Stava rientrando a casa, nella sua Castiglione delle Stiviere, piccolo paesino in provincia di Mantova, quando è stato aggredito, apparentemente senza motivo, e ferito al braccio. La vittima è un bimbo di dieci anni, che ora è ricoverato all’ospedale di Brescia, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico all’arto colpito: non in pericolo di vita. La dinamica dell’accaduto ancora non è del tutto chiara. Sulla vicenda stanno indagando i carabinieri di Castiglione, che mantengono per ora il massimo riserbo sul caso, tutto da ricostruire. Il principale indiziato – che al momento non è ancora stato arrestato – è un uomo, straniero e con problemi psichici: si tratterebbe di un 22enne di nazionalità cinese, residente affetto da un grave disturbo psichiatrico che gli provoca forte aggressività, in particolare nei confronti di bambini, giovanissimi e anziani. Attualmente si trova ricoverato in una struttura psichiatrica di Castiglione, a seguito di un ricovero volontario. I militari stanno cercando di ricostruire l’accaduto e di capire anche se il sospettato possa essere messo in relazione con altre aggressioni avvenute nella stessa area nelle scorse settimane.
Scuolabus, in sospeso i contributi comunali
La crisi di governo aveva bloccato l’iter del decreto, quello con la sanatoria per i precari, che conteneva le nuove indicazioni di legge anche per il trasporto scolastico. Ora che il neoministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, ci sta mettendo di nuovo le mani con l’obiettivo di trovare una soluzione che renda dignitosa ed equa (come chiedeva il Movimento 5 Stelle) l’assunzione dei precari della scuola, sarebbe il caso che fosse conservato anche l’ombrello legislativo che dà la possibilità ai Comuni di contribuire alle spese delle famiglie per lo scuolabus agli studenti.
Il problema era nato in piena estate quando la Corte dei Conti aveva stabilito che si trattava di un servizio di trasporto pubblico a tutti gli effetti e che quindi deve essere pagato in gran parte dagli utenti e non dalle casse comunali. In particolare, era stato il Comune di Biandrate, in provincia di Novara, a porre il problema chiedendo ai giudici amministrativi la possibilità di concedere gratuitamente il servizio scuolabus alle famiglie. La Corte aveva sottolineato che le spese sostenute per l’erogazione del servizio non solo non potessero essere a carico dell’ente pubblico, ma anche che dovessero essere integralmente coperte dall’utenza. Per settimane si erano mobilitati enti locali, associazioni e la stessa Anci, che aveva scritto all’allora ministro dell’istruzione Marco Bussetti ed era riuscita anche a ottenere una norma che risolveva il problema. L’articolo 5 del cosiddetto dl precari”, approvato in consiglio dei ministri a inizio agosto ma mai arrivato in Gazzetta ufficiale, consentiva infatti agli enti locali di aiutare le famiglie a patto che questi rispettassero l’equilibrio finanziario. Ora, invece, molti Comuni non hanno potuto deliberare il contributo o la completa copertura del servizio, e attendono di capire come muoversi.
A Varese, ad esempio, il costo del servizio rischia di passare da 15 euro al mese a 21. “Abbiamo tenuto nel cassetto la delibera perché speravamo nel decreto – spiegava ieri l’assessore ai Servizi educativi del Comune di Varese, Rossella Dimaggio, a Varesenews – purtroppo, quella legge non è stata pubblicata e noi siamo stati costretti a ritirare il contributo di 5 euro che riconoscevamo a ogni bambino iscritto al servizio”. Così, intanto, consigliano alle famiglie di sottoscrivere l’abbonamento mensile. “Se ci sarà il decreto, noi siamo pronti a rimettere il nostro contributo e alleggerire la spesa della famiglia.”.
“La mancata approvazione e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della norma sul servizio gratuito di scuola bus, contenuta nell’art. 5 del decreto Scuola, mette i Comuni in forte difficoltà – ha detto nei giorni scorsi Cristina Giachi, presidente della commissione Istruzione, politiche educative ed edilizia scolastica dell’Anci e vicesindaca di Firenze –. Ancora una volta non si fa il minimo sforzo per comprendere che cosa sia concretamente il servizio pubblico offerto ai cittadini. E inoltre si interpreta in modo sbagliato la nozione di servizio pubblico confondendola con l’idea di un servizio a copertura pubblica integrale”.
