Blocco e sms da Vodafone: così s’installò il trojan di Palamara

Grazie al deposito degli atti di indagine si è scoperto finalmente perché Luca Palamara è stato preso nella rete telematica stesa dai suoi colleghi di Perugia con il trojan mentre i suoi co-indagati, cioé gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore e l’ex magistrato Giancarlo Longo, invece, sono rimasti immuni.

Il virus che ha permesso di trasformare l’iPhone di Palamara in una formidabile microspia è stato infatti inoculato con modalità diverse da quelle usate con i co-indagati. Di qui il successo sul primo e il fallimento sugli altri tre. Ai co-indagati è arrivato ad aprile un gentile messaggio che li invitava a cliccare su un link e i tre si sono guardati bene dal farlo. Il magistrato è stato arpionato dai colleghi perugini con ben altra forza e tecnica. La Guardia di Finanza, con l’aiuto legittimo della Vodafone, gli ha addirittura bloccato forzatamente il telefono. Così il pm è stato obbligato ad abboccare.

Luca Palamara il 3 maggio all’improvviso ha visto impazzire il telefonino. Il magistrato non riusciva a fare messaggi né chiamate. Quando da un po’ imprecava sullo schermo è comparso un messaggio salvifico della Vodafone di questo tenore: “Gentile cliente stiamo riscontrando problemi di linea che potrebbero impedire il corretto funzionamento del tuo apparechio. Ti consigliamo di fare l’aggiornamento. A breve ti contatterà il servizio clienti”. Quel link era il cavallo di Troia che, come per magia, ha fatto ripartire il cellulare trasformandolo però in una cimice con telecamera.

Palamara, abituato a fare il cacciatore e non la preda, ha cliccato. Da quel momento tutti i suoi incontri carbonari per influenzare le nomine dei magistrati di mezza Italia, tutte le sue chiamate su whatsapp, sono finite negli hard disk dei finanzieri del Gico della Guardia di Finanza di Roma.

Invece i suoi co-indagati hanno continuato a essere intercettati solo sulle loro utenze telefoniche tradizionali sulle quali parlavano per lo più di lavoro. Le carte visionate dal Fatto raccontano cosa era accaduto. Il pm di Perugia Gemma Milani il 30 aprile 2019 aveva emesso un “decreto di interruzione temporanea chiamate uscenti su apparato mobile”. Sul decreto si legge che la pm “Ordina alla società Vodafone e-o a qualsiasi altro gestore interessato di effettuare un blocco temporaneo solo sulle chiamate uscenti, escluse quelle di emergenza, al fine di simulare un disservizio tramite il quale la società incaricata (la società specializzata in intercettazioni Rcs Spa non la Vodafone, ndr) potrà procedere all’infezione del predetto apparato”.

Questa soluzione era stata suggerita, da quel che si legge dal decreto, proprio dalla Guardia di Finanza. La polizia giudiziaria “prospetta (…) la necessità di emettere un provvedimento di blocco del servizio”. Invece agli altri erano stati inviati “meri sms di preavviso del malfunzionamento della rete telefonica”. L’avvocato Amara era stato invito a cliccare sul messaggio di malfunzionamento, in data 12 e 17 aprile 2019, l’ex magistrato Longo il 10 aprile e Giuseppe Calafiore il 30 aprile. I tentativi per tutti “non sortivano alcun risultato”.

Qual è la ragione del differente trattamento? Al Fatto Quotidiano è stato fornita una spiegazione logica: gli altri intercettati erano già stati indagati e arrestati più di un anno prima. L’avvocato Amara aveva dimostrato grandi capacità di ottenere informazioni sull’inchiesta. Un blocco del telefono nei loro confronti avrebbe potuto suscitare sospetti e bruciare l’indagine. Mentre, spiegano le fonti giudiziarie al Fatto sotto garanzia di anonimato, Palamara non avrebbe immaginato di essere vittima di un trojan da parte dei colleghi. Una spiegazione che ha un senso ma si apre a un’obiezione: anche “i meri sms” potevano suscitare sospetti. Tanto che nessuno dei tre indagati li ha aperti.

