Greco: “Nelle cassette di sicurezza un tesoro su cui mettere le mani”

Come risollevare l’esangue Fisco italiano? Il Procuratore capo di Milano, Francesco Greco, ha spiegato la sua ricetta venerdì 30 agosto alla festa per i 10 anni del Fatto: “La politica dovrebbe dare un segnale forte sulla lotta all’evasione, prima emergenza criminale del Paese. Nelle cassette di sicurezza ci sono 200 miliardi che si possono recuperare. Tutti evasori”.

Secondo alcuni analisti, questa stima potrebbe essere esagerata (è pari al contante che circola in un intero anno in Italia), ma altri invece la ritengono plausibile. Le cassette di sicurezza, in Italia e all’estero, sono spesso usate da evasori e criminali per nascondere grandi somme di cash. Proprio la richiesta di questi servizi, così come la frequenza delle visite alle cassette di sicurezza, è però già da anni tra gli “indicatori di anomalia” che i dipendenti bancari italiani devono analizzare per effettuare segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio (le “Sos”) all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia.

Le somme nascoste nelle cassette di sicurezza dunque potrebbero essere anche molto più elevate, specie se si considerano quelle che gli italiani hanno aperto in altri Paesi: ma non sono sempre al sicuro, nemmeno in Svizzera. Come ci segnala un avvocato milanese esperto di questioni transfrontaliere, che chiede di restare anonimo: negli ultimi anni infatti sono cresciute non solo le commissioni e i costi imputati sui conti italiani dalle banche elvetiche, ma anche la conflittualità tra istituti di credito e depositanti italiani. Lo scontro è andato di pari passo con gli accordi bilaterali firmati tra Roma e Berna per recuperare base imponibile evasa o elusa: in alcuni casi le banche svizzere hanno bloccato le operazioni o i conti di italiani non in regola con il Fisco. Gli intermediari svizzeri si sono spesso giustificati dicendo di voler evitare rischi legali, ma dietro l’ipocrisia c’era il loro tentativo di arrestare l’emorragia di capitali “in nero”. Con l’approssimarsi della collaborazione sui dati finanziari tra Italia e Svizzera, infatti, dall’ex paradiso fiscale molti clienti con più di un segreto da nascondere sono fuggiti verso altri approdi che garantiscono riservatezza bancaria, come gli Emirati Arabi, Singapore, Panama o alcune isole dell’Oceano Pacifico e Indiano. Da qui è nata la crisi di molte piccole e medie banche svizzere che nei decenni precedenti avevano fatto fortuna sull’esportazione di capitali sottratti al Fisco italiano. A testimoniare queste vicende sono numerose sentenze pronunciate dal Pretore di Lugano nel triennio 2014-2016, prima della voluntary disclosure, che hanno riguardato il rifiuto di banche del Canton Ticino di eseguire ordini di prelievo o di bonifico di italiani che non avevano regolarizzato la loro situazione fiscale. I casi erano molto diversi, per cui in alcune situazioni la sentenza è stata favorevole alle banche, bloccando di fatto conti e operazioni, mentre in altre è stata invece a favore dei clienti italiani. Le due uniche sentenze del Tribunale Federale svizzero sinora note hanno invece dato ragione ai clienti italiani, che hanno così potuto riappropriarsi dei loro soldi, per quanto non tax compliant.

Evasione&riciclaggio: più controlli in banca

In Italia gira un sesto di tutto il contante dell’eurozona: oltre 205 miliardi sui 1.300 in circolazione. A spingere la crescita del fenomeno è soprattutto la diffusione dell’evasione fiscale e delle mafie, che per nascondersi e riciclare hanno un bisogno vitale di cash. Banca d’Italia infittisce i controlli, ma per asciugare davvero il fiume di denaro dove sguazzano criminali ed evasori occorrono leggi più severe.

L’ultima stretta l’ha decisa l’Unità di informazione finanziaria (Uif), l’autorità antiriciclaggio della Banca d’Italia. Da lunedì 2 settembre tutte le banche e gli intermediari finanziari dovranno monitorare mese per mese l’uso dei contanti dei clienti e comunicare alla Uif tutti i movimenti in entrata o uscita, anche frazionati, pari o superiori a 10mila euro. Il nuovo obbligo è stato previsto nel 2017 con le modifiche al testo base delle norme antiriciclaggio, ma è stato introdotto dalla Uif il 28 marzo. Banche, assicurazioni, intermediari, professionisti e commercianti restano comunque obbligati a inviare alla Uif le segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio (“Sos”) per transazioni di importi anche inferiori, e non solo in contanti, in caso di “anomalie” rispetto all’operatività “normale” dei clienti, così come resta in vigore il divieto per i privati di usare i contanti per transazioni pari o superiori a 3mila euro.

Il fatto è che in giro c’è sempre più cash. Secondo la Bce, dall’introduzione dell’euro (gennaio 2002) al luglio scorso il numero di banconote in euro in circolazione nell’Eurozona è triplicato da quasi 7,9 a 23,1 miliardi di pezzi, mentre il loro valore è più che quintuplicato passando da 221,5 a 1.251 miliardi. Nello stesso periodo, sono quasi quadruplicate da 38,1 a 133,4 miliardi le monete, il cui valore è più che raddoppiato da 12,3 a 29,6 miliardi. Dal 2002 al 2017 il valore del contante in percentuale sul Pil dell’area dell’euro è così più che raddoppiato, mentre nello stesso periodo negli Usa è aumentato “solo” del 20%. Lo spiega Michele Gianmatteo dell’Uif nello studio “L’uso di contante e il riciclaggio: un’analisi del caso italiano su dati disaggregati” pubblicato a luglio, che analizza l’aumento della diffusione del contante sul territorio per mappare i rischi di riciclaggio.

L’analisi rileva che l’uso del contante in Italia è assai elevato: nel 2016 il cash è stato usato nell’86% delle transazioni per un valore pari al 68% del totale, contro una media Ue pari rispettivamente al 79 e al 54%. Dietro il fenomeno c’è la pervasività delle mafie: il contante è il mezzo preferito dai criminali. In Italia, le stime sul “valore” dell’economia mafiosa nel 2014 oscillavano dal 2 al 12% del Pil, con la maggior parte delle ipotesi orientate verso la parte alta dell’intervallo: il valore ipotizzato andava dai 27 ai 194 miliardi. Ne discende la somma riciclata: sebbene non si possa dire che tutte le operazioni di “lavaggio” di denaro sporco comportino il contante, si può affermare però che il cash è importante. Secondo Gianmatteo a favorire la diffusione del contante in Italia è stata anche la crisi finanziaria del 2008-2011, che ha spaventato gli investitori spingendoli a privilegiare la liquidita e ha spinto la Bce a una politica monetaria espansiva.

L’analisi è stata condotta sul database dei Rapporti antiriciclaggio aggregati (Sara). La legge antiriciclaggio impone alle banche e agli intermediari di segnalare mensilmente all’Uif, tutte le transazioni superiori a 15mila euro, dopo averle aggregate per filiale, cliente settore e tipo di transazione. Nel 2015, l’anno analizzato, l’Uif ha ricevuto 101 milioni di stringhe di dati, corrispondenti a 329 milioni di transazioni per un valore di 21mila miliardi di euro.

