Cimitero Palermo, 900 bare insepolte. Indagato Orlando

Circa 900 bare sono in attesa di essere tumulate al cimitero dei Rotoli, diventato uno degli scandali più eclatanti della città di Palermo. Adesso per la sua gestione è finito sotto inchiesta della Procura anche il sindaco Leoluca Orlando, accusato di omissioni d’atti d’ufficio.

Da quasi tre anni, il cimitero più grande della città è in uno stato emergenziale, con le bare accatastate una sull’altra negli uffici, nei magazzini e nei depositi. A ottobre 2020, è finito ai domiciliari l’ex direttore, Cosimo De Roberto, accusato di corruzione e concussione. Gli inquirenti ipotizzano che ci sia stato un giro di mazzette, dai 500 agli 800 euro, pagate dai familiari dei defunti per favorire e accelerare la tumulazione delle salme. A settembre 2021, i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio per dieci persone, fra dipendenti comunali e impresari funebri, compreso De Roberto.

Nel frattempo, a luglio si è dimesso Roberto D’Agostino, assessore al bilancio con delega ai cimiteri, che ha deciso di lasciare l’incarico per dissapori con Orlando. Appena pochi giorni fa invece, è stato chiesto il rinvio a giudizio per due dirigenti medici dell’Asp palermitana, che avrebbero falsificato i verbali di estumulazione di alcune salme dei Rotoli. “Avrò modo di portare con me davanti all’autorità giudiziaria tutti gli atti – ha commentato Orlando –, per dimostrare che ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità e competenze di sindaco per potere affrontare questo problema”.

Violenze a Milano: caccia a stupratori sui social network

È iniziata sui social la corsa per dare nomi e volti ai presunti responsabili delle violenze sessuali di gruppo avvenute la notte di Capodanno in piazza Duomo a Milano ai danni di decine di ragazze, fra cui 5 studentesse tedesche che hanno poi denunciato in patria. La Procura di Milano ha avviato una rogatoria in Germania per acquisire formalmente la denuncia con gli allegati, ma nel frattempo ha avviato un lavoro tecnico sui social per individuare le persone che si vedono nei filmati già in parte analizzati dalla Squadra mobile di Milano e dalle pm Alessia Menegazzo e Letizia Mannella. Gli inquirenti hanno puntato i fari su una trentina di ragazzi tra i 18 e i 28 anni, molti dei quali probabilmente di origine nordafricana ma nati in Italia, che avrebbero agito con una modalità che ha fatto pensare alla “Taharrush gamea”, una pratica di “molestia collettiva” documentata per la prima volta nel 2005 in Egitto, dove fu utilizzata dalle forze dell’ordine come strumento di repressione contro le donne che protestavano al Cairo a piazza Tahrir.

UniCredit dice no alle criptovalute e Twitter l’attacca

Per alcune ore venerdì è stato tra i trending topic di Twitter, ma il numero delle interazioni di UniCredit Italia non era positivo. La causa della “popolarità” era legata a una shitstorm, il fenomeno con il quale un numero consistente di utenti ha manifestato sul social network il proprio dissenso contro la banca. Tutto è stato scatenato da una cliente di UniCredit che ha postato gli screenshot della risposta con la quale l’ufficio clienti di UniCredit le comunicava che avrebbe potuto chiuderle il conto per i bonifici su Ftx e crypto.com, due piattaforme di criptovalute. La risposta è stata confermata dall’account ufficiale di UniCredit Italia: “Le attuali policy di gruppo vietano relazioni con controparti emittenti valute virtuali o che agiscono da piattaforme di scambio”. Si tratta di regole interne non contenute nel contratto di conto corrente, perché i pagamenti sono ritenuti “non sicuri”. La risposta ha scatenato centinaia di tweet con le reazioni critiche, in Italia e nel mondo, di sostenitori delle cripto. Contattata, UniCredit non ha risposto.

“’I clan sono mix di arcaico e moderno. A 12 anni da Infinito poche le denunce”

Estorsioni violente, minacce di morte, addirittura, nel 2022, di sciogliere nell’acido le persone. Nell’ultima inchiesta della Procura di Milano sulle infiltrazioni tra Como e Varese si assiste alla fotografia di una ’ndrangheta ancora ben radicata nei vecchi modi di agire violenti e spietati. In qualche modo si osserva come le narrazioni recenti di una mafia solo di colletti bianchi siano staccate dalla realtà.

