Incandidabile il leghista anti-Lucano di Riace

Incandidabile perché condannato definitivamente a due anni di carcere per bancarotta fraudolenta. Sono queste le ragioni reali per le quali il segretario della Lega di Riace, Claudio Falchi, si è dimesso da consigliere comunale di maggioranza dopo essere stato eletto nella lista “Trasparenza e legalità”.

Sono passati pochi giorni e di trasparente e legale in questa storia c’è poco. Nella lettera di dimissioni che il fondatore di “Noi con Salvini” a Riace ha protocollato il 28 agosto, infatti, questa era la motivazione: “Inderogabili motivi di ordine familiare”. Circostanza, tra l’altro, confermata anche dal sindaco di Riace, Tonino Trifoli. “Non ci sono motivi importanti”, è stato il suo commento al Fatto Quotidiano nei giorni scorsi. La verità, però, è un’altra e la conoscevano sia il primo cittadino, simpatizzante ed elettore di Salvini, sia lo stesso Falchi.

Come se fosse una bandiera di partito, in campagna elettorale entrambi hanno sventolato gli atti dell’inchiesta “Xenia” contro Mimmo Lucano e il suo modello di accoglienza dei migranti, definito dal segretario della Lega un “sistema”, una “corruttela” e “uno schifo”. “La giustizia farà il suo corso”, diceva Falchi mentre per Trifoli il “modello Riace” targato Lucano era “deviato”. Adesso è la nuova maggioranza a trazione leghista a perdere pezzi e credibilità. Nello stesso giorno, ma poche ore prima delle dimissioni del segretario della Lega, infatti, il prefetto di Reggio Calabria, Massimo Mariani, ha inviato una lettera al Comune di Riace comunicando l’incandidabilità dell’esponente salviniano. “Dagli accertamenti esperiti al fine di verificare le condizioni di incandidabilità e di eleggibilità degli eletti, – scrive la prefettura – è emerso che il signor Falchi Claudio è stato condannato con sentenza del Tribunale di Milano divenuta irrevocabile il 7 dicembre 2003, alla pena di due anni di reclusione per il reato di bancarotta fraudolenta”. Questo a parere del prefetto “integra la causa di incandidabilità”.

Una condanna che il consigliere comunale di Riace non ha riportato nella dichiarazione di accettazione della candidatura tenendola nascosta alla commissione elettorale circondariale. Ma non è l’unico problema, legato a Falchi, che imbarazza il nuovo corso dell’amministrazione di Riace. Il nome del segretario leghista, infatti, compare in un’informativa del 2015 dei carabinieri finita agli atti del processo “Mandamento jonico” contro le cosche mafiose della Locride.

All’epoca delle indagini, vicino Locri, a Portigliola, gli investigatori tenevano sotto controllo il “ristorante pizzeria Bonasira” il cui titolare era proprio Claudio Falchi. Leggendo l’informativa, più che un locale commerciale sembrava un covo di ’ndranghetisti, ma per questi fatti Falchi non risulta indagato. “Presso il ristorante Bonasira – scrivono i carabinieri – si svolgerebbero saltuari incontri tra esponenti delle varie consorterie criminali della zona”. E ancora: “Atteso che l’attività commerciale non viene più esercitata, quando la sera passando si vedono le luci accese molto probabilmente ci si può imbattere in un summit di ’ndrangheta”.

Val d’Aosta-Parigi: si indaga sulla dépendance regionale

La trafficata rue de Rivoli, da una parte la cattedrale di Notre Dame, dall’altra il Louvre. All’angolo i tavolini di una brasserie, più avanti una boulangerie sforna tipiche baguette. Penserete di essere a Parigi, invece vi sbagliate: siete in Val d’Aosta, nel piccolo ma costosissimo pied-à-terre che la Regione si è comprato e mantiene con soldi pubblici da un decennio. E che ora è finito nel mirino della Procura della Corte dei Conti, che indaga per danno erariale.

