Mosca, le elezioni che piacciono a Putin: senza rivali

Si aprono per alcuni, ma si chiudono per altri, le celle delle prigioni russe, in questa fine estate del rabbioso scontento slavo. La Russia libera i prigionieri ucraini, ma serra le celle dei moscoviti che partecipano alle proteste che si susseguono nella Capitale ormai da settimane. Oggi sono in programma le elezioni per il rinnovo della Duma di Mosca, ma i candidati dell’opposizione non saranno nelle liste. O non sono stati ammessi, o sono stati arrestati. L’ultimo ad essere privato della libertà era sceso in piazza per combattere per quella degli altri, già finiti in galera. Per “violazioni multiple” il giovane Kostantin Kotov trascorrerà quattro anni in carcere, in base alla nuova legge sulle manifestazioni, nonostante ci siano dei video che lo scagionano.

Cinque anni per un tweet contro la polizia: è la condanna ricevuta dal blogger Vladislav Sinitsa, 30 anni, arrestato lo scorso 27 luglio durante una manifestazione non autorizzata a Mosca, in base all’articolo 282 del Codice Criminale russo. “Noi, la vera nazione russa, che si oppone a questa autoritaria macchina omicida”. È una delle ultime frasi pronunciata dal nuovo leader dei giovanissimi russi, con milioni di visualizzazioni su Youtube. Igor Zhukov aveva annunciato sui social la sua intenzione di candidarsi alle elezioni della Duma, ma ora seguirà i risultati dalla prigione. Le urne in tutta la Federazione verranno aperte oggi. Ai dissidenti e avversari del governo Putin non è stato concesso candidarsi alle elezioni del consiglio comunale di Mosca e l’alibi delle autorità per estrometterli è stato rinvenuto nell’autenticità delle firme. Per il governo è tutto regolare e “l’opposizione dice il falso”, ha tuonato la presidente della commissione elettorale Ella Pamfilova: “La metà dei candidati indipendenti è stata autorizzata a partecipare alle elezioni”.

Nei seggi aperti questa mattina i russi non riusciranno a distinguere i candidati di Russia Unita: tutti correranno da indipendenti e, per la prima volta dal 2001, non ci sarà nemmeno una testa d’ariete del partito del presidente Putin nelle liste elettorali della Capitale. La strategia del Cremlino è stata camuffare i suoi uomini che raggiungevano solo il 22% delle preferenze, secondo i dati del sondaggio dell’istituto governativo Vtsiom. Anche la nuova tattica del dissidente Navalny può fare la differenza nelle percentuali, unica vittoria credibile per risultati che sono già scontati. La macina dei tweet e video postati dal blogger anti-corruzione è stata alimentata per riunire l’opposizione: “Se non volete votare per noi, votate contro di loro”. Finché i russi riusciranno a distinguerli e finché Mosca non si arrabbierà ancora di più.

Sul fronte della guerra con l’Ucraina, ieri c’è stato tra Mosca e Kiev lo scambio di prigionieri voluto da Cremlino e Rada.

Dall’aeroporto di Borispol, Ucraina, sono partiti verso la Capitale russa i detenuti che tornano nella Federazione del presidente Putin e viceversa. Sono tornati in patria i marinai ucraini coinvolti nell’incidente dello scorso aprile nel Mar Nero. Si trovavano sulle navi che allora hanno violato le acque territoriali della Crimea, penisola ormai russa. Soprattutto non vedrà più scorrere da oggi i suoi giorni a strisce, quelle delle sbarre della sua prigione artica in cui è rimasto dal 2014, il regista Oleg Sentsov. Ad accoglierlo per stringergli la mano, appena sceso dalla scaletta dell’Antonov, c’era il nuovo presidente che il suo Paese in guerra ha scelto mentre lui era in carcere, il comico Vladimir Zelensky.

Libia, il piano di Parigi è fallito

Nello ‘scatolone di sabbia libico’ d’altri tempi e d’altre retoriche, ‘guerre lampo’ e ‘uomini forti’ sono formule logorate dalle scaramucce mai decisive di conflitti sfilacciati a bassa intensità e dai riti da ‘the nel deserto’ della diplomazia internazionale.

A sei mesi dall’avvio dell’offensiva del generale Khalifa Haftar per prendere il controllo di Tripoli, l’attacco pare rintuzzato, ma il conflitto “si è geograficamente diffuso, con un pesante tributo di vite di civili e combattenti. A oggi, i civili uccisi sono più di cento e i feriti oltre 300, mentre 120.000 persone sono state sfollate”.

Dati contenuti nel rapporto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu fatto in settimana dall’inviato speciale delle Nazioni Unite Ghassan Salamé, un accademico libanese che dal giugno 2017 prova a tracciare una processo condiviso perché la Libia cessi di essere uno Stato fallito, com’è dalla guerra civile del 2011 con il rovesciamento e l’uccisione di Muammar Gheddafi.