Lo studio dimostra che più cash circola in un territorio, meno cresce l’economia locale e più prospera il “sommerso”. Gianmatteo ha elaborato indicatori di rischio di riciclaggio a livello di singolo comune e provincia: la distribuzione geografica del rischio coincide con i dati sul riciclaggio (il numero di Sos inviati alla Uif), con la presenza di organizzazioni mafiose, confermata dalle indagini dei Ros dei carabinieri, e con gli indicatori di attività criminale (numero di denunce per estorsione, traffico di stupefacenti, riciclaggio e associazione mafiosa). I risultati dell’indagine “accendono” di spie rosse le regioni d’origine delle mafie (Sicilia per cosa nostra, Calabria per la ‘ndrangheta, Campania per la camorra, Puglia per la sacra corona unita) e quelle dove le mafie hanno attecchito: Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Umbria, Lazio. L’analisi ha stilato una lista di 100 comuni a rischio riciclaggio e può aiutare a orientare il contrasto della Uif, degli inquirenti e delle banche.

Lo studio della Uif trova riscontro nella quarta edizione annuale dell’Osservatorio Cashless Society, realizzato dal gruppo di lavoro The European House – Ambrosetti, che ha analizzato i dati del 2018 sui pagamenti elettronici e ha messo a punto strumenti per comparare l’Italia con altri Paesi. Tra questi ci sono il Cash Intensity Index (Cii, l’indice di intensità del contante, calcolato come rapporto tra il valore del contante in circolazione e il Prodotto interno lordo), elaborato a partire dal 2016 per misurare l’incidenza del contante su Pil in 85 Paesi, e il Cashless Society Speedometer (Css), un indicatore dinamico che assegna un punteggio su una scala da 0 a 100 a seconda della velocità con la quale ciascun Paese dell’Unione Europea adotta politiche mirate a raggiungere entro il 2025 la cashless society, la società senza contanti.

Secondo l’osservatorio 2019, l’Italia resta tra le 35 peggiori economie al mondo per valore del contante in circolazione rispetto al Pil. Con un aumento che dura da un decennio, nel 2018 il contante in circolazione ha raggiunto i 205,7 miliardi, in crescita del 60% rispetto ai 127,9 miliardi del 2008. Anche il valore dei prelievi al bancomat è più che raddoppiato dai 98 miliardi del 2008 ai 198 miliardi nel 2017. In questo periodo, il tasso medio composto annuo di crescita dei prelievi di contanti dai bancomat è stato pari all’8,1% in Italia, quasi quattro volte maggiore rispetto al 2,1% in Germania e incomparabile rispetto al calo dell’1,3% medio annuo nel Regno Unito.

L’Italia resta così tra i Paesi con la maggiore incidenza del contante sul Pil. Su 95 economie analizzate dall’osservatorio, il nostro Paese è 32° per incidenza del contante misurata dal Cash Intensity Index, con un valore pari all’11,8% del Pil, lo 0,8% in più rispetto alla media dell’Eurozona. L’indicatore di transizione alla società senza contanti (il Cashless Society Speedometer, Css) dimostra che l’Italia non ha una “velocità” adeguata per poter raggiungere l’obiettivo fissato entro il 2025 ma, al contrario, sta addirittura rallentando la propria corsa rispetto ai migliori Paesi europei (Svezia, Danimarca e Regno Unito). Nel 2018 l’Italia ha ottenuto infatti un punteggio calato a 8 dall’8,4 del 2017. A questa velocità, e ipotizzando che gli altri Paesi restino fermi, il nostro Paese raggiungerebbe l’attuale media Ue solo nel 2040, ma se gli altri Paesi procedessero alla loro velocità attuale, l’Italia raggiungerebbe l’attuale media europea solo nel 2110.

L’osservatorio afferma così che “il sistema-Paese necessita di un’azione per disincentivare l’utilizzo del contante e favorire l’emersione del sommerso” e indica tre scenari che consentirebbero di fare emergere entro il 2025 tra gli 11,3 e i 63,5 miliardi di “nero” e recuperare tra i 6 e i 28 miliardi di Iva non dichiarata. In Italia l’economia non tracciata ammonta a circa 210 miliardi l’anno, pari al 12,4% del Pil, di cui 192 miliardi generati dal “nero” e il resto legato ad attività criminali. L’evasione dell’Iva ammonta a 35,9 miliardi, pari al 25,9% del totale riscuotibile e al 2% del Pil, il record nell’Unione Europea, anche se è lievemente diminuita rispetto al picco del 2013 quando valeva 40,4 miliardi. Per realizzare questi obiettivi, conclude l’indagine dello studio Ambrosetti, non bastano maggiori controlli: occorre che il legislatore torni ad abbassare la soglia del divieto all’uso del contante per i privati ai livelli precedenti al 2016, quand’era fissata a 1.000 euro rispetto ai 3mila attuali.

21 anni senza Lucio Battisti. Che ci ritorna in mente…

Portò Grazia Letizia alla biblioteca della parrocchia di San Babila. Era la loro prima passeggiata: tre anni in anticipo su quanto dicono le biografie, il Sanremo ’68 in cui Lucio andò come autore de La farfalla impazzita. A quel punto si amavano già da un po’, la ragazza che lavorava nel Clan di Celentano e il ragazzo salito a Milano per studiare Economia ma anche per tentare la sorte nel mondo discografico dell’Età dell’Oro. A metà dei Sessanta Battisti aveva incontrato le persone decisive della sua vita. Giulio e Grazia Letizia, il socio di scrittura e la futura moglie, ancor oggi divisi da una querelle sulla memoria e sui diritti di edizione del cantautore di Poggio Bustone. Che era un “cantautore”, appunto, ma atipico. Un genio che metteva a soqquadro i frusti cliché del pop italiano d’antan, a patto che le sue trovate musicali fossero ornate dalle parole di un poeta.

Così che ci siamo ritrovati a cantare di colline di ciliegi e giardini di marzo, di emozioni e acque azzurre senza troppo notare che eravamo stati ipnotizzati dall’altra testa di quel mostro bicefalo: Mogol, l’incursore lirico nella coscienza collettiva del Paese. Immagini, quelle di Giulio, radicate nel subconscio di tre generazioni, e ce ne ricordiamo ogni 29 settembre, senza sapere che quello era un pezzo in cui Mogol, fautore del libero amore, chiedeva perdono alla moglie nel giorno del compleanno, dopo una scappatella. Ma Battisti, il demiurgo delle note, che degli intrighi mogoliani si era fatto portavoce, non poteva restare ingabbiato a vita nei lampi narrativi del socio. Doveva rompere il sodalizio, Lucio, a ogni costo. Nell’ultima intervista del ’79 dichiarò: “Non parlerò più. L’artista non esiste. Esiste la sua arte”. Una portentosa dichiarazione d’intenti: Battisti si smaterializzava dietro la propria musica.