Al numero 3 di rue des Deux Boules, nel centralissimo quartiere di Châtelet, sorge la “Maison du Val d’Aoste”: 127 metri quadri in uno splendido palazzo su tre piani, antico hotel del XVIII secolo classificato come monumento storico. La Regione l’ha acquistata nel 2008 tramite Finaosta Spa, sua società finanziaria, alla modica cifra di 1,6 milioni di euro, più altri 625 mila in lavori e ristrutturazioni varie. Voleva essere la sede di rappresentanza in un Paese straniero a presenza valdostana (anche se la comunità è più forte altrove che a Parigi, dettagli). Doveva “promuovere l’offerta turistica e la cultura tradizionale”, si legge sul sito. In realtà non è ben chiaro cosa ci si faccia.

Aperta dal martedì al sabato, dalle 10 alle 17.30, passandoci davanti è facile avere l’impressione sia chiusa: la porta è sbarrata, bisogna suonare il campanello per entrare. All’interno lo spazio è ampio, ben arredato, elegante. Scaffali con dépliant, un bancone con le mappe, poltrone dove sedersi. Ma non c’è quasi nessuno. Possono passare ore prima che si fermi qualcuno: un paio di persone in una mattinata, una decina alla settimana. Si potrebbe pensare allora che gli impiegati del centro (ce ne sono due, rigorosamente valdostani) siano a disposizione degli emigrati a Parigi, ma nulla: non forniscono informazioni su alloggi e lavori, non mettono in contatto con la comunità locale. Il centro ospita un paio di mostre all’anno organizzate dalla Regione e partecipa a qualche festival, dal Salone dell’agricoltura alla Settimana italiana, ma non c’è neppure un calendario degli eventi.

Sulla sua utilità c’è qualche dubbio (figuriamoci sulle presunte ricadute sul turismo). In compenso sono evidenti i problemi di gestione. Solo nel 2018 il mantenimento della sede è costato 323 mila euro (in passato ancora di più: il budget è stato sforbiciato nel 2017). Di questi, circa la metà vanno a una società privata, a cui Finaosta affida ogni anno il servizio organizzativo degli uffici con una procedura negoziata. La vincitrice è sempre la stessa: la Linty Conseils, società riconducibile all’ex consigliere regionale (prima leghista, poi unionista) Paolo Linty. L’ultima gara, per il periodo luglio-dicembre 2019 è in fase di aggiudicazione: attualmente è prorogata la gestione precedente, in attesa di conoscere l’esito del bando (meglio non aspettarsi sorprese: la Regione ha alleggerito i requisiti, ma non si presenta nessuno).

Investimento immobiliare o iniziativa promozionale, la Maison du Val d’Aoste sembra soprattutto un buco nero di soldi pubblici. Da anni il consigliere regionale Alberto Bertin presenta interrogazioni per far luce sulla sua gestione. Adesso però se n’è accorta anche la Corte dei Conti: il procuratore regionale Massimiliano Atelli ha aperto un fascicolo per un possibile danno erariale, che riguarderebbe non tanto l’acquisto (datato a più di dieci anni fa) ma proprio per il costosissimo mantenimento della sede. In Regione forse hanno fiutato il pericolo e provano a correre ai ripari: a febbraio è stata approvata una mozione che impegna Finaosta a studiare una “diversa gestione dell’immobile”. Si va da un improbabile partenariato pubblico-privato a un ancor più difficile affidamento a terzi: operatori e associazioni locali hanno già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di farsene carico. Resta la vendita. La Regione si è fatta fare un paio di perizie sul valore dell’immobile, che oscilla tra 1,4 e 1,6 milioni. Più o meno la stessa cifra del prezzo d’acquisto (ma meno di quella messa a bilancio da Finaosta, dove pesa per 2 milioni, col rischio di una perdita patrimoniale). Senza dimenticare i quasi 7 milioni (secondo la stima dell’interrogazione di Bertin) spesi negli ultimi dieci anni. Non proprio un affare.

Mail Box

 

Cari politici, parlate di meno e lavorate per il bene del Paese

Sto seguendo sul vostro giornale e in tv le ultime vicende politiche e mi chiedo: perchè i nostri politici non fanno tutti un atto di umiltà stando zitti (viste le brutte figure di questi anni) e lavorando per il bene del paese e di noi cittadini?

Non sono particolarmente entusiasta di questo governo, ma ritengo che al momento sia l’unico decente, se si pensasse a lavorare e fare meno polemiche per ottenere eventuali vantaggi elettorali.

Io come cittadino, nato prima della guerra, ho visto l’evolversi della nostra classe politica e debbo dire che quella attuale non mi piace affatto. E non apprezzo nemmeno tutti gli spettacoli televisivi con politici e giornalisti che dibattono inutilmente su tutto e niente.

