I dem aprono pure in Toscana: “Patto col M5S contro Salvini”

“Ci pensi un attimo, perché a Roma abbiamo fatto il governo con i Cinque Stelle? Per fermare Salvini. Per lo stesso motivo potremmo farlo tra un anno in Toscana”. Il ragionamento di una vecchia volpe del Pd toscano non fa una piega. E spiega le grandi manovre in corso tra i dem in vista delle regionali del 2020.

Se i primi banchi di prova del nuovo governo giallorosso saranno le elezioni in Umbria (27 ottobre), Emilia Romagna e Calabria (a novembre), nel maggio prossimo proprio qui si combatterà l’ultima battaglia campale tra un centrosinistra che governa la regione da cinquant’anni e il centrodestra a trazione leghista che dal 2016 in poi ha conquistato (quasi) tutti i capoluoghi di provincia. E che la Toscana non sia più rossa lo dicono i dati delle ultime elezioni europee e amministrative di maggio: rispetto al 2014 il Pd qui ha perso mezzo milione di voti (da 56 a 33%) mentre la Lega decuplicava i propri consensi passando dal 2,6% di cinque anni fa al 31,6% attuale.

Non solo: il Carroccio è il primo partito in sette province su dieci superando ampiamente il 30%, mentre le uniche isole felici rimaste al centrosinistra sono Firenze, Livorno e Siena. Da qui la preoccupazione Pd di perdere la Regione tra un anno e per questo i dirigenti dem si stanno muovendo in due direzioni: da una parte ormai tutto il partito, renziani e zingarettiani, spinge per un’alleanza con il M5S sulla scia del governo nazionale; dall’altra proprio tra Firenze e Livorno a fine settembre nascerà una lista civica di sindaci che ufficialmente appoggerà il candidato Pd alla Presidenza della Regione ma in concreto avrà l’obiettivo di mettere in secondo piano il simbolo del partito che qui non porta più molto bene.

Il primo ragionamento però è sull’accordo con il M5S: “Io lo auspico e secondo me è anche possibile” conferma al Fatto Quotidiano Valerio Fabiani, di cui si fa il nome per un posto da sottosegretario nel governo giallorosso. “L’accordo nazionale con il M5S – continua – presume un’idea di futuro condivisa e un progetto di governo comune. E anche se non esistono automatismi, una coalizione nazionale impegna i due partiti ad ogni livello e in ogni luogo, anche in Toscana”. Poi ci sono i renziani, che anche qui spingono per scendere a patti con l’ex nemico storico. Dice Simona Bonafè, segretaria regionale: “A livello nazionale si è aperto un nuovo quadro politico ma gli accordi si fanno partendo dai programmi”.

Il deputato livornese Andrea Romano invece la spiega così: “Finora in Toscana – dice al Fatto – i 5stelle hanno governato male ma se da parte loro ci fosse una sana disponibilità a rivedere ricette e soluzioni allora potremmo discuterne, ma serve una seria prova di discontinuità”. La stessa che chiedeva il Pd a livello nazionale e che ha portato alla formazione del Conte 2.

Sul fronte del M5S lo spiraglio c’è e con l’avanzare dei mesi – e dell’esperienza di governo giallorosso – la porta potrebbe aprirsi del tutto. “Al momento il nostro Statuto non prevede accordi pre elettorali con altri partiti – spiega il candidato alle regionali Giacomo Giannarelli – ma poi c’è il ballottaggio e qui dovrebbe decidere la nostra base su Rousseau, com’è stato per il governo nazionale”. E proprio i due possibili candidati del M5S a governatore fanno pensare ad un’alleanza con il Pd: sia Giannarelli che l’ex sindaco di Livorno, Filippo Nogarin, hanno un background di sinistra e non avrebbero difficoltà a un accordo con i dem. Certo, resta lo scoglio dei temi su cui le due forze si sono scontrate negli ultimi mesi: le infrastrutture (Tav e aeroporto di Firenze), il reddito di cittadinanza e la gestione dei flussi migratori. Poi c’è la lista dei sindaci, “Fronte civico toscano” o “Casa Toscana”, che nascerà il 26 settembre a Livorno su iniziativa di Dario Nardella e del primo cittadino labronico, Luca Salvetti: “Sarà un laboratorio nazionale” ha spiegato il sindaco di Firenze. Per provare a vincere in Toscana, nascondendo il simbolo del Pd.