Intanto è arrivata una nuova pronuncia della Corte dei Conti, ma questa volta in Puglia. In questo caso si stabilisce che gli enti possono supportare l’utenza purché con risorse “reperite nel rispetto della clausola d’invarianza finanziaria espressa nel divieto dei nuovi e maggiori oneri”.
Le soluzioni, in pratica, ci sarebbero. Resta la corsa contro il tempo, che dovrà far accelerare i lavori al ministero.
Vertici Tap verso il processo. Si indaga sul sì del ministero
Il gasdotto Tap, in arrivo dall’Azerbaigian in Puglia, entrerà in funzione tra pochi mesi, ma per la magistratura è stato costruito “in assenza di autorizzazioni ambientali, idrogeologiche, paesaggistiche ed edilizie” sulla base una valutazione di impatto ambientale illegittima, “poiché adottata senza valutazione degli effetti cumulativi esterni ed interni”. Lo si apprende dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari che la pm Valeria Farina Valaori e il procuratore Leonardo De Castris hanno notificato a 18 persone, tra cui alcuni imprenditori locali e i vertici della Trans Adriatic Pipeline, e la società stessa.
Per l’ex country manager del consorzio internazionale con sede a Baar, in Svizzera, Michele Mario Elia, insieme al project manager Gabriele Lanza e al direttore dei lavori Marco Paoluzzi resta in piedi l’accusa di aver realizzato il gasdotto “su aree sottoposte a vincolo paesaggistico e idrogeologico” e in “zone agricole di notevole interesse pubblico”. Era il 16 novembre quando i carabinieri del Noe passarono al setaccio uffici e cantieri del consorzio internazionale a Lecce, Roma e Milano, sequestrando la documentazione cartacea e digitale. L’inchiesta riguarda l’inquinamento delle falde acquifere, nella zona di San Basilio a Melendugno (Lecce), dov’è stato costruito il microtunnel di tre metri di diametro, che meno di un mese fa Tap ha dichiarato di aver ultimato al 90 per cento.
I giudici hanno confermato l’accusa di scarico di acque reflue industriali contenenti sostanze pericolose, senza autorizzazione. A far scattare l’allarme era stato il primo cittadino di Melendugno, Marco Potì, sulla base del rapporto di Arpa Puglia a luglio 2018, che evidenziava il superamento della soglia di alcuni metalli pesanti, tra cui il cromo esavalente che è cancerogeno. Tra le condotte ritenute illecite c’è anche la mancata impermeabilizzazione del cantiere in zona San Basilio.
Le indagini preliminari si erano concluse a dicembre, ma ora sono stati aggiunti altri tre indagati che fanno parte della cerchia degli imprenditori locali coinvolti. A questo filone di indagine è stato accorpato anche quello relativo all’uso di recinzioni con jersey, rete metallica e filo spinato abusive, finalizzate all’espianto di 445 ulivi fuori dal periodo autorizzato. Questo non è l’unico filone di indagine aperto. È ancora in corso l’indagine principale relativa all’applicazione della direttiva Seveso alla centrale di gas che sorgerà a 400 metri dalle prime abitazioni, per cui i giudici hanno richiesto l’incidente probatorio. Tra gli indagati per truffa e violazione della direttiva sulla sicurezza dell’impianto figura anche il direttore generale per la sicurezza dell’approvvigionamento e delle infrastrutture energetiche del ministero dello Sviluppo economico, Gilberto Dialuce, oltre ai vertici di Tap, inclusa la rappresentante legale Clara Risso.
Il riferimento nei capi d’accusa resi noti in questi giorni, con questa nuova ordinanza di conclusione delle indagini preliminari, all’illegittimità dei decreti ministeriali che hanno accordato a Tap la compatibilità ambientale per la mancata valutazione degli effetti cumulativi è un diretto riferimento a quanto emerso nell’indagine principale. Tap – che trasporterà 10 miliardi di metri cubi espandibili a 20 e si collegherà alla rete Snam – in una nota si difende confermando “la piena fiducia nei confronti dell’autorità giudiziaria, nonché nell’esito finale del procedimento, e che venga riconosciuta la piena liceità e correttezza delle attività del progetto”.
Brescia, dai genitori scosse elettriche al fidanzato sgradito
Erano contrari alla relazione tra la loro figlia di 17 anni e il suo fidanzato di tre anni più grande. E così il ragazzo ventenne sarebbe stato costretto a subire una serie di torture per mezzo di scariche elettriche.