Una volta avevamo Tribuna Politica, dove il rappresentante di un partito esponeva il suo programma e si confrontava con i giornalisti in modo lineare. Spero comunque che il presidente Conte (il meno peggio di tutti) riesca a tenere a bada la truppa e possa governare decentemente.

Sergio Stentella Liberati

 

Morti sul lavoro: la strage continua, nell’indifferenza

Oltre 600 morti sul lavoro in Italia dall’inizio dell’anno: un bollettino di guerra, una mattanza quotidiana che non conosce soste.

Le chiamano “le stragi dell’indifferenza”, e proprio per questo motivo bisogna che su di esse vengano riaccesi i riflettori. Le vittime più recenti sono Pasquale Basso, di 54 anni, e Luigi Frabotta, di 53 anni, erano imprenditori.

Li cito perchè sono persone e non numeri: ricordiamocelo sempre quando ne parliamo. Spero che questo governo dedichi particolare attenzione al dramma delle troppe morti che ci sono ogni giorno nel nostro paese, e che dipendono dal fatto che in molti, troppi luoghi di lavoro non si rispettano neanche le minime norme di sicurezza.

Marco Bazzoni

 

Trattato di Dublino: il banco di prova europeo del Conte bis

Condivido pienamente i timori di Antonio Padellaro, che ieri ha scritto: “Gli eventuali errori del Conte 2 possono riaprire per Salvini l’autostrada della rivincita”.

E, aggiungo io, sarebbe un disastro se il nuovo governo non riuscisse a modificare, con le buone maniere, la politica di accoglienza dell’Ue. In particolare va rivisto il trattato capestro di Dublino, che obbliga l’Italia, come paese di primo approdo, ad accogliere i migranti che non ottengono lo status di profugo. Sarà un’impresa molto difficile perchè, purtroppo, si può modificare solo all’unanimità.

Una soluzione possibile, che non crei divisioni, sarebbe quella di distribuire i migranti tra tutti i paesi Ue proporzionalmente al numero degli abitanti. È questo il vero banco di prova del nuovo governo: se fallirà nel suo intento, aprirà sterminate praterie a Salvini che diventerà premier, probabilmente nominando Berlusconi ministro della Giustizia.

Governo avvisato, mezzo salvato.

Maurizio Burattini

 

Adesso Pd e M5S riusciranno ad accordarsi sul Bilancio?

La difficoltà che ora si presenta al neonato governo è la legge di Bilancio 2020, la quale va approvata entro la fine dell’anno per evitare l’aumento dell’Iva. Si prevedono conflitti sul provvedimento bandiera del M5S, il reddito di cittadinanza. Ostacolato in tutti i modi dal Pd, con la promozione di una raccolta firme, poi abrogata, fino alle dichiarazioni classiste dell’ex-ministro Boschi. I due partiti dovranno ora impegnarsi a discutere per promulgare una misura economica ragionevole, che garantisca crescita e assistenza ai più poveri. Sarà necessario da una parte il definitivo superamento del renzusconismo, dall’altra la disponibilità alla mediazione, senza inutili ultimatum e ricatti.

In fondo, entrambi i partiti condividono un orientamento politico liberale, secondo cui, riprendendo le parole del filosofo Rawls: “Se si vuole assicurare a tutti un’effettiva uguaglianza di opportunità, la società deve prestare maggiore attenzione a coloro che sono nati con meno doti o in posizioni sociali meno favorevoli”.

Jacopo Ruggeri

 

Ministro Bellanova, eleganza e dignità contro le critiche

“La vera eleganza è rispettare il proprio stato d’animo: io ieri mi sentivo entusiasta, blu elettrica e a balze e così mi sono presentata. Sincera come una donna”.

La risposta della neoministro Teresa Bellanova alle critiche gratuite, piovute su di lei per la mise indossata durante il giuramento, è un manifesto di libertà e di dignità per tutte le donne. Una lezione di forza e di rispetto per chiunque crede nel valore delle proprie idee.