Salamé avverte che, se i partner internazionali continueranno a sostenere i loro alleati, la situazione potrebbe degenerare, con un’escalation magari regionale della guerra civile tra le forze di Haftar, che hanno le basi nell’Est e fanno capo a Bengasi e a Tobruk, e quelle del capo del governo riconosciuto dalla comunità internazionale Hafez al Sarraj, che hanno punti di riferimento a Tripoli e Misurata.

Per Salamé, l’attacco di Haftar il 4 aprile interruppe “un processo politico attivo e promettente” e ha fatto ripiombare il Paese “in un rinnovato conflitto”. In realtà, il processo politico era faticoso e nebuloso; le scadenze e le procedure elettorali volta a volta indicate incerte e sempre procrastinate; e i rapporti di forza cangianti, perché rais e milizie sono sensibili alle lusinghe di chi offre di più. In questa fase, l’inerzia del conflitto è favorevole ad al Sarraj, dietro al cui governo è blandamente schierata la comunità internazionale: il presidente Usa Donald Trump ha dato all’Italia un mandato “limitato” a occuparsi della Libia per conto suo (salvo poi aprire inopinatamente ad Haftar, l’uomo della Francia, lasciando il ‘Conte 1’ con il cerino in mano); l’Egitto sostiene Haftar in funzione anti-terrorismo integralista (e anti–Fratellanza musulmana); la Russia flirta con Haftar. ma ammette che “una soluzione politica in Libia è più difficile che in Siria”, il che è tutto dire. E l’ex presidente del Consiglio italiano Romano Prodi, venerdì, al Forum Ambrosetti, ha parlato di “follia libica”: l’Unione europea non è protagonista, ma sciorina divisioni e contrasti tra Roma e Parigi, dove contano più gli interessi economici e le influenze mediterranee che i trascorsi coloniali.

Dopo avere fatto rapporto al Consiglio di Sicurezza, Salamé ha incontrato al Sarraj e gli ha ribadito che non esiste una soluzione militare alla crisi libica, mentre il premier tiene il punto di difendere Tripoli dalle aggressioni. L’attività militare ostacola il flusso e la distribuzione degli aiuti umanitari, senza sottovalutare il rischio, connesso al cambio di governo in Italia, di una ripresa dei flussi di migranti.

Per il momento, gli obiettivi dell’Onu appaiono limitati: capitalizzare la tregua raggiunta in agosto, in coincidenza con la festività di Eid al Adha, e arrivare a un cessate-il-fuoco “più profondo e più prolungato”, capace di “garantire stabilità ai libici e di consentire di tornare al processo politico”, dice Salamé, che pare però negare la realtà di combattimenti mai sospesi, di scaramucce continue. Lunedì scorso, l’aeroporto internazionale di Mitiga, l’unico ancora funzionante a Tripoli, è stato chiuso dopo che razzi Grad lanciati dalle forze di Haftar hanno colpito la pista pochi minuti dopo l’atterraggio di un aereo che trasportava centinaia di pellegrini di ritorno dall’Hajj alla Mecca. L’attacco ha ucciso quattro persone, tra cui una donna; e ne ha ferite una trentina. Haftar le tenta tutte per rilanciare l’offensiva, oggi fallita, e prepara un’avanzata verso Gharyan, mentre l’aviazione di al Sarraj colpisce le forze del generale nel distretto di Al Urban: obiettivo, bloccare l’arrivo di rinforzi da Bengasi. Secondo alcuni analisti, Haftar sta ammassando unità e mezzi per lanciare un nuovo massiccio attacco contro l’altopiano, perduto ad agosto e non riconquistato a fine mese, quando i miliziani di Misurata e loro alleati hanno ricacciato indietro le sue truppe. Ma una riprova delle difficoltà del generale di Tobruk sarebbe data dal fatto che gli ultimi attacchi alla capitale libica sono stati portati solo con raid aerei e non con truppe di terra.

Il Tav, la Gronda e il futuro dell’Italia giocato a briscola

Nasce un nuovo governo e per quattro giorni l’Italia discute del vestito della ministra dell’Agricoltura. La quale arringa il popolo sulle virtù del blu elettrico senza fiatare sulla Xylella. Il rapporto tra politica italiana e realtà si capisce in qualsiasi bar di provincia, non ascoltando le sciocchezze a cui si ispirano i sovranisti, sia pure economisti, ma osservando i tavoli dove si gioca a carte. Funzionano proprio come la politica. Si gioca tra professionisti di quella cosa lì. Uno si accosta al tavolo con la sua laurea o il suo premio Nobel, e quelli lo guardano con sufficienza pensando “che cosa ne sai tu della briscola?”. E hanno ragione, non c’è partita. Poi si alzano dal tavolo e tornano a essere operai o bibitari, semianalfabeti o professori, magari non sanno nulla della vita fuori di quel bar ma conoscono i trucchi della politica. E vincono. Solo che il gioco è per definizione una fuga dalla realtà, la politica no. Per un mese ci siamo appassionati alle carte calate da Salvini e Conte come milioni di pensionati intorno al tavolo con le mani dietro la schiena. Ma il tragico futuro del Paese non c’era, era solo evocato in forma di ammicco. Anziché stringere gli occhi per dire “non ho briscole” si borbotta “sblocchiamo”. Anziché simulare un bacio per notificare il possesso dell’asso di briscola si dice “sostenibile”. Slogan al vento. Varato il Conte bis, i giocatori di briscola lasciano il posto ai professionisti della realtà: consiglieri di Stato, capi di gabinetto, capi degli uffici legislativi. Con loro tutto continuerà come prima.

