“Ci si riempie di coca oggi perché la vita è una merda. Camionisti, chirurghi, operai edili, tassisti la prendono tutti: se l’eroina ti disattiva, la cocaina ti attiva al mondo. Ma è un tema che i governi continuano a ignorare”. Autore del libro da cui è tratta la serie ZeroZeroZero, Roberto Saviano catalizza un affondo “sul capitalismo contemporaneo, che è un turbo innescato dal narcotraffico”, e individua “nella coca l’unica economia comparabile a quella petrolifera: la crisi del 2014 è stata superata grazie alla liquidità del suo commercio”. Coca vincit omnia, eppure, nella serie Sky Studios diretta da Stefano Sollima, la cocaina c’è, ma non si vede. La si racconta, senza mai mostrarla.
Niente tiri, ma tratte. Niente sniffate, ma derrate. Al massimo una canna, marijuana, fumata in famiglia. ZeroZeroZero non indaga il consumo, bensì il traffico di droga: non l’assunzione, piuttosto la trattativa e il trasporto. A suo modo, stupefacente.
Dal punto di partenza a quello d’arrivo, dal Messico dei cartelli alla Calabria degli ’ndranghetisti, passando per la compagnia americana che mette in acqua la nave portacontainer, la meta poetico-drammaturgica asseconda Kerouac: è il viaggio. Storia di un carico ingente di cocaina, “forse – sostiene Sollima – la merce più universalmente diffusa, la più trasversalmente consumata, sicuramente la più redditizia”.
La scala è globale, meridiani e paralleli come righe stese, l’esperanto del traffico internazionale: tre continenti (America, Europa e Africa), sei lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, wolof e arabo), conseguenze geopolitiche. E soldi, soldi, ancora soldi: il tariffario corrente lo fornisce ancora Saviano, un chilogrammo di cocaina costa 2.000 dollari in Colombia, 15 mila in Messico, 27 mila negli Usa, 45 mila in Spagna, 54 mila in Italia, 70 mila nel Regno Unito. Da un chilo ne vengono tre, malamente anche quattro, tagliati, e ognuno di questi vale al dettaglio 200-300 mila euro. Sicché “con 10 mila euro di cocaina pura comprata in Sudamerica puoi diventare milionario”: moltiplicatore stupefacente, anche questo. Legalizzare? “Potrebbe interrompere questa massa di guadagni infiniti, ma – prevede lo scrittore – trasformerebbe l’economia”.
Fuori concorso a Venezia 76, in onda su Sky l’anno prossimo, Pablo Trapero e Janus Metz in co-regia, ZeroZeroZero ha per ascissa il denaro, per ordinata le famiglie, per retta nel piano cartesiano la nave imbottita di droga. Ma non è solo logistica, il battito è criminale, il retroterra umano, le aritmie psicologiche, le ricadute diffuse: “Che la si spacci, consumi o meno, ognuna delle nostre vite – osserva Sollima – è toccata dal traffico o dai ricavati della cocaina: è l’anima del romanzo, il motivo della serie”. Incalza Saviano, rispondendo a una giornalista al Lido: “Se le do un sacchetto di coca, lei prima di uscire dal festival lo sa vendere. Se le do un sacchetto di diamanti, lei non troverà nessuno disposto a fidarsi, anche se sono veri. La facilità con cui la coca può essere venduta e istantaneamente testata la rende in assoluto la merce più preziosa al mondo”.
Sicché, traendo le somme, “ZeroZeroZero non è il racconto del narcotraffico, ma dell’economia del nostro tempo”.
I conti in tasca ai capoclan, gli spari sopra gli innocenti esplosi tra guardie e narcos, i rovelli cash & carry dei broker: i primi due episodi visti degli otto complessivi apparecchiano vecchi boss (Adriano Chiaramida) sprofondati in bunker sull’Aspromonte, nipoti (Giuseppe De Domenico) doppiogiochisti e assetati di vendetta; soldati messicani timorati di Dio e vieppiù spietati vampiri (Harold Torres); armatori americani formato famiglia (Andrea Riseborough, Dane DeHaan, Gabriel Byrne), tra sindrome di Huntington e segreti confessabili.
Il precipitato è profano, il voltaggio sacro: “I boss vivono come gli ultimi calvinisti del mondo, dall’etica mafiosa – guadagna più che puoi, difenditi, non fidarti di nessuno, nemmeno di te stesso – discende una logica religiosa, la convinzione che solo il Padreterno ti possa comprendere”.
Del resto, conclude Saviano, la prospettiva non è peregrina: “Se il gangster lavora per soldi, il mafioso lo fa per il potere, e il potere lo paghi: odio, solitudine, carcere e morte”. Ma com’è ZeroZeroZero? Sollima conferma facilità e felicità di regia, la sceneggiatura imbarca qualche ruggine e inverosimiglianza di troppo: il coté calabro, comunque, è il migliore.