A emissioni zero. La svolta delle città elettriche

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nergia pulita, mobilità sostenibile, fiscalità ambientale. Dopo tante parole, potrebbero arrivare finalmente i primi fatti. Il nuovo governo Conte sembra intenzionato a sostenere la svolta green, con una serie di misure concrete che vanno nella direzione giusta: creare lavoro e accettare la sfida della sostenibilità. Grande, intanto, resta l’insoddisfazione, tra chi vive nelle città, per la cattiva qualità dell’aria e la pessima performance dei trasporti pubblici. Da questo dovrebbe derivare una forte domanda di mobilità sostenibile, ossia di sistemi di accessibilità urbana capaci di conciliare il diritto alla mobilità con l’esigenza di ridurre l’impatto ambientale, sociale ed economico dell’attuale modello, fondato sull’uso massiccio dei veicoli privati. Ma non sembra ancora chiaro da dove potrebbe partire questo processo.

Non basta, infatti, una massiccia installazione delle colonnine per la ricarica delle auto elettriche (entro il 2022 grazie alla mappatura che stanno realizzando società private dovrebbero superare quota 30mila) o importanti lavori infrastrutturali che una manciata di città stanno avviando per aumentare i chilometri di piste ciclabili per parlare di successo della mobilità sostenibile.

Gli italiani detengono il record del tasso di motorizzazione, vale a dire che ogni 100 abitanti ci sono ben 62 automobili. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Aci, in Italia circolano 39 milioni di auto, 670.000 in più rispetto al 2017, con un incremento dell’1,3%. Particolarmente indicativo, poi, è il dato dell’età media dei mezzi che compongono il parco circolante che sale ancora arrivando a 14 anni e 4 mesi per le auto a benzina e 9 anni e 8 mesi per le diesel. Il 56% del totale, poi, ha almeno 10 anni mentre sono addirittura il 9,5% le vetture che appartengono alla classe Euro 0, quindi targate prima del 31 dicembre 1992, vetture poco sicure e molto inquinanti che nella maggior parte dei casi non possono circolare indipendentemente da limitazioni o blocchi del traffico.

Gli incentivi previsti dall’ecobonus, poi, non stanno dando gli effetti sperati: il mercato italiano dell’auto resta in picchiata, soprattutto per la discesa delle vendite di modelli a gasolio (meno inquinanti), mentre continua a salire il numero di vetture a benzina. Le nuove auto elettriche costano troppo (quelle più a buon mercato stanno intorno ai 35mila euro) per aver fatto breccia tra il ceto medio. Ed anche se i veicoli elettrici puri registrano numeri sempre in crescita, questo non basta a far guadagnare una quota percentuale rilevante per quanto riguarda le immatricolazioni complessive mensili: il dato, infatti, è ancora ben sotto l’uno per cento.

“Uscire dall’inquinamento, che attanaglia le città è possibile attraverso scelte di sistema e politiche che fino a oggi sono mancate. E questo può avvenire solo dirottando le risorse economiche, destinate da sempre a strade e autostrade, verso gli investimenti per le aree urbane e per rilanciare la cura del ferro del trasporto pubblico”, si augura Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, che ha curato il primo rapporto su “Le città elettriche e la mobilità a emissioni zero in Italia”, in collaborazione con MotusE (l’associazione per la mobilità elettrica). Quello che emerge è un quadro in chiaroscuro: se a Milano il 52% degli spostamenti in città avviene già senza inquinare (perché si sceglie di andare in bicicletta o con i mezzi pubblici), le altri grandi città arrancano soprattutto a causa della mancanza di finanziamenti.