Si dimenticassero il compagnone, il giovinotto allegro che si sbellicava ruminando le barzellette su Pappagone nel backstage con la Formula Tre. Che non si azzardassero a tentarlo con offerte per farlo tornare in scena: ancora nel ’73, Agnelli gli aveva offerto uno o due miliardi per un concerto a Torino. Lucio non ci teneva a indossare il costume il giullare di corte di fronte al Re dell’Economia e lo mandò a farsi fottere, così come avrebbe fatto 16 anni dopo con Berlusconi, che lo voleva ospite al Festivalbar e di miliardi gliene offriva tre. Lucio l’elusivo. Lucio che spariva: lui e Grazia Letizia nel ’76 se ne andarono da Milano dopo un misterioso episodio in cui al parco la baby sitter avrebbe sventato il rapimento del figlio Luca. Ipotizzarono ci fosse di mezzo l’Anonima Sequestri, ma la vedova Battisti bolla la storia come una frottola, sottolineando, ancora oggi, come certi giornali avessero messo su un falso scoop, e che il trasferimento a Londra fosse dovuto alla necessità di far studiare il bimbo in una scuola inglese, e naturalmente per affacciarsi sul mercato discografico internazionale. Eppure, sostiene Mogol, ben prima di quel periodo Battisti aveva rifiutato un faraonico contratto sotto l’ala dei Beatles per una percentuale ai produttori giudicata esosa.

Lucio l’ingombrante, Lucio l’inafferrabile. Lo bollarono come Fascioqualunquista per un fermo immagine in tv dove pareva facesse il saluto romano, e invece dava il la agli orchestrali. Sussurravano che finanziasse Ordine Nuovo, ma in famiglia giurano se ne fregasse della politica, e semmai interpellino Mogol il rosso, che si era fatto equivocare con i versi sui boschi di braccia tese, e su quel canto libero adottato come un inno nei Campi Hobbit. I neri rivendicavano un pezzetto della tessera di Battisti, ma la collezione dei suoi vinili fu trovata dai carabinieri di Dalla Chiesa nel covo Br di Via Montenevoso, un mese dopo l’assassinio di Moro. Perché tutti erano entrati nella cantina buia dove noi. E pochi, dopo, sarebbero invece riusciti a inoltrarsi nei labirinti verbali di Pasquale Panella, l’Altro Socio, che giocava sui calembour con perfida ed estenuante raffinatezza.

Ma è lì, nei cinque dischi che vanno da Don Giovanni a Hegel, che dobbiamo investigare più a fondo per misurare la reale grandezza di Battisti. Che nel periodo di transizione tra Mogol e Panella aveva voltato la nuca al passato e rivolto lo sguardo al futuro, come un Giano dispettoso ma consapevole dei suoi diritti d’artista. Quel disco si intitolava E già, i testi scritti con la moglie e le foto dell’album che parevano un manifesto programmatico, scattate su una spiaggia della Cornovaglia, il volto dell’ectoplasma Lucio negato da un lampo di luce in uno specchio. Subito dopo, nei cinque dischi con Panella, possiamo cogliere l’intuizione definitiva di Giano-Battisti: che rinunciò alla compagnia degli altri musicisti per affidarsi ai suoni di un computer, inventando la techno all’italiana, il minimal-elettropop europeista, e indicando un sentiero rap che i miseri epigoni odierni non hanno più saputo percorrere. Eppure era lì. In canzoni temerarie, di abbacinante insolenza, che nessuno può cantare, di cui nessuno cita un verso. Il paradosso di Battisti che si liberava da se stesso, dopo essere stato plebiscitariamente amato con Mogol. Lucio che si era ritirato nella tana degli amori domestici. Dove con Grazia Letizia divoravano libri e li commentavano, perché lui non aveva avuto tempo di laurearsi. Lo appassionavano i tomi di poesia. E i filosofi. Su tutti, Hegel.

Mezzo secolo di terremoti: cosa ha funzionato, cosa no

In Italia, nell’ultimo mezzo secolo, si è verificato un “forte terremoto” con vittime e danni gravi in media ogni 4,4 anni (più tanti altri senza morti o con uno soltanto). Valle del Belice in Sicilia (1968): 370 morti, gravi distruzioni diffuse. Tuscania (1971): 31 vittime e centro storico semidistrutto. Ancona, (1972), ben 90.000 sfollati e città alta da ricostruire. Friuli 1977: 989 morti, in varie riprese, città distrutte. Val Nerina (1979) gravi danni. Irpinia (1980): primato di morti, 2.914, di feriti, circa 8.000, e 250.000 senzatetto. Nel 1990 in Basilicata (4 morti) e in Val di Noto: 17 morti, seri danni e 15.000 sfollati.

Da Assisi a Urbino, nel 1997, prima scossa nel settembre (coi 4 morti sotto le macerie della Basilica Superiore in Assisi), altre scosse, fino al 26 marzo 1998: altri 11 morti, 32.000 sfollati e oltre 80.000 edifici lesionati. Colpite città come Foligno. Tralascio terremoti senza vittime e però rilevanti. Nel 2002, la tragedia nella scuola a San Giuliano Piemonte (Molise): 27 bambini travolti e una maestra.

Nel 2009 l’Aquila: 308 vittime, città storica semidiruta, centri minori polverizzati, 65.000 senzacasa. Poi, a cinque secoli dal sima che demolì buona parte di Ferrara, nel gennaio 2012 le scosse colpiscono la pianura fra Bologna, Ferrara e Mantova, duri colpi per centri e monumenti storici, per intere zone ad alta industrializzazione. Nuovo sisma il 20 maggio, epicentro a Finale Emilia, 7 vittime. Il 29 maggio nuova scossa (5,8 scala Richter) e altre 20 vite umane perdute.

Ultima tragedia, per ora: quella di Amatrice e dintorni nel 2016, oltre 300 morti. Dopo quello dell’Aquila, il post-terremoto affrontato peggio per impiego di mezzi, di fondi, di competenze specifiche, con un miserevole bilancio del 4 % appena di ricostruzioni.

Bilancio tragico dell’ultimo mezzo secolo: 5.000 morti, decine di migliaia di feriti, centinaia di migliaia di sfollati (per anni), danni economici per miliardi di euro. Ci chiediamo:

1) Esiste un piano di messa in sicurezza antisismica? No. Soltanto il 30 % degli edifici nelle zone ad alta sismicità risulta in sicurezza. Per il restante 70 % (allocato nella zona “rossa” della dorsale appenninica e in aree prealpine come l’alto Friuli), ci sono soprattutto slogan come “Italia sicura”, i fondi insufficienti, non pianificati, proposte di finanziamenti pluriennali (legge Del Rio) a spray su tutta Italia e non sulle aree più devastate dai terremoti da duemila anni. Di cui conosciamo in modo raffinato le serie storiche. Ci vogliono almeno 40 miliardi in più annualità. Connettendo la messa in sicurezza edilizia a quella idro-geologica.

2) Ci sono stati esempi più positivi di intervento post-terremoto rispetto a questi di Amatrice e dintorni? Sì, ci sono. La splendida Tuscania con le sue grandi mura e le chiese romaniche è stata ricostruita in modo egregio dalla Soprintendenza del Lazio negli anni ’70 ed è viva e vitale. Nel Friuli c’è stato un forte impegno delle comunità locali che hanno privilegiato (come in Emilia) la ricostruzione delle fabbriche, spesso d’avanguardia, rispetto a case e chiese. Soprattutto a Venzone hanno orgogliosamente voluto ricostruire tutto pietra su pietra, dov’erano e com’erano. In Umbria e Marche (1997-98) si sono creati villaggi prefabbricati validi di tipo “siberiano” . Attorno alla Basilica Superiore di San Francesco in Assisi (stava letteralmente scivolando a valle) viene alzata di notte una foresta di tubi d’acciaio. Ci lavorano i migliori esperti di restauro, il mai abbastanza rimpianto Pippo Basile regista generale, gli strutturisti Giulio Croci e Paolo Rocchi, restauratori di grande valore come Carlo Giantomassi e Sergio Fusetti. Morale: la Basilica Superiore riconsegnata in gloria ai monaci nel novembre 2000, appena 2 anni e 2 mesi dopo il crollo, restaurata in ogni centimetro dipinto e rafforzata con tecnologie d’avanguardia.

