Franceschini promuove ancora il suo Casini

Il politico più attivo del Pd è senz’altro Dario Franceschini: è l’unico capo di una corrente che ha preteso e conquistato un ministero per sé, è l’unico dem che avrà, pare, una stanza a Palazzo Chigi con la missione di responsabile della delegazione del Nazareno. Al ministero per i Beni Culturali, con estrema scaltrezza, Franceschini sta per completare due operazioni, una legata all’altra: far rientrare i suoi uomini di fiducia, cancellare il lavoro del predecessore Bonisoli. Oltre Salvo Nastasi, che ritorna da un periodo di aspettativa da dirigente del dicastero, l’ex segretario dem punta, soprattutto, su Lorenzo Casini, già scelto come capo di gabinetto, ma potenziale sottosegretario visti i molteplici impegni del politico-scrittore di Ferrara. Casini è già stato consigliere giuridico di Franceschini nei governi Renzi e Gentiloni, in pratica ha gestito la riforma e vigilato su tutte le leggi.

Professore di diritto amministrativo alla scuola Imt Alti studi di Lucca, Casini fa parte della cerchia degli allievi di Sabino Cassese che domina la burocrazia e le università italiane. Ha una carriera, a soli 43 anni, con tanta esperienza e tanti volumi pubblicati, ricerche e lavori firmati anche con l’amico Giulio Napolitano, il figlio dell’ex presidente della Repubblica. Non è detto che Franceschini riesca a imporre Casini per una casella da sottosegretario, da scippare al partito o a un altro esponente della sua nutrita corrente. Per il secondo giro di poltrone, quello più numeroso e complicato, cioè la scelta di circa 60 sottosegretari e viceministri, sarà necessario aspettare almeno venerdì, se non la prossima settimana.

Non è semplice fare la sintesi tra le richieste delle correnti del Pd e quelle delle altrettanto svariate correnti dei Cinque Stelle. Tra i posti più ambiti c’è, senza dubbio, il ministero dell’Economia. Il vice del ministro Gualtieri, in quota dem, sarà Antonio Misiani, ai Cinque Stelle spettano due nomi e in corsa c’è anche Stefano Buffagni, sottosegretario agli Affari Regionali nel governo uscente, ma di fatto tra i principali collaboratori del vicepremier Di Maio, molto attivo sul fronte delle nomine pubbliche. Buffagni potrebbe aspirare alla delega alle società partecipate del Mef, ruolo pesante alla vigilia della tornata di rinnovi di vertici e Cda della primavera del 2020, da Enel a Eni fino a Leonardo e tante altre.

Prima di parlare di riforme Conte striglia i chiacchieroni

Torna sul luogo del “delitto” Giuseppe Conte con il suo discorso per la fiducia al nuovo governo. In Parlamento, il 20 agosto, aveva dato una sterzata alla crisi, prendendo di petto l’ex alleato, divenuto il massimo avversario, Matteo Salvini, e candidandosi sul campo a premier per una nuova stagione. Oggi si passa al Conte 2, non solo nel senso del nome dell’esecutivo, ma anche nel nuovo profilo che il premier ha già assunto.

Conte dettaglierà meglio il programma, finora troppo vago per i gusti dei 5Stelle, anche per il poco tempo concesso dal Quirinale. Le prime esternazioni di ministri ed esponenti del Pd (De Micheli e Orlando su tutti) hanno irritato anche lui, memore della guerra verbale quotidiana fra Di Maio e Salvini fino alla rottura agostana. Quando invocherà una “fase nuova” si riferirà anche al chiacchiericcio, alle punzecchiature e alle invasioni di campo fra ministri che non è più disposto a tollerare: infatti medita una forma di coordinamento della comunicazione fra i vari ministeri, affinché il governo parli a una sola voce. Una precondizione, questa, per la “stagione riformista” che ha in mente, facendo sintesi delle spinte contrapposte dei due partiti alleati, ancora molto simili a “separati in casa”. Ieri, chiudendo la festa dell’Unità, Nicola Zingaretti gli ha dato una mano offrendo “lealtà” per “aprire una nuova storia” e “cambiare tutto”. Anche se Conte non rinnega i 14 mesi di governo alle spalle, la fase nuova interessa anche a lui.

Parlerà quindi della manovra. Un punto chiaro è già tracciato, è quello su cui M5S e Pd non hanno avuto particolare problemi a trovare un punto di incontro: il taglio del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, quindi una riduzione dell’imposizione fiscale sui redditi più bassi. Una misura da associare al salario minimo in forme che tengano conto della richiesta dem per un riconoscimento del ruolo dei sindacati e della contrattazione. La riduzione delle tasse, su cui Conte insisterà, dipende dal fatto che le paghino tutti. Quindi una lotta molto più severa all’evasione. Anche, e finalmente, col deterrente del carcere vero.

Una stagione riformista, dunque, che non può non affrontare il tema europeo. Qui c’è la novità più rilevante, la vera e propria discontinuità evidente già nel momento in cui il M5S ha votato a favore di Ursula von der Leyen. Il Conte che si presenta oggi in Parlamento è il Conte dell’europeismo “critico”. L’ha detto alla festa del Fatto il 1° settembre, lo ribadirà oggi: occorre una revisione del Patto di Stabilità insieme ai partner europei.

