“L’Italia ha tutto il diritto e direi anche il dovere di svolgere il ruolo che ci spetta” vale a dire “un ruolo importante, che nella commissione Ue coincide spesso con l’economia”. Di rientro dal suo viaggio a Bruxelles per il primo incontro a porte chiuse con la presidente eletta della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Paolo Gentiloni – indicato dal governo Conte per il ruolo di commissario europeo – mostra ottimismo e determinazione per il peso che avrà l’Italia nel prossimo esecutivo comunitario. Ritirando il premio Gian Piero Orsello a Santa Severa ha spiegato che “siamo in una fase cruciale per l’Europa: si discuterà il rilancio della crescita, la sua qualità, sociale e ambientale, il futuro del lavoro e dell’innovazione tecnologica. Ma l’Italia non può rimanere alla finestra, tanto meno essere fuori della porta”.
Francia e Grecia si contendono i giallorosa
Il nuovo governo italiano? Un’opportunità. Molti lo pensano, in Europa come in Italia, pochi lo dicono in modo così ammiccante come hanno fatto l’ex premier greco Alexis Tsipras e il ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire ieri al Forum Ambrosetti di Cernobbio. E se per il primo è una questione di unione che fa la forza, per il secondo ci sono tanti tavoli e interessi comuni da condividere, forse troppi: in caso di auto, per esempio, è meglio che ognuno stia a casa sua. Per il leader di Syriza, quello di agosto è stato un “terremoto politico positivo per l’Italia. Non credo che potremo costruire un’Europa progressista senza un’Italia progressista. Dopo la seconda guerra mondiale Roma è sempre stata sul lato giusto della storia. Sfortunatamente non è stato così negli ultimi anni e ora questo sarà corretto”.
E così Roma dovrebbe “cooperare fianco a fianco con gli altri Paesi del Sud Europa, per fare fronte comune e rafforzare le nostre richieste in tema di equità, convincendo i nostri partner del Nord, specialmente la Germania”, sottolinea. Ma abbiamo ancora la libertà di votare chi vogliamo? “Si, ma non penso che provare a dare lezioni alle persone su cosa devono fare sia il comportamento migliore da tenere per Bruxelles. Credo che queste strategie alimentino i movimenti anti europeisti”, sostiene Tsipras. Crede che l’Italia ne abbia appena avuto prova recentemente? “Il problema non è questo: occorre trovare un’alternativa per le persone e per un futuro comune, ogni governo e ogni popolo hanno la libertà e la responsabilità di scegliere, ma dobbiamo capire che la soluzione non sono né l’isolamento con un approccio nazionalistico né la competizione tra Paesi europei. La mia esperienza dice che non si può cercare una soluzione ai problemi da soli senza alleanze nel contesto europeo. Ma non possiamo cambiare la realtà: noi viviamo in un’economia globale e nell’Ue, dove è difficile attuare dei cambiamenti in un Paese senza tenere in considerazione le possibili conseguenze sugli altri”.
Più sottile il ragionamento di Le Maire che pure va in direzione geografica opposta. “Ogni nuovo governo è una chance per dare nuovo slancio alle relazioni franco-italiane e a quelle tra Italia e il resto d’Europa. Un’occasione unica da sfruttare”, dice. Auspicando la presenza di Roma al tavolo dove si costruisce l’Europa e dove è stata fin dall’inizio: “Ne abbiamo bisogno”, rimarca. Anche perché condividiamo visioni e soprattutto “interessi”. Interessi a volte troppo convergenti: non si può tornare a parlare di Fiat-Renault, non è questa la priorità del gruppo francese. Tira Roma per la giacchetta anche Geert Wilders, leader olandese del Partito per la Libertà: “Spero che Matteo Salvini, un eroe, torni presto come primo ministro, credo lo farà”.
Mattarella, uscita a sorpresa: “Si cambi il Patto di Stabilità”
È un fatto curioso che il più politico degli interventi di Sergio Mattarella da quando è presidente della Repubblica non l’abbia pronunciato lui in persona. Al Forum Ambrosetti di Cernobbio – il meeting annuale dove si riuniscono i cosiddetti “poteri forti” dell’impresa e della finanza – il messaggio viene letto alla platea dall’ex premier Enrico Letta. Il capo dello Stato non c’è, ma le sue parole arrivano forti e chiare.