Dottoressa Alessandra Dolci, da capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, è questa oggi la vera ’ndrangheta in Lombardia?

È questa, ma non solo. Oggi, e ho avuto occasione di sottolinearlo più volte, la ’ndrangheta tenta di volare più alto.

Verso quali confini?

Beh, certamente l’obiettivo che abbiamo riscontrato, nell’ultima inchiesta come in altre, è quello di arrivare a controllare alcuni settori della nostra economia. In pratica si punta a entrare con metodi mafiosi in contesti economici per rilevarne le varie società. E questo è il volare alto che intendo. Infiltrarsi nell’economia legale e drenarne gli affari riciclando il denaro.

E l’altro lato della medaglia?

A fronte di questo abbiamo ancora il ricorso a tappeto delle varie consorterie criminali ai vecchi schemi estorsivi. Perché, vede, la cosa importante da capire per evitare narrazioni distorte del fenomeno è che oggi la ’ndrangheta è un mix di modernità e arcaicità. Un mix che la rende molto pericolosa, soprattutto in una regione ricca come la Lombardia. La modernità sta in questa visione prospettica rispetto all’economia sana, ma al tempo stesso ci sono ancora oggi forme arcaiche di basso profilo, che si concretizzano nelle estorsioni violente nei confronti del pensionato o del piccolo commerciante.

E dunque, dodici anni anni dopo la maxi-inchiesta “Infinito”, la forza dei clan in Lombardia risiede ancora nella paura e nell’omertà?

Diciamo che sul fronte delle denunce, rispetto a qualche anno fa, qualcosa è migliorato. Non tanto, ma uno scatto si intravede. Ad esempio, durante l’ultima inchiesta, noi abbiamo ricevuto denunce non dopo gli arresti ma durante le indagini. E il dato è molto importante e fa ben sperare. Dopodiché, e in via generale, le denunce sono ancora poche, ma questo fenomeno è dato da diversi fattori. Ad esempio capita, e lo abbiamo visto anche nell’ultima indagine, che vittime di estorsioni, soprattutto imprenditori, siano diventati in un secondo momento complici dei boss. Fino al punto da essere indagati per associazione mafiosa. Attualmente in Lombardia le estorsioni possono essere di vario tipo: ci sono quelle legate alla protezione, quelle finalizzate a ottenere il controllo di società anche di primo livello e quelle che io definisco predatorie e nelle quali la ’ndrangheta, diciamo così, si accontenta di incassare i soldi.

Insomma, nulla cambia, passato e futuro si fondono restituendoci una ’ndrangheta sempre violenta e ben poco mimetica…

Sì, c’è anche questo. E tenga poi presente che oggi, così come anni fa, il controllo del territorio in certe zone è ancora fortissimo. Un dato che ci riporta all’arcaicità della ’ndrangheta. Penso appunto alle aree tra Como e Varese, dove la mafia calabrese ci dà molto da lavorare. Va anche detto che qua la presenza dei boss risale ad almeno 50 anni fa.

Il pensionato: “Il boss disse paga o ti sciolgo nell’acido”

Si svolta a sinistra dalla statale e la strada inizia a salire con l’ultimo spicchio meno nobile del lago di Como che scompare sotto la nebbia. Il paese sta qua. Poche case, bar, edicola, chiesa e scuola. Tutto in salita, comunità montana, ottomila anime. Gli sguardi incrociano chi non è del posto, capiscono, sono diffidenti. È in questo luogo lombardo che si riannodano i fatti di una storia di ’ndrangheta antica, violenta e insospettabile in tempi di colletti bianchi e giochi finanziari. Perché casomai qualcuno ancora pensasse che mafia possa significare il rispetto per certe regole, la storia del signor Franco, la cui identità è altra, pensionato all’epoca dei fatti, comasco di nascita, e di residenza là dove il lago di Como va verso Lecco, svela l’inganno di alcune narrazioni sul tema. Bussare oggi alla sua porta, a distanza di tempo, per chiedergli conto di quel dramma, perché la sua voce possa dare benzina alle denunce, vale un bel po’ di insulti. Al citofono Franco prima urla e poi attacca: “Andatevene, chiamo le forze dell’ordine”. Mi qualifico come giornalista. Capisco subito che il margine è poco. Abbandono l’idea. Per Franco i fatti sono ancora troppo vivi, la vergogna anche, il terrore, la paura di morire. Meglio dimenticare.

