“Per salvare la terra l’allarme deve diventare emotivo”

Ben 12.000 aerei, 7000 navi, 156.000 soldati, 2,6 milioni di armi leggere, decine di migliaia tra carri armati e veicoli, 17 milioni di mappe, centinaia di manichini fabbricati per sviare i tedeschi. I numeri dello sbarco in Normandia, l’azione che liberò il continente dall’occupazione nazista, il 6 giugno del 1944, sono impressionanti. Il motivo per cui tutto questo fu possibile è semplicemente, uno: l’Europa e l’America erano certi che Hitler avrebbe distrutto il mondo. Per questo stesso motivo, i cittadini dei vari continenti accettarono senza nessun lamento restrizioni come tenere spente le luci di notte o il razionamento alimentare. Il governo americano nel 1942 lanciò la campagna “condividi la carne”, così come furono affissi poster per favorire l’uso della macchina che dichiaravano: “Quando viaggi da solo viaggi con Hitler!”. Ebbene: 70 anni dopo, il mondo si trova di fronte a un’identica minaccia di distruzione, spiegata in tutti i suoi dettagli da centinaia di scienziati oltre che dispiegata di fronte ai nostri occhi – innalzamento dei mari, piogge sempre più violente, gravissime siccità, carenza d’acqua, scomparsa di foreste e di specie animali – eppure non si fa (quasi) nulla. Né il nostro stile di vita è cambiato. A spiegare il perché è il nuovo, acuto, romanzo dello scrittore Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo, prima di cena (Guanda). E anche qui il motivo è semplice: non crediamo che moriremo. Sappiamo, a livello concettuale, di essere in pericolo, ma non a livello emotivo, viscerale. La verità, scrive Foer (che ricorda la differenza tra chi, come sua nonna, ebrea polacca, fuggì dal villaggio dove erano in arrivo in nazisti e chi restò e fu sterminato), è che la crisi climatica è una storia difficile da raccontare. Non affascina, “è priva di momenti emblematici e figure iconiche”. Paradossalmente, quella climatica è una crisi dell’immaginazione, “una crisi della capacità di credere”.

Non possiamo essere realmente allarmati della crisi ambientale finché non riconosciamo che può uccidere noi e i nostri figli, quei figli che magari proteggiamo spasmodicamente da pericoli minori. Purtroppo, però, “accettare la verità solo sul piano concettuale non ci basterà, perché il nostro sistema di allarme non è fatto per minacce concettuali”. In breve, perché le persone si mobilitino, il riscaldamento globale deve diventare una questione emotiva. A quel punto il cambiamento diverrebbe immediato e globale e si accetterebbe senza fiatare – il tema che più sta a cuore a Foer, già dal libro Se niente importa– di ridurre drasticamente la carne e i latticini, una delle cause principali delle emissioni di Co2. D’altronde, che giudizio daremmo di uno che, mentre si compie l’enorme sforzo di salvare milioni di vite, considerasse un sacrificio troppo grande evitare il bacon a colazione? Ecco perché la vera sfida, ci ricorda il libro, è questa: crederci. E non solo di testa. Perché “è la nostra mancanza di emozioni che sta distruggendo il pianeta”.

Ora l’aeroporto: mezza Bolzano in mano al Paperone austriaco

“Immobili e un patrimonio netto di 36,5 milioni. Disponibilità liquide di 5,6 milioni. Ecco la società pubblica che gestisce l’aeroporto di Bolzano. Eppure tra pochi giorni sarà venduta dalla Provincia ai privati per 3,8 milioni”. La lista Team Köllensperger e i Verdi altoatesini sono sul piede di guerra in Provincia a Bolzano. La prima ha presentato un esposto al Tar, i secondi un ricorso alla Corte dei Conti. Si parla di “svendita” e si punta il dito verso lo strapotere della Sud Tiroler Völkspartei (Svp), che lasciato il Pd ora è alleata della Lega.