Povero Orfini, dimenticato pure nei totoministri

Un po’ dispiace, tocca dirlo, che in questo passaggio politico ci si dimentichi di Matteo Orfini. Il suo nome riecheggia ormai nella memoria come un fantasma. Nessuno che l’abbia tirato in ballo in un possibile totonomi ministeriale. E non succederà, par di capire, nemmeno per i posti di sottogoverno. Così l’ex giovane turco, classe 1974, si ritrova nell’imbuto del passato, anche se è ancora deputato e fino alla vittoria alle primarie di Zingaretti, nel marzo scorso, era presidente del partito.

In quelle primarie Orfini appoggiava la mozione di Maurizio Martina, sconfitto. I suoi compari di mozione, però, a parte lo stesso Martina, sembrano usciti meglio. Lorenzo Guerini è addirittura ministro della Difesa. “Ho letto che il mio nome è entrato in una black list del M5S. E ne sono orgoglioso”, ha rivelato Orfini il 2 settembre in un’intervista alla Stampa. Se fosse vero, non se ne capisce il motivo.

Orfini è stato quello che, da commissario del partito a Roma, ha costretto Ignazio Marino alle dimissioni portando i suoi assessori a sfiduciarlo dal notaio, aprendo la strada alla vittoria di Virginia Raggi. Altro che black list, i 5 Stelle dovrebbero intitolargli una piazza, proporlo per il Quirinale. E invece niente.

A sorprendere, però, è che, dopo la sua fase renziana (dopo quelle bersaniane e cuperliane), presidente del partito per volere di Matteo (come dimenticare l’immagine in cui gioca alla playstation con Renzi o quella dove i due sono impegnati in una sfida a biliardino con Luciano Nobili e Luca Lotti?), Orfini sembra tornato alle origini, quando era tra i pupilli di Massimo D’Alema.

È scettico sulla nascita del governo e avanza critiche da sinistra. “Non penso che dobbiamo andare a Palazzo Chigi a tutti i costi. Al Movimento 5 Stelle abbiamo chiesto grande discontinuità, sui nomi l’ipotesi è già tramontata, almeno dovremmo pretenderla sui contenuti”, ha detto.

Negli ultimi tempi gli sta molto a cuore la questione migranti. Insieme a Fratoianni e Delrio è salito a bordo della nave di Carola Rackete. Ora è tornato sul tema attaccando il nuovo ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. “Il governo sta negando un porto sicuro alla Alan Kurdi, da giorni in mare con 13 naufraghi. Discontinuità significa via le politiche di Salvini”, ha twittato.

Orfini, dunque, si prepara a pungolare, da sinistra, uno dei governi più “rossi” della storia repubblicana. Impresa non facile. “L’ho allevato male…”, disse di lui, successivamente, il suo mentore D’Alema.

Ormai unico giovane turco rimasto, abbandonato pure da Andrea Orlando, Orfini ha però un pregio: nella buona e nella cattiva sorte riesce a mantenere sempre la medesima espressione facciale, un mix di mestizia e sofferenza. Sottotitolo: mai una gioia.

“Il Pd si liberi dalle incrostazioni di potere, o Conte cadrà subito”

“Se il Pd non si libera da alcune logiche di potere questo governo farà la fine dei gialloverdi”. Cioè imploso dopo poco più di un anno, vittima dei contrasti quotidiani e di differenze identitarie non più trascurabili tra gli alleati. Alberto Vannucci, docente di Scienze Politiche all’Università di Pisa, mette così in allarme i giallorossi: neanche il tempo di ottenere la fiducia e qualcosa di troppo scricchiola già, tra Andrea Orlando che vuole rivedere la Spazzacorrotti, Paola De Micheli che annuncia il sì a Tav e Gronda e mette al sicuro le concessioni autostradali e il probabile ritorno nelle macchine ministeriali di alcuni decani del potere “tecnico” come Salvo Nastasi e Roberto Garofoli.

Professor Vannucci, il Pd parla come Lega?

