Il discorso. Cosa è piaciuto e cosa no

 

Antonio Padellaro
Ha introdotto il metodo del ribattere colpo su colpo

Vedremo se il governo sarà fragile come alcuni pronosticano, ma certo questo premier non ne fa passare una. Infatti, la replica di Giuseppe Conte saldandosi con il suo discorso del 20 agosto, quello dedicato alla rieducazione civica di Matteo Salvini, introduce nella politica italiana il metodo del ribattere colpo su colpo. Che già non piace ai cultori del cosiddetto galateo istituzionale secondo i quali se si definisce un presidente del Consiglio traditore, voltagabbana, imbroglione, imbullonato alla poltrona (mentre all’esterno la garbata piazza dell’opposizione grida al golpe) costui dovrebbe limitarsi a rispondere, sistemandosi la redingote, sorry ma le sue espressioni non mi trovano d’accordo. Del Conte Due si è capito che sarà disponibile a dialogare con la destra su autonomie regionali, riduzione della decretazione d’urgenza, sicurezza (di cui l’ex capitano non ha il monopolio), e a confrontarsi in Parlamento tutte le volte che l’opposizione lo riterrà. Però sulla strategia del discredito, della diffamazione e delle offese personali non si passa. Ma tu guarda un po’.

 

Peter Gomez
Programma bello e articolato, che ha bisogno di tempo

Che Giuseppe Conte si sia messo l’elmetto lo ha testimoniato la frase sferzante rivolta alla Lega che lo contestava: “Mentre il M5S è stato coerente al proprio programma voi dimostrate di essere coerenti alle vostre convenienze elettorali”. Che per i prossimi mesi il nuovo governo sia destinato a pedalare in salita lo racconta invece la folla adunata intorno al Palazzo sommata alla timidezza con cui il premier è stato costretto, dai vincoli di bilancio, ad annunciare solo un primo pezzo di taglio del cuneo fiscale. Come dire: le tasse scenderanno, ma a poco a poco. Così il discorso di Conte soddisfa gli elettori M5S che, blocco della prescrizione a parte, vi ritrovano molte parole d’ordine (dal no alle trivelle all’accenno ad Autostrade, fino al salario minimo e al taglio dei parlamentari), ma meno gli altri: salvo i pochi che si accontentano della parola Europa. Il programma infatti è bello, articolato, innovativo. Ma ha bisogno di tempo per essere realizzato. Vedremo se Conte saprà convincere gli italiani a concederglielo.

 

Daniela Ranieri
Noiosa ma condivisibile all’80% la lista di tutte le cose da fare

Sarà difficile a Conte far rivivere l’atmosfera western del discorso contro Salvini; anche in ragione di ciò il discorso di ieri è apparso prolisso, meno avvincente dell’affilata filippica del 20 agosto. Ho trovato noiosa nella forma, ma all’80% condivisibile nella sostanza, la lista delle cose da fare: bene su Sanità pubblica, asili nido, revisione dei decreti Sicurezza; così così su Lavoro (il Pd cancellerà il suo Jobs Act?); male sull’autonomia differenziata, che proseguirà. Ho apprezzato molto la citazione di Hannah Arendt, riferimento fin troppo alto per spiegare la moratoria sui reciproci sospetti tra M5S e Pd. I pregiudizi “non possiamo ignorarli, dato che si agitano dentro di noi”, scrisse la Arendt, secondo la quale è compito della politica produrre “giudizi” in grado di dissolvere “l’idea che la politica sia una trama di menzogne e inganni prodotta da interessi meschini e da una ancor più meschina ideologia” che oscilla “tra vuota propaganda e nuda violenza”. Riusciranno i nostri eroi?
Ps. Impagabili le faccette dei renziani quando Conte ha sbarrato la strada alle trivelle.

 

Marco Revelli
Apprezzabile nel linguaggio, ora però c’è la prova dei fatti

La prima parte del discorso mi ha fatto una ottima impressione perché sembrava la prosecuzione della strigliata del 20 agosto a Salvini. La scelta delle parole – “umiltà”, “equilibrio”, “rigore”, “sobrietà”, “misura” – l’insistere sulla discontinuità culturale, lasciandosi alle spalle il frastuono delle “dichiarazioni bellicose” sono segnali apprezzabili. La parte programmatica mi è sembrata molto democratica e poco populista, se vogliamo usare queste due categorie. Nel senso che ci sono alcuni temi forti dei 5 Stelle (no alle trivelle, revisione delle concessioni autostradali) con un retrogusto di equità sociale, un cautissimo riferimento alla legge elettorale proporzionale e quant’altro.
Tanti buoni propositi che sicuramente sono positivi, ma che dovranno essere verificati alla prova dai fatti: con quanto rigore verranno tagliate le unghie alle speculazioni dei grandi costruttori? Con quale rigore si farà un’autonomia che rispetti la solidarietà nazionale?