Mattarella parla esplicitamente di “un necessario riesame del Patto di Stabilità”. Ovvero la regola sacra del rigore europeo, quella per cui il rapporto tra deficit e Pil non deve superare il 3%. Un vincolo applicato con particolare intransigenza agli Stati indebitati come l’Italia.
Per il presidente della Repubblica, che in passato aveva invece rimarcato più volte la necessità di conti in equilibrio e il valore costituzionalmente garantito del pareggio di bilancio, è una specie di rivoluzione. “Coesione e crescita – queste le parole di Mattarella – sono gli obiettivi ai quali guardare e il necessario riesame delle regole del patto di stabilità può contribuire a una nuova fase, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, reti, innovazione, educazione e ricerca”. Il capo dello Stato, in un altro passaggio chiave, esorta l’Italia a “cogliere l’occasione di fornire il suo contributo a questa fase di rinnovamento del progetto europeo” e a svolgere “un ruolo di primo piano, partecipando con convinzione e responsabilità a un progetto europeo lungimirante, sostenibile ed equilibrato dal punto di vista ambientale, sociale e territoriale”. Mattarella insiste: “Vanno fatti passi avanti per una fiscalità europea che elimini forme di distorsione concorrenziale e affronti invece il tema della tassazione delle grandi imprese multinazionali, per un sistema più equo e corretto”. L’Europa, insomma, si può e si deve riformare e l’Italia deve essere protagonista di questo cambiamento.
Le parole del Quirinale in serata vengono controfirmate da Paolo Gentiloni, l’uomo indicato dall’Italia per una poltrona da commissario europeo (con la speranza che sia la più importante: quella agli Affari economici). “In Europa – ha detto l’ex premier – si discuterà il rilancio della crescita, il futuro del lavoro e dell’innovazione tecnologica. Non possiamo rimanere alla finestra”. Una settimana fa, alla festa del Fatto in Versilia, era stato Giuseppe Conte, ad annunciare uno degli obiettivi del governo prima ancora di giurare sulla Costituzione. È lo stesso citato da Mattarella: “L’Italia darà il suo contributo per cambiare il Patto di Stabilità”.
In altri tempi sarebbe sembrata una promessa velleitaria ed ostile nei confronti delle istituzioni europee. In questi giorni sembra invece un manifesto politico concreto. Il governo Conte-2 è nato sulla scia della benedizione accordata dalle cancellerie internazionali (buon ultimo, ieri a Cernobbio, il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che l’ha definito “un’opportunità unica per dare nuovo slancio alle relazioni tra i due Paesi”). È figlio in qualche modo dell’operazione Ursula, quella che ha portato all’elezione della von der Leyen alla presidenza della Commissione (primo vero atto della rottura tra M5S e Lega, e dell’incontro tra grillini e Pd).
Dopo la breve stagione dei gialloverdi, che avevano basato le proprie fortune elettorali su una robusta dose di euroscetticismo – e naturalmente con l’Europa hanno avuto un’interlocuzione conflittuale – il nuovo governo Conte nasce con un’apertura di credito quasi sfacciata. Ha tutta l’intenzione di capitalizzarla, col pieno sostegno del capo dello Stato, che si è esposto come non aveva mai fatto prima.
