A Londra Anna Ascani è già viceministro al Miur

Fino alla notte prima del giuramento, le avevano assicurato che quel posto da ministro agli Affari regionali era suo. Ma alla deputata Pd Anna Ascani è toccato svegliarsi con la sedia già occupata dal collega Francesco Boccia. “Anna è giovane, ha tutto il tempo…”, pare abbia ragionato il suo mentore, Matteo Renzi. Che in cambio le ha promesso di mandarla al ministero dell’Istruzione, “che poi è la sua materia di competenza…”. E siccome i sostenitori della giovane Anna si fidano, hanno pensato bene di portarsi avanti: venerdì prossimo, il 13, sarà ospite del circolo Pd di Londra per presentare il suo libro, che parla proprio di scuola. E nell’annuncio dell’evento il suo nome è già accompagnato dalla carica: “Viceministro dell’Istruzione”. Può darsi che da qui alla settimana prossima lo sia, e allora i democratici londinesi potranno dire di essere davvero sul pezzo. Ma certo, con quel venerdì 13 di mezzo, in parecchi altri paesi, ci sarebbero andati un po’ più coi piedi di piombo.

De Luca jr. vuole fare il sottosegretario: il padre pronto a sbloccare i navigator

Dalle parti del ministero, tra via Flavia e via Veneto a Roma, sono rimasti tutti di stucco. Che Piero De Luca, figlio del governatore campano nemico dei navigator e gran fustigatore del reddito di cittadinanza possa diventare sottosegretario al ministero del Lavoro, è una suggestione forte. La voce impazza, eccome: la partita per riempire le ultime caselle targate governo giallorosso è appena iniziata e le quotazioni di De Luca sono alte.

Forse anche per piegare le resistenze del suo illustre e potente genitore che del matrimonio tra Pd e i grillini, non è affatto convinto. Anzi. Non è un mistero che Luigi Di Maio sia sempre stato la sua bestia nera. E con lui la questione del reddito di cittadinanza con annessi navigator, tanto che ad oggi si è rifiutato di firmare la convenzione che permetterebbe la contrattualizzazione di chi ha già vinto il concorso.

Chissà se un eventuale ingresso del suo primogenito nella squadra di sottogoverno non possa convincerlo infine a cedere. Fatto sta che De Luca jr è lanciatissimo: “L’Italia aveva bisogno di una governo di svolta con un’impronta chiaramente progressista. Sono convinto della scelta di responsabilità fatta dal Pd dopo la crisi al buio scatenata da Capitan mojito” dice prima di farsi prendere addirittura dall’entusiasmo per la nuova alleanza giallorossa, ma senza perdere di vista la sua stella polare: “Se dovessero esserci le condizioni anche in Campania per una sintesi politica che parta dall’esperienza straordinaria positiva di successo del governatore Vincenzo De Luca, noi siamo pronti a ragionare con tutte le forze politiche ed anche con il Movimento 5 Stelle”.

Insomma Piero De Luca se la sente: “In questa fase delicata non ha senso parlare di nomi. Sarebbe ovviamente un onore” spiega a chi gli domanda cosa ci sia di vero nelle voci che lo accreditano per un posto da sottosegretario. Lui che ieri ha parlato da Salerno dove ha organizzato un convegno su Sud, imprese e lavoro: sul palco ospite d’onore il capo di Confindustria Vincenzo Boccia oltre che alcuni pezzi da novanta come Luigi De Vecchis, presidente di Huawei Italia. Mentre esplode il toto-sottosegretari di cui è e si sente protagonista. In che ministero non è dato sapere.

La neoministra del Lavoro Nunzia Catalfo conosce bene solo De Luca padre e per via delle sue critiche al reddito di cittadinanza di cui è stata convinta sostenitrice. “La questione dei sottosegretari non è stata ancora affrontata, anche se verranno nominati a breve in modo da avere la squadra al completo al più presto” fanno sapere dal suo entourage. Ma non è detto che De Luca figlio approdi proprio da lei al ministero del Lavoro: per lui potrebbero spalancarsi le porte del ministero dello Sviluppo economico o alle Infrastrutture, anche se probabilmente vorrebbe avere un posto in prima fila al Viminale. Quel che è certo è che chi sta trattando sui sottosegretari è alle prese con un’operazione di “zebratura” dei singoli dicasteri: se il titolare è del nord, si tenderà a scegliere sottosegretari o viceministri del sud e viceversa per i dicasteri attribuiti a uomini e donne del Mezzogiorno.