Ci siamo liberati di Salvini ma il partito del cemento lo ha rimpiazzato con una ideologa dell’opera inutile come Paola De Micheli alle Infrastrutture. E la realtà si prenderà le sue rivincite sulle chiacchiere. La Torino-Lione, solo un ammicco per barare al tavolo delle carte, non la costruiranno mai perché non ci saranno mai i soldi per una roba così inutile. Ma continueranno a pagare ingegneri, economisti, urbanisti, architetti, studi di progettazione, lavori preparatori, tunnel geognostici. Così all’infinito si fa il welfare alla piemontese, puro assistenzialismo per un’economia orfana della Fiat (infatti i campioni del Sì-Tav sono gli stessi che giuravano sull’infallibilità di Marchionne). Poi c’è la gronda di Genova. Secondo gli ammicchi la strategica bretella autostradale è bloccata dall’ottuso veto dei grillini liguri. De Micheli ha compitamente recitato la stupidaggine appena ha giurato. Non sa (o finge di non sapere) che la mitica gronda è stata finanziata con aumento delle tariffe autostradali nel 2002, quindi gli automobilisti la stanno pagando da 17 anni. Nel 2017 il ministro Graziano Delrio l’ha rifinanziata allungando di quattro anni la concessione di Atlantia che quindi ha già due volte incassato il finanziamento anticipato e quindi non ha alcun interesse a costruirla. Ora chiedetevi chi sta davvero bloccando la gronda da 17 anni inventandosi veti ambientalisti. Naturalmente i nostri giocatori di carte fingono di litigare sulla revoca della concessione, una barzelletta inventata un anno fa da Giuseppe Conte per sciacquarsi la bocca con slogan inutili senza sfidare davvero gli interessi dei Benetton.

Nel frattempo il porto di Genova Voltri, secondo gli ammicchi dei nostri giocatori di briscola, era destinato alla rovina per l’assenza della gronda e del terzo valico ferroviario (in tutto almeno 10 miliardi di cemento), e aveva poi ricevuto il colpo di grazia con il crollo del ponte Morandi: isolamento, miseria e morte. Bene, a luglio scorso ha battuto il record storico di traffico, con un aumento del 10 per cento su luglio 2018, quando c’era il Morandi. Ci spieghi adesso la ministra De Micheli, tra uno slogan e l’altro, come è potuto accadere.

 

La fede richiede passione e adesione tanto quanto gli amori cari e segreti

In quel tempo, una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: ‘Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro’. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” ( Luca 14,25-33).

I nostri ragionamenti timidi e incerti non sempre superano il noto. La nostra cultura, non di rado, guarda con sospetto la sapienza che viene dall’Alto. Come contare allora i nostri giorni? Il loro susseguirsi e la nostra precarietà ci mettono davanti continuamente la domanda sul senso della vita e l’ineludibile forza dell’amore. Quale uomo può conoscere il volere di Dio? (Sap 9,13).

È sapienza, infatti, riconoscere l’insufficienza della nostra capacità di rispondere al mistero della vita personale e dell’universo creato. Se il progetto della divina volontà rimane velato, tuttavia piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (Dei Verbum, 2).Per questa vitale conoscenza, la Parola di Dio, Divina Sapienza, si è incarnata e si è fatta nostra vita, nostra via e nostra verità. Con l’esercizio della fede si accoglie il dono di Gesù Cristo e si riposa sulla Sua autorità, sulla Sapienza che Lui è.

La fede ci chiede passione e fedeltà almeno tanto quanto ne nutriamo per gli amori più cari e segreti. Esige un’adesione vitale, semplice cioè indivisibile e senza compromessi a Gesù Cristo. Essa implica la rinuncia completa a ciò che si oppone all’Amore, bene in sé e bene per tutti gli uomini. Evangelicamente se uno ama di più significa potenziare l’amore, renderlo più vivo, più bello, duraturo, desiderabile, aperto a chi non ce l’ha, condivisibile.

Il cristiano è colui che incondizionatamente è discepolo del Signore, perché scopre che ne va della propria felicità! Gesù viene prima di tutto, ma non delegittima vincoli di sangue, amicizie, preferenziali condizioni di bisogno. Non li esclude, ma pur subordinandoli inclusivamente li approfondisce e li autentica col magis: di più!