Se è vero che a livello programmatico e di base sociale c’è molto in comune tra Pd e 5 Stelle, la questione più rilevante riguarda la classe dirigente. Questo governo sta in piedi solo se il Pd, come mi auguro, si dimostrerà qualcosa di diverso da un sodalizio di potentati, ciascuno dei quali sembra essersi ormai ritagliato la sua nicchia di influenza. Se continuerà a rispondere a una spartizione semi-clientelare del potere allora c’è ben poco da essere ottimisti.

Eppure il corso di Zingaretti nasce sul tema della discontinuità.

Il Pd è legato a interessi che affondano le radici nella sua e in quella dei partiti che c’erano prima. Zingaretti può riportare i dem più a sinistra rispetto a Renzi, ma resta una continuità di fondo. Vuoi per gli anni al governo, vuoi soprattutto per i rapporti con gli enti sul territorio (cooperative, aziende o banche), questo è un partito che ha maturato interessi enormi con i privati, con cui da tempo ci sono interazioni proficue per entrambi. È chiaro che un occhio di riguardo per i grandi gruppi porta un ritorno non sempre tangibile. Di tutto questo il Pd è parte, con o senza Zingaretti.

C’è il rapporto con autostrade, per esempio.

La gestione bipartisan delle concessioni è stato inspiegabile, ci si chiede se esistano delle contropartite non dichiarate. Abbiamo visto clausole segrete, profitti miliardari al fronte di investimenti bassi. In questo Lega e Pd sono accomunate, mentre il Movimento non ha debiti da pagare e può permettersi attacchi aggressivi a chi gestisce le autostrade.

Anche le grandi opere dividono già i giallorossi.

La ministra De Micheli mi sembra in continuazione con la linea tenuta dal Pd in questi anni: fin dai tempi di Berlusconi non si è mai opposto alle grandi opere, magari parlando con un po’ più di cautela rispetto a Forza Italia.

Nei ministeri sono già stati chiamati due tecnici di lungo corso come Salvo Nastasi e Roberto Garofoli. Segno del potere di cui parlava?

Le vere leve di potere stanno lì, in questi personaggi che con le conoscenze negli uffici sanno condizionare le scelte al di là di ogni volontà politica e con logiche opache.

Motivi per cui il governo potrebbe durare ben poco?

Le incompatibilità tra gli alleati ci sono, per questo rischiano di entrare in una spirale autodistruttiva che replicherebbe lo spettacolo desolante degli ultimi mesi dei gialloverdi, che mi auguro di non rivedere. In realtà Pd e 5 Stelle possono imparare molto l’uno dall’altro.

Cioè?

Il Pd può approfittarne per spurgarsi da quelle incrostazioni di potere che l’hanno fatto allontanare dalla sua base. I 5 Stelle possono invece imparare da chi la macchina della politica la conosce. Ma soprattutto, il Movimento deve far tesoro dell’esperienza con la Lega.


In che modo?

Se si deve cedere su un punto, si deve ottenere qualcosa in cambio. Penso alle concessioni autostradali: se non sarà possibile revocarle, i 5 Stelle impongano per lo meno nuovi termini, maggiori controlli sugli investimenti, regole più severe sulla trasparenza. È quello che il Pd ha fatto sul taglio dei parlamentari: lo voterà, ma a patto che ci sia una nuova legge elettorale.

Prima modifico, poi cancello: come cambia Wikipedia per la De Micheli

“Ho rimosso un riferimento a una vicenda giudiziaria contenente una informazione falsa, dispongo di un atto dell’avvocato che certifica questa inesattezza”: è la motivazione che accompagna l’ultima modifica alla voce della enciclopedia online Wikipedia sulla neo ministra alle infrastrutture e ai Trasporti, Paola De Micheli.

A scriverla è un utente che risponde al nickname “Mauro Ferri Pc”: l’ha dovuta inserire per giustificare il fatto che venerdì 6 settembre ha rimosso un pezzo della biografia della ministra (tuttora assente) che recitava: “È stata presidente e amministratore delegato dell’Agridoro, una società cooperativa di trasformazione del pomodoro in sughi, dall’ottobre 1998 fino all’ottobre 2003, poco prima che, a causa dello stato di insolvenza in cui si trovava la cooperativa, ne venisse decretata la liquidazione coatta amministrativa”. Fin qui nulla di strano. “In qualità di presidente ‘pro tempore’ di tale cooperativa, il Tribunale di Piacenza, in data 3 dicembre 2003, l’ha condannata per violazione della normativa igienica sulla produzione e sulla vendita di sostanze alimentari” si legge nella seconda parte.