Supplenti a scuola. I sindacati: “Saranno circa 170mila”
Sarannoquasi 170 mila i supplenti necessari quest’anno nelle scuole: in pratica 1 docente su 5 sarà precario. Dopo le immissioni in ruolo, i sindacati calcolano che circa 28 mila posti rimarranno senza assunzioni. Dopo i pensionamenti, poi, si aggiungeranno circa 20 mila cattedre da Quota 100. C’è infine la quota di supplenze ‘tradizionali’ che ogni anno si aggira intorno alle 100 mila. Il quadro è difficile al punto che i presidi, pur di avere docenti nelle aule, stanno procedendo ad attingere personale con la cosiddetta ‘messa a disposizionè (Mad) che permette di cooptare, in caso di necessità, anche studenti diplomati non ancora laureati soprattutto al nord, laddove i presidi, soprattutto in alcune discipline tecniche e nel sostegno, non hanno le figure di docenti laureati. “Il problema c’è, non è diffuso numericamente ma è comunque rilevante – osserva Maddalena Gissi, leader della Cisl Scuola – I dirigenti scolastici possono arrivare a pescare neodiplomati tra le messe a disposizione in alcune discipline tecniche e informatiche, laddove è difficile trovare, per esempio, l’ingegnere pronto a insegnarle; non succede di certo che un diplomato sostituisca il docente laureato in materie come la matematica”
La Cina non è più vicina: gli azzurri di Sacchetti perdono con la Spagna. E addio al Mondiale
Fuori dal Mondiale. Eliminati. A casa nonostante un match ancora da giocare (in campo domani contro il Portorico). Dopo la sconfitta con la Serbia, a batterci questa volta è la Spagna per 67-60, e via con il rammarico, la storia dell’occasione persa, il vorrei ma non posso, il solito refrain rispetto a giocatori in teoria cresciuti in Nba (vedi Belinelli), in pratica non altezza delle migliori compagini continentali. “Abbiamo giocato due partite intense, ma questa ci fa un po’ male. Abbiamo pagato il black-out dopo 5′ del primo tempo che ha consentito loro di recuperare il vantaggio. Poi quando la palla scottava abbiamo sbagliato”, ammette il ct Meo Sacchetti. “Bisogna essere onesti, abbiamo dimostrato di poterci stare con una squadra come la Spagna ma dovevamo essere più bravi e cinici e a noi ci manca ancora qualcosa”. Spiega Datome (anche lui ex Nba): “Una grande occasione persa perché non era la Spagna degli ori e degli argenti olimpici. Ci siamo sbattuti in difesa, ma tante scelte in attacco sono state sbagliate” . Avanti con la prossima chance.
A parte (i soliti) Vasco e Jova, il live non suona più così bene
Devi tenere le redini ben salde, se ti decidi per la tenzone al Circo Massimo. Altrimenti i cavalli s’imbizzarriscono, e la biga rischia la derapata. I Thegiornalisti tenteranno stasera di vincere la loro corsa fregiandosi del titolo di “prima band italiana” a esibirsi nell’area che qualche annetto fa vide nella tribuna vip gente come Tarquinio Prisco (che edificò lo stadio-ippodromo con la lungimirante idea di comodi sedili al coperto per il generone capitolino) o Giulio Cesare. Roba da centocinquantamila spettatori, secondo altri trecentomila. Un luogo da rituali sacri e profani lungo l’arco dei millenni, vedi il milioncino di tifosi giallorossi intruppati fino a Caracalla per gli scudetti di osservanza vendittiana, o i concerti dei numi tutelari del rock, da Springsteen ai Rolling Stones o Roger Waters. Un colpo d’occhio da 70/80mila amanti della musica meno effimera.
Il Circo Massimo, con loro sul palco, non lo diresti profanato. E i Thegiornalisti, quanti fedeli porteranno stasera ad adorarli per “Maradona y Pelé” o “Riccione”, surreali tormentoni di estati della declinante scena pop para-indie? Gli insider mormorano di un risultato soddisfacente se alla fine i paganti saranno 35mila o giù di lì. Che balleranno, come si conviene a una festa settembrina, carica di adrenalina post-balneare e di interrogativi sull’autunno alle porte. Intanto l’evento è stato inzeppato di ospiti collaborativi come Luca Carboni, Elisa, Calcutta, Franco126, Takagi & Ketra, Dardust, in una sorta di “festivalbarizzazione” poco live e molto strategica per evitare che Tommy Paradiso & C. si scapicollino da soli. Doveva essere una consacrazione, la loro, invece è stata una legittima indagine a mezzo stampa. Si separano? Perché rilasciano interviste i due comprimari e il frontman torna tardi dalle vacanze? Ancora: per evitare l’effetto flop si intercetteranno i torpedoni dei vecchietti in gita? Il sold-out non sembra comunque alle viste, e sarebbe un guaio soprattutto per il dvd. Anche i siti di secondary ticketing piangono: a fronte di un prezzo nominale dei biglietti, ancora disponibili a 40 euro (30 con la provvidenziale convention con Trenitalia) stavolta Viagogo e StubHub ne propongono a un massimo di cento euro, spiccioli di fronte ai gruzzoloni dei tour di successo. Magari l’impresario provvederà a tamponare i buchi con il sistema da tutti rodato: quello di emettere tagliandi a “prezzi irrisori”, 40 centesimi o giù di lì, il più delle volte in accordo con gli sponsor. Butti dentro gente e paghi quasi nulla di Iva e di diritti d’autore alla Siae. Conviene. Sperando che per Paradiso e i due Marco non sia stato un passo più lungo della gamba: dopo il Circo Massimo non puoi inventarti nulla.