Eternit alla Scala, “usavamo guanti in amianto fino al ’94”

“Abbiamo utilizzato guanti in amianto, un materiale ignifugo, almeno fino al 1994. La data la ricordo perfettamente perché quell’anno in teatro ha debuttato il Rigoletto e in occasione di quello spettacolo io e altri lavoratori li indossavamo per spegnere le fiaccole”. È il passaggio della deposizione di un attrezzista del Teatro alla Scala, sentito come testimone nel processo a Milano a carico di cinque dirigenti e con al centro la morte di una decina di persone che avrebbero respirato, secondo l’accusa, fibre di amianto al Piermarini prima delle bonifiche dei locali. Il 56enne, dipendente della Scala da oltre 25 anni, ha spiegato davanti al giudice Mariolina Panasiti della Nona sezione penale che “fino agli anni 90 venivano utilizzati sia guanti che coperte in amianto, per evitare che si verificassero incendi sul palcoscenico”. Secondo il testimone “non vi è mai stato un ordine perentorio di dismissione dell’amianto ma, a partire dai primi anni 90, è stato a mano a mano abbandonato per fare posto ad altri materiali”. Anche un elettricista, assunto dal teatro nel 1992 e sentito come teste, ha detto che negli anni 90 si utilizzavano sia “guanti” che “coperte” in amianto.

Russiagate napoletano: prima grana per il governo

C’è un nuovo Russiagate e si sta consumando a Napoli, città al centro di un triangolo tra Italia, Russia e Stati Uniti. E di uno scontro sulla richiesta di estradizione di un manager russo accusato di spionaggio. Il governo Conte due ha giurato da poche ore e subito gli piomba la prima rogna diplomatica, con il presidente russo Vladimir Putin che accusa gli Usa di “concorrenza sleale” e pronuncia parole su una vicenda “che non migliora le relazioni tra noi”.

La figura chiave dell’intrigo si chiama Aleksandr Korshunov ed è il responsabile sviluppo affari della ODK, società conosciuta all’estero anche con il nome di United Engine Corporation (UEC), controllata dal conglomerato statale russo Rostec, specializzata nella progettazione e realizzazione di propulsori per il settore dell’aviazione e dello spazio. Korshunov ha 57 anni, una carriera di rilievo nel settore aerospaziale, esperienze nel ministero degli Affari Esteri dell’Urss e della Russia, missioni diplomatiche in Turchia e in Kenya. Dal 30 agosto è in carcere a Poggioreale, lì ha subito ricevuto la prima di diverse visite – concesse dalle autorità giudiziarie italiane – del console russo a Napoli. Korshunov è recluso per le accuse di spionaggio economico formulate dallo stato dell’Ohio, dove ha sede la General Electric, il colosso industriale che si dichiara parte lesa del furto di documenti utilizzati, secondo le ricostruzioni dell’accusa, per il programma russo PD-14. Si tratterebbe del progetto di creazione di un motore aeronautico destinato al nuovo velivolo russo di medio raggio MC-21. Ma la notizia dell’arresto del manager è trapelata solo ieri tramite i media russi e poi confermata dal ministero degli Esteri di Mosca, che ha assicurato di aver ottenuto “l’accesso consolare” dalle autorità italiane. Korshunov è stato fermato all’aeroporto di Capodichino. Era con la moglie e secondo fonti russe voleva trascorrere una vacanza a Napoli. Le manette sono scattate in virtù di un mandato di cattura internazionale dell’Interpol, su una richiesta classificata come “red notice”. Stando a quanto riportato dalla testata pietroburghese Fontanka, i sospetti di spionaggio risalgono al periodo 2009-2017 quando, sempre per la ODK, aveva lavorato come direttore marketing e vendite. I dettagli non sono chiari. La richiesta di rogatoria ed estradizione degli Usa passerà ora al vaglio delle autorità italiane. La documentazione relativa all’arresto e alle accuse verrà trasmessa dall’autorità giudiziaria di Napoli al dipartimento affari generali del ministero di Giustizia, che consulterà Viminale e Palazzo Chigi prima della decisione finale del Guardasigilli Alfonso Bonafede.

