“Terroni”, “mafiosi”, “Addams”: i fogli di destra l’han presa bene

Tra Vittorio Feltri (Libero), Maurizio Belpietro (La Verità) e Alessandro Sallusti (Il Giornale) ieri c’è stata una gara spettacolare per salutare nel modo migliore il Conte 2. A differenza della sinistra salviniana del gruppo Espresso-Repubblica che esibisce un lutto cimiteriale per il nuovo governo; i tre direttori della nostra sobrissima destra hanno sparato pirotecnici fuochi. Memorabili pagine sulle piaghe bibliche che provocherà il Conte 2: immigrati e clandestini che fanno festa e ci invadono; vescovi ubriachi che brindano al ritorno dei comunisti al governo; tasse e patrimoniale sulla casa; intercettazioni a gogò; lassismo nella sicurezza (che vorrà mai dire: Lamorgese disarmerà la polizia?); il ministero della Famiglia al partito di Bibbiano rappresentato da una scout pro-gay; i giallorossi a tavola per abbuffarsi di poltrone; Saviano che vuole legalizzare la cocaina; l’Europa che vuole spolparci grazie a quell’euroinomane di Gualtieri; il governo che sembra la famiglia Addams; il governo dei terroni; la sinistra che è una cupola mafiosa; una nuova persecuzione degli ebrei. L’hanno presa davvero bene. Sul serio.

La Rai pensa al riconteggio per liberarsi di Foa

Ora che anche in Rai si sta delineando una nuova maggioranza, con la trasmigrazione in Viale Mazzini dell’alleanza Pd-5Stelle, il problema principale ridiventa l’ingombrante presenza di Marcello Foa. Contro di lui partirà un attacco per spodestarlo dalla presidenza. E l’uovo di colombo passa per la commissione di Vigilanza e il controllo delle schede. All’interno del Cda Rai, infatti, dopo la nascita del nuovo governo Conte, in queste ore si sta delineando un nuovo asse con Rita Borioni (Pd), Beatrice Coletti (M5S), Riccardo Laganà (espressione dei dipendenti) e Fabrizio Salini, da una parte, e Giampaolo Rossi (Fdi), Igor De Biasio (Lega) e Marcello Foa, dall’altra. Quattro contro tre, ma con maggioranza ribaltata, facendo sponda con il consigliere eletto dai dipendenti, Laganà. “Non c’è nulla di ufficiale, per ora siamo solo alle chiacchierate informali, ma tra di noi si stanno registrando delle convergenze. Vedremo se ci sono i presupposti per lavorare insieme…”, racconta una voce all’interno del consiglio che si vuol tenere cauta. Addirittura qualcuno dice che pure Rossi per ora stia alla finestra. A essere isolati nella ridotta leghista sono invece De Biasio e Foa. E il presidente a fare un passo indietro non ci pensa proprio. Per questo all’interno di Pd e M5S si sta ragionando su come toglierselo di torno. “Quella del presidente della Rai è una carica di garanzia. E Foa in questi mesi ha dimostrato di essere tutto tranne che un presidente di garanzia. Se ora diventasse un presidente di opposizione, sulle barricate, sarebbe un danno per l’azienda”, si dice dentro il Pd. Quindi o si azzera l’intero vertice Rai (cosa ancora non del tutto esclusa) oppure i due partiti di maggioranza dovranno trovare il modo di “liberarsi” del presidente. E la soluzione più indolore la offre la sua elezione. Che, secondo il Pd, è stata irregolare.

Foa è stato eletto presidente in seconda battuta (la prima volta il suo nome non passò) quasi un anno fa, il 26 settembre 2018, con 27 voti a favore e 3 contro, centrando il quorum dei due terzi previsto in Vigilanza. Secondo il Pd, però, due schede erano da invalidare perché rese riconoscibili. “Da subito chiedemmo l’accesso agli atti, che non ci è mai stato concesso. Ora, se M5S è d’accordo, torneremo a chiederlo: così si potrà stabilire che l’elezione di Foa è stata illegittima”, spiega il dem Michele Anzaldi. La decadenza da presidente per irregolarità nel voto toglierebbe le castagne dal fuoco ai partiti, che se la caverebbero derubricando la questione a “tecnica” quando invece il tema è tutto politico. Le altre strade, più difficili, sarebbero una sfiducia al presidente da parte ministero del Tesoro o una mozione di sfiducia votata in Cda (piano B in caso di flop della Vigilanza). Insomma, per Foa si annunciano giornate difficili. E che l’aria a Viale Mazzini sia già girata in chiave anti-Lega trova conferma nella cancellazione della striscia quotidiana di Monica Setta su Raiuno e sull’arrivo di Alessandro Banfi a La vita in diretta solo come consulente e non come capo autore, come previsto in un primo momento. Due cose volute e ora negate (da Salini) a Teresa De Santis.