Ad acquistare l’aeroporto sarà una società composta da nomi noti del potere altoatesino e austriaco: “La Abd Holding”, ricorda Paul Köllensperger (consigliere provinciale del Team Köllensperger), “è controllata per il 52% da Fri-El Green Power che fa capo a Josef Gostner. Il restante 48% sarà diviso in due quote uguali tra Zmi (Hans Peter Haselsteiner) e Signa Holding (René Benko)”. Gostner è un colosso nel settore dell’eolico e delle rinnovabili. Un uomo spigoloso che liquida le domande del cronista: “Stupidate”. Haselsteiner – austriaco, ma bolzanino d’adozione – è un colosso mondiale delle costruzioni, l’uomo della Strabag protagonista della costruzione del tunnel del Brennero. Ma soprattutto c’è Benko, miliardario austriaco quarantenne che in pochi anni ha costruito un impero immobiliare fino a comprare il Chrysler Building di New York. A Bolzano sta acquistando mezza città: ha investito 700 milioni in progetti quali il Waltherpark, quartiere nuovo di zecca accanto al duomo. Poi c’è il progetto del Virgolo: edifici e funivia a due passi dal centro. Quindi ha messo gli occhi sul museo di Otzli, la mummia più famosa delle Alpi. E ora tocca all’aeroporto. Restano, però, parecchi nodi. Il primo è il prezzo: la stima fatta da PricewaterhouseCoopers non convince i due partiti. Scrivono i Verdi: “Sia la base d’asta di 3,8 milioni che il prezzo di vendita, appena 13mila euro superiore, ci sembrano incongrui”. Aggiungono: “La società ha molti immobili. Allo stato patrimoniale della Provincia la partecipazione nella Abd è iscritta per 37.155.797 euro. È evidente che vendendo a 3.813.000 euro il bilancio della Provincia avrà una perdita di 33.342.797 euro”.

Gostner ribatte: “Quegli immobili sono in territorio demaniale e la società oggi perde milioni ogni anno”.

Ma c’è anche l’ampliamento della pista, che i bolzanini avversano. Gostner conferma: “È previsto nell’offerta d’acquisto. Ma sono appena cento metri in più”.

Ancora: Köllensperger teme che dopo essere stato privatizzato l’aeroporto possa ricevere finanziamenti pubblici. Come? “La Giunta Provinciale ha qualificato lo scalo come servizio di interesse economico generale”. L’Enac in una lettera sembra escluderlo: “La Provincia, non detenendo più partecipazioni, non avrà obblighi di sostenere finanziariamente l’aeroporto”. Gostner giura: “Nessun finanziamento pubblico”.

C’è poi un ultimo punto che suscita le perplessità di Köllensperger: “Non c’è niente di illegale, ma società legate a Gostner e Haselsteiner risultano finanziatrici della Svp”.

Giulia, dalla Sicilia al Messico per lottare contro il femminicidio

Coyoacan, il grande e bel quartiere, oltre mezzo milione di abitanti, di Città del Messico. All’Istituto italiano di cultura quaranta persone discutono di criminalità e violenza. Sono studiosi, ex funzionari di polizia, magistrati, scrittori e giornalisti. Li ha messi a convegno un docente di diritti umani dell’università di Sor Juana. Il dibattito ferve. I tragici numeri messicani, le cose da fare, i confronti con l’Italia, lo Stato e la fiducia nelle istituzioni. Finché la discussione cade, come è inevitabile, sulla violenza che colpisce le donne.