Così a Bologna l’accessibilità raggiunge il 40% e gli spostamenti a zero emissioni (elettrici, bici, a piedi) rappresentano il 39%; a Torino a fronte di un’accessibilità (Tpl, bici e sharing) del 27% gli spostamenti zero emissioni sono il 40%; a Napoli i numeri evidenziano un 50% di movimenti che già avvengono con mezzi non inquinanti con un’accessibilità pari al 34%; a Genova il 39% degli spostamenti è a zero emissioni (accessibilità al 36%); a Firenze il 17% (accessibilità al 26%) e a Roma il 20% (accessibilità al 27%). “Lo studio – spiega Zanchini – non va letto come una classifica, piuttosto come l’inizio di una nuova rivoluzione”. Numeri di buon auspicio. Ma la mobilità a zero emissioni, se demandata alla sola mobilità privata, con i pochi modelli proposti di auto e moto elettriche poco competitivi, non ha i numeri oggi neppure per farsi vedere. La vera differenza la faranno i mezzi pubblici elettrici e, soprattutto, se in città si andrà in bicicletta e si sfrutteranno i servizi di sharing mobility. La mobilità sostenibile, come prevede il programma del governo, ha bisogno di essere affrontata con una visione nuova dello sviluppo economico della società, perché quello attuale è un modello dannoso per ambiente, salute ed economia.

In condivisione è meglio: lo fanno 5 milioni di italiani

Sono oltre cinque milioni gli italiani che tra automobili, motorini e biciclette usano quotidianamente mezzi di trasporto condivisi. La cosiddetta sharing mobility fa passi da gigante in Italia compiendo in un solo anno un balzo del 26% e attraendo un milione di utenti in più rispetto al 2017. I numeri dall’Osservatorio nazionale della sharing mobility, nato da un’iniziativa dei ministeri dell’Ambiente e dei Trasporti e della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, non lasciano dubbi. Anche se la fotografia che ha scattato, con Milano e Torino a fare da protagoniste, non è tutta rosa e fiori: le biciclette, ad esempio, sono in calo e non di poco: -9%. Tutta colpa della chiusura nelle grandi città dei servizi che offrivano il servizio di bike sharing a causa dei furti e del danneggiamento delle due ruote. “Nelle città si va comunque verso i mezzi sempre più piccoli e leggeri”, spiega Massimo Ciuffini, coordinatore dell’Osservatorio. “Basti pensare al boom degli scooter che sono a +285%. Nel 2018 i servizi attivi in Italia fra car sharing, scooter sharing, carpooling e bike sharing sono arrivati a quota 363, 14 in più rispetto al 2017 e con una base di utenti di 5,2 milioni, un milione in più del 2017. Si sono registrati 33 milioni di spostamenti, in media 60 al minuto, il doppio del 2015. I Comuni in cui è attivo almeno un servizio di sharing mobility sono 271 (il 57% al Nord).

La sfida “green”e i ritardi dell’Italia

L’Italia ricomincia da un nuovo governo e da un nuovo modello di mobilità sostenibile da abbinare alla tutela dell’ambiente, all’incentivo delle risorse rinnovabili e alla forte spinta dell’economia circolare. Tanto che su 29 punti del programma del Conte bis, almeno 7 fanno esplicito riferimento a tematiche ambientali o energetiche. L’emergenza climatica ha bisogno di essere affrontata con una visione nuova dello sviluppo economico della società. Ma di tempo non ce n’è molto: secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) già entro il 2052 le temperature potrebbero aumentare di altri 3 gradi. In Europa siamo il Paese con il più alto tasso di motorizzazione, ma anche il maggior esportatore di bici. Eppure l’interesse politico per le tematiche riguardanti mobilità sostenibile ed elettrica resta ancora molto scarso. Solo una manciata di città, evidenzia un rapporto di Legambiente, sono riuscite ad avviare una riqualificazione urbana. Serve maggiore integrazione tra servizi e il coraggio di sperimentare soluzioni innovative. Serve uno scatto da parte di tutti – enti locali e società private – per consentire al trasporto pubblico di interagire con l’elettrico privato. Il nuovo governo dovrà ora decidere se continuare a investire sull’ecobonus. Per ora il bilancio di questa operazione è negativo: da gennaio a luglio l’Erario ha incassato 4,9 miliardi di euro in Iva sulla vendita di nuove auto, il 2% in meno dell’anno scorso. Ma è l’industria dell’auto a essere in profonda crisi: i diesel non si comperano più e le elettriche sono inaccessibili ai più per il prezzo. Il ceto medio non riesce così a svecchiare un parco auto tra i più vecchi e inquinanti d’Europa. Puntare su un’Italia sostenibile sembra un bel sperare per il nostro futuro.