3) Esempi negativi da non seguire? Certamente quello del Belice, ma pure quello dell’Aquila dove il duo Berlusconi-Bertolaso ha messo da parte i tecnici dei beni culturali o li ha chiamati tardi e con pochi soldi, fantasticando di New Towns e altro. Risultato: dieci anni dopo, l’Aquila sta appena rinascendo sul piano edilizio. Ma su quello socio-economico?

4) Per Amatrice, Accumuli e dintorni c’è da temere il peggio, lo spopolamento, la fuga dei giovani. Nel 1997-98 in Umbria-Marche si era puntellato subito tutto. Il sindaco di Montefalco aveva fatto puntellate di sua iniziativa l’abside affrescata di Benozzo Gozzoli. Il direttore generale del Mibac, Angela Pasqua Recchia, presente ad Amatrice a fine agosto 2016, non ha fatto puntellare nulla, né allora, né dopo, e la grande nevicata del gennaio ha distrutto il resto.

5) Fra il 1997 (Assisi, governo Prodi, Veltroni ministro) e il 2016 (Amatrice, governo Renzi, ministro Franceschini) si registrano meno fondi, meno tecnici (compresi quelli di alto valore), interventi meno tempestivi: un divario negativo impressionante, da far paura. Risultato: il misero 4 % di ricostruito ad Amatrice dopo tre anni.

A questo siamo. Dove sono finiti Stato e Ministeri (per non parlare delle Regioni) ? Dove precipiteremo domani con un Ministero per i Beni Culturali e Paesaggistici sempre più deformato e rideformato, definanziato e occupato soltanto a fare e disfare Musei e Poli Museali (nati morti)?

La sfilata di Miss Italia 2019. Ritorno della tv pub(bl)ica

“Antea, marcia puttana”. Ecco descritta, nelle parole di Pietro Aretino, una delle quattro testimonial scelte da Miss Italia per l’edizione 2019 che vede il suo incredibile rientro nel servizio pub(bl)ico. Il tema, originalissimo, era l’Elogio della bellezza: ancor più originale l’averlo coniugato con quattro immagini di belle ragazze effigiate in capolavori-assoluti-del-Paese-più-bello-del-mondo. Una, dunque, è la giovane dipinta da Parmigianino: che per gli storici dell’arte da un pezzo non è più Antea, ma che invece gli organizzatori della manifestazione tengono a battezzare ancora così, affezionati all’idea di offrire alle ragazze italiane del 2019 l’ispirante modello di una “cortigiana delle più favorite di Roma, la quale si domandava la signora Antea” (e questo è Benvenuto Cellini).

D’altra parte, Antea è in buona compagnia: un’altra è la Dama con l’ermellino di Leonardo, quella Cecilia Gallarani che uscì dalla povertà diventando, dai suoi 16 anni, l’amante di Ludovico il Moro. Chiarissimo, anche qua, consiglio di vita rivolto dagli organizzatori alle giovin principianti

E queste sono le due vestite: poi ci sono quella mezza nuda (la Paolina Borghese di Canova), e quella senza veli, l’immancabile Venere di Botticelli. Come direbbero i giuristi, il combinato disposto delle quattro è micidiale. Ma, a modo suo, è perfettamente in tono con una manifestazione il cui problema, come ha scritto benissimo Giulia Blasi, “non sono le concorrenti o le loro legittime aspirazioni, ma la mentalità secondo cui la bellezza delle donne (e solo delle donne, “Il più bello d’Italia” non va in prima serata sull’ammiraglia Rai) è un dovere sociale, un traguardo, e una donna bella è un esempio per le altre, che devono adeguarsi o rimanere nell’ombra. Il problema è un sistema che insegna alle sue giovani donne a essere belle e a farsi guardare, e le premia per questo, senza offrire loro delle vere alternative; e insegna alle belle che è nel loro interesse stare zitte e accogliere quello sguardo, che lo vogliano o meno”.

La mentalità è sempre quella: la donna ridotta a un corpo, quel corpo ridotto a merce di scambio. È l’eterna mentalità del potere maschile: quello a cui si conformano anche molte donne di potere. Si pensi a Maria Elena Boschi, che per rispondere a una critica (del fu ministro dell’Interno) sulla sua decrepitezza politica, scelse di spostare il discorso sul proprio corpo: fotografandolo e postandolo come argomento politico al posto di idee, risultati, progetti. Così praticando, e dunque legittimando, l’idea che la donna sia sempre e solo riducibile ad un corpo esposto allo sguardo. Non una persona, ma una cosa. Né ha senso rispondere a tali analisi come fa invariabilmente la promotrice di questa fiera del corpo femminile, Patrizia Mirigliani, che strumentalizza lo slogan per cui “il corpo è mio e me lo gestisco io”. Perché la verità è che quei corpi quasi nudi che sfilano come a una mostra canina, quei corpi esaminati, pesati, mentalmente palpeggiati, non sono affatto gestiti dalle donne che li possiedono: ma sono quelle donne e i loro corpi ad essere gestiti e usati da una macchina di potere.

Come, dunque, non condividere la nota in cui la Cgil ha demolito “una trasmissione vecchia, che veicola un’idea totalmente superata della donna. Nell’Italia di oggi le donne sono parte integrante del mondo del lavoro, ne reclamano la parità e la dignità e proprio per questo scendono in piazza contro il ddl Pillon, contro i reati di femminicidio, contro i tentativi politici di scardinare la legge 194 sull’aborto, per abbattere quegli stereotipi femminili ancora presenti nel paese che un concorso come Miss Italia tende ad alimentare?”

Questi inestirpabili stereotipi, d’altro canto, non minano solo la condizione della donna, ma pure quella delle opere d’arte, e del nostro intero patrimonio culturale, ridotto a merce. E infatti le pre-finali di questa così educativa e culturale kermesse dove si sono svolte? Ma in un museo, of course: il M9 di Mestre. Da questo paradossale punto di vista, la scelta di Miss Italia 2019 ha almeno il merito, tutto preterintenzionale, di dire la verità: nella campagna promozionale la reificazione e la mercificazione colpiscono sia le donne dipinte che quelle in carne ed ossa, perché su tutte domina il mercato e dunque uno sguardo (profondamente maschile) che dà un prezzo (non un valore) a ogni forma. Insomma, le opere d’arte sono ancora e sempre “carne da cannone” (così una celebre invettiva di Roberto Longhi): esattamente quanto lo sono i corpi delle giovani donne che educhiamo ad accomodarsi nella vetrina del televisore. Se, nonostante la miracolosa autoespulsione del Capitone dal governo, la Rai continuerà ad essere infeduata al machismo sovranista, per l’edizione 2020 di Miss Italia gli studiosi di pittura affilino le armi della filologia, perché ci saranno da trovare i ritratti delle altre testimonial elencate da Pietro Aretino insieme ad “Antea, marcia puttana”: “Alcina, [che] in becchi mutava gli amanti”, “Morgana, foiosa senza fine”, e la più simpatica: “Origille, [che] sfamò i guatteri e i furfanti”. Esempi luminosi: role models perfetti per esser proposti da Miss Italia alle moderne Figlie della Lupa. Perché crescano con sani principi, e un domani nessuno possa far suo il lamento passatista di Fabrizio De André: “Dove sono andati i tempi d’una volta, per Giunone, / quando ci voleva per fare il mestiere /anche un po’ di vocazione?”