L’Italia darà quindi un contributo fattivo, ma ”critico” all’Ue. E su questo il presidente del Consiglio porta in tasca un sostegno importante: le parole del presidente Sergio Mattarella sulla revisione del Patto di Stabilità sono state ascoltate in tutt’Europa e pesano. Soprattutto, offrono la novità politica che può dare sostanza al nuovo governo. Le trattative non saranno facili e il ruolo di Paolo Gentiloni, nuovo commissario europeo, probabilmente agli Affari economici, sarà decisivo. Ma i segnali di riavvicinamento tra Italia e Francia e il dialogo tra il neo-ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il suo omologo Yves Le Drian, indicano la strada intrapresa. E se avvenisse sul serio, anche per la necessità che ne hanno i partner europei, Germania in testa, una revisione del Patto – che per essere significativa deve agire sulle costrizioni che riguardano il pareggio di bilancio o la riduzione scadenzata del peso del debito pubblico – il governo potrebbe vivere una svolta anche sul piano dei consensi.

Su questo punto per Conte, però, sarà vitale il modo in cui i due partiti improvvisamente alleati decideranno di agire insieme. Il messaggio di Zingaretti a Conte non può che fare piacere perché, come ha già detto nella prima riunione del Consiglio dei ministri, e come ribadirà oggi in Aula, il governo regge se poggerà sul principio della “leale collaborazione”. E quindi se eviterà le “sgrammature istituzionali”, se darà segnali di vera “novità” (anche nella scelta dei burocrati: l’altroieri è stato suo l’intervento per stroncare le tentazioni di alcuni ministri di riciclare il dirigente Roberto Garofoli, che lui stesso aveva “licenziato”) e lavorerà seriamente “per il Paese”, secondo il metodo e gli ideali che Conte chiama “nuovo umanesimo”. Che vuol dire tante cose, forse anche imprecise, ma è, nelle sue intenzioni, un modo di agire considerando il valore delle persone, il rispetto, la lealtà, l’attenzione agli ultimi. La base della “stagione riformista” che oggi proporrà al Parlamento e al Paese.

Ma mi faccia il piacere

Bufale d’agosto/1. “G7, l’isolamento di Conte al suo passo d’addio. Niente bilaterale con Trump… La solitudine di Conte rischia di avere per l’Italia un significato che va oltre le naturali incertezze della transizione in corso” (La Stampa, 25.8). Certo, come no.

Bufale d’agosto/2. “Grillo pensa a un nuovo movimento”, “La profezia di Grillo sui 5Stelle: addio Movimento, saremo progressisti” (La Stampa, 24.8). Anzi, siore e siori, non un nuovo movimento, ma tre! Mi voglio rovinare!

Bufale d’agosto/3. “Circolano nomi di peso, fra giudici costituzionali e presidenti di Authority. E due donne: Cartabia e Severino” (Repubblica, 22.8). “È Enrico Giovannini il premier in pectore della coalizione Pd-M5S. A Capo del papocchio il re delle poltrone” (La Verità, 24.8). “Raffaele Cantone, dall’Anticorruzione alla lista dei papabili per un governo diverso” (il Foglio, 24.8). “Totopremier, sale Giovannini ma spunta l’ex ministro Bray” (il Giornale, 24.8). “La carta Pisapia per la Giustizia. Economia, c’è anche Cottarelli” (Corriere della sera, 31.8). Ne avessero azzeccato uno.

La nuova Padania. “Voto subito (ma c’è chi dice no)” (Repubblica, 9.8). “Cronaca di una fine annunciata. Il naufragio della trattativa tra Pd e 5S è a un passo… L’incontro atteso tra Zingaretti e Di Maio… in realtà sembra la premessa di una definitiva rottura” (Stefano Folli, Repubblica, 24.8). “Fumata nera, futuro griglio” (Repubblica, 26.8). “Coraggio Conte, sarà dura” (Repubblica, 29.8). “Crisi di un governo mai nato” (Repubblica, 27.8). “A che gioco gioca Di Maio” (Repubblica, 31.8). “Verso il governo di Bisanzio” (Repubblica, 2.9). “Il governo last minute” (Repubblica, 4.9). “Un governo per fare pace” (Repubblica, 6.9). Su, ragazzi, coraggio: stavolta è andata così.

Il Nostradamus della mutua. “Che botta per il Quiurinale se il parere del web affossasse il governo”. “Se nel quesito online su Rousseau si parlerà di patto col Pd avremo delle sorprese”. “Il referendum tra gli iscritti può ancora far saltare tutto” (Paolo Becchi, Libero, 29.8, 1 e 3.9). Risultato: 79,3% Sì e 20,7 No.

Un pesce di nome Zanda. “Conte? Fece passare leggi incostituzionali” (Luigi Zanda, senatore Pd, Corriere della sera, 24.8). Dunque, vediamo: Jobs Act, Buona Scuola, legge Madia, Italicum, Rosatellum, riforma costituzionale… Dimentichiamo qualcosa?

Nostalgia canaglia. “Molti poliziotti e vigili del fuoco mi hanno scritto ‘lei sarà sempre il nostro ministro!’. Oggi ho salutato i dipendenti del Viminale e ho visto delle lacrime: mi hanno segnato” (Matteo Salvini, Lega, ministro dell’Interno uscente, Facebook, 29.8). È che non ti avevano mai visto prima.

Non c’è più Paragone. “Operazione che serve al Pd. Con loro non presiederò la commissione sulle banche. La Lega invece è contro il liberismo come noi” (Gianluigi Paragone, senatore M5S, Corriere della sera, 24.8). Infatti, con la Lega, tu di commissioni sulle banche ne hai presiedute due o tre.

