“Ti devo ammazzare”. Fabio Gaudenzi, detto Rommel, il “fascista di Roma nord”, sarebbe stato minacciato di morte nel carcere di Rebibbia. Arrestato lunedì scorso per possesso di armi da guerra, era stato lo stesso Gaudenzi ad esplodere quattro colpi di pistola in casa, chiamare le autorità e consegnarsi. Prima però, aveva girato un video, postato su Youtube, in cui spiegava di sapere chi fosse il “mandante dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli”, detto Diabolik, il capo degli ultras della Lazio freddato con un colpo alla testa il 7 agosto al parco degli Acquedotti di Roma. “In questa storia sono coinvolti, a suo dire – spiega l’avvocato Marcello Petrelli – personaggi che definisce intoccabili e che avrebbero ordinato l’omicidio di Piscitelli. Un’azione che sarebbe stata messa in atto da mani straniere, forse albanesi. A questa brutta storia sarebbe legata anche la morte di un altro uomo, avvenuta circa un mese fa a Brescia”. Fonti giudiziarie escludono minacce, alcuni detenuti avrebbero urlato “infame” a Gaudenzi che si trova in isolamento. Lunedì sarà ascoltato dai pm della Dda Nadia Plastina e Giovanni Musarò, che indagano sul caso Diabolik.
Carminati: “Scusate il vaffa” Poi un altro saluto romano
Rieccolo Massimo Carminati. A un mese dall’esecuzione di Diabolik, il camerata-ultrà-narcotafficante Fabrizio Piscitelli ucciso a Roma, il capo di “Mafia Capitale” (sentenza d’appello) si esibisce di nuovo nel saluto romano alla fine dell’udienza di Perugia, collegato dal carcere di Oristano dove è rinchiuso al 41bis scontando la condanna a 14 anni per associazione mafiosa. In attesa della parola definitiva sul Mondo di mezzo governato dal “Samurai” – che arriverà al Palazzaccio il 16 ottobre con la sentenza della Cassazione – a Perugia è andato in scena il processo per quel “vaffanculo” di Carminati al pm Luca Tescaroli il 27 aprile 2017 alla fine della requisitoria. Quando il magistrato pronunciò le parole “delinquente abituale” Carminati alzò i pugni e scandì il “vaffanculo”.
Parla per quasi cinque minuti il “Nero”, senza mostrare di essere provato dal regime di 41bis, col solito carisma, ma anche con una moderazione forse consigliata dal nuovo avvocato Cesare Placanica. “Faccio le mie scuse al dottor Tescaroli, mi dispiace di questa cosa qua. Quando mi sono stati chiesti 28 anni non ho fatto una piega, il dottor Tescaroli diciamo è un pm molto duro, m’ha massacrato durante tutte le 250 udienze e io non ho avuto mai niente da eccepire… quando in un secondo tempo, perché lui prima ha chiesto i 28 anni, cosa che peraltro m’ha spaesato, era una pena molto alta non me l’aspettavo, quando ha fatto, successivamente, non immediatamente dopo, un’ulteriore richiesta di 2 anni di casa di lavoro per delinquente… per il fatto del delinquente abituale… non è stato un gesto di trionfo, è stato un gesto di stizza e ho detto ‘ma vaffanculo’: era una cosa impersonale, non nei confronti del dottor Tescaroli, ho mandato affanculo diciamo tutti, anche il dottor Tescaroli”. E adesso, in decenni di carriera criminale, per la prima volta Carminati è con le spalle al muro in attesa del 16 ottobre.
Così il Csm ha mandato a casa l’ex “controllore” di Condotte
Il nuovo presidente del Comitato di sorveglianza del gruppo Condotte è il presidente della quinta sezione del Consiglio di Stato Giuseppe Severini. Sostituisce il giudice Paolo Fraulini, rimosso dal Csm a fine luglio. La nomina è stato uno degli ultimi atti del ministro Luigi Di Maio e interviene su una questione delicata che incrocia lo scandalo Csm.
Al Fatto risulta che la rimozione di Fraulini fosse un argomento trattato già il 21 maggio scorso in una conversazione intercettata dai pm di Perugia. I parlamentari Luca Lotti e Cosimo Ferri e il pm Luca Palamara, a totale insaputa del giudice Fraulini, infatti, cercavano un modo per agganciare il presidente del comitato di Condotte per avere notizie utili a mettere in difficoltà il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo.
Fraulini poteva diventare la pedina di un gioco più vasto. Poiché uno dei tre commissari di Condotte, Giovanni Bruno, è il fratello di un ex imputata di Paolo Ielo, quell’incarico offerto dai commissari di Condotte al fratello del pm poteva essere imbarazzante (secondo Lotti-Ferri-Palamara) per Ielo.
La sorella del professor Bruno è stata assolta, il pm Ielo aveva chiesto la sua condanna per uno dei due capi di imputazione in primo grado, senza ottenerla. Inoltre l’incarico all’avvocato Domenico Ielo arrivava dopo una procedura competitiva e molto dopo la conclusione della vicenda della Bruno. Nonostante tutto però, per Lotti e compagni, quel fatto era importante e utile per screditare Ielo.