Gualtieri, pazza idea: al Mef il boiardo cacciato da Conte

A volte ritornano, si sa. Se sono consiglieri di Stato, però, tornano sempre. Solo che il caso di cui parliamo rischia di essere il primo serio infortunio del governo giallorosé: secondo plurime fonti accreditate, infatti, il nuovo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha intenzione di nominare come suo capo di gabinetto Roberto Garofoli, dimessosi da quella carica meno di un anno fa su pressioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Garofoli, chi era costui? Si domanderà il lettore. È appunto un magistrato del Consiglio di Stato con ricca carriera nelle istituzioni che inizia ad altissimo livello – e non a caso – con Massimo D’Alema: fu il capo dell’ufficio legislativo del ministro degli Esteri del Prodi 2. Ascese poi al ruolo di capo di gabinetto con Monti accanto al ministro della P.A. Filippo Patroni Griffi, peraltro suo collega al Consiglio di Stato. Di lì in poi il trionfo: segretario generale di Palazzo Chigi con Enrico Letta e ancora capo di gabinetto, però stavolta al ministero dell’Economia con Pier Carlo Padoan (governi Renzi e Gentiloni) e persino con Giovanni Tria (Conte 1) fino al dicembre del 2018, quando si dimise.

E qui questo breve curriculum incrocia la recente cronaca politica in un modo che può risultare imbarazzante per l’alleanza tra Pd e 5 Stelle. Prima di ricordare i fatti va chiarita una cosa e per farlo ricorreremo a una frase, Guido Crosetto: “Sapete chi comanda nei ministeri? Chi credete che scriva le Finanziarie di Tremonti?”. Le risposte alle domande retoriche dell’ex sottosegretario dei governi Berlusconi erano: i burocrati e Vincenzo Fortunato, diciamo il Garofoli degli anni di Tremonti.

Il magistrato – insieme a tutti gli altri tecnici degli anni del Pd – era stato riconfermato a sorpresa da Tria. In pochi mesi, però, entrò in conflitto con la sua maggioranza e, in particolare, col lato grillino: troppa continuità col passato. Un’ostilità che emerse pubblicamente a settembre con la pubblicazione di un audio in cui il portavoce del premier, Rocco Casalino, si esprimeva in modo colorito e vagamente minaccioso sui “tecnici del Mef”.

Neanche un mese dopo arrivò la storia della “manina”. Raccontarono all’epoca da Palazzo Chigi che Conte scoprì nel decreto fiscale una norma apparentemente senza padre politico: un testo non rivendicato da alcun ministro – e dunque frutto di quella che sui giornali viene chiamata “manina” – che assegnava 84 milioni di euro in tre anni alla gestione commissariale della Croce Rossa, ente in liquidazione coatta, necessari – pare – a pagare la liquidazione dei dipendenti. Parecchi soldi che allarmarono Conte, il quale pretese lo stralcio della norma, difesa in quella riunione proprio da Garofoli nonostante un parere contrario di oltre 20 pagine dell’Avvocatura dello Stato.

La faccenda della “manina” poi si complicò ulteriormente quando Il Fatto Quotidiano scoprì e scrisse che, giusto alla fine del 2017, Garofoli, dopo anni di contenzioso proprio con la Croce Rossa, s’era accordato con la gestione commissariale per l’acquisto di una parte di un immobile a Molfetta, in Puglia, di cui il giurista e l’ente pubblico erano comproprietari: quell’immobile è divenuto poi un B&B di lusso.

Sempre Il Fatto raccontò poi la fiorente impresa editoriale di Garofoli, la società editoriale Neldiritto, intestata a sua moglie, che pubblica libri e tiene corsi per aspiranti avvocati e magistrati: alcuni degli autori, peraltro, ebbero incarichi proprio al ministero dell’Economia. Alla fine, nonostante le resistenze di Tria, fu Conte a imporne le dimissioni non appena approvata la legge di Bilancio.

Ora Garofoli potrebbe tornare a via XX Settembre al posto del suo successore, Luigi Carbone, anche lui consigliere di Stato per cui dicono si stia spendendo l’ex ministro Franco Bassanini (ma Carbone ha ottimi rapporti anche con la viceministra M5S, in odore di riconferma, Laura Castelli): potenza della filiera detta “dalemiana”, corrente politica e congerie umana a cui è attribuibile anche il neoministro Gualtieri. È tanto vero che l’altro nome in corsa per quella poltrona è quello di Claudio De Vincenti, economista ed ex ministro, nonché membro del comitato d’indirizzo di ItalianiEuropei.

