Sguardo al Mediterraneo: “È l’immigrazione, stupido”

Ai tempi della Campagna elettorale di Clinton contro Bush, qualcuno aveva avuto una buona idea: nel mezzo di eventi pubblici e di dibattiti, lanciava il grido: “È l’economia, stupido” per ricordare che ogni altro argomento era un vagare nel vuoto.

Molte persone giovani, durante lo strano periodo italiano che ormai ricordiamo come “governo a trazione leghista” hanno adottato il grido clintoniano in una situazione analoga, ma per in uno stato d’animo molto diverso: “È L’immigrazione, stupido”, avrebbero voluto gridare molti volontari, religiosi e laici, se i partiti di qua e quelli di la avessero voluto ascoltarli. Non vi accorgete, avrebbero potuto dire, che ogni vero problema (scuola, lavoro, salute) è abbandonato per gettare sui profughi tutta la forza dello Stato? L’Italia, scrive Jason Horowitz sul New York Time del 3 settembre (prima pagina), è forse il Paese d’Europa più ostile all’immigrazione e più resistente all’integrazione. E racconta, come esempio ultimo nell’accoglienza di immigrati in Italia, una serie di episodi accaduti sulle spiagge italiane durante quest’ultima estate. È ciò che aveva già fatto Claudia Pettini, giornalista che vede ciò che gli altri fingono di non vedere (la vita degli immigrati in Italia) e poichè scrive bene, ne ha tratto un libro importante per gli italiani che verranno dopo e non crederanno che questo sia stato il nostro Paese. Le sue esperienze sono storie di vagabondi che dovrebbero restare in mare, come è accaduto a migliaia di persone, centinaia di bambini, salvati da Ong, pescatori e Marina militare e poi tenuti per settimane fuori, lontani, nel mare in tempesta o nel mare bollente, perchè, se ancora non lo sapete, e fino a quando non arriverà un governo di gente normale, i porti sono chiusi. Chiusi al punto che se qualcuno commette l’errore di salvarti dall’annegare, dopo perde la nave a paga un milione. Teniamo da parte i testi scritti, perchè la memoria è corta e nessuno ci crederà in futuro. Clelia Pettini ha provveduto con un suo libro gentile e intelligente. Che è bello fin dal titolo, Anime sospese (Editore Effigi) e dimostra, nelle incredibili avventure di chi cerca solo un piccolo pezzo di carta di cui ha diritto per non essere arrestato, cacciato o “sgomberato di notte, con i bambini piccoli, se ha trovato un rifugio. Le persone da strana fantascienza che hanno governato fino adesso ci hanno detto chele guerre sono (Siria, Yemen, Somalia) sono finte, gli immigrati che tentano di salvare i bambini sono un grande affare, e che un Paese per bene si deve difendere anche sulle spiagge, infestate di venditori, come ci racconta Horowitz. Ma così come ci fa onore avere volontari che non smettono di pattugliare il mare nonostante le minacce che stranamente il Paese accetta, ci fa onore adesso avere una giornalista come Clelia Pettini che testimonia per un futuro in cui nessuno vorrà credere che tutti hanno taciuto mentre le gente moriva o, se si salvava, veniva abbandonata in strada o cacciata da rifugi fortunosamente trovati.

“È immigrazione, stupido”, è il motto per un Paese che non ha pianificato l’economia, non ha ridotto il debito immenso, non ha costruito una sola scuola, non ha più medici e infermieri negli ospedali, Ma è in grado di pattugliare le spiagge nel caso qualcuno vendesse un foulard. Lo fa con i pochi poliziotti rimasti, che non possono occuparsi di Mafia. Grazie a Clelia Pettini, la sola, oltre al New York Times, a raccontare (con pochi Manconi, Gad Lerner, Saviano, e alcuni preti, tra cui il Papa, mai stati così soli) le storie dell’immigrazione, che nessuno vuole conoscere.

La sfida del governo: togliere li tappo che blocca il Mezzogiorno d’Italia

Sarà pure un governo tutto terrone e zero polentone questo del bis di Giuseppe Conte. La maggioranza dei ministri arrivano prevalentemente dal Mezzogiorno, ci mancherebbe, ma che il Sud abbia subito un contraccolpo – giusto in termini di volontà politica – è innegabile. E nessuno ne parla, anzi. Si sorvola bellamente che quel 4 marzo 2018, col messaggio esplicito di un fatto inedito – per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana l’elettorato meridionale non fa vincere nessun partito di sistema, né Pd e neppure Forza Italia – tutto quel codazzo di soprastanti, di capi cordate e clientele messe all’angolo… oplà: col Conte bis comunque torna in carrozza.

Il significato sfacciato di quel 4 marzo, per quel che riguarda il Sud, era tutto in questo testacoda: il granaio elettorale delle balene altrui – dalla Dc fino al notabilato di oggi in eterna transumanza – per la prima volta si configurava “antagonista”.

Succedeva né più né meno che una rivoluzione: senza violenza, senza forconi, aggirando – soprattutto – l’astensionismo e fabbricando un robusto altolà all’eterno regime dei palazzi. Il M5S è il primo partito nella grande distesa meridionale e Alessandro Di Battista, forte di verità sempre e di sincera sintesi, facendo la somma elettorale col nord può ben dire: “Gli italiani hanno mandato a casa il Pd”.