È accaduto a Brescia, all’interno di una famiglia di origine indiana, come riportato dal Giornale di Brescia. Secondo le indagini, la coppietta sarebbe stata sorpresa in strada dai genitori della ragazza, che già in precedenza avevano manifestato la loro ostilità alla relazione fra i due. Entrambi sarebbero quindi stati trascinati a forza in casa e chiusi a chiave nell’appartamento, dove sarebbero poi avvenuti gli atti di violenza. La tortura sarebbe stata sperimentata dal genitore prima sulla figlia, per capire la potenza della scossa, poi sul ragazzo. A quanto riportato dal quotidiano, i genitori sono stati iscritti nel registro degli indagati ma sono al momento a piede libero perché non sono stati sorpresi in flagranza di reato.
Intanto, comunque, la minorenne è stata allontanata dalla famiglia e collocata in una comunità.
Ciro, dalla grande casa rosa alle medaglie sul ring. Fino a quel post: “Ti stupro”
Una vita agiata, certo, ma non per questo semplice. Ciro, neanche vent’anni, è l’ultimo nato della famiglia allargata dei Grillo. Con la notorietà del padre, con i riflettori e i giornalisti sotto casa ha imparato a farci i conti da quando ancora bambino a volte seguiva gli spettacoli del comico ai bordi del palco. Ma proprio in quegli anni tutto è cambiato: non più soltanto teatri gremiti, ma anche l’impegno politico, le piazze. Entusiasmo e critiche. Tensione.
I Grillo hanno sempre cercato di difendere la loro privacy nella grande casa rosa di Sant’Ilario, quel sobborgo di Genova già cantato da Fabrizio De André (testimone di nozze di Beppe) e nella villa di Bibbona sul litorale toscano.
Famiglia allargata appunto. I due figli del primo matrimonio di Grillo sono cresciuti sulla Riviera adriatica; a Genova invece vivono i due ragazzi nati dal primo matrimonio della moglie Parvin Tadjk e i due ultimi nati della coppia: Rocco e, appunto, Ciro che finivano a volte nei tg nazionali, un po’ fieri e un po’ intimiditi, quando accompagnavano il padre a votare nel seggio vicino a casa. Scuole normali, amici nella borghesia genovese. Una situazione di benessere, ma un padre notoriamente non portato a sperperare. Anche negli anni di massima esposizione pubblica, i Grillo hanno cercato per quanto possibile di evitare scorte e occasioni troppo pubbliche. Salvo le paparazzate in Costa Smeralda e in Kenya, dove hanno un’altra casa.
Una normalità piuttosto relativa quella in cui è vissuto Ciro. Come i suoi coetanei capita di vederlo scorrazzare in auto e motorino con lo zaino in spalla anche se poi d’estate non tutti possono permettersi il Billionaire. E una casa dove capita di incontrare Luigi Di Maio, Roberto Fico o, soprattutto in passato, Renzo Piano e Ligabue. Le sue amicizie e le passioni oggi diventano note a tutti anche attraverso Facebook e Instagram. C’è la savate, il kick boxing di cui è stato anche campione italiano nel 2017. E oggi, alla luce delle accuse rivolte a Ciro, quei post possono essere letti in modi diversi. Così ecco una delle tante foto con il ragazzo in palestra – altra sua passione – e la frase: “Ti stupro bella bambina attenta”. Ma ci sono anche foto di viaggi, di feste, come tanti suoi coetanei.
Grillo in pubblico liquidava i colpi di testa dei suoi con battute delle sue. Come quando Valentina, figlia di Parvin, manifestò l’intenzione di darsi alla tv: “Non potresti drogarti come fanno tutte le tue coetanee?”, tagliò corto il fondatore del Movimento. Stavolta no, non sarà possibile scherzarci sopra. Chi lo conosce dice che Grillo, dopo essersi visto comparire i carabinieri in casa, non sia stato per nulla tenero con il figlio.
“Violentata dal figlio di Grillo e dai suoi amici a Porto Cervo”
Al telefono i vertici del Movimento 5 Stelle che chiamavano per decidere le sorti del governo. Alla porta i carabinieri che suonavano per sequestrare il telefono di suo figlio Ciro, 19 anni, accusato insieme con tre amici, di violenza sessuale di gruppo ai danni di una sua coetanea, una studentessa di origini scandinave.