Sempre Salvo: l’eterno Nastasi torna a Roma con Franceschini

La restaurazione di Dario Franceschini parte col botto: con l’offerta del Segretariato generale a Salvatore Nastasi. È la posizione centrale del Mibact, appena fornita di superpoteri dall’incauto Alberto Bonisoli: e sta ora per finire nelle mani più prensili tra quelle che si agitano nel vasto sottomondo dei Beni culturali.

Il curriculum dell’ancor giovane (1973) Salvo – marito di Giulia Minoli, figlia di Giovanni e Matilde Bernabei, nonché nipotina di Giovanna Melandri, sposata con Gianni Letta testimone e Guido Bertolaso ospite d’onore – è un museo del potere. Signore onnipotente dello spettacolo dal vivo: Direttore generale, Commissario straordinario di governo del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, del Teatro San Carlo di Napoli (dove, casualmente, sua moglie Giulia divenne direttrice, retribuita, del Museo del teatro) e dell’Arena di Verona, attuale vicepresidente della Siae e presidente annunciato della Fondazione del Maggio Musicale per volontà del suo intimo amico sindaco renziano, Dario Nardella.

Creato capo di gabinetto dei Beni culturali da Sandro Bondi, Nastasi fu confermato in quel ruolo dai successori Giancarlo Galan e Lorenzo Ornaghi: con lui torna dunque a comandare sui Beni culturali uno dei più blasonati gattopardi berlusconiani. La rimpatriata di un piccolo mondo che ormai sembrava passato e che l’ennesimo ritorno di Franceschini sta invece magicamente riportando in vita.

Dalla corte di Berlusconi al Giglio Magico il passo è stato naturalmente breve. Sotto Renzi è stato vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri e Commissario di governo per la bonifica e la riqualificazione di Bagnoli a Napoli. Dal 2017 al 2019 è stato anche Coordinatore per la Presidenza del Consiglio per l’organizzazione di Matera Capitale della Cultura 2019. Dal 2016 è presidente dell’Accademia nazionale d’Arte drammatica Silvio D’Amico di Roma. Dal 2018 è vicepresidente della Società Italiana degli Autori ed Editori (Siae) e (affiliatosi alla rete discreta del potere di un altro ex ministro dei Beni culturali, Massimo Bray) pure consigliere delegato di Treccani Reti Spa.

Ma per capire chi sia veramente Nastasi non conta il curriculum e non servono le interviste: sono molto più utili le intercettazioni.

E c’è l’imbarazzo della scelta.

Da quelle dell’inchiesta sulla P4: “Ho un messaggio da parte del dottor Nastasi… chiedeva al dottor Bisignani di poter avere, diciamo, la sua autorizzazione per fissare un appuntamento con il dottor Geronzi”.

O da quelle del magico mondo della cricca: il 22 dicembre 2009, Angelo Balducci, presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici, conversa con Nastasi, allora capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi. Balducci riferisce che il ministro-poeta gli ha dato udienza: “Pensa l’emozione, c’ho la febbre a 38”. Nastasi ride del suo capo: “Ma che vi siete detti?”. Balducci: “Ma due minuti… era contento, ma soprattutto, guarda, è contentissimo del fatto che te e io gli diamo tanta tranquillità e sicurezza”. Nastasi: “Meno male, sono molto contento. Oggi ho presentato Mauro (Della Giovampaola). Sugli Uffizi alla fine abbiamo fatto il punto: Mauro soggetto attuatore, Enrico (Bentivoglio) Rup (responsabile unico del procedimento) e Miccichè direttore dei lavori, che mi sembra una buona squadra”.

Poche settimane dopo, Della Giovampaola finisce in carcere per corruzione. Sempre dalle intercettazioni della Cricca, ecco il tipico argomentare di Nastasi: “Dobbiamo mettere Elisabetta Fabbri (ai lavori dei Nuovi Uffizi), nominata Commissario dal ministero, perché è donna, perché risponde, è sveglia, è fuori dai giri nostri, è una brava professionista, non ha mai tradito in nessun senso, ascolta le cose che gli si dicono”. Commento del sobrio e misurato Giornale dell’arte: “Il gergo usato evidenzia una mentalità e un modo di concepire l’azione di governo agli antipodi di qualunque corretta amministrazione della cosa pubblica, più adatti forse alla gestione di Cosa nostra”.