L’utente Mauro Ferri Pc, prima modifica la voce in “Poco prima che , a causa dello stato di crisi in cui si trovava la cooperativa, ne venisse decretata la liquidazione coatta amministrativa. In qualità di presidente ‘pro tempore’ di tale cooperativa, è stata assolta dal Tribunale di Piacenza per una presunta violazione della normativa igienica sulla produzione e sulla vendita di sostanze alimentari” e poi, il giorno dopo, decide di rimuovere completamente la voce. Gli amministratori di Wikipedia la ripristinano poco dopo, facendo notare che c’è bisogno di indicare una motivazione che giustifichi la scelta. A quel punto Mauro Ferri Pc tira fuori la storia dell’atto dell’avvocato e dell’imprecisione. Che però decide di non pubblicare.

L’origine della polemica è un articolo pubblicato nei giorni scorsi da La Verità che racconta di una presunta multa di circa 2mila euro alla De Micheli per una questione legata alla disciplina igienica del comparto agroalimentare, settore a cui apparteneva appunto la cooperativa che dirigeva (e che si occupava di pomodori).

Giustizia: Orlando scava la trincea Pd sulla prescrizione

Se il buon giorno si vede dal mattino, la giornata del governo M5s-Pd promette tempesta. I ministri non si sono ancora seduti dietro le loro scrivanie e già dichiarazioni e interviste marcano le differenze e annunciano conflitti. Dopo Paola De Micheli, neotitolare dem di Trasporti e infrastrutture, che ha subito esternato tutto il suo amore per il cemento, per il Tav, per la Gronda, per i Benetton concessionari autostradali, è Andrea Orlando, vicesegretario del Pd ed ex Guardasigilli, a incendiare un tema ancor più cruciale per i Cinquestelle: “La riforma della giustizia ora va ridiscussa da capo”. È il titolo del quotidiano La Stampa a un’intervista che, in verità, non ha quella frase tra i virgolettati. Infatti arriva subito la smentita: “Il titolo della mia intervista non corrisponde a quanto ho detto e viene riportato dal giornale”. Comunque sia, il vicesegretario del Pd chiede di ripensare la riforma appena varata dal suo successore, il ministro Cinquestelle Alfonso Bonafede. “Esistono punti sui quali con il Movimento 5 stelle siamo d’accordo”, spiega Orlando. “Ce ne sono poi altri sui quali dobbiamo invece lavorare per trovare un’intesa”.

Orlando incontrerà Bonafede martedì e inizierà la discussione. Non vuole anticipare sui giornali i temi del confronto: per motivi di galateo istituzionale e politico, ma anche per non scoprire le carte di una trattativa che ha come fine (anche) quello di non far apparire il Pd troppo subalterno ai Cinquestelle. “Su due o tre cose siamo già d’accordo e possiamo cominciare a lavorare subito. Poi possiamo discutere per trovare un’intesa su quello che ci vede più distanti”. I temi su cui l’accordo c’è già sono il processo civile, il decreto sui tribunali fallimentari, il potenziamento delle infrastrutture nel settore giustizia. Più complicato affrontare i temi in cui le posizioni sono più lontane: in primo luogo la prescrizione e le intercettazioni. Anche perché dietro il pacato Orlando si muovono altri esponenti Pd le cui idee sulla giustizia risultano più lontane da quelle dei Cinquestelle di quanto non lo fossero quelle della Lega. I “negoziatori” Pd Graziano Delrio e Dario Stefano avevano espresso le loro perplessità sulla riforma della prescrizione già negli incontri per decidere le linee del programma comune M5s-Pd, tanto che il tema è rimasto fuori dagli accordi. C’è però tornato il capogruppo Pd in commissione giustizia alla Camera, Alfredo Bazoli, che al Foglio ha dichiarato che “il primo passo da compiere per il nuovo governo è rinviare l’entrata in vigore della riforma della prescrizione”: una “bomba nucleare pronta a esplodere il 1 gennaio 2020 e a consegnare processi eterni ai cittadini”. Ma non basta: “Occorre affrontare in modo organico la riforma del processo penale”. Con anche una forma “morbida” di separazione delle carriere: “L’introduzione di nuove finestre di controllo giurisdizionale sull’attività dei pubblici ministeri”. E con una ferita al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale: “Procedure di definizione dei criteri di priorità per l’esercizio dell’azione penale”. Anche Gennaro Migliore, campione del “garantismo” targato Pd, ha chiesto al nuovo governo (sul Dubbio) “una revisione delle politiche della giustizia”, con l’abbandono del “populismo penale”. Per non lasciare spazio a dubbi, ha precisato: “Sono per arrivare a una distinzione sempre più marcata tra inquirenti e giudicanti”. E per affidare ai capi delle Procure il potere di stabilire “una selezione di priorità nell’esercizio dell’azione penale”.