Seguire Cristo è un’impresa degna dell’uomo; perciò bisogna impegnarsi, essere personalmente previdenti come colui che vuole costruire una torre e ne calcola prima la spesa per vedere se riuscirà a portarla a termine. Inoltre, è bello rischiare comunitariamente, insieme agli altri, così come fa quel re che partendo in guerra contro un altro re siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini, chi gli viene incontro con ventimila.

È serio il programma di vita che Gesù lascia in dono a ogni cristiano: Viene a me e mi ama più di quanto ami suo padre (…), porta la propria croce e viene dietro a me (…), rinuncia a tutti i suoi averi. Per seguire il Signore Gesù bisogna assumere la Sua misura: lasciarsi amare di più da Lui per amare noi sempre di più senza misura.

* Arcivescovo emerito
di Camerino – San Severino Marche

Repubblica di pPapetee vita e avventure

Una bambina “no-vax” stava morendo di tetano. I genitori, guidati dall’inganno di falsi scienziati, avevano rifiutato il vaccino per la figlia. C’è voluta la scienza del mondo per salvarla, vari centri medici collegati fra loro e uno sforzo che per fortuna è riuscito. Noi siamo un Paese amaro e rabbioso senza un vaccino anti-rabbia. La rabbia consuma i popoli e dura a lungo. Siamo guariti? Guariremo?

Si è appena concluso uno strano periodo della storia italiana, ne abbiamo festeggiata la fine senza sapere che cosa ha portato a questo crollo felice e imprevisto. Sappiamo che non siamo entrati nell’Eden ma che la vita sarà meno insensata e meno selvaggia degli sgomberi di mezzanotte di bambini terrorizzati, del destino di naufraghi condannati a trascorrere settimane fra mare in tempesta e mare bollente. Sappiamo che regole folli contro chi salva esseri umani, e minacce di affondare subito le navi del salvataggio, continueranno a essere dette, ma come forma di accattonaggio politico. Sappiamo che, anche senza potere, certi gruppi e persone possono continuare a essere un pericolo serio, persino se adesso governano persone normali. Ci godiamo la vera vacanza, che comincia adesso, dopo il tormento delle spiagge più volgari del mondo, la vacanza che ci ha permesso di rimuovere dal video leader politici e cubiste che facevano il verso all’inno nazionale. Ma nonostante il senso di festa e di liberazione che è inevitabile provare in questi giorni, impossibile non domandarci: perché tanta burocrazia ha ceduto, violando le leggi, perché sedicenti cristiani si sono prestati? Perché così pochi hanno resistito alla spinta violenta di chi voleva “pieni poteri”?

È stato detto che tutto si faceva “per gli italiani”, indicando una massa compatta di 60 milioni, un monoblocco che ha solo le idee del “capo”. E si diceva che i soldi degli immigrati andavano restituiti agli italiani. Intanto erano stati svuotati, devastati, abbandonati molti dei centri di accoglienza, e l’intero paese di Riace, dove un bravo sindaco (libero di tornare a casa solo il 6 settembre, giorno del giuramento del nuovo governo) accoglieva tutti, facendo rivivere il suo borgo abbandonato.

La chiave del maleficio – chi mi legge ha capito – è la terribile frase “prima gli italiani” che è puro letame di coltivazione dell’odio. Infatti in Italia – come dimostra l’estesissima corruzione – niente è in palio per merito personale e nessuno si aspetta di essere primo in qualcosa, visto che occorre sempre avere “qualche santo in Paradiso” dai tempi delle Signorie ai giorni nostri. Viene così diffusa la persuasione che gli stranieri si prendono ciò che spetta agli italiani. Invece, tutti sanno, non c’è niente per nessuno, perché case, scuole e ospedali non sono stati costruiti da decenni. In tal modo ciò che era, più o meno chiaramente, consapevolezza politica, diventa odio verso un nemico a cui bisogna chiudere frontiere e porti.

Una domanda è indispensabile a questo punto: quanti avranno notato che nella Repubblica di Papeete si parla continuamente degli italiani (tutti gli italiani, non esiste concezione di pensiero diverso: “Gli italiani vogliono, gli italiani rispondono, gli italiani non perdoneranno, gli italiani vi cacceranno a calci nel culo, questi sono soldi degli italiani”), ma non si dice mai il nome del Paese, Italia? La ragione è ovvia. L’Italia è il Paese liberato dalla Resistenza e governato dalla Costituzione. Il nome è quello invocato da chi all’Italia ha dato dignità e libertà e non ha mai chiuso porti ne frontiere. Italiani, invece, nel linguaggio di Papeete è la banda di tutti coloro che se ne fregano degli altri, detestano gli stranieri, stanno in guardia dalle rapine con armi proprie, autorizzati per legge a sparare su chiunque, e non vogliono lo Stato fra i piedi, anche perché potrebbe esigere il pagamento delle tasse o la tariffa per la raccolta differenziata dei rifiuti.