Fraulini non sapeva nulla delle manovre. Però quelle intercettazioni di Palamara, Lotti e Ferri sono note al Csm. Chissà se avranno avuto un peso quando il 26 luglio i consiglieri hanno deciso di rimuoverlo all’unanimità con un provvedimento di auto-annullamento della precedente autorizzazione del Csm all’incarico. La motivazione formale è che il suo impegno e il suo compenso per Condotte erano troppo alti rispetto a quelli dichiarati all’inizio. Il 21 maggio Palamara mentre è intercettato dice ai parlamentari Lotti e Ferri: “Senti una cosa … se Fraulini vuole, può chiedere le carte di colui che è stato consulente”, cioé Domenico Ielo. Ferri afferra subito: Palamara vuole convincere Fraulini a mostrargli le carte degli incarichi del fratello del pm Ielo. A tal fine Palamara vuole andare da un’amica di Fraulini, l’avvocatessa G. (anche lei totalmente ignara) e Ferri gli suggerisce di tentare quella carta: “Dillo … perché Fralulini ora rischia … di essere sbattuto fuori … vacci te da G. (l’avvocatessa, Ndr) io non ci posso parlare con Fraulini perché era di Mi (la corrente dell’ex magistrato Ferri, ndr) e ha stracciato la tessera”. Secondo la trascrizione dei finanzieri del Gico di Roma, a quel punto Lotti direbbe: “Vado io da G.”. Ma al Fatto l’avvocatessa dice: “Io non ho mai visto Lotti. Conosco invece Palamara ma né lui né altri mi hanno mai chiesto di contattare il mio amico Fraulini”. Palamara non ha difficoltà a dire che lui sì, conosce l’avvocatessa G. e potrebbe essere stato lui a dire: “Ci parlo io”. Non Lotti.
Chiarito che Fraulini non c’entra con le manovre di Lotti e compagni, vale la pena di capire come sia maturata la sua rimozione. Nominato nel novembre del 2018 il giudice di Cassazione è stato rimosso il 26 luglio con un provvedimento all’unanimità su proposta presentata a maggio da tutti i membri laici di ogni area, dal M5s al Pd passando per FI.
Le fonti citate ‘contro’ Fraulini in questa delibera davvero molto originale del Csm sono praticamente un articolo de L’espresso e le deposizioni dei due commissari di Condotte, Matteo Uggetti e Giovanni Bruno. Proprio Fraulini incautamente dichiarò a L’espresso la sua colpa, cioè quella di lavorare troppo: aveva fatto 17 riunioni in sei mesi invece che una al mese come aveva dichiarato al Csm all’inizio. E non avrebbe comunicato il dettaglio dei suoi compensi.
Fraulini sostiene nella sua nota di ‘difesa’ che aveva trasmesso al Csm però le tabelle con i parametri per stabilire la sua remunerazione e che si riteneva già autorizzato visto che aveva aderito a un appello del Csm, rivolto a lui e agli altri magistrati, per fare il presidente. Tesi respinta dal Csm che non ritiene utile nemmeno ascoltarlo. Fraulini è convocato dal Csm nello stesso giorno in cui sono auditi i due commissari. Loro possono dire la loro sul suo compenso e il suo impegno. Mentre Fraulini non può ‘difendersi’. Lo pregano gentilmente di tornare a casa e non lo convocano più. Nell’articolo de L’espresso che gli è costato l’incarico si descrivevano i rapporti non idilliaci di Fraulini con i commissari Bruno e Uggetti. Le decisioni più importanti dei commissari devono passare infatti dal Comitato di sorveglianza per l’autorizzazione e Fraulini era un presidente puntiglioso.
Appena arriva a novembre trova 30 richieste di incarichi a professionisti e società di consulenza. Altri ne arriveranno poi. Tra i molti incarichi che ricevono uno stop iniziale troviamo quelli allo studio dell’avvocato Domenico Ielo, fratello del pm Ielo, e quello al professor Luca Di Donna, allievo di Guido Alpa, nonché titolare di uno studio nello stesso immobile (il quarto piano del palazzo di Largo Cairoli) dove c’era lo studio del professor Giuseppe Conte prima che diventasse premier e desse disdetta del contratto di affitto, lasciando la professione.
Il 19 dicembre i commissari Bruno, Uggetti e Alberto Dello Strologo (che poi si dimetterà) chiedono l’autorizzazione per dare un incarico al raggruppamento di professionisti capeggiato dallo studio Ielo-Mangialardi di Milano per l’assistenza legale sulle riserve. Dopo una richiesta di chiarimenti il via libera di Fraulini arriva solo dopo che i commissari definiscono quell’incarico “strettamente indispensabile” e dopo che hanno ottenuto una riduzione del 5 per cento del compenso.
Anche il raggruppamento capeggiato da Luca Di Donna riceverà un incarico per il supporto alla formazione dello stato passivo di Condotte. Anche qui l’incarico passa solo dopo che i commissari attestano che è “strettamente indispensabile” e dopo l’introduzione di un tetto. Il compenso alla fine è 110 euro per le domande tempestive e 120 euro per le tardive. Il comitato però dà il via libera solo quando i commissari inseriscono un tetto al compenso di Di Donna pari a 400 mila euro. Anche se le domande fossero più numerose.