Casi umani. “Pizzarotti spiega al Pd perchè del grillismo non ci si può fidare”. “Davide Serra dice che è da folli fare un governo con i parassiti. Mai con i populisti che mentono” (il Foglio, 28.8). Povere stelle.

Tarapia tapioco. “Conte uomo dei poteri forti (Quirinale Vaticano S.Egidio Massoneria Europea NWO Finanza Bildelberg Soros e C) si avvia a proseguire opera di spietata normalizzazione e sottomissione del popolo italiano al colonialismo globalista. Grillo come megafono!” (Alessandro Meluzzi, psicoterapeuta, ex Pci, ex Psi, ex FI, ora FdI, nonché Primate Metropolita della Chiesa Ortodossa Italiana, Twitter, 24.8). Come fosse antani, con scappellamento a destra.

Resipiscenze senili. “L’Italia ha urgentemente bisogno di una riforma della giustizia in senso giustizialista… ehm no, garantista!” (Silvio Berlusconi, presidente FI, uscendo dalle consultazioni al Quirinale, 28.8). Per una volta che ne aveva detta una giusta.

Le pazze risate. “Ma a Mattarella non viene da ridere?” (Matteo Salvini, 4.9). Mi sa che ha finito le risate per i prossimi dieci anni.

Il titolo della settimana/1. “Berlusconi è indignato: ‘Rousseau è uno sfregio , un’offesa alle istituzioni’” (il Giornale, 3.9). Lui preferiva la Piattaforma Mubarak.

Il titolo della settimana/2. “Sorpresa: i peti delle mucche fanno bene all’ambiente” (Libero, 30.8). Mai però come i titoli di Libero.

Gli irredimibili

Si poteva immaginare che il Pd avesse capito le lezioni, anzi le elezioni che l’avevano bastonato ininterrottamente dal 2008 al 2013 al 2018, passando per il referenzum del 2016, a vantaggio delle forze anti-establishment. Si poteva persino sperare che la scelta di 8 ministri esordienti su 9 per il Conte-2 fosse l’inizio di un radicale rinnovamento di classi dirigenti, contenuti e prassi politiche all’altezza con le aspettative degli elettori. Che non sono affatto pentiti del “populismo sovranista”: solo, fallita la versione parolaia e inutile di Salvini, sperano in una più civile e produttiva, alla Conte. Invece Paola De Micheli e Andrea Orlando si sono subito incaricati di dimostrare che il Pd è irredimibile: non ha capito né cambiato niente. Anzichè camminare in punta di piedi, con gli occhi bassi e il capo chino, consapevoli che non tornano al governo per merito loro, ma grazie al suicidio di Salvini e alle difficoltà dei 5Stelle, si atteggiano a padroni del vapore. Come se le ragioni dei loro voti dimezzati in cinque anni e dei trionfi di 5Stelle e Lega fossero evaporate sotto il sole d’agosto e si potessero archiviare chiudendo la parentesi e ricominciando daccapo. Come prima, più di prima. Con una bella restaurazione che parta dal ritorno dei morti viventi e dalla rilottizzazione della Rai (fuori Foa, dentro qualche muffa pd).

Avevano promesso un governo e siglato un programma all’insegna dell’ambiente. E ora la De Micheli secerne colate d’asfalto e cemento come un Lunardi, un Delrio, un Salvini qualunque. L’avevano menata con la “discontinuità” per far fuori il premier più discontinuo che si ricordi. Poi Franceschini torna sul luogo del delitto coi soliti Nastasi, come se nella cultura italiana non esistessero altri dirigenti. Gualtieri fa rientrare dalla finestra il boiardo Garofoli cacciato dalla porta da Conte per i suoi conflitti d’interessi. E Orlando contesta (in barba al programma appena sottoscritto) la riforma della giustizia Bonafede, lo stop al (suo) bavaglio sulle intercettazioni e persino la legge già in vigore che ha finalmente abolito la prescrizione dopo la prima sentenza. “Un governo nuovo – dice il vice-Zinga – non può prendere per buono un testo costruito da due forze politiche che non ci coinvolsero minimamente, e di cui una era la Lega”. Peccato che quel testo sia stato bocciato nel Cdm pre-crisi da Salvini, le cui priorità erano il ritorno alla prescrizione e al bavaglio sulle intercettazioni. Le stesse di Orlando. Vista la corrispondenza di amorosi sensi pure su grandi opere e Autostrade, non si vede perché il Pd non provi a fare un governo con la Lega. Salvini è così disperato che potrebbe persino starci.

“Io e Mike nella prima Repubblica della tv. Ora è tutta una farsa”

Pippo Baudo, a dieci anni dalla scomparsa l’Italia ricorda l’inossidabile Mike Bongiorno con affetto non meno inossidabile.

Mi fa un gran piacere vedere ricordato Mike con questa benevolenza e anche con parecchia nostalgia. Bisognerebbe fare altrettanto per le figure di Corrado e di Enzo Tortora, che invece mi sono parse un po’ dimenticate. La Prima Repubblica televisiva non era niente male.

Ricorda il primo incontro con Mike?

Come no, fu un battesimo di fuoco. Di persona ci eravamo solo sfiorati perché io lavoravo a Roma e lui a Milano. Il primo incontro vero fu davanti alle telecamere di Studio Uno. Insieme a Mina c’eravamo io, lui, Corrado e Enzo Tortora. Tortora mi sussurrò di mettermi accanto a Mike e di alzarmi sulle punte per farlo sembrare ancora più piccolo, ma non ne ebbi il coraggio.

Meglio non farlo arrabbiare.

Quello non sarebbe successo. Mike era autoironico, sportivo, aveva una vita piena al di là degli impegni televisivi.