Altro tema bollente e di contrasto con il Movimento 5 stelle: le intercettazioni. Il divieto di pubblicare sui giornali intercettazioni telefoniche e ambientali era contenuto in una norma voluta da Orlando quando era ministro della Giustizia. Oggi l’ex ministro nega che si trattasse di “bavaglio all’informazione”: “È enfasi propagandistica, nel mio testo non c’è alcuna sanzione per i giornalisti”.

Intanto anche dalla Commissione parlamentare antimafia arriva un segnale al Pd: “I membri del partito democratico hanno finora avuto un atteggiamento ostruzionistico nei confronti dei lavori della Commissione”, dicono i componenti Cinquestelle. “Sarebbe auspicabile che d’ora in avanti cominciassero a condividere i lavori dell’Antimafia”.

L’ex sindaca grillina del “caso Quarto” in piazza con la Meloni

Ricordate Rosa Capuozzo, una dei primi sindaci d’Italia eletti dal Movimento Cinque Stelle? Fu la sfortunata protagonista del “caso Quarto”, un’indagine sul presunto sostegno della criminalità organizzata ai candidati locali del Movimento in cambio di una serie di favori. Capuozzo fu sfidiciata ed espulsa dai grillini nel 2015. Da allora se ne erano perse le tracce. Ora è tornata: l’ex sindaca del comune napoletano parteciperà alla manifestazione di domani in piazza di Montecitorio convocata da Giorgia Meloni per “dire no al patto delle poltrone”. Secondo Capuozzo il governo giallorosa è “il più grande inciucio di governo mai visto prima, un’unione forzata tra il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico, due gruppi politici acerrimi nemici fino a qualche giorno prima. Parlamentari che si insultavano al limite della querela, spesso superandolo ora siedono affianco, nello stesso governo, solo ed esclusivamente per evitare di tornare al voto”.

Umbria, salta asse Pd-5S? “Così non va”

Lui, Andrea Fora, insiste. Si dice “molto fiducioso” e ripete quanto detto una settimana fa al Fatto, e cioè che l’Umbria “può diventare un cantiere per tutte le prossime elezioni regionali”, lanciando un asse locale tra Pd e Movimento 5 Stelle sulla scia dell’accordi di governo. Proprio dai 5 Stelle, però, arrivano segnali meno ottimisti: al momento, dicono, l’accordo è quasi impossibile.

Quel che è certo è che i tempi stringono: in Umbria si vota il 27 ottobre e un mese prima devono essere consegnate le liste dei candidati. Nelle scorse settimane il Pd ha scelto di sostenere Andrea Fora, presidente di Confcooperative alla prima esperienza in politica, candidato che ha raccolto attorno a sé il favore di diverse associazioni e liste civiche. E il cui programma, che mette al primo posto lavoro, sostenibilità ambientale e trasparenza – memore dello scandalo sui concorsi della Sanità che ha fatto cadere la giunta Pd di Catiuscia Marini – sembra strizzare l’occhio ai grillini, stuzzicati dalla possibilità di appoggiarlo.