È stata una settimana di fuoco a Bibbona (Livorno), nella villa di Beppe Grillo. Mentre, però, dei tormenti politici era a conoscenza l’Italia intera, della vicenda privata nessuno ha saputo fino a ieri quando la notizia è apparsa sul Secolo XIX e su La Stampa.
La storia, però, comincia alle ore 20 del 26 luglio scorso, quando a Milano, una ragazza di 18 anni si presenta alla caserma dei carabinieri di Moscova. È accompagnata dalla madre. “Devo denunciare uno stupro”, esordisce Alina (il nome è di fantasia), figlia di un noto manager, che ha finito gli studi in una delle scuole superiori più prestigiose della città e adesso si divide tra Milano e i Paesi del Nord Europa. I militari raccolgono le sue parole: la sera del 16 luglio scorso Alina racconta di essere andata con degli amici al Billionaire, la discoteca supervip fondata a Porto Cervo da Flavio Briatore. Una serata di ballo, risate, alcol, sostiene la ragazza. Niente droga, su questo tutti concordano.
Alina è con un’amica e intorno a un tavolo incontra quattro ragazzi mai visti prima. Li fa incontrare un conoscente comune. Sono Ciro Grillo e tre suoi amici, tutti genovesi, figli di professionisti e famiglie borghesi. È l’alba quando il gruppo lascia il locale e decide di recarsi a casa di Ciro. Qui, sostiene la giovane, avviene la violenza: mentre la sua amica si è addormentata in una stanza, lei viene portata in camera da letto dove, complice anche l’alcol, sarebbe stata forzata a un rapporto sessuale con i quattro ragazzi, uno dopo l’altro. Alina riferisce dettagli che il suo difensore, Laura Panciroli, definisce raccapriccianti. È mattina ormai quando Alina viene accompagnata dal gruppo ad Arzachena dove è in vacanza. L’amica forse non si è accorta di niente, Alina sostiene di aver vissuto per giorni in condizioni di angoscia, di smarrimento. Forse ha cercato di rimuovere. Ma, secondo quanto riferisce, non c’è riuscita. Finché le amiche e la famiglia capiscono che qualcosa non va e la convincono a farsi visitare e ad andare dai carabinieri per sporgere denuncia.
I militari milanesi raccolgono il suo racconto e lo inviano per competenza alla Procura di Tempio Pausania dove il caso finisce nelle mani del pm Laura Bassani e del procuratore Gregorio Capasso. Che decide di indagare Ciro Grillo e i suoi amici, di sequestrare i loro telefonini. Da uno di questi in particolare emerge un video girato proprio durante il rapporto sessuale. È qui il segreto della notte tra il 16 e il 17 luglio, ma accusa e difesa danno alle immagini una lettura opposta: secondo la ragazza dimostra la violenza, secondo gli indagati invece è la prova del consenso.
Davanti ai magistrati sardi infatti i quattro indagati hanno respinto ogni accusa, sostenendo che, sì, il rapporto c’è stato, ma consenziente. Le due versioni si incrociano in molti punti, ma divergono su elementi essenziali. Su una cosa sono d’accordo tutti: l’arrivo a casa di Grillo, intorno alle sei di mattina. Gli indagati parlano di due appartamenti, uno accanto all’altro. Nel primo avrebbe dormito Parvin Tadjk (moglie di Beppe Grillo). Nell’appartamento accanto c’erano i ragazzi, ma secondo la loro versione sarebbe stato impossibile commettere una violenza – soprattutto la mattina – senza farsi sentire da vicini e familiari: si tratterebbe di un’abitazione di una sessantina di metri quadri in un residence a schiera. C’è poi la questione della ragazza testimone che, secondo gli indagati, si sarebbe addormentata in un locale accanto alla camera da letto e separato solo da una tenda. La difesa punta su altri due elementi: i rapporti sessuali sarebbero avvenuti in due fasi. Prima sarebbe toccato a un ragazzo, quindi la coppia sarebbe uscita per comprare le sigarette (circostanza di cui si sta cercando conferma nelle telecamere della zona). Poi, al ritorno, altri tre amici avrebbero avuto rapporti con la giovane. Ma i ragazzi sostengono altro: al termine della notte brava, il gruppo di genovesi avrebbe accompagnato tranquillamente le due giovani ad Arzechena. Alina nel pomeriggio sarebbe andata al mare postando su Facebook le proprie foto su uno scoglio accompagnandole con commenti entusiasti sulla vacanza. Un tentativo di rimuovere il trauma o un comportamento incompatibile con una violenza appena subita?