Però negli anni 80 la rivalità Mike-Pippo teneva banco.

Certo, ma faceva parte del gioco. Fu lui stesso a dirmelo: “Guarda che dobbiamo sfotterci il più possibile perché gli italiani adorano le contrapposizioni, dobbiamo diventare come Coppi e Bartali”. Mio malgrado, ho obbedito.

In realtà eravate amici.

Certo, e ancora una volta è stato lui a prendere l’iniziativa. Mi invitava spesso a cena a casa sua, poi Daniela e i figli se ne andavano e noi due restavamo a parlare dei nostri progetti rigorosamente separati.

E la televisione?

Rigorosamente spenta.

Dica la verità: all’inizio un po’ si è ispirato a lui.

Francamente no, perché credo che ogni presentatore, se vuole emergere sul serio, debba puntare a qualcosa di personale. Quando ho cominciato, negli anni 60, in Rai era scoperto il ruolo del conduttore specializzato nella musica. Ho provato a inventarlo.

Non si può ricordare Mike senza citare Eco. Era davvero il perfetto uomo medio?

Non credo che in Eco ci fosse volontà di offendere, ma quel giudizio resta molto duro, e non così esatto. Mike si calava di proposito nel ruolo dell’italiano medio, ma non mediocre. Voleva essere compreso da tutti, e questo era il modo migliore per riuscirci.

Anche sulle gaffe non si è mai saputa la verità. Erano vere o create a bella posta?

Dipende. All’inizio, ai tempi di Lascia o raddoppia? e del Rischiatutto erano sicuramente vere, perché nemmeno Mike conosceva le risposte dei suoi quiz. “Chi sarà mai questo Paolovi, mai sentito nominare?”. Era papa Paolo VI. Poi però si accorse che le gaffe aumentavano la popolarità, e non escludo che ci abbia giocato lui per primo.

E la signora Longari?

Quella è una leggenda. Ma per un conduttore diventare una leggenda è il massimo.

Vera o presunta, il culmine della vostra rivalità arriva nel 2007, l’anno del sorpasso sanremese.

Certo, quando ho accettato di condurre il mio 12° Sanremo, gli ho telefonato e gli ho detto: “Mike, io presento il Festival ma tu devi presentare me”.

Lui?

Felicissimo. Il giorno del debutto è arrivato tre ore prima. “Ma Mike, guarda che devi dire solo: ecco a voi Pippo Baudo”. “Lo so, lo so. Non preoccuparti, ma sai, volevo respirare l’aria dell’Ariston”.

Quanto è cambiata la tv italiana in questi dieci anni?

È cambiata in peggio, il grande varietà sta scomparendo perché pochi lo sanno fare e il declino è evidente soprattutto nello show musicale. Oggi si fanno cantare i dilettanti per un minuto e mezzo, poi si votano. Ma come fai a giudicare un artista in un minuto e mezzo? È una farsa.

Anche la politica ha invaso il campo dell’intrattenimento. Ai vostri tempi, invece, c’era un confine preciso.

Certo, Mike non ne voleva sapere, il mio massimo è stato una breve rubrica in Domenica in. Dieci minuti e uno alla volta. Modica quantità.

Andreotti non mancava mai.

Era un ospite fisso. Ogni volta mi convocava il sabato alle 6 di mattina. Mi riceveva in giacca da camera, mi offriva un caffè e si metteva a parlare d’altro. Quando gli dicevo di cosa avremmo trattato in trasmissione rispondeva che si era fatto tardi: “Improvvisiamo”.

C’è un erede di Mike?

Ci sono ottimi professionisti, Paolo Bonolis in testa, ma con le caratteristiche di Mike non vedo nessuno. Non è detto sia un male.

Almeno possiamo chiudere dicendo “Allegria!”

Mi sembra una parola molto impegnativa per i tempi che stiamo vivendo.

E allora?

Mettiamoci un punto interrogativo… “Allegria?”.

Ecologisti occupano il red carpet Franceschini: “Basta Grandi Navi”

Sonocirca 300 gli attivisti che ieri mattina hanno bloccato il red carpet del festival al Lido. Il movimento ambientalista Fridays for Future si è unito al Comitato “No Grandi Navi” per protestare contro il surriscaldamento globale e le navi da crociera nella laguna. Un sit-in pacifico durato fino al primo pomeriggio; poi i manifestanti hanno lasciato spontaneamente il tappeto rosso per gli arrivi degli ospiti Vip della Mostra. Fra loro Mick Jagger, frontman dei Rolling Stones, che ha dato il suo appoggio: “Sono felice che manifestino, sono loro che erediteranno il pianeta”. Concorde anche il ministro per i Beni culturali Franceschini, che su Twitter promette: “Entro la fine del mio mandato nessuna Grande Nave passerà più davanti a San Marco”.

“Il romanzo è soltanto un registro delle cattive scelte dei personaggi”

Se lo scrittore americano Salvatore Scibona, il cui nome ci avverte delle sue origini italiane (sicule, a esser precisi), ha impiegato dieci anni per scrivere Il volontario è perché le parole per lui sono importanti. Lo aveva già dimostrato con il romanzo d’esordio La fine (2009), rientrato nella shortlist del National Book Award e per questo inserito dal New Yorker tra i 20 migliori scrittori Under 40. “Cerco di badare prima di tutto al senso letterale, su cui poi il lettore può costruire le proprie considerazioni e astrazioni”.