Lo sa bene anche Ultimo, che la prossima estate sarà atteso anche lui in quel catino ribollente di rischi e di passioni: ma per il 23enne cantautore di San Basilio le prevendite vanno già a gonfie vele su tutto il versante del tour 2020. Quasi 250mila i biglietti acquistati con un anno di anticipo, e Ultimo spedito manu militari a Londra per registrare un nuovo album: non potrebbe presentarsi a mani vuote di fronte agli aficionados, che lo hanno incoronato re di stagione. Il suo evento all’Olimpico del 4 luglio è stato infatti il più affollato (tra tutti gli artisti in concerto fra giugno e agosto) con 63.316 spettatori paganti, meglio anche di Ed Sheeran all’Arena Visarno (61.867) e a Roma (59.594). Poi c’è il Vasco: una media di 56mila spettatori per ognuno dei sei show a San Siro, e riusciti anche i due di Cagliari, con tanto di traversata marina dalla Liguria alla Sardegna su una nave da crociera griffata Rossi. La vittoria nel settore “tour italiano estivo” è inevitabilmente sua, con 383.398 vaschisti adoranti ai suoi piedi.
Segue Jovanotti (ma qui il dato è ancora provvisorio) che ancor prima dello stop definitivo veleggiava poco sotto, 375mila ragazzi attratti dal Jova Beach Party, una buona idea manageriale infestata dai ricorsi di carte bollate e dal verminaio scoperto dallo stesso Lorenzo sotto il vaso dei professionisti dell’ambientalismo. Ma bisogna rischiare, non c’è altra soluzione. I big sono costretti a mettersi in marcia, perché la digitalizzazione delle loro opere non produce più introiti. E servono genialate, evitando trucchetti per sbandierare pienoni tarocchi.
Perché dopo la morìa dei dischi, la routine e i costi salati dei biglietti stanno ammazzando pure il settore dei live: Ligabue ci ha messo la faccia dopo la figura barbina dello stadio vuoto di Bari, tentando di risalire la china fino a un confortante San Siro. Il guaio è che in un giro di 9 concerti il suo “Start tour” ha racimolato solo 217mila paganti, una media di appena 24mila a sera.
E che dire di Pausini & Antonacci? 311mila affezionati per 11 date in duo: più o meno 28mila a uscita. Eppure Laura doveva aver imparato la lezione. Proprio al Circo Massimo, lo scorso anno, dove per evitare rovinose cadute d’immagine fece mettere delle sedie a disposizione del pubblico. Ma in platea, mica in tribuna come Tarquinio Prisco.
La trattativa secondo Maresco: “La mafia non è più quella di una volta”
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino? “Erano due cornuti e sbirri. Erano e resteranno”. Al contrario, Franco Maresco ritiene siano stati “eroi di Palermo e del mondo intero”, ma il 23 maggio del 2017, nel venticinquesimo anniversario della strage di Capaci, più di qualcuno al suo microfono dissente. Sicché il regista, perfezionando con La mafia non è più quella di una volta l’indagine antropologica di Belluscone (2014), deve opporre “il faro luminoso di un’antimafia claudicante”: Letizia Battaglia, la fotografa che con i propri scatti ha immortalato e tramortito Cosa Nostra. Capelli variopinti, opinioni non negoziabili, Letizia leva lo sporco: “Li dobbiamo amare più dei santi e della Madonna, Giovanni e Paolo”.
Nella già “Felicissima” Palermo, Maresco, per il produttore Rean Mazzone intriso di “pensiero sciasciano”, professa pessimismo retrospettivo con “Berlusconi, un uomo che per vent’anni la Sicilia adorerà senza alcuna vergogna”, Battaglia esibisce l’ottimismo della volontà: “Io non sono scettica, bisogna continuare a lottare e ricordare”. Problema, le commemorazioni sono “piccole sagre, ci manca solo l’odore del maiale arrostito”. La musica la fornisce ancora Francesco Mira detto Ciccio: “Neomelodici per Falcone e Borsellino”, in improbabile concerto allo Zen 2. “La mafia non entra nelle vostre vite perché non è più quella di una volta”, osserva l’impresario, e la Battaglia – al Lido a fare “inadeguatamente” le veci di Maresco assente senza sorpresa – raccoglie: “Oggi la mafia è un’altra, è diventata intelligente, ha fatto la trattativa con lo Stato che ha funzionato, sicché non ci hanno ammazzato più. È ovunque, in Parlamento, e non so da che parte”.