Presto potrebbero essere sentiti i famigliari di Ciro che dormivano nell’appartamento accanto. Poi toccherà all’amica di Alina; la sua testimonianza sarà decisiva insieme con il video dove è registrata l’intera scena.
Dà un calcio in pancia a bimbo immigrato di 3 anni: denunciato
Ha visto una neonata in carrozzina e con l’innocenza dei suoi tre anni si è avvicinato, forse per salutarla. Ma la coppia dei genitori non ha gradito la sua presenza, probabilmente perché di colore, e l’ha aggredito, con l’uomo che ha colpito il piccolo con un calcio all’addome, facendogli fare un volo di due metri. Il fatto – avvenuto martedì scorso ma di cui si è appreso solo oggi – è stato ricostruito da una passante che ha assistito alla scena ed ha subito avvertito il 118 e la polizia. Il bambino è stato subito soccorso da alcuni passanti e portato nel pronto soccorso dell’ospedale per le cure del caso. Fortunatamente non ha riportato ferite gravi: è stato giudicato guaribile in 5 giorni. La coppia invece si era allontanata velocemente, tra gli insulti di chi aveva assistito alla scena, cercando di far perdere le proprie tracce, ma è stata subito rintracciata e identificata dalla polizia: l’accusa è di lesioni personali aggravate.
Nel Milanese truffa con asfalto scadente: due arresti a Pieve
“Materiali scadenti… materiali scadenti… sono tre centimetri di asfalto buoni e tre centimetri di asfalto scadenti eh”. È un passaggio di un’intercettazione del marzo 2016 inserita nell’ordinanza di custodia cautelare a carico, tra gli altri, di Arturo Guadagnolo, dipendente del Comune di Pieve Emanuele (Milano) ed ex responsabile del servizio edilizia e urbanistica del Comune di Basiglio (Milano) finito ieri ai domiciliari, e di Piero Angelo Riffaldi, dipendente del settore tecnico di Pieve Emanuele, al quale è stata applicata una misura sospensiva dall’esercizio dai pubblici uffici per 6 mesi. Stando all’inchiesta del pm Luca Poniz, con al centro una serie di appalti truccati ed episodi di corruzione e condotta dalla Gdf di Milano, la conversazione si riferisce ad una presunta truffa sulla realizzazione del “Campus della Pieve” a Pieve Emanuele, un polo sanitario e universitario dell’ospedale Humanitas. Truffa che sarebbe consistita nella realizzazione dei lavori di urbanizzazione a un costo “largamente inferiore” ai 3,2 milioni di euro a cui la società Pieve Srl del gruppo Humanitas (indagato per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti) sarebbe stata obbligata, procurando così un “danno al Comune”.
Il carabiniere non sparò: anche lui era disarmato
Qualcuno nella vicenda sulla morte del carabiniere Mario Cerciello non ha sempre detto la verità. A cominciare dal suo collega Andrea Varriale, il militare che era con Cerciello la sera della colluttazione avvenuta a Roma con i due americani Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjorth, finita in tragedia. C’è infatti un aspetto che non torna e riguarda la pistola di ordinanza: dalle indagini della Procura di Roma è infatti emerso che come Cerciello, anche il collega non la portava con sé. Eppure non è quello che Varriale ha dichiarato ai carabinieri in un primo momento.
La circostanza emerge dall’informativa depositata agli atti del riesame che deve decidere sulla richiesta di scarcerazione dei due americani accusati dell’omicidio del vicebrigadiere. In oltre 200 pagine è spiegato che Varriale “consegnava la propria pistola d’ordinanza al Comandante della Stazione Roma Piazza Farnese”, quando si trovava “all’ospedale Santo Spirito”, dove era ricoverato d’urgenza il collega. Circostanze riferita dallo stesso Varriale nel corso di un “colloquio”, del 28 luglio, con il “comandante di gruppo” e “l’ufficiale addetto”.
Eppure sorge una contraddizione, perché quando i militari in servizio a Roma, di diversi reparti, sono chiamati a deporre davanti al procuratore Michele Prestipino e ai pm Nunzia D’Elia e Maria Sabina Calabretta, spiegano di “non aver visto”, o di “non ricordare”, se Varriale avesse avuto con se la pistola.