“Basta razzismo. Il Conte 2 sia un patto per il Paese”

Presadiretta è la trasmissione del servizio pubblico che sorprende sempre gli spettatori sulle più nascoste evidenze: “La maglietta che indossiamo”, dice Riccardo Iacona, “anche a star fermi brucia tanto quanto un diesel in viaggio per cento chilometri in autostrada”.

Già è più facile da capire la contaminazione del Pfas, ovvero il veleno invisibile presente negli abiti e nelle pentole, ma la maglietta?

Il consumo complessivo di risorse per la confezione di un indumento (spiega appunto Iacona, l’autore e il volto del programma di Rai3 in onda il lunedì sera, nda) equivale alla combustione di una vettura in movimento; dopo il petrolio, l’industria tessile è quella che produce più C02. Il tessile è il luogo di tutti gli inquinanti, il Pfas, per esempio, non era neppure classificato ma poi arrivano le telecamere che raccontano la realtà, e non quella che chiamano pancia, e così si aiuta anche il ministero dell’Ambiente ad agire di conseguenza.

Anatema sull’industria!

Dagli elettrodomestici ne viene fuori la plastica, si sa: così dalle lavatrici come dalle lavastoviglie; Panni sporchi è il titolo del servizio, la puntata di stasera avrà questo tema – l’industria tessile – ma il pezzo emozionante che abbiamo in serbo è su Prato.

La città toscana le cui celebri manifatture sono adesso in mano cinese.

Questo è quello di cui parlano tutti, Presadiretta, invece, racconta la straordinaria realtà di Prato dove l’industria tessile rimette in circolo l’economia; hanno saputo chiudere il ciclo senza sversamenti tossici; ci sono chilometri di condutture per raccogliere i liquidi di lavorazione e riconsegnare poi l’acqua chiara; un progetto di riconversione Green di “alternativa ai rifiuti” messa in atto da Fabrizio Tesi e che l’amministrazione della città ha fatto proprio.

Un esempio positivo.

Un bellissimo esempio positivo; un fatto politico da sostenere, ed è quello di prendere una città inquinata e restituirla pulita ai suoi cittadini. Ma parliamo anche di aria. Prato è la prima realtà urbana a mettere in campo la forestazione. Ci si propone di far respirare. È l’idea dell’Urban jungle di Stefano Mancuso, il teorico scienziato che ha collaborato con Stefano Boeri, l’artefice del Bosco verticale di Milano….

Lo stesso Boeri che dei tronchi del Friuli travolti dall’alluvione ne ha fatto una vertiginosa scenografia al Teatro Greco Antico di Siracusa, qui il progetto politico è chiaro: la bellezza salverà il mondo.

Molto più semplicemente, la buona amministrazione; sarà naif dirlo ma fosse per me, farei un nuovo partito: il partito dei sindaci. La politica ha un tempo di realizzazione molto lento. Quella che parla con le conferenze stampa deve assecondare il mood del venghino siori, venghino; deve vendere il proprio prodotto – la patata al prezzo migliore – e guadagnare compratori. Ecco, tutto questo no, si dovrebbe stabilire un patto laico con la clientela e dire “questo è ciò che si può fare”; la politica non è religione, non reclama il fideismo, se Milano gestisce bene il ciclo delle acque bisogna investire su questo preciso fatto e senza preclusioni ideologiche perché poi, a Savona, Ilaria Caprioglio, la brava sindaca di centrodestra, non sta seguendo il copione degli altri del suo schieramento – togliere le panchine da sotto il culo degli immigrati – ma sta lavorando a un progetto qualificante fatto di asili nido e di una precisa visione urbanistica: sta avvicinando la città al mare; farei il partito di quelli che hanno fatto cose buone, di quelli che hanno trovato il metodo. Io ho una piccola trasmissione di 16 puntate e con le telecamere racconto la realtà ma se fossi direttore di un telegiornale confezionerei i servizi sulle cose che funzionano, sui posti dov’è resa facile la vita delle mamme, dove le strade sono a misura di bambino, dove le amministrazioni – come a Bolzano – istituiscono un patto per la natalità….

Per far fronte all’inverno della demografia.

E far capire che quando la politica ti aiuta un figlio sta facendo crescere quello che domani ti pagherà la pensione; prima del 4 marzo 2018, quando è stato presentato dalle associazioni il ‘Patto per la natalità’ tutti i partiti hanno detto “molto bello!” ma non se n’è fatto nulla.

Un’altra nascosta evidenza. Ma intanto la pagina politica ha scodellato un nuovo governo…

Mai vista prima una cosa così come il Conte bis ma è un governo. E gli italiani lo lasceranno fare. E così l’Europa; è un esecutivo incardinato dentro questa nuova Ue, e da questo punto di vista è blindato; diciamo che è una scommessa che si deve trasformare in soldi e se lavora bene, senza strillare, senza il cannoneggiamento di prima, otterrà ben più che qualcosa. E se faranno bene ne ricaveranno un risultato alle prossime regionali….

Ne parlano tutti bene del governo ma Giuseppe Conte è pur sempre quello che ai summit internazionali veniva preso per le ascelle da Rocco Casalino, adesso è diventato uno statista, per narrazione, per atto di fede.

Io sono un appassionato di democrazia, so che la politica nei prossimi mesi sarà costretta a impegnarsi a un livello più alto, anche con un’opposizione molto dura, e però ci sono gli elementi per fare un patto con il Paese, ma che sia un patto di pace e mettere fine alla guerra coi nervi a fior di pelle cui ci siamo costretti fino a ieri; i gravi casi di razzismo su tutti, ecco: leggo l’episodio di Cosenza, un bambino di colore di tre anni preso a calci. Mi fa male quando vedo la tivù, questo tono monocorde da tragedia totale, ne finisce una e subito ne comincia un’altra. Tutto ciò ci impedisce di vedere la realtà delle cose. Il dibattito è molto provinciale. “Prima gli italiani” mi fa uscire di testa. Non “Prima gli italiani”, ma “Prima l’Italia nel mondo”. Posso fare un appello?.

Altroché, certo.

Ecco, i toni; tutto l’Ok Corral che ci siamo lasciati alle spalle, col vecchio governo, non è servito a niente; abbiamo vissuto in un continuo esaurimento nervoso; a cominciare dalla lunga gestazione per la formazione del primo esecutivo Conte è stata tutta una diretta sui social, in prima serata tivù, nella completa grancassa, con un racconto che mieteva successi d’ascolto ma con un risultato – in termini di contenuto – falsante. Tutto quel chiasso non corrispondeva alla realtà. Una piccola responsabilità nel raccontare c’è sempre, ecco, questo è l’appello ai colleghi, a chi fatica nell’informazione: togliere il di più di dramma. Non è la rappresentazione il nostro compito, è sufficiente accendere le telecamere sulla realtà.

“C’è la regia di Bolsonaro dietro il fuoco in Amazzonia”

Almeno 148 terre indigene sono state devastate dai roghi. I popoli nativi della foresta amazzonica ritengono che Jair Bolsonaro sia in parte responsabile degli incendi e accusano il presidente brasiliano di aver tardato a inviare l’esercito nelle aree in fiamme.