L’omicidio di Scampia con modalità da feroce Gomorra
È stato solo per un puro caso che l’agguato nel quale è stato ucciso in pieno giorno un uomo alla guida della sua auto non abbia coinvolto altre delle numerose vetture che percorrono, spesso a velocità sostenuta, la strada provinciale 500 dell’asse perimetrale di Melito-Scampia, un anello che collega tutti i comuni della zona a nord di Napoli. Sotto il fuoco dei killer – giunti a bordo di una moto – è finito un uomo di 50 anni, Giuseppe Sorrentino. Sono in corso le indagini dei Carabinieri di Marano (Napoli). Di sicuro è stato ucciso con modalità da mafia feroce: un’esecuzione che non gli ha lasciato scampo e che doveva essere portata a termine ad ogni costo, evidentemente anche rischiando di coinvolgere nella sparatoria altri automobilisti di passaggio. Probabilmente i sicari hanno approfittato di un rallentamento dell’auto del loro bersaglio, che in quel momento stava affrontando una curva a ridosso di uno svincolo. Sorrentino è stato colpito dal lato della guida: i proiettili hanno sfondato entrambi i finestrini. L’auto è finita contro il guardrail, l’uomo è morto in pochi istanti. Guerra tra clan di camorra? A Scampia sta per riesplodere la faida che negli anni scorsi aveva seminato sangue e terrore?
Dalla Calabria al Nord. Quando la giustizia rimane senza giudici
In magistratura scarseggiano i giudici. Non dappertutto, ma nei distretti giudiziari storicamente “disagiati” ed evitati da tante toghe per le indagini pericolose e/o per i carichi di lavoro. In questo momento si rischia che il lavoro delle Procure di Catanzaro e di Reggio Calabria venga vanificato dalle scoperture dei rispettivi tribunali. Mancano giudici penali e civili non solo in dibattimento, ma anche quando si è in fase di indagini preliminari e i gip devono decidere sulle misure restrittive.
Reggio Calabria ha il 23% di scopertura: mancano 11 giudici su 48 previsti dalla pianta organica; Catanzaro ha il 24% di scopertura: mancano 10 giudici su 42.
È solo un esempio di una situazione che non riguarda solo il Sud, come si potrebbe pensare, ma anche il profondo Nord. Ecco perché il Csm, su proposta della competente Terza commissione, ha bandito a luglio diversi posti per giudici e pm in sedi “sofferenti”. Diverse, specie in Calabria e Sicilia, sono considerate dal Consiglio disagiate. Ma ce ne sono anche in Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto.
Sono le sedi con scopertura di organico almeno del 20% e che all’ultimo bando di fine 2018 non hanno avuto alcun aspirante. A sua volta, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede nelle prossime settimane dovrà presentare le piante organiche, molto attese, dei vari distretti giudiziari e fare l’elenco delle sedi che ritiene disagiate in modo da concedere incentivi economici ai magistrati che andranno in quegli uffici per 4 anni.
Le scoperture più diffuse tra le sedi che il Consiglio considera disagiate riguardano i giudici. Oltre a Reggio Calabria e Catanzaro, in Calabria viene segnalata la criticità di Paola (provincia di Cosenza) che ha una scopertura del 31%: mancano 4 giudici su 13 previsti; Castrovillari ha una scopertura del 28%: mancano 7 giudici su 25. In Campania ha il “bollino rosso” Benevento, con una scopertura di pubblici ministeri del 38%: ne mancano 5 su 13 previsti; In Sicilia mancano diversi pm. A Caltanissetta c’è una scopertura del 25%, ne mancano 4 su 16 previsti; a Palermo la scopertura è del 20%, ne mancano 12 su 61; a Caltagirone 20% di scopertura di giudici: ne mancano 2 su 10. In Basilicata, a Potenza, scoperture di pm e giudici: quella dei giudici è del 24%, ne mancano 7 su 29 mentre la scopertura dei pm arriva addirittura al 54%: ne mancano 7 su 13.
Dal Sud risaliamo per il Centro. A Perugia, dove la procura ha messo sotto inchiesta Palamara e colleghi, c’è una scopertura del 22% di giudici: ne mancano 6 su 27; Cassino ha il 24% di scopertura di giudici, mancano 4 giudici su 17. In Sardegna, a Tempio Pausania 20% di scopertura dei giudici, ne mancano 2 su 10
E finiamo con il Nord: record negativo per la Procura di Imperia dove c’è una scopertura di pm del 30%, ne mancano 3 su 10; in Piemonte sono diverse le sedi disagiate: Alessandria ha il 24% di scopertura di giudici: ne mancano 6 su 25; Cuneo ha il 22% di scopertura, mancano 5 giudici su 23; a Ivrea c’è il 21% di scopertura di giudici, ne mancano 4 su 19. In Lombardia situazione critica a Bergamo con una scopertura del 21% di giudici: ne mancano 9 su 43 previsti; Brescia ha il 19% di scopertura: mancano 11 giudici su 59. In Veneto, a Padova 22% di scopertura dei giudici, ne mancano 8 su 37. Queste situazioni sono come i corsi e ricorsi storici.
Come fare a invertire la tendenza? Secondo Ciccio Zaccaro, togato di Area (progressisti) e membro della Terza commissione “piuttosto che dare incentivi economici per andare nelle sedi non ambite, è opportuno darli per rimanere, altrimenti ogni quattro anni si svuotano. Invece, con gli incentivi a restare si garantirebbe una copertura per un periodo congruo e tempi adeguati per i processi, che altrimenti rischiano periodicamente di ricominciare da zero, e mantenendo, inoltre, la memoria storica delle sedi giudiziarie coinvolte”.