E non sarà una pratica semplice. Sulla vicenda è intervenuto personalmente il presidente russo Vladimir Putin, che ha accusato di “concorrenza sleale” gli Usa e pronuncia parole che suonano come una pressione sul governo italiano. “Noi sappiamo che l’ODK ha realizzato un nuovo motore – ha affermato Putin – e c’è voluto molto tempo per farlo: è il nostro primo prodotto high-tech in 28 anni. Abbiamo firmato un contratto con una società italiana per delle consulenze, è una pratica naturale nel mondo: è un lavoro commerciale con partner europei”. Di qui la furia di Putin contro gli Stati Uniti. “Non abbiamo bisogno di rubare. Abbiamo fatto tutto con le nostre mani e menti degli specialisti: sono tentativi di concorrenza sleale e ciò non rende migliori le relazioni fra noi.”

La chat segreta di Savoini è ancora nascosta ai pm

Nell’inchiesta sui presunti fondi russi da girare nelle casse della Lega, c’è un elemento decisivo. Si tratta di una chat segreta individuata, ma ancora non aperta, in uno dei cellulari sequestrati a Gianluca Savoini, uomo di fiducia di Matteo Salvini, presente nell’hotel Metropol il 18 ottobre scorso. Inoltre dagli atti sequestrati dai pm Gaetano Ruta e Sergio Spadaro, emerge che l’incontro del Metropol è stato preparato da Savoini a partire dal giugno 2018.

Savoini è oggi indagato per corruzione internazionale dalla Procura di Milano in relazione alla trattativa di compravendita di gasolio dalla quale far uscire circa 65 milioni di dollari da girare al Carroccio per finanziare le ultime elezioni europee. L’accusa è condivisa anche dall’avvocato d’affari Gianluca Meranda e dal consulente finanziario Francesco Vannucci. Tutti e tre erano presenti al Metropol. Al tavolo con loro tre russi, due dei quali sono stati identificati in personaggi collegati all’entourage del presidente russo Vladimir Putin. L’analisi dei tabulati telefonici conferma contatti tra i vari partecipanti e i loro referenti già cinque mesi prima del 18 ottobre.

Ieri, davanti al Tribunale del Riesame, si è svolta l’udienza dove la difesa di Savoini non solo ha chiesto la restituzione dei cellulari, ma ha anche definito l’audio che immortala l’incontro del Metropol “inutilizzabile”. Anche per questo motivo, è stato spiegato in udienza, le perquisizioni effettuate il 15 luglio scorso “sono illegittime”. Opposta la tesi della Procura per la quale l’audio è genuino e non contraffatto. La registrazione inoltre costituisce una notizia di reato e per questo motivo le perquisizioni e i sequestri sono da considerarsi legittimi. Il giudice si è riservato di decidere. Durante l’udienza è emersa la notizia della chat segreta. In sostanza, è stato detto, i cellulari non sono stati ancora riconsegnati a Savoini perché la perizia forense su uno in particolare non è stata ancora completata. Il motivo è la chat che i tecnici non sono riusciti ad aprire. Dal contenuto dei messaggi, i pm puntano a ricostruire l’organizzazione dell’incontro al Metropol dove Savoini e compagni illustrano il piano per far arrivare i soldi alla Lega. Se i giudici daranno ragione alla Procura bisognerà subito fissare un incidente probatorio dove, con tutte le parti convocate, sarà aperta la chat e ne verrà fatta copia. Da quanto si è appreso, poi, l’analisi dei telefoni di Savoini non ha mostrato contatti diretti con l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. La cosa emerge su uno dei cellulari che Savoini aveva comprato da poco. Un dato che certo non esclude il rapporto confidenziale tra i due.