Il 4 marzo è saltato il tappo che teneva sotto asfissia il Sud ma quello stesso sughero adesso è tornato al posto suo. Non si tratta adesso di leccarsi da terra il latte versato – l’occasione storica di tenere alla larga il vecchio sistema, tutta la melina mannara dell’élite è persa per sempre – ma l’unica cosa nuova da poter dire, nel frattempo che il Sud resta ai margini dell’innovazione, degli investimenti e dei diritti (ebbene sì, il diritto alla modernità quotidiana fatta di sanità, strade e sicurezza) è una domanda: la Restaurazione in atto, con i potenti restituiti al Palazzo, quanto altro danno farà all’intero meridione?

Nel frattempo che s’impedisce l’autonomia regionale al Nord ci si dimentica di toglierla alla Sicilia dove il guaio “differenziato” è immane, con l’ex governatore – l’immaginifico Rosario Crocetta – che va vantandosi di essere stato lui e solo lui l’anticipatore dell’alleanza giallorossa. Non c’è dubbio che il sistema si sia chiuso in se stesso e che mai più si farà scalfire, ma giusto sulle spalle del Sud va a consumarsi, più che un tradimento politico, una disfatta esistenziale. Con i giovani – i dati sono attestati dal rapporto Svimez, urge ripetersi – che se ne scappano via nel numero di milioni e senza riuscire a costruire un blocco sociale che parli a se stesso.

La maggioranza silenziosa per antonomasia è quella assolata che dilaga da Roma in giù ma è certo che dopo aver perso spazio politico questa stessa folla non avrà rappresentazione se la pur smagliante bellezza dei luoghi non coincide con la progettualità e le soluzioni strutturali. Francesco Bruno scolpisce sul blog econopoly de IlSole24ore quella che a tutti gli effetti è, ben più che una constatazione, una cocente accusa: “Le grandi città che un tempo erano capitali di regni, Napoli e Palermo, non riescono a competere con Milano, Bologna e Roma”. C’è una cappa, dice Bruno, “una serie di poteri e sovrastrutture in grado di reprimere il talento e la fantasia; di scoraggiare le iniziative private e sociali”. Appunto, un tappo.

Gli sfigati di settembre: “Io, lasciato tra gli applausi in tv da una Miss Italia”

 

Cara Selvaggia, un’era geologica fa sono stato uno di quegli elementi inseriti nella categoria umana più bistrattata e derisa in questo periodo dell’anno. E cioè il fidanzato di una Miss Italia. Giuro. Noi ex di Miss esistiamo, mangiamo, respiriamo, siamo tra voi. Ci dimenticate in fretta e vi ricordate della nostra esistenza solo una volta l’anno, a settembre, come se noi altri fossimo una festività triste, un giorno dei morti. I morti di sfiga, per l’esattezza. Parte la sigletta, la Mirigliani fa ciao con la manina, la corona viene spolverata, le Miss si scrutano l’un l’altra cercando la nemica da sconfiggere, la giuria ingoia energizzanti per rimanere sveglia fino a mezzanotte e tutto ha inizio, ancora una volta, evocando in me i ricordi di quell’anno funesto in cui dormii per tre giorni in una stanza senza finestre di un alberghetto nella città delle terme. Un alberghetto in cui parenti, amici e fidanzati di ragazzette di belle speranze finivano per guardarsi in cagnesco perché “Mia sorella è più bona di tua figlia” o “La mia fidanzata ha il culo più sodo della tua”. Sembra leggenda ma è così. Io finii per fare amicizia con il padre di una ragazza giovanissima, del Sud Italia, che l’aveva accompagnata perché la mamma non poteva mollare il lavoro. Era un elettricista, mi diceva che l’aveva fatta studiare in una scuola privata, la migliore della città, perché sperava di vederla dottore o avvocato, ma lei era nata con le gambe lunghe e aveva capito che con quelle andava più veloce. Non era triste, era rassegnato, con ironia. Mi diceva: “Spero in silenzio che le venga la cellulite, magari si rimette a studiare!”. Ora veniamo a me. Lei era bella, alta, con un sorriso di quelli che fanno cappottare le automobili. Lo avevo accolto, mesi prima, il suo desiderio di partecipare al concorso con sorpresa, perché mi era sempre parsa poco vanitosa. Avevo protestato per paura e gelosia, lei mi aveva rassicurato sul fatto che era solo un gioco, che avrebbe perso, che saremmo tornati alla nostra vita dopo un’esperienza simpatica. “Ci ameremo sempre!”, mi disse. Io avevo poco più che 20 anni, studiavo come un disperato, nella mia vita avevo conosciuto un solo vip e cioè Little Tony a una festa di piazza, le credetti. Lei vinse. Non riuscimmo a dormire insieme neppure la sera della vittoria. Poi ci furono le foto, le interviste, le manifestazioni sportive, la tv, le ospitate pagate, gli spot, la radio, gli impegni con gli sponsor, gli impegni col concorso, le prove abiti, le prove trucco e gli sms dei calciatori, degli attori, dei conduttori, dei politici sul suo cellulare. Alla fine, per me, non c’era neppure più una stanza in un alberghetto a un km da lei. Mi lasciò una domenica in cui aveva un impegno in tv. La guardai, bastonato, per scorgere in lei qualche segnale di sofferenza, ma era raggiante, bellissima. La conduttrice le domandò di me. Lei rispose: “La mia vita è cambiata troppo, non era facile starmi vicino”. Brutta stronza, la tua vita è cambiata e tu vicino non mi volevi più. La conduttrice sorrise. “Un altro povero fidanzato di Miss Italia che dopo neanche un mese è l’ex di una Miss Italia!”, disse. Applausi, grasse risate. Io piansi. Le inviai un messaggio di cui oggi mi vergogno un po’. Lei oggi è quasi sparita, io alla fine mi sono laureato e guadagno, al mese, il valore della coroncina di diamanti che quella sera finì sulla sua testa. Spero che questa lettera serva a restituire un po’ di dignità alla categoria più sfigata del mese di settembre: gli ex delle miss. Noi esistiamo, e talvolta duriamo più delle nostre ex!

