“ZeroZeroZero”: ora Sollima firma una serie “stupefacente”

“Ci si riempie di coca oggi perché la vita è una merda. Camionisti, chirurghi, operai edili, tassisti la prendono tutti: se l’eroina ti disattiva, la cocaina ti attiva al mondo. Ma è un tema che i governi continuano a ignorare”. Autore del libro da cui è tratta la serie ZeroZeroZero, Roberto Saviano catalizza un affondo “sul capitalismo contemporaneo, che è un turbo innescato dal narcotraffico”, e individua “nella coca l’unica economia comparabile a quella petrolifera: la crisi del 2014 è stata superata grazie alla liquidità del suo commercio”. Coca vincit omnia, eppure, nella serie Sky Studios diretta da Stefano Sollima, la cocaina c’è, ma non si vede. La si racconta, senza mai mostrarla.

Niente tiri, ma tratte. Niente sniffate, ma derrate. Al massimo una canna, marijuana, fumata in famiglia. ZeroZeroZero non indaga il consumo, bensì il traffico di droga: non l’assunzione, piuttosto la trattativa e il trasporto. A suo modo, stupefacente.

Dal punto di partenza a quello d’arrivo, dal Messico dei cartelli alla Calabria degli ’ndranghetisti, passando per la compagnia americana che mette in acqua la nave portacontainer, la meta poetico-drammaturgica asseconda Kerouac: è il viaggio. Storia di un carico ingente di cocaina, “forse – sostiene Sollima – la merce più universalmente diffusa, la più trasversalmente consumata, sicuramente la più redditizia”.

La scala è globale, meridiani e paralleli come righe stese, l’esperanto del traffico internazionale: tre continenti (America, Europa e Africa), sei lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, wolof e arabo), conseguenze geopolitiche. E soldi, soldi, ancora soldi: il tariffario corrente lo fornisce ancora Saviano, un chilogrammo di cocaina costa 2.000 dollari in Colombia, 15 mila in Messico, 27 mila negli Usa, 45 mila in Spagna, 54 mila in Italia, 70 mila nel Regno Unito. Da un chilo ne vengono tre, malamente anche quattro, tagliati, e ognuno di questi vale al dettaglio 200-300 mila euro. Sicché “con 10 mila euro di cocaina pura comprata in Sudamerica puoi diventare milionario”: moltiplicatore stupefacente, anche questo. Legalizzare? “Potrebbe interrompere questa massa di guadagni infiniti, ma – prevede lo scrittore – trasformerebbe l’economia”.

Fuori concorso a Venezia 76, in onda su Sky l’anno prossimo, Pablo Trapero e Janus Metz in co-regia, ZeroZeroZero ha per ascissa il denaro, per ordinata le famiglie, per retta nel piano cartesiano la nave imbottita di droga. Ma non è solo logistica, il battito è criminale, il retroterra umano, le aritmie psicologiche, le ricadute diffuse: “Che la si spacci, consumi o meno, ognuna delle nostre vite – osserva Sollima – è toccata dal traffico o dai ricavati della cocaina: è l’anima del romanzo, il motivo della serie”. Incalza Saviano, rispondendo a una giornalista al Lido: “Se le do un sacchetto di coca, lei prima di uscire dal festival lo sa vendere. Se le do un sacchetto di diamanti, lei non troverà nessuno disposto a fidarsi, anche se sono veri. La facilità con cui la coca può essere venduta e istantaneamente testata la rende in assoluto la merce più preziosa al mondo”.

Sicché, traendo le somme, “ZeroZeroZero non è il racconto del narcotraffico, ma dell’economia del nostro tempo”.

I conti in tasca ai capoclan, gli spari sopra gli innocenti esplosi tra guardie e narcos, i rovelli cash & carry dei broker: i primi due episodi visti degli otto complessivi apparecchiano vecchi boss (Adriano Chiaramida) sprofondati in bunker sull’Aspromonte, nipoti (Giuseppe De Domenico) doppiogiochisti e assetati di vendetta; soldati messicani timorati di Dio e vieppiù spietati vampiri (Harold Torres); armatori americani formato famiglia (Andrea Riseborough, Dane DeHaan, Gabriel Byrne), tra sindrome di Huntington e segreti confessabili.

Il precipitato è profano, il voltaggio sacro: “I boss vivono come gli ultimi calvinisti del mondo, dall’etica mafiosa – guadagna più che puoi, difenditi, non fidarti di nessuno, nemmeno di te stesso – discende una logica religiosa, la convinzione che solo il Padreterno ti possa comprendere”.

Del resto, conclude Saviano, la prospettiva non è peregrina: “Se il gangster lavora per soldi, il mafioso lo fa per il potere, e il potere lo paghi: odio, solitudine, carcere e morte”. Ma com’è ZeroZeroZero? Sollima conferma facilità e felicità di regia, la sceneggiatura imbarca qualche ruggine e inverosimiglianza di troppo: il coté calabro, comunque, è il migliore.