 

Chiara Saraceno
Come fidarci di lui? Colpisce l’assenza totale di autocritica

Conte è senz’altro efficace nella sua eleganza, nei suoi modi ben educati e pure nella sua abilità politica, ma del suo discorso mi ha colpito la totale assenza di autocritica. È come se quanto di male fosse avvenuto nel governo precedente dei gialloverdi fosse successo a sua insaputa, e questo mi disturba. Come possiamo fidarci quando dice che lavorerà per un governo che duri fino al termine della legislatura, o quando dice che ci sarà un vero cambiamento, o che lui ne sarà il garante?
Sono cose già sentite l’anno scorso. Di certo non dipenderà solo da lui, ma l’esperienza passata avrebbe consigliato perlomeno più prudenza. I tanti temi citati dal presidente sono ambiziosi, sembrano dei grandi sogni per l’Italia, ma il rischio è quello di avere un elenco generico in cui si fa fatica a individuare quali siano le priorità. E, soprattutto, non si sa neanche nel concreto se poi ci sarà davvero l’accordo tra i nuovi alleati Pd e Movimento 5 Stelle nel volerli realizzare questi punti.

 

Gianfranco Pasquino
È positivo che si voglia iniziare una vera stagione riformatrice

Mi è sembrata una buona idea iniziare il discorso sottolineando come sia il caso di ridare una certa dignità alla politica e al governo, anche per quanto riguarda il linguaggio. In questi mesi abbiamo assistito a degli eccessi stupidi, ancor più che sgradevoli. Trovo giusto che in quel frangente Conte abbia usato un tono quasi pedagogico, perché ce ne era bisogno. Sulla parte programmatica devo dire che condivido quasi tutte le buone intenzioni del presidente, ma faccio fatica a capire come si realizzeranno in concreto. Sulle tasse, per esempio, come si fa a realizzare il famoso “pagarle tutti per pagarle di meno”? Questo non ci è stato detto. Trovo positivo che si voglia iniziare una stagione riformatrice, ma bisogna augurarsi che i cosiddetti riformatori di oggi abbiano studiato almeno Giolitti. Se non altro, pur con questo programma vago, 5 Stelle e Pd hanno meno divergenze rispetto a quante ne avessero i gialloverdi. Questo lascia ben sperare.

La Bastiglia e il Governo dal “Volto Umano”

Dopo quattordici mesi di chiassosa e ossessiva baraonda salviniana, sarebbe già un miracolo se il Conte due riuscisse a imporre un metodo dal “volto umano” con un linguaggio “rispettoso”, “mite” e “paziente”. Un “volto umano” che conduce al “nuovo umanesimo” contiano e che il premier cita riprendendolo da un padre nobile della socialdemocrazia italiana, il già capo dello Stato Giuseppe Saragat (nella foto) che nella seduta inaugurale dell’Assemblea Costituente disse che la democrazia è “soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo”.

È una citazione centrale nel lungo discorso di ieri alla Camera perché, al di là di programma e buone intenzioni, mette in evidenza, appunto, la novità del metodo di Conte, anche quando si tratta di reagire alla gazzarra sovranista. Una mitezza radicale che sarà necessaria nei primi giorni soprattutto per avvicinare i due alleati del governo, ieri rimasti perlopiù a distanza dopo sei anni di guerra e di insulti. È questo il primo nodo del premier. Anche perché la destra fascioleghista non ha perso tempo e di fatto ieri ha quasi assediato il Parlamento, invocando dentro e fuori in piazza il voto anticipato. Ecco, forse ai suoi ministri (e non solo), Conte dovrebbe distribuire una foto della piazza salvinian-meloniana come memento

della nuova fase. Ché le incognite giallorosse dei grillodem sono direttamente proporzionali alla richiesta di urne dell’opposizione, che vive questo governo come “una Bastiglia” (il leghista Molinari) delle poltrone da espugnare democraticamente con il voto. E per smontare la bufala del ribaltone propalata dalla destra, il Conte due non avrà bisogno solamente della fatidica amalgama tra M5S e Pd, ma dovrà affinare ulteriormente le sue doti di mediazione per sventare il fuoco amico (oggi il nome sulla bocca di tutti è quello di Renzi, poi chissà). L’amore esploso con l’Ue va bene, ma poi i governi cadono in patria.

“Asili nido gratis dal 2020”. Il posto per tutti costerebbe già 9 miliardi

Azzeramento totale delle rette per la frequenza degli asili nido a partire dal prossimo anno scolastico e aumento dei posti disponibili soprattutto al Sud. La prima mossa del governo Conte 2 è segnata, “non possiamo indugiare oltre”, ha scandito il premier nel suo discorso alla Camera. Del resto oggi solo un bimbo su 10 riesce ad accedere al nido pubblico – ben sotto il target europeo del 33% – con picchi negativi in Calabria e Campania. La media nazionale è del 22,8%. Ma per rispettare la quota chiesta dall’Ue occorre assicurare un posto a 343.583 bambini nei nidi d’infanzia a finanziamento pubblico, realizzando 162.421 nuovi posti. E i conti si fanno amari: comporterebbe un maggiore esborso di circa 9 miliardi, senza considerare la copertura dell’azzeramento delle rette per tutte le famiglie. Stando ai dati Istat più recenti, nel 2016 la spesa impegnata dai Comuni per i servizi alla prima infanzia è stata di 1,4 miliardi. Il 19% è stato rimborsato dalle famiglie sotto forma di rette. La spesa pubblica dunque è stata di circa 1,2 miliardi per una copertura poco sopra il 10% dei bambini sotto i 3 anni, al netto dei servizi privati.