Perché la storia di Franco, messa nero su bianco negli atti giudiziari, leva la maschera agli “evoluti” boss lombardi e li mostra nella loro ferocia. Disposti a tutto per i soldi. Persino a trascinare Franco in un capannone di Mozzate (Como) e minacciare di scioglierlo nell’acido “se non paghi!”. Mafiosi, presunti, ricostruisce l’inchiesta di Milano, lontani da schemi finanziari raffinati, radicati ancora nell’arcaico modus dell’estorsione. I protagonisti sono alcuni appartenenti alla famiglia Ficarra, collegati, secondo l’accusa, alla cosca Piromalli e finiti nel blitz di novembre dell’Antimafia milanese e della Direzione centrale anticrimine diretta dal prefetto Francesco Messina sulla presenza della ’ndrangheta nelle province di Como e Varese. Sono Daniele Ficarra e i nipoti, entrambi di nome Domenico (Ficarra), di cui uno, classe ’84, è ritenuto dalla Procura il capo in Lombardia per conto dei clan della Piana di Gioia Tauro. I fatti, denunciati da Franco nell’ottobre 2018, si svolgono tra luglio e settembre dello stesso anno, quando Franco, pensionato di 74 anni, vive in un paese della provincia di Lecco. La vita gli ha dato tre figli e una moglie che muore nel 2016. I figli sono grandi. Lui è solo e tirar cena dal mattino è lungo il tempo. Cerca compagnia, la trova in Jessica, prostituta ungherese. Ma più che il sesso, vuole qualcuno con cui confidarsi. Jessica gli sembra la persona giusta. Le regala i gioielli della moglie. Spesso, quando si incontrano, la donna è accompagnata da un ligure di 50 anni, Alessio D.. A luglio, Franco gli confida di voler vendere a 35mila euro un camioncino per i panini. È solo una chiacchiera, che però trascina l’uomo all’inferno. In un mese, secondo quanto si legge nel decreto di fermo a carico di 54 persone, dal 22 luglio al 22 agosto consegnerà ai Ficarra, in contanti o tramite assegni o bonifici, 80.500 euro.

Il 22 luglio Franco pubblica un annuncio di vendita del mezzo. Pochi giorni dopo entra in scena Daniele Ficarra, che lo contatta e si dice interessato per conto di un’altra persona, parente dei Ficarra (a cui non è contestata l’estorsione), il quale consegna a Franco un assegno da 31mila euro. A Franco ci vorrà poco a capire che l’assegno è scoperto. Ne parla con Daniele Ficarra il quale si incarica di risolvere il problema. È in questo momento che entra in scena uno dei due nipoti, Domenico Ficarra detto Blindo (non indagato per questa estorsione). In totale balia dei corvi della ’ndrangheta, Franco confida ai Ficarra di volere riprendere i gioielli dati a Jessica, ma non vuole che alla donna sia fatto del male. Daniele Ficarra si incarica anche di questo. Dirà poi di averla picchiata ma di non aver raggiunto il risultato. È solo una messa in scena. La donna chiama Franco: “Con quello che mi hanno fatto quelli che hai mandato, rischi fino a dieci anni di galera!”. Non è vero nulla, ma la cosa serve per intimorire la vittima. Arrivano anche le minacce da parte di Daniele Ficarra. Franco: “Tutte le volte che mi chiedeva i soldi, io cercavo di oppormi ma a questo punto minacciava di recarsi dai miei figli a dire tutto. Io per la vergogna pagavo”. Ficarra rincara la dose: “Io comando su questo territorio! Chiedi chi è la famiglia Ficarra in Calabria (…). Vengo con un falcetto e ti faccio a pezzetti”. Si arriva agli inizi di ottobre. È in questo momento che entra in gioco il presunto “boss” Domenico Ficarra, e Antonio Salerni, detto lo Zio. Ficarra si presenta con il finto nome di Francesco Lipari. Inizialmente Lipari-Ficarra si dice interessato all’auto, dopodiché si spaccia per protettore di Jessica e vuole altri soldi. Il 10 ottobre la scena si sposta in un capannone in via Anna Frank 3 a Mozzate già di una società di Antonio Salerni. Ricorda Franco: “Sono stato condotto da Ficarra (alias Lipari) nel capannone dove c’era la società di trasporti dello Zio (Salerni). Sono salito al primo piano. Qui era presente un contenitore vecchio dove Lipari-Ficarra mi diceva che c’era dell’acido e minacciava di buttarmi lì dentro se non avessi pagato”. Pochi giorni dopo, Franco va dai carabinieri di Merate per denunciare tutto.