Proprio Fora lo ripete da giorni e con lui il commissario umbro dei dem, Walter Verini: “Senza tirare nessuno per la giacca, ma vediamo positivamente al fatto che si sia aperto un dialogo coi 5 Stelle e chiediamo a Fora di portarlo avanti”. Ma non sarà così semplice. Il tavolo esiste e di elezioni regionali – a fine anno si vota in Emilia Romagna, nel 2020 in Toscana – hanno parlato anche i vertici di 5 Stelle e Pd, nel tentativo neanche troppo celato di contrastare l’avanzata leghista nei territori, ma l’accordo in Umbria ancora non c’è e non è detto che mai si farà. Colpa, come indica il deputato 5 Stelle Filippo Gallinella (eletto proprio nel collegio umbro) di metodi non condivisi: “Mi pare che più che un tavolo di trattativa ci abbiano proposto un programma e un candidato, chiedendo di sostenerli. Non è così che si costruisce un accordo, i temi e le persone si discutono insieme. Ad oggi mi sembra molto complicato trovare un’intesa”.

Anche perché, ricorda ancora Gallinella, “il regolamento dei 5 Stelle non prevede alleanze con gli altri partiti prima del voto”, dunque ogni diversa decisione dovrebbe passare dal capo politico e dovrebbe esser poi condivisa con gli iscritti: “Non credo ce ne sarebbe il tempo, anche volendo”.

Ma a questo proposito Walter Verini, in un video pubblicato su Facebook, taglia corto: “Siamo in una situazione d’emergenza e anche se i metodi sono sembrati veloci io invito a guardare la sostanza, ovvero il fatto che si possa competere e vincere contro la Lega”. Puntando su Fora, nonostante sia rinviato a giudizio per frode nelle pubbliche forniture dopo un controllo dei Nas in una mensa gestita da una cooperativa legata al suo consorzio: “Trovarono 20 grammi di grammatura in meno sull’insalata servita – dice il candidato governatore – , cosa di cui per altro non può essere responsabile il presidente del consorzio”.

Non sarebbe però questo a frenare i 5 Stelle, anche perché è lo stesso Gallinella a precisare che le regole sulla mancanza di indagini in corso per i candidati riguarda solo quelli in lista col Movimento e non eventuali alleati. Su cui, comunque, l’intesa è ancora tutta da trovare.

Garofoli “declina le offerte”. Ma i burocrati sono in fila

La maggior parte di loro, non se n’è mai andata. E ha vissuto i quattordici mesi del “cambiamento” senza troppi scossoni. Ma adesso che è arrivata la stagione del governo giallorosa, molto è perdonato. E si spalancano le porte perfino per quel Roberto Garofoli che meno di un anno fa era stato invitato alle dimissioni dal presidente del Consiglio in persona. Considerando che il premier è rimasto lo stesso, quella del neo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri più che la “pazza idea” raccontata ieri dal Fatto era da iscrivere nel capitolo degli affronti belli e buoni. Così “fonti parlamentari” fanno sapere che Garofoli ha sì incontrato Gualtieri e pure ricevuto altre richieste da svariati ministeri, ma le declina tutte quante. Non sono bastati, evidentemente, i ragionamenti sulle sue indubbie capacità professionali che avrebbero investito perfino le più alte cariche dello Stato. Riprendersi Garofoli non si può. E il “tentativo” che ancora ieri mattina era “in corso” pare si sia infranto al primo titolo di giornale.

Ma Garofoli non è solo: il toto-capi di gabinetto, in queste ore, vede protagonisti un discreto numero di soliti noti. Luigi Fiorentino, per intenderci, ha cominciato la sua carriera negli uffici di diretta collaborazione col primo governo Prodi. Nel passato più recente, era il vice di Paolo Aquilanti – insieme a quel Salvatore Nastasi che è pronto a tornare ai Beni Culturali – nella segreteria generale di palazzo Chigi all’epoca di Matteo Renzi. Ora, dopo la breve parentesi di lavoro con il leghista Gianmarco Centinaio (era con lui all’Agricoltura), è in corsa per un posto da capo di gabinetto. Forse al Tesoro, forse alle Infrastrutture, forse all’Istruzione: da qualche parte andrà.

Più accreditato di lui, al Mef, è Alberto Stancanelli, consigliere della Corte dei Conti che ha ricoperto lo stesso ruolo quando Claudio De Vincenti era ministro per la Coesione territoriale.

Per le Infrastrutture, invece, Paola De Micheli ha in mano una carta pesante: Alessandra Dal Verme, che è anche la cognata del prossimo commissario europeo Paolo Gentiloni, è a capo dell’Ispettorato Generale per gli affari economici della Ragioneria generale dello Stato. Tra le tante cose, lì segue anche la partita delle concessioni, quella che per anni ha visto all’opera il sistema dei costanti rincari e degli scarsi investimenti. Non un dettaglio per il ministero che, nell’era giallorosa, dovrà occuparsi anche della revisione del contratto con Autostrade.