Uno dei marescialli interrogati ha aggiunto di aver chiesto proprio a Varriale se lui e il collega erano andati armati all’appuntamento, e il carabiniere gli aveva risposto che Cerciello era disarmato e “che anche lui non era in possesso della propria pistola”. Affermando testualmente: “Non sono armato, la pistola è in sicurezza in caserma”.
Diversamente da quanto detto in precedenza, davanti ai pm romani, sarà poi lo stesso Varriale che cambia versione e conferma che quella notte era uscito senza pistola, perché essendo in “abiti civili” non aveva modo di poterla nascondere e sarebbe stata troppo in vista, vanificando l’esito dell’operazione. Una versione che entra in contrasto anche con quanto aveva riferito il generale a capo del comando provinciale dei Carabinieri di Roma, Francesco Gargaro, durante la conferenza stampa del 30 luglio, forse ingannato da quanto Varriale aveva riferito in un primo momento. Gargano infatti davanti ai giornalisti spiegava che “Varriale non poteva sparare perché l’indagato stava fuggendo e avrebbe commesso un reato grave”. Inoltre, se avesse usato l’arma, “sarebbe stato indagato”. “La sua prima preoccupazione – aveva aggiunto il generale – è stata quella di soccorrere il collega e tamponare la ferita. Mario era impossibilitato a reagire. Gli spari in aria non sono previsti da alcuna normativa”.
Adesso però, contro Varriale potrebbe essere aperto un procedimento disciplinare interno per violata consegna: le carte saranno trasmesse dalla Procura di Roma.
Ma ci sono anche altri aspetti da chiarire. Come i “tre messaggi” che tra le “03:13 e 03:14” Varriale invia al collega Cerciello Rega, proprio negli istanti prima dell’incontro. “Stai attento”, si legge nel primo messaggio. “Potrebbe essere un diversivo”, e infine “magari è un altro posto”. Gli inquirenti spiegano che il carabiniere “esorta il collega a essere prudente nel momento in cui si approssimava l’incontro”. Perché Varriale, che si trovava insieme al collega in quel preciso istante, avrebbe dovuto mandargli un messaggio? Intanto il Nucleo Investigativo di Roma per allontanare ogni sospetto e fare chiarezza ha acquisito tutti i messaggi e telefonate di Cerciello e Varriale.
Agli atti ci sono anche le trascrizioni delle chiamate di quella sera, quando Varriale chiama il Comando per chiedere aiuto: “Mamma quanto sangue mannaggia la miseria, Mario, dai dai dai che ce la fai… sotto il braccio ma perde una cifra di sangue e respira a malapena, mi sono tolto la maglietta, sto tamponando. Perde una cifra di sangue… Mario dai dai, stanno arrivando. Mario oh, dai che stanno arrivando compagno mio. Eccoli li senti? Dai Mario tranquillo dai, stanno arrivando, ecco li vedi?”. Quella notte però Cerciello non è riuscito a salvarsi.
Ilda Boccassini, la pm dei processi ai mafiosi e a B., va in pensione
Andrà in pensione l’8 dicembre, il giorno dopo aver compiuto 70 anni, Ilda Boccassini. È stata uno dei magistrati simbolo della Procura di Milano, protagonista dei processi a Silvio Berlusconi, da Imi-Sir al caso Ruby, e per questo spesso al centro degli attacchi della politica, almeno di una sua parte (fu soprannominata “Ilda la rossa”, non solo per il colore dei capelli). Ma ha legato il suo nome anche alle prime indagini sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio e alla cattura di Totò Riina. Amica di Giovanni Falcone, alla sua commemorazione pronunciò un duro j’accuse al Palazzo di giustizia di Milano: “Avete fatto morire voi Giovanni Falcone”. Tornata a Milano su richiesta di Francesco Saverio Borrelli – che invece anni prima l’aveva estromessa per contrasti con i colleghi – entrò nel pool di Mani Pulite. Subito dopo arrivarono le indagini e i processi Imi-Sir-Lodo Mondadori e Sme, a carico di Berlusconi e Cesare Previti. Negli ultimi anni, da capo della Dda milanese, ha coordinato tutte le più importanti i inchieste sulle infiltrazioni della mafia al Nord. La prossima settimana il plenum del Consiglio superiore della magistratura prenderà atto del suo pensionamento.