Un esperto spiega con inflessibile neutralità che tecnicamente il femminicidio è un omicidio che colpisce una appartenente al genere femminile. Ma a quel punto due mani si levano in fondo alla sala, nell’angolo a destra dei relatori. Bisogna sporgersi per capire di chi siano, perché le titolari sono in seconda fila. “Non è una forma di omicidio, è un delitto particolare, è un crimine di genere. Il suo significato sta nel colpire le donne proprio in quanto donne”. E’ il cuore della questione, un principio fondamentale che il movimento di autodifesa femminile afferma con forza. Lo scrive anche sui muri della città infinita. Se si allunga un po’ il collo si vede meglio. A parlare è una donna molto giovane, dai lunghi capelli bruni. È un’italiana, si chiama Giulia Marchese. Resto sempre affascinato da questo fenomeno dei giovani italiani che guidano la rivolta contro le mafie di ogni tipo in qualsiasi paese del mondo mi capiti di andare. La ragazza sembra fra l’altro solida di studi e di ricerche. Sostiene bene il confronto, spalleggiata da un’altra donna italiana che spiega di avere collaborato con una nostra deputata, Anna Serafini, al testo di una proposta di legge contro la violenza verso le donne.Quando tutto è finito, Giulia si racconta. Lavora con la Unam, la Universidad nacional autònoma de México, il più grande ateneo dell’America latina, circa 350mila studenti. E ha avuto di recente una consulenza dall’Unodc, l’agenzia delle Nazioni unite contro la droga e il crimine. E’ venuta qua da Milano, ma è siciliana, come suggerisce lo speciale taglio degli occhi chiari. Una storia particolare. Nonni di origini modeste, uno contadino nel catanese l’altro bigliettaio sugli autobus a Palermo. “La mia è una famiglia povera in tutti e due i rami. Appena uno dei genitori ha avviato una attività soddisfacente sono arrivate addosso le arpie. Così ce ne siamo andati a Milano, a vivere liberamente”. A lei ragazza però non è bastata Milano. Dopo la libertà dai ricatti siciliani, ha cercato infatti la libertà anche dalla famiglia. Università via da casa, classicamente. Laurea in Sviluppo locale e globale a Bologna. Poi il dottorato di ricerca, in una rapidissima sequenza di successi accademici. Dalla Germania, università di Francoforte, fino a Città del Messico. Danno il capogiro questi movimenti da globalizzazione integrale, che per i giovani talenti non è affatto problema ma vento imperdibile. Oggi Giulia è impegnata in una ricerca in cui fonde le sue due grandi originarie passioni: la geografia umana e gli studi di genere. Cerca di costruire mappe rivelatrici; di geolocalizzare – come si dice – la violenza che si abbatte contro le donne in Messico. Ed è tornata dalle vacanze italiane apposta per tenere nella sua università un convegno sul femminicidio, il crimine che ci risospinge nei buchi neri dell’antropologia. Due giorni interi, 22 e 23 agosto. Lo ha promosso con Patricia Martha Castaneda Salgado e un’altra italiana, Emanuela Borzacchiello, dell’università Complutense di Madrid. Reflexiones actuales sobre feminicidio. Una mano aperta al centro nell’atto di fermare qualcosa, davanti al volto semicoperto di una donna. Sette sessioni, una delle quali intitolata “Nemmeno un passo indietro”. E una che spiega quell’intervento dal fondo della sala: “Come nominare la violenza? Proposta per un nuovo vocabolario”. La cultura, il linguaggio. Le donne messicane provano a cambiare il vocabolario perché il mondo capisca meglio il dramma che si è abbattuto su di loro nel già grande mattatoio nazionale. E che a combattere con loro ci sia questa italiana di 27 anni mi ispira un sottile sentimento di orgoglio. “Se qui in Messico mi sembra di essere un po’ in Sicilia? Certo. Anzi, a essere sincera, io sono venuta qui a cercare la Sicilia, a darmi un nuovo punto di vista sulla mia storia. A provare a capirla fino in fondo”. Così gli insondabili misteri della coscienza e dell’anima portano a ingaggiare le battaglie più ardue.

Facebook mette all’angolo i no vax

I no vax che sul re dei social network hanno trovato terreno fertile per moltiplicarsi verranno presto messi all’angolo dal social network stesso. Facebook indirizzerà automaticamente gli utenti che stanno cercando informazioni sui vaccini verso i siti web degli organismi ufficiali di sanità pubblica. Lo stesso varrà su Instagram. Chi vuole accedere alle pagine e ai gruppi riguardanti questo tema, di carattere squisitamente medico e molto poco democratico, sarà direttamente collegato ai portali del Center for disease control and prevention (Cdc) negli Usa e a quello dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel resto del mondo, per usufruire di informazioni autorevoli e validate dalla comunità scientifica. Una iniziativa quasi doverosa considerando i pericolosi effetti boomerang del movimento antivaccinista. Come il ritorno prepotente del morbillo in Europa denunciato in questi giorni dall’Oms. Con quasi 90mila casi registrati dall’inizio del 2019, più del doppio rispetto al 2018, e 37 morti. Pensate che in quattro Paesi (Regno Unito, Grecia, Repubblica Ceca e Albania) dove la malattia era stata debellata quest’anno è ricomparsa.