Diverse le ragioni per cui i magistrati non chiedono di andare nelle cosiddette sedi disagiate: in primis per il lavoro particolarmente complesso e pericoloso delle sedi siciliane e calabresi, oppure un carico eccessivo. Questo riguarda anche sedi non disagiate, come Bari, per esempio, e che – secondo i magistrati – è determinato da piante organiche non corrispondenti alle reali esigenze di determinati distretti. Qui aumenta sensibilmente il rischio di procedimenti disciplinari per ritardo nel deposito dei fascicoli e vengono evitate dalle toghe. Infine, alcune sedi vengono scartate per motivi più banali, ma non a livello personale: la collocazione geografica che rende difficile raggiungerle.
Facebook è pronto a fare Tinder. Così si intrecciano amore e dati
La nuova missione di Facebook oscilla tra romanticismo e business. Esaurita quella tra socialità e profilazione semi occulta, il social network più famoso al mondo – e ormai il più controverso per le sue politiche sulla privacy – lancia Facebook Datinge si propone anche come sito di incontri per assecondare l’ormai stagionata utenza, assicura di voler aiutare le anime gemelle a conoscersi e quelle che si sono già incontrate a rivelarsi. “Una delle mie cose preferite nel creare Facebook – ha scritto qualche giorno fa il fondatore della piattaforma, Mark Zuckerberg – è che posso camminare in ogni città del mondo e qualcuno mi ferma per raccontarmi come ha conosciuto suo marito o sua moglie grazie a Facebook”.
Come, dove. Ancora tempo di novità, quindi: la piattaforma è al momento disponibile in venti Paesi, dagli Stati Uniti all’Argentina, la Bolivia, il Brasile, il Canada, il Cile, l’Ecuador, il Guyana, il Laos, il Messico, il Peru, le Filippine, Singapore e il Vietnam (dopo una sperimentazione di un annetto in Colombia) e arriverà in Europa entro il 2020. Permetterà molte cose divertenti: di compilare un profilo riservato solo agli incontri, di essere ‘associati’ alle potenziali anime gemelle sulla base di ciò che si dichiara nel profilo ma anche degli interessi che emergono dalla navigazione sulla piattaforma (stessi Mi piace, stessi gruppi, stessi eventi). Si potrà inserire un numero limitato di contatti già esistenti in una lista definita “Secret crush”, “Cotta segreta”, cotta che verrebbe poi rivelata all’interessato solo se si dovesse essere nella sua stessa lista. Per il resto, Facebook Dating suggerirà utenti con cui ci siano elementi in comune. “Le persone sono suggerite in base alle preferenze, interessi e altre cose che fai su Facebook – si legge nella nota dell’azienda -. Gli appuntamenti di Facebook non riguardano lo scorrere o il dover aspettare di piacere a qualcuno per avere una prima possibilità di raggiungerlo (modello Tinder, ndr). Se sei interessato a qualcuno, puoi commentare direttamente il suo profilo o toccare il pulsante Mi piace per farglielo sapere. Tutta la tua attività di Incontri rimarrà in Dating. Non sarà condivisa”. Si potrà decidere di associare o meno i propri profili Instagram e Facebook (come accade già con molte app di incontri). Ci sarà anche una funzione sicurezza con la quale l’utente può condividere la posizione di un appuntamento imminente con un amico su Messenger, così da poter essere rintracciato in caso di necessità.
Privacy. Esaurite potenzialità e funzionalità, passiamo alla privacy. “Se crei un profilo di incontri su Facebook, solo il tuo nome e la tua età verranno con te dal tuo profilo di Facebook – si legge – Per tutte le altre informazioni, come l’identità di genere, ciò cui sei interessato, le foto e altro, puoi scegliere se condividerle sul tuo profilo”. Si potrà anche scegliere come presentarsi, se fornire informazioni diverse da quelle sul profilo Facebook e se condividere dettagli come città natale, religione e occupazione. Gli amici di Facebook non sapranno, a meno che non lo si decida, che si ha un profilo su dating e non appariranno mai tra le affinità. Non c’è rischio, quindi, di incappare nel compagno di banco delle elementari (a meno che non sia nella lista “cotta segreta”).
Dati.Più vaga la parte sulla raccolta e l’utilizzo dei dati che recita solo: “I suggerimenti si basano su preferenze, interessi e altre cose che fai su Facebook per aiutarti a connetterti con le persone in base a cose che potreste avere in comune. La tua attività su Dating, come persone che ti piacciono o meno, non saranno condivise con nessuno al di fuori di Dating”. E il resto? Bisognerà vedere come l’azienda si adeguerà al regolamento europeo, molto più stringente sull’utilizzo dei dati rispetto al resto del mondo. A ben vedere, infatti, Facebook Dating può sembrare un modo per permettere al social di raccogliere informazioni e profilare con l’autorizzazione degli utenti e lo schermo della ricerca dell’anima gemella. Dopo gli scandali dell’ultimo anno, da Cambridge Analytica – che è costata a Zuckerberg 5 miliardi di dollari di multa – all’esposzione di 400 milioni di numeri di telefono confermata nei giorni scorsi, gli utenti sono diventati molto più selettivi nella protezione delle informazioni. La loro concessione in cambio del solo utilizzo gratuito di Facebook non funziona più, per averli (e nutrire gli inserzionisti) c’è bisogno di un nuovo stimolo. E cosa potrebbe convincere a cederli più del sogno di trovare così l’amore o il sesso? Ancora, la piattaforma si sta adattando al cambiamento della sua utenza. Gli adolescenti si spostano su Instagram, su Facebook restano adulti e giovani adulti che, tra i loro interessi, è più probabile includano anche la ricerca di un compagno di vita. Sono almeno 200 milioni gli utenti che si dichiarano “single”.