Giovanni Negri

 

Angelo Vassallo non sarà mai dimenticato, anche grazie a voi

Ho letto il dossier di Vincenzo Iurillo, relativo all’omicidio del “sindaco pescatore” Angelo Vassallo, e non posso che apprezzare il garbo e la grande professionalità mostrata nel raccontare una vicenda che ancora oggi rappresenta una ferita aperta per la nostra comunità.

Grazie a voi l’attenzione non è sopita e il ricordo di quell’episodio così triste resta vivo e costituisce per tutti un pungolo alla risoluzione di questo mistero.

avv. Michele Sarno

L’umorismo di Andersson tra le sfighe di Venezia

Bigger than life, dicevano a Hollywood, più grande della vita, così deve essere il Cinema. Con il nuovo millennio la parola d’ordine è stata aggiornata: il Cinema deve essere più sfigato della vita, molto più sfigato, e dire che ce ne vuole. E ancora una volta la Mostra veneziana di Alberto Barbera ha rispettato la tendenza con troppi titoli convenzionali, medi in tutto ma virtuosistici nell’afflizione. Guerre, faide, carneficine, vendette ataviche, rancori sordi, cancri terminali, asme croniche, handicap, discriminazioni, schiavitù, persecuzioni minorili, miseria nera… Se uno vuol tenersi allegro nella prima settimana di settembre, sa dove venire. Perché nel mainstream di tanta sfiga alla spina una buona commedia sia diventata più rara del rinoceronte bianco, resta il vero punto interrogativo. Sono anni difficili, complessi, dolorosi, d’accordo; ma così si rincara solo la dose. Unica eccezione, About Endlessness di Roy Andersson, opera diametralmente opposta a tutte le altre in concorso, ci ha ricordato come l’assurdo sia il contrario della sfiga. Poco più di 70 minuti di cinema metafisico, senza genere, senza trama, scritto magnificamente, taciuto meglio, avvolto nel manto di un lucido umorismo nero, lo stesso dei drammi di Beckett o del teatro di Tadeusz Cantor, per citare due dei riferimenti più espliciti. Con la sua fotografia gelida e il suo sguardo ibernato, più morto della morte, Andersson gira direttamente dall’aldilà del Cinema, quello che non esiste più.

Nazionale. La simulazione di Bonucci: che “bello” spot per il calcio italiano

 

Buongiorno, ieri in ufficio ho assistito all’ennesima discussione sul calcio, o meglio sulla Nazionale: un mio collega tentava di difendere – solo contro tutti – la pessima simulazione di Bonucci contro il rivale armeno, poi espulso. Non sono in grado di valutare la gravità del caso, ma mi sembra che “sporcare” una vittoria con una simulazione sia di per sé stupido, se non autolesionista: perché noi italiani dobbiamo sempre farci riconoscere come imbroglioni?

Elisa Buccino

 

Bonucci che finge una gomitata, fa espellere il suo avversario innocente e “trascina” la Nazionale alla vittoria contro la temibile Armenia: che bello spot per il calcio italiano! Il gesto è sicuramente deprecabile. Certo, in campo può capitare di farsi trascinare dalla trance agonistica e lasciarsi andare a reazioni quasi istintive (il giocatore tende per natura ad accusare falli anche quando non li ha subiti). Errare è umano. Perseverare però è diabolico: non è la prima volta che il difensore della Juventus si giochi la carta della simulazione nel tentativo, più o meno riuscito, di ingannare l’arbitro e procurarsi un vantaggio. Lo aveva già fatto ad esempio l’anno scorso, con la maglia del club e non della Nazionale, durante l’andata degli ottavi di finale contro l’Atletico Madrid, quando aveva goffamente simulato un colpo al volto mai ricevuto nella speranza di far annullare il gol di Gimenez. Quello di Bonucci non è un caso. E forse non è un caso nemmeno che lui sia in ottima compagnia, quella del compagno di squadra e di Nazionale Chiellini, che più volte è stato beccato dalle telecamere in episodi analoghi, indifferentemente con la maglia azzurra o bianconera. Un esempio? La sceneggiata in Svezia per provare a fare espellere l’avversario Marcus Berg per una gomitata mai ricevuta. Anche all’epoca ci furono grosse polemiche e tutto il mondo del pallone parlò della figuraccia italiana, con la differenza che stavolta il direttore di gara ci è cascato e la simulazione è stata decisiva per la sconfitta della piccola Armenia, allora no e l’Italia di Ventura perse e fu meritatamente eliminata dal Mondiale.