“È stato terrificante. Le fiamme erano alle porte dei nostri villaggi. C’era tanto fumo, non si riusciva più a respirare…”. Watatakalu, una leader Yawalapiti (nello stato del Mato Grosso), ha tentato di descrivere l’aria diventata acre e viziata dal fumo, il giorno che si è fatto scuro, la paura che si attanaglia dentro. Fino a qualche settimana fa, intorno al suo villaggio c’erano solo fiamme. “Nuove strade e città vengono costruite vicino alle nostre terre. Non riusciamo più a controllare chi entra nel nostro territorio, gli invasori aumentano. Nella regione – dice Watatakalu, sconfortata – i nostri vicini bianchi non ci amano”. Come per i Yawalapitis, più di 148 terre indigene dell’Amazzonia legale (che comprende nove stati brasiliani) sono bruciate negli incendi. Ogni anno, i nativi devono far fronte a nuovi roghi che devastano la foresta amazzonica durante la stagione secca. Nello stato del Pará, gli Amanayé vivono su tre territori. Se uno di questi è stato finora piuttosto risparmiato e un altro è in corso di demarcazione, il terzo, anche se già delimitato, è costantemente sotto attacco. “Stanno devastando tutta la zona, molti Amanayés sono dovuti fuggireper non essere ammazzati – racconta Ronaldo Amanayé – Ma quest’anno è peggio. I bianchi sono sempre più aggressivi. Da quando c’è questo presidente, si sentono appoggiati dal governo e occupano sempre di più le nostre terre. L’attenzione si concentra sugli incendi, ma questi sono solo una parte del problema – continua Amanayé – Prima ci sono le invasioni dei cercatori d’oro e dei trafficanti di legno. Mica bruciano gli alberi pregiati, non sono pazzi! Prima saccheggiano la foresta e poi decidono se vale la pena bruciare, cioè se la terra può acquistare valore”. La terra prima viene preparata: si tagliano gli alberi più grandi, si rimuovono quelli che hanno maggiore valore, e quindi si passa col corentão, una grossa catena tesa tra due trattori che rade al suolo tutto il resto. Si lascia asciugare per qualche settimana e poi si dà fuoco: nella foresta amazzonica, è molto difficile accendere un fuoco a causa dell’umidità. “Qui gli incendi spontanei non esistono, sono tutti dolosi e poi si propagano”, ha spiegato Mário Nicácio, del popolo Wapichana, membro del Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana (Cobiab).

Una volta ripulita, la terra viene destinata all’allevamento estensivo e in questo modo occupata prima di venderla a prezzo d’oro ai grandi proprietari terrieri che vi coltiveranno la soia. Bruciare costa caro, circa 1 milione di real (218.000 euro) per 1.000 ettari, ma il business è redditizio. E la speculazione funziona: più una terra è vicina a una via di comunicazione, più acquista valore. Come per i Yawalapiti, le strade e le città prendono sempre più piede sulle terre indigene. Dopo decenni di deforestazione, le riserve naturali e i territori indigeni attirano sempre più i ladri di terre, i cosiddetti grilheiros (termine che deriva da un’antica tecnica per la quale si mettevano a marcire dei grilli in una scatola insieme ai documenti falsi che, in questo modo, prendevano un aspetto “vissuto”). Oggi non ci sono quasi più terre vergini non protette lungo i fronti di deforestazione. Le aree protette (terre indigene, che appartergono allo stato federale ma che sono ad uso esclusivo dei nativi, e riserve naturali), che occupano il 44% dell’Amazzonia legale, sono più difficili da rubare perché registrate e delimitate. Durante la presidenza Lula, su iniziativa del ministro dell’Ambiente Marina Silva, delle aree protette erano state strategicamente demarcate lungo i fronti di deforestazione per proteggerle. Ma nel 2012, con il governo di Dilma Rousseff, l’amnistia generale offerta ai proprietari terrieri che hanno disboscato ha riacceso l’appetito dei grilheiros. Con il governo Temer, l’impunità diffusa e la regolarizzazione delle terre rubate hanno ulteriormente amplificato il fenomeno. L’arrivo di Bolsonaro ha rafforzato i grilheiros: appena eletto si è messo a smantellare il sistema di protezione ambientale, in particolare amputando di molto il budget per la prevenzione degli incendi. Il 10 agosto, in un’area circostante a tre città del Pará, 70 persone hanno lanciato via WhatsApp una “giornata dell’incendio” in segno di sostegno alla politica di Bolsonaro. Nonostante l’aumento dei roghi (+83% rispetto allo scorso anno), il 2019 non ha ancora superato il record del 2005. Ma le terre indigene e le riserve naturali, ovvero le aree più protette della foresta, sono più minacciate di prima. Lo smantellamento della politica indigena promosso da Bolsonaro, con il taglio del budget della Funai (che si occupa della protezione degli indiani), e i discorsi anti-indigeni del presidente, incoraggiano gli “invasori”, che sperano in una futura regolarizzazione delle terre rubate. Il 30 agosto, durante un live su Facebook, il presidente brasiliano ha annunciato che avrebbe rivisto i processi di delimitazione delle terre indigene, molte delle quali, secondo lui, presentano delle irregolarità.

Nei territori indigeni, sostiene Yawalipiti, gli incendi sono talvolta la conseguenza dell’odio, sempre più radicato nel paese. Ma è la prima volta che essi vengono incoraggiati da un presidente. Quest’anno, constata Watatakalu, gli incendi sono iniziati ​​prima del solito. 62 agenti indigeni si sono battuti per spegnere i focolai comparsi in punti diversi dell’immenso parco indigeno Xingu. “I focolai erano tanti, ma siamo riusciti a evitare che il fuoco si propagasse. Ma non tutti gli indigeni erano preparati come noi”. Tutte le barche dei 108 villaggi del parco sono state requisite per permettere agli agenti di essere sul posto il più rapidamente possibile. Per alcuni giorni, le Ong locali hanno messo a disposizione un elicottero. “Ma non abbiamo più soldi e dobbiamo sbrigarcela con i nostri mezzi e le attrezzature rudimentali. Il governo ha tagliato gli aiuti”. Ronaldo Amanayé denuncia anche la falsità di Bolsonaro, che all’inizio aveva detto di non disporre dei mezzi necessari a lottare contro gli incendi. “Invece, dopo il battibecco con il presidente francese, ha inviato l’esercito. Vuol dire che è complice di chi appicca i fuochi”. Le nuove misure presentate da Bolsonaro, tra cui il decreto che vieta gli incendi incontrollati nella foresta per 60 giorni, non convincono i nativi. “Lo ha fatto solo per allentare la pressione internazionale. Se si allentano tornerà tutto come prima”, sostiene Mário Nicácio.