La partecipazione (anche online) è sancita dalla Carta

Incapaci come sono di comprendere cosa è accaduto e cosa accade tra la gente, le élite italiane hanno tirato un bel sospiro di sollievo. La nascita del governo Conte 2 è stata salutata come una sorta di rivincita dell’establishment europeo, dei mercati, dell’ordine costituito. Ma se nessuno oggi è in grado di dire se il nuovo esecutivo farà bene o male – i governi, spiegano gli inglesi, sono come i budini, si giudicano mangiandoli, non dall’aspetto – già ora si può affermare che qualcosa è cambiato nel rapporto tra cittadini e politica. Lo dimostra il fatto che per il Pd il voto tra gli iscritti M5S sul nuovo premier e il programma di governo non è più un caso di stregoneria informatica, ma semplicemente un modo per far esprimere uno degli organi di quel movimento: la base. Tanto che martedì 3 settembre, il capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio, ha definito il voto sulla piattaforma Rousseau “una procedura democratica che rispettiamo”. Su molti giornali, è vero, si sono letti interventi di esimi costituzionalisti, che pensavano l’esatto contrario. Sabino Cassese, sul Corriere della Sera, si è per esempio chiesto quando “il capo politico del M5S smetterà di giocare con la democrazia?” e molti altri gli hanno fatto eco. Il succo del ragionamento è questo: il voto online non è illegittimo, ma il fatto che sia avvenuto dopo l’incarico dato a Giuseppe Conte dal presidente Sergio Mattarella mette a rischio l’architettura costituzionale. Perché se i 115 mila iscritti al Movimento votassero no (hanno poi votato sì, ndr), finirebbero per delegittimare la scelta di far nascere un governo presa dai parlamentari pentastellati eletti con i voti di 11 milioni di cittadini. Se il risultato è negativo, si è domandato preoccupato Cassese, cosa si fa? La risposta è ovvia.

I parlamentari non avrebbero dovuto dare la fiducia. Ma questo, secondo Cassese, avrebbe rappresentato la rivincita del partitocrazia sulla volontà degli elettori M5S espressa in Parlamento tramite i loro eletti. Noi che eravamo dichiaratamente per il sì, pensiamo però il contrario. Certo, se ve ne fosse stato il tempo, sarebbe stato più opportuno indire la votazione online prima dell’incarico, ma visto che di tempo non ce n’era, farlo dopo è stato meglio che non farlo. Perché qualunque fosse stato l’esito del voto, la democrazia non sarebbe stata violentata. Per due motivi. Il primo è che Conte non aveva ancora accettato l’incarico. Era solo un presidente incaricato. E più volte nella storia del nostro Paese è successo che chi si trovava in quella posizione alla fine rinunciasse: perché non si trovava l’accordo sui ministri; sul programma o perché gli organi di un partito alla fine dicevano no. È accaduto, ad esempio, nel 1953 con Attilio Piccioni quando all’ultimo momento i socialdemocratici decisero di votargli contro. Il secondo motivo è invece scritto nell’articolo 49 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Chi vuole incidere sulle scelte e non limitarsi a votare ogni 5 anni, può insomma entrare in una formazione politica. Cosa che purtroppo fanno ormai in pochi. Anche perché tutti sanno, che in barba alla Carta, i partiti di solito sono molto poco democratici. Per questo la vera battaglia dovrebbe essere quella per avere finalmente una legge che regoli la vita interna dei partiti (e dei sindacati). Non quella contro il voto di chi ancora si iscrive.

Per l’ambiente è finito il tempo delle parole

Se c’è un segno distintivo, un elemento forte, caratterizzante, che almeno sulla carta differenzia il nuovo governo giallo-rosso dal precedente esecutivo giallo-verde, questo è proprio il rilievo che il programma del Conte 2 riserva all’Ambiente e alla sua tutela. Un Green New Deal, postula addirittura al punto 5 il documento predisposto dal presidente del Consiglio e approvato dai partner della maggioranza M5S-Pd e LeU. In forza del quale, s’invoca (e si promette) un “radicale cambio di paradigma culturale” con l’obiettivo dichiarato di “inserire la protezione dell’ambiente tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale”.