È il 2010 quando un emendamento al disegno di legge sulla Protezione civile prova a stabilizzare a vita nel ruolo di direttore generale l’allora capo di Gabinetto di Bondi: la Uil denuncia che “per coprire la spesa del Direttore generale, il ministro Bondi farà un decreto ministeriale per tagliare almeno 2/3 dei posti da dirigente di seconda fascia. Questo significa che taglierà posti da Soprintendente, da direttori di archivio e di biblioteca alla faccia della tutela”.

La leggina si blocca, ma rimane l’ombra lasciata dal suo firmatario: il senatore forzista Antonio D’Alì, appena condannato a tre anni di dimora obbligata a Trapani per i suoi legami con la mafia.

Nastasi, lui, è incensurato. Ma la metà del governo che gridava “onestà, onestà” può sopportare che i Beni culturali ricadano nelle mani di questo mondo?

Cernobbio si fa giallorosa: “Così vince l’europeismo”

Neanche la pioggia spegne l’entusiasmo di Cernobbio per il governo giallo-rosso. Sulla riva del lago di Como, imprenditori, economisti e politici italiani intervenuti al forum Ambrosetti di Villa d’Este non nascondono i visi raggianti e le dichiarazioni soddisfatte per la nuova compagine governativa. Primo fra tutti Romano Prodi, che si è molto speso per la nascita del Conte bis, sia personalmente che sulle colonne dei quotidiani della famiglia Caltagirone di cui è storico editorialista. “Sono contento di natura e se il governo è parte della natura sono contento – dice sorridendo mentre sfila tra i tavoli dove non si vedeva da anni – Finalmente avrà rapporti seri con l’Europa”.

Si illumina anche Mario Monti che vede un’Italia “che è come se dopo un anno di prova di uscita psicologica dalla Ue ha saggiamente deciso di essere dentro l’Europa”, dice il senatore a vita parlando di “vera trasformazione”. Anche per il M5S? “Non sono mai stato convinto che i 5S fossero di natura sovranista e antieuropeista. Lo avevo detto che a differenza della Lega da questo punto di vista non avevano ancora trovato la loro stella polare – spiega con un’insolita parlantina – Avevo detto a vari dirigenti del Pd che se allora ci fosse stato il confronto che Renzi non volle, probabilmente il M5s avrebbe potuto essere acquisito alla causa europea. In sovranismo europeo è la meta. E mi sembra che passi avanti si vedano, un successo anche del Presidente Mattarella”.

Pier Carlo Padoan, poi, è quasi spumeggiante mentre parla di “grande opportunità per il Paese, finalmente il rischio politico è stato tolto dal tavolo e questa è un’enorme spinta per ripartire”, dice l’ex ministro del Tesoro sottolineando che a fare la differenza tra il Conte I e il Conte bis è essenzialmente “una questione di credibilità con le istituzioni e i mercati”. Su questo tasto Monti è più prudente: “Sono positivo rispetto al governo precedente, ma dal programma e da come verrà esposto si capirà se c’è l’intendimento di fare cose diverse e disfare alcune cose nocive fatte dal governo precedente”, dice puntando il dito contro la “mancanza di lotta alle rendite di posizione, all’introduzione di maggiore concorrenza”. Cose che l’ex premier tecnico si sarebbe invece aspettato dai giallo-verdi “perché Lega e M5s avevano il vantaggio di non avere una rete di rapporti preesistenti con le lobby”.

È positivo anche Enzo Moavero Milanesi che pure sta passando il testimone della Farnesina a Luigi Di Maio e che legge il cambio di governo come una dimostrazione “che l’Europa è diventata un’arena politica comparabile a quelle che conosciamo a livello nazionale, e questo secondo me dal punto di vista di un’Europa più integrata è un elemento positivo”. E quelli che si domandano se così la Ue rispetti il loro voto? “Le regole da applicare sono sempre quelle. Se sono applicate con obiettività non dovrebbe contare la maggiore o minore affinità con altri Paesi. Se contasse troppo bisognerebbe interrogarsi sull’indipendenza delle istituzioni europee”, sorride.

Del resto anche Renato Brunetta non ha esitazioni davanti alla domanda: tra Matteo Salvini e l’Europa chi scegliete? “l’Europa”.