 

“Cari critici, preoccupatevi dei finti autori. Non di me”

In merito ai miei romanzi la mia posizione è diversa. Non riesco a immaginarmi intento a scrivere una lettera all’editore in risposta a una recensione sfavorevole, né tantomeno a dedicare quasi un giorno intero alla stesura di un articolo di spiegazioni, di rappresaglia e di protesta… Le mie invenzioni, la mia sfera privata, le mie isole speciali non possono essere intaccate da lettori esasperati…

Se invece le critiche ostili non si rivolgono a quegli atti di fantasia, ma a un’opera di riferimento concreta come la mia traduzione annotata di Eugenio Onegin (da ora in poi EO), allora entrano in gioco altre considerazioni. Contrariamente ai miei romanzi, EO possiede un risvolto etico, elementi morali e umani. Riflette l’onestà o la disonestà, l’abilità o la negligenza di chi l’ha compilato. Se mi viene dato del cattivo poeta, sorrido; ma se invece mi viene dato dello studioso mediocre, allungo il braccio verso il mio dizionario più grosso.

Non credo di avere ricevuto tutte le recensioni che sono uscite dopo la pubblicazione di EO, ma a giudicare dalle tante che sono giunte a me, si potrebbe concludere che la traduzione letterale è un meccanismo che ho inventato io di sana pianta, di cui non si era mai sentito parlare prima, e che c’era qualcosa di sinistro nel metodo e nell’impresa. Promotori e produttori di quello che Anthony Burgess chiama “traduzioni artisticheggianti” – e cioè versioni accuratamente rimate, piacevolmente modulate, che contengono, diciamo, un diciotto percento di senso più un trentadue di nonsenso e un cinquanta di riempitivi neutri – sono, penso, più prudenti di quanto credano. Pur essendo palesemente tentati da sogni impossibili, a livello subliminale sono mossi da una forma di autoconservazione…

Il mio EO non è ancora all’altezza del bigino ideale. Non è ancora né abbastanza simile a un manuale né abbastanza brutto. Nelle prossime edizioni prevedo di farne qualcosa di ancora meno standardizzato. Penso di trasformarlo in prosa utilitaristica da cima a fondo, in un inglese dallo stile ancor più accidentato, con barbose barricate di parentesi quadre e striscioni sbrindellati di parole reprobe, per eliminare le ultime vestigia di poesia borghese e di concessioni al ritmo. Ci sarà di che rallegrarsi. Per il momento, desidero solo e semplicemente esprimere il ribrezzo assoluto che suscita in me l’atteggiamento generale, amorale e filisteo verso la letteralità… Recensori da quattro soldi si scagliano in difesa dei pubblicisti sovietici ortodossi che “castigo” e di cui loro non avevano mai sentito parlare prima. Un russo più o meno esule a New York afferma che il mio commento non è altro che una collezione di sciocchezze oscure che oltretutto ricorda di avere già sentite molti anni prima a Gorkij dal suo professore…

L’articolo più lungo, più ambizioso, più capzioso e, ahimè, più sconsiderato è quello di Edmund Wilson in The New York Review of Books (15 luglio, 1965) e ho deciso di esaminarlo in dettaglio… Gli errori e le affermazioni inesatte contenute si susseguono in una serie ininterrotta così completa da sembrare artistica in senso inverso, al punto che c’è da chiedersi se per caso l’articolo non sia stato intessuto in quel modo di proposito per poter essere rigirato in qualcosa di pertinente e coerente nel suo riflesso allo specchio…

E per finire, il mio “istinto a scavare la fossa alle grandi reputazioni”. Ebbene, non c’è nulla da fare, Mr. Wilson deve accettare il mio istinto e aspettare la prossima vittima. Che diritto ha di impedirmi di considerare mediocri e sopravvalutate gente come Balzac, Dostoevskij, Sainte-Beuve, o Stendhal, il cocco di tutti quelli a cui piace che il loro francese scorra liscio? Quanto sono piaciuti a Wilson i romanzi di M.me de Staël? Ha mai studiato le assurdità di Balzac e i cliché di Stendhal? Ha mai esaminato lo scompiglio melodrammatico e il falso misticismo di Dostoevskij? Può davvero venerare l’arcivolgare Sainte-Beuve? E perché mi si dovrebbe impedire di considerare che l’orrido e insulso libretto di Cajkovskij non riesce a salvarsi neppure attraverso una musica che mi ha perseguitato con le sue stucchevoli banalità fin da quando ero un ragazzino riccioluto in un palco vellutato? Se mi è permesso esprimere la mia specialissima e molto soggettiva ammirazione per Puškin, Browning, Krylov, Chateaubriand, Griboedov, Senancour, Küchelbecker, Keats, Hodasevich, per citare solo alcuni di coloro che lodo nelle mie note, mi si dovrebbe concedere anche di sostenere e circoscrivere queste lodi segnalando al lettore i miei spauracchi e gli impostori accolti nell’olimpo della falsa celebrità.