V.

 

Il fatto che la tua ex Miss sia quasi sparita dalle scene non vuol dire, credo, che sia annientata come essere umano. Magari è in Libia che sta mettendo il primo mattonicino per ottenere la pace nel mondo, come da antiche promesse. Tu che ne sai?

 

“Bellucci? Anch’io sono stata scartata per una ragazzina”

Ho letto il tuo articolo su Monica Bellucci. Scusa cara Selvaggia, ma non sono d’accordo. Monica Bellucci, dici, è un essere superiore perché non maltratta pubblicamente il suo ex che ha risposato una ragazzina di 20 anni e ha già avuto una figlia da lei. Dici che Monica a 54 anni è fiera della sua libertà, bella spavalda. Permettimi di dirti che, temo, non sia affatto così. La razionalità le avrà suggerito calma, ma una donna bella come lei non può non soffrire lo sfiorire, la prepotenza della giovinezza altrui, il vantaggio dei 20 anni. Te lo dico perché di anni io ne ho 61 ed ero una di quelle ragazze per cui gli uomini si davano appuntamento all’alba per il duello. Quando mio marito dieci anni fa mi ha lasciata per una ragazzetta di 24 anni bella come il sole, appariscente e seduttiva come mi sembra sia la nuova moglie dell’attore francese, altro che fiera e libera mi sono sentita. Mi sono sentita uno schifìo. Un relitto in fondo al mare, ricoperto di alghe e sabbia nera. Certo, ci sono stati i viaggi in oriente, i nipotini, i corsi di yoga, il giardinaggio, i libri letti. Perfino una piccola storiella durata un anno in cui almeno mi sono imposta di tornare a depilarmi. Però tre anni fa quando il mio ex marito mi ha detto che gli sarebbe nato un figlio, mi sono sentita come se una grossa, unica ruga mi crepasse la faccia nel mezzo, spaccandola a metà come certi vasi che cadono a piombo sul pavimento. Lui ricominciava, io avevo finito per sempre. Quindi chissà cara Selvaggia come si sente nel profondo la Bellucci. Forse è solo una donna triste come me, ma con un vestito più bello, che però le fa compagnia solo sul tappeto rosso.

Marcella

 

Forse. O forse, come ha dichiarato in un’intervista, l’età le ha insegnato a ridiscutere le priorità. Che nel tuo caso mi sembrano i nipotini, le figlie, lo yoga, il giardinaggio. Te stessa, insomma.

 

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Massone e pagano: la destra contro l’umanesimo di Conte (e Bergoglio)

Cosa nasconde il nuovo umanesimo tratteggiato dal premier Giuseppe Conte con il suo nuovo governo grillodem? Magari uno pensa al miracolo che Matteo Salvini non sieda più al Viminale. Invece no. L’umanista Conte arriva addirittura “a negare la parte più importante della Genesi”. Nientedimeno. Non solo: l’umanesimo contiano contiene i germi di una distruzione illuminista e laicista del mondo, paragonabile per questo all’eresia dei Catari e al paganesimo.

La vibrante e dotta reazione arriva da un pulpito autorevole, quello di Ettore Gotti Tedeschi, l’ex banchiere a capo dello Ior che da anni si diletta di teologia. Adesso scrive sulla Verità di Belpietro (e dove sennò?). Ma Gotti Tedeschi non è l’unico a individuare riferimenti anti-cristiani nell’umanesimo del premier.

I media tradizionalisti e anti-bergogliani della destra clericale sono zeppi di invettive contro Conte e anche Bergoglio, accusati insieme di volere, nell’ordine: “Immigrazionismo illimitato, europeismo, diritti-gay, utero in affitto, adozioni gay, Gender nelle scuole”. Un’altra voce nota è quella di padre Livio Fanzaga di Radio Maria, che prevede una nuova Apocalisse provocata dal “nuovo umanesimo in salsa anticristica”. È il “disegno necrofilo di annientamento di un popolo”.

Insomma, il povero Conte, peraltro devoto di Padre Pio, è accusato di voler ridurre la religione a superstizione in nome di un antropocentrismo esoterico e radicale. Qui, ovviamente, rimbalzano le accuse di massoneria, fatte dalla stessa Verità ma anche dal Giornale. La tesi complottista viene infine alimentata dalla dietrologia sui funerali del cardinale Achille Silvestrini – caro a Conte – dove il premier ha salutato papa Francesco. Ergo: “Questo è il governo che voleva Bergoglio”. Per la serie: “Sovranismo uguale Hitler”. E senza dimenticare che gli “ambienti liberali” del cardinale Silvestrini corrispondono a quella “mafia di San Gallo” denunciata da un altro porporato, il belga Danneels. In pratica, la “lobby cardinalizia” che ha voluto l’elezione di Bergoglio.