Anche manager, banchieri e imprenditori fanno la ola al governo, compresi quelli delle partecipate di Stato. Alberto Bombassei (Brembo) è “ottimista”. Il presidente di Saipem, Francesco Caio a nome di tutti esprime contentezza per la “maggiore certezza” e si intrattiene a lungo con Prodi. Il presidente di Intesa Gian Maria Gros-Pietro è soddisfatto del calo dello spread, mentre l’ex numero uno di Confindustria Emma Marcegaglia vede addirittura l’arrivo di una nuova stagione con l’imprenditoria pronta a collaborare con il governo.

Sulle grandi opere è un pericoloso ritorno al passato

È stato un anno vissuto pericolosamente, con la critica quasi all’unisono dei grandi giornali e il pubblico forse sprovvisto di solidi riferimenti per comprenderne a fondo il significato. Fatto sta che le uscite degli ultimi giorni sembrano segnare la definitiva archiviazione delle analisi costi-benefici come strumento di valutazione. Un pericoloso ritorno al passato.

Da sempre invise ai decisori politici di ogni colore, le analisi sono state ridicolizzate negli ultimi mesi anche da coloro che le avevano inizialmente dipinte come un elemento centrale, seppur non esclusivo, per le decisioni da assumere in materia di investimenti. Il caso più clamoroso riguarda il Tav. Dopo aver appoggiato l’analisi, risultata assai negativa sull’opera (costi superiori ai benefici di 7 miliardi), il premier ha deciso di dare lo stesso il via libera all’opera: “Costerebbe più farla che fermarla” ha sostenuto a luglio. Ma, ancor prima, in due occasioni – il Terzo Valico e la Brescia-Padova – termini identici erano stati utilizzati dal titolare del ministero delle Infrastrutture. Peccato che in tutti e tre i casi si sia trattato di parole prive di fondamento: i numeri emersi dalle valutazioni dicevano il contrario ossia che fare o completare le opere costa più che fermarle. Si aggiunga che il ministro Toninelli, in corso d’opera, ha espresso la sua contrarietà a che venissero anche solo effettuate valutazioni per le maggiori infrastrutture ferroviarie programmate nell’Italia meridionale dando così ragione a chi lo accusava di voler fare un uso strumentale delle costi-benefici: da applicare evidentemente solo per le opere “ostili” e neppure da interpretare per quelle gradite apriori.

Ieri, su Repubblica, Sergio Rizzo ha suonato la campana di fine della ricreazione. Il messaggio è forte e chiaro: “La prima cosa” che dovrà fare il nuovo governo in tema di infrastrutture, è archiviare la fastidiosissima analisi costi-benefici. La posizione della nuova titolare delle Infrastrutture, Paola De Micheli, non sembra essere ancora del tutto definita, ma gli esordi vanno in questa direzione. In una dichiarazione di pochi giorni fa ha sostenuto che “è importante valutare le analisi costi-benefici come premessa rispetto alla questione ambientale”, aggiungendo però di voler sbloccare tutto ciò che sarebbe stato bloccato da “sovrastrutture procedurali”. Dopo l’insediamento è poi venuta la scontata conferma del via libera alla Torino-Lione e quella relativa al progetto attuale della Gronda autostradale di Genova. Progetto che, al contrario di quanto comunicato dai mezzi di informazione, ha superato la valutazione ma che potrebbe oggi, anche a seguito del crollo del Morandi, essere ripensato con un’alternativa assai meno costosa ma ugualmente utile, con un risparmio per gli utenti autostradali di 2 miliardi.

Speriamo di sbagliarci, ma è assai probabile che la stagione delle valutazioni si avvii alla chiusura. Un caso già visto. Arrivato a Palazzo Chigi, anche Matteo Renzi sembrava ben intenzionato, salvo poi far posto alla multimiliardaria cura del ferro senza se e senza ma di Graziano Delrio, con il via libera a 130 miliardi di opere (per la metà ferroviarie) senza valutazione. Troppo forti e troppo numerosi sono gli interessi particolari che premono in questa direzione. Troppo debole la voce dei contribuenti sui quali graverà per intero, in particolare per le infrastrutture ferroviarie, il salato conto da pagare. A ben guardare, quasi nessuno, neppure nel tentativo esperito nell’anno appena trascorso, ha fatto propria la ragione d’essere della valutazione, ossia evitare di sperperare i soldi degli italiani. Tranne rarissime eccezioni, il no e il sì sono stati ideologici, come se ogni infrastruttura fosse sinonimo di crescita economica o, dall’altra parte, comportasse necessariamente la devastazione ambientale. E, in assenza di domanda, è quasi impossibile che sul palcoscenico dell’offerta politica si presenti qualcuno in grado di crearla. Se guardiamo al settore delle infrastrutture, l’unica eccezione alla regola che torna alla mente è quella di Margaret Thatcher con il suo solitario no al finanziamento pubblico del tunnel sotto la Manica, altrettanto fortemente osteggiato dagli interessi costituiti. Meno costi che significano più servizi o meno tasse per utenti e contribuenti. Sfidare interessi costituiti così rilevanti è condizione necessaria per non essere antipopolari.