Lazio e Umbria, Pd e 5Stelle ora hanno aperto i tavoli

Il governo degli opposti ora c’è, carne e sangue, primi annunci e prime polemiche. Il mondo si è ribaltato in Parlamento e il Pd già chiede, pretende che il Movimento si presti ad alleanze per le Regionali che sono già imminenti o rafforzi maggioranze nate zoppe. Per esempio nel Lazio, la regione di Roma, dove la sindaca Virginia Raggi e i dem si stanno guardando negli occhi dopo oltre tre anni di guerra. Anche se trasportare l’alleanza di governo sui territori è molto complicato. Magari un po’ meno nel Lazio, dove il governatore, il segretario dem Nicola Zingaretti, ha dovuto spesso contrattare temi e provvedimenti con il M5S capeggiato da Roberta Lombardi, perché dalle urne del marzo 2018 era uscito senza maggioranza, un vuoto colmato con due transfughi del centrodestra.

Ma adesso che due assessori, Gian Paolo Manzella e Lorenza Bonaccorsi, sembrano destinati a essere promossi come sottosegretari (ma sulla renziana Bonaccorsi, dicevano ieri fonti dem, ci sono meno certezze) il Pd pensa a un segnale concreto per il Movimento. Cominciando con il sostituire almeno uno dei assessori con un tecnico “condiviso” con i Cinque Stelle, così da farli entrare in via indiretta in giunta. Mentre dentro e fuori la Regione è tutto un vociferare dell’offerta di un ruolo di peso a Roberta Lombardi, la capogruppo del M5S alla Pisana, la grillina dello streaming con Pier Luigi Bersani. Certo, dal Pd smentiscono, netto. E poi c’è Lombardi, che al Fatto nega: “Non mi è arrivato nulla”. Però il treno della trattativa si sta muovendo, almeno sui tecnici da far entrare in squadra. Mentre per qualcosa di diverso il Movimento vuole aspettare. “Vogliamo vedere che segnali darà il Pd di governo, che manovra economica si riuscirà a fare” osserva la capogruppo.

È la linea del M5S, attendere per capire come si comporteranno i dem a livello nazionale. Anche se il tempo è pochissimo, perché in Umbria si voterà già a fine ottobre, e il commissario umbro del Pd Walter Verini non smette di proporre l’alleanza con il “progetto civico” a cui lavorano i dem. Perché le nuove regole votate a luglio sul web consentono al Movimento di “sperimentare” solo accordi con liste civiche, e lo ha ricordato tre giorni fa il capo politico Luigi Di Maio, che potrà proporre queste intese al voto sulla piattaforma Rousseau. Tradotto, i democratici dovranno togliere il simbolo e infarcire le liste di esterni per portare al tavolo il M5S. E magari fare anche altro, come suggerisce Lombardi: “In Umbria potrebbe essere il Pd ad appoggiare un nostro candidato radicato sul territorio. D’altronde noi 5Stelle siamo civici di partenza, direi di natura…”. L’idea, insomma, è ribaltare il paradigma. Ma per arrivarci prima bisogna ragionare, a fondo. Anche dentro i 5Stelle. E infatti la capogruppo rilancia: “Dovremmo trovare un luogo dove discutere di un tema come eventuali accordi sui territori, dove confrontarci anche sull’organizzazione che vogliamo darci. Siamo entrati in una fase diversa, e lo testimoniano i post di Beppe Grillo sulla progettualità”.

L’indicazione di una rotta, per Lombardi: “Serve un rapporto diverso con il Pd, una pacificazione. E questo deve avvenire anche per quanto riguarda Roma e i suoi problemi”. Il nodo Capitale, che fa rima con rifiuti. La prima, eterna urgenza per la sindaca Virginia Raggi, che dopo anni di scontri con Zingaretti ora spera nella tregua, e nella collaborazione reciproca. Non solo con la Regione Lazio, ma anche con le altre giunte dem, a cui Roma chiede di raccogliere parte dei suoi rifiuti, almeno finché non verrà migliorata la situazione degli impianti. “Abbiamo una maggioranza stabile, ci aspettiamo dal Pd un’opposizione costruttiva” dicono dal Campidoglio.

E sullo sfondo ci sono le elezioni suppletive per eleggere il sostituto alla Camera del neo-commissario europeo Paolo Gentiloni, eletto nel collegio di Roma centro. Si voterà tra febbraio e marzo, e fonti del Movimento già guardano lungo: “Se si riuscisse a lavorare assieme, sarebbe più facile non farsi male nelle urne e fare un unico argine a Matteo Salvini anche in quel collegio”. Perché le cose si muovono, eccome.