Umanesimo, massoneria, paganesimo, Conte e Bergoglio: per i farisei salviniani tutto torna.

“Restanza”, la sfida del Sud per il ministro Provenzano

Caro Coen, oggi non ti scrivo perché ho da inviare una lettera a Giuseppe Provenzano, 37 anni, ministro per il Sud del nuovo governo Conte. E allora caro ministro Provenzano, so che le interesserà poco, ma non le nascondo che la sua nomina mi fa ben sperare. Lei è giovane, competente, appassionato studioso dei problemi del Mezzogiorno, ma avrà una montagna da scalare. Senza corde e rampini e con molti nemici pronti a renderle difficile l’impresa. Lei si troverà di fronte agli sciagurati progetti di autonomia differenziata, la secessione dei ricchi, l’arma che ucciderà ogni speranza di rinascita del Sud. E dovrà battersi, ma la avvisiamo che anche nel suo partito, e tra gli alleati di governo, troverà poche orecchie disposte ad ascoltarla. Sulla sua scrivania, caro ministro, c’è una emergenza che va subito affrontata. Il Sud sta morendo dissanguato, non devo ricordare a lei gli ultimi dati dello Svimez sui 2 milioni di uomini e donne che negli ultimi 15 anni sono andati via. Un esodo che per paesi e cittadine del Mezzogiorno ha il sapore amaro della desertificazione. E allora c’è bisogno subito di politiche concrete per bloccare l’emorragia, un piano nazionale per la restanza. Giri per le contrade di Basilicata, Calabria, Campania interna, parli con i sindaci, ma soprattutto con le ragazze e i ragazzi di quei borghi morenti. Cervelli, ma anche braccia di quella “generazione sotto sequestro” che ha perduto ogni speranza. Convinca i presidenti delle Regioni a far convergere tutte le risorse (e sono tante) in piani di lavoro straordinari. Metta a disposizione la sua personale sapienza e la preparazione tecnica degli uffici del suo ministero. Lanci l’idea di piani straordinari di trasporto pubblico in grado di riconnettere le aree urbane a quelle più interne. Si proponga come volto di una nuova speranza per il Mezzogiorno. Si può fare, e forse possiamo farcela.

Una “paciada” per Gianni Brera, nato cent’anni fa

In auto da Roma a Milano con Gianni Brera, lo vedevo ogni tanto sorseggiare del whisky. Passata Firenze, mi intimò: “Leos” (mi chiamava così) “non sei un vero uomo se non bevi anche tu’!”. “Ma sto guidando…”. “Ci fermeremo a cena da Biagi, a Casalecchio. Poi riprendiamo la strada, è tutta dritta…”, disse furbo, come quando giocavamo a “brischetta chiamata” insieme al figlio Carlo, a Mario Soldati e Luigi Veronelli, “dovesse succederci qualcosa, spero che dopo non affliggano i vivi con le solite rimembranze…voglio che le zolle della mia terra siano davvero lievi…”. Detestava la retorica ineluttabile dei ricordi, li temeva più dell’oblìo.

Così, per ricordarlo nel centenario della nascita, abbiamo fatto festa, a San Zenone Po, dove Brera era nato l’8 settembre del 1919, giusto una settimana prima di Fausto Coppi. Un pienone. Nel rispetto della Regola Breriana N°1, la festa si è conclusa con la Paciada. La Mangiata golosa. Vino dell’Oltrepò, riso alle rane, ravioli alla Pavese… in diretta con la Domenica sportiva. All’oratorio San Luigi hanno presentato un bel libro fumetto: “Brera ha cent’anni” (Pmp edizioni di Lodi). Realizzato da Bassaioli come il Gioann. Filo conduttore, un’intervista (vera) di Andrea Maietti. Scrisse un basilare saggio su “il calciolinguaggio di Gianni Brera”, (Lodigraf, 1976). Ovvia, quindi la consulenza lessicale e storica per i disegni e i testi di Alessandro Colonna. Francesco Dionigi (suo “Ci tuffavamo dopo il maiale”, 2017 Lodigraf, racconti ambientati nella Bassa) il regista. Brera non è che amasse i fumetti, ma li capiva: “Sono mezzi narrativi spicci ed agevoli (…) il cervello umano è pigro, se si trova il modo di toglierlo un tantino dal limbo vegetativo, evviva il modo, quale esso sia!”. Emblematica una vignetta: “Sono stato povero nel senso di non miserabile…”. Maietti gli chiede: cosa posso dire ai miei studenti? “Ai giovani bisogna dare un motivo di vita. Dì loro che lavorino sodo. Non possono fare altro per riscattarsi dalla jattura di essere nati in questo nostro troppo lungo scombiccherato paese”.