Benetton, Tav&C.: la linea De Micheli è quella di Salvini

Sono bastati appena due giorni a Paola De Micheli per far capire il nuovo corso al ministero delle Infrastrutture, o forse è solo la conferma della piega presa nell’ultimo periodo con le sconfitte dei 5Stelle sulle grandi opere.

Neanche il tempo di insediarsi al dicastero che fu di Danilo Toninelli, che ieri la neoministra ha dettato l’agenda: il Tav sì farà, la Gronda di Genova pure e Autostrade dei Benetton non rischia la revoca della concessione dopo il crollo del ponte Morandi. In sostanza, la linea della Lega di Matteo Salvini ai tempi del governo gialloverde.

Era nell’aria, ma la novità fa il suo effetto. L’arrivo di De Micheli, ancora per poco vicesegretario Pd, è frutto di una scelta calcolata. Costretti a lasciare un ministero economico di peso ai dem, i 5Stelle hanno deciso di tenersi il più ricco Sviluppo economico e sacrificare le Infrastrutture con l’obiettivo di non mettere più la faccia su scelte assai indigeste alla base militante. Il cerchio ora si chiude anche sui capitoli più forti delle battaglie grilline. Per il neo ministro, per dire, sul Tav non esistono passi indietro possibili dopo il via libera annunciato da Giuseppe Conte il 23 luglio scorso: “Ora l’opera deve procedere il più rapidamente possibile”, spiega in un’intervista a La Stampa. Archiviato insomma qualsiasi tentativo di riaprire la partita che ha animato l’ultima settimana parlamentare del governo gialloverde. Linea ribadita subito dopo in tv: “Il percorso va ulteriormente accelerato. Sul piano politico questo nodo è definitivamente sciolto”. E sciolto, pare, è pure il nodo della revoca della concessione ad Autostrade. “Nel programma c’è scritta una parola precisa e molto diversa: revisione”. Via libera anche alla Gronda di Genova: “Non vedo problemi tecnici insuperabili, ma il tema è legato alla revisione delle concessioni”, anche perché “sono contraria alla cosiddetta mini-Gronda”. Poco importa che si tratti di una parziale alternativa che farebbe risparmiare agli utenti quasi 2 miliardi di pedaggi rispetto all’originario progetto di Autostrade, peraltro finanziato da un generoso prolungamento della concessione (benedetto a suo tempo da Graziano Delrio e sospeso da Toninelli).

L’uscita ha l’effetto di far salire ancora in Borsa Atlantia, la holding dei Benetton che controlla Autostrade, che già aveva salutato con uno strappo record la nomina di De Micheli (il titolo è ormai tornato ai livelli precedenti al crollo del Morandi di agosto 2018). Ma è talmente rapida e le reazioni inesistenti da far sorgere il sospetto che la prima intesa nel governo giallo-rosa si dispieghi proprio sulle Infrastrutture, derubricando il capitolo a tema secondario nell’azione di governo. Ufficialmente, infatti, non arriva nessuna reazione dall’alleato M5S, se si eccettuano i senatori Gianluigi Paragone e Mario Giarrusso: “La sua è la linea della Lega, la nostra – attacca quest’ultimo – è per la revoca, non daremo la fiducia se si comincia subito a martellare l’accordo di governo”. Nel Movimento filtra malumore, ma la linea è di non aprire lo scontro col Pd. Alla Farnesina, Luigi Di Maio riunisce i ministri 5Stelle e consiglia di non rispondere a quella che considera una “provocazione”, pur raccomandando di suggerire ai colleghi dem di non replicare la rissa continua vista con la Lega. Solo i 5stelle liguri minacciano battaglia in una nota che però evoca la revoca delle sole “concessioni della tratta A10”, cioè quella del Morandi.