Gli Usa dietro la guerra delle petroliere

La politica estera degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran sarà pure fatta “a casaccio”, come diceva l’altro giorno alla tv iraniana Mahmoud Vaezi, capo di gabinetto del presidente Hassan Rohani. Ma di sicuro coincide negli effetti con quella di Teheran verso Washington, che pure persegue una linea di maggiore coerenza: conduce a un inasprimento delle tensioni. Le dimissioni, ieri, dell’inviato degli Usa per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, lasciano supporre che le scelte di Trump, oltre che di Rohani, creino imbarazzi diffusi. Domani, l’Iran fornirà i dettagli della “terza fase” di riduzione dei suoi impegni relativi all’accordo sul nucleare firmato nel 2015 e denunciato unilateralmente dagli Stati Uniti l’anno scorso, ripristinando e inasprendo le sanzioni che erano state levate in forza dell’intesa. Per un anno, Teheran ha continuato a rispettare l’accordo; poi ha iniziato a sforarne i limiti “alla luce del sole”, cioè annunciando in anticipo le sue decisioni. Gli Stati Uniti applicano quella che il presidente definisce “la strategia della massima pressione”, sostenendo che l’obiettivo è indurre l’Iran a rinegoziare l’intesa. Teheran replica che colloqui saranno possibili solo se “Washington cambia atteggiamento e toglie le sanzioni”.

Nella loro ostilità all’Iran, gli Stati Uniti non sono soli, ma non sono in eccellente compagnia: hanno dalla loro l’Arabia saudita, per via di rivalità regionali tra Riad e Teheran, e anche l’Israele del premier ad interim Benjamin Netanyahu. In visita a Londra, Netanyahu denuncia “il tentativo dell’Iran di ottenere armi nucleari” e “gli atti aggressivi contro la navigazione internazionale e contro i Paesi della regione” e “gli sforzi mai cessati di attuare attacchi omicidi contro Israele”. A Londra, Netanyahu chiede “di aumentare la pressione sull’Iran”. Cosa che gli europei firmatari dell’accordo (l’Ue e Gran Bretagna, Francia, Germania) sono riluttanti a fare. Anzi, si sono pure dotati di uno strumento perché le loro imprese non “paghino pegno” alle sanzioni Usa, ma poi esitano a utilizzarlo. Gli Stati Uniti, invece, continuano a inasprire le misure: i provvedimenti più recenti colpiscono le agenzie spaziali iraniane, accusate di contribuire al programma di missili balistici. Per il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, le sanzioni Usa sono “il cappio del boia”, ma il capo dell’Agenzia spaziale iraniana Morteza Barari le giudica “inefficaci”: “Andremo avanti con i nostri progetti”, che – ovviamente – “sono assolutamente pacifici”. Gli Stati Uniti hanno intanto ammesso di avere tentato di comprare il comandante della petroliera iraniana Adrian Darya 1, trattenuta a Gibilterra dal 4 luglio al 15 agosto, cercando di convincerlo, con la promessa di milioni di dollari, a condurre la nave là dove loro avrebbero potuto sequestrarla. Lo scambio di mail tra l’Iran Action Group del Dipartimento di Stato Usa e il comandante iraniano Akhilesh Kumar è stato ufficialmente confermato. L’Adrian Darya 1 è nel Mediterraneo orientale, ma avrebbe spento i suoi responder: gli Usa sospettano che il suo petrolio sia destinato alla Siria.

Intanto, l’armatore della petroliera svedese battente bandiera britannica sequestrata a luglio nello Stretto di Hormuz dai Pasdaran, in risposta al blocco dellal’Adrian Darya 1, ha confermato che sette dei 23 marinai sono stati rilasciati dall’Iran. Il gesto potrebbe ridurre la tensione tra Iran e Londra.

“Silvia non è in Somalia”. E i sospettati possono uscire

Il governo somalo ha smentito che Silvia Romano sia tenuta prigioniera sul suo territorio. Lo riporta il tg di un’emittente di Mogadiscio. Il servizio, dopo aver dato conto della notizia trapelata dalla Procura di Roma secondo cui la volontaria dell’associazione Africa Milele sarebbe stata portata in Somalia, riferisce di una nota del governo che smentisce questa rivelazione. Gli indizi raccolti dal Fatto Quotidiano parlano di una donna bianca tenuta prigioniera ai confini tra Somalia e Kenya su una delle isole dell’arcipelago Bajuni. Non è stata finora possibile una verifica. La regione (il Jubaland) è sotto controllo di milizie freelance (niente a che fare con gli shebab) legate a un’amministrazione locale in cattivi rapporti con il governo di Mogadiscio. Inoltre il Jubaland – dove off shore è stato trovato petrolio – è in contrasto anche con il Kenya, che ha modificato i confini marittimi per impadronirsi di buona parte dei campi petroliferi. In quell’area, a parte i miliziani, non arriva facilmente nessuno e la verifica delle informazioni non è semplice.