Nel frattempo l’inchiesta prosegue su diversi fronti. Da una parte, la Guardia di finanza sta analizzando i passaggi di denaro che coinvolgono non solo gli indagati ma anche personaggi a loro vicini, come emerso da una serie di segnalazioni per operazioni sospette fatte dalla Unità di informazione finanziaria (Uif). Per comprendere il quadro è stato stilato un elenco di 25 associazioni filo-russe in Italia. Emerge poi una seconda associazione, oltre a quella Lombardia-Russia, riferibile a Savoini. Si tratta dell’associazione culturale Centro studi corona ferrea con sede a Calco, in provincia di Lecco. Si studiano poi diversi flussi finanziari tra Italia e Russia e anche i passaggi nelle banche. Quella che maggiormente emerge, pur non coinvolta nell’inchiesta, è Banca Intesa Russia, nel cui board è presente l’avvocato di Varese, Andrea Mascetti. Il professionista, non indagato, viene citato nell’audio del Metropol come riferimento della Lega. Mascetti rappresenta politicamente un legame diretto sia con Matteo Salvini sia con l’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Due nomi, quelli di Mascetti e Giorgetti, che pur non indagati, ricorrono nell’ultima indagine dell’antimafia milanese sulle tangenti. Al momento tra le due inchieste non sono emersi punti di contatto importanti.

“Carola sbruffoncella” Salvini è indagato ma insulta ancora

L’ex vicepremier Matteo Salvini è indagato dalla Procura di Milano. Sul tavolo non la vicenda di Moscopoli, ma un’accusa di diffamazione trasmessa per competenza territoriale dalla Procura di Roma. A denunciare l’ex ministro è stata Carola Rackete, comandante della Sea Watch3, protagonista di uno sbarco di migranti avvenuto in giugno a Lampedusa. Il fascicolo è affidato al pm Giancarla Serafini. Non è ancora stato deciso se ascoltare a verbale l’ex ministro, anche se nei fascicoli per diffamazione solitamente non è necessario sentire il querelato in indagini. Serviranno i tempi tecnici per valutare gli atti. La querela da parte della capitana della Sea Watch era stata depositata lo scorso 12 luglio in Procura di Roma e gli atti, dopo l’iscrizione di Salvini per diffamazione, sono stati poi trasmessi a Milano, dove risiede l’ex ministro. Nella denuncia, tra l’altro, i legali di Carola, oltre alla diffamazione, avevano ipotizzato anche il reato di istigazione a delinquere. Salvini ha commentato così: “Denunciato da una comunista tedesca, traghettatrice di immigrati, che ha speronato una motovedetta della Finanza: per me è una medaglia! Io non mollo, mai”.

L’on. Aiello: “Salvini e Bonafede mi hanno messo in pericolo”

“Salvini, Bonafede e il Servizio centrale di protezione vogliono farmi ammazzare, hanno messo in pericolo la mia famiglia e non hanno fatto nulla per rimediare dopo essere stati avvertiti”. È una furia al telefono Piera Aiello, deputata trapanese eletta col M5s e testimone di giustizia dal 1997. “Hanno indicato indirizzi e nominativi dei miei familiari nel decreto interministeriale con cui Viminale e via Arenula dovevano solo restituirmi le mie reali generalità (perché dal ’97, appunto, ha avuto anche nome e cognome falsi, ndr). Nessun omissis, nessuna secretazione”.