“L’Italia si è mossa bene: bisogna fare coalizione”

Quando si parla di alchimie politiche, elezioni (magari anticipate) e governi di coalizione, Spagna e Italia si chiamano l’una con l’altra. Nel Paese iberico, la sinistra radicale di Podemos è impegnata da mesi in una estenuante trattativa con i socialisti del Psoe per tentare di formare un governo. In Italia, l’esecutivo appena nato e pronto a passare l’esame dell’aula è frutto di un accordo tra M5S – che sembra avere diversi punti in comune con il partito spagnolo guidato da Pablo Iglesias – e il Pd, membro della famiglia socialista europea di cui fa parte anche il leader iberico Pedro Sanchez.

Íñigo Errejón, 36 anni, ha fondato Podemos nel 2014 e ne è stato per anni segretario politico e portavoce. Fino alla rottura con Iglesias, all’inizio di quest’anno (“idee diverse della sinistra”, precisa Errejón, “la mia è larga e trasversale”) e alla sua adesione al movimento Mas Madrid, che fa capo alla sindaca della Capitale spagnola Manuela Carmena. Lo incontriamo a Roma, dove è venuto per partecipare alla scuola di politica di ritorno alle Frattocchie – storica sede della formazione dei quadri dirigenti del vecchio Pci – fortemente voluta da Stefano Fassina.

Quando arriva da noi, il governo è appena fatto. Le piace quest’intesa giallorossa?

Di sicuro sono contento che Matteo Salvini e gli altri esponenti della Lega non stiano più al loro posto. L’aver fermato la loro politica è già da solo un elemento positivo. Però…

Dica pure.

Spero non si tratti di un modo per perdere tempo per andare con alleanze diverse alle prossime elezioni.

Sta dando un consiglio?

Non voglio insegnare nulla a nessuno, ma direi che è necessario “ristrutturare” la società italiana. Mi spiego: Salvini in Italia – come Vox in Spagna – è un sintomo di come le nostre società sono spezzate, in preda alla sfiducia e percorse da una costante precarietà. Abbiamo tutti bisogno di ricostruire una comunità. Salvini ha fatto male quando ha diretto il disorientamento e la frustrazione delle persone contro i più deboli.

Le sue parole suonano anche come una critica nei confronti della cultura di sinistra.

Io sono certamente di sinistra. Ma quello che una parte di noi non ha capito per lungo tempo è che la gente comune chiede sicurezza. Attenzione, non sto parlando di più polizia o repressione, ma del bisogno di non essere precari. A noi tocca ricostruire quanto il neoliberismo ha distrutto. E di nuovo, il fenomeno Salvini è stato possibile soltanto perché la società era stata lacerata dalle politiche neoliberiste.

La prospettiva di un governo sovranista di destra è stata una delle ragioni per cui il Conte 2 è andato in porto. In Spagna c’è il pericolo Vox: perché non è sufficiente per formare una coalizione Psoe-Podemos?

La ragione più evidente è la sfiducia reciproca. Se però si continua con questo tira e molla, si rischia di dover tornare al voto. Sarebbe la quarta volta in tre anni, e nella migliore delle ipotesi, dopo le urne ci si trova con gli stessi risultati. Oppure con la vittoria di una coalizione conservatrice trainata però dall’estrema destra di Vox.

Ci vorrebbe un accordo. Come in Italia.

Il vostro Paese è diventato un laboratorio per la politica europea, sia nel bene che nel male. Sta di fatto, che anche a Madrid, un governo di coalizione è assolutamente necessario.

A proposito di governi e di Europa, la Commissione Von der Leyen vedrà la luce tra pochi giorni. Quali sono le priorità per l’Ue?

Il passaggio dall’unione monetaria a quella fiscale, l’integrazione delle regole sul lavoro e welfare attraverso una carta sociale dei diritti. E poi c’è il tema della democratizzazione delle istituzioni europee, che passa a mio avviso attraverso il recupero della sovranità dei governi nazionali e l’integrazione di Stati sovrani.