Il titolo, per primo, ci avverte che questo è un romanzo sulla volontà, sulle scelte e sul libero arbitrio – il protagonista, Vollie Frade, un ragazzo dell’Iowa, non aspetta di essere chiamato alle armi e si offre volontario per combattere in Vietnam con i marines –, cruciale nella costruzione della propria identità. “Non so se sia possibile scegliere chi siamo, ma di certo è possibile scegliere cosa fare. Una storia è per vari aspetti un registro delle scelte fatte da una persona”.

Dopo aver lasciato la propria famiglia e il suo retaggio agreste per ritrovarsi in Vietnam, Vollie affronterà una missione fantasma in Cambogia, poi verrà fatto prigioniero, e di nuovo partirà per il New Mexico al fine di tentare una nuova vita. Ogni volta, Vollie compirà una scelta su una diversa direzione di vita da intraprendere. Liberamente? “Ho una teoria personale secondo cui il cosiddetto fenomeno de ‘l’investimento emotivo in un personaggio’ avviene solo se il lettore avverte che la libertà del personaggio è reale. Il mio romanzo – o più esattamente la storia – è in gran parte il registro delle scelte fatte dai personaggi e dei prezzi che hanno pagato per quelle scelte. La sfida che il protagonista deve, infatti, affrontare non è quella di creare un nuovo sé, ma di liberarsi da ogni sé imposto”.

Il grado zero del romanzo è la guerra, presente nell’educazione sentimentale dello scrittore quale momento ineluttabile: “I nonni di mio padre militarono nell’esercito italiano; il padre di mio padre, che pur essendo nato in America parlava a casa in dialetto siciliano e non ha mai imparato l’inglese finché non ha iniziato ad andare a scuola, fu un marine durante la II guerra mondiale e venne gravemente ferito; mio padre è stato marine in Vietnam. E da ragazzino, anche io ho creduto che una volta grande avrei dovuto combattere una guerra e magari essere ucciso.” E ciò perché, prosegue Scibona, “le questioni che affronti durante l’infanzia modellano la tua immaginazione per sempre. Prevedi (spesso in modo impreciso) le scelte che dovrai fare. Ti prepari a quelle scelte nei sogni, negli incubi, ma anche nell’arte”.

Ma a rendere speciale quello che fino a qui potrebbe sembrare l’ennesima (ma ben riuscita) war novel è l’imperdibile voce di Scibona: ora efficace ora esatta pur nelle sue quasi 500 pagine, ora affabulatrice ora tagliente, che ora sorvola i suoi protagonisti e ora penetra i loro pensieri. La voce realistica di uno scrittore americano, ma con un’eco europea. “Scrivo in inglese, lingua verso cui avverto un attaccamento, un senso di casa e tenerezza. Ma per quanto riguarda la mia storia personale, la religione, la formazione intellettuale, le mie radici sono molto europee. Uno scrittore riempie il mondo immaginato di ciò che vede, sente e odora, così come di ciò che la sua immaginazione gli fornisce”.

Quel reietto di “Joker” fa la parte del Leone Marinelli miglior attore

Il Leone ha il ghigno del Joker, ma ride anche l’Italia: due premi e, con due film distinti, non accadeva dal 2013. Luca Marinelli trova la consacrazione della Coppa Volpi per l’eponimo Martin Eden di Pietro Marcello: “Jack London ha scritto di un marinaio che cercava la verità, io vorrei dedicarla a tutte le persone splendide che sono in mare a salvare altri esseri umani che fuggono da situazioni inumane, e ci salvano da una figura pessima con noi stessi e il prossimo. Viva l’umanità e viva l’amore!”. L’assente Franco Maresco si aggiudica il Premio speciale della Giuria con l’apprezzato e discusso (la Trattativa Stato-mafia e il silenzio di Mattarella) La mafia non è più quella di una volta. Ritira il produttore Rean Mazzone: “Abbiamo detto no a qualsiasi tipo di censura”.

Potevamo chiedere di più alla giuria presieduta da Lucrecia Martel, con Paolo Virzì a molto bene rappresentarci, che non si è espressa all’unanimità? No, sebbene Maresco potesse ambire a tutto; no, quantunque Mario Martone non avrebbe rubato nulla con Il sindaco del Rione Sanità; no, ché stante la bravura di Marinelli con Joaquin Phoenix non ce n’era per nessuno, e il divieto di cumulo per il film Leone d’Oro non inficia la Coppa ma qualcosa spiega. Joaquin è tornato al Lido insieme al regista Todd Phillips, è salito anche lui sul palco per alzare il felino in Sala Grande: non mera photo opportunity, ma plastica attestazione che il film è lui, dunque, il premio per lui. Lo dice lo stesso Phillips, uso a ben altro cinema e alla svolta subito laureato, che pure nei fatti al Lido trova Una notte da leoni 4: “Non c’è film senza Joaquin, non sarebbe possibile. È il leone più coraggioso e con la mentalità più aperta che conosca”. Dal 3 ottobre in sala, il Joker era il primus inter pares nei favori del pubblico, laddove la critica, italiana e internazionale raccolta da Ciak, gli preferiva J’accuse di Roman Polanski: 4,10 stellette contro 3,70. Capiamoci, la vittoria è meritata, e politicamente perfetta: ribadisce l’ineludibile trampolino di lancio che Venezia è diventata per l’award season hollywoodiana. E anche quest’anno è proprio il Leone d’Oro a ruggire destinazione Oscar: nel 2018 toccò a Roma di Alfonso Cuarón, poi tre statuette; nel 2017 a La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro, poi quattro Academy awards tra cui miglior film.