Intanto a Malindi nell’ultima udienza del processo contro tre dei presunti responsabili del sequestro, la Corte, ribaltando una decisione già presa, ha stabilito che gli accusati possono lasciare la cella su cauzione. Così Moses Lwali Chembe è già tornato a casa, Ibrahim Adhan Omar (il più pericoloso giacché al momento dell’arresto trovato in possesso di armi da fuoco) se versa 26 mila euro esce (ne ha già pagati oltre 4000), stessa cifra chiesta a Abdulla Gababa Wario. Le prossime udienze sono fissate per il 24 e 25 ottobre e si terranno a Chakama, dove Silvia è stata rapita.

La polizia di Nairobi confidenzialmente ha fatto sapere che le ricerche di complici e testimoni si sono spostate anche a Likoni (dove Silvia aveva lavorato lo scorso anno) e a Mombasa, il più grande e trafficato polo portuale dell’Africa orientale.

Le barricate di Johnson: “Niente proroga o morte”

Ora che perfino l’Italia ha di nuovo un governo, il trofeo per la crisi politica più pazza del mondo spetta a Londra, con lo spettacolo pirotecnico quotidiano della democrazia più antica del mondo eccetera eccetera, che si incarta su se stessa e inventa ogni giorno modi nuovi per uscire dalla rogna auto-inflitta di Brexit – e nemmeno un navigato democristiano di buon cuore per ricucire le ferite.

Conta l’assenza di una Costituzione codificata, che fa tanto comodo in tempi di fair play, ma ora che i gentlemen vengono epurati senza tanti complimenti, diventa una maledizione, una coperta che un premier tentato da derive autoritarie può tirare qua e là. L’ultima vittima della contraddizione fra realpolitik e coscienza è Jo Johnson, fratello angelicato del dictator Boris, che ieri si è dimesso da deputato conservatore e sottosegretario nel governo del fratellone citando “una tensione irrisolvibile” fra “lealtà familiare e interesse nazionale”.

Quanto a Boris, ha già un record personale: il 100 per cento delle sconfitte parlamentari, 4 su 4, e tutte nelle prime 24 ore. A una Brexit senza paracadute, il 31 ottobre, mancano solo 55 giorni. Ma siamo di nuovo alla casella numero uno di questo folle gioco dell’oca.

Nei primi tre giorni di attività, il Parlamento ha tolto al governo il controllo della partita, e se non ci sono altre sorprese, entro lunedì la legge Benn, che obbliga il premier a chiedere a Bruxelles una nuova estensione dell’art. 50 se entro il 19 ottobre il Paese non ha alternative al no deal, dovrebbe ricevere l’assenso reale. Ieri pomeriggio, in una surreale conferenza stampa blindata, circondato da giovani poliziotti, Johnson ha detto che piuttosto che chiedere una estensione si scava la fossa. E ha insistito per nuove elezioni il 15 ottobre, accusando di nuovo Corbyn di resa a Bruxelles.

In pochi giorni è passato dall’abuso politico delle sue prerogative per sospendere il Parlamento, tirando per la giacchetta anche la Regina, a essere ostaggio del partito laburista, che ora può decidere se e quando gli convenga votare. Per uscire dal bunker gli restano tre possibilità.

1) Chiede di nuovo elezioni, da tenersi il 15 ottobre, secondo la procedura attualmente in vigore, con un quorum dei 2/3 dei parlamentari. Ci proverà lunedì, dopo la sconfitta, mercoledì, sulla stessa mozione. Ma il Labour sembra orientato a non assecondare elezioni prima di novembre.

2) Con un semplice emendamento alla legge attuale chiede elezioni con quorum parlamentare a maggioranza semplice. Ostacolo 1: non ha nemmeno quella. Ostacolo 2: possono aggiungere emendamenti anche gli oppositori, ponendo condizioni. Ostacolo 3: l’iter parlamentare è lungo e lui… ehm… ha sospeso il Parlamento per cinque settimane. 3) Chiede una mozione di sfiducia contro se stesso e ordina ai suoi di astenersi, contando sul fatto che gli avversari non resistano all’occasione di liberarsene. Se passa la sfiducia, l’opposizione ha due settimane per formare un governo alternativo. Se fallisce si va a elezioni. Funziona solo contando sul fatto che gli avversari non riescano a trovare un compromesso per garantire una maggioranza parlamentare. Rischioso.