Razzismo & calcio. È colpa di tutti

Koulibaly, che oltre ad essere senegalese ha l’aggravante di vestire la maglia del Napoli, da cinque anni viene accolto negli stadi italiani con cori irridenti e versi della scimmia: un martirio che il buon Kalidou ha deciso di accettare e portare avanti in silenzio. Non così Lukaku: che ai primi buuu di dileggio ricevuti nella sua prima trasferta a Cagliari non ha perso tempo e ha scritto una lettera aperta al calcio non solo italiano, ma mondiale. “Molti giocatori nell’ultimo mese sono stati vittime di abusi razzisti. A me è successo ieri. Il calcio è un gioco che deve far felici tutti e non possiamo accettare nessuna forma di discriminazione. Spero che tutte le Federazioni del mondo reagiscano duramente contro tutti i casi di discriminazione!!!’’.

Purtroppo Lukaku non conosce il calcio italiano: se gliel’avessero spiegato, forse all’Inter non sarebbe mai venuto. Non sa, il bomber belga di origine congolese, che la Figc è l’unica Federazione al mondo ad avere avuto un presidente squalificato per 6 mesi per razzismo, sia da Uefa che da Fifa, dopo la famosa dichiarazione: “Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio”. Mangiava le banane. Come le scimmie evocate dai cretini in curva. Non sa, il pupillo di Antonio Conte, che in Italia anche i club flirtano da sempre con i razzisti da stadio. Sembra una barzelletta, ma la Juventus, nelle conclusioni della sua ricerca “Colour? What colour? Relazione sulla lotta contro la discriminazione e il razzismo nel calcio”, presentata nel 2015 a Parigi nella sede dell’Unesco, ha affermato che “l’insulto collettivo basato sull’origine territoriale sia difficilmente sradicabile con l’applicazione di veti e sanzioni”, per cui “la decisione più saggia consiste forse nel tollerare, temporaneamente, queste forme tradizionali di insulto catartico” (cioè liberatorio, purificatore). In Inghilterra se un tifoso mette in atto un comportamento discriminatorio viene arrestato e radiato, in Italia viene blandito perchè dare dello scimmione a un calciatore di colore è considerato “catartico”. Non sa, Lukaku, che anche i calciatori sono conniventi. A Cagliari un anno fa i buuu colpirono Kean, della Juve, che reagì con un’esultanza polemica dopo un gol: Bonucci a fine match andò in tv a dire che metà della colpa era sua. Conniventi sono anche i media. Dopo Cagliari-Inter, l’inviato di Repubblica, Franco Vanni, ha avuto la malaugurata idea di chiedere a Conte cosa ne pensasse dei buuu a Lukaku ed è stato zittito e insolentito dai colleghi della stampa locale al grido di “Cazzo dici!”.

Non sa, il buon Romelu, che a stendere tappeti rossi ai razzisti ci sono gli arbitri, che fingono sempre di non vedere e di non sentire: e se uno non si adegua e sospende la partita, come Gavillucci in Sampdoria-Napoli del 13/5/18, tempestata da cori pro-Vesuvio e anti-Koulibaly, a fine stagione viene messo alla porta. E se Lukaku pensa che a salvarci saranno un giorno i bambini, meglio non si illuda. Non più tardi di un anno fa la Juventus si è vista squalificare 25 ragazzini dell’under 15 (bambini, praticamente) che dopo aver battuto il Napoli intonarono e diffusero in rete il coro: “Abbiamo un sogno nel cuore: Napoli usa il sapone”.

Federazione, club, calciatori, giornalisti, arbitri, giovani promesse: i razzisti sono tra noi, il razzismo siamo noi. Lukaku, salvaci tu!

Fermare le stragi negli Usa si può, ma tocca alle aziende

Bisogna pagare i proprietari di armi d’assalto per evitare che facciano nuove stragi? La proposta anima il Partito democratico americano, i candidati si preparano al dibattito tv di giovedì e avanzano le loro proposte. Visto che ormai hanno consenso soltanto nelle grandi città e considerano perse le aree rurali più armate, un po’ tutti spingono per maggiori controlli. Kamala Harris, Cory Booker e Beto O’Rourke, suggeriscono il “riacquisto obbligatorio”: chi ha armi d’assalto dovrebbe consegnarle alle autorità in cambio di denaro. É una pratica comune dopo le guerre, per stabilizzare il Paese e ridurre il rischio di violenza. C’era un progetto italiano simile (dai risultati scarsi) anche nella Libia post-Gheddafi. Ma è difficile immaginare che un ventenne abbastanza squilibrato da progettare un massacro si senta vincolato a riconsegnare il mitragliatore appena comprato sul web.

Idee alternative come la creazione d un registro nazionale dei possessori di armi, con autorizzazioni preventive, sembrano poco realistiche in un Paese federale e con una pubblica amministrazione frammentata come gli Stati Uniti.

Questa settimana il Congresso torna a discutere il piano appoggiato dal presidente Donald Trump, che i giornali chiamano “red flag”, bandiera rossa: sostegno finanziario agli Stati che applicano una misura preventiva anti-stragi che prevede il sequestro delle armi ai soggetti che manifestano segni di squilibrio che potrebbero spingerli a un uso poco responsabile di pistole e fucili (ammesso che ne esista uno responsabile). Alcuni Stati come il Connecticut o l’Indiana hanno già leggi simili da oltre un decennio. Ma sembra difficile che possano fermare le stragi: individuare i soggetti a rischio è arduo, soprattutto oggi che fucili e munizioni si possono comprare via web.