Reparti nel caos: tra il personale sanitario oltre 20 mila casi

Omicron sta decimando le presenze di medici e infermieri negli ospedali italiani. Mettendo a dura prova la tenuta del sistema sanitario nazionale. Secondo i dati aggiornati pubblicati ieri dall’Istituto superorire di Sanità, nell’ultima settimana sono risultati positivi ben 9.759 operatori sanitari, oltre 6.300 in più rispetto alla settimana precedente, quando erano stati 3.436, con la percentuale di casi sul totale in aumento dall’1,8% al 2,1%. Per il sindacato Nursing Up, gli attualmente positivi in tutta Italia sarebbero oltre 20 mila. Praticamente a “cadere” è tutta la prima linea di medici e infermieri schierati nella battaglia contro il Covid. Il report Iss sancisce anche come gli operatori sanitari siano quelli più a rischio “ricaduta”: il 6,8% delle reinfezioni, infatti, riguarda medici e infermieri presenti in ospedali e Rsa. Questo, spiega l’Iss, anche perché “sono coloro che hanno avuto un accesso prioritario alla vaccinazione” e dunque è passato più tempo dall’ultima dose. Tali numeri si traducono, a livello pratico, in una carenza di personale negli ospedali e, visto l’affollamento di pronto soccorso e terapie intensive, all’erosione dei servizi non Covid. Al pronto soccorso dell’Ospedale Civico di Palermo ci sono 26 contagiati su 160 lavoratori. Al Caldarelli di Napoli, si sta ragionando di introdurre i turni da 12 ore in tutti i reparti, come a marzo 2020. A Roma è stato sfondato il muro dei 1.000 operatori sanitari contagiati, con la situazione più difficile al Policlinico dove si va verso i 100 positivi e i sindacati Cisl Fp e Nursind che chiedono concorsi urgenti per gli infermieri e un tampone molecolare a settimana per tutti “perché i positivi potrebbero essere molti di più”. A Padova a rincarare la dose ci sono i 223 operatori sospesi per non aver completato il ciclo vaccinale, mentre al San Martino di Genova gli operatori contagiati sono raddoppiati nel giro di una settimana. Intanto, la Fnomceo, la Federazione nazionale degli ordini dei medici, continua ad aggiornare la lista dei medici morti di Covid dall’inizio della pandemia ad oggi: alla giornata di ieri i nomi listati a lutto erano 365.

In Lombardia mancano 5000 giorni di cure

La Lombardia ancora “regina” dei contagi, con un quarto dei positivi italiani. I nuovi casi sono stati 48.808, 14.993 a Milano (e 66 i decessi) su 236.276 tamponi, con un rapporto test/positivi al 20,6%. Salgono i ricoveri in terapia intensiva: 237 (+12), mentre i pazienti ricoverati con sintomi sono 2.607. Ricoveri a parte, significa che oggi in regione centinaia di migliaia di persone si curano a casa, appoggiandosi al medico di famiglia. E proprio la difficoltà a contattare il “proprio dottore” è stato uno dei problemi che i cittadini hanno lamentato. Una difficoltà che ha una spiegazione: in regione il medico di famiglia è bene che scarseggia, destinato a scarseggiare sempre di più nei prossimi anni.