La trattativa Stato-mafia è centrale nel film, e dirompente in una Mostra senza clamori. Sullo schermo, Maresco osserva come “alcuni giornali hanno commentato il silenzio di Mattarella sulla sentenza” del 20 aprile 2018, un silenzio altresì apprezzato da Mira: “Lui non parla essendo palermitano. Quelli veri non parlano, è una cosa genetica, si esce così”. Dopo un incidente automobilistico, “nasce una grande amicizia tra la famiglia di Mattarella e la nostra”: il padre votava quello di Sergio, Bernardo. Ma l’elogio – punge Maresco – sarebbe “non disinteressato”, l’impresario vorrebbe chiedere al presidente “la grazia per il nipote, ospite dello Stato in 41-bis a L’Aquila”.
Al riguardo, la Battaglia registra “una cosa evidente, Mattarella non ha fatto alcun intervento sulla sentenza, ma non c’è alcuna polemica, a meno che non la inventiate voi giornalisti”. “Non so perché non l’abbia fatto, forse non voleva entrare in polemica”, ipotizza la fotografa, ma a dirimere è lo stesso Quirinale: “Tra le cose che il presidente della Repubblica non può fare vi è, ovviamente, quella di commentare i processi e le sentenze della Magistratura”. Peraltro, la stessa Battaglia, supportata da Mazzone, aveva provveduto al cordone sanitario, addebitando al solo Mira, “che è debole, fragile, ma non innocente”, la chiamata in causa del Capo dello Stato: “È lui a raccontarlo, a tirarlo in ballo. Per noi Mattarella è stimabile, un buon presidente”. E sul voto di Mira senior a Bernardo: “Io sono stato deputato e ho scoperto di avere preso voti da gente di mafia”.
Contenuta, si fa per dire, la querelle, rimane un ottimo film, stralunato e però chirurgico, che stigmatizza il confine sdrucciolevole tra mafia e antimafia con l’ineffabile Ciccio: “Noi siamo legali e anche non legali”. Falli di confusione, questi, che mandano letteralmente ai matti, anzi, dagli Ufo, chiedere al socio Matteo Mannino; battute che si sprecano: “Pentimento? Escludiamo questa parola, cambiamola”, “Artisti di una certa calibratura”; “Ho rispetto per tutti, sia la mafia che i politici”; pupilli neomelodici, Cristian Miscel, a cui in coma (?) appaiono in sogno Falcone e Borsellino: “Alzati e canta”. Ma nessuno canta, in tutto il film, tre semplici parole: “No alla mafia”.
Potrà trovare accoglienza in palmares La mafia non è più quella di una volta? Vorremmo, fortissimamente, ma altri titoli sono più attrezzati per il Leone: J’accuse di Roman Polanski, al netto di Lucrecia Martel, e Joker, con Joaquin Phoenix altrimenti buonissimo per la Coppa Volpi, o forse il quasi dimenticato La vérité di Kore-eda, che vanta una Deneuve da premio. Con gli attori, Luca Marinelli Martin Eden e Francesco Di Leva per l’Eduardo di Martone, l’Italia può esserci, per le attrici in pole Gong Li (Saturday Fiction) e Marina Di Girolamo (Ema), per uno spin di genere (registe donne) l’australiano Babyteeth su The Perfect Candidate. Il resto sono le star, Johnny Depp colonnello occhialuto e spietato nel non disprezzabile Waiting for the Barbarians di Ciro Guerra tratto da Coetzee, e il fondatore dei Pink Floyd Roger Waters, che festeggia i 76 anni in Mostra col doc Us + Them: “Menomale, Salvini per il momento se n’è andato. Ma mi sto accorgendo di una recrudescenza fascista in tutta Europa”.
“Salvini style” per Boris, comizio con gli agenti
Brexit, ultimi sviluppi. Ovvero: il combinato disposto micidiale che mette Boris Johnson nell’angolo.