Se Joker si porterà bene Oltreoceano, sarà la ciliegina sulla 76esima Mostra: straordinaria per afflusso di pubblico (+11% al giro di boa) e giovani, per i red carpet seguitissimi, per una rinnovata stabilità mediatico-culturale. Certo, alcune presenze sul tappeto rosso erano da Ko estetico; certo, l’imposizione di un embargo stampa andrebbe poi fatta rispettare; certo, la qualità del Concorso è stata media, nulla più – l’anno scorso rimane forse insuperabile. Ma il nostro cinema – non prendevamo un premio dal 2015 – ne esce benissimo, anche produttivamente: c’è lo zampone di Luca Barbareschi in J’accuse, cui va il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria. Dopo le polemiche d’inizio Mostra della Martel su Polanski, Virzì conferma: “Nessuna pregiudiziale in giuria”. Meno condivisibile il secondo Leone d’Argento, per la regia, a About Endlessness di Roy Andersson: sembrano i contenuti extra di Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, Leone d’Oro nel 2014. Addirittura incomprensibili la Coppa Volpi femminile a Ariane Ascaride per Gloria Mundi del marito Robert Guédiguian, piccola parte in brutto film, e il premio per la sceneggiatura all’animazione No. 7 Cherry Lane di Yonfan.

Il Marcello Mastroianni per l’interprete emergente a Toby Wallace, il ragazzino problematico di Babyteeth ci sta. Mentre la rockstar di giornata, Mick Jagger, nel cast di The Burnt Orange Heresy di Giuseppe Capotondi, non getta la maschera: “Dovere dell’artista è non toglierla. Anzi, deve indossarne più d’una pur di non rivelare se stesso”, la Mostra segna un altro record: l’ha aperta il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli, la chiude il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. What a time to be alive.

Mi sono salvata dagli anni 80

Alla fine sembra una Wonder Woman (“Davvero? In realtà le amiche mi chiamano così”); dal lunedì al giovedì Sabrina Salerno vive in provincia di Venezia, vita agiata, borghese, sposata da venticinque anni, un figlio di quindici (“studioso”), la palestra, gli impegni famigliari, varie ed eventuali; dal giovedì alla domenica si trasforma, parte per la Francia (“lì mi credono una di loro”), quindi pantaloni di pelle, forme in vista, e che vista, concerti (“solo nel 2019 sono a circa 150”), interviste, televisioni, applausi, hotel, aerei, autisti, adrenalina e autografi: una vera star; come se il tempo fosse ancora immobile agli anni Ottanta, quando costruiva la sua immagine iconica, quando i suoi pezzi toccavano la vetta delle classifiche (“In Inghilterra sono arrivata terza dietro Michael Jackson e Madonna”) e le copertine patinate con lei in mostra strappavano sogni agli uomini. Eppure ha delle fragilità celate, la necessità dei confini, di mascherarsi dietro l’apparenza, e così dopo il “piacere” di rito, piazza i paletti: “È in ritardo di venti minuti”. A Venezia c’è il Festival. “È comunque in ritardo”. Non fa una piega.

Donna precisa.

Eh, un po’ (sorride).

Vive distante dallo show business.

E da anni: abitare lontano dai grandi poli di attrazione è stata ed è la mia salvezza, e poi non sopporto i luoghi affollati, i ristoranti con i tavolini attaccati l’uno all’altro; non amo le serata di gala…

E i concerti?

È lavoro, altra dimensione.

Ha delle timidezze.

Una parte è così, l’altra è molto aggressiva.

È bella.

Mi piaccio maggiormente adesso, con l’età ho imparato a rapportarmi con il fisico, lo accetto e ci gioco; negli anni Ottanta ero ossessionata dall’immagine, non mi vedevo mai bella, solo difetti.

Insomma, oggi?

Me ne frego. A quel tempo piazzavo perenni muri, andavo in crisi anche per le interviste: non sapevo cosa e come raccontare, non volevo che la gente percepisse la fragilità.

Sorrideva poco.

È vero, totalmente in contrasto con il personaggio.

I film del tempo li rivede?

Neanche una volta; so quando vanno in tv solo perché qualcuno me li segnala.

Come mai?

Mi sembrano una realtà lontana, mi appartengono nella misura in cui il pubblico mi vuole vedere immersa in quella veste, ma dentro di me sono distanti.

Altra storia.

Incontro persone che mi recitano le battute a memoria, e ogni volta non riesco a celare lo stupore.

Lei indifferente.

Ma no, neanche le ricordo.

Si divertiva?

Mica tanto; anzi, neanche un pochino, vivevo il tutto con un’eccessiva carica di stress.

Troppo giovane.

A 16 anni sono stata catapultata in un mondo abituato a correre molto veloce, e che non rappresentava esattamente il mio io interiore; per questo ho giocato un ruolo dentro al quale sono rimasta imprigionata.

Quindi?

Ancora oggi continuo a mantenere una parte di quel ruolo perché è giusto e comodo…

Quale parte?

La solarità e l’autoironia.

E la fisicità.

Quella supporta il resto.

Su Instagram lo dimostra.

E lì mi arrivano tantissimi commenti carini, poi c’è un dieci per cento che deborda con proposte assurde.

Tipo?

Non voglio dirlo, lì tocchiamo la follia, gente che pensa di poter comprare tutto. E mi riferisco a gente di potere.

In Spagna un libro con lei presente ha recentemente venduto 400mila copie.

Davvero?

Sì.