Già oggi sono 786 i posti vacanti a fronte di 5.019 medici attivi. Secondo la Direzione generale Welfare, al 3 giugno 2021 la situazione degli “ambiti territoriali di assistenza primaria e degli incarichi vacanti di continuità assistenziale scoperti” annoverava: 77 posti da coprire per l’Ats Bergamo, 103 per l’Ats Brescia, 77 per l’Ats Monza e Brianza, 113 per l’Ats Insubria, 243 per Ats Milano, 26 per l’Ats della Montagna, 28 per l’Ats di Pavia e 117 per l’Ats Valpadana. E la stessa Regione ammetteva che mancavano circa 40 mila ore a livello regionale da assegnare per garantire un pieno servizio di continuità assistenziale. Cioè, per garantire l’assistenza ottimale ai 10 milioni di lombardi, mancano 5.000 giorni di lavoro, 714 settimane. Peccato che la stessa Regione per il 2021 abbia comunicato un fabbisogno aggiuntivo di appena 120 unità. Al pari di una Regione come la Puglia.

La prospettiva è che il medico diventi sempre più raro, visto che 689 professionisti hanno oltre 67 anni. Per Enpam (l’Ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici) nel 2021 in Lombardia sono andati in pensione 333 medici; nel 2022 saranno 354; 395 nel 2023.

Milano è specchio della crisi: sugli 867 medici, 505 hanno oltre 60 anni; 231 tra i 50 e i 60; 55 tra i 40 e i 50 e solo 94 hanno meno di 40 anni.

Già oggi trovare un dottore in alcuni quartieri periferici è un’impresa, come svelato da “Milanosud”: al Gratosoglio c’è 1 medico di famiglia ogni 2421 abitanti; alla Barona 1 ogni 2212. In centro, invece, si arriva a 1 a 900. Numeri impressionanti, considerando che il massimale consentito è di 1500 assisti per medico, sebbene il “livello ottimale” indicato da Regione sia di 1 ogni 1330 abitanti.

Il Pirellone ha tentato di mettere una pezza, ammettendo che i tirocinanti potessero avere fino a 600 assistiti, “ma di fatto compilano solo ricette, perché non hanno l’esperienza necessaria”, spiega una dottoressa 60enne.

Come si sia arrivati a tal punto lo riassume il dottor Alberto Aronica, titolare di uno studio associato con altri 6 medici e oltre 9000 pazienti, l’unica vera Casa di comunità attiva a Milano: “Nessuno ha mai stabilito il reale fabbisogno di medici in Lombardia. Una complicazione che si è ingigantita col numero chiuso in università”. Anche il poco appeal della specializzazione di medicina generale (durata triennale), che offre ai neo laureati borse di studio che sono la metà delle altre specialità, non ha aiutato.

Ma ciò che induce molti colleghi alla fuga, per Aronica, è la burocratizzazione: “Passiamo l’80% del tempo a compilare moduli, inserire dati e rispondere al telefono e pochissimo a curare. Noi siamo sei medici”, aggiunge, “e possiamo permetterci due segretarie e un’infermiera, ma i colleghi anziani, con studi piccoli, quei costi non possono sostenerli. E col Covid tutto è esploso. Così mollano”.

Lo conferma anche il dottor Renato Rizzi, in pensione da tre anni: “Avrei potuto continuare, ma non ne potevo più delle scartoffie”. Col Pnnr potrà migliorare? “Le case di comunità potranno tamponare la situazione”, chiosa Aronica, “se avranno il personale per le incombenze burocratiche. Ma oggi Regione sta concentrando le risorse sul costruire e non pensa a formare infermieri e segretarie”.

Fuga medici di base: 6mila pensionati in 2 anni

Capita sempre più spesso e ovunque, in Lombardia o in Sicilia. Cerchi il medico di famiglia e non lo trovi: risponde la segreteria telefonica. Poi, ecco che pochi giorni dopo arriva la mail dall’azienda sanitaria. Ti comunica che il tuo medico è andato in pensione e ti invita a sceglierne un altro. Potrebbe (e dovrebbe) essere normale routine di avvicendamento, ma non è così. Non da due anni a questa parte, non con una pandemia in corso. Perché adesso chi può scappa, cerca lo scivolo più veloce verso la pensione. E i sostituti non ci sono. È così da tempo, solo che ora la bomba è esplosa.