“Carcere agli evasori” e riforma Bonafede la linea è quella M5S

La riforma della Giustizia che ha portato al capolinea il governo giallo-verde, viene citata nel discorso del presidente Giuseppe Conte senza che si distanzi di una sillaba da quanto scritto al punto 15 dell’accordo del nuovo esecutivo M5S-Pd. Ma nella controreplica a Montecitorio, Conte rafforza il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, l’uomo che l’ha incamminato verso Palazzo Chigi: “Il ministro Bonafede offre tutte le garanzie di continuare un progetto al quale aveva iniziato a lavorare già”, Pd avvertito.

“Serve – ha detto Conte – una riforma della giustizia civile, penale e tributaria anche attraverso una drastica riduzione dei tempi e una riforma del metodo di elezione dei membri del Csm. Questo piano riformatore dovrà salvaguardare il fondamentale principio di indipendenza della magistratura dalla politica”. Ma quando si dovrà passare ai fatti, lo scontro è garantito. L’anticipo di burrsca c’è già stato. Il vicesegretario del Pd Andrea Orlando, uomo chiave di questa neo alleanza e pure predecessore di Bonafede, ha avvisato: “Un governo nuovo non può prendere per buono un testo costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente”. Come dire: azzeriamo tutto. Niente blocco fisso della prescrizione, niente superamento della legge bavaglio. Orlando, poi, ha provato a metterci una pezza: “Esistono punti sui quali con il M5S siamo già d’accordo e altri sui quali lavoreremo per trovare un’intesa”. Bonafede, dopo il giuramento al Quirinale aveva dribblato la domanda sui nodi prescrizione e riforma del Csm: “Ci sarà tempo per occuparsene, abbiamo ambizioni importanti”.

Non poteva certo ricordare che il primo annuncio da ministro del Conte 1 era stato quello di voler bloccare – cosa che poi ha fatto –, la riforma delle intercettazioni di Orlando, bocciata da magistrati, avvocati e giornalisti. In vista della scadenza della proroga di questa legge, il 31 dicembre, il ministro ne stava preparando un’altra, nel frattempo, però, è cambiato l’alleato di governo. Ma il Pd, come la Lega, ha sempre avuto la tentazione del bavaglio, il braccio di ferro è scontato. Così come per la prescrizione. La riforma di Orlando l’aveva bloccata, ma solo dopo una condanna di primo grado e solo se veniva rispettato il tempo contingentato per Appello e Cassazione, 18 mesi a testa. La spazzacorrotti, invece, la prescrizione la blocca dopo il primo grado. Altra spina nel fianco è la riforma elettorale del Csm. Bonafede, da sempre, ha sostenuto che per arginare la correntocrazia ci voglia un sorteggio indiretto. Un’idea che nel Pd non ha mai fatto breccia, almeno fino a quando non è deflagrato lo scandalo nomine del Csm e la combutta del pm Luca Palamara insieme ai Dem Cosimo Ferri, Luca Lotti e alcuni ormai ex membri del Consiglio per pilotare la designazione del procuratore di Roma. Il “giustizialista” Bonafede ha scardinato pure la riforma dell’ordinamento penitenziario del “garantista” Orlando. E se per accelerare i tempi della giustizia si riparlerà di depenalizzazione, ci saranno altre scintille.

Conte ha poi parlato della lotta agli evasori, ricalcando il programma: “Dobbiamo rendere sempre più efficace il contrasto all’evasione fiscale, anche prevedendo l’inasprimento delle pene, incluse quelle detentive per i grandi evasori”. Il Pd sarà d’accordo? Potrebbe esserlo in parte ma – risulta al Fatto – che ci siano già stati attriti durante i negoziati in vista del governo. D’altronde, l’anima renziana del Pd ha portato, all’epoca del governo dem-alfaniani, a innalzare le soglie di punibilità per omesso versamento dell’Iva, per la dichiarazione infedele e così via. Il M5S voleva cancellare queste norme, ma l’ex alleato leghista ha sempre fatto quadrato ed è andata avanti solo la “pace fiscale”. Vedremo se ci saranno altri muri.

Decreto Sicurezza bis, solo ritocchi minim. Ma niente divieti per la nave ong in arrivo

Messa come l’ha messa Giuseppe Conte, può far storcere la bocca, se non a una buona parte del Pd, almeno ai parlamentari di Liberi e uguali che hanno scelto di far parte della maggioranza. “Rivedremo la disciplina in materia di sicurezza alla luce delle osservazioni critiche formulate dal presidente della Repubblica – ha detto il presidente del Consiglio Conte alla Camera –, il che significa recuperare, nella sostanza, la formulazione originaria del più recente decreto legge, prima che intervenissero le integrazioni che, in sede di conversione, ne hanno compromesso l’equilibrio complessivo”.