Concorrenza.Certo il panorama delle app per incontri è affollato: subito dopo l’annuncio, le azioni di Match.com – proprietario di servizi di incontri come Tinder, Match e OkCupid – sono crollate a Wall Street arrivando a perdere anche il 7,2 per cento. Match Group, nel 2018 ha registrato un fatturato di 1,7 miliardi di dollari, nel secondo trimestre di quest’anno entrate e abbonati sono cresciuti del 18 per cento. La sola Tinder ha registrato un aumento delle entrate dirette del 46% rispetto al trimestre dell’anno precedente, mentre gli abbonati, il numero di chi è disposto a pagare per usarla, sono aumentati del 39%. Lungimirante, Facebbok, dopo le criptovalute ora cerca l’amore: non è forse più importante dei soldi?
La diseguaglianza nasce dalle idee
Dopo Il capitale nel XXI secolo, pubblicato nel 2013 e con 2,5 milioni di copie all’attivo, Thomas Piketty esce in Francia con un nuovo libro, anche questo monumentale, 1.200 pagine, che costituisce una prosecuzione ideale del primo: Capitale e ideologia.
E la tesi è chiara, già nel titolo, e nello sviluppo del lavoro di cui il quotidiano Le Monde ha offerto alcuni brani inediti: “La diseguaglianza non è economica o tecnologica, ma in primo luogo ideologica e politica”. Gli elementi che determinano le grandi ineguaglianze storiche, siano esse il capitale o il debito, il mercato e la concorrenza, il profitto e il salario, non esistono in quanto tali, ma rappresentano una costruzione sociale e politica, sintetizzano rapporti di forza politici, sociali e culturali. Intellettuali e ideologici.
Il nemico principale di questo approccio è quindi la litania che rilancia instancabilmente il fondamento “naturale” delle diseguaglianze, “come fanno un po’ ovunque le varie élites per mascherare il contenuto sociale della situazione economica e sterilizzare le istanze di cambiamento”. L’esperienza storica, invece, dimostra che le ineguaglianze “variano a seconda del tempo e dello spazio” e le “esperienze rivoluzionarie” che hanno permesso di ridurne la quantità e la qualità in realtà, per quanto fallimentari nel lungo periodo, nel momento della loro esplosione “hanno avuto un grande successo”. Del resto, basta osservare l’esplosione dello stato sociale a ogni ondata di rivolte popolari come dimostra il caso italiano degli anni 60-70 in cui si sono realizzate le maggiori conquiste sociali del Dopoguerra (la scuola per tutti, lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle pensioni, dell’equo canone, la sanità gratuita, la psichiatria sociale, i diritti delle donne).
Piketty, però, non vuole riproporre un metodo ampiamente utilizzato dagli studiosi e intellettuali marxisti, per lo meno non nel suo senso (deteriore) di determinismo, per cui “lo sviluppo delle forze produttive è esso stesso ragione e misura della ‘sovrastruttura’ ideologica della società”. L’approccio insiste sulla “autonomia della sfera delle idee, quello ideologico-politico e quindi, a un dato stadio di sviluppo dell’economia e delle forze produttive, esiste una molteplicità di regimi ideologici e politici e quindi di ineguaglianze”.
Sono in realtà “sempre esistite, ed esisteranno sempre, delle alternative”. Ai vari livelli di sviluppo, “esistono molteplici modi di strutturare un sistema economico, sociale e politico, di definire le relazioni di proprietà, di organizzare un regime fiscale o educativo, trattare un problema del debito pubblico o privato, di regolare le relazioni tra le diverse comunità umane”. In particolare, “esistono diversi modi di organizzare i rapporti di proprietà nel XXI secolo e alcuni possono costituire un superamento del capitalismo ben più reale che la strada che punta alla sua distruzione senza preoccuparsi di quel che seguirà”.
Nel vivo della questione, comunque, Piketty sottolinea che “il progresso umano esiste, ma è fragile e può a ogni momento infrangersi sulle derive inegualitarie e identitarie del mondo”. Il progresso, ribadisce, esiste certamente: “Basta osservare l’evoluzione della salute e dell’educazione nel mondo negli ultimi secoli per rendersene conto: la speranza di vita è passata dalla media mondiale di 26 anni nel 1820 a 72 anni nel 2020. A inizio del XIX secolo la mortalità infantile colpiva attorno al 20% dei neonati nel pianeta, contro meno dell’1% al giorno d’oggi”. E si potrebbe continuare.
Allo stesso tempo, però, i reali progressi realizzati in termini di salute, educazione, potere d’acquisto, “mascherano immense ineguaglianze e fragilità”. “Nel 2018, il tasso di mortalità infantile sotto l’anno, era inferiore allo 0,1% nei Paesi europei, nordamericani e asiatici più ricchi, ma raggiungeva il 10% nei Paesi africani più poveri”. E ancora: “Il reddito medio mondiale raggiungeva i 1.000 euro mensili per abitante, ma era appena di 100-200 euro nei Paesi più poveri, e superava i 2-4.000 euro nei Paesi più ricchi”.