La festa è che Salvini ha dovuto togliersi la divisa che imbarazzava la Polizia, che Mimmo Lucano può tornare a casa, dal padre morente (non gli era stato permesso, nella Repubblica di Papeete) e che forse i migranti torneranno a essere normali esseri umani senza che qualcuno dichiari un pericolo militare per l’Italia una barca di soccorso con 22 bambini a bordo. Forse abbiamo smesso di essere crudeli e di essere ridicoli. L’Italia in abiti miti e civili torna a casa e non ci saranno più le leggi per la difesa della razza prima che entrino nella Storia e, dopo aver fatto un bel po’ di vittime, si debbano condannare come hanno fatto i tedeschi col loro passato.

La brutta fiaba è finita? Diciamo che si è interrotto il percorso di un Paese che stava portandoci verso un nuovo fascismo, passando per l’ultima festa al “Cabaret” di Papeete.

Mail box

 

Istruzione, servono più fondi non le minacce di dimissioni

Gentile Marco Travaglio, Le scrivo dopo aver letto il Suo ultimo articolo, in cui sembra non apprezzare una mia uscita a suo dire estemporanea per la richiesta di maggiori finanziamenti a università, ricerca e scuola, conservatori e accademie. Nella fattispecie 1 miliardo per i primi e 2 miliardi per i secondi.

Eppure le sarebbe stato sufficiente fare appello alla Sua memoria per ricordare che pochi mesi fa, esattamente il 18 Giugno 2019, proprio sul giornale che lei dirige (pagina 4: “Per la ricerca e l’università un miliardo in più. O mi dimetto”) avevo dichiarato da viceministro esattamente quanto ripetuto pochi giorni fa, impegnandomi a rivendicare maggiori finanziamenti per l’istruzione e la ricerca a pena delle mie dimissioni.

La pensavo così a Giugno e non ho cambiato idea nel frattempo: senza investimenti adeguati è difficile cambiare le cose e perde di senso la funzione di un ministro, tanto più in un settore come l’istruzione e la ricerca, asset fondamentali per la crescita di un Paese, eppure terribilmente sotto finanziati. Non sempre accade, ma nel mio operato cerco di fare in modo che la continenza, virtù a lei tanto cara, faccia anche rima con la coerenza. Nella speranza di trovarla d’accordo se non nella forma, che in questo caso ci divide, perlomeno nel merito. La saluto cordialmente,

Lorenzo Fioramonti

 

Gentile ministro, si figuri se non apprezzo la sua richiesta di più fondi per l’università, la ricerca e la scuola. Non apprezzo – come ho scritto – che anche lei si sia fatto prendere dalla incontinente frenesia esternatoria e, prima ancora di prendere possesso del suo ufficio di ministro, abbia già minacciato le dimissioni e lanciato ultimatum. Naturalmente sui media, anziché nelle sedi proprie, per esempio il Consiglio dei ministri. Un caro saluto e molti auguri di buon lavoro.

m.trav.

 

Finalmente M5S e Pd insieme: merito di santini e Madonne

Finalmente il Pd ha capito che doveva fare il Governo col M5s e Di Maio si è reso conto che il cosiddetto Capitano è persona inaffidabile e magmatica. Viene da pensare che l’illuminazione sia giunta con l’aiuto dei vari Santini e Madonnine, che, forse, indispettiti dall’uso strumentale di cui erano oggetto da parte di chi voleva i pieni poteri, gli hanno tolto i lumi. Tuttavia il neonato Governo non è perfetto, per varie ragioni. Il programma concordato, benché condivisibile, risulta essere troppo vasto ed in alcuni punti troppo vago, e occorrerebbero almeno due legislature per attuarlo. Il Consiglio dei ministri è talmente pletorico da sembrare composto osservando il “manuale Cencelli”. Di Maio ministro degli Esteri, per la poca esperienza e conoscenza delle dinamiche di politica internazionale, potrebbe costituire un problema per la considerazione dell’Italia a livello mondiale. Infine Franceschini ai Beni Culturali, vista la pregressa attività svolta in tale dicastero, non lascia ben sperare.Comunque, abbiamo un nuovo esecutivo, presieduto da una persona seria, discreta, rispettosa delle regole istituzionali, e, pertanto, auguro che si lavori con lena e armonia per il bene del Paese.

Natale Russo

 

Dieci anni senza Mike, un vero gentleman della tv

L’8 settembre 2009 il popolare conduttore terminava la sua corsa quaggiù. Ed è giusto ricordare un personaggio televisivo che è stato per tanti e per tanto tempo un punto di riferimento per la sua forza, per il suo coraggio, per il suo sorriso. Ha sempre lavorato con impegno zelante, intraprendente, intelligente, lungimirante, carismatico, oltre a distinguersi per cortesia, eleganza, signorilità e insuperabile dignità.

Mai volgare in tutti i suoi moltissimi anni in Tv e nella vita.