M5S e Verdi si parlano: “Ora Salvini non c’è più”

La Lega non è più il loro alleato, il contraente di governo che per i progressisti europei valeva come la prova di un contagio. E allora il matrimonio che i Cinque Stelle europei avrebbero voluto celebrare già cinque anni fa, quello con i Verdi, diventa improvvisamente possibile. Perché il M5S ha virato a sinistra, e poi perché all’orizzonte c’è sempre quella parola che fa rima con cambio di era, la Brexit. Ossia la Gran Bretagna saluterà l’Unione, e per il Gruppo dei Verdi-Alleanza libera per l’Europa significherà perdere gli 11 eletti britannici, ovvero consistenza e peso politico. E, non è un affatto un dettaglio, i fondi. Anche per questo tornerebbe utile allearsi con i 14 eletti del M5S, con cui c’erano stati prolungati contatti anche prima delle urne del 26 maggio. Senza esito, per i dubbi innanzitutto dei Verdi tedeschi, di gran lunga la delegazione più numerosa e influente del gruppo, che aveva ritenuto un nodo insuperabile l’alleanza dei 5Stelle in Italia con il Carroccio. Mentre dai francesi erano arrivati segnali d’apertura. Ma ora il quadro è cambiato. Così fonti del Movimento assicurano: “Siamo pronti a un confronto serio, leale e costruttivo con i Verdi. Con loro abbiamo punti in comune, come dimostra il lavoro della scorsa legislatura, e innegabili affinità politiche su svariati temi: difesa dell’ambiente, energie rinnovabili, lotta all’austerità e acqua pubblica”. E al Fatto Ignazio Corrao, uno dei veterani del gruppo a Bruxelles, rafforza il concetto: “Entrare nel gruppo dei Verdi è la soluzione migliore, la più logica, perché portiamo avanti da sempre le politiche a tutela dell’ambiente. Ora che è caduta la pregiudiziale della Lega ci auguriamo che si possa accelerare il tavolo”.

Dall’altra parte della barricata, anche se la trattativa non è ancora partita, il segnale più forte è arrivato ieri pomeriggio dal co-presidente del gruppo Philippe Lamberts, che può vantare un’esperienza decennale all’interno del Parlamento Europeo: “Siamo pronti al dialogo perché il grande ostacolo che rendeva impossibile la cooperazione, l’alleanza con la Lega, ora è venuta meno”. Un’apertura condizionata (“Questo non significa che siano state rimosse tutte le difficoltà” ha puntualizzato Lamberts) che molti nel M5S interpretano come l’avvio di un flirt che potrebbe sfociare in matrimonio.

Eppure, nel gruppo dei Verdi europei restano le diffidenze dei tedeschi ma soprattutto degli italiani. I primi non avrebbero accettato di buon grado il voto decisivo dei 14 europarlamentari pentastellati per eleggere Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione (i Verdi hanno votato contro) mentre il gruppo degli italiani – sebbene non rappresentati nell’emiciclo di Strasburgo – è ancora piuttosto scettico: “Il fatto che non ci sia più un governo con la Lega non elimina tutti i problemi di un’intesa con i 5 Stelle – dice al Fatto l’altra co-presidente dei Verdi europei, Monica Frassoni – perché tra noi e il M5S ci sono ancora dei punti di divergenza: la loro concezione della democrazia eterodiretta e le ambiguità su immigrazione, rapporti con la Russia e diritti civili”. Però – nonostante da Roma i portavoce dei Verdi Elena Grandi e Matteo Badiali si dicano “assolutamente contrari” – nemmeno Frassoni chiude la porta a un possibile accordo con i 5 Stelle. In primo luogo perché “con loro abbiamo sempre dialogato e trovato accordi sui temi ambientalisti”, e poi perché i Verdi preferiscono sicuramente il nuovo governo giallorosso rispetto al precedente. “Non ci piace che Di Maio sia ancora nell’esecutivo e che ci siano alcuni ministri, come la De Micheli alle Infrastrutture, favorevoli alle grandi opere – continua Frassoni – ma siamo contenti che al governo non ci sia più Matteo Salvini e speriamo di poter dialogare sui temi ambientali con la nuova maggioranza”. E i primi due punti sono già lì sul tavolo: il famoso Green New Deal entrato nel programma di governo giallorosso e il piano “Clima ed Energia” che ogni governo deve presentare alla Commissione entro l’anno, secondo gli accordi di Parigi. Per questo la strada è “complicata” ma non impossibile: “Sono d’accordo con Lamberts – conclude Frassoni – anche se per adesso non c’è stato alcun avvicinamento, noi siamo sempre pronti al dialogo”.

Gentiloni in Europa: trattative incrociate per il “conte” Dem

Paolo Gentiloni, a Bruxelles, si muove a suo agio, come del resto ovunque. Il presidente del Pd (che magari, come scrive l’Avvenire, potrebbe essere rimpiazzato da Matteo Renzi) e neo commissario italiano nel “governo” europeo ha incontrato ieri la presidente Ursula von der Leyen per un incontro di un’ora definito molto amichevole e di grande afflato.

A mostrare il senso dell’incontro lo stesso Gentiloni, che ha pubblicato sul proprio profilo Instagram la foto di lui e della presidente tedesca davanti a una foto del Trattato di Roma, l’atto fondativo della Comunità europea, poi diventata Unione. E quell’immagine sembra dire all’Italia “finalmente siete tornati alle vostre origini”, Paese fondatore e pilastro della costruzione comunitaria.