Soprattutto, questo progresso incontestabile, non deve far dimenticare che “questa evoluzione è accompagnata da fasi orribili di regressione inegualitaria”. Il secolo dei “lumi”, ad esempio, ha poggiato su “sistemi estremamente violenti di dominazione proprietaria, schiavista e coloniale”. E ancora oggi, superato l’incubo dell’apocalisse nucleare, “il mondo entra in un nuovo torpore, quello del riscaldamento climatico e di una tendenza generale al ripiegamento identitario e xenofobo, in un contesto di ripresa delle diseguaglianze”.
Ma, osserva Piketty, pensare che tutto questo sia inevitabile o necessario è assurdo: “Altre traiettorie e regimi più egualitari sarebbero stati possibili, e sono tuttora possibili”. “Il progresso umano esiste, ma è una lotta e deve innanzitutto appoggiarsi su una analisi ragionata delle evoluzioni storiche passate, con quel che di positivo o negativo queste comportano”.
Al fondo, l’argomento centrale dell’ideologia proprietaria – sostiene l’economista francese – forgiato dalla Rivoluzione francese in avanti è sempre lo stesso: “Se si comincia a rimettere in discussione i diritti di proprietà acquisiti, in nome di una concezione di giustizia sociale, non si rischia di non sapere più dove fermare questo processo pericoloso? Non si rischia di procedere verso l’instabilità politica e il caos permanente, che alla fine si ritorcerà contro i più deboli? La risposta proprietaria intransigente è che non bisogna correre questo rischio e che il vaso di Pandora della redistribuzione delle proprietà non deve mai essere aperto”. “Sulla base dell’esperienza storica – scrive Piketty – mi sembra che sia possibile superare questa risposta naturale e comprensibile, ma allo stesso tempo un po’ nichilista e poco ottimista sulla natura umana. In questo libro voglio convincere il lettore che ci si può poggiare sulle lezioni della storia per definire una norma di giustizia e uguaglianza più esigente in materia di regolazione e ripartizione della proprietà”. Del resto, è su questa “base pragmatica, empirica e storica che si sono sviluppate le società socio-democratiche del XX secolo”.
Il grande problema dell’ideologia proprietaria è che i “diritti di proprietà basati sul passato pongono spesso seri problemi di legittimità”. Lo si è visto con la Rivoluzione francese o con la fine dello schiavismo, quando da un giorno all’altro la legalità è stata rimessa totalmente in discussione. Ma il problema è che “indipendentemente dalla questione delle origini violente o illegittime delle appropriazioni inziali, ineguaglianze patrimoniali considerevoli, durevoli e largamente arbitrarie tendono a ricostituirsi in permanenza”. In uno sforzo di contemplare le ragioni che fondano l’ideologia proprietaria, Piketty propone di analizzarla per quello che è: “Un discorso sofisticato e potenzialmente convincente su alcuni punti […]. Ma allo stesso tempo è una ideologia inegualitaria che, nella sua forma più estrema e dura, punta semplicemente a giustificare una forma particolare di dominazione sociale, spesso in modo eccessivo e caricaturale”. È un’ideologia molto pratica per coloro che “sono in alto” nella scala sociale: siano essi gli individui o le nazioni ricche. “Il problema è che i loro argomenti e gli elementi fattuali presentati non sono convincenti”.
Studiando l’evoluzione di queste società proprietarie dal XIX secolo in Francia e negli altri Paesi europei, Thomas Piketty si propone di spiegare perché.
Calci al bimbo di colore: niente aggravante razziale, per ora
Un bambino di 3 anni, di origine nordafricana, aggredito, strattonato e preso a calci nell’addome. Per chi ha assistito alla scena e per gli investigatori che hanno sentito i testimoni oculari del pestaggio del piccolo, avvenuto nel centro storico di Cosenza, l’aggravante dell’odio razziale sarebbe naturale. Al momento, però, non è contestata dalla procura guidata da Mario Spagnolo che ha denunciato due coniugi, di 22 e 24 anni, solo per lesioni personali aggravate. L’aggressore era in Calabria in una località protetta perché fratello di un pentito di camorra. Ma invece di fare una vita riservata tenendo un basso profilo ha pensato bene di colpire con un calcio all’addome il piccolo perché, ai suoi occhi, aveva avuto l’ardire di avvicinarsi troppo alla figlia neonata che spingeva in carrozzina insieme alla moglie durante una passeggiata nel centro di Cosenza. Adesso per la coppia è scattato, per motivi di opportunità, anche l’allontanamento immediato dalla Calabria verso un’altra località protetta.
E non è escluso che le accuse possano diventare più pesanti in seguito perché, ricostruendo la dinamica dell’aggressione, secondo fonti investigative non ci sarebbe stato altro motivo se non quello che la vittima aveva un colore diverso della pelle. Martedì scorso, marito e moglie erano a passeggio in via Macallè, una traversa del centralissimo corso Mazzini, quando il bambino immigrato, incuriosito dalla figlia neonata della coppia, si è avvicinato alla carrozzina come avrebbe fatto qualsiasi bambino. L’aggressore ha iniziato a urlare e si è scagliato addosso al piccolo. Il tutto davanti alla moglie indifferente. Una ragazza ha visto tutto e su Facebook ha scritto: “Non posso credere che un uomo sferri un calcio ad un bimbo di tre anni solo perché di colore”.