Insomma, è quasi un marchio di fabbrica dell’Ital(Juve). Non condanniamo l’episodio, il singolo giocatore o addirittura l’uomo, semmai lo stile. Però non facciamo troppo gli antitaliani. Al grande Barcellona facevano degli allenamenti appositi per accentuare le cadute, esaltare il proprio tiki-taka e prendere più falli possibili. Tutto il mondo è paese.

Lorenzo Vendemiale

La malinconia uccide solo d’estate

“L’estate sta finendo e un anno se ne va” cantavano i Righeira. Per me, come per i Righeira, l’anno non finisce il 31 dicembre ma alla fine dell’estate. Eppure, paradossalmente, sento in me un senso di sollievo. Per i giovani l’estate, quasi sempre legata alle vacanze al mare, è una promessa di nuovi amori, di nuovi incontri, di curiosità inappagate. Sono infinite le canzoni legate al leitmotiv estate-mare-amore (Una rotonda sul mare, Fred Bongusto; Ho scritto t’amo sulla sabbia, Franco IV e Franco I; Sapore di sale, sapore di mare, Gino Paoli; Sapore d’estate, Moreno; Si è spento il sole, Adriano Celentano; solo per fare un brevissimo excursus).

Per noi vecchi, ma anche per coloro che proprio vecchi non sono ancora, l’estate è un tempo di inquietudine. Si muore di più d’estate: di caldo ma soprattutto di solitudine. E se per non rassegnarci alla nostra età ci azzardiamo a cercare di fare le stesse cose che facevamo da giovani il confronto è impietoso, con noi stessi e con gli altri.

Scrivevo sull’Europeo nel 1994, quando in fondo di anni ne avevo poco più di cinquanta: “Torna presto pietoso inverno a nasconderci nel tuo ovattato anonimato. Torna presto pietoso inverno a difenderci con i tuoi saggi vestiti dall’esposizione delle nostre membra inflaccidite, di noi che pur, un tempo, fummo levigati e duri. Torna presto amico inverno, tu che ci eviti impietosi confronti e gesti atletici in cui pur un tempo eccellemmo, e magari, in qualche caso, fummo primi, ma che adesso rivelano solo la nostra ansiosa goffaggine. Torna presto pietoso inverno, perché nel tuo ventre buio e alla tua incerta luce si possa nascondere ancora una volta, agli altri, ma soprattutto a noi stessi, la scandalosa verità: che siamo venuti vecchi”.

Esserci salvati dall’estate, tornare alle usate opre, per quanto si siano ridotte al minimo, per noi è un sollievo. Eppure, nonostante tutto, c’è un forte sentimento di malinconia nel veder morire lentamente l’estate. Io vorrei che fosse subito inverno e che mi fosse risparmiata l’agonia dell’autunno. Detesto l’angosciante lunghezza delle malattie terminali, detesto gli addii che si allungano come degli elastici.

Se l’estate, come la vita, ha da morire, lo faccia subito e presto. “L’estate sta finendo e un anno se ne va”.

Ma quel conflitto non riguarda soltanto Berlusconi

 

“L’Italia ha bisogno di una seria legge sul conflitto di interessi, con una contestuale riforma del sistema radiotelevisivo improntato alla tutela dell’indipendenza e del pluralismo”

(dalle Linee di indirizzo programmatico del governo Conte II, punto 11)

 

Mentre il nuovo governo giallorosso inserisce nel suo programma il buon proposito di disciplinare il conflitto d’interessi, insieme a una riforma del sistema radiotelevisivo, fa specie leggere su un glorioso giornale regionale del gruppo Gedi (Fiat-De Benedetti), come Il Secolo XIX di Genova, un articolo intitolato “Norme attese da 25 anni. Ma con il Cav. ai margini sarebbe accanimento”, a firma di Marcello Sorgi. La tesi dell’autore, e non è l’unico a sostenerla, è che l’idea di introdurre una nuova legge in materia “sembra un po’ sparare sulla Croce rossa”. Ma in realtà il conflitto d’interessi (al plurale, interessi politici e interessi economici) non riguarda e non ha mai riguardato soltanto Silvio Berlusconi. Né l’eventualità che in futuro alle elezioni si candidi Urbano Cairo, patron della rete La7 e del Corriere della Sera. Riguarda piuttosto un principio basilare di democrazia economica che vale erga omnes, nei confronti di chiunque si trovi – appunto – ad avere interessi in conflitto fra loro.