Agli Affari Europei guidati da Vincenzo Amendola ci sarà il già dalemiano Roberto Cerreto, poi fedelissimo di Enrico Letta, infine braccio destro di Maria Elena Boschi durante l’era Renzi e attualmente a capo del Dipartimento affari giuridici e legislativi di Chigi. Ai Beni Culturali va l’avvocato Lorenzo Casini, che ha lavorato con Sabino Cassese, Giulio Napolitano, Bernardo Mattarella ed era già consigliere giuridico di Dario Franceschini nella sua precedente esperienza al Mibact.

La 5 Stelle Fabiana Dadone sarebbe intenzionata a portare alla Funzione Pubblica Guido Carpani, un altro burocrate di rango – oltre ai ministeri è stato a palazzo Chigi e al Quirinale – ben introdotto con il Vaticano, che finora ha lavorato con Giulia Grillo alla Salute. Lì, invece, Roberto Speranza potrebbe chiamare Goffredo Zaccardi, che aveva già lavorato allo Sviluppo Economico con due colleghi di Leu, Pier Luigi Bersani e Flavio Zanonato. Vito Cozzoli – un altro veterano dei palazzi: era allo Sviluppo Economico con Federica Guidi e, dopo una pausa con Carlo Calenda, è tornato con Luigi Di Maio – non ha seguito il leader 5 Stelle alla Farnesina, anche perché agli Esteri il capo di gabinetto è necessariamente un diplomatico (ieri è stato nominato l’ambasciatore italiano a Pechino Ettore Francesco Sequi). Cozzoli resterà al Mise con Stefano Patuanelli, mentre al Lavoro Nunzia Catalfo dovrebbe promuovere Giovanni Capizzuto, che con Di Maio era responsabile della segreteria tecnica. Al contrario, il suo, è un curriculum da neofita: oltre alla laurea in Giurisprudenza, vanta solo la collaborazione parlamentare con l’attuale capogruppo M5S alla Camera Francesco D’Uva.

Regole Ue, a trattare ora c’è il paladino della flessibilità

In Italia solo i governi di sinistra riescono a fare riforme di destra, quelli di destra interventi di sinistra, e soltanto un governo europeista può mettere in discussione le regole europee. Ieri è arrivata la benedizione di Sergio Mattarella: “Coesione e crescita sono gli obiettivi ai quali guardare e il necessario riesame del Patto di Stabilità può contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca”. Nel suo messaggio al forum Ambrosetti di Cernobbio, il capo dello Stato ha chiarito che sostiene quanto annunciato dal premier Giuseppe Conte: l’Italia deve tornare a sedersi al tavolo in cui si discute la riforma dei vincoli di bilancio, un tavolo per ora controllato da quei Paesi del Nord che vogliono regole più stringenti proprio per ridurre gli spazi di manovra a Paesi poco disciplinati come l’Italia.

“L’avvio della nuova legislatura europea offre l’opportunità di definire un programma all’altezza delle aspettative dei cittadini europei espresse con il recente voto, all’altezza dei valori fondanti dell’Unione”, dice Mattarella. Tradotto: chiusa, almeno per ora, la stagione del sovranismo euroscettico, le forze europeiste (incluso ormai il Movimento Cinque Stelle) hanno l’occasione di rispondere a quel malessere dei cittadini verso il progetto comunitario che si è manifestato alle elezioni di maggio, con la Lega al 34 per cento e Fratelli d’Italia oltre il 6 per cento.

Negli anni degli esecutivi Renzi-Gentiloni il ministero del Tesoro, con Pier Carlo Padoan, conduceva una battaglia tutta tecnica per contestare le regole (discrezionali e astruse) con cui i tecnici della Commissione calcolano il Pil potenziale dell’Italia, numero virtuale dal quale dipende l’entità del deficit consentito dai parametri Ue. L’Italia ha solidi argomenti, ma non ha ottenuto grandi risultati.