E cosa potrebbe accadere in caso di elezioni, finalmente? Previsione difficile. Farà campagna sul tema del giorno, popolo contro Parlamento, accusando Westminster di aver impedito la Brexit: piattaforma che potrebbe risultare vincente se davvero, come risulta da un recente sondaggio di Politico.eu, a un eventuale governo Corbyn gli elettori preferirebbero perfino il no deal. Se poi, come suggerito da Nigel Farage, stringesse un ticket elettorale con il Brexit Party, entro poche settimane ci si potrebbe ritrovare con un Parlamento nuovo di zecca e a maggioranza pro-Brexit. Casella di partenza e fine dei giochi.

“Nel mondo ha vinto l’egoismo”

“La mia sensazione è che negli ultimi decenni siamo passati da uno scenario all’altro. Da uno classico, visto spesso in passato – con gruppi di origini diverse che si ritrovano fianco a fianco, al principio diffidenti gli uni degli altri, poi con qualche scontro e infine dimentichi del fatto di essere stati nemici – siamo precipitati in uno scenario in cui questo happy ending non è più all’ordine del giorno. Persino l’Italia, la cui vita politica e intellettuale ha rappresentato per la mia generazione un punto di riferimento e un oggetto di ammirazione, sta diventando irriconoscibile”.

Non fa sconti Amin Maalouf – scrittore e intellettuale libanese di nascita e francese d’adozione – nel ragionare su questi tempi. Maalouf – come David Grossman in Israele – ha nella sua scrittura la coscienza critica di una generazione, capace di intercettare i cambiamenti di una società prima che questi raggiungano la coscienza comune. Nel suo ultimo libro Il Naufragio delle Civiltà traccia un ritratto a tinte fosche del presente. “Le dottrine che esaltano l’universalità sono state talmente screditate negli ultimi decenni che tutti i particolarismi ne sono usciti in qualche modo rafforzati”.

È un problema di leadership? Non nascono più sognatori come in passato?

C’è un problema di leadership. Gente con idee universali non ce n’è più, sovranismo e isolazionismo sono materia più facile da smerciare.

Maalouf, quando il mondo ha smesso di essere ciò che era e ha smesso di mantenere le promesse che sembrava aver fatto?

È il 1979 l’anno che divide quasi due epoche, che ha cambiato le regole del gioco. Ci sono state due rivoluzioni insieme, i conservatori sono diventati progressisti e viceversa. Penso alla Gran Bretagna di Margaret Thatcher e all’Iran di Khomeini. È l’anno in cui ci è caduto il cielo sopra la testa, la complessità di quel periodo cominciamo a capirla solo adesso, 40 anni dopo. Così come i danni del marxismo. Nel mondo occidentale c’è stata quella che la Thatcher ha definito una rivoluzione conservatrice, che poi ha attraversato l’oceano ed è approdata nell’America di Ronald Reagan, Così come nel Medio Oriente lo choc per la guerra del 1967, che poi ha partorito il Likud, un partito conservatore ma fino a un certo punto. Ma l’evento fondamentale – nel mondo arabo e musulmano – fu certamente la rivoluzione iraniana, con l’avvento dei movimenti islamisti che erano conservatori e radicali.

Il fantasma di Khomeini ci perseguita ancora?

Dopo quella crisi ci sono stati molti cambiamenti, l’America di Donald Trump non è quella di venti o trent’anni fa, il progetto ambizioso dell’Unione europea è in crisi e si sta dividendo, dal Medio Oriente – un tempo culla di civiltà millenarie – ci sono solo fughe e disperazione. I Paesi emergenti come la Cina o il Brasile sono gelosi delle proprie possibilità. È un mondo in cui il più forte lascia il debole da solo… non si va lontano così.

Il tempo dell’ansietà. È questo il destino della nostra epoca?

La guerra al terrorismo è una guerra permanente. Una situazione difficile, la minaccia di attentati, l’immigrazione di massa. Molte società sono possedute dalla paura, temono di perdere l’identità, di essere invase dallo straniero minaccioso e terrorista. Se vediamo dove stiamo andando siamo obbligati a pensare che questo fenomeno difficilmente sparirà. Oggi i progressi tecnologici non si dividono con i Paesi in via di sviluppo, i singoli Paesi li usano per dotarsi di sistemi di sicurezza sempre più sofisticati, lasciando l’origine dei problemi esattamente lì dov’era. E allo stesso tempo queste società producono leader capaci di sfruttare la paura per ottenere maggiori consensi.