Gentiloni esprime chiaramente questa vocazione e certo non guasta il plauso dell’Osservatore Romano, ieri mattina, al governo Conte e in particolare alla nomina dell’ex premier italiano.

Il commissario italiano si sta preparando per la poltrona degli Affari economici, che Giuseppe Conte ha concordato direttamente con Von der Leyen. La parola fine, ovviamente, non è detta: in mattinata il Financial Times ipotizzava che per l’Italia si sarebbe aperto il portafoglio della Concorrenza e, come osserva uno che l’Europa la conosce bene, Romano Prodi, le manovre a Bruxelles sono tante e complesse e fino all’ultimo minuto non si può scrivere la parola fine.

A ostacolare la strada all’Italia per l’incarico che oggi è detenuto da Pierre Moscovici e che è deputato a sorvegliare i bilanci degli Stati membri, quindi anche quello italiano, sembrano esserci soprattutto Belgio e Finlandia che puntano allo stesso incarico. Ma il Belgio ha già ottenuto la presidenza del Consiglio con Charles Michel, mentre la Finlandia non va sottovalutata avendo già ricoperto per due volte (con Olli Rehn e Jyrki Katainen) quell’incarico insieme a un pugno di Stati: Germania, Francia, Danimarca, Spagna ed Estonia. Helsinki, non a caso, ha nominato una figura adeguata come la ministra delle Finanze, Jutta Urpilainen.

Poi c’è da seguire anche la spartizione politica tra le grandi famiglie europee: i socialisti, i popolari e i liberaldemocratici. Questi ultimi dovranno avere senz’altro un ruolo di peso economico, ma la loro candidata di punta, Margrethe Vestager, dovrebbe occuparsi dell’economia digitale, mentre l’altro first vicepresidente, il socialista Franz Timmermans, dovrebbe accontentarsi di energia ed economia verde. Anche la Urpilainen è socialista e dunque la competizione con Gentiloni è pienamente in atto. Per l’Italia, in alternativa agli Affari economici, si parla della Concorrenza – già ricoperta a suo tempo da Mario Monti – che però sembra interessare anche alla Francia e poi il Commercio, probabilmente più in sintonia con le caratteristiche politiche del profilo di Gentiloni che non ha alcuna competenza economica specifica.

In ogni caso, l’ex presidente del Consiglio dem potrebbe caricarsi un peso non irrilevante andando a occupare un posto come quello agli Affari economici.

L’economia europea arranca e ieri i dati tedeschi sulla produzione nel mese di luglio hanno dovuto registrare un arretramento del 4,2%. La recessione tedesca fa paura e autorizza a confidare in margini più ampi per politiche di bilancio. La Germania, per recuperare ha bisogno di far ripartire le esportazioni e una capacità di spesa dei propri partner europei sarà importante. Ma potrebbe anche farsi bastare l’allentamento monetario che la neo-presidente della Bce, Christine Lagarde, ha già annunciato. E poi, in passato, la Germania ha dimostrato di affrontare i propri squilibri interni agendo sul costo del lavoro e quindi sulla compressione dei salari più che sul bilancio.

L’Italia, di una ripresa della Germania, ha comunque estremamente bisogno facendo parte in modo permanente della catena del valore allestita dall’industria tedesca.

I dati sulle vendite al dettaglio diffusi ieri dall’Istat confermano il proseguimento di una fase di stagnazione: nel secondo trimestre, il Prodotto interno lordo (Pil), corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, si è mantenuto sugli stessi livelli dei tre mesi precedenti.

Il nuovo governo sta diffondendo fiducia e ottimismo, soprattutto sui mercati finanziari con uno spread attorno a 150, che potrebbe valere circa 3 miliardi di risparmi sugli interessi pagati sui titoli di Stato per il 2019. Ma perché la fiducia duri occorrono risultati più concreti.

L’uomo di Putin e l’italiano. Mail, incontri e contatti

Compare un italiano nel nuovo Russiagate. Si chiama Maurizio Paolo Bianchi, ha 59 anni ed è di origini abruzzesi. Secondo le leggi statunitensi rischia 10 anni di carcere. È al centro dell’intrigo che turba i rapporti tra Putin e Trump, e vede il neonato governo Conte II arbitro di una rognosa querelle di spionaggio commerciale internazionale ai danni della General Electric (Ge), il gigante tecnologico americano vittima del furto dei segreti di un motore civile che potrebbe essere riadattato ed utilizzato in ambito militare.