Lo spettro della recessione dietro i rendimenti dei titoli di Stato Usa

Uno spettro si aggira per i mercati: l’inversione della curva dei rendimenti (yield curve) sui titoli di stato Usa. Normalmente i rendimenti sulle obbligazioni a lunga scadenza sono maggiori di quelli sulle obbligazioni a breve. Infatti, prestare soldi a uno stato, un’impresa o un individuo per un mese è meno rischioso che per 10 anni. Ergo, il risparmiatore pretende una compensazione per il rischio a cui si sottopone e per la liquidità a cui deve rinunciare. Ma saltuariamente il mercato obbligazionario remunera i titoli a breve scadenza con un tasso più alto di quello sui titoli a lunga scadenza. Ciò accade se i risparmiatori prevedono un peggioramento delle condizioni economiche e un’inflazione più bassa, pertanto si aspettano che i tassi di interesse scendano e i prezzi delle obbligazioni salgano. L’effetto dei minori tassi sui prezzi delle obbligazioni è molto più marcato per quelle a lunga scadenza, quindi, in caso di recessione, si intascheranno profitti più alti. A ciò si aggiunge la pulsione a detenere titoli sicuri in tempi grami.

Ma quanto sono affidabili le previsioni degli investitori? In soldoni, i mercati ci azzeccano? Se ci affidiamo all’evidenza empirica dagli anni ‘60 ad oggi, le previsioni dei mercati sono state infallibili. Uno dei primi a notare questo fenomeno nel 1986 fu Campbell Harvey nella sua tesi di dottorato a Chicago: quando sui titoli di Stato Usa i tassi di interesse a tre mesi sono inferiori a quelli a dieci anni per almeno un trimestre una recessione arriva nel giro di 12-18 mesi. Le sette recessioni succedutesi nell’arco di 70 anni negli Usa sono state sempre precedute dall’inversione prolungata della yield curve. E in assenza di inversione prolungata non c’è mai stata una recessione.

Uno spread negativo tra Treasury a tre mesi e a 10 anni si è registrato a fine marzo 2019, ma poi è tornato positivo. Dai primi di agosto invece è di nuovo negativo. Inoltre, da oltre due settimane i tassi a un mese sono inferiori o simili a quelli a 30 anni. Infine dal 23 maggio 2019 i tassi sui Treasury a 10 anni sono inferiori addirittura ai tassi giornalieri della banca centrale americana (la Fed). Se consideriamo questo indicatore, l’inversione della yield curve ha già tagliato il traguardo dei fatidici tre mesi.

Dunque avremo l’ottava conferma del potere predittivo della yield curve sulla crescita del Pil? Non tutti ne sono convinti. Il motivo principale si chiama Quantitative Easing. La Fed ha acquistato a piene mani i titoli di Stato Usa per pompare liquidità nell’economia, distorcendo i prezzi e spingendo i rendimenti al ribasso. In sostanza la Fed, al contrario del passato, controlla tutta la curva dei tassi. Però ciò avveniva anche negli anni ‘60 e ‘70 sia pur con altri strumenti. Insomma, lo spettro della yield curve non sembra destinato a trovare pace.

L’asilo nido resta un’utopia: fuori 1 milione di bambini

“Il posto non c’è, nemmeno quest’anno”. Sono migliaia i genitori che si sentono ripetere questa frase dopo aver scoperto di non essere nuovamente riusciti a conquistare l’agognato posto all’asilo nido per il figlio. Cosa significa concretamente per le famiglie? Anche quest’anno saranno costrette a sborsare minimo 400 euro al mese per pagare l’asilo privato. A meno che non si sia così fortunati da poter contare sul welfare familiare, come i nonni. Insomma, gli asili nido più che un servizio essenziale sono piuttosto un Superenalotto: per un bimbi tra 0 e 3 anni che vince, ce ne sono 8 che restano a casa. Le strutture sono poche e i posti disponibili soltanto il 22,8%. Ma è soprattutto nelle grandi città e al Sud che ci si accorge che l’Italia non è Paese per bimbi. A dare un po’ di numeri sul tema sono la Fp Cgil e Save the Children. Andiamo con ordine.