A suo tempo, sarebbe dovuto valere anche per Susanna Agnelli, sorella dell’Avvocato, azionista della Fiat e del giornale di famiglia La Stampa, quando girava il mondo per conto del governo italiano come ministro degli (Affari) Esteri. E oggi, si ripropone per la Casaleggio Associati, a causa dei rapporti opachi fra la piattaforma Rousseau e il Movimento 5 Stelle.

Quello di Berlusconi era e rimane, però, un caso del tutto speciale. Il suo conflitto originario derivava dalla condizione di essere contemporaneamente un tycoon e un parlamentare, capo di un partito o addirittura del governo. Sua Emittenza aveva e ha tuttora lo “status” di concessionario pubblico, perché controlla un gruppo che ha un contratto con lo Stato per l’affitto delle frequenze (pubbliche) su cui trasmette i programmi televisivi delle sue reti (private) e attraverso cui raccoglie la pubblicità. Non c’è, dunque, nessun “inspiegabile accanimento” personale.

Tanto più sorprende che a trascurare questo elemento sia una testata genovese che, su un piano analogo, ha sperimentato sulla pelle della sua città la tragedia del crollo del ponte Morandi, anch’esso affidato in concessione a una società privata (gruppo Benetton). Non a caso lo stesso programma di governo, dopo aver annunciato che “occorre tutelare i “beni comuni”, aggiunge: “Anche le nostre infrastrutture sono beni pubblici ed è per questo che occorre avviare la revisione delle concessioni autostradali”.

La verità è che la legge sul conflitto d’interessi, varata nel 2004 dal centrodestra e concepita dall’allora ministro Franco Frattini, era una legge ad personam nel senso che era ritagliata su misura a favore di Berlusconi. E per di più, fu neutralizzata dal combinato disposto con la legge Gasparri sulla riforma televisiva e soprannominata perciò dal sottoscritto “legge Frasparri”. Tant’è che anche l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa criticò pubblicamente quel provvedimento, esprimendo il timore che potesse ledere il pluralismo dell’informazione.

Passano gli anni, crollano i ponti, cambiano le maggioranze e i governi, ma la storia è sempre quella. E per quanto Berlusconi abbia imboccato il viale del tramonto, come scrive l’autore dell’articolo sul Secolo XIX, il suo conflitto d’interessi rimane. Ma lui, con il dovuto rispetto per l’età, tutto è tranne che la Croce rossa.

Una speranza in più: la sanità di sinistra

Speranza alla Salute, che sembra una frase pronunciata durante un brindisi, potrebbe rivelarsi la scelta giusta. Anche se Roberto Speranza di Leu non è un medico (è laureato in Scienze politiche), attingendo alla sua identità di sinistra può fare bene al ministero della Salute, che fosse per noi si chiamerebbe ancora Alto Commissariato per l’Igiene e la Sanità pubblica come nel ’45, o almeno ministero della Sanità com’era prima che Bassanini e poi Berlusconi ci mettessero mano armati di neoliberalismo smart.

Non gli sarà difficile sostituire la gassosa Grillo, né tantomeno la ineffabile Lorenzin, diplomata classica alfaniana quindi de iure ministro della Salute di ben tre governi di centro-sinistra (Letta-Renzi-Gentiloni), ricordata per il Fertility Day per dare figli alla Patria e i 208 esami medici, prima gratuiti, tagliati durante il governo Renzi.

Ma Speranza dovrà rispondere a queste domande: la Sanità è ancora pubblica? La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti (art. 32 Costituzione)? Essere di sinistra conta qualcosa?