Non lo sapevo (e cerca il titolo sul cellulare); da lì è partito il mio successo: nel 1986 ancora vivevano nell’eco del franchismo, prede dell’archeologia sociale.

Cioè?

Quando andavo ospite della loro televisione, trovavo un ambiente tristissimo, e se uscivo su una rivista patinata, i giornalai venivano assediati dalle persone, con code lunghissime.

Addirittura?

Sono entrata nella scia del boom economico e sociale, anzi in qualche modo ho personificato quel periodo, una donna-bambina con le forme del corpo accentuate.

Un fenomeno.

Ricordo una mattina: mi sveglio, colazione, arrivano i giornali e mi trovo sulla copertina di un importante settimanale, e sopra il titolo: “La nuova malattia: la sabrinite”.

E lei?

Stupita ma senza esagerare: a quel tempo alcuni ragazzini erano stati cacciati da scuola perché pizzicati con le mie foto; del “sabrinismo” se ne parlava ai telegiornali.

E oggi?

La Spagna è cambiata tantissimo, anche in peggio: adesso si parla solo di gossip, sono ossessionati, con programmi terribili.

Non la spaventava tutto questo clamore?

Forse sì, ma ci sono momenti nella vita nei quali devi scegliere.

Quanti anni ha suo figlio?

Quindici.

Solo un anno rispetto a quando lei è stata investita dal successo.

(Cambia tono). Oddio, non riesco a immaginarlo. (ci pensa). Non è stata una passeggiata, non è stato facile.

Però…

Ce l’ho fatta; nelle mie fragilità mi ritengo una delle persone più forti che conosco.

Quando oggi sale palco, ha ancora il brivido?

Riesco a convogliare l’ansia dentro la prestazione, la sfrutto per la performance; rispetto a un tempo sono in grado di gestire la situazione, non ho paranoie; comunque in Francia pensano sia una di loro e c’è anche l’Inghilterra.

Top della classifica.

Negli anni Ottanta sono arrivata ai vertici.

Le amiche del tempo come la trattavano?

Non ne avevo tra le coetanee.

Neanche una?

Vivevo in una gabbia dorata, nessuno poteva avvicinarsi, con una serie infinita di filtri che alteravano la realtà; per me era impossibile uscire laicamente con una persona, quindi è stato naturale perdere ogni contatto con i contesti comuni.

Ultima uscita con una coetanea?

A ridosso dei 16 anni, poi è iniziato il mio percorso.

Mestiere di rinunce, dicono i suoi colleghi.

È vero. Assolutamente. E al di fuori appare il contrario; io ho veramente corso in maniera folle, e in quegli anni ho capito tutto e dopo ho compreso che era meglio ignorare dei punti, che era preferibile e opportuno lasciarsi andare e vivere.

“Ho vissuto borderline, ho perso opportunità e qualche miliardo”, parole sue.

Più di qualche miliardo, ma tanto è inutile pensarci.

Sesso, droga, e rock.

Mai drogata.

Alcool.

Lo adoro, però non lo reggo molto. E ho iniziato a 24 anni.

Tra la sua immagine e quello che racconta, c’è l’abisso.

E che non me ne rendo conto? Quando la gente mi parla o mi scrive secondo la percezione che ha di me, vivo una sorta di straniamento.

Come si giudica da attrice?

Brava, era la mia strada, specialmente a teatro, poi sono stata sviata dal mondo della musica.

Cosa legge?

L’ultimo libro che ho preso in mano e finito è quello di Massimo Recalcati, Mantieni il bacio, regalo di mio figlio.

Da genovese ha conosciuto bene Beppe Grillo.

Gli voglio bene, ma al tempo era un uomo un po’ triste e introverso; spesso si eclissava, un po’ lo stereotipo del comico: la tipica situazione a due facce, ben divisa tra spettacolo e vita privata.

Un classico.

Chi da questo punto mi ha stupita maggiormente è Giorgio Faletti: alcune volte siamo stati a cena insieme, solo io e lui, eppure non parlava quasi mai.

Imbarazzante.

No, però mi interrogavo, perché di solito sono in grado di discutere con i muri, mentre con lui vigeva il silenzio; veramente un tipo particolare e lui credeva molto in me, voleva cambiare la mia carriera, mi coinvolgeva in alcuni possibili progetti.

Sempre da genovese ha conosciuto Villaggio.

Il suo Fantozzi non sono mai riuscita a guardarlo, detesto quel personaggio: mi suscita una tristezza infinita, ma riconosco la grande intelligenza di Paolo.

Era sua amica?

Non ci siamo mai piaciuti, anzi ci stavamo antipatici, e con lui non seguivo l’andazzo delle altre, pronte a un atteggiamento accondiscendente e burroso; con lui ero acetosa nonostante percepissi il suo acume deciso, ma cattivo. E Fantozzi nasce da questo.

Cattivo.

Chi ha concepito un personaggio come Fantozzi deve essere necessariamente in possesso di una violenza rara, con in sottofondo il genio.

Ha cantato a Mosca quando c’era l’Urss.

Ed è stato incredibile; ho avuto paura: quando sono salita sul palco, e avevo appena 19 anni, mi sono trovata di fronte a cinquantamila persone e senza alcun preavviso.

Che vuol dire?

Immaginavo qualche migliaio, non cinquantamila, e mi sono spaventata perché ogni volta che mi muovevo sul palco, il pubblico stesso mi seguiva come un’onda: temevo qualche incidente, tanto che a un certo punto mi sono immobilizzata, fissa in un punto.

Com’era l’Urss?