Nell’anno elettorale Trump non vuole certo inimicarsi la potente lobby degli americani armati, la Nra. I controlli “bandiera rossa” sono il male minore per la lobby: le vendite continuerebbero senza limiti o quasi e verrebbe sancito per legge che il problema sono gli squilibrati, non la facilità di accesso a fucili e pistole semiautomatiche.

Il giornalista del New York Times Andre Ross Sorkin, la firma più prestigiosa delle pagine finanziarie, si è convinto da tempo che la soluzione al dramma delle armi deve arrivare dalle imprese, non dalla politica. Anche perché non c’è confronto tra la forza della lobby delle armi e quella delle vittime: secondo i dati di OpenSecrets.org, tra 1998 e 2018 i sostenitori del diritto al possesso delle armi hanno speso 149 milioni di euro per fare lobbying a Washington, le associazioni che spingono per limiti e controlli soltanto 21 milioni.

Sorkin si appella allora agli amministratori delegati, che dopo ogni massacro scrivono tweet indignati ma fanno poco di concreto. Il mercato delle armi è integrato come tutti gli altri: coinvolge le società finanziarie che gestiscono le carte di credito dei futuri stragisti, le piattaforme on line che vendono le armi, intere o a pezzi, i produttori degli smartphone su cui avvengono le transazioni, i corrieri che consegnano il tutto a casa, i supermercati che espongono il prodotto sugli scaffali. Quando Ed Stack, amministratore delegato di Dick’s Sporting Goods, ha deciso di non vendere più armi nei suoi negozi è cambiato poco, è una catena troppo piccola per condizionare il resto del sistema. Ma Wal Mart è un gigante da 12.000 negozi e 2,2 milioni di dipendenti. E può fare la differenza.

Il 3 agosto il 21 enne Patrick Crusius ha ucciso 22 persone e ne ha ferite 24 a El Paso, proprio dentro un supermercato Wal Mart. Pochi giorni prima un’altra strage in un altro negozio, in Mississippi, con due dipendenti morti. L’amministratore delegato di Wal Mart, Doug McMillon, ha scritto allora una lettera aperta a dipendenti, azionisti e clienti per dire che “lo status quo è inaccettabile”. Già in passato Wal Mart aveva messo limiti alla vendita di armi più stringenti di quelli previsti dalla legge, come il divieto di acquisto per i minori di 21 anni e un minimo di controlli preventivi sull’acquirente. Ora annuncia che la catena di supermercati più grande d’America smetterà di vendere alcuni fucili d’assalto e relative munizioni, il tipo di armi con è difficile andare a caccia nei boschi ma è facile fare una strage.

Prima di fare l’annuncio, McMillon ha informato Ross Sorkin del New York Times. Il prossimo passo, sostiene il giornalista, è che Wal Mart usi il proprio potere contrattuale con i fornitori per metter in difficoltà tutta la catena logistica che fa arrivare le armi agli stragisti. Per esempio potrebbe rivedere i suoi accordi con Wells Fargo, la banca della lobby Nra, o premiare i gruppi finanziari che impediscono di usare le proprie carte di credito per comprare munizioni on line.

Altri amministratori delegati stanno facendo timidi passi nella stessa direzione, come Tim Cook che ha bloccato Apple Pay per l’acquisto di armi via web (ma non nei negozi). I top manager sembrano più efficaci del politici nel prevenire le stragi. Almeno finché i loro clienti e i loro azionisti li sosterranno.

“Un miliardo per l’innovazione ma ci vuole più trasparenza”

L a strada per ridurre i costi della salute è la trasparenza dei prezzi dei farmaci e ricoveri più appropriati. Il presidente della commissione Sanità del Senato, Pierpaolo Sileri ne è convinto. Prezzi e trattative per l’acquisto dei farmaci, infatti, sono secretati. E ci sono ancora troppi pazienti terminali con il cancro che anziché essere assistiti a casa o negli hospice finiscono inutilmente in un letto di ospedale con enormi costi per il Ssn.

In Italia i farmaci antitumorali sono la categoria a maggior impatto sulla spesa pubblica. L’elevato costo di questi medicinali sta mettendo a rischio la sostenibilità del nostro Sistema Sanitario?

L’accesso alle terapie innovative è un grande problema. A livello mondiale. E visto che non disponiamo di risorse illimitate le terapie devono essere efficaci e l’innovazione deve essere veramente tale altrimenti non sarà più possibile per il sistema affrontare il costo delle nuove cure. Il nostro impegno è quello di promuovere il sistema del payment by results in cui le aziende vengono remunerate esclusivamente a fronte dei pazienti che hanno ricevuto reali benefici dal farmaco. Tra l’altro nei prossimi anni assisteremo a un incremento costante della popolazione anziana e il carico dell’assistenza sanitaria e sociale in campo oncologico diventerà più pesante: nel 2012 erano 2,5 milioni i pazienti con storia di cancro, nel 2020 saranno circa 4,5. Il vero problema in Italia è la disponibilità di budget non abbastanza sufficiente a soddisfare la richiesta di salute e la capacità di efficientare il sistema riducendo gli sprechi. Quante tac o risonanze magnetiche sono prescritte senza nessun significato clinico? E le richieste improprie dei marcatori tumorali? Alla definizione del budget nazionale per l’oncologia si deve accompagnare un nuovo modello di assistenza, meno centrato sull’ospedale e più orientato al domicilio o all’hospice. Il 30% dei pazienti con cancro muore in strutture destinate al contrasto di patologie acute, generando gravi sofferenze umane e sottraendo posti letto a malati in fase acuta.