Vuol dire che il decreto sicurezza bis sarà modificato, secondo le indicazioni inviate per lettera dal capo dello Stato ai primi d’agosto, sul tema delle supermulte fino a un milione di euro per le navi delle Ong e su quello dell’oltraggio a pubblico ufficiale, escluso dalle norme sulla lieve entità che lo rende non punibile a differenza di reati più gravi. Resterebbero, quindi, il divieto di accesso alle acque italiane per chi trasporta migranti e le norme severissime contro le manifestazioni di piazza. E per quanto riguarda il primo decreto Sicurezza, non c’è alcun impegno a intervenire sulla sostanziale abolizione della protezione umanitaria – votata naturalmente anche dal M5S in epoca gialloverde – che in questi mesi ha aumentato gli stranieri in posizione irregolare a fronte di un lieve calo dei rimpatri. Né sulle norme contro i picchetti di sciopero.

Al di là degli enunciati, quel che certamente rassicura le componenti di sinistra della maggioranza è la pratica, insieme al profilo del nuovo ministro dell’Interno, la ex prefetta Luciana Lamorgese, che perfino antropologicamente non potrebbe essere più distante da Matteo Salvini. “Il ministro dell’Interno è sempre operativo, 24 ore su 24. Affronteremo anche questa emergenza se sarà un’emergenza”, ha detto ieri Lamorgese, facendo intendere che i 50 naufraghi (tra cui 12 minori e una donna incinta) soccorsi davanti alle coste libiche dalla nave Ocean Viking delle ong Sos Méditerranéee e Medici senza frontiera non sono esattamente un’emergenza; né gli otto rimasti sulla Alan Kurdi (quattro minori) che sono ormai in attesa dal 31 agosto tra tentativi di lanciarsi in mare ed evacuazioni sanitarie. I primi potrebbero arrivare in acque italiane, magari insieme ad altri visto che la nave resta in acque vicine alla Libia e si segnalano altri barchini in difficoltà, non prima di due o tre giorni, quindi dopo il voto di fiducia. Il divieto di accesso, che se violato porta alle supermulte, non sarà firmato. Il governo farà il possibile per ricollocarli prima dello sbarco, almeno in parte, in altri Paesi Ue. Per la Alan Kurdi la trattativa è già in corso: la gestisce la Commissione europea su iniziativa della Germania, Paese di bandiera della nave.

Proprio alla presidente tedesca della Commissione, Ursula von der Leyen, domani Conte illustrerà il piano italiano per rivedere il trattato di Dublino o almeno stabilire regole preventive per la distribuzione dei migranti che sbarcano nei Paesi mediterranei, quest’anno più in Spagna che in Italia. Von der Leyen, eletta con i voti determinanti del M5S a Strasburgo, già ai primi d’agosto aveva manifestato a Conte la sua disponibilità, ma i negoziati saranno difficili.

Lamorgese, che sull’immigrazione e non solo lavorerà a stretto contatto con il presidente del Consiglio, prepara anche un intervento sul tema dell’accoglienza che punterà sui centri piccoli tipo Sprar, dai quali Salvini aveva escluso i richiedenti asilo, rinunciando una volta per tutte alle grandi strutture difficili da controllare e di forte impatto nei territori. A occuparsene con lei, al Viminale, potrebbe essere lo stesso capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi, che di alcune mosse del leader leghista – quasi sempre lontano dal ministero – era stato l’ispiratore. È vicino alla riconferma.

Benetton, trivelle e ciclo rifiuti. Conte avvisa il Pd e fissa i paletti

Su alcuni temi, dai Benetton alle trivelle, è più esplicito. Su altri, come la valutazione delle grandi opere, un po’ meno. Altri ancora non sono invece menzionati, come il Tav. Il discorso programmatico pronunciato ieri dal premier Giuseppe Conte illumina la linea su ambiente e infrastrutture che agiterà le due anime del governo giallorosa, specie se nel Pd prevarrà l’anima renziana, il grosso dei gruppi parlamentari dem. La linea di Conte è ça va sans dire, più vicina a quella dei 5Stelle.

Il primonodo riguarda le infrastrutture, dove la visione grillina dovrà confrontarsi con la neo ministro dem Paola De Micheli (sì a tutto tranne che alla revoca ai Benetton). Conte ricorda che “la rivoluzione dell’innovazione non può realizzarsi senza un’adeguata rete di infrastrutture tradizionali dei trasporti”, di cui andranno tenuti in conto “gli impatti sociali e ambientali”. L’analisi costi-benefici non viene menzionata, alimentando i sospetti che lo strumento non verrà usato. De Micheli lo auspica, i 5Stelle non faranno le barricate. Conte non menziona neanche il Tav, un capitolo chiuso dopo il via libera dato in luglio.