Fu battezzato il re del quiz televisivo, perchè seppe trasformare una “scatola parlante” in un potente mezzo di intrattenimento e di diffusione della cultura per la sua capacità di dialogare con tutti. “Allegria!” non era solo il suo motto in Tv: era il suo vivere quotidiano.

A non far dimenticare questo gentleman sarà la sua fondazione che elargisce borse di studio. La più bella eredità spirituale che ci potesse lasciare.

Grazie di cuore, caro signor Mike.

Franco Petraglia

 

Diritto di replica

Gentili signori,

con la presente si intende informare i caporedattori che la notizia contenuta nell’articolo secondo il quale l’On. Anna Ascani sarebbe stata presentata come vice-ministro dell’Istruzione si deve a un errore materiale di un iscritto del Circolo Pd di Londra incaricato della newsletter mensile che ha riportato per errore delle notizie prive di fondamento reperite su altri siti d’informazione online. Ci teniamo a sottolineare la totale estraneità dell’On. Ascani e la totale responsabilità del Circolo Pd Londra. Cordialmente.

Massimo Ungaro

 

Gentile Circolo Pd di Londra, abbracciate forte da parte nostra l’iscritto che ha commesso l’errore. La storia (forse) gli darà ragione.

pa.za.

Che fine ha fatto la destra laica, civile, che non urla?

 

“Oggi la parola ’destra’ sembra piuttosto trasformarsi in un essere immondo, fa la faccia cattiva, divide invece che unire. È il regno dei peggiori. Attacca le intelligenze, non sopporta le élite. Patriottica a parole, nella realtà quotidiana violenta i legami del vivere civile, uccide ogni barlume di bontà”.

Filippo Rossi, “Dalla parte di Jekyll Manifesto per una buona destra”, Marsilio

 

Giorgia Meloni e Matteo Salvini farebbero bene a leggere il libro di Filippo Rossi, magari prima di portare in piazza, domani davanti a Montecitorio, la protesta contro il governo dell’inciucio, dell’imbroglio, del tradimento eccetera. Intanto perché una buona lettura rasserena gli animi e anche, chissà, per farsi venire in mente quei dubbi che spesso in politica sono più utili di tante certezze (una a caso, aprire la crisi sicuri di andare a elezioni anticipate). Se però i due leader non avessero né tempo né voglia di addentrarsi nelle pagine sulla destra scritte da un giornalista convintamente di destra, proverò a dire quali pensieri quell’analisi mi ha ispirato, con le inevitabili approssimazioni di cui chiedo venia all’autore.

Ecco il tema che vorrei brevemente svolgere: la destra rabbiosa che rischia di fare più male a se stessa che al nemico; e che mette in fuga la destra non rabbiosa, più numerosa di quanto si creda. Per esempio, manifestare contro “il patto della poltrona” significa parlare, come si dice, alla pancia della gente, ma quel mondo vota già per Salvini e Meloni e il loro disgusto per il governo giallorosso non sembra in discussione. Invece non sono così convinto che nel convocare la piazza si sia pensato che esiste anche un’altra destra, quella di Jekyll (e qui torniamo al libro di Rossi). “Moderna, laica, civile e realista. Patriottica, senza essere nazionalista, aperta al nuovo. Anti-ideologica che non vuole sempre avere ragione, che non urla, che non fa parlare alla pancia ma al cuore e al cervello”. Conosco la possibile risposta salviniana e meloniana: quella destra delle buone maniere esiste ma è una minoranza ininfluente mentre la destra arrabbiata rappresenta ormai una maggioranza d’italiani. Sì, replicherei, ma forse non abbastanza maggioranza per conquistare il governo. Senza i voti “moderati” di Forza Italia, per esempio, non va da nessuna parte. Tanto più se la coalizione M5S-Pd dovesse varare una nuova legge elettorale fondata sul proporzionale puro. Poiché Salvini e Meloni dovrebbero prendere atto che poltrone o non poltrone il nuovo governo non mollerà la presa tanto facilmente, con un orizzonte che nelle intenzioni sarà quello dell’elezione del Capo dello Stato del febbraio 2022. Chiedo: si può fare opposizione semplicemente scommettendo sulla rapida dissoluzione (e sulla diffamazione) del fronte avversario? Un po’ pochino come strategia politica. A questo punto l’eventuale lettore superstite potrebbe dirmi: ma a te che te ne frega se la destra è buona o è cattiva, non farai mica il tifo per la destra? Certo che no, però mi piacerebbe vivere in un Paese dove destra e sinistra si alternassero al potere, possibilmente senza spararsi addosso. E senza temere di dovere fare i conti con qualcuno che, sul fronte opposto, eccita le piazze, si crede il duce e invoca i pieni poteri.