Ad esempio: Zingaretti, segretario del Pd ora al governo, ha festeggiato a fine luglio la fine del suo mandato come Commissario straordinario per la Sanità del Lazio risalente al 2007 annunciando “la scomparsa del disavanzo finanziario”. Peccato che per risanare il deficit delle strutture ospedaliere abbia adottato il modello sanitario lombardo di Maroni: ricoprire di soldi gli ospedali privati, specie cattolici (Policlinico Gemelli, Campus Biomedico, Bambino Gesù), a scapito di quelli pubblici, falcidiati dai tagli alla spesa. San Camillo, Tor Vergata, San Giovanni, Policlinico Umberto I sono letteralmente allo sfacelo. I medici che vanno in pensione non vengono sostituiti: si preferisce eliminare l’unità che guidavano. Il “piano di assunzioni” è in realtà una stabilizzazione dei precari. All’Umberto I, dove molti approdano dopo peregrinazioni da altre strutture o regioni, un paziente con trauma cranico può restare anche 6 giorni su una barella nella “piastra” del pronto soccorso, dove un medico solo può trovarsi a gestire 20 pazienti, prima di essere ricoverato.

I ginecologi obiettori di coscienza in Italia (quelli che è meglio non incontrare di turno se si vuole godere del diritto stabilito dalla legge 194 sull’interruzione di gravidanza) sono il 68,4% del totale. Nel Molise è obiettore di coscienza il 93,3% dei medici, nella provincia di Bolzano il 92,9%, nel Lazio l’80%. Si parla tanto di Lea, Livelli essenziali di assistenza: se fossero davvero garantiti, non ci sarebbero transumanze da una regione all’altra per curarsi e curare i propri figli (colpa nostra: Renzi&Boschi ci avevano promesso il Bengodi della Sanità se avessimo votato Sì al loro referendum). In breve: chi è ricco guarisce, chi è povero muore. Entro il 2028 saranno andati in pensione 80.676 medici tra medici di base e ospedalieri (dieci giorni fa Giorgetti, quand’era ancora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha detto che nessuno va più dal medico di base, ergo bisogna puntare sui privati). Le élite baronali impediscono il ricambio generazionale; il numero chiuso a Medicina blocca l’accesso agli studi; non si insegna Educazione medica a scuola (ma si possono usare i cellulari, un lascito di Valeria Fedeli, diplomata assistente sociale quindi ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nel governo Gentiloni). Uno dei dipartimenti del ministero è intitolato a Sanità pubblica veterinaria, nutrizione e sicurezza degli alimenti. Quanto alla prima, l’unico ad aver parlato di diritti degli animali e di cure sanitarie gratuite o detraibili per gli animali d’affezione è stato Berlusconi, ivi trascinato dalla simpatica Brambilla e dalla patinatura che gli agnellini allattati in giardino hanno dato alla sua immagine. A fronte di pubblicità martellanti di cibo e oggettistica per cuccioli trasformati in status symbol da borsetta, quando un animale sta male ci si deve affidare ai privati succhiasoldi o a cliniche-lager dove sono trattati alla stregua di polli da allevamento o vitelli destinati alla macellazione, altro sadismo che ci consentiamo di perpetrare a nostro stesso scapito. È impensabile parlare di Sanità senza mettere fine alla gestione efferata degli allevamenti industriali.

Essere di sinistra vuol dire porre attenzione alla medicalizzazione della società a beneficio delle case farmaceutiche globali, alla salute dei migranti internati nei Cie, all’iniquità sociale che giustifica una sperequazione nelle cure tra regioni e tra ceti. Non è obbligatorio conoscere Marx per sapere che è impossibile tutelare la salute dei cittadini senza ripristinare la giustizia sociale perché non siano considerati solo lavoratori e consumatori, o aver letto Feuerbach per sapere che siamo quello che mangiamo; ma magari aiuta. Speriamo.

Roma, Raggi ingaggia il vignettista Marione per gli studenti

Il vignettista Mario Improta, in arte “Marione”, considerato da tempo vicino al Movimento 5 Stelle ha ricevuto nei giorni scorsi un incarico a titolo gratuito della durata di sei mesi dal Comune di Roma, sottoscritto dalla prima cittadina Virginia Raggi. Marione, si legge nel disciplinare d’incarico sul sito del Comune, collaborerà a titolo gratuito “in ordine allo sviluppo di innovativi modelli informativi anche attraverso l’utilizzo del linguaggio e dei mezzi espressivi propri della fumettistica, per promuovere fra gli studenti degli istituti scolastici romani la cultura della legalità e lo sviluppo della coscienza civile”.