Il popolo umbro di Salvini “È impulsivo, ma tornerà”
Ogni luogo ha un’anima che segna, coinvolge, trascina. Così è successo, del tutto improvvisamente, anche per Matteo Salvini. “Nei momenti più facili sei pieno di amici. Poi quando ti trovi nella difficoltà la metà di quelli che ti salutavano cambia marciapiede, ti lascia da solo”. Gli sconfitti della droga, i ragazzi che per ritrovarsi sono corsi qui, tra i boschi di Amelia, a cercare la forza per respingere l’eroina e riemergere, ascoltano il Capitano ora purtroppo degradato, il superpotente già ex, il sempre vincente oggi sconfitto. In qualche modo lui è come loro. “Sono un grande peccatore”. Poi: “Sono divorziato”. Poi: “Dico parolacce di ogni genere”. La sala della comunità di don Piero Gelmini, vessillo antidroga insostituibile del centrodestra, che qui periodicamente fa tappa, non è strapiena e neanche eccitata. Il clima intimista, assai raccolto, un po’ travolge Matteo e lo costringe a questa prima confessione pubblica: “Ci sono i momenti negativi. Ma so che il mondo lo cambiano i matti”.
Anche i selfie finali non hanno il sapore arrembante, la gioia esplosiva che qualche ora dopo, nel parco delle fonti di San Gemini, restituirà a Salvini la fiducia di sempre, anche la spocchia di sempre, e quel ritmo che qualche ora prima sembrava perduto.
In Umbria si vota il prossimo 27 ottobre e per la Lega il finale di partita sembra tracciato: due a zero a tavolino. “Il Pd è mezzo morto, i Cinquestelle votano il loro candidato, per noi è fatta”, dice Roberto Perfetti, segretario regionale dell’Ugl. “Matteo nell’errore ha trovato il successo. Ha fatto la crisi a rotta di collo, ma d’ora in poi raccoglierà i frutti del casino che il governo farà”. Matteo ci crede, e nel residuo spiritualista che gli è rimasto in corpo dall’incontro di Amelia, invita i fan: “Togliete la tristezza dai vostri volti e ritrovate il sorriso. Sostituite la rabbia con l’orgoglio. Vi voglio così nei prossimi cinquanta giorni: porteremo questa grande donna, Donatella Tesei, alla guida dell’Umbria”.
Donatella, senatrice, già sindaco di Montefalco, non riesce a comiziare per via di una raucedine insistente. “È sfiatata” comunica con qualche preoccupazione un leghista combattente alla moglie.
Il parco è zeppo, più di duemilacinquecento gli arrivi in questo bosco sorgivo. La festa di onore a Salvini doveva tenersi a Terni ma la paura di contestazioni rumorose e assai partecipate ha fatto immaginare questa sede di collina, più raccolta, meglio controllata, lontana dal caos della città.
Non c’è che dire: la popolarità e il radicamento salviniano paiono inossidabili, resta di gran lunga il politico che non solo riempie le piazze, ma le trascina su per i monti e le galvanizza come pochi. Mamme e papà, anche ragazzi. Stipati, concentrati, preoccupati pure. Crocchio di militi che chiedono lumi a un amico in grado di rispondere ai quesiti costituzionali: “Dimme un po’ ma Mattarella sta cosa la poteva fare?”. Lui, contrito: “La poteva e non la poteva fare. Tecnicamente la poteva fare”. “Ci rubano il voto”, urla Antonio Rinaldi, l’economista televisivo, per gli amici noto come Bombolo. “Ma avete sentito cosa ha detto un giornalista del Tg1? Vuole sparare a Salvini. Avete capitooo?”. Boato di sdegno. “Capitan Salvini sta per arrivare amici”, dice un’entusiasta, commossa Barbara Saltamartini, deputata già entusiasta di Gianfranco Fini. “Siamo in tanti dell’Msi – spiega il sindacalista dell’Ugl – La Meloni non è credibile”. Il suo compagno d’armi: “Se trovassi Fini per strada lo butterei sotto”. Un altro: “La Lega incorpora i nostri valori patriottici. È lui che è venuto da noi”.
Lega, Lega e Lega. “Forse Matteo è stato impulsivo però. Un tantino istintivo”, commenta Laura Pernazza, sindaco di Amelia. “Sono di Forza Italia e credo che tutti insieme…”.
“Ce la famo? Se anche in Umbria il Pd e i Cinquestelle si rimettono insieme, so dolori”, analizza un sessantenne riflessivo. Intanto, marito alla moglie: “Lo vuoi vedere o no? Perché ce ne possiamo pure andare”. Militante deluso: “Non ci fanno mai votare”. Militante ottimista: “La battaglia è persa, ma vinceremo la guerra”. “Vinceremo la guerraaaaa!”, dice appunto Salvini dal palco facendo commuovere e ondeggiare la platea stipata sotto le querce. “Se vince?”, Franco barista, dubbioso. “Che cazzo ne so”, è la risposta del suo amico già un po’ annoiato.