Nel 1998, quando era deputato, Bolsonaro aveva dichiarato: “La cavalleria brasiliana è stata incompetente. La cavalleria nordamericana invece ha decimato i suoi indiani in passato, così oggi il problema per loro non esiste”. Con un tale presidente, i nativi hanno apprezzato la mobilitazione internazionale che ha costretto il governo a reagire. E sperano che si possa intensificare. “Se restiamo isolati non ce la faremo mai. Siamo pronti a difendere la foresta e lo sappiamo fare meglio di tutti. Ma abbiamo bisogno del sostegno degli altri paesi”, osserva Ronaldo Amanayé. E finora, assicura il giovane, questo sostegno è stato insufficiente: “Tante parole e pochi fatti. Non è nostra intenzione lamentarci, ci organizziamo, facciamo proposte. Ma anche gli altri paesi devono assumersi le loro responsabilità! Soprattutto i portoghesi che sono venuti a colonizzarci”. Ronaldo non condivide le accuse di Bolsonaro che, in una serie di accesi scambi di battute, ha denunciato la “mentalità colonialista” di Emmanuel Macron: “La Francia ha i suoi demoni, ma oggi il vero colono è Bolsonaro, il peggior capo di stato che ci poteva capitare!”. Una delegazione di nativi brasiliani dovrebbe raggiungere l’Europa a ottobre per lanciare una campagna per il boicottaggio dei prodotti agricoli brasiliani. “Dobbiamo costringere il governo a rispettare i suoi doveri nei nostri confronti. Chiediamo soltanto che venga rispettata la Costituzione che ci protegge – osserva Watatakalu Yawalapiti – Ci fa piacere constatare che non tutti i bianchi sono come Bolsonaro e che si sta prendendo coscienza di quanto la foresta sia importante”. I nativi salutano anche la notizia di una possibile denuncia contro il presidente brasiliano per crimini contro l’umanità davanti alla Corte penale internazionale (Cpi). I popoli isolati, quei gruppi etnici che non hanno contatti con il governo federale, sono i più vulnerabili al rischio di incendi. Le popolazioni isolate note sono 28, ma potrebbero essere molte di più (forse 114). 13 dei territori in cui vivono sono colpiti dagli incendi. Mário Nicácio Wapichana teme per gli Awa-Guajás, un popolo tra i più minacciati, incastrato tra più fronti di deforestazione.

Mário Nicácio Wapichana sottolinea anche i problemi di salute legati agli incendi. “Le malattie respiratorie si moltiplicano a causa del fumo, l’acqua diventa nera. E poi con le invasioni arrivano le droghe, l’alcolismo, lo sfruttamento sessuale…”. Il vice coordinatore del Coiab chiede anche aiuti alimentari, perché in alcune comunità gli incendi hanno distrutto le colture familiari. Nonostante la mobilitazione internazionale e le misure adottate da Bolsonaro, gli incendi dovrebbero protrarsi ancora perché la stagione secca si intensifica e durerà fino ad ottobre nella maggior parte della foresta amazzonica. Per lo stato di Roraima invece dovrebbe andare meglio: “A casa, la stagione secca finisce prima – dice Mário Nicácio, sollevato – Ha già piovuto un po’ la scorsa settimana”.

La foresta che brucia in questi giorni è stata tagliata tra aprile e giugno. La parte che è stata tagliata tra luglio e agosto verrà bruciata tra settembre e ottobre. E dal momento che, rispetto al 2018, la deforestazione è aumentata del 278% a luglio e del 118% ad agosto, è probabile che il peggio debba ancora arrivare. Nessuno sa come reagiranno gli incendiari alla marcia indietro, benché lieve, di Bolsonaro in reazione alle pressioni internazionali. Che tattica sceglieranno? Si ritireranno o sfrutteranno il loro vantaggio approfittando della disorganizzazione dell’Ibama (l’ente di protezione ambientale)? L’inchiesta portata avanti sulla “giornata del fuoco” ha mostrato che l’Ibama era al corrente del progetto ma che non è potuta intervenire per mancanza di mezzi e i rischi di rappresaglie. Il ministro della giustizia, Sérgio Moro, che era stato informato, non ha fatto nulla. “Lo stato potrebbe aiutarci, ma al momento non possiamo contare su di lui – afferma Watatakalu Yawalapiti -. Ma è necessario agire in fretta. Se le distruzioni oltrepassano una certa soglia, per la foresta è la fine. Non basterà tutto l’oro del mondo a restituircela”.

(Traduzione Luana De Micco)

Trump rompe con i talebani: no all’accordo

Mentre la notte scorsa la maggior parte degli americani dormiva, Donald Trump ha afferrato l’inseparabile smartphone per rivelare via Twitter due notizie. La prima, clamorosa e del tutto inaspettata, la seconda meno, conoscendo la volubilità e l’attitudine a una diplomazia personale del presidente.

The Donald nel primo dei tre “cinguettii” ha rivelato che ieri sera avrebbe dovuto incontrare segretamente i maggiori esponenti dei talebani afghani nientepopodimeno che a Camp David, il ritiro presidenziale sulle colline dello Stato del Maryland, già teatro di storici accordi primo fra tutti quello tra Rabin e Arafat. La seconda notizia è che lo stesso presidente ha deciso di cancellare l’incontro in seguito alla rivendicazione dell’ultimo di una serie di attentati sferrati la scorsa settimana a Kabul dagli “studenti di Allah” in cui sono morti due soldati della missione Onu, un americano e un rumeno assieme a 12 civili.

“Che tipo di persone ucciderebbe così tante persone per rafforzare apparentemente la propria capacità di contrattazione?”, ha scritto Trump, accusando i leader talebani di aver provato ad alzare la posta prima dei colloqui di domenica mostrando di essere in grado di ammazzare ancora molte persone nella capitale afghana, il luogo che dovrebbe essere il più sicuro di tutto il martoriato paese. “Se non riescono a concordare un cessate il fuoco durante questi importantissimi colloqui di pace, ma anzi arrivano a uccidere addirittura 12 persone innocenti, probabilmente non avranno comunque il potere di negoziare comunque un accordo significativo”. Trump ha concluso la serie di tweet con una domanda, retorica: “Quanti altri decenni sono disposti a combattere?”. Ecco, appunto. Forse il presidente avrebbe dovuto porsi questa domanda durante questi nove mesi di negoziati propedeutici avvenuti a Doha tra il proprio emissario e i leader dei talebani per concludere la guerra più lunga finora combattuta e persa dalla superpotenza. La guerra contro gli “studenti” che hanno protetto per molti anni Bin Laden, mente dell’11 settembre, è infatti iniziata nell’ottobre del 2001 ma la sua conclusione per ora è rimandata anche se è evidente che gli Usa l’hanno ormai persa. Prova ne è che la Casa Bianca aveva deciso di invitare sul proprio territorio coloro che 18 anni fa lo violarono come nessuno aveva mai osato prima, come hanno fatto notare anche alcuni dirigenti dello stesso partito repubblicano statunitense. Forse proprio l’avvicinarsi della commemorazione delle vittime dell’11 settembre, ha indotto i consiglieri di Trump a fare pressioni affinché cancellasse l’incontro. Oppure è stato lo stesso presidente ad aver deciso lo stop per non perdere consensi, sapendo che potrà riesumare l’incontro fra qualche mese, come già accaduto con la Corea del Nord.

La risposta dei talebani non ha tardato ad arrivare: gli Usa “soffriranno più di ogni altro”, il loro “atteggiamento anti-pace sarà più visibile agli occhi del mondo, e le sue perdite umane e finanziarie aumenteranno”, ha avvertito il movimento, promettendo di proseguire il jihad “fino alla fine dell’occupazione”. Mentre Sh uhail Shaheen, portavoce dell’ufficio politico in Qatar della fazione che riunisce parte della galassia talib ha sottolineato che l’annuncio di fermare i colloqui danneggia la credibilità americana, aggiungendo la promessa di continuare a combattere la guerra santa ma di mantenere aperta ai negoziati.