1) Anche la Camera dei Lords ha approvato senza emendamenti la legge Benn, che obbliga il premier a chiedere all’Unione europea, entro il Consiglio europeo del 17-18 ottobre, una nuova estensione di 3 mesi, per evitare una Brexit senza accordo il 31 ottobre. L’assenso reale, una formalità, è previsto entro lunedì.
2) I leader dell’opposizione (Labour, Lib-Dem, indipendentisti scozzesi e gallesi) hanno trovato il compromesso: sempre lunedì bloccheranno (opponendosi o astenendosi) anche la seconda mozione con cui Johnson chiede al Parlamento di andare a elezioni anticipate il 15 ottobre. Non si fidano del premier: concederanno nuove elezioni solo dopo essersi assicurati il rinvio.
3) L’Alta Corte di Londra ha rigettato il ricorso con cui l’attivista anti-Brexit Gina Miller, insieme all’ex premier conservatore John Major, alla leader dei Lib-Dem Jo Swinson e al vicesegretario dei Laburisti Tom Watson metteva impugnava la sospensione del parlamento. Johnson l’ha imposta per impedire a Westminster di intralciare i suoi piani, ma ora questo gli si ritorce contro, perché rende quasi impossibile ottenere nuove elezioni dal parlamento chiuso (da giovedì prossimo al più tardi) fino al 14 ottobre.
Risultato? Effetto Salvini. Come il leader leghista, per hubris, opportunismo o errore di calcolo, Johnson ha accelerato la crisi per andare a elezioni che era sicuro di vincere. Ha incontrato una resistenza inattesa, politica e istituzionale, e ora la situazione è precipitata al punto che ieri ha dovuto chiarire che non intende dimettersi. Ma è davvero in difficoltà, vittima delle sue stesse manovre. Lo si è visto giovedì pomeriggio all’Accademia di polizia di Wakefield, nello Yorkshire. La conferenza stampa convocata per il lancio di una campagna di reclutamento di 20 mila nuovi ufficiali si è trasformata in un comizio su Brexit, con la frase-trappola “preferisco morire che chiedere un rinvio”. Anche qui echi salviniani: mancava la felpa, impensabile per un etoniano come Johnson, ma c’era l’utilizzo a fini elettorali del corpo di polizia, con 35 ignari cadetti a fargli da sfondo. Una politicizzazione condannata pubblicamente dal capo della polizia regionale: “Sono rimasto molto amareggiato nel vedere i miei ufficiali usati come sfondo per una parte del discorso che non aveva a che fare con il reclutamento”.
A ribellarsi è l’Inghilterra moderata e istituzionale, anche dentro il suo partito, inorridita dalla spregiudicatezza e dall’estremismo delle sue decisioni da premier: la sospensione del parlamento ha provocato un effetto valanga, culminato simbolicamente nelle dimissioni del suo stesso fratello, il dialogante e filoeuropeo Jo. Ieri Boris ha dichiarato che userà “il potere della persuasione” – il re degli unicorni – per ottenere dalla Ue un accordo più favorevole, proprio nelle ore in cui l’ennesimo round di negoziati collassava a Bruxelles.
Ora Boris si trova davanti una scelta impossibile. Se ottempera alla decisione del Parlamento e chiede alla Ue l’estensione perde la faccia di fronte al proprio elettorato e a tutto il paese. Se si rifiuta di farlo va incontro a conseguenze legali. Dimissioni? Si comincia a parlarne, appunto, ma sono impensabili, per uno che voleva passare alle storia come il nuovo Churchill e rischia di essere ricordato per il premierato più breve della storia britannica.
Da liberatore della Rhodesia a dittatore dello Zimbabwe
Dopo una lunga malattia è morto a Singapore dove era ricoverato, Robert Gabriel Mugabe, ex dittatore dello Zimbabwe, che aveva governato dal 1980, anno dell’indipendenza, fino a due anni fa. Aveva 95 anni e il suo desiderio nascosto – come rivelato dalle persone a lui più vicine – sarebbe stato quello di restare presidente fino al compimento dei 100 anni per poter conquistare un record che sarebbe rimasto ineguagliato per sempre. Gli è andata male, perché con un colpo di palazzo il suo delfino Emmerson Mnangagwa il 15 novembre 2017 l’ha defenestrato e sostituito. Ho incontrato Robert Mugabe una sola volta: durante il vertice Francia-Africa del 2005 a Bamako.