“Collaborerò a titolo gratuito perché AMO Roma e, soprattutto, ADORO il mio Sindaco Virginia Raggi – ha scritto ieri sui social – cari hater, se vi sta scoppiando il fegato ne sono felice”. A gennaio del 2018, Improta era stato uno degli esclusi eccellenti dalle parlamentarie a Cinque Stelle (si votava per i candidati alle Politiche del 4 marzo 2018). La sua più recente iniziativa era stata una petizione lanciata dal suo pubblico su Change.org per chiedere di dirigere un programma di informazione sulla Rai che ha raggiunto poche migliaia di sottoscrizioni.

Così B. si tiene l’organo (di stampa) di garanzia

Ora che i “comunisti”, come è solito appellarli da tempo immemore, sono tornati al governo, il padre-padrone di Forza Italia, Silvio Berlusconi, riscopre l’utilità di avere il megafono di casa. Secondo quanto riportato da Milano Finanza nei giorni scorsi, mister B. avrebbe congelato la vendita de Il Giornale, l’organo di famiglia posseduto in via indiretta dal fratello, attraverso la Pbf con il 57% del capitale e la sua Mondadori con il 36,8%. Segno dei tempi.

Preoccupaevidentemente l’impatto del Governo giallo-rosso sugli affari della galassia, con il rispolvero della legge sul conflitto d’interessi e su un eventuale riassetto del sistema televisivo. Una preoccupazione che soverchia ogni considerazione di tipo economico sulle sorti del giornale. Testata che ha i conti a picco e diffusioni a precipizio. L’anno scorso la Società Europea di Edizioni, che edita il Giornale, ha chiuso con una perdita secca di 9,6 milioni su un fatturato in calo a 27,5 milioni dai 32 milioni del 2017. La perdita si cumula con quella del 2017 di 6,5 milioni. E di fatto costringe per l’ennesima volta gli azionisti a ricapitalizzare. Dopo l’aumento di capitale per oltre 5 milioni nel 2017 anche nel 2018 Paolo Berlusconi e Mondadori hanno messo mano al portafoglio con un versamento di altri 7,7 milioni. Il tutto per tenere in piedi un organo di informazione che brucia capitale ogni anno che passa. Anche il 2019 dovrebbe chiudere in forte perdita.

Una via crucis che va di pari passo con la caduta delle vendite in edicola e la contrazione della pubblicità. In solo 2 anni, i ricavi del Giornale sono scesi del 30% con il venduto in edicola arrivato a giugno di quest’anno a 43mila copie. Un lento inesorabile declino che si accompagna al lento decadere politico di Silvio Berlusconi e della sua Forza Italia a favore di una destra più aggressiva con i lettori che hanno abbandonato il Giornale a favore de La Verità di Belpietro o di Libero di Feltri. Tenere in piedi una testata che segna perdite per il 30% dei suoi ricavi è una follia imprenditoriale, tanto che la decisione di sbarazzarsene era stata presa da tempo. Del resto nel bilancio della PBf la crisi del Giornale pesa eccome. La See, la società che edita la testata, era iscritta a un valore di 57 milioni solo qualche anno fa. Nel 2017 il valore era già stato svalutato a poco più di 15 milioni. Evidentemente avere un megafono, ora con un governo “nemico”, prevale su ogni ragionamento economico. Per uno degli uomini più ricchi e liquidi d’Italia quei pochi milioni di oneri da pagare come editore sono peanuts, bruscolini. In pratica, tenere un giornale in perdita ha un costo che è più che ripagato dai benefici indiretti del controllo di un organo di informazione.

Ma anche la famiglia Berlusconi quando di tratta di ristrutturare e di usare denaro pubblico non si fa scrupoli. E l’accetta si è abbattuta sui giornalisti.

A fine luglio è stato firmato un accordo di solidarietà che prevede il taglio del 21% medio della retribuzione per due anni con astensione dal lavoro per 4/5 giorni mese. Equivale a esuberi per 14 giornalisti su 59. Ma nel corso della lunga trattativa, più di una decina di giornalisti è uscita con incentivi all’esodo. La solidarietà, che è in parte pagata da Inpgi e Inps e quindi dai contribuenti, avrebbe dovuto scendere in virtù delle uscite volontarie. Ma l’azienda ha imposto ugualmente – minacciando misure più drastiche come la Cassa integrazione – tale entità del taglio approfittando dei contributi degli enti di previdenza. Quando c’è da risparmiare, il pur ricchissimo Berlusconi non si tira certo indietro.