Poi c’era il piano politico: forte del suo successo alle Europee del 2014, da premier Matteo Renzi è riuscito a ottenere 40 miliardi di “flessibilita’” (deficit in deroga) che ha però speso per bonus elettorali come gli 80 euro e incentivi vari, con impatti minimi sulla crescita. Quello renziano era l’unico esecutivo che sembrava capace di resistere all’onda sovranista e la Commissione guidata da Jean Claude Juncker ha fatto di tutto per agevolarlo.

Ora la congiunzione astrale sembra altrettanto favorevole all’Italia: la Germania ha un’economia in frenata, gli Stati Uniti oscillano sul baratro di una recessione, la nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen e Christine Lagarde alla Bce vogliono politiche espansive. Il processo di riforma del patto di Stabilità e l’impostazione del nuovo bilancio dell’Eurozona voluto dalla Francia possono ancora essere influenzati dall’Italia. Per la prima volta da oltre un decennio c’è un politico al ministero dell’Economia, Roberto Gualtieri, che a Bruxelles ha guidato la cruciale commissione Affari economici del Parlamento europeo. Da ministro avrà quindi la legittimità politica e la competenza per trattare sulle regole senza dover chiedere ogni volta il permesso ai partiti della maggioranza e a Palazzo Chigi (come ha dovuto fare, suo malgrado, il suo predecessore Giovanni Tria). Sembra un paradosso, ma l’unica cosa che potrebbe complicare l’azione diplomatica dell’Italia sulla riforma delle regole di bilancio sarebbe l’assegnazione al commissario italiano Paolo Gentiloni del portafoglio degli Affari economici. Una trattativa tutta interna al Pd verrebbe guardata con sospetto. Con una controparte diversa, per Gualtieri sarà un po’ più semplice. Ma certo non facile.

Altro che Giuseppi, così Trump vede il mondo

Il tweet di Trump a sostegno di Conte è stato largamente citato dai media italiani, anche perché sembrava testimoniare l’attenzione alla scena politica italiana da parte di un presidente Usa. Ma una ricerca resa pubblica a Oxford induce a ridimensionare questa impressione. Alla Biblioteca Bodleiana c’è una mostra,

Talking Maps: è il lavoro che da anni sta conducendo un centro di studi anglo-islandese,

Worldmapper, specializzato nel costruire mappe (dette “cartogrammi”) in cui le dimensioni dei vari territori vengono adattate ai dati statistici di un tema determinato. Per esempio, se il tema è la spesa in ricerca scientifica, nel cartogramma la Svizzera diventa sull’istante più grande dell’Italia; Stati Uniti e Germania occupano uno spazio enorme, l’intero continente africano quasi non c’è.

È in questo contesto c’è anche una ricerca e un cartogramma sui tweet di Trump: oltre 42.000 in tutto, circa 8.300 da quando è alla Casa Bianca. La maggior parte, e nessuno se ne stupirà, sono destinati a fatti di politica interna, ma ne ce sono 1.384 in cui Trump menziona un qualche Paese straniero.

Worldmapper gli ha fatto (per così dire) i conti in tasca, per misurare la sua reale attenzione ai vari Paesi della Terra in base al numero di menzioni

tweet. Si va dalle sue principali ossessioni (Russia con 297

tweet, Nord Corea 163, Cina 158, Messico 99) a Stati menzionati di rado come Turchia (18), Singapore (15), Ucraina (13). I 20 Paesi più citati sono l’86 % del totale (1.194 su 1384

tweet). I restanti 190

tweet sono suddivisi tra altri 61 Paesi, circa 3 menzioni l’uno in media: ed è in questa fascia che cade l’Italia, non certo al

top dei pensieri di Trump: di conseguenza, per individuare la minuscola porzione riservata all’Italia ci vuole il microscopio.

Secondo Benjamin Hennig (professore di Geografia all’Università d’Islanda), che ha messo insieme questo “cartogramma” con la sua collega Tina Gotthard, “il presidente usa questo

medium per comunicare i suoi programmi politici in un modo completamente nuovo, che richiede nuovi metodi di analisi. La mappa ricavata in base a questi dati rende le sue priorità molto più comprensibili di quanto non facciano i soli numeri”. I politici, italiani e no, che sgomitano per una

photo opportunity con Trump dovrebbero saperlo: la sua attenzione per l’Italia vale sì e no lo 0,2 per cento della sua politica estera.