L’onorevole Aiello indica come “gravissima per la mia sicurezza e quella dei miei cari” la “leggerezza” di Matteo Salvini, ormai ex ministro dell’Interno, e del guardasigilli Alfonso Bonafede, grillino riconfermato nel Conte bis. Ha rotto il silenzio con un lungo post su Facebook: “Per tanti anni ho cercato di proteggere me ed il mio nucleo familiare, ma per leggerezza o per sicura incompetenza di due ministri, Salvini e Bonafede, di un sottosegretario, Luigi Gaetti, e di un direttore del Servizio centrale di protezione, Paolo Aceto, questo è stato vanificato. Mi trovo costretta a denunciare i sopra nominati, dopo aver informato il presidente Morra, lo stesso Gaetti pretendendo un’audizione in Commissione Centrale, dalla quale non ho avuto riscontro come sempre! Il Quirinale mi ha ricevuta tempestivamente e si sta prodigando per aiutare me e la mia famiglia. Ho chiesto accesso agli atti per sapere la procedura usata per un eventuale ricorso, tra l’altro avviato, e unica risposta è stata che gli atti sono talmente tanti che prorogano al 30 settembre un’ipotetica consegna; così facendo cercano di far scadere i termini: è l’ennesimo abuso da parte di questi uffici, perché di abusi ne ho subito tanti in 28 anni da parte di questo regime di protezione che non protegge nessuno”. Al Fatto aggiunge: “Al Viminale mi avevano assicurato che il decreto, così come formulato, sarebbe stato ritirato entro il 15 agosto. Poi Salvini evidentemente ha avuto altro a cui pensare, ma la verità è che né lui né Bonafede hanno la minima idea di ciò che riguarda i testimoni di giustizia”.

Lucano riabbraccia Riace e il vecchio padre malato

Un abbraccio lungo. Intenso. Finalmente a Riace in quella casa in cui, da sempre, hanno vissuto assieme. Mimmo Lucano è tornato nel suo paese e la prima cosa che ha voluto fare è stata salutare suo padre Roberto, un insegnante in pensione di 93 anni che negli ultimi mesi è stato due volte ricoverato in ospedale a causa di un male incurabile e per problemi cardiaci che, da settimane, lo stanno costringendo a letto.

“Sono libero papà”. L’ex sindaco si avvicina al letto e lo bacia. Roberto stacca il tubo dell’ossigeno a cui è collegato: “Finalmente, finalmente figlio mio. È finito questo supplizio. La tua storia è stata la vergogna della giustizia italiana. Ho aspettato tanto per averti qui. Io non sto bene, speriamo che ce la faccia a riprendermi, ma almeno adesso so che ti ho visto e che sei qui assieme ai tuoi fratelli”. Mimmo gli stringe la mano. Roberto Lucano non gliela molla. Il padre ha gli occhi lucidi e le sue lacrime hanno avuto un prezzo altissimo: quel figlio, ex primo cittadino di Riace, ai domiciliari per 14 giorni e in “esilio” per undici mesi.

Il processo “Xenia”, che lo vede imputato per alcune presunte irregolarità nella gestione dei fondi per l’accoglienza di migranti, è ancora in corso. Nonostante la petizione lanciata dal comitato “11 giugno” abbia raccolto più di 90 mila firme, Mimmo Lucano non ha mai voluto che il divieto di dimora a Riace fosse revocato per le condizioni di salute del padre ma perché, come hanno sostenuto i suoi avvocati Antonio Mazzone e Andrea Daqua, non è più sindaco dal 26 maggio scorso e quindi sono venute meno quelle esigenze cautelari ravvisate prima dal gip e poi dal Tribunale del Riesame anche dopo l’annullamento della Cassazione. Ragionamento ora condiviso dal presidente del Tribunale di Locri Fulvio Accurso che ha deciso di restituire la libertà a Mimmo u Curdu.