Per la verità, la Costituzione italiana contempla già questo valore all’articolo 9: dopo il primo comma, in cui la Repubblica s’impegna a promuovere “lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”, segue il secondo comma che parla esplicitamente di “tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione”. È la “Grande Bellezza” italiana rappresentata nell’omonimo film di Paolo Sorrentino, magistralmente interpretato da Toni Servillo. Ma, di fronte alla devastazione del Belpaese, all’abusivismo edilizio, alla cementificazione delle coste e all’inquinamento del mare, si può dire che purtroppo quel principio è rimasto un auspicio piuttosto che un vincolo concreto e rispettato.

Ora è necessario un cambio di passo, un salto di qualità. L’emergenza climatica e il riscaldamento del pianeta impongono misure urgenti, interventi immediati ed efficaci a livello globale, per salvare la Terra dall’Apocalisse annunciata. E l’Italia, il Paese con il maggior numero di siti Unesco al mondo, ricco di bellezze naturali e di beni culturali, è chiamata a fare la sua parte per offrire un modello di “conversione ecologica” dell’economia che possa rappresentare un benchmark su scala planetaria. Non c’è più tempo per giocare con le parole e perdersi nella retorica ambientalista. Occorrono i fatti, le soluzioni praticabili. Ogni giorno che passa, lo stato di salute della Terra peggiora e si aggrava. E se una ragazzina svedese di 16 anni come Greta Thunberg è riuscita a richiamare l’attenzione dei Grandi del mondo su questa emergenza epocale, mobilitando contemporaneamente le generazioni più giovani, i governi non possono più continuare a far finta di niente o, peggio ancora, a rimuovere la questione in base ai propri calcoli e interessi contingenti.

Il rogo della foresta amazzonica, il più grande polmone del Pianeta che fornisce da solo il 20 per cento dell’ossigeno all’intera umanità, testimonia drammaticamente che la popolazione mondiale respira la stessa aria e vive la stessa vita. È proprio l’ambientalismo, perciò, il più potente antidoto contro i rigurgiti di nazionalismo e sovranismo che agitano la vecchia Europa. Nessun Paese – piccolo o grande che sia – può fare più da solo, in nessun campo, dall’ecologia alla migrazione di massa.

È senz’altro apprezzabile, dunque, che il nuovo governo italiano dichiari nel suo programma che “tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti climatici”. Si tratta di un impegno d’onore su cui il governo giallo-rosso sarà giudicato dagli elettori e da tutti i cittadini. All’insegna della tecnologia, la “transizione ecologica” deve orientare l’intero sistema produttivo verso quella “economia circolare” capace di rigenerarsi da sola, riducendo al massimo gli sprechi e riutilizzando i materiali in cicli successivi. Troppi annunci e troppe promesse abbiamo già sentito però in questo e in tanti altri campi, per accontentarci oggi dei buoni propositi. Tradire l’Ambiente equivale a tradire il presente e il futuro. Il presente di tutti noi, il futuro dei nostri figli e nipoti.

La scuola nell’epoca delle passioni tristi

Si riaprono le scuole come sempre nel disinteresse generale, in attesa di una vera riforma. Ne abbiamo avute varie, sin dal 1997 con il ministro Berlinguer, seppellita nel 2003 dalla Moratti, a sua volta messa in soffitta nel 2008 dalla Gelmini, per essere inviata al macero nel 2015 dalla “buona scuola” di Renzi. Si direbbe che all’incirca ogni cinque anni arriva un ministro che disfa quanto edificato dal precedente, a riprova dell’incapacità di varare leggi durature.