Dieci anni fa i medici di famiglia in Italia erano 46 mila. Lo scorso anno erano già scesi a poco più di 42 mila, uno ogni 1.400 abitanti circa, almeno tremila in meno di quanti dovrebbero essere: e la stima è anche sottodimensionata. Eppure – lo abbiamo imparato a spese di tutti, specie dall’inizio della pandemia – dovrebbero essere il primo presidio sanitario sul territorio, con una funzione di filtro tra i cittadini, gli specialisti e gli ospedali. La loro distribuzione sul territorio nazionale riflette solo in parte la densità abitativa. Si va dagli appena 82 della Valle D’Aosta ai circa 6mila della Lombardia. Perché, come al solito, le differenze sono anche il frutto degli investimenti delle varie Regioni sulla medicina territoriale. Per esempio: Puglia ed Emilia-Romagna hanno più o meno lo stesso numero di abitanti, ma nella prima i medici di base sono oltre 3.200, nella seconda si fermano a poco più di 2.900.

Ogni medico di famiglia potrebbe avere un massimo di 1.500 assistiti. Ma in virtù di vecchi accordi nazionali questo tetto può essere anche superato. E, ancora una volta, le difformità tra le regioni sono macroscopiche. Se nella provincia di Bolzano un medico di famiglia ha mediamente 1.583 pazienti, un suo collega del Molise ne ha 1.037. Solo che ora c’è chi ne ha anche oltre duemila di assistiti, concentrazioni che sono dovute proprio alle carenze di medici di base.

Già fragile prima dell’emergenza sanitaria, adesso la medicina territoriale rischia l’implosione. “Due anni di Covid 19 l’hanno devastata”, conferma Claudio Cricelli, presidente della Società di medicina generale. Ma cosa sta succedendo? Semplicemente sono tantissimi quelli che stanno gettando la spugna o si apprestano a farlo anche anticipando il pensionamento, che di norma avviene intorno ai 70 anni.

I dati che arrivano da Enpam, l’ente di previdenza dei medici, sono impietosi. Nel 2021 sono andati in pensione 3.061 medici di famiglia. Nel 2022 getteranno la spugna altri 3.257. Più di 6.300 in due anni (si veda l’infografica accanto, ndr), senza un ricambio in grado di colmare la voragine.

In 24 mesi ne perderà oltre 700 la Campania, 452 l’Emilia-Romagna, 622 il Lazio, 687 la Lombardia, 526 la Puglia, 661 la Sicilia, 465 il Veneto. In Calabria se ne andranno in 234, in Sardegna in 212, in Toscana appenderanno il camice in 437. Queste sono alcune delle regioni che pagheranno il prezzo più alto. Tutte, chi più chi meno, dovranno comunque fare i conti con una emorragia che appare ormai inarrestabile. E a questi numeri vanno aggiunti quelli relativi alla continuità assistenziale e alla pediatria. Sempre in due anni andranno in pensione infatti 678 guardie mediche e 749 pediatri di libera scelta.

“Per i soli medici di famiglia stimiamo entro il 2025 circa 18 mila uscite”, spiega Filippo Anelli, presidente della FnomceO, la federazione degli Ordini dei medici. “E parliamo di una previsione al ribasso”, aggiunge Anelli.

Ma perché, a cosa si deve questa fuga verso la pensione? “I medici di famiglia sono sfiniti”, spiega Cricelli. “Per capire è necessario fare un confronto con il resto d’Europa. Dopo un mese dall’inizio della pandemia il servizio sanitario inglese aveva già stanziato risorse per rinforzare la medicina generale. In Italia invece abbiamo mantenuto gli stessi numeri. Lo Stato, grazie anche a fondi straordinari, ha investito sugli ospedali, sulle terapie intensive. Ma nulla sulla medicina di base, che ha affrontato la pandemia già molto indebolita dagli errori commessi dal servizio sanitario, attraverso le Regioni, nella programmazione e nella determinazione dei fabbisogni formativi”.

Per formare un medico di medicina generale, dopo la laurea, ci vogliono tre anni. “Ma le borse di studio messe a disposizione sono sempre state ampiamente insufficienti”, prosegue Cricelli. Così la pandemia ha travolto tutto. La stragrande maggioranza dei contagiati non è ospedalizzata e l’assistenza ricade sui medici di famiglia, il cui carico di lavoro, dice Cricelli, “è moltiplicato di quattro volte”.