In base a un’elaborazione condotta dal sindacato sui dati Istat 2016 relativi all’offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, sono rimasti fuori dal circuito dei nidi 479.611 bimbi tra zero e un anno, 500.649 tra uno e due anni e 511.760 tra due e tre anni. Essendo i posti disponibili tra nidi pubblici e privati 320.286, le bambine e i bambini senza un posto sono 1.171.724. La Fp Cgil riporta come l’Istat abbia censito in Italia, 13.147 servizi socio-educativi per l’infanzia, tra pubblici e privati, di cui 11.017 sono asili nido. Una mole tale da coprire nel complesso circa 354 mila bambine e bambini, in poco più della metà dei casi allocati in posti pubblici, e di cui 320 mila nei nidi. Numeri che corrispondono a 24 posti ogni 100 bambini che, anche se risulta un dato molto frastagliato tra Nord e Sud, è assai lontano dalla richiesta comunitaria. Nel 2002 il Consiglio europeo di Barcellona ha, infatti, posto a tutti gli Stati membri l’obiettivo di “fornire, entro il 2010, un’assistenza all’infanzia per almeno il 90% dei bimbi di età compresa fra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico” e “almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai 3 anni”. L’Italia ha però raggiunto il primo obiettivo prima del 2010 – nel 2015 il 96% dei bambini di età 4/5 anni frequentava la scuola dell’infanzia – ma sul secondo è ancora in ritardo: meno di un quarto dei piccoli tra 0 e 2 anni trova posto nei servizi per la prima infanzia. E se in Valle d’Aosta vanno al nido 4 bimbi su 10, in Campania ce la fanno solo 6 su 100. Eppure, in questi 10 anni sono stati avviati diversi (e costosi) interventi per aumentare l’offerta zero/tre: a partire dal 2007 lo Stato ha speso circa 1,15 miliardi di euro (in media circa 100 milioni l’anno), a cui va aggiunta l’ultima tranche della riforma della Buona scuola. Senza contare che a questi fondi si sono aggiunte nel corso degli anni anche le risorse comunali: dal 2008 al 2014 i sindaci hanno speso per i servizi zero/tre quasi 8,4 miliardi di euro, mentre le famiglie hanno contribuito in misura crescente ai costi del servizio: la loro quota è passata dal 17,4 al 20,4% della spesa. Ma la distribuzione dei soldi è stata squilibrata: Campania, Calabria, Sicilia e Puglia hanno assorbito il 60% del totale con risultati decisamente deludenti.

La spesa media dei Comuni a livello regionale varia drasticamente: per un bambino della Calabria i Comuni stanziano in media solo 88 euro per i servizi offerti, contro i 2.209 euro del Trentino. Diminuiscono i nidi gestiti dai Comuni a favore di una crescente scelta delle amministrazioni a forme di privatizzazioni o servizi privati puri.

Numeri che non si discostano da quelli forniti dal rapporto “Il miglior inizio – Disuguaglianze e opportunità nei primi anni di vita” diffuso da Save the Children, secondo cui in Italia solo 1 bambino su 4 (il 24%) ha accesso al nido o ai servizi integrativi per l’infanzia e, di questi, solo la metà (12,3%) frequenta un asilo pubblico. Copertura garantita dal servizio pubblico che è quasi assente in regioni come Calabria (2,6%) e Campania (3,6%), seguite da Puglia e Sicilia con il 5,9%, a fronte delle più virtuose Valle d’Aosta (28%), Provincia autonoma di Trento (26,7%), Emilia Romagna (26,6%) e Toscana (19,6%). Risultati decisamente migliori riguardano, invece, l’accesso alla scuola dell’infanzia, che in Italia accoglie il 92,6% dei bambini dai 3 ai 6 anni, superando pertanto l’obiettivo europeo del 90% di copertura.