Succederà lo stesso con il nuovo governo? Troviamo una prima risposta in un’indagine non ancora pubblicata, condotta alla Sapienza da due docenti di Sociologia, Franca Faccioli e Mihaela Gavrila, dal titolo Il futuro come fatto mediale. Adolescenti, narrazioni transmediali e visioni del futuro. Lo studio apre uno squarcio su un mondo di cui gli adulti conoscono ben poco grazie all’incuria di chi ha confuso l’educazione con il poltronificio, spesso mandando alla Pubblica istruzione politici incompetenti. La conseguenza è che grazie a tale insipienza uno studente italiano, terminati gli studi, ambisce solo a emigrare, consapevole delle scarse opportunità di impiego in patria. Io stesso, che alla Sapienza coordino il portale di cinema e new media, mi confronto quotidianamente con ragazzi disillusi, privi di prospettive. Il desiderio di abbandono pervade anche l’universo dei docenti di scuola, afflitti da un senso di impotenza, pagati una miseria, in media poco più di mille euro al mese. È la riprova che la politica li ritiene inutili. Può un Paese avere un futuro senza investire sui giovani e sui loro insegnanti? L’indagine di cui sopra si ricollega ai lavori di due psicoanalisti, Miguel Benasayag e Gérard Schmit, condotti nell’arco di oltre un decennio. Vale la pena ricordare che Benasayag, di ordine argentino, è stato a lungo in carcere ai tempi della dittatura. Questo insieme di lavori conferma che l’universo della scuola è dominato da una patologia che ha come dominante “l’epoca delle passioni tristi” (titolo del saggio dei due studiosi). Significa che la nostra società “è attraversata da una innegabile tristezza”. Ne sono afflitti tutti: i genitori che non sanno dialogare con i propri figli e i ragazzi che ritengono gli adulti “vuoti a perdere”, come dice la canzone di Noemi. Per non parlare degli insegnanti, così frustrati da aspettare soltanto il momento della pensione. Ci sono eccezioni, certo. Ma riguardano una fascia ristretta di ottimi docenti e di genitori consapevoli. Troppo pochi per invertire la rotta. Basta guardare al dilagare di episodi di violenza giovanile, ne abbiamo avuto un esempio recente a Roma, quando un adolescente è stato preso a calci da alcuni ragazzi che l’hanno mandato all’ospedale, senza alcuna ragione se non quella del piacere di fare del male. L’epoca delle passioni tristi è dominata da un sentimento sempre diffuso “di crisi e destabilizzazione, di insicurezza e precarietà”.

Ci sono così tanti giovani sbandati, i quali in assenza di un aiuto più sano vengono imbottiti di psicofarmaci, con il risultato di renderli artificialmente sopiti, ma non coscienti delle loro azioni. Così, anziché valutare le ragioni dei comportamenti devianti, spesso originati da sofferenza e incomprensione, ci limitiamo a curare la febbre, non la malattia. I “tecnici della crisi”, educatori e medici, agiscono di conseguenza, salvo scoprirsi privi di adeguate attrezzature.

Dal canto loro, i genitori, incapaci di affrontare il disagio dei figli, prima si rivolgono alla scuola, spesso inveendo contro gli insegnanti, poi ricorrono agli psicologi, infine non trovando risposte adeguate, preferiscono far finta che i problemi non sussistono, scegliendo l’esempio degli struzzi. È la sconfitta della speranza, come ebbe a dire Foucault, quando scriveva che “l’epoca dell’uomo è tramontata”, proprio perché incapace di sperare. La sfiducia nel futuro oggi ha partorito una smisurata fiducia nella tecnologia. Avanzano nuove aspettative riposte nella tecnica, dalla cibernetica all’intelligenza artificiale, quasi avessimo deciso che è meglio un robot di un umano. Siamo arrivati al punto che non pochi individui, soprattutto in America, si fanno impiantare sotto la pelle ogni genere di chip, per somigliare più a un automa che a un uomo, auspicando l’avvento di una nuova genìa, composta da esseri bionici.

Abbiamo organi che funzionano male? Non preoccupiamoci, possiamo sostituirli, affidandoci a un’avveniristica ingegneria, che farà di noi tanti operosi cyborg, per metà umani e per l’altra metà robot. Non si tratta di tornare al luddismo, nato alla fine del Settecento contro il dilagare delle macchine che sottraevano il lavoro agli operai. Si tratta invece di prendere atto che siamo entrati in una nuova era, che a partire dal mondo della scuola e dell’informazione deve dominare il progresso anziché esserne dominato. Aveva ragione il filosofo tedesco Niklas Luhmann, quando ci avvertiva che troppa informazione non illumina più.

Mail box

 

Sono d’accordo coi dieci punti, ma su Rousseau avrei votato No

Caro direttore Travaglio, ho letto con interesse il tuo “fondo” in 10 punti. Sarebbe un’ottima base per la formazione del nuovo esecutivo, tuttavia, se fossi iscritto al M5S, avrei votato No, per molte ragioni. La decisione politica di formare un governo non può essere lasciata a chi poco sa degli inciuci politici romani: a loro si deve ricorrere quando si parla di onestà, progetti, speranze di cambiare l’Italia. Governare col Pd attuale, fra tecnicismi e pastoie capitoline, significa un esecutivo di renziani che, quando il loro capo lo riterrà più opportuno, manderanno tutto allo sfascio.