Ormai è un problema strutturale. “Dicevamo da anni che si sarebbe presentato questo scenario, ma lo Stato è rimasto a guardare”, osserva il vice presidente di Enpam, Luigi Galvano. Il ministero della Salute e le Regioni hanno cercato (tardivamente) di correre ai ripari. Ma la formazione richiede tempo. E in ogni caso, secondo gli addetti ai lavori, non è certo un bel segnale il fatto che il concorso di medicina generale per l’accesso alle borse di studio per il 2021 sia slittato a quest’anno. “Gli errori di programmazione hanno portato a una situazione drammatica”, dice Anelli. “Maliziosamente c’è chi dice che in realtà le Regioni vogliano virare su un nuovo modello di medicina territoriale meno costoso, tagliando 30mila medici. Io credo invece che tutto ciò sia il frutto di sciatteria. Oggi il livello di burn-out dei medici di famiglia è spaventoso: il carico è aumentato notevolmente soprattutto perché i pazienti Covid devono essere monitorati costantemente. E non dobbiamo dimenticare che ci sono anche gli altri assistiti: il 40% della popolazione italiana è affetta da patologie croniche”.

Tanti medici di famiglia sono entrati in servizio tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta e oggi ci sono due grandi gruppi: gli anziani e i giovani, la mezza età (i 50enni) è ormai ampiamente sotto rappresentata. Chi può sceglie, con un’altra conseguenza. “A desertificarsi sono le periferie, le aree più remote”, aggiunge Anelli. “Perché chi entra adesso piuttosto che andare in una valle montana opta per la città”. Con buona pace del famoso diritto universale alle cure.

Serie A: oggi quasi tutti in campo, stadi vuoti il 16 e il 23

Con gli stadi chiusi, ma almeno si gioca. La Serie A ha incassato il gol in contropiede di Draghi, ma ha battuto le Asl 3-1, quanti sono i pronunciamenti in suo favore del Tar, che ha sospeso le quarantene di Torino, Napoli e Udinese (confermata solo quella del Bologna, perché i giocatori non hanno la terza dose). Nel week end le squadre saranno quasi tutte in campo. Quanto alla richiesta di “riflessione” da parte del premier, la Serie A ha risposto come più le fa comodo: riducendo la capienza a 5mila persone, ma solo le giornate del 16 e 23 gennaio. In realtà i presidenti erano contrari, quasi tutti avrebbero preferito che fosse il governo a chiudere, ma nessuno se l’è sentita di dire no a Draghi. Così è passata la moral suasion di Gravina, Dal Pino e Scaroni, nonostante il suo Milan sia la squadra che ci rimetterà di più (perderà l’incasso di Milan-Juve). Qualche attrito anche in maggioranza: Salvini ribadisce di “non chiudere gli stadi” e pure il ministro Franceschini pare preoccupato da un precedente pericoloso per la cultura. Ma l’intervento di Draghi era soprattutto “punitivo”, per lo spettacolo indecoroso dell’ultima giornata (teatrino con le Asl, giocatori quarantenati in campo e pubblico assembrato sugli spalti). Così il calcio fa buon viso a cattivo gioco: salva Roma-Juve di domani e la Supercoppa di mercoledì fra Inter e Juventus (al 50%), un incasso di 2-3 milioni che rischiava di sfumare.

Soprattutto, la Serie A sembra aver vinto la partita più importante con le Asl, rimesse in riga dai Tar. I giudici hanno accolto la tesi per cui i giocatori con booster non vanno quarantenati (come previsto per tutti d’altronde). Il giudizio di merito sarà a febbraio: niente quarantene e rinvii per ora, i contagi invece continuano.