Il 28 maggio l’Oms ha approvato la risoluzione presentata e voluta dal ministero della Salute con il supporto di Aifa, per una maggiore trasparenza ed equità dei prezzi. Perché è un traguardo importante?

Perché potrebbe portare a una più ampia condivisione pubblica dei prezzi dei farmaci pagati dai governi, a maggiori informazioni sui brevetti farmaceutici così come sui risultati delle sperimentazioni cliniche e su tutto ciò che determina il prezzo del farmaco. Per avere un mercato più competitivo e innovativo e quindi comprare più salute a parità di risorse.

I due fondi speciali da 500 milioni di euro l’anno ciascuno per il finanziamento dei farmaci innovativi, oncologici e non, potranno essere mantenuti in futuro?

È fondamentale che lo siano. Questa nuova generazione di trattamenti rappresenta una svolta storica. Dai dati Aifa emerge che i fondi per l’acquisto dei farmaci innovativi sono stati quasi interamente usati, questo a conferma dell’importanza del finanziamento. Garantire l’effettività delle disposizioni nazionali che già prevedono e promuovono la disponibilità automatica alle terapie innovative è il nostro obiettivo, prevedendo l’inserimento automatico nei Prontuari terapeutici regionali in modo che il paziente possa accedere rapidamente alla terapia.

Sanità insostenibile per le cure anticancro

I costi allucinanti dei farmaci di ultima generazione, soprattutto per il cancro e le malattie rare, stanno minando la sostenibilità dei sistemi sanitari a livello planetario. Facendo crescere l’apprensione dell’Organizzazione mondiale della sanità, che in un report di dicembre ha evidenziato come i prezzi esorbitanti dei farmaci oncologici non siano giustificati dai costi di ricerca e sviluppo sostenuti dalle aziende produttrici (per ogni dollaro investito c’è un guadagno medio di 14,50 dollari), ma dipendono dall’abilità dell’impresa di massimizzare i profitti. Negli Stati Uniti il costo medio annuo di un trattamento anticancro nel 2000 era di 10mila dollari, nel 2014 più di 100mila. Fino ai 475mila di oggi per le Car–T, terapie rivoluzionarie che usano le cellule del paziente modificate geneticamente per distruggere quelle tumorali.

In Italia la spesa per gli antitumorali è salita da 3,3 miliardi di euro nel 2012 a più di 5,6 miliardi nel 2018. “Se non si cambiano le regole del gioco – avvisa il direttore dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Luca Li Bassi – le spese diventeranno proibitive”. Il nuovo costa di più, ma non sempre è meglio del vecchio. Dal 2006 Aifa ha previsto, per alcuni farmaci ad alto costo o approvati con incertezze, accordi basati sui risultati (per offrirli rapidamente ai malati senza cura): le aziende devono rimborsare chi non risponde al trattamento. Un meccanismo virtuoso “un po’ abbandonato negli ultimi anni e che sicuramente verrà incrementato” assicura dagli uffici dell’Aifa. I primi di agosto è stato applicato alla prima terapia a base di Car–T in Italia (circa 300mila euro a paziente).

 

Rimedi cari e inefficaci

Secondo uno studio pubblicato nel 2017 sul British medical journal, di 68 farmaci oncologici autorizzati dall’Agenzia europea del farmaco (Ema) tra il 2009 e il 2013 appena il 35 per cento ha dimostrato di prolungare la sopravvivenza (di tre mesi) e il 10 per cento di migliorare la qualità della vita al momento dell’approvazione. E dopo 5 anni sul mercato poco più della metà è risultato più efficace delle molecole precedenti o dell’effetto placebo. Un altro lavoro, uscito il 10 luglio sul British medical journal, spiega che l’Agenzia tedesca per la valutazione dei medicinali ha rilevato l’assenza di benefici aggiunti in 125 dei 216 nuovi farmaci (di cui 82 oncologici) entrati in Germania tra il 2011 e il 2017. “L’innovazione tra i nuovi farmaci è limitata e difficile da riconoscere, il che alimenta false speranze. Bisogna chiedersi perché, non far finta di niente – va dritto al sodo Luca Li Bassi –. Al momento dell’autorizzazione si valuta il beneficio della nuova molecola sulla base di dati limitati. Le aziende produttrici presentano all’Ema solo gli studi secondo loro più appropriati a provare efficacia e sicurezza. Non ci sono controlli da parte dell’autorità e non c’è la possibilità di avere accesso a tutte le informazioni necessarie su rischi e benefici. In alcuni casi sappiamo già che gli studi sono pochi e incompleti, per i farmaci orfani per esempio, quelli cioè per le malattie rare essendo difficile reclutare i pazienti. O per i biologici, ottenuti da sostanze viventi che colpiscono direttamente le cellule malate, perché si sa ancora poco dello sviluppo della malattia. E, in assenza di test solidi, capita che vengano prescritti anche a pazienti sbagliati”. Uno studio italiano del 2013 ha dimostrato che un farmaco biologico per il tumore al polmone funzionava solo sui soggetti con la mutazione del gene Egfr (il 10 per cento di tutti i casi). Sugli altri è stata osservata una sopravvivenza media al trattamento di 5,4 mesi, inferiore a quella dei pazienti trattati con chemioterapia (8,2 mesi). E una possibilità di regressione del tumore del 2%. Con la chemio del 14. “Dobbiamo pretendere l’obbligo di studi comparativi di superiorità prima dell’immissione in commercio – continua Li Bassi –, non bastano quelli sull’equivalenza o non inferiorità rispetto alle vecchie molecole. E decisivo è il contributo degli enti di ricerca indipendenti”. Oggi a finanziare il percorso che porta a una conoscenza completa delle nuove terapie è il Servizio sanitario nazionale: “Lo Stato acquista e somministra questi medicinali scoprendo in certi casi che sono inutili. Potremmo risparmiare qualche anno di rimborsi se l’azienda completasse test clinici più esaustivi”, chiosa Li Bassi.

