri conti pubblici?

L’Italia, come tutti gli altri Paesi europei, deve rispettare gli impegni. Nessuno può eludere il tema della sostenibilità delle finanze pubbliche nel quadro di politiche per la crescita. Se gli impegni saranno rispettati si arriverà anche a importanti riforme del patto stabilità

Proprio di riforma del patto di stabilità ha parlato Conte alla Festa del Fatto. Una richiesta che arriva anche dal Quirinale.

Sono molto d’accordo, ma se oggi dovessi indicare una priorità per poterci arrivare, direi che bisogna subito investire sulle politiche europee perché sono le politiche a cambiare la vita delle persone e a far capire loro quanto sia importante l’Europa.

Che tipo di politiche?

Politiche per lo sviluppo sostenibile, di rilancio degli investimenti, di introduzione di un bilancio della zona euro, strategie contro la povertà, intervento sul salario minimo e piani di protezione sociale. E poi serve una riforma fiscale europea per regolare la concorrenza sleale tra paesi e impedire che, a causa delle delocalizzazioni delle imprese, la vita e i diritti dei lavoratori in alcuni paesi valgano meno. La riforma del patto di stabilità è certamente un obiettivo da raggiungere. Ci arriveremo. Ma se metteremo in sicurezza le persone sarà più facile.

Come giudica l’esordio di Ursula Von Der Leyen? Peraltro, la sua elezione ha rappresentato nei fatti un ridimensionamento del ruolo del Parlamento, che aveva insistito per il criterio degli Spitzenkandidaten (candidati di punta).

Come tutti sanno, fino all’ultimo momento abbiamo difeso la figura degli Spitzen e poi abbiamo dovuto prendere atto delle indicazioni del Consiglio. Tutti i gruppi europeisti hanno lavorato con la presidente per mettere a fuoco la base di un vero manifesto della nuova Europa. E il suo discorso a Strasburgo prima dell’estate è stato il risultato di un dialogo con i gruppi politici. Adesso tocca al Parlamento valutare la coerenza degli impegni assunti.

Tornando all’Italia: non crede che ci possa essere una ricaduta sugli equilibri del governo, visto che sia Gentiloni, sia il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, sia infine quello per gli Affari europei, Enzo Amendola, sono del Pd?

Un governo deve lavorare con collegialità. L’azione del Pd per rilanciare le politiche europee è una grande opportunità.

Non è anche un pericolo, visto poi che la politica del rigore ha fatto vittime, come il caso Grecia insegna?

Questa è la prova che il Pd sta facendo sul serio. Pd e M5S sono stati molto coraggiosi. Per tutti adesso l’obiettivo è quello di riaprire il cantiere europeo.

L’Italia avrà dei vantaggi anche dal fatto che i Cinque Stelle (che stanno trattando con Verdi e Renew Europe) siederanno in un gruppo europeista?

Certo. Questo farà bene al Parlamento europeo, all’Italia e ai Cinque Stelle. Vorrei ricordare che nella scorsa legislatura, quando erano in un gruppo anti-europeo, i Cinque Stelle si sono caratterizzati per aver votato tante volte con i gruppi europeisti. So che c’è un dialogo in corso.

I sovranisti, che pure in alcuni paesi sono andati molto bene alle Europee, sono rimasti fuori dalla maggioranza. Non è pericoloso, per il consenso e la rabbia sociale?

I sovranisti hanno perso le elezioni. Ma il loro vero fallimento è stato quello di non essere stati capaci di trovare una rete tra le le forze della destra europea.

Il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo la settimana scorsa è venuto anche per parlare con lei. Perché?

L’ha fatto perché il rilancio della politica atlantica e del multilateralismo è un dibattito in corso anche in America e su questo gli europei non possono essere indifferenti. Questa è l’ulteriore prova che ascoltare i parlamenti fa bene anche ad una grande amministrazione come quella americana. Chiuderli non è mai una buona idea.