Lei scrive che molte delle convulsioni che agitano il Pianeta oggi sono strettamente legate a quelle che hanno agitato il mondo arabo negli ultimi decenni …

Il Medio Oriente essendo la terra d’origine delle tre grandi religioni monoteiste, ha un ruolo unico: se popoli che appartengono a gruppi religiosi, etnici e linguistici così differenti vivono in armonia e in prosperità in questa regione simbolica, l’intera atmosfera mondiale può cambiare, si può vivere insieme. Tutti.

Alitalia, si va verso una nuova proroga (la sesta) per l’offerta

Potrebbe arrivare l’ennesima proroga per il dossier Alitalia. La scadenza per la presentazione dell’offerta vincolante e del piano industriale da parte della cordata Fs, Atlantia, Delta e Mef molto probabilmente sarà allungata oltre il 15 settembre e la proroga non dovrebbe essere di sette giorni, come trapelato nelle ultime ore, ma – secondo fonti attendibili – “un po’ più significativa”. Questo nuovo slittamento è dovuto al fatto che i lavori in corso tra i potenziali nuovi soci sono ancora lontani da una soluzione sul piano industriale. Il nodo riguarda in particolare il ruolo della ex compagnia di bandiera rispetto a Delta in Blue Skies, la joint venture sui collegamenti transatlantici composta dalla stessa Delta, Air France/Klm e Virgin Atlantic. Fs e Atlantia spingono per una soluzione che porti a un potenziamento delle rotte di lungo raggio, ossia sul network nord americano e facendo in modo che Alitalia possa accedere al consorzio Blue Skies in una posizione non subordinata nei confronti del colosso a stelle e strisce. Se infatti Alitalia dovesse entrare in Blue Skies non come partner di primo livello ma solo come “associated”, sarebbe penalizzata. Su questo non c’è ancora un punto d’incontro.

Xylella, ancora numeri a caso Infetto solo l’1,5 % degli ulivi

La notizia è arrivata ieri mattina: la Corte di giustizia Ue ha condannato l’Italia per la vicenda Xylella, il batterio che si ipotizza causi il disseccamento rapido (detto CoDiRO) degli ulivi pugliesi e che è considerato un’emergenza da almeno sei anni. L’Italia non ha espiantato per tempo gli alberi infetti, né ha terminato il monitoraggio. Di fatto, però, la Corte l’ha assolta dall’accusa principale: essere stata costantemente inadempiente e aver così determinato l’ulteriore diffusione del batterio.

I medianazionali e internazionali continuano però a diffondere dati da capogiro sul numero di ulivi che sarebbero infetti. Secondo un recente articolo del settimanale tedesco Der Spiegel, sarebbero positivi a Xylella 21 milioni di ulivi. Il Fatto ha verificato: le piante contaminate, in realtà, sono ‘solo’ 1044, come dimostrano i dati ufficiali della Regione Puglia, gli unici attualmente disponibili. Gianluca Nardone, a capo del Dipartimento Agricoltura della Regione, ha spiegato che tra il 2018 e il 2019 sono state ispezionate circa 186mila piante tra la zona cuscinetto, attuale zona contenimento e quella precedente (che oggi ricade nella zona infetta), in particolare l’area della Piana degli Ulivi monumentali. Di queste, 68.639 sono state sottoposte al test per la presenza di Xylella e solo 1.044 sono risultate positive al batterio. Un’inezia. Ancora: delle 1.044, 610 presentavano sintomi del CoDiRO, le altre erano sane. Viceversa, solo 7.050 piante delle 68.639 sottoposte a test presentavano i sintomi della malattia e di esse solo 610 sono risultate infette da Xylella, circa l’8,6%. Insomma, se ci fosse una relazione di causalità tra batterio e malattia, come prevedono i principi della scienza che studia le propagazioni delle epidemie, si dovrebbe riscontrare la presenza di Xylella su quasi tutte le piante sintomatiche, se non in tutte, e non riscontrarlo sulle piante sane. Invece sembra esattamente il contrario: nel 85% delle 7.050 con sintomi della malattia CoDiRO, il batterio non c’è. Cosa ha dunque causato i sintomi delle piante? “Giova ricordare che i sintomi individuati possono essere attribuiti a diverse cause e non esclusivamente alla presenza di Xylella” spiega lo stesso Nardone.

