Ai ministri senza portafoglio tocca la Punto aziendale. Quelli con il bilancio modesto e declinante salgono sulla nuova Tipo, berlina ufficiale del ceto medio immiserito dalla crisi. I big invece sulle auto tedesche, le lussuose Bmw con tanto di scorta. Quattordici mesi dopo, la formula socialisteggiante dei Cinque Stelle trasbordati al Quirinale da un popolare mini van, è mandata in soffitta. Il governo è diviso per cilindrata. Proprio come l’Italia.
Comunque il gran giorno quando arriva è stupendo per tutti. Chi avrebbe mai potuto immaginare, per esempio, che Nunzia De Girolamo, già ministro, già giornalista e già ballerina, avrebbe accompagnato il suo consorte, Francesco Boccia, nel salone delle feste per vederlo impettito a giurare davanti Mattarella?
Nunzia, e le altre Nunzie, mogli, fidanzate e mamme, accolgono i ventuno membri di governo sedute su sei file di seggiole nel salone delle feste del palazzo presidenziale. Giuseppe Conte, uguale a sempre. La pochette a due punte è perfetta, le mani conserte. Questo nuovo inizio gli consegna il passo in avanti, il ruolo di guida e non di scorta. Era vice dei suoi due vice. Ora è lì che sorveglia e governa. Da solo. Governo giallo-rosso, giallo-rosa o come dice Silvio Berlusconi, in questa fase un po’ più intimista della sua copiosa vita, un governo di comunisti? Di rosso nel caldo del Palazzo si è vista solo la cravatta di Roberto Speranza, il nuovo ministro della Salute. L’ha messa forse per distinguersi, per far notare che lui è l’unico, scarseggiando il popolo, di fede certa ed è l’unico che sa a memoria la frase del giuramento. Sergio Mattarella ascolta compiaciuto e la formalità va avanti senza alcun inghippo e dà risposte, anche estetiche, al profilo del nuovo esecutivo.
La più easy, il fisico asciutto, veloce nel passo e anche molto femminile, è la prefetta di ferro, la lucana Luciana Lamorgese. Sembra la più giovane di tutte le donne (sette) chiamate all’alto incarico anche se all’anagrafe conta 66 primavere, risultando dunque la più anziana. L’età media è bassa (47 anni), le poltrone sono aumentate di tre, e tre sono i partiti contraenti, anzi alleati. È il finale di questo pazzo agosto, l’epilogo di una crisi senza movente, annunciata in spiaggia e chiusa in città. Dal Papeete beach al Quirinale. In meno di trenta giorni, forse per via della grande forza che solo la disperazione ci dà, Teresa Bellanova, renziana, che dei Cinque Stelle avrebbe voluto fare fino a poche settimane fa un solo fascio e ripiegarlo sui bordi di una strada, oggi è ministra dell’Agricoltura. La pugliese Bellanova conosce i campi e la zappa. È stata contadina. E anche questa è una notizia. Luigi Di Maio, che si è fatto inquadrare in prima fila ma all’estrema destra, comunque a distanza di sicurezza da Conte, come chiamava i suoi sorridenti colleghi del Pd?
Tutto straordinario, oltre ogni calcolo. E si vede che questi quattordici mesi di governo hanno però dato ai grillini più equilibrio, e prudenza, e pure competenza. Per esempio il ministro dello Sviluppo economico, il triestino Patuanelli, sembra perfetto nella sua grisaglia e molto morigerato. Non pensiamo che annuncerà mai la fine della povertà.
I ventuno, molto sorridenti come sempre è il primo giorno di scuola, non fanno fatica a fare comunella. Esagerando anche. Come Dario Franceschini, il capo delegazione del Pd, che ha obbligato i suoi compagni di partito a un selfie da offrire ai social. Ne è venuto fuori un ritratto fuori squadro e fuori controllo.
Meglio non replicare. Infatti ognuno ha preso poi la via di casa da solo. Con la sua auto, il suo autista. Al ministro per gli Affari europei è toccata la Punto. Pure a Spadafora. A Speranza la Tipo, a Gualtieri, il ministro dell’Economia, la Bmw.
Le donne Cinque Stelle sono parse più strutturate, meglio organizzate. Ognuna va nel luogo di cui sa qualcosa. La ministra del Lavoro Nunzia Catalfo sa perché è lì. Quella alla Digitalizzazione, la torinese Pisano, pure. Discontinuità, si dice. Infatti hanno voluto al Viminale una delle poche persone senza account su Instagram, né su Twitter e nemmeno su Facebook. È stato faticoso ma infine l’hanno trovata.
Resta il Conte. L’uno e oggi il due. Oppure l’uno e oggi il suo opposto. Destra o sinistra, ma lui sempre al centro. Più al centro degli altri. È la sua giornata, e anche quella di Mattarella che sembra ancora incredulo per come è andata a finire.
Matteo Salvini è sparito. Solo Giorgetti, il leghista che dissente ma consente, è stato invitato a Roma, obbligato a presenziare al passaggio della campanella, il rito che a Palazzo Chigi si consuma a ogni nuovo governo. Da Conte a Conte. Da una mano all’altra.