Probabilmente i fedelissimi di Di Maio, in caso di fallimento del voto, avrebbero incolpato la base, mentre la débâcle di quest’anno è dovuta al distacco dai cittadini, dalle balconate e dall’amore per i microfoni di tv e giornali.

Esempio lampante: Grillo (che da mesi scrive le cose come stanno) ha dovuto spiegare a Di Maio il senso del suo ultimo “appello”, fatto sul vostro giornale.

Io voglio veramente un governo Conte, ma col materiale politico a disposizione sarà difficile che duri. E un tale azzardo potrebbe portare a quello che certi esponenti del Pd si augurano da sempre: la disfatta dei grillini.

Franco Novembrini

 

A Salvini manca la maturità per ammettere i propri errori

Matteo Salvini sta confermando la propria immaturità costituzionale: è per le Istituzioni solo se può farne parte, senza però rispettarle. Proprio come ha fatto da ministro, puntando apertamente addirittura al potere assoluto.

Ora non accetta di essere democraticamente messo da parte, dopo un suo errore dettato dalla tracotanza, e rifiuta perfino l’obbligo morale di essere presente al cambio con chi gli succede. Un gesto che dimostra ancora una volta la sua traboccante maleducazione.

Giampiero Buccianti

 

Media sempre più faziosi: perché nessuno li controlla?

A proposito dell’informazione italiana, di cui il vostro giornale non manca di rimarcare lo stato comatoso, com’è possibile dover assistere, anche in questi giorni, a trasmissioni televisive orientate sfacciatamente a sostenere un solo e unico pensiero politico? Come può Mentana ospitare nelle sue maratone per interi pomeriggi sempre gli stessi giornalisti (De Angelis, Palmerini, Bechis, Damilano), guarda caso tutti critici solo verso una parte politica, cioè il M5S? E si nota non solo a La7, ma anche nelle varie trasmissioni del mattino e del pomeriggio della Rai, per non parlare di Mediaset, con la presenza di giornalisti che rappresentano quasi esclusivamente la destra. Alcune testate sono onnipresenti (La Verità, Libero, Il Giornale, Il Foglio): l’informazione italiana è forse detenuta solo da questi giornali? Come mai in Italia è consentita questa assurda situazione, senza che l’autorità preposta, l’Agcom, intervenga?

Giovanna Fatigati

 

Forse i metalmeccanici saranno finalmente ascoltati

All’indomani del voto, il mio pensiero va agli operai metalmeccanici colpiti in questi anni da una grave crisi: vedi Piombino, Taranto, Napoli con la Whirlpool.

Cassa integrazione, industrie chiuse oppure trasferite in altre città europee e non, alla continua ricerca di costi sempre più bassi.

Mi auguro che ora si possa amplificare la voce di questa realtà e delle persone che grazie a essa vivono e lavorano, rompendo un silenzio troppo vasto e pesante.

Massimo Aurioso

 

In campo non c’è spazio per alcuna discriminazione

Vogliamo veramente demonizzare il calcio partendo dai “buuu” razzisti? Ma non facciamo finta che tutto il resto vada tollerato. A me risulta che domenica anche la mamma di Zaniolo sia stata pesantemente insultata e a differenza di Lukaku non ha potuto nemmeno difendersi sul campo. Lei però aveva due torti: essere bianca e donna… quindi le orecchie dei “rigoristi” che gestiscono il pallone a capocchia erano tappate. E se a Cagliari avessero preso di mira oltre a Lukaku anche sua madre, sarebbe scattata l’aggravante dell’aggravante? Da grande appassionato vorrei che il gioco più bello del mondo finisse in mano al saggio che indica la luna e non agli stolti che guardano solo il dito!