No, il prezzo delle “Ffp2” non è calmierato per legge

Roma. In una farmacia del quartiere Monti Tiburtini (quadrante Est), una mascherina Ffp2 ci viene venduta a 1,50 euro. Nei dintorni di Piazza Cavour (nel centrale quartiere Prati) il prezzo non cambia. Alla Piramide Cestia (Ostiense, Sud) si sale a 1,90 euro. Poco distante, a via Giustiniano Imperatore, le troviamo a 1 euro. Alle Stazioni di Termini e Tiburtina e a Piazza Bologna eccole a 0,75 euro. Il prezzo più basso lo troviamo a viale Marconi: 0,70 euro. Basta un breve giro nelle farmacie della Capitale per capire che l’annuncio del commissario all’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo di imporre la vendita delle mascherine Ffp2 a 75 centesimi in farmacia non sta in piedi. E il motivo è semplice: non c’è stato alcun prezzo “calmierato” per legge. Eppure diverse dichiarazioni e l’eco mediatica hanno fatto credere il contrario.

La novità. Le Ffp2 sono mascherine molto più efficaci di quelle chirurgiche. Per il microbiologo Andrea Crisanti sono addirittura più efficaci del vaccino nel prevenire il contagio. Dal 25 dicembre il governo ne ha imposto l’obbligo su mezzi di trasporto e luoghi pubblici come cinema, teatri, eventi sportivi ecc. L’uso della Ffp2 è previsto anche per l’auto-sorveglianza post contatto a rischio per chi ha fatto la terza dose e, con l’ultimo decreto, anche per gli studenti delle medie in caso di due positività in classe. Problema: nonostante l’efficacia e l’obbligo di legge, il governo non ha fornito gratuitamente le Ffp2 alle scuole e, inizialmente, non ha neanche frenato la speculazione sui prezzi; è intervenuto solo quando, a fine dicembre, sono esplosi. La modalità, però, è curiosa.

L’accordo. Figliuolo ha aperto un tavolo con FederFarma, AssoFarm e FarmacieUnite e il 3 gennaio ha chiuso un accordo fissando un tetto massimo di vendita a 75 centesimi. L’accordo è un protocollo, non un’ordinanza. Non c’è alcun obbligo: l’adesione è volontaria, una farmacia può non aderire anche se fa parte di una delle associazioni firmatarie.

Il precedente. Il parallelo con la scelta fatta a fine aprile 2020 dal predecessore di Figliuolo, Domenico Arcuri, non regge. Arcuri fu criticato per aver deciso di fissare un prezzo calmierato per legge per le mascherine chirurgiche. Era la prima fase della pandemia, le mascherine erano introvabili o arrivavano a costare anche 6 euro. Arcuri fissò con un’ordinanza il prezzo massimo di 50 centesimi, al netto dell’Iva, che poi fu abolita. Nonostante le critiche di Federfarma, Confindustria e diversi partiti (come Italia Viva, che oggi plaude a Figliuolo) la mossa non ha schiantato il mercato: prima del Covid le “chirurgiche” venivano vendute a 15-20 centesimi e quindi il prezzo scelto da Arcuri garantiva a tutta la filiera (produttori, distributori e venditori) un margine più che adeguato. Insomma, è stata solo frenata la speculazione. Dopo l’ordinanza, Arcuri siglò un faticoso protocollo con farmacisti, grande distribuzione e tabaccai per rimborsare chi aveva comprato mascherine a prezzi superiori. Oggi le chirurgiche sono tornate ai prezzi pre-Covid.

L’effetto. Il protocollo siglato da Figliuolo ha avuto una grande eco mediatica: quasi tutto l’arco parlamentare plaude alla scelta, ma la realtà è che per ora ognuno va per conto suo. C’è poi un tema prezzo. Ad aprile 2020 l’analisi di mercato venne fatta da Invitalia. Al Fatto la struttura commissariale guidata da Figliuolo non ha voluto spiegare l’iter seguito. Il prezzo sarebbe emerso nel confronto con le associazioni al tavolo tecnico. È alto? Vale la pena di notare che la grande distribuzione le vendeva già prima a prezzi più bassi (la Coop, per dire, a 50 centesimi), lo stesso accade su Amazon. Perché fissarlo a 75 centesimi? Secondo gli aderenti è il prezzo giusto che permette di tutelare anche le farmacie più piccole o delle aree rurali. Il rischio però, di cui già si colgono segnali, è che invece di innescare una concorrenza al ribasso, questo diventi il nuovo prezzo base, di fatto un favore alle farmacie. A breve si capirà chi ha ragione.