Ovviamente un altro mondo, e si avvertiva un certo fascino, una stratificazione storica, una realtà non comune, una sua identità, mentre adesso Mosca è una città qualunque, dove l’atmosfera non è molto differente da quelle di New York o Londra.

Perdita d’identità

Attenzione: non voglio dire che preferivo il periodo comunista, ma si è passati all’estremo opposto e si è uccisa una fase storica.

Secondo Amanda Lear Berlusconi era pazzo di lei.

Parola sua, ma non è stato l’unico, almeno credo, e non me ne sono neanche sempre accorta.

Non le arrivavano regali imprevisti?

Quelli giungono solo se lasci intendere, se potenzialmente puoi essere comprata; sposarmi presto ha piazzato un argine importante.

Il matrimonio è un centro di gravità.

Mi aiuta a vivere più serena.

Ha ispirato Milo Manara.

E lui mi ha portato a conoscere Federico Fellini, dovevamo parlare di un progetto, in realtà ci siamo confrontati tutto il tempo sugli oroscopi.

Voleva studiare psicanalisi.

Infatti ho sbagliato tutto, lì sarei stata fantastica e avrei guadagnato il triplo dei soldi.

I soldi le interessano molto?

Solo rispetto alla mia indipendenza, e trovo volgare esibirli, è da burini mostrare barche, aerei o gioielli.

Com’era esibirsi in playback?

Un po’ un casino, non riuscivo a fingere, quindi cantavo lo stesso, anzi urlavo per sentire la mia voce e alla fine dello show restavo sistematicamente afona.

Primo autografo?

In realtà quando ero al secondo anno di liceo linguistico, ho firmato i diari di tutti i miei compagni, accompagnando il gesto dalla frase: “Tenetelo perché sarò famosa”.

Lo sapeva.

No, giocavo, era solo un sogno che avevo dentro, in realtà ero una donna bambina.

(Cantano gli Stadio in “Acqua e sapone”: “È strepitosa, donna bambina, donna vedrai bambina se lo sai. Meravigliosa. Stramaliziosa. Vieni e vedrai, che cosa sentirai”).

L’Iran e la voglia matta della bomba atomica

A nemmeno tre giorni dalla dichiarazione del presidente Rohani – “tutti i limiti alla nostra ricerca e sviluppo saranno eliminati venerdì”- il portavoce dell’Organizzazione iraniana per l’energia atomica ha informato che il paese islamico ha attivato 20 centrifughe IR-4 e 20 IR-6 per aumentare la sua scorta di uranio arricchito.

“La capacità di queste centrifughe è molte volte superiore a quella delle macchine precedenti. Il loro utilizzo è iniziato ieri (venerdì)”, ha detto ai giornalisti il portavoce Behrouz Kamalvandi, che ha provato a rassicurare la comunità internazionale dichiarando che questo cambiamento non ostacolerà il monitoraggio delle Nazioni Unite sul programma nucleare iraniano: “Per quanto riguarda il monitoraggio dell’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica (AIEA) … proseguirà come prima”. La prima reazione, dal tono insolitamente sobrio, dell’amministrazione Trump è avvenuta per bocca del segretario alla Difesa americano, Mark Esper, proprio mentre si trovava in Francia, il paese più coinvolto nel tentativo di tenere a galla quel che resta dell’accordo sul nucleare firmato nel 2015 (da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania più Russia e Cina) dopo il ritiro di Washington lo scorso anno.

“Non sorprende che gli iraniani perseguiranno ciò che hanno sempre voluto perseguire”, ha sottolineato Esper in una conferenza stampa con il suo omologo francese, Florence Parly. Il ministro francese ha ribadito che la Francia si impegnerà ancora a convincere Teheran a rimanere partner dello storico accordo, preso di mira dal presidente Trump fin dal suo ingresso alla Casa Bianca. The Donald lo disprezza e condanna perché, a suo dire, sarebbe il frutto avvelenato dell’agenda politica estera voluta e applicata dal suo predecessore Obama, critica nei confronti di Israele e benevolente verso i paesi islamici. In realtà, è un segreto di Pulcinella che Trump voglia distruggere l’accordo essendo stato il maggiore successo diplomatico di Obama sullo scacchiere geopolitico. Ciò non significa che il presidente Trump non voglia trovare un nuovo patto. Ma la crisi economica iraniana, di giorno in giorno più pesante, ha costretto Rohani a tirare ulteriormente la corda, con il rischio di romperla. Il presidente moderato della teocrazia islamica vuole far capire alla Casa Bianca che ormai deve decidere se dare il via libera, tramite la Francia, all’apertura di una linea di credito da 15 miliardi di dollari a favore di Teheran. Le speranze sembrano però ridotte al lumicino. Nel caso avvenisse il “miracolo”, l’Iran ha assicurato che tornerà a rispettare l’accordo e rimborserà il prestito una volta riprese le esportazioni di petrolio, ora quasi del tutto bloccate per effetto delle sanzioni Usa. Lo scorso luglio, l’Iran aveva già violato altre due norme che costituiscono l’accordo del 2015, consentendo alla sua scorta di uranio arricchito di superare il limite di 300 chilogrammi e violando il limite di purezza delle sue scorte di uranio. Il regime degli ayatollah ha sempre negato di voler sviluppare una bomba nucleare, insistendo sul fatto che il programma mira a soddisfare le esigenze energetiche della società. È innegabile però che la capacità delle nuove centrifughe di arricchire l’uranio ad una velocità dieci volte superiore, ridurrà il lasso di tempo necessario per varcare la soglia critica del 90% necessaria per produrre la bomba atomica.