Lo ha fatto nonostante l’ostinato parere contrario della Procura. Letta la richiesta degli avvocati e, soprattutto, dopo le prime cinque udienze del processo, il giudice ha ordinato di revocare la misura cautelare del divieto di dimora “con immediatezza”. “I pm – commenta Lucano – non vogliono che io venga qua. Anche se non sono più sindaco, dicono che sono una persona pericolosa. Lo è di più chi ha deciso, negli ultimi 14 mesi, di chiudere i porti. Io sono tornato a casa. Ma anche Salvini. Leggendo il parere contrario dei pm mi viene da pensare a un atteggiamento di tipo politico da parte della Procura. Non mi va di fare polemiche ma i pm dovrebbero spiegare cosa vuol dire questo. L’importante – aggiunge – è che adesso posso essere processato da uomo libero. È quello che ho sempre chiesto. Non voglio sconti. Assieme ai miei avvocati, che ringrazio per essermi stati sempre accanto, dimostreremo che sono vittima di un grande equivoco. Non scappo dal processo. Sono il primo a volere giustizia. Il mio auspicio è che venga fuori la verità. Non ho nulla da nascondere”. Salutato il padre Lucano ha voglia di una passeggiata nella sua Riace. Manca da undici mesi e vuole vedere cosa è cambiato da quando l’amministrazione è a trazione leghista. Fuori casa lo aspetta qualche amico. C’è pure l’ex vicesindaco Giuseppe Gervasi che lo ha sostituito dopo il suo arresto fino alle elezioni perse. “Non credevo di poter tornare a Riace perché tantissime altre volte sono rimasto deluso. È un momento che mi provoca tante emozioni. Finalmente l’incubo è finito”. Lucano è quasi imbarazzato. Per la strada nel pomeriggio ci sono poche persone, ma la sorpresa è organizzata per la serata. Intanto chi lo vede si avvicina solo per stringergli la mano: “Bentornato”. Un signore lascia l’auto col motore acceso e si ferma per un saluto al sindaco che per 15 anni ha guidato Riace. Davanti al bar della piazza centrale gli anziani gli sorridono. Qualcuno si avvicina. Non tutti. Tra gli avventori del locale c’è pure chi si gira dall’altra parte.

Il modello di accoglienza che ridiede vita a un borgo morente è stato smantellato dal ministero dell’Interno, dalle ispezioni della prefettura e dall’indagine giudiziaria. Dei 600 migranti di due anni fa ne sono rimasti una cinquantina. Un gruppo di questi si avvicina e festeggia il suo ritorno a Riace. I bambini gli saltano addosso. Uno di loro gli si attacca al collo e non lo molla. “Hai visto che sono tornato”, dice al piccolo. Poi si gira verso gli altri migranti che lo hanno “aspettato”: “Le vedete queste persone? Sono quelle che hanno deciso di non andarsene. Possiamo ricominciare”. In serata nella piazza centrale è grande festa, si radunano un centinaio di persone per riabbracciare Mimmo Lucano.

Sinistra salviniana? Citofonare “rep”

La si potrebbe definire la sinistra salviniana. Con un po’ di umore nero ci si potrebbe spingere fino alla sinistra del Verano. Ma in effetti a leggere Repubblica in questi giorni si ha la sensazione di aver davanti agli occhi un giornale di destra, tipo Libero o il Giornale. La linea sul Conte 2, per esempio, è identica. Titolo di ieri: “Fusione fredda”. Vuoi mettere con quelle, benedette da Repubblica, tra i dem e il centrodestra? Stefano Cappellini completa il massacro. Titolo: “Un esperimento al buio”. Svolgimento: “L’intesa Pd-5Stelle ha una ragione (quella di ostacolare Salvini, nda). Ma per ora non ha un senso. E non sarà facile trovarlo strada facendo”. Anche perché “il grillismo resta impasto ambiguo, un frullatore nel quale la cittadinanza attiva che invoca acqua pubblica e ambiente convive con un rancido peronismo”. Filippo Ceccarelli vede invece un altro grave problema democratico: “Il governo nasce orfanello, non esiste una foto nella quale i suoi due genitori, Di Maio e Zingaretti, si vedano insieme. Questo vuoto, questo zero parlano, e anche parecchio. Dicono che questo accordo viene fuori come un incontro al buio, che c’è qualcosa che non va”. Per tranquillizzare Rep: esistono decine di foto di Di Maio e Salvini, ma i gialloverdi non sono finiti benissimo. Vuoi vedere che invece questa volta va meglio?