Le accuse raccolte dal Fbi e formalizzate dallo Stato dell’Ohio indicano in Bianchi il presunto complice di Alexandr Korshunov, direttore sviluppo affari della Odk-Uec, l’azienda statale russa del settore aerospazionale, concorrente di General Electric in un mercato mondiale dominato dai colossi. Korshunov è in carcere dal 30 agosto a Poggioreale – ma la notizia è stata resa nota dai media russi solo il 5 settembre – in applicazione di un mandato di cattura eseguito dall’Interpol, con un’incriminazione per cospirazione e spionaggio industriale che riguarda il manager russo e il professionista italiano a piede libero. La denuncia, fondata su sei anni di indagini del Fbi e riassunta in una deposizione giurata dell’agente speciale Michael Runners, ha raccolto le prove di mail, incontri e contatti tra Korshunov e Bianchi.

Per capire la natura dei rapporti tra i due protagonisti di questa spy story bisogna fare un passo indietro e spiegare chi sono e cosa fanno. Korshunov, amico di Putin, dipendente di una società statale russa e prima in servizio al ministero degli Affari Esteri, è un manager di Uec che comprendeva una società controllata di nome Aviadvigatel (una filiale della società statale russa). Società, quest’ultima, inserita dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti in un elenco di società non idonee a ricevere articoli soggetti all’amministrazione delle esportazioni senza una licenza “per aver agito in contrasto con la sicurezza nazionale degli Usa”. Bianchi è stato l’ex direttore e responsabile affari in Cina, Russia e Asia di Avio Aereo (sedi a Torino, Brindisi e Pomigliano d’Arco), la filiale italiana di General Electric Aviation, uno dei principali fornitori mondiali di motori aeronautici, con sede in Ohio. In seguito è andato a lavorare per la società Aernova srl a Forlì, 100mila euro di capitale sociale, bilanci depositati fino al 2014, fallita nel 2017. “Aernova e Aviadvigatel – scrive il Fbi – avevano un contratto durante la condotta sotto esame” dell’inchiesta.

La prima traccia documentata dei contatti tra Bianchi e Korshunov risale a una mail del 26 aprile 2013. Domande per le quali “i ragazzi” chiedevano “chiarimenti”. La ricostruzione degli inquirenti americani colloca qui l’inizio del “lavoro” dell’italiano per conto del russo: “Assumere dipendenti attuali o ex della consociata italiana di Ge Aviation, per svolgere attività di consulenza relative ai cambi di accessori per motori a reazione”. I contratti di lavoro dei dipendenti in genere stabilivano che “i titolari di brevetti e proprietà intellettuale ottenuti a seguito del lavoro sono il Ministero dell’Industria e del Commercio della Federazione Russa”.

Korshunov avrebbe invece pagato gli impiegati per avere le informazioni sulle relazioni tecniche durante gli incontri nel giugno del 2013 al Paris Air Show a Le-Bourget, in Francia, e poi nel 2014 a Milano.

Il Fbi ha tenuto aperte per anni le indagini in modo da non bruciare fonti e coperture delle attività di controspionaggio. Scoprendo le tecniche attraverso le quali, secondo le ipotesi accusatorie, venivano carpiti i segreti industriali di Ge Aviation: i tecnici a libro paga della struttura messa in piedi da Korshunov li avrebbero utilizzati nei rapporti tecnici oggetto delle consulenze. Il lavoro si è concentrato sui cambi accessori realizzati dalla Avio Aero: i componenti esterni del motore che forniscono energia a sistemi come pompe idrauliche, generatori e pompe del carburante. Alta tecnologia ad uso civile, riconvertibile nel settore militare. Progetti tecnici con cifre da capogiro in ballo. Uno scambio di mail del maggio 2014 tra Bianchi e altri due professionisti, tra cui un altro dipendente Aernova, che citiamo solo come esempio, quantifica in 22 milioni di euro un piano di lavoro da sviluppare in diversi anni.

Resta in bilico la posizione di Korshunov. Mosca ha chiesto agli Usa di ritirare la richiesta di estradizione. Al ministero della Giustizia non risulta arrivata, ma dovrebbe avvenire a breve. Passerà per una decisione alla Corte di Appello di Napoli, entro 30 giorni, allungabili a 120. Korshunov intanto ha ricevuto la visita di una delegazione dell’ambasciata russa e per gestire la sua presenza sono state disposte misure speciali. In questi giorni il manager avrebbe incontrato anche un avvocato di nazionalità straniera. E attende notizie precise sul suo destino.

I dem offrono il Copasir a FI contro il pericolo Salvini

Sulla carta, Adolfo Urso di Fratelli d’Italia è favorito per la successione al vertice del Copasir dopo l’addio di Lorenzo Guerini nel frattempo promosso ministro della Difesa. Ma sulla carta soltanto.