Il tema più spinoso riguarda le concessioni. Il premier conferma che sarà avviata “una progressiva revisione di tutte quelle che riguardano beni e servizi pubblici”. Quando si arriva ai Benetton è più duro. “Quanto al procedimento in tema di concessioni autostradali avviato dopo il disastro del Morandi – spiega –, voglio chiarire che questo governo porterà a completamento il procedimento senza nessuno sconto per gli interessi privati, avendo quale obiettivo esclusivo la tutela dell’interesse pubblico e con esso la memoria delle 43 vittime”. Il 17 agosto 2018, tre giorni dopo la tragedia, Palazzo Chigi annunciò di aver “inoltrato ad Autostrade la lettera di contestazione che avvia la procedura di caducazione della concessione”. Da allora è successo assai poco. Un parere giuridico di 62 pagine chiesto dal ministro Danilo Toninelli in sostanza apriva la porta alla revoca per “grave inadempimento” senza dover pagare miliardi di penali ad Atlantia dei Benetton. O, in alternativa, rinegoziare una concessione più favorevole allo Stato rispetto a quella regalata ai Benetton nel 2007 (e blindata per legge dal governo Berlusconi). “Nel programma la revoca non c’è, c’è la revisione”, ha detto De Micheli due giorni dopo la nomina. I 5Stelle hanno masticato amaro senza replicare. Si vedrà, ma da esperto giurista, Conte sa che nessuna revisione può esistere senza prima revocare la concessione, o quantomeno metterla sul tavolo, visto che quei contratti sono blindati. Insomma, il procedimento andrà avanti, e dipenderà dalla disponibilità dei Benetton. Eliminare dal tavolo la revoca – ed elogiare la Gronda (finanziata con un prolungamento della concessione ai Benetton) – è un autogol, e infatti il titolo Atlantia in Borsa ha recuperato i livelli pre-Morandi mentre ieri ha chiuso in rosso (-2%). Una vera revisione delle concessioni, peraltro, non potrà prescindere dal nuovo modello tariffario creato dall’Authority dei trasporti e contestato dai signori del casello.

Anche sull’ambiente il premier ha fornito un assist ai 5Stelle, ribadendo quanto previsto dall’ultima versione del programma M5S-Pd (dove sono rientrati lo stop alle trivelle e agli inceneritori). Oltre agli impegni generici sulla riconversione energetica (Green new deal) e lo sviluppo sostenibile, ha confermato che “sarà introdotta una normativa che non consenta più il rilascio di nuove concessioni di trivellazione”. Verrà insomma reso definitivo lo stop alle nuove autorizzazioni e alle ricerche in mare previsto per 18 mesi dal decreto Semplificazioni a inizio 2019 in attesa del “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee”, di cui peraltro si sono perse le tracce. Una norma contestata dal Pd, tanto più che in Parlamento siedono tutti i pasdaran renziani che si batterono contro il referendum abrogativo del 2016 sulla norma, voluta dall’allora premier, che prolungava la vita delle concessioni. “Lo voglio dire chiaramente – ha detto il premier – chi verrà dopo di noi, se mai vorrà assumersi l’irresponsabilità di far tornare il Paese indietro, dovrà farlo modificando questa norma di legge”. Conte ha ribadito anche la necessità di “indirizzare il sistema produttivo verso un’economia circolare, che dismetta definitivamente la cultura del rifiuto”. Porte chiuse, insomma, a nuovi inceneritori, che lo Sblocca Italia renziano del 2015 ha reso “strategici”, approvandone altri 12. Il programma di governo prevede una “graduale dismissione”. Conte, evidentemente, ha pensato servisse ricordarlo.

“È soltanto propaganda, non accetto menzogne”

Giuseppe Conte pensava di chiudere i conti con il passato citando Hannah Arendt: “I pregiudizi, molteplici in politica, sono tipici di chi guarda al passato”. Oggi, invece, M5S e Pd “hanno accettato di affidarsi ai giudizi”. Bello, troppo perché possa finire lì.

Nella replica il passato è apparso in tutta la sua drammaticità, con la destra corroborata dalla manifestazione di piazza e con il premier intenzionato a non cedere ai tanti insulti ricevuti nel corso del dibattito. E pronto a rinfacciare all’opposizione e in particolare a Matteo Salvini, tutte le sue scorrettezze. Una decisione dettata – ha spiegato ai collaboratori – dal non accettare la propaganda scomposta della Lega, le menzogne che veicolano”. Soprattutto non si è lasciato sfuggire l’occasione di ricordare alla destra “come funziona la Costituzione e cosa significa rispettarla”. Un Conte “politico”, quindi, che non si è sottratto al confronto con un’opposizione che lo marcherà stretto.

Eppure il premier era partito dal Giuseppe Saragat dell’Assemblea costituente – “Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano – per far risaltare quel “nuovo Umanesimo” che ormai è il suo tratto distintivo.

L’approccio “mite” è stato il cuore di un discorso in cui ha voluto porsi come “sintesi”, consapevole che la “maggioranza Malavoglia” al momento si presenta con riunioni di ministri separate (dopo quella di Luigi Di Maio alla Farnesina, ieri quella di Dario Franceschini alla Camera), con parole d’ordine di bandiera e pezzi di programma da presidiare. E invece Conte ha provato a scompaginare l’agenda affermando che “il primo immediato intervento sarà sugli asili nido”. E poi la scuola e l’università, la centralità dei docenti e soprattutto dei giovani che vanno trattenuti in Italia, la digitalizzazione, la robotizzazione e l’intelligenza artificiale.