Il Fatto ha chiesto spiegazioni al Der Spiegel sul perché abbia riportato che 21 milioni di piante siano positive a Xylella in Salento. “Il dato è basato su una stima dell’associazione Coldiretti e da colloqui con i ricercatori del Cnr di Bari e con l’Agenzia Eu Efsa,” hanno spiegato Aureliana Sorrento, autrice dell’articolo, e Michail Hengstenberg, caporedattore. “Coldiretti ha basato la sua stima sul numero di piante presenti nella zona infetta,” poiché la Regione monitora principalmente le zone di contenimento e cuscinetto, per impedire che il batterio si espanda verso nord, e non la zona originariamente definita infetta, la parte più a sud del Salento. Quindi, poiché per quella zona non ci sono dati su quanti ulivi siano positivi a Xylella, il Der Spiegel ha preso per buona la stima di Coldiretti, che in pratica considera tutte le piante di quella zona come infette da Xylella, sebbene non siano state campionate. “L’area dove c’è la maggioranza delle piante infette è la parte più a sud del Salento – aggiunge il Der Spiegel – ed è effettivamente devastata dalla Xylella”. IlDer Spiegelconfonde però il batterio Xylella con la malattia del disseccamento. E mentre le associazioni di categoria ritengono che non sia stato fatto abbastanza, attivisti e scienziati si sono mobilitati (i primi dati dalla Regione sono stati forniti su istanza di accesso agli atti presentata dall’Associazione Terra d’Egnazia). E c’è chi ipotizza un uso strumentale dei dati per favorire reimpianti di specie di ulivi che si prestano alla raccolta meccanica e producono molto più olio degli ulivi millenari.

Nel mezzo, c’è la sentenza della Corte Ue: fa riferimento al periodo 2015-2017 e riguarda sia la fase di gestione del commissario Silletti (a cui risalgono i sequestri della Procura di Lecce) sia quella regionale. In pratica, secondo Bruxelles l’Italia non avrebbe ‘ubbidito’ agli obblighi europei (che prevedevano di eradicare gli alberi infetti e quelli nel raggio di 100 metri) ed è stata condannata per non aver abbattuto 191 alberi su 886 e per non aver terminato i monitoraggi nella zona di contenimento entro il tempo stabilito (connesso al periodo in cui volerebbe l’insetto vettore del batterio, la sputacchina). “Sul punto più importante – spiega il costituzionalista Nicola Grasso – la Repubblica italiana ha avuto ragione. Non ci sono prove del mancato rispetto degli obblighi”. Almeno non in modo costante. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, ha detto che “da quando le norme nazionali sono state modificate, sono stati effettuati oltre 5mila abbattimenti” e che il mancato rispetto delle tempistiche per il monitoraggio è stato risolto “con l’introduzione del termine del 30 novembre”. Un’accelerazione agli espianti è arrivata col decreto Centinaio, anche nelle zone a vincolo paesaggistico dove invece restano bloccati i reimpianti. L’ex ministra del Sud, Barbara Lezzi, un mese fa aveva annunciato che i vincoli “con la collaborazione della Regione” sarebbero stati “superati a breve”. Se i 300 milioni, allocati nella Legge sulle Emergenze Agricole, saranno ancora disponibili, lo deciderà il neo ministro Giuseppe Provenzano. Per ora resta la certezza che quella che si ritiene un’emergenza in Italia conta di numeri risibili.

Monopattini, una (triste) rivoluzione mancata

“Da un decreto pasticciato non possono che derivare molti problemi”. Non usano mezzi termini i tecnici dei Comuni di Milano e Torino quando gli si chiede perché le due città italiane che meglio stanno facendo sulla mobilità sostenibile, hanno dato parere negativo all’utilizzo dei monopattini che invece hanno invaso le città di mezzo mondo. Tanto che in molti li considerano la panacea per risolvere i problemi legati alla circolazione nei centri urbani più congestionati.

Il decreto Toninelli sulla micromobilità elettrica, entrato in vigore lo scorso 27 luglio, ne avrebbe dovuto regolarizzare l’uso, ma in realtà ha delegato alle amministrazioni locali l’applicazione pratica del provvedimento. “In questo modo si generano dei rischi: in assenza di norme chiare, gli utenti privati che in queste settimane stanno correndo all’acquisto di questi dispositivi, li usano in strada a loro rischio e pericolo”, spiegano sempre i tecnici comunali.

Il decreto prevede, infatti, che in via sperimentale i monopattini possano circolare nelle aree pedonali, nei percorsi ciclo pedonali e nelle zone con limite di velocità a 30 chilometri all’ora. E che i Comuni che intendono partecipare alla sperimentazione installino appositi cartelli per segnalare le aree nelle quali i mezzi possono circolare. Ma è qui che si annida la questione: in questo limbo giuridico il rischio che il monopattino venga usato in maniera impropria andando su strade vietate o, peggio ancora, si faccia salire a bordo un’altra persona, è troppo alto. Un azzardo che i sindaci non vogliono accollarsi. Eclatante è stata la decisione del Comune di Milano di fermarne anche l’attività di noleggio: entro fine mese verrà pubblicato il bando rivolto alle società che vorranno attivare servizi di micromobilità in condivisione.