Perché nonostante Urso sia già vicepresidente, nel comitato di palazzo San Macuto la partita dell’avvicendamento al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica pare molto più complessa. E legata a doppio filo alla fiducia che all’inizio della prossima settimana il governo Conte II dovrà incassare prima alla Camera e poi al Senato. Dove l’opposizione responsabile di Forza Italia, che ha deciso di non scendere in piazza insieme al partito di Giorgia Meloni, fa crescere le chance degli azzurri di prenotare la presidenza dell’organismo che per legge è attributo all’opposizione, nel quadro del bilanciamento dei poteri che assegna a Palazzo Chigi la delega ai servizi segreti: Forza Italia le stellette di opposizione a tutti gli effetti le ha, checché ne dicano Fratelli d’Italia e Lega. Lasperanza di poter spuntare la presidenza del Copasir c’è, ma è più forte il sospetto che alla fine andrà ai forzisti, come suggerisce qualcuno del Pd molto vicino a Guerini, che la vede così: “Puntare su un presidente di Forza Italia fa parte di una sorta di dialogo interreligioso”. Una formula che racchiude in sé la speranza che gli azzurri possano alla bisogna, farsi soccorso, per quanto discreto ed esterno, al nascituro governo. Ma Forza Italia per ora nicchia. “Del Copasir ne parleranno Berlusconi e Salvini”, dice Antonio Tajani che rinvia tutto a un incontro tra i due la prossima settimana. Mentre dalle parti di FdI non si molla sul nome di Urso, anche perché i forzisti già presiedono la Vigilanza Rai.

Anche nel M5S l’idea sarebbe piazzare al vertice del Copasir qualcuno che, tra le file del centrodestra, sia il più distante possibile da Salvini. “Leggo tanti retroscena giornalistici, sia chiara una cosa: il Copasir è una cosa molto seria, non una realtà da selfie, da dirette Facebook o da sfruttare per fare il solito teatrino della polemica politica”, la mette giù dura il M5S Antonio Zennaro.

A ogni buon conto, tra i parlamentari dem viene categoricamente escluso che a presiedere il Copasir – che ha la funzione di verificare, in modo sistematico e continuativo, che l’attività del Sistema di informazione per la sicurezza si svolga nel rispetto della Costituzione e delle leggi, nell’esclusivo interesse della Repubblica e delle sue istituzioni –, venga scelto un rappresentante della Lega. O addirittura il ‘Capitano’ in persona, che dovrebbe prima prendersi la briga di prendere il posto di uno dei suoi, Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera o Paolo Arrigoni, questore al Senato, che già siedono al Copasir. E poi cercare di raggranellare i voti che servono per essere eletto presidente magari mettendo sul piatto la rinuncia di tutte le presidenze attualmente attribuite alla Lega tra Camera e Senato. “La presidenza del Copasir è un delicato ruolo istituzionale la cui elezione prevede un accordo ampio tra le forze politiche, non possono esserci autocandidature”, taglia corto un altro membro del Copasir, Ernesto Magorno del Pd. Insomma per Salvini e i suoi una strada tutta in salita, non solo perché ancora pesa il rifiuto del capo del Carroccio di rispondere di fronte al Parlamento sul caso Metropol che i dem non hanno mai digerito. Ma anche a voler superare questo impiccio non da poco, su un patto tra gentiluomini che dovrebbe convincere Pd e M5S a fidarsi dell’eventuale promessa del capo della Lega a rinunciare alle presidenze delle commissioni in cambio del Copasir, nessuno è disponibile a scommettere un centesimo.

Russia e Cina, gli americani vogliono garanzie dal Conte II

Il governo Conte II riporta l’Italia all’antico dei robusti rapporti diplomatici e geopolitici con gli alleati europei e americani. Al momento più intenzioni che azioni, suggellate con la telefonata di Donald Trump a Giuseppe Conte e l’annuncio di un bilaterale a margine dell’Assemblea generale dell’Onu che si apre il 24 settembre a New York.

Il doppio segnale a Trump pervenuto giovedì, non soltanto per puro caso, ha coinciso con il giuramento di un esecutivo giallorosso o giallorosé, una maggioranza parlamentare mondata dai sentimenti non proprio atlantici dei leghisti: l’arresto a Napoli di Alexander Yuryevich Korshunov su richiesta di estradizione degli Stati Uniti, il russo accusato di aver tramato per sottrarre a un’azienda americana documenti riservati per la costruzione di motori aerei civili; l’esercizio dei poteri speciali (golden power), sancito nel primo Consiglio dei ministri, per verificare i contratti per lo sviluppo delle connessioni veloci a Internet, l’ormai famoso 5G, che coinvolgono i cinesi di Huawei, la multinazionale sospettata di spionaggio per i legami con il governo di Pechino.