“È fondamentale che il neo governo assuma tra le proprie priorità quella dell’investimento nell’infanzia a partire dai primi anni di vita, promuovendo in Italia un’agenda per la prima infanzia, che preveda un piano organico di interventi di sostegno alla genitorialità, servizi educativi di qualità e accessibili a tutti, misure di welfare familiare, lotta alla povertà economica ed educativa, sostegno all’occupazione femminile e conciliazione tra lavoro e famiglia”, commenta Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

Il vecchio Maggiolino rinasce elettrico

Il caro vecchio Maggiolino. L’avevamo lasciato il 10 luglio scorso, con la notizia della sua definitiva uscita di scena in conseguenza dello stop alla produzione nell’ultima fabbrica dove veniva assemblato, quella messicana di Puebla, dopo oltre 21 milioni di esemplari prodotti e distribuiti in giro per il mondo. L’auspicio era quello che il modello potesse un giorno rinascere, magari spinto da quella tecnologia elettrica di cui il gruppo Volkswagen dispone in abbondanza. Ebbene, in attesa che quel futuro diventi presente, il colosso di Wolfsburg ne propone una gustosa anticipazione al salone di Francoforte, che apre i battenti domani per la stampa: un Maggiolino cabriolet a propulsione elettrica. Parliamo del modello classico, non di quello recentemente uscito dalle linee di montaggio, e che – grazie alla collaborazione di Volkswagen Group Components con l’azienda tedesca eClassics – è tornato a nuova vita, sfruttando un powertrain derivato dalla citycar e-Up!. Motore elettrico da 82 cavalli di potenza massima e batterie con capacità di 36,8 kWh gli garantiscono un’autonomia di circa 200 chilometri, con una velocità massima raggiungibile di 150 orari. Un’operazione-immagine che, tuttavia, farà piacere ai tanti appassionati. E che non sarà neanche l’unica: pare, infatti, che anche un’altro modello storico come il Bulli, la cui nuova generazione (serie T6.1) debutta proprio a Francoforte, potrebbe presto avere una variante a batteria dal momento che a Wolfsburg starebbero già sviluppando i primi prototipi. È la tecnologia elettrica l’arca di Noè delle auto classiche?

Brexit, il grido di dolore dell’industria

Mentre Boris Johnson fa i capricci, incurante delle conseguenze nefaste sui destini del Regno Unito e sulla congiuntura economica mondiale, continuano impietosi i conti in tasca a un’eventuale hard Brexit. L’ennesimo grido d’allarme è arrivato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, secondo cui almeno il 7% delle esportazioni totali Uk verso l’Ue sarebbero a forte rischio. Si parla di sedici miliardi di dollari all’anno, di cui una fetta abbastanza consistente riguarda l’auto: oltre 5 miliardi di dollari. A conti fatti, insomma, a soffrire di più sarebbe il settore automotive, ovvero la voce più imponente nell’elenco degli export di Sua Maestà.

E proprio alla vigilia del salone di Francoforte, che dovrebbe testare lo stato di salute della Germania a quattro ruote, l’associazione dei costruttori britannici (Smmt) ha ammonito: “Nel primo semestre dell’anno gli investimenti nel settore auto sono crollati del 70%, a 90 milioni di sterline”, più o meno 110 milioni di dollari. “In pratica, da noi non si investe più sull’auto. Lasciare l’Ue senza un accordo è la peggiore opzione possibile. A questo punto, meglio ritardare i tempi di un paio di mesi per trovare un punto d’incontro”, ha detto il numero uno Mike Hawes. Preghiere che pare siano state ascoltate dalla Camera dei Lord, che venerdì ha approvato la legge anti no-deal, che obbliga BoJo a chiedere un nuovo rinvio se non troverà un accordo con l’Ue entro la data prevista del 31 ottobre. Ma la partita non è finita.

Recessione e dieselgate – Le ombre sull’auto tedesca

Al Salone di Francoforte (12-22 settembre) i costruttori tedeschi dovranno fare buon viso a cattivo gioco, fingendo che gli spettri della recessione economica della Germania non possano varcare il recinto della fiera espositiva. Ma nemmeno i lustrini tipici dei grandi eventi riescono a schiarire le nubi all’orizzonte, di cui il comparto delle quattro ruote è direttamente corresponsabile.

“Dato il difficile inizio della seconda metà dell’anno e la ripresa ancora invisibile degli ordini industriali, non vi sono prospettive di miglioramento”, tuona il ministero dell’economia a Berlino. Una china iniziata col Dieselgate, proseguita con la guerra dei dazi, la Brexit e il rallentamento della Cina: una miscela esplosiva per un un’economia dipendente dall’export e che la frenata del mercato europeo delle automobili (-3,1% nel primo semestre 2019) potenzia ulteriormente.