 

Speranze “di precisione”

Ci sono due grandi categorie di farmaci antitumorali innovativi: a bersaglio molecolare e gli immunoterapici (che usano il sistema immunitario per sconfiggere la malattia). Entrambi hanno spalancato la porta alla medicina di precisione, che considera ciascun tumore unico, classificandolo non più in base alla zona dell’organismo ma rispetto alla mutazione del dna e dei geni coinvolti. I medici vedono il bicchiere mezzo pieno, ma non sono meno preoccupati. Stefania Gori, direttore dell’Oncologia dell’ospedale Sacro Cuore–Don Calabria di Negrar (Verona) e presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica, avverte sulla necessità “di accedere ai dati complessivi sui benefici e i livelli di tossicità dei farmaci ad alto costo registrati dai clinici nelle schede di monitoraggio inviate ad Aifa per capire quanto si discostano da quelli delle aziende e selezionare le cure migliori e le categorie di pazienti a cui sottoporle, evitando grossi sprechi”.

La stessa Aifa ci fa sapere che possiede “una miniera di dati” ma che “per carenza di personale non è riuscita ancora a rielaborare”. “Con poche informazioni facciamo fatica a individuare le tipologie di pazienti idonei a queste terapie – dichiara Gori – Inevitabilmente dunque li somministriamo anche a chi non può trarne vantaggio”. “Se gli studi clinici per l’approvazione del farmaco sono un punto di arrivo per le aziende, per noi sono soltanto l’inizio – incalza Massimo Di Maio, professore di Oncologia all’università di Torino e responsabile dell’Oncologia all’ospedale Mauriziano del capoluogo piemontese – Il campione è molto selezionato, sono escluse di solito le persone anziane e con più patologie. Il mondo reale però è molto più complesso: chi ha il cancro può essere cardiopatico e diabetico e avere più di 75 anni. Quindi le aspettative di successo del farmaco si riducono”.

 

Gli “allungavita”

Ciò nonostante molti dei nuovi farmaci hanno dato risultati straordinari. “Grazie all’immunoterapia – spiega Di Maio – il melanoma può essere tenuto sotto controllo, mentre un tempo con la chemioterapia l’aspettativa di vita era di pochi mesi, e il 20–30% di chi ha un carcinoma al polmone in stadio avanzato è ancora vivo 5 anni dopo averlo scoperto contro il 5% di una volta. Per merito delle terapie a bersaglio molecolare, invece, le donne con un tumore al seno causato dall’alterazione del gene Her2 guariscono più facilmente”.

La spesa in crescita per gli antitumorali, fa notare Giovanni Apolone, direttore scientifico dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, “è in parte dovuta anche all’aumento della prevalenza di pazienti con storia di cancro: 3,4 milioni nel 2018 rispetto ai 2,2 milioni nel 2006. E al maggior numero di guarigioni e farmaci usati per singolo paziente. Tanto che 20 anni fa era vivo a 5 anni dalla diagnosi il 40% dei malati, oggi il 60. Ma – insiste – questo non giustifica i prezzi alti dei medicinali. Non conoscendo i biomarcatori, cioè le modificazioni genetiche correlate alla neoplasia, dei pazienti adatti alla cura, dovremmo trattare tutti senza sapere come potranno reagire. L’industria ha fretta di produrre e non ha interesse che vengano identificati, ma noi ne abbiamo bisogno”.

Giorgio Scagliotti, direttore del dipartimento di Oncologia all’Università di Torino e primo oncologo italiano presidente dello Iaslc (International association for the study of lung cancer), la società scientifica internazionale per lo studio del tumore del polmone, sostiene che l’unica via per assicurare la sostenibilità dei sistemi sanitari sia proprio “l’implementazione della medicina di precisione”.

Attraverso “lo sviluppo di test diagnostici per definire il sottogruppo di pazienti che per le loro caratteristiche biologiche sono in grado di trarre più benefici dai trattamenti innovativi”. “Resta un dovere introdurre anche i nuovi farmaci per le malattie rare benché suffragati da studi incompleti – conclude Scagliotti – riguardando alterazioni genomiche pochissimo diffuse non potranno mai contare su un largo campione”.