Putin è un po’ meno zar. Flop a Mosca e a Oriente

Forse per inerzia, apatia, abitudine o noia. Forse per protesta. La maggior parte dei russi ieri non ha varcato la soglia dei seggi elettorali aperti da San Pietroburgo a Vladivostock: le cifre dell’affluenza, più che delle preferenze, hanno già suggerito l’esito elettorale. Nelle prime ore del pomeriggio raggiungevano il 25%, forse il 30. Il vuoto è la notizia di ieri. Vuoti i boulevard, urne, cabine elettorali. La Russia al voto in 83 regioni per elezioni comunali e regionali non registrava percentuali così basse da anni.

Palloncini del tricolore patrio, uomini travestiti da pupazzi giganti e sandwich man sono rimasti a danzare soli in alcuni seggi deserti. Per spingere al voto c’è stata anche l’esibizione della cantante non vedente Diana Gurtskaya, che ha intonato una canzone dal titolo: “Non vedo altri candidati”, se non quello del Cremlino. Dopo le manifestazioni delle ultime settimane, le più partecipate dal collasso dell’Unione Sovietica, dopo il più grande scontento dei russi mai registrato per un presidente che finora osannavano, ieri la scelta di deputati e governatori occultava un test di popolarità del Cremlino, che fissa ormai da mesi i sondaggi dei consensi che calano.

Colpa dei dissidenti in piazza ma anche di Facebook e Google, che non hanno eliminato le pubblicità a sfondo politico e, secondo il Roskomnadzor, orwelliano organo di controllo delle comunicazioni, “hanno interferito negli affari interni del Paese, hanno ostacolato la condotta di elezioni democratiche nella Federazione russa”. Ma “questo è il funerale perfino dell’illusione di elezioni democratiche” ha detto la nuova leader degli oppositori Ljubov Sobol, candidata estromessa dalla corsa come il blogger Aleksey Novalny. Insieme, sono i due biondi a cui tutta la Russia ora guarda, controllando di continuo i loro canali infiammati di Telegram.

Russia Unita, partito del presidente, a Mosca non può perdere perché è assente. Camuffati sotto la mimetica più paradossale, quella di candidati indipendenti, per vincere i 45 scranni della Duma cittadina, gli uomini di Putin hanno comunque ricevuto 800 milioni di rubli per la campagna elettorale, cioè 11 milioni di euro. A Tuva, Siberia, contro un bus con giornalisti e osservatori a bordo, hanno sparato uomini mascherati a cavallo, riporta Radio Svoboda. Un osservatore ferito a Pietroburgo, dove l’affluenza registrata è due volte inferiore rispetto alle ultime elezioni. Sconfitta in Estremo oriente per il presidente. A Khabarovsk Serghey Furgal, partito liberal democratico, batte il candidato di Russia Unita col doppio dei voti.

Nella giornata campale della resa dei conti è silenzio e vuoto a Mosca. Le strade deserte per il Cremlino oggi sono più pericolose di quelle piene delle manifestazioni delle ultime settimane. Forse ha pagato la tattica di Novalny, “Umnoe Golosovanie”, voto intelligente: supportare chiunque potesse battere i candidati di Russia Unita. Impervia e faticosa, era l’unica strategia possibile per il blogger, per sopperire all’assenza dei suoi candidati alle urne. I risultati dall’esito non scontato. Secondo gli exit poll come sempre il Cremlino si assicura ancora la maggioranza delle preferenze, ma espugnato dall’assenza del nemico che ha boicottato i seggi, stavolta rischia di vincere perdendo.

Pescherecci tassati: così l’Italia finanzia il generale Haftar

Continuano i bombardamenti nell’area di Tripoli condotti dall’esercito di Haftar contro il governo di Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, ma da ieri per scongiurare sequestri e attacchi verso i pescherecci italiani è operativo un accordo economico tra la Federpesca e una delle società controllata da uomini di riferimento del generale re della Cirenaica, la ricca e grande zona nella Libia orientale. Denaro che, in sostanza, finanzia il generale golpista mentre l’Italia è ufficialmente schierata con Serraj.

Così mentre un aereo colpiva la base aerea di Mitiga (a 5 km dalla capitale) dal porto di Mazara del Vallo (Trapani) salpavano alcuni dei pescherecci che hanno aderito all’intesa, che prevede la possibilità di pescare all’interno di una zona finora contesa. “Da anni cerchiamo di raggiungere un’intesa per evitare sequestri di vario genere – dice Santino Adamo, presidente di Federpesca Mazara – e siamo soddisfatti di questa soluzione”. Il patto si basa sugli accordi di partenariato firmati a Bengasi il 12 marzo e il 15 luglio tra Federpesca (con il presidente Luigi Giannini nella foto ricordo) e la Libyan Military Investment and Public Works Autorithy e consentirà la pesca nella Zee (zona economica esclusiva) che il governo di Tripoli dal 2005 – mentre c’era ancora Gheddafi alla guida del paese – ha esteso unilateralmente a 74 miglia dalle coste libiche, anzichè le tradizionali 12 miglia. È questo uno dei motivi per cui è nata la cosiddetta “Guerra del pesce”, causando decine di intimidazioni nei confronti dei pescatori mazaresi. L’ultimo episodio risale a venerdì, quando un gommone con a bordo dei militari della Cirenaica hanno sparato dei colpi di mitraglia a 35 miglia da Bengasi, dove si trovavano nove pescherecci di Mazara del Vallo.

L’accordo verrà intermediato da una società di diritto maltese, la Toss (Tethys oil supplies & services ltd) con sede a La Valletta, a cui – gli armatori che otterranno le licenze – verseranno 100mila euro al mese e 1,5 euro per ogni kg di pescato che verrà sbarcato e pesato a Malta. Sia i motopesca che gli equipaggi verranno schedati per il riconoscimento e per l’intera durata della battuta di pesca ci sarà a bordo un osservatore. “Però gli armatori saranno autorizzati ai rifornimenti di gasolio in Libia, dove il costo è notevolmente ridotto rispetto all’Italia”, dice ancora Santino Adamo. L’accordo ha una validità di 5 anni e consentirà la pesca per otto mesi l’anno, suddividendo le licenze in categorie: crostacei, palangaro e pesce fresco. Per ognuna di queste verranno concesse dieci autorizzazioni e – trovandoci in piena stagione di pesca del gambero rosso – sono già esaurite quelle riferite ai crostacei.

Per questo motivo, nonostante non fosse ancora arrivata alcuna conferma, alcuni pescatori hanno organizzato una protesta al porto di Mazara del Vallo. “Questo vuol dire che chi non avrà la licenza sarà sparato con certezza? – si chiede uno di loro – a questo punto non ci conviene più uscire con la barca”. “Dovevamo trovare una soluzione – continua Adamo – negli ultimi mesi, sulla base di alcune direttive ricevute dal Ministero, ho invitato i pescherecci a non andare in quelle zone ma come abbiamo visto così non è stato. Oltre al rischio fisico bisogna pensare anche alla perdita a cui andavano in contro, rischiando di volta in volta il sequestro dell’intero pescato, anzi ci auguriamo di stipulare accordi analoghi con altri paesi come la Tunisia e l’Egitto”.