Enzo Bernasconi

 

I critici della democrazia diretta dimenticano la partitocrazia

Finora, tutti concordi nell’accusare la partitocrazia, perché le decisioni venivano prese da pochi, nel chiuso delle segreterie dei partiti. Ora il Movimento dà voce agli iscritti, affinché le sue scelte abbiano un avallo democratico senza lobby, voti teleguidati o frutto di ricatti… ma non va bene lo stesso. Cosa avreste detto se a scegliere fossero stati solo Di Maio, Grillo o Casaleggio?

Mario Frattarelli

 

DIRITTO DI REPLICA

Sul numero di ieri, nell’occhiello dell’articolo “Una regina-server di nome Turandot”, abbiamo indicato per errore Spoleto anziché Città di Castello, luogo in cui è in corso fino a domani il Festival delle Nazioni. Ce ne scusiamo con gli interessati e con i lettori.

FQ

La morte di Imane Fadil. Più delle “allusioni” berlusconiane conta la ricerca della verità

Gentile redazione, ho letto con un certo sgomento la lettera che Marina Berlusconi ha scritto al Corriere all’indomani delle “verità” emerse sulla morte di Imane Fadil: non soltanto – come era immaginabile – una strenua difesa del padre Silvio (“Il processo Ruby: storia più attenta alle morbosità da voyeur che alla realtà giudiziaria”, sic), ma soprattutto un attacco ai “metodi da sciacalli” utilizzati dai giornalisti che avrebbero cercato con “allusioni” un “sospettato” al quale attribuire una “responsabilità morale”. Su queste pagine non ho mai letto “allusioni”: solo una costante ricerca della verità, così come si addice ai veri cronisti.
Antonella Mezzimbeni

 

Gentile Antonella, i familiari di Imane, che su questo giornale abbiamo intervistato, ci consegnarono – erano passati solo pochi giorni dalla notizia del decesso della ragazza – parole molto chiare: “Sappiamo solo che Imane è entrata viva in ospedale ed è uscita morta un mese dopo. Nessuno può ridarcela indietro. Vogliamo la verità”. La Procura di Milano ha indagato per mesi. Ha indagato a tutto campo, dopo aver aperto un fascicolo con l’ipotesi di omicidio volontario. E lo ha fatto non escludendo da principio alcuna pista: la morte naturale per una malattia fulminante (ora definita pare, grazie anche al lavoro del pool guidato dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo, in aplasia midollare), avvelenamento inconsapevole, avvelenamento doloso. Noi, come giornalisti, abbiamo fatto il nostro mestiere: mantenendo una “luce accesa” sulle indagini, come promesso ai familiari, e cercando di cogliere la storia nel suo divenire. I punti controversi, durante questi mesi, sono stati – e potrebbero restare – tanti: gli esami del sangue (prelievo del 27 febbraio, esiti consegnati solo il 6 marzo, a decesso avvenuto) che segnalavano la presenza di metalli pesanti in concentrazioni superiori alla media, anche se non letali; le tracce di raggi alfa rilevate nelle urine di Imane; la paura ossessiva della ragazza di essere stata avvelenata… Del resto, anche gli stessi giornali di casa, e quelli vicini a casa, titolavano in prima pagina “Mix di sostanze radioattive: Imane è stata avvelenata” (Il Giornale) o “Avvelenata la teste chiave del processo a Silvio” (Libero). “Ancora non sappiamo perché e come sia successo”, ripetono oggi i familiari di Imane. Attendono la relazione autoptica conclusiva, per poter avere tutte le risposte che da mesi aspettano. E noi siamo al loro fianco, esattamente come sei mesi fa. Proprio perché, sciacalli, non siamo.
Maddalena Oliva

Gaudenzi: slitta l’interrogatorio, ma lui collaborerà

Fabio Gaudenzi, il fascista di Roma Nord arrestato qualche giorno fa per possesso di armi da guerra, sembra davvero aver intenzione di collaborare con la giustizia. Detenuto in isolamento nel carcere di Rebibbia, ha deciso di cambiare avvocato, lasciando chi lo aveva difeso nel corso del processo Mafia Capitale, costatogli una condanna per usura, con rito abbreviato, a due anni e 8 mesi. Un cambiamento che ha fatto slittare l’interrogatorio di ieri con i magistrati della Dda di Roma Nadia Plastina e Giovanni Musarò, pronti ad ascoltare le rivelazioni da lui annunciate sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, il capo ultrà degli Irriducibili ucciso lo scorso 7 agosto nel Parco degli Acquedotti. “Mi sto consegnando al Questore di Roma e parlerò del mandante dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli e di tanto altro (…) Questa è la mafia vera, e non quella del 2014”, aveva detto nel video pubblicato su Youtube qualche giorno fa, coperto da un passamontagna e impugnando una pistola. Gaudenzi, noto negli ambienti romani come Rommel, dopo il video aveva esploso quattro colpi di pistola in casa. I vicini hanno chiamato la polizia e di lì a poco è stato arrestato.