A non convincere né le amministrazioni comunali né le associazioni ambientaliste sono anche i limiti di velocità fissati, inferiori a quelli di una qualsiasi bicicletta a pedalata assistita: su aree pedonali e ciclabili non si può superare il limite di 6 km all’ora, mentre nelle zone 30 e nelle strade con limite di velocità a 30 km all’ora, non può viaggiare a più di 20 km orari. Il rischio è che con regole così complicate quella che potrebbe essere una opportunità di circolazione nelle città grazie a mezzi a emissioni zero, incontri enormi barriere alla sua diffusione.

L’auto che verrà dopo il dieselgate

L’età della batteria è alle porte e il mondo dell’auto si allinea. A una necessità che non sentiva per nulla, ma che è diventata impellente con l’accelerazione impressa dalla vicenda Dieselgate. A ben vedere, l’innesco che ha fatto saltare la fiducia tra costruttori e cittadini. E, di conseguenza, le istituzioni. Che di voti e preferenze vivono e, dunque, ne cavalcano umori e diffidenze. L’idillio tra l’Unione europea e potentati delle quattro ruote (soprattutto tedeschi) è soffocato dentro una nube di anidride carbonica, aprendo un’era di restrizioni e limiti non sempre verosimili. Ai quali si può ottemperare solo con un’iniezione di elettroni sotto al cofano, che affianchino o sostituiscano i carburanti tradizionali.

Tutti i marchi automobilistici ci puntano, seppur storcendo il naso visto che si parla di investimenti miliardari a fronte di guadagni teorici. Uno dei nodi da sciogliere è l’effettivo livello di elettrificazione da mettere in un veicolo: essendo i costi delle batterie (e dunque del prodotto finito) ancora alti, è fondamentale capire quale tecnologia utilizzare. Ibride, plug-in, elettriche pure, ma anche e più in là fuel cell a idrogeno: cos’è più efficiente ed economicamente sostenibile?

Nessuno si sbilancia, tutti si lasciano aperta ogni porta. Ma per chi compra, è importante sapere che il prezzo sale a seconda di cosa si sceglie. Sul mercato l’offerta comincia ad essere variegata. C’è quella base, costituita dal cosiddetto ibrido leggero (mild hybrid), che sfrutta la presenza di un piccolo motore elettrico, solitamente a 48V, il cui compito è quello di supportare quello tradizionale ma mai di sostituirvisi: in questo caso la batteria utilizzata è piccola, così come il costo della vettura. Ci sono citycar dotate di questa tecnologia che partono da 15-16 mila euro, assimilate in tutto e per tutto alle ibride di cui sfruttano gli stessi vantaggi normativi (come accesso alle Ztl o sosta gratis sulle strisce blu, a seconda delle varie ordinanze comunali). Si stima che entro il 2025 le mild hybrid varranno il 18% del mercato europeo.

Poi ci sono le ibride piene (full hybrid), complesse tecnicamente e dunque più costose. In questo caso il motore elettrico dà un aiuto assai sostanzioso a quello termico: interviene quando c’è bisogno di spunto aggiuntivo, ricarica le batterie in fase di decelerazione e frenata, può anche spingere da solo l’auto per brevi tratti. Molto efficace per percorrenze urbane, una citycar con tecnologia ibrida full può essere acquistata intorno ai 20 mila euro. Meno, se si incappa in una delle tante promozioni di case e concessionari.

Una variante delle ibride è rappresentata dalle plug-in, ancora più costose, perché dotate di un pacco batterie importante. E che, all’occorrenza, può essere ricaricato esternamente tramite presa domestica, wall box o colonnina. È chiaro che in questo caso l’autonomia in modalità elettrica pura aumenta, attestandosi intorno ai 50 chilometri. Ma ad aumentare, come detto, sono anche i prezzi: fino a 40 mila euro circa.

Infine, le auto a zero emissioni. Quelle tanto semplici tecnicamente (motore elettrico più batteria) quanto costose al botteghino: tra 35 e 45 mila euro, per ora. Soprattutto perché, in questo caso, la voce accumulatori pesa parecchio: la soluzione può essere quella delle batterie allo stato solido, meno ingombranti e più performanti, ma per quelle bisognerà aspettare. Il presente offre al massimo la variante (di nicchia e ancora più costosa) delle fuel cell, da cui si ricava elettricità per mezzo di una reazione chimica tra idrogeno e ossigeno.

Il vantaggio dell’auto elettrica sta nel bassissimo impatto ambientale (a patto che l’energia che la spinge sia ottenuta da fonti rinnovabili), nella silenziosità, nell’economia d’esercizio. I limiti, oltre al prezzo, rimangono l’autonomia parziale e soprattutto le infrastrutture. “Entro il 2025 abbiamo bisogno di 1,2 milioni di stazioni di ricarica in Europa”, ha spiegato il segretario generale di Eurelectric, Kristian Ruby. E quel bisogno sta diventando impellente.