A questo si aggiungono norme sulle emissioni inquinanti più stringenti ed onerose che entrano in vigore sullo sfondo di una politica che – in maniera piuttosto miope, a dire il vero – ha condannato a morte il moderno motore diesel, destinandolo a essere gradualmente debellato dalle città. Un vero problema per un’industria, quella tedesca, che ci ha speso miliardi per perfezionarlo e che altrettanti ce ne ha guadagnati sopra nell’ultimo ventennio. Anche se, alla luce dello scandalo emissioni, viene facile invocare il “chi è causa del suo mal…”.

E poi ci sono quelle certezze sul futuro della mobilità elettrica cominciano ad apparire meno solide: se la scommessa, fatta di investimenti miliardari, non andasse a buon fine, il settore tedesco dell’auto ci rimetterebbe l’osso del collo.

Ecco quindi che The show must go on, specie perché il palcoscenico è quello del Messe Frankfurt, dove sono di casa i colossi dell’automotive teutonico, accorsi per dimostrare (anche a loro stessi) che l’auto a zero emissioni è il futuro. Deve esserlo. Volkswagen in particolare toglierà i veli alla ID.3, prima elettrica di serie della marca, grossa come una Golf e pronta ad arrivare sul mercato con prezzi inferiori ai 30 mila euro.

Di ben altra foggia la Porsche Taycan, elettroberlina che lancia il guanto di sfida a Tesla. Mentre in casa Audi va in scena il prototipo AI:Trail, pensato per l’off-road, cui i cugini della Mercedes rispondono con la EQ Concept, che prefigura un’ammiraglia di lusso a elettroni.

Dall’Asia rispondono Honda, con la sua elettrica urbana pensata per il commuting, e Hyundai, con la show-car 45 e la citycar i10. Eppure, le future regine del mercato saranno i B-suv Ford Puma e la Renault Captur, damigelle di sua maestà Land Rover Defender, l’immortale fuoristrada che torna sul trono dopo un esilio iniziato nel 2016.

Sognando Marzullo e la Bovary

Ho sognato Gigi Marzullo che intervistava Madame Bovary, si lei, la protagonista del romanzo di Flaubert! Voi direte, è un personaggio di un libro dell’800, come fa a stare da Marzullo? Boh, però gran bella donna Emma, con quel fascino che solo le donne francesi possiedono, forse per via della erre arrotata. Marzullo era come ipnotizzato dal fascino di Emma “Signora, averla qui a Roma è un onore, un piacere immenso fuori dal comune” – “No un moment Monsieur, è proprio il comune che mi ha invitata e non solo quello di Roma, sto partendo per un tour, starò via mesi, forse anni!” – “Madame, non ha nostalgia della sua casa di campagna?” – “Ascolti signor Marzulló” – “ Marzullo, con due elle” – “ Vabbè c’est la meme chose, Marzulló con due elle, è chiaro che lei legge poco! Io non ce la faccio più a stare in campagna a Yonville con quel noioso di mio marito Charles, ho voglia di evadere dal conformismo della vita borghese e questo da più di un secolo, da quando Flaubert mi ha inventata!” – “Madame questo lo sapevo persino io che non ho tempo di leggere perché sto sempre qui dentro a intervistare cani e porci, scusi l’espressione” – “Perché lo fa?” – “È il mio lavoro, quello che mi ha permesso di uscire dalla provincia” – “Anche lei viene dalla Provence? Aveva aspirazioni letterarie, sentimentali?” – “Mi scusi quella è la sua storia, quella che chiamano bovarismo, a me Flaubert non ha mai scritto un rigo!” – “Se vuole glielo dico io a Gustave, lo faccio inserire nel mio libro a pagina 115, prima del mio incontro con Rodolphe. Così anche lei passerà alla storia della letteratura e la smetterà di intervistare cani e porci. Però Marzulló, se vuole vivere un’altra vita come ho fatto io, deve farmi una promessa, cambiare nome. Nessuno dirà mai Monsieur Marzulló c’est moi!”.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)