Trenta, la ministra mai piaciuta ai militari

È uno sfogo amaro quello della ex ministra Elisabetta Trenta non riconfermata al dicastero della Difesa: “Non meritavo tutto questo, sono stata una delle persone che ha lottato più di tutti contro Salvini”, ha detto ieri in un’intervista al Messaggero: “Tornerò alla Link University dove insegno e dove dicono che io abbia cose strane”. Finale triste per uno dei volti nuovi portati dal M5S al governo. Il problema è che a dimenticarla volentieri sono i generali che l’hanno mal sopportata in via XX Settembre e che a un certo punto sembravano quasi coalizzati per farla fuori.

Si ricorderà la polemica contro di lei organizzata lo scorso 2 giugno, disertando la parata militare per la festa della Repubblica, da tre capi di Stato maggiore in pensione, Leonardo Tricarico, Vincenzo Camporini e Mario Arpino. Meno noto il lavorìo contrario degli Stati maggiori in carica delle tre forze armate: Esercito, Marina e Difesa. Tutti infastiditi dalle idee della ministra in merito agli avanzamenti e progressioni del personale in carriera, o per il contrasto ai finanziamenti degli F-35, aerei che stanno a cuore all’Aeronautica da dove sono partiti gli attacchi più insidiosi alla ministra.

A gioire per la defenestrazione di Trenta sono anche ex ministri della Difesa come Ignazio La Russa, che l’ha sempre attaccata per il suo scarso senso dell’ordine militare e il suo “pacifismo”. Ed è chiaro che l’arrivo di Lorenzo Guerini, già presidente del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (il controllo sui servizi segreti) offre il profilo di un politico già interno al mondo militare e degli apparati, uno affidabile e che punterà a offrire certezze ai militari. Si vedrà fino a che punto con la nomina dei sottosegretari – l’uscente Angelo Tofalo, anch’egli M5S è un pasdaran dell’Aeronautica – e si vedrà anche con la questione dei finanziamenti agli F-35. Intanto la Trenta non c’è più e a lei, è il caso di dirlo, va l’onore delle armi.

“È tornato il bipolarismo, ma il Pd si gioca la pelle”

Di solito i commentatori non ne azzeccano molte. Ma tre giorni fa su Repubblica Piero Ignazi, politologo dell’Alma Mater di Bologna, ha scritto lapidario: “Il voto su Rousseau non darà sorprese”. E così è stato. Poi ha anche sancito che questa operazione – ieri suggellata con il giuramento al Quirinale – “comporta molti più rischi per il Pd che per i 5Stelle”.

Professore, lei dice che se l’esecutivo non sarà più rosso che giallo il Pd si ritroverà ai margini del sistema partitico. Ce lo spiega meglio?

Quest’operazione è high gain-high risk per il Pd, ad alto potenziale di guadagno, ma anche di rischio. Il guadagno è l’egemonia su sinistra e centrosinistra: a sinistra non c’è più nulla e può andare a rosicchiare voti verso il centro, sia dai 5Stelle sia dal bacino del 40 per cento delle Europee 2014. Tutte le ricerche hanno dimostrato che quel risultato non dipende da voti presi a destra, ma dal fatto che tutti quelli che per due decenni avevano votato a sinistra e poi si erano allontanati, avevano ritrovato in Renzi la voglia di riprovarci. Il beneficio è quindi recuperare ciò che con i governi Renzi e Gentiloni è andato via via disperdendosi.