La rivendicazione, poi, del programma politico, basato su alcuni “ma anche”: il salario minimo insieme al riconoscimento dei contratti collettivi, il taglio dei parlamentari, ma anche le “garanzie costituzionali”. Più di sintesi, invece, la riduzione del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti, forse la revisione delle concessioni autostradali, il Green new deal, cioè l’impronta ecologista del nuovo esecutivo fino a una compiuta legge sull’acqua pubblica. Conte conferma le indiscrezioni relative a una riforma ad ampio spettro della Costituzione che “richiederà tempo” e quindi garantirà vita e fiato al governo.

Il punto di sintesi più qualificante però è l’Europa con l’idea di “migliorare il Patto di stabilità e di crescita e la sua applicazione per semplificarne le regole”, ma anche ribadendo che “l’interesse nazionale non significa abbandonarsi a sterili ripiegamenti isolazionistici”.

Ma in replica, come detto, arriva di nuovo il Conte-2 che abbandona i panni del professore e dell’equilibrio istituzionale e accetta pienamente lo scontro politico. “Mi accusate di tradimento, oltraggio agli italiani… addirittura sequestro del voto. Mi chiedo se la nostra Costituzione esiste ancora o è stata stracciata”, è la prima staffilata.

Poi diretto su Salvini: “Il fatto di pensare che una singola forza politica o addirittura il suo leader possa decidere ogni anno a suo piacimento e a suo arbitrio di poter portare il Paese alle elezioni è irresponsabile”. Difende il M5S che è quello che ha davvero “subito una scelta di tradimento” mentre ci sono stati ministri che “hanno giurato di tutelare l’interesse esclusivo della nazione e non del proprio partito”. All’ex viceministro Garavaglia che ha accusato Conte e la sua maggioranza con un “volete rimanere imbullonati alle poltrone”, dice che si è trattato di una espressione “volgare”: “Perché ministri che presentano una mozione di sfiducia non si dimettono?”. Difende la scelta europeista e ricorda che fare gli interessi nazionali significa “studiare i dossier, arrivare preparati alle riunioni e partecipare sul serio ai negoziati”. Non come ha fatto Salvini, è il sottinteso.

Conte infiamma l’aula, come ha già fatto il 20 agosto, con la destra che si scatena contro di lui interrompendolo a ogni passaggio e con il nuovo centrosinistra che lo applaude e si stringe attorno al premier. Scaldandosi per questo scatto di orgoglio e ritrovando al termine della prima giornata parlamentare, il motivo più forte, per ora, di unità.

Il premier senza più vice ora vuole spiccare il volo

Come il cinclus cinclus, il pennuto che sa alzarsi in aria ma sa anche fare il sub, e infatti becca le sue prede fiondandosi a testa in giù nell’acqua gelida dei torrenti di montagna, Giuseppe Conte, dopo la sua prima stagione gialloverde, trascolora e presenta formalmente in Parlamento il giallo cinquestelle abbinato al rosso damascato della sinistra italiana.

La pochette a quattro punte al solito posto, il vestito perfetto come sempre, figurarsi i capelli e il tono di chi non ha mai avuto altro in testa che questo governo. Ottimismo alle stelle: “Sarà per tutta la legislatura”, e sarà naturalmente “nell’interesse degli italiani”. Fa finta oppure ci crede per davvero: “Questa sarà una vera alleanza”. Un’equipe, una squadra che darà onore all’Italia, e sembra uno dei frequenti momenti di training autogeno che il premier cerca per trovare, anche nella suggestione, la fascinazione di questo momento così diverso da ieri. Per esempio dei due suoi vecchi vice, uno si è dato alla piazza, l’altro resta immobile come una statua, un fortilizio ancora inespugnato.

Luigi Di Maio, in passato sempre super ciarliero, che resiste immobile e serio per l’ora e mezzo di presentazione, presente e insieme anche un po’ assente. Contento dell’esito ma forse pure scontento. Dobbiamo anche dire che i ministri di Conte, al primo assaggio di unità, si presentano a coppie separate. Quelli del Pd fanno comunella solo tra loro, la Bellanova e la De Micheli a destra, Guerini e Franceschini a sinistra. I grillini si intruppano nel primo banco del governo, stretti stretti l’uno all’altro, mentre la cantilena di Conte avanza nell’aula piena, curiosa di assistere a quello che sembra davvero il più grande spettacolo del mondo: pidini e grillini (“pidioti e barbari”, nel vecchio vocabolario), che annunciano il matrimonio. “Cambiamo il linguaggio della nostra politica”, esorta il nuovo Conte. Dress code più impegnativo, un codice alfabetico con utilizzo esclusivo di parole piane al posto dei fin qui consueti epiteti, del garbo in luogo della sgangheratezza, dell’unità al posto di una frequente e fin qui perdente alterità.

Conte è perfetto, nella sua nuova veste, agile proprio come il merlo acquaiolo, così conosciamo il cinclus cinclus delle montagne, l’uccellino che smette di fare il sub quando ha raggiunto le sue prede in fondo al torrente, e – riemerso all’aria – spicca il volo.