Si vince o forse si continuerà a perdere. “Io sono sovranista. Sto con Bagnai e Borghi. Alle politiche ho votato cinquestelle, poi subito ho virato sulla Lega, l’unico baluardo antieuropeo. Però Salvini doveva preoccuparsi di non ingrassare troppo. Diciamoci la verità: come facevano i cinquestelle a resistere a quel salasso?”. Massimo Oggiano, ingegnere di Terni, milite irriducibile del ritorno alla moneta nazionale: “Non saprei dire se Salvini vincerà. Forse potrà pure riperdere ancora”.
Infatti la vera preoccupazione di Mario Verdecchia, maestro elementare, è che si prenda la strada sbagliata e si vada a finire come la Marine Le Pen: “Lei i voti ce li ha ma sono inservibili, inutilizzabili. Abito a Montefalco, sono maestro di paese, però appassionato di politica. Vengo qui da osservatore. Penso che Salvini non farà la fine di Renzi ma non vedrà mai più il governo. Lui non sa spendere i voti, lo vedi come fa? C’è tanta gente che gli mette in mano la propria fiducia, che per un politico è moneta sonante, ma lui è sprecone. Sperpera tutto”. “Diciamo che è un istintivo”, spiega Carmela, parrucchiera. “Un po’ come me: se te devo mannà affanculo te manno. Mi piace per questo”.
Del Debbio sfida la Ceccardi per la candidatura
L’intellettuale contro la Zarina. La moderazione contro l’istinto celodurista.
Lo scontro tra Paolo Del Debbio e Susanna Ceccardi per conquistare la palma di candidato del centrodestra alla Regione Toscana sta tutto qui: una contrapposizione manichea che in realtà rappresenta la stessa faccia di una coalizione che, dopo la crisi aperta da Matteo Salvini l’8 agosto, si muove a tentoni. E che il caos regni sovrano nel centrodestra lo dimostra proprio la competizione che vedrà contrapposti nei prossimi mesi il giornalista lucchese e l’ex sindaca di Cascina e oggi europarlamentare.
Una volta gli alleati di Lega-Fi-FdI si mettevano ad un tavolo e si spartivano i candidati delle Regioni con il manuale Cencelli: il Nord al Carroccio, il Sud a Forza Italia e al centro una a testa, a seconda delle chance di vittoria.
Ora non è più così: in Toscana la candidata naturale (nel marzo 2018 fu lei a proporsi: “Governatrice? Io ci sono”) è sempre stata Susanna Ceccardi, che nel 2016 strappò la prima di una lunga serie di roccaforti rosse alla sinistra (Cascina) e oggi sembra in grado di recuperare voti nel bacino degli elettori di sinistra.
E invece no perché dopo le comunali perse a Firenze, Prato e Livorno di maggio, gli alleati toscani non la vogliono più vedere e anche all’interno del Lega i malpancisti hanno chiesto la sua testa di segretario regionale, ottenendola dopo l’elezione all’Europarlamento. Troppe poltrone, dicono. Ne ha approfittato Del Debbio che dopo essere stato defenestrato da Rete 4 per aver tirato la volata a Salvini, nelle prossime settimane potrebbe decidersi di correre a Presidente della Regione per la seconda volta dopo la sconfitta del 1995.
Il giornalista Mediaset nutre molti dubbi sulla discesa in campo ma, confida al Fatto un esponente di lungo corso del centrodestra toscano, “se dovesse chiederglielo direttamente Berlusconi, non potrebbe dirgli di no”. D’altronde fu proprio il Cavaliere ad affidargli la nascita di Forza Italiani chiedendogli di scrivere il programma del partito: “Era il novembre del ’93 e Confalonieri mi disse: ‘Guarda c’è Berlusconi che chiede: ‘c’è qualcuno che ha letto un po’ di libri lì da te?’ – ha raccontato un anno fa in un’intervista a Peter Gomez – Ti aspetta perché vuole fare un partito’. Io andai a trovare Berlusconi e mi disse: ‘Guardi, a marzo ci sono elezioni. Poi io le vinco e divento presidente del Consiglio ma c’è un piccolo particolare: dovrebbe farlo lei il programma’”. E in questa direzione andrebbe la scelta di candidare un esponente di Forza Italia in Toscana, con il beneplacito di Salvini che con il giornalista di Mediaset ha sempre avuto un ottimo rapporto: “Non me lo ha proposto – ha raccontato Del Debbio – mi ha detto solo ‘saresti un buon candidato’”. Solo. E poi c’è quell’aneddoto alla “Berghem fest” di una settimana fa che non è passato inosservato nel centrodestra toscano: “In Toscana questa può essere la volta buona” ha detto il giornalista alla platea leghista in un dibattito. “Vacci tu” gli ha urlato un militante dal pubblico. Del Debbio ha risposto tra il serio e il faceto: “Non cerco rivincite, odio e invidia sono una brutta cosa”.
Se dovesse decidere di fare il grande passo, però, è improbabile che Ceccardi si pieghi alle decisioni della coalizione e rinunci a una carica a cui ambisce da sempre. Quando gli si chiede un parere su Del Debbio, l’ex sindaca risponde gelida: “Potrebbe essere un buon candidato se Matteo scegliesse lui”. In realtà è convinta che per provare a conquistare la Toscana il centrodestra non possa candidare un moderato ma continuare a battere sui temi della Lega: immigrazione, rom, legittima difesa e disagio sociale. La sfida è aperta.