Fatto sta che la linea del Carroccio, favorevole a tutte le opere ma non alla revoca ai Benetton, finisce per essere quella del governo giallo-rosa. “Sui cantieri è ora di dire basta con i no politici”, ha sentenziato ieri la neo ministra.

Ministra con Trasporto

Uno non fa in tempo a rallegrarsi perché la neoministra dell’Interno Luciana Lamorgese non sta su Facebook, Twitter e Instagram, e già gli tocca leggere le prime sparate di alcuni suoi colleghi. Ancora non sanno dov’è il loro ufficio, ma già annunciano o minacciano leggi, decreti, grandi opere e financo dimissioni. Nel primo Consiglio dei ministri, il premier Giuseppi li aveva pregati di “evitare sgrammaticature istituzionali”, che è il suo modo per dire “niente cazzate”. Poi quelli, appena usciti, han subito dato aria alla bocca. Si temeva che l’incontinenza verbale giocasse brutti scherzi a Di Maio&C., quelli della ola sul balcone e dell’abolizione della povertà. Invece la prima a sbracare è stata Paola De Micheli, reduce da un’imbarazzante esperienza di commissario alla ricostruzione del Centro-Italia, come se a quella povera gente non fosse bastato il terremoto. La neoministra dei Trasporti, che pare sempre in procinto di impugnare il mattarello e tirare la pasta dei tortellini, appena assisa sulla poltrona di Toninelli ne è stata subito contagiata e ha espettorato un’intervista a La Stampa tutta asfalto e cemento. Al confronto Lunardi, “ministro con Trasporto”, era un dilettante.

In barba al programma appena sottoscritto, che subordina ogni opera a una seria analisi degli “impatti sociali e ambientali”, Lady Turtlèn ha annunciato che “ostacoli politici ai cantieri non ce ne saranno più” (come se prima ce ne fossero: Toninelli non ha bloccato nulla, purtroppo). Tav di qua, maxi-Gronda di là, forza Atlantia e, già che c’era, pure una parolina inutile su Alitalia (che tocca al Mise), Libia (affari Esteri), migranti e dl Sicurezza (roba del Viminale). Quanto alle analisi costi-benefici, fa trapelare la Paola sul Messaggero di Caltagirone, “verranno aggiornate e lette non in chiave ideologica, ma di sistema”: vedi mai che 2 più 2 faccia 3. Il risultato, ovviamente, è un ribollio di rabbia tra i 5Stelle, costretti a mordersi la lingua per non mandarla al solito posto. E una garbata irritazione – per usare un contismo – di Conte, che s’era appena liberato dell’onniministro Cazzaro e se ne ritrova un altro in gonnella. Anzi due, perché pure Lorenzo Fioramonti è debole di prostata: mentre si recava nel nuovo ufficio, Mister Istruzione già minacciava di dimettersi se non avrà subito 3 miliardi sul suo tavolo (ancora mai visto). Per carità: come dice Vittorio Feltri su Salvini, “l’ora del coglione arriva per tutti”. Ma di questo passo saremmo meno ottimisti della De Micheli: “Se andiamo avanti così, faremo assieme molte cose buone per il Paese”. No, cara: se vai avanti così, non arrivate a fine mese.