“Vogliamo azzerare le rette degli asili nido”. Parte dai neonati, cioè dall’inizio della vita, e in qualche modo è la metafora di questo imprevisto e improvviso governo che accende i motori. Matteo Salvini, rumore fatta persona, è infatti sostituito da Luciana Lamorgese. Prefetto piuttosto silente. “Tutto questa curiosità sul fatto che sono assente dai social? Embè? Non li ho mai avuti. A volte mi è venuta voglia di esserci solo per capire cosa combinassero i miei figli su Facebook”.

Salvini è in piazza, ieri scortato dalla polizia che oggi – guarda tu il mondo! – è invece già chiamata a tenerlo a bada. Da Conte intanto una prima misura, ma etica ed estetica: “Dobbiamo affermare il volto umano di questa Repubblica”. Poi una seconda, più economica: “Ridurre le tasse sul lavoro”.

Conte bis, Conte due, il Conte nuovo e progressista avanza in un saliscendi di perifrasi. Tono monocorde e occhio aperto al mondo. Non una sferzata, non una polemica, non un cenno ai due capisaldi del vecchio governo: reddito di cittadinanza e quota cento. Citerà la prima misura solo nella replica quando, coperto da cori intermittenti di “venduto, venduto”, intignerà in una mezz’ora di duetto con i vecchi amici, oggi nemici. “Io imbullonato alla poltrona? E voi che volevate pieni poteri? Cioè a tutte le poltrone?”. Su Salvini: “Non è che si vota solo perchè sta bene al vostro leader. Rileggiamo la Costituzione…”.

Non si scompone nella guerriglia parolaia, nei “buuu” d’aula, uguali a sempre, nelle accuse e nel rancore che i suoi ex alleati gli riversano. Mondo è stato e mondo sarà.

343 “sì” per il Conte-2 ma la destra trasforma l’aula in una bolgia

“Lo famo strano”, dice ridendo Pier Luigi Bersani a Guido Crosetto, incrociato in un corridoio di Montecitorio proprio mentre Conte inizia il discorso della sua seconda fiducia. L’ex deputato di Fratelli d’Italia provoca bonariamente (“Corri, c’è il tuo governo in aula”), Bersani replica con una risata e la frase cult di Carlo Verdone (storpiata): “Famolo strano”, appunto.

È davvero strano questo Conte bis che riunisce tanti nemici giurati: i dem e i grillini, i renziani e gli scissionisti antirenziani; ex comunisti, radicali come Magi e democristiani come Tabacci. Ed è ancora più strano osservare la squadra dei ministri che circonda il premier. In fila, uno accanto all’altro: Di Maio (che non muove un muscolo facciale) vicino a Franceschini vicino a Bonafede vicino a Guerini. Sono stranissimi, infine, i primi applausi dei giallorossi al loro presidente: Pd e Cinque Stelle battono le mani timidi; si osservano per capire qual è il momento di partire insieme, alcuni deputati non nascondono il sorriso imbarazzato.

In mezzo c’è lui: il vecchio premier benedetto da una nuova maggioranza. Alla fine a favore del Conte bis votano in 343, i contrari sono 263, gli astenuti sono 3. Alla Camera la maggioranza è più che confortevole, malgrado il clima.

Il discorso del premier è “serio e rigoroso” per gli apologeti, “mortalmente noioso” per i detrattori. Conte zoppica sugli anglicismi di “smart nation” e “green (new) deal” ma per il resto non si concede grossi esercizi di stile: legge con tono monocorde le sue 20 cartelle di testo per quasi un’ora e mezza, ben 85 minuti. Se si potesse riassumere tutto in una sola parola, sarebbe l’aggettivo “mite”: “Quella del governo – dice Conte – sarà una lingua mite, perché siamo consapevoli che la forza della nostra azione non si misurerà con l’arroganza delle nostre parole”. Il destinatario del messaggio è facilmente intuibile: Matteo Salvini, che proprio in quel momento è in piazza a fomentare la folla, con parole poco “miti”, contro il “governo delle poltrone”.

Nel suo lunghissimo discorso Conte prova a dare sostanza al “nuovo umanesimo” di cui si è fatto portavoce e mette in fila alcuni degli obiettivi concreti del suo bis: l’azzeramento delle rette per gli asili nido ai redditi medio-bassi entro il 2021, la revisione delle concessioni autostradali dei Benetton (“Non ci sarà nessuno sconto”), il taglio dei parlamentari, la riduzione del cuneo fiscale, la revisione del decreto Sicurezza.

Però a rubare l’occhio (e l’orecchio) in Aula sono le opposizioni. Somigliano alla folla di manifestanti che riempie piazza di Montecitorio: i deputati di Lega e FdI sono rumorosi, aggressivi, intemperanti. I capi ultrà sono Eugenio Zoffili per il Carroccio e Francesco Lollobrigida per i post-missini, ma gli vanno dietro tutti. Interrompono l’intervento di Conte – e quelli dei grillini – con cori e battimano: “Poltrone, poltrone!”, “Bibbiano, Bibbiano!”, “Elezioni, elezioni!”, “Onestà, onestà!”. Alcuni sollevano una sedia, la cadrega, simbolo del potere a cui si rimane imbullonati. Nel complesso, la Camera che deve votare la fiducia al presidente del Consiglio sembra una sovreccitata comitiva di adolescenti in campo scuola. Roberto Fico prova a domarla come un insegnante che non sa alzare la voce. Il vice Ettore Rosato, quando non ne può più, caccia dall’aula il meloniano Donzelli.