Da un lustro il dittatore aveva cominciato la sua politica folle che avrebbe portato lo Zimbabwe alla catastrofe economica e alla fame. Con il mitico producer della Cnn, Robert Wiener, entrammo nel Palazzo dei Congressi di Bamako in Mali (appena costruito dai cinesi) e quindi nel gabinetto degli uomini. Lì c’era Mugabe, solo, senza nessuna guardia del corpo. Lo guardammo bene in faccia, poi, sicuri che fosse lui, sommessamente ma con la dovuta durezza e sincerità gli scandimmo: “Signor presidente, con tutto il nostro rispetto, vorremmo chiederle perché non smette di maltrattare e umiliare così i suoi sudditi”. Colto di sorpresa, evidentemente imbarazzato, rimase attonito dandoci così la possibilità di svicolare tra le guardie del corpo che attendevano fuori dallo stanzone.
Mugabe è stato un misto di ammirazione e di biasimo. Ha iniziato la sua carriera politica come combattente della libertà, venerato e osannato, e via via negli anni si è trasformato in feroce dittatore, distruttore di uno dei Paesi più prosperi del continente modello in tutta l’Africa. Aveva studiato in un seminario cattolico e si dichiarava strettamente osservante. Richiamava costantemente la sua gente a rispettare gli obblighi morali, ma dei dieci comandamenti lui stesso ne violava parecchi. Nel nome di Dio condannava le pratiche omosessuali arrivando a sostenere che gay e lesbiche “sono peggio dei cani”. Retaggio probabilmente dell’epoca vittoriana e dei severi costumi che la monarca – che Mugabe ammirava profondamente – aveva imposto. Poi però la sua severa educazione cattolica non gli aveva impedito di mettere al mondo al di fuori del matrimonio due pargoli assieme alla sua segretaria (che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie), Grace Marufu.
Il declino dello Zimbabwe comincia nel 2000, vent’anni dopo l’indipendenza la minoranza bianca, più o meno il 2 per cento della popolazione, è proprietaria di più della metà dei terreni coltivabili. E già dal 1998 Mugabe aveva promesso di ridistribuire le terre ai contadini. Gli accordi con Londra prevedevano anche un aiuto economico britannico. Secondo Tony Blair, il dittatore affidò le terre ai suoi amici e sostenitori che non sapevano neppure cosa fosse una zappa. Tolse quindi i contributi e Mugabe cominciò la confisca tout court e l’invasione delle terre dei bianchi da parte dei cosiddetti “veterani”. E fu la catastrofe. La disoccupazione sfiorò l’80 per cento e l’inflazione raggiunse l’iperbolica cifra di 230 milioni per cento. La banconota di 10 trilioni di dollari dello Zimbabwe al cambio nero valeva solo 8 dollari americani. Mugabe divenne la caricatura della dittatura: vanitoso e capriccioso, circondato dalle folli e spensierate spese della sua seconda moglie, Grace (soprannominata Mrs Gucci), e di altri membri della famiglia, tutti a frequentare le inarrivabili ai più boutique di Londra, Parigi e Roma. Che differenza tra il suo compagno di tante battaglie, Nelson Mandela. Nel suo delirio di onnipotenza continuava a ripetere: “Lo Zimbabwe è mio. Dio mi ha messo qui e da qui me ne andrò solo quando mi chiamerà a sé”.
Ma quando nel 2016 era cominciata a circolare la voce che voleva nominare a succedergli la vanitosa moglie Grace, gli si sono ribellati tutti e l’anno dopo è stato spodestato.
La guerra alle donne. Il Messico è diventato una mappa di sangue
Maria ha studiato da Geofisica. Da un po’ di tempo si dedica a creare mappe: parte da Città del Messico per poi ampliare lo sguardo. Gli Stati di Guerrero, Puebla, Veracruz, Jalisco. E poi su fino a Chihuahua. Sulla cartina del Messico però non indica laghi, fiumi, catene montuose, ma nomi, non solo numeri, che fanno riemergere volti di “donne uccise”, “donne pugnalate”, “resti di donna”, “cadavere di donna”, “bambina assassinata” o “donna fatta a pezzi”. Nella leggenda le ragioni: tutte sotto-categorie dell’essere donna. “Non sono solo numeri – spiega María Salguero – ma storie unite da un comun denominatore: il tipo di relazione che le vittime avevano con i propri assassini, l’età, il loro status sociale fino alle sentenze pronunciate (o no) per fare loro giustizia”.