“I due americani erano pronti ad aggredire”

Nuove immagini riprese da una telecamera di sorveglianza aggiungono altri dettagli alla vicenda dell’omicidio di Mario Cerciello, aggravando ancora la posizione dei due americani Elder Finnegan Lee e Christian Gabriel Natale Hjorth accusati della morte del vicebrigadiere avvenuta la notte del 25 luglio.

I carabinieri hanno analizzato ogni singolo istante delle riprese delle telecamere poste lungo il tragitto attraversato quella notte dagli americani, consegnando una relazione al procuratore di Roma Michele Prestipino e ai pm Nunzia D’Elia e Maria Sabina Calabretta. Dalle nuove immagini acquisite si vedrebbero i due giovani, appena usciti dall’hotel Le Meridien Visconti, in zona Prati, fare un giro di perlustrazione dell’area. Gli investigatori ipotizzano che i due ragazzi desiderassero studiare il perimetro circostante al luogo dell’appuntamento, forse per capire possibili vie di fuga e osservare se erano presenti telecamere: i frame mostrerebbero un atteggiamento “guardingo” e “furtivo” dei due, che si stavano “preparando” all’incontro per il presunto cavallo di ritorno. All’appuntamento infatti si sarebbero dovuto presentare Sergio Brugiatelli, l’uomo che quella notte li indirizza da un pusher e al quale successivamente, dopo aver scoperto che la sostanza non era cocaina, i due avevano rubato uno zainetto. Quella sera però al posto di Brugiatelli si presentano i militari in borghese Cerciello e Varriale. Elder e Natale non avrebbero creduto che i due fossero carabinieri, e per questo motivo, pensando di trovarsi davanti a un’imboscata, ne sarebbe nata una colluttazione con Elder che colpisce Cerciello con 11 coltellate.

Gli inquirenti sono convinti che i due giovani sapessero cosa stavano per fare. Dai nuovi video emerge anche una nuova circostanza: che Natale era a conoscenza del fatto che l’amico avesse con se un coltello da marine, con lama di 18 centimetri. Ipotesi investigativa, negata più volte dai legali di Natale. Così forse si spiegherebbero anche i circa 26 minuti di vuoto, che erano emersi nei primi momenti delle indagini, quando gli inquirenti potevano contare solo sulle telecamere presenti all’esterno dell’hotel, che alle 02:48 riprendevano i due giovani uscire dal Meridien per recarsi all’appuntamento, e sulle immagini registrate dalla gioielleria di via Federico Cesi, che immortalano i californiani, alle 03:16, rientrare “correndo” in albergo.

I pm intanto attendono la relazione dei Ris con gli esiti del sopralluogo nella stanza 106 dell’hotel, dove pernottavano Elder e Natale. I sopralluoghi dei carabinieri hanno permesso di isolare alcune tracce “papillari e biologiche” presenti nel pannello del controsoffitto, rimosso per nascondere il coltello, e nel fodero dell’arma. Inoltre, ci sarebbero evidenti tracce di sangue su un lenzuolo. Secondo una prima ricostruzione degli inquirenti, i due californiani potrebbero aver poggiato il coltello insanguinato per qualche minuto sul letto, forse prima di decidere come e dove occultarlo. Anche questo particolare, per gli investigatori, avvalora l’accusa di concorso in omicidio per Natale.

Seguirà anche l’analisi sugli indumenti dei due giovani americani e sui vestiti del vice brigadiere Cerciello e del collega Varriale. Intanto l’udienza al Tribunale del Riesame, fissata per ieri, è stata posticipata di dieci giorni, su richiesta dell’avvocato Francesco Petrelli difensore di Natale, mentre i legali di Elder, hanno rinunciato.