E il rischio?

Di finire come i socialdemocratici tedeschi, schiacciati tra una risorgente rivalità tra Lega e 5Stelle.

Sarà, come ha detto Massimo D’Alema, l’occasione per il Pd di ricucire un dialogo con tanti che da sinistra si sono spostati verso i 5Stelle?

Difficile da dire: non c’è stato tanto uno scambio tra le due basi, più che altro un’emorragia continua di elettorato popolare dal Pd perché le politiche socio-economiche avevano preso direzioni diverse. E poi il voto giovanile che non ha più favorito i dem, preferendo massicciamente i 5Stelle, tra il 2013 e il 2016. Non so però se quella parte di borghesia che sostiene il Pd apprezza questa nuova alleanza: spero che il cosiddetto ceto medio riflessivo non si allontani dal Pd.

Parliamo dei 5Stelle: si sono spostati definitivamente a sinistra, con Grillo, o continuano a essere post-ideologici, con Di Maio?

Bella domanda. Dipende tutto da Grillo: abbiamo visto che se lui apre bocca, tutto cambia. Questo è ancora il partito di Beppe Grillo. Può darsi che qualcuno, Di Maio in particolare, crei problemi. Se i 5Stelle riscoprono l’anima grillina, possono recuperare molti elettori che l’anno scorso li avevano votati. Questo metterebbe il Pd all’angolo. Gli scenari sono due: dipende quale forza si dimostrerà egemone.

E Giuseppe Conte? Sarà il nuovo leader dei 5Stelle secondo lei?

Il suo ruolo è cambiato radicalmente: da colui che aveva chiesto a Di Maio ‘Questo posso dirlo?’ a colui che è stato il motore di questo cambiamento. A questo punto nel Movimento c’è una triade: il leader assoluto Grillo, il capo politico Di Maio e Conte, effettivo capo del governo.

I banchi dell’opposizione sono occupati solo da forze di destra. Il tripolarismo è finito?

Diciamo che – siamo solo all’inizio – il tripolarismo è potenzialmente ricomposto in un bipolarsimo.

Alla Lega farà bene un periodo di opposizione?

È un partito in grandissima difficoltà: ciò su cui la Lega del Nord puntava, cioè l’autonomia, è ormai perduto. E questo per Salvini è un problema. Poi dipende quanto si potrà rilanciare sull’immigrazione. Un leader che fa la faccia feroce e poi subisce quell’inaudita umiliazione dal premier Conte in Senato, in una diretta vista da 15 milioni di persone, ha davanti una strada in salita. Quel dibattito se lo ricorderanno tutti. È difficile che Salvini si scrolli di dosso in breve tempo lo stigma di una sconfitta così mortificante e così pubblica.

Avremo quasi certamente una legge proporzionale: non si era sempre detto che il maggioritario serviva a un sistema con due forze politiche forti?

Giovanni Sartori ci ha insegnato che esistono tendenze nei sistemi elettorali, non rapporti di causa effetto. Tra l’altro ricordava sempre il Canada, dove c’era un sistema maggioritario che produceva tre grandi partiti. Detto ciò: la legge proporzionale si rende necessaria vista l’intenzione di votare una significativa riduzione del numero dei parlamentari, che con l’attuale, pasticciatissimo Rosatellum, avrebbe effetti molto distorsivi sulla rappresentanza.

Per ultima, la domanda più difficile: visto che ha azzeccato la previsione sul voto di Rousseau, quanto dura il Conte bis?

No comment! Scherzi a parte, le variabili sono molte ed è troppo presto. I gruppi parlamentari del Pd sono compattissimi. Vediamo se i 5Stelle saranno collaborativi o se cominceranno a fare il Vietnam, se diventeranno un nuovo Bertinotti per il Pd: dipende se Grillo vorrà ancora pesare nella vita del Movimento o se sarà tutto nelle mani di Di Maio.