I numeri – quelli generici – parlano di 9 donne uccise al giorno in Messico e i punti rossi sulla mappa di María vanno aumentando insieme agli alert di Google che lei ha attivato per aggiornare il rosario della morte. “Credo che abbiamo toccato già i 10 femminicidi al giorno: 1.056 da gennaio ad agosto”, rilancia María che asserisce seria: “È una guerra intestina. Una guerra che le donne messicane hanno deciso di combattere in prima linea”. Quel luogo in cui non conta neanche più che lavoro facessi prima, ogni cosa è al servizio della contraerea. “Ci sono le avvocate”, che acquisito l’aggettivo “femminista” dedicano ogni minuto libero della propria giornata ad “accompagnare le donne vittime di violenza nel percorso per avere giustizia”, spiega la geofisica prestata alla statistica cimiteriale. Le parole sono importanti. “Non esiste in Messico, come in molti altri paesi, il reato di femminicidio, ma il termine comincia a essere utilizzato e iniziamo a vedere anche qualche condanna seria, come quella all’assassino della giovane Seymar”.
Un caso mediatico, l’ennesimo. Dopo una dura battaglia legale, chi l’ha uccisa è stato condannato a 46 anni di prigione. “Voleva ricorrere in appello – racconta ancora María – ma fortunatamente non gli è stato concesso”. La giustizia si fa presto a invocarla. “Qui sono tutti collusi, non sai mai con chi parli: dai poliziotti ai medici obiettori, passando per i giudici. Le donne messicane ormai si sentono braccate, e ora in stato permanente di agitazione denunciano l’afonia dei propri diritti. “Come si fa a denunciare se i primi conniventi sono i poliziotti?”, si chiede Maria che parla di come sempre più spesso la disuguaglianza femminile e le condizioni di povertà e subalternità delle donne si mischino alle questione del crimine organizzato e a quelle del narcotraffico.
“Ci sono zone in cui nella lotta tra gruppi di narcos, i clan si vendicano sterminando a vicenda tutte le donne della famiglia rivale. Altri casi in cui a morire per mano di bande locali sono le povere donne che vendono un bicchiere a un peso sui marciapiedi e sono considerate di intralcio. Poi ci sono le vittime della strada: adolescenti, bambine e adulte spariscono nel tragitto da casa e lavoro, sui mezzi pubblici. Per non parlare dei taxi. L’ultima ragazza ritrovata morta qualche giorno fa è scomparsa dopo essere salita su un taxi. Ancora, ci sono i femminicidi per il pizzo: donne che fanno lavori umili nei bar, nei locali frequentati dai narcos. Se il proprietario non paga, l’altro entra e fa fuori la donna alla cassa o la ragazza che balla per racimolare due soldi”. Così María ci dipana quei numeri sulla mappa e ne fa casi concreti: da quelli che accadono nei villaggi, a quelli delle città dormitorio, fino alla metropoli.
Il dramma di un paese che continua ad avvitarsi su se stesso: più povertà, più crimine organizzato, più necessità per le donne di spostarsi per lavorare, più trappole, più femminicidi. E a poco servono le luci dei lampioni che il governatore di Città del Messico ha promesso alle associazioni scese in piazza ad agosto. “Avere strade meno buie aiuta”, commenta la geofisica. “Ma non si tratta solo di Città del Messico, noi qui siamo privilegiate, ma appena si esce dal centro urbano la situazione è terribile, ogni donna rischia dalla semplice molestia sull’autobus alla morte”.
Mentre il sottosegretario agli Affari sociali del governo di Andrés Manuel López Obrador ha annunciato l’apertura di un tavolo di discussione sul tema, la voce del presidente non si è sentita. “Se non parla lui, è difficile che le cose cambino davvero”, sbotta María, che aggiunge “ma un tavolo è meglio di niente”. Intanto il presidio femminista continua. Oggi si scende in piazza accanto alle madri che non hanno avuto giustizia per i femminicidi delle proprie figlie. “Quando viene uccisa una donna, la polizia è solita rilasciare informazioni personali sulla vittima, confezionandone un profilo che racconti che in fondo se l’è cercata”. Da qui il nuovo slogan della protesta: “Esigere giustizia non è una provocazione”. Non si sa mai.