Antonio Padellaro

Piacenza, arrestato Sebastiani. Fa trovare il cadavere di Elisa

Il giallo di Piacenza che da due settimane ha tenuto tutti con il fiato sospeso si è concluso nel peggiore dei modi: Elisa Pomarelli è morta, uccisa da Massimo Sebastiani, l’operaio di 45 anni che è stato arrestato ieri, nascosto nel solaio di una casa sulle colline piacentine. Nel giro di poche ore è stato rinvenuto il corpo senza vita dell’impiegata 28enne. Sebastiani nel pomeriggio ha condotto gli inquirenti nel punto dove è stato trovato il cadavere. Poi le indagini si sono spostate in un’abitazione, in località Costa di Sariano, nel Comune di Gropparello, sull’Appennino piacentino, dove sono state effettuate approfondite analisi scientifiche e rilievi, e dove Elisa Pomarelli potrebbe essere stata uccisa per poi essere portata altrove. Una casa di proprietà del padre di una ex fidanzata del 45enne, anche lui ora indagato per favoreggiamento. Il cadavere di Elisa è stato ritrovato ad alcune centinaia di metri da quell’abitazione, seppellito da Sebastiani in una zona impervia, in un fossato che si trova in un bosco. Al momento dell’arresto Sebastiani non ha opposto resistenza. Provato dalle due settimane di latitanza è scoppiato a piangere e “si è detto pentito ed è stato molto collaborativo”, riferisce chi indaga.

“Schwazer non era dopato”: la perizia lo scagionerà

Lo avrebbero incastrato. Gli avrebbero impedito di tornare a marciare e probabilmente di vincere un’altra medaglia d’oro alle Olimpiadi, facendolo risultare di positivo all’antidoping. Come, lo spiegherà tecnicamente la perizia del Ris di Parma. Perché, ancora non si sa: facile ripensare alle sue denunce da pentito, o alle battaglie contro il sistema di Sandro Donati, paladino antidoping che si era scelto come allenatore per la sua seconda vita. Il processo dovrà accertare pure i responsabili dell’eventuale complotto. Uno dei più grandi scandali della storia dello sport mondiale, se queste indiscrezioni fossero confermate.

Alex Schwazer era “pulito”. L’urlo disperato del diretto interessato, che per tutti questi anni ha sempre dichiarato la sua innocenza, adesso è una anticipazione clamorosa e presto potrebbe diventare una verità giudiziaria. L’ha lanciata ieri il quotidiano Tuttosport, mettendo nero su bianco una voce che da settimane circolava nell’ambiente, e nessuno l’ha smentito: il suo campione di urina fu manomesso. Il legale del marciatore, Gerhard Brandstätter, conferma: “Sono state riscontrate nelle urine delle discordanze non compatibili con la fisiologia dell’atleta”. Per saperne di più bisogna attendere l’udienza di giovedì 12, in cui la perizia del Ris verrà discussa al tribunale di Bolzano: solo allora il quadro sarà più chiaro.

Schwazer fu trovato positivo al testosterone in un controllo a sorpresa effettuato il 1° gennaio 2016. Non era la prima volta: era già stato beccato prima delle Olimpiadi di Londra 2012, a cui si presentava da campione in carica. Scontata la squalifica di tre anni, si era rimesso in gioco affidandosi al prof. Donati, una garanzia. Il ritorno alle gare, ai campionati del mondo a Roma nel maggio 2016, era stato clamoroso: primo con un tempo straordinario e i migliori atleti del momento staccati. A Rio si sarebbe presentato favorito.

Poi, però, la notizia della positività. Arrivata a giugno, sei mesi dopo il test che in un primo momento aveva dato esito negativo, salvo poi svelare tracce minime di metaboliti ad una seconda e più approfondita analisi. Sono tante le contraddizioni di quel controllo che non sono mai state spiegate: la violazione della privacy, con la provetta inviata al laboratorio con un’indicazione geografica (Racines, località di nascita di Schwazer) che svelava la sua appartenenza; la catena di custodia interrotta per ore; l’anomalia rispetto a tutti gli altri esami effettuati prima e dopo quella data, sempre in regola. Nonostante ciò, il 10 agosto 2016, pochi giorni prima della marcia olimpica che forse lo avrebbe rivisto campione, il Tas non ebbe alcun dubbio: lo squalificò di nuovo, per altri 8 anni, chiudendo la sua carriera.

Da allora Schwazer non ha mai più marciato. Ieri, mentre circolavano le indiscrezioni, si è sposato con Kathrin Freund, la ragazza che gli è stata vicina negli ultimi anni, dopo che in passato il doping aveva travolto anche la sua relazione con Carolina Kostner. Nel processo aperto a Bolzano si è sempre detto innocente. I giudici hanno dovuto penare a lungo per avere dalla Germania le provette incriminate. Una prima perizia, un anno fa, pur mostrando valori anomali di dna non aveva dimostrato la presunta manipolazione. Giovedì arriveranno i risultati della seconda, che potrebbe riscrivere la storia di Alex. Non restituirgli la sua carriera.