I casi di Korshunov e di Huawei hanno innescato le reazioni furiose dello zar Vladimir Putin e del ministero degli Esteri di Pechino, epifenomeni di una diatriba più vasta che riguarda l’influenza di Washington su Roma e il costante tentativo di Russia e Cina di penetrare in un territorio Nato che ospita strategiche infrastrutture militari e di comunicazione. L’Italia è da sempre luogo di caccia per i russi e nondimeno per i cinesi e da sempre l’Italia ha garantito agli Usa una vigilanza adeguata per contrastare minacce straniere. La stagione gialloverde, con le tendenze russofile di Salvini (che s’è redento tardi) e gli eccessi cinesi dei Cinque Stelle (consigliati male), però, ha scalfito la fiducia di Washington nei confronti degli amici italiani. E Lewis Eisenberg, l’ambasciatore americano a Roma, è il primo testimone: in un anno e una manciata di mesi, per più di un’occasione, ha protestato con Palazzo Chigi e la Farnesina e redarguito in privato Di Maio e Salvini. Per la Russia e la Cina, ovvio. Adesso gli americani, che non si fanno abbindolare dai proclami, s’aspettano il succitato ritorno all’antico di Roma. Come? Bloccare l’avanzata dei cinesi di Huawei sul 5G; sfruttare la sicurezza cibernetica per proteggere i dati e le reti, sul tema c’è un disegno di legge per recuperare anni persi e introdurre strumenti e apparati efficaci; non abbassare, anzi aumentare il livello del controspionaggio. E qui c’entrano la delega all’intelligence e poi l’indirizzo politico del lavoro dei servizi segreti.

I due ultimi premier Gentiloni e Conte, per motivi diversi, hanno tenuto per sé la delega all’intelligence. Gentiloni per sradicare le inopportune aspirazioni di Luca Lotti; Conte per conquistare peso tra i vice Salvini e Di Maio e non trasformare una funzione assai seria in un campo di propaganda. Per non inoltrarsi troppo nel passato, Gianni Letta con Silvio Berlusconi, Gianni De Gennaro con Mario Monti, Marco Minniti con Matteo Renzi: al solito il presidente del Consiglio, con la discreta benedizione del Quirinale, sceglie un collaboratore di provata lealtà e lo nomina sottosegretario a Palazzo Chigi e poi gli attribuisce la delega all’intelligence. Per una ragione che può sembrare banale e però tocca la sostanza del compito: le attività sui servizi segreti richiedono un impegno a tempo pieno. Delegare non significa rinunciare all’intelligence. La “sovranità” resta al premier.

E poi ci sono le priorità. In epoca Gentiloni, dopo le elezioni negli Stati Uniti e alla vigilia del voto in Italia, ai servizi segreti arrivarono indicazioni dal governo di verificare eventuali interferenze dei russi nei Cinque Stelle. L’esito fu negativo, era un normale accertamento, ma la prevenzione e cioè gli obiettivi sono fondamentali. La stagione gialloverde, invece, ci ha consegnato – come farsesca immagine prima dei titoli di coda – lo scandalo del Metropol per Salvini e l’imbarazzo dell’intero esecutivo. La crisi di agosto, un mese per resettare la memoria e stabilire equilibri inediti, ha annebbiato i ricordi. Non quelli degli americani.

Il Rebus Pochette: si fa a 3 o 4 punte?

Radioso esempio di giornalismo investigativo ieri sull’house organ della sinistra salviniana alias Repubblica. A pagina 3 una segugia del direttore Carlo Verdelli ha stanato il famoso sarto napoletano Marinella, noto in tutto l’orbe terracqueo per le sue cravatte, per risolvere il mistero della pochette di Conte al giuramento. La pochette, per spiegarlo al colto e soprattutto all’inclita, è il fazzoletto da taschino. Fatta la premessa c’è che il premier al G7 di Biarritz ne esibiva una a quattro punte. Indi, a Palazzo Madama, ne aveva una a tre; infine al Colle per il giuramento di nuovo una pochette a quattro punte. Com’è stato possibile? La scena del mistero viene illuminata dalle rivelazioni di Marinella: “La tradizione napoletana vuole che siano tre, ma possono diventare quattro se il taschino è ampio, l’importante è che il fazzoletto sia rigorosamente in tinta unita, misuri 33 cm x 33 e che sia di lino, in battista o in misto lino e cotone perché la seta non tiene”. Un messaggio contro la Via della Seta? Lo scoop ha infine un epilogo esoterico: “Si dispone il fazzoletto a rombo davanti a sé. (…). La cima di sinistra, alla base del triangolo che si è costituito, si affianca alla destra dei due picchi”. Un riferimento massonico?