Conte, nell’intervento di replica, si toglie i guanti e si spettina il ciuffo. Parla da leader di partito: “(Voi leghisti) accusate il Movimento 5 Stelle, che ha subito il vostro tradimento. Assurdo. Il M5S è coerente col proprio programma, voi siete coerenti solo con le vostre convenienze elettorali”. L’aula è una bolgia, la sostanza politica si perde nei boati e negli strilli che arrivano da destra. Da registrare, volendo, ci sono i “Giuseppi” ironici con cui gli ex alleati si rivolgono al premier e la pseudo gaffe del grillino Giuseppe D’Uva ai leghisti: “Per quale mojito l’avete fatto?” (s’intende il cocktail preferito di Salvini, quello che potrebbe aver ispirato l’idea alcoolica della crisi di Ferragosto).

Il punto è che la destra, nella sua sguaiatezza, è un blocco compatto. Gli altri no. In molti nella nuova realtà non si sono proprio calati: basta osservare Roberto Giachetti, il più antigrillino dei renziani, che durante il discorso di Conte passa buona parte del tempo a compulsare lo smartphone, non sorride e non applaude (come molti dei suoi compagni di corrente). Oppure Stefano Buffagni, uno dei Cinque Stelle più nostalgici della storia con la Lega, che è quasi sempre in piedi a chiacchierare con altri colleghi: pure lui non batte le mani, se non piano piano, solo quando se ne ricorda. Questa è la fotografia dell’Aula: c’è una nuova maggioranza ma non sembra essersene accorta. Per ora gialli e rossi sembrano la somma delle loro debolezze. Se troveranno un senso, sarà nelle azioni concrete di governo.

La maschera di pietra

Il volto pietrificato di Luigi Di Maio, accanto a Giuseppe Conte, la dice lunga su quello che Padellaro chiama il Governo dei Malavoglia. Non ce la fa proprio a sorridere, il capo 5Stelle, nemmeno dopo gli inviti di Grillo. Parliamo di un giovane di 33 anni che ha bruciato tutte le tappe: deputato e vicepresidente della Camera a 27 anni, leader del primo partito a 31, vicepremier e bi-ministro del Lavoro e Sviluppo a 32, ora ministro degli Esteri. Costretto a imparare in fretta mestieri diversi e delicati, deriso come “bibitaro” mai laureato dagli stessi che ora s’indignano (giustamente) per gli attacchi alla Bellanova, ex bracciante con la terza media. Al suo posto, molti sorriderebbero a 32 denti: nessun ragazzo del Sud con quei trascorsi ha mai fatto tanta strada. Perché non sorride? Un anno fa poteva essere premier con una stretta di mano o una telefonata a B.. Invece rifiutò. E Salvini, per conto terzi, gli impose un premier terzo. Così Giggino e Grillo scelsero Conte: un bel jolly, col senno di poi. Un mese fa, dopo l’harakiri salviniano, Di Maio s’è visto offrire Palazzo Chigi sia dal Pd sia da Salvini: il Pd preferiva un leader azzoppato dalle Europee e dal naufragio giallo-verde al più popolare e ingombrante Conte; e il Cazzaro, sfumato il voto, era pronto a tutto pur di liberarsi di Conte e restare al potere.

Di Maio ha respinto entrambe le sirene e si è giocato l’ultima occasione del salto più alto: per non perdere Conte; per ricompattare il M5S, passato dal lutto del 26 maggio al nuovo entusiasmo del Grillo ritrovato; e per non diventare il parafulmine delle tensioni fra e nei partiti della nuova maggioranza. Ma l’anno scorso aveva costruito il Contratto con la Lega sul rapporto personale con Salvini, dopo 7 anni di comune opposizione ai governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni (tutti col Pd dentro e la Lega fuori). Perciò è rimasto bruciato dal tradimento dell’8 agosto. Ora un’analoga sintonia con qualcuno del Pd è impossibile: capi e capetti parlano lingue giurassiche; non si sa bene chi comandi; e il programma giallo-rosa è nato troppo vago e frettoloso, tant’è che andrebbe precisato meglio dopo il giro di boa della legge di Bilancio. Non è detto che la partenza fredda e guardinga sia di malaugurio per il Conte-2, visto l’esito degli entusiasmi che accompagnarono il Conte-1. Ma la maschera di Di Maio riassume il vero enigma del nuovo governo: riusciranno i nostri eroi a mescolare e contaminare le proprie diversità, assorbendo le poche virtù dei rispettivi alleati per migliorarsi? Ci accontenteremmo che non si facessero contagiare dai vizi altrui. Fra due litiganti, c’è sempre un terzo che gode. E sappiamo chi è.