“Orge e videoricatti: il movente. Quelle ragazze si facciano vive”

“Il mio ex marito filmava le orge a cui partecipava la sua compagna, e poi insieme ricattavano tutti. Ma i miei figli erano persone perbene, non c’entrano niente. Loro padre li ha trascinati nel fango, e sono morti. Io sono morta con loro, ma non smetterò di chiedere la verità”. Piange Rossella Accardo, ex moglie di Antonio Maiorana, l’imprenditore palermitano sparito nel nulla, insieme al figlio Stefano, dodici anni fa. Poco più di un anno dopo, l’altro figlio, Marco, si uccise lanciandosi dal balcone di casa. All’inizio di quest’anno il pm Roberto Tartaglia ha ricostruito il contesto: una storia inaudita di ricatti sessuali e affari loschi, una reazione a catena che nel 2007 finì per scatenare una guerra di mafia tra Matteo Messina Denaro e il suo rivale Salvatore Lo Piccolo. E che travolse la famiglia Maiorana. Tartaglia però, oggi consulente della commissione antimafia, ha chiesto l’archiviazione in mancanza di elementi sufficienti a chiedere il processo per il costruttore Francesco Paolo Alamia e il suo socio Dario Lopez, sospettati di essere i mandanti. Ma il Gip di Palermo ha respinto la richiesta di archiviazione e ordinato nuove indagini su uno dei più sconvolgenti casi di lupara bianca accaduti in Sicilia.

Padre e figlio furono visti l’ultima volta a Isola delle Femmine, nel cantiere di Francesco Paolo Alamia, anziano costruttore del “sacco di Palermo”, socio di Ciancimino e Dell’Utri, morto poche settimane fa. L’auto dei Maiorana, una Smart bianca, fu ritrovata in un parcheggio dell’aeroporto di Palermo, ma chi fu a portarcela è rimasto un mistero. Rossella Accardo da allora non ha smesso di lottare e sul movente del duplice delitto non ha più dubbi. “Il mio ex marito ricattava Alamia: aveva un filmino che lo ritraeva a letto con una minorenne. Ci sono testimonianze e intercettazioni nelle carte a dimostrarlo. Ma lui e la sua compagna Karina Andrè avevano messo a punto un sistema. Io penso che Alamia non fosse l’unica vittima del ricatto. E così erano in tanti a volerlo morto”.

Perché prendersela anche con suo figlio Stefano?

Con il ricatto sessuale il mio ex marito si era impossessato delle quote societarie di Alamia. Quella mattina, nell’ufficio di Lopez al cantiere di Isola delle Femmine, doveva esserci un passaggio di soldi: 100mila euro in contanti, tutti in nero. Deve essere scoppiata una lite: già qualche giorno prima erano venuti alle mani.

Lei è stata sposata con Antonio Maiorana per quasi dieci anni.

Le orge, i filmini, i ricatti… L’uomo che ho trovato nei faldoni dell’inchiesta non è quello che avevo conosciuto. I miei figli però sono stati trascinati, travolti dal padre. Lui e Karina volevano sposarsi, ma erano pieni di debiti. Solo a Castelvetrano erano sotto di 800mila euro.

Castelvetrano, il paese di Matteo Messina Denaro.

Ci sono almeno due testimoni che raccontano dei rapporti tra Karina e “un boss trapanese importantissimo”. A Karina nessuno ha mai torto un capello: Antonio Maiorana e mio figlio sono stati ammazzati.

Come se lo spiega?

I miei ex suoceri raccontano che, appena spariti Antonio e Stefano, Karina consegnò loro un plico sigillato: “Nascondetela, con questa mandiamo in galera qualcuno”. Ma pochi giorni dopo se la riprese. Qualunque cosa ci fosse in quel plico era la sua assicurazione sulla vita.

Lei Karina l’ha mai cercata?

Sì, nei giorni successivi alla scomparsa. Rimasi sconvolta: mi disse che aspettava un figlio.

Negli atti dell’inchiesta c’è scritto che Karina aveva più relazioni. Le disse chi era il padre del bambino?

Disse solo che sperava di portare a termine la gravidanza. Poi smise di rispondermi.

Il 6 gennaio 2009 suo figlio Marco si uccise.

Lui non sapeva niente dei traffici di suo padre. Ma, dopo la scomparsa, in sua presenza Karima fece smontare l’hard disk del computer in cui c’erano probabilmente i video porno. Qualche giorno prima di uccidersi Marco ricevette una telefonata: era ansioso, mi sembrava impaurito. Scrisse tutto sulle pagine di un Topolino. Quello che sappiamo lo dobbiamo a lui.

Lei ha lanciato un appello alle partecipanti di quei festini.

Da donna a donna: si facciano vive con me, anche in forma anonima. Ve lo chiede una madre che non vive più da dodici anni: aiutatemi a scoprire la verità.

Francesco Paolo Alamia è morto di recente. Il suo socio è in carcere per un’altra vicenda. Pensa ancora di avere giustizia?

Io sono morta. Sopravvivo per proteggere il nome dei miei figli.