Il dritto è una rasoiata che squarcia

È il tennista italiano più forte dai tempi di Panatta e Barazzutti. Mercoledì, nei quarti contro il fastidiosamente circense Monfils, ha vinto al quinto set e al quinto match point, in un incontro che ha trasceso la dimensione agonistica per divenire epica. Stasera Matteo Berrettini, classe (tanta) 1996, affronterà Rafael Nadal per un posto in finale negli Us Open. Prima di lui, nell’era open, solo Barazzutti (1977) aveva saputo raggiungere la semifinale, anche se quella fu l’ultima edizione in cui si giocò sulla terra verde di Forest Hills e non sul cemento rapido di New York. Con Nadal non ha sulla carta più del 10% di chance: viene da due match vinti da sfavorito (Rublev gli sta dietro in classifica, ma per stato di forma a New York valeva i top ten) e lo sforzo psicofisico è stato enorme. Sarebbe già tanto se, contro Nadal, non “sciogliesse” come accaduto contro Federer sul centrale di Wimbledon. Chi segue da un po’ Berrettini conosceva le sue potenzialità, unite a gran garbo e felice propensione all’estetica, ma non osava immaginare che in neanche due anni i miglioramenti sarebbero stati così enormi. Berrettini (tre tornei Atp vinti in carriera) è una sorta di mix tra Del Potro, il miglior Camporese e la propensione al maglio perforante di “mano de pedra” Gonzalez. Chi lo accosta all’ex manovale di successo Roddick non sa di cosa parla. Al limite ha un che di Philippooussis. Il servizio è notevolissimo (ma può migliorare ancora), il dritto una rasoiata che squarcia l’autunno del nostro scontento. Il rovescio bimane, suo tallone d’Achille, è oltremodo migliorato grazie al lavoro con coach Santopadre. Berrettini ha poi la capacità – rarissima tra gli italiani – di saper vivere al meglio i momenti topici, resettando in un amen le memorie negative. Contro Monfils (come pure con Rublev) ha sbagliato tutto quando ha servito per il match, inciampando pure in un doppio fallo alla Filini. Molti, lì, si sarebbero spenti: lui no. È come se, di fronte all’abisso, non si allarmasse. Reputandolo soltanto una variazione minima all’orizzonte. Già così è 13 al mondo e 9 nella race, la classifica che tiene conto solo dei risultati del 2019: può addirittura qualificarsi alle Atp Finals di fine anno (ci vanno i primi 8). Vincere stasera lo proietterebbe in decima posizione: più facile che entri nella top ten con i prossimi tornei. Berrettini è presente e futuro del tennis (non solo) italiano. Ha meno genio puro di Fognini (ora 11esimo), ma molta più testa e servizio. Cecchinato in semi a Parigi 2018 fu eccezione miracolosa: per Berrettini, al contrario, l’empireo potrebbe divenire norma. A patto che non si smarrisca per strada con l’aumento di fama, soldi e responsabilità. E a oggi non pare proprio il tipo.

La sua versione dell’“Onegin” è però un “fiasco” clamoroso

Non sempre le profezie si autoavverano: “Sarò ricordato per Lolita e per il mio lavoro su Eugenio Onegin”. Buona la prima, non la seconda: Vladimir Nabokov passerà alla storia come mediocre traduttore; anzi, la sua versione del capolavoro di Puškin fu un “fiasco” clamoroso.

Ce lo ricorda ora una inedita raccolta di testi nabokoviani – Traduzioni pericolose (1941-1969) –, di cui qui sopra anticipiamo alcuni stralci. Da poco licenziata da Mucchi Editore, l’antologia è curata da Chiara Montini, che azzarda un paragone tra Lolita e Onegin: “Entrambi sono provocatori: il primo narra la storia di un abuso dei più abietti; il secondo si oppone all’abuso della traduzione sul testo”.

Trilingue, Nabokov (1899-1977) a sette anni scrive meglio in inglese che in russo e già parla il francese: anche per questo la traduzione è una delle sue principali attività, oltre alla scrittura, all’entomologia e all’insegnamento. E infatti la sua Anja v strane chudes, ovvero Alice in Wonderland, è considerata una delle migliori versioni in russo di Carroll. Se negli anni Venti traduce nella lingua madre poeti inglesi e francesi (Keats, Baudelaire, Shakespeare, Rimbaud…), negli anni Trenta si esercita con le traduzioni in francese e dal 1940 (emigrato in America) in inglese, offrendo la sua personalissima trasposizione dei classici della letteratura russa.

La sua cifra è adamantina, chirurgica: la letteralità, cioè massima fedeltà al testo condita con note a margine à gogo. Per portare a termine il suo monumentale Onegin – un romanzo in versi – impiega anni e quattro volumi, di cui 265 pagine di traduzione e 1.200 di commento; neanche fosse David Foster Wallace. Il lavoraccio esce nel 1964 con Bollingen/Pantheon tra le polemiche: a parte qualche apprezzamento, tra cui quello del collega Anthony Burgess, l’opera non convince, prolissa e puntigliosa com’è, tanto che l’amico e critico Edmund Wilson la definisce “perversopedante” in una recensione sulla New York Times Book Review.

Per dovere di cronaca occorre però ricordare la rigida selettività del Nabokov autore nei confronti dei suoi traduttori: “Vorrei che me ne procuraste uno buono: un uomo che conosca l’inglese meglio del russo – un uomo non una donna. Sono dichiaratamente omosessuale in materia di traduttori”.