Perché il ritorno di Franceschini al Mibact è una pessima notizia

Non c’è proprio nessuna “svolta”, non c’è davvero nessun segnale di “coraggio e ambizione” nel ritorno di Franceschini, l’artefice della peggiore riforma dei beni culturali e del cinema che si ricordi, colui che ha decretato la mercificazione della produzione artistica e del patrimonio culturale. E infatti la prima mossa del ministro renziano è stata quella di riaccorpare il turismo al Mibac, cioè la cultura al mercato.

Per segnare davvero una svolta occorre invece portare l’Italia al livello di tutti gli altri Paesi europei negli investimenti per la cultura. Occorre avere il coraggio di cancellare la legge sul cinema che porta il nome di Franceschini per tornare a sostenere le opere e gli autori e non le imprese; per ribaltare i criteri di finanziamento pubblico portando all’85 per cento quelli “selettivi” – cioè ai film d’autore, all’associazionismo culturale, alla formazione, ai festival, all’editoria cinematografica, eccetera – e solo il resto agli “automatici”, cioè al mercato.

Ancora: occorre aprire un confronto con il mondo del teatro e della musica per elaborare finalmente una legge quadro di riforma dello spettacolo dal vivo degna di questo nome. Occorre far tornare istituzioni realmente pubbliche le fondazioni lirico-sinfoniche eliminando la mostruosità del pareggio di bilancio.

Occorre una legge che riconosca la dignità e i diritti dei lavoratori. Occorre proteggere, promuovere e rendere accessibili a tutti i luoghi della cultura: i musei, le biblioteche, i teatri, le sale cinematografiche, le librerie, le sale per i concerti, i luoghi di sperimentazione.

In pochissime parole: per segnare davvero una svolta occorre riportare al centro il ruolo dello Stato anche nella cultura; occorre che la cultura, la sua produzione e la sua fruizione, diventi realmente un diritto di tutti, come sancito dalla Costituzione.

 

Il Tg2 di Genny già non si riconosce più

E alla fine arriva Salvini. Sono passati 13 minuti e 12 secondi nel primo Tg2 dopo il giuramento del Conte bis (quello delle ore 13). La conduttrice finalmente annuncia che è il momento del “fronte delle opposizioni”.

È la fotografia più drammatica del cambio di regime. Il Tg2 di Gennaro Sangiuliano è stato l’avanguardia mediatica del salvinismo: qui si è visto di tutto, pure un servizio sull’invasione islamica a Stoccolma. Ora c’è un mondo nuovo, richiede cambiamenti radicali: così il Capitano non viene nemmeno nominato per 13 minuti abbondanti.

Lo spettacolo è piuttosto impressionante. Non solo non si avverte alcuna forma di ostilità verso i protagonisti dell’ “inciucio”, ma si avverte addirittura una certa benevolenza. La cronaca dal Quirinale racconta “l’emozione e la commozione” dei ministri e si sofferma su uno struggente quadretto familiare: “La nota più carina, più tenera – racconta l’inviato al Colle – sono stati i figli, i bimbi della coppia Boccia-Di Girolamo che hanno seguito i genitori fino ai microfoni della stampa. Volevano partecipare anche loro”.

Nell’ex Televisegrad si parla così del nuovo governo: “Un esecutivo che aggancia saldamente l’Italia all’Europa, immediato interlocutore sulla manovra economica. Un governo che guarda al futuro, aveva detto Conte, per rendere la vita migliore ai cittadini”. E poi sui 5Stelle: “Una crisi risolta, rivendica Di Maio, in modo trasparente, mettendo al centro temi e programma. E a ripartire è anche lo stesso capo politico sostenuto dal voto schiacchiante sulla piattaforma Rousseau. Non più vicepremier ma capo delegazione e soprattutto ministro degli Esteri, incarico di primo piano come chiedeva il suo Movimento”. Uno dopo l’altro sul Tg2 sfilano i “vincitori”. Per Andrea Orlando del Pd “è stato fatto un piccolo capolavoro”. Per Loredana De Petris di Leu è “un buon programma e una buona squadra”. Dopo di loro – e persino dopo un ritratto di Paolo Gentiloni! – arriva il servizio su Salvini.

Lo firma come sempre Maria Antonietta Spadorcia: lei almeno non abiura. Nel suo pezzo sul Capitano si scorda un dettaglio: è indagato per diffamazione dopo la denuncia di Carola Rackete (la Spadorcia riferisce solo che “la denuncia è stata spostata dal tribunale di Roma a Milano”).

Intanto Michele Anzaldi del Pd – fustigatore della (vecchia) Rai sovranista – se la prende col Tg1 perché “la diretta sull’insediamento del govero si è chiusa in anticipo di 15 minuti, senza dare spazio alla cerimonia della campanella e al primo Consiglio dei ministri”. I tempi giallorossi sono appena iniziati ma Anzaldi già vuole strafare: “Uno dei primi temi che il nuovo governo dovrà affrontare è la mala gestione del servizio pubblico”. Si salvi chi può.

Prima mossa di Renzi verso il nuovo gruppo al Senato

“Marciare divisi per colpire uniti”: citando Mao, la prossima mossa tattica di Matteo Renzi potrebbe essere questa. Tradotto in fatti, significa cominciare a lavorare sui gruppi parlamentari. Ma non per fare i suoi di gruppi, cosa che in questo momento non sarebbe conveniente, piuttosto per cominciare a spostare qualche “fedelissimo” nel Gruppo misto. Obiettivo: iniziare a creare un raggruppamento centrista che possa raccogliere moderati e fuoriusciti di Forza Italia. Un embrione del partito che doveva nascere a ottobre, ma che in questo nuovo scenario è ancora un progetto congelato. Ma, soprattutto, un modo per dare a Giuseppe Conte qualche voto in più in Senato. E contare sempre di più negli equilibri del governo che ha giurato ieri.

D’altra parte, i renziani e il premier intrattengono rapporti diretti, che non passano per i canali ufficiali. “Matteo come tattico è il migliore in assoluto. È la strategia di lungo periodo che è più difficile da mettere in campo pure per lui stesso”, racconta uno dei fedelissimi della prima ora. “Però, visto che con il Pd di Zingaretti, l’asse si sposta sempre di più a sinistra, è chiaro che lui deve puntare a prendersi il centro. Con quali tempi, oggi è imprevedibile”.

Si parte dalla trincea del Senato, dunque. Secondo il Regolamento di Palazzo Madama, per costituire un nuovo gruppo ci vorrebbe un simbolo che si è presentato alle elezioni. Renzi è da mesi d’accordo con Riccardo Nencini per usare il suo. Ma ora lo schema è un altro: pronti a trasmigrare nel Misto tra i renziani ci sarebbe in prima fila Dario Stefàno, origini nell’Udc, oggi vicepresidente del gruppo, da tempo nell’inner circle dell’ex premier. Regista dell’operazione, oltre a Nencini, Pierferdinando Casini. Tra i primi a entrare nel Misto da Forza Italia, ci dovrebbe essere Massimo Mallegni, da sempre contiguo a Renzi. Obiettivo immediato, prendersi anche la presidenza del Misto (ora di Loredana De Petris). Così da avere due voti nella conferenza dei capigruppo. Il primo è di Andrea Marcucci, lasciato volutamente fuori dal governo per presidiare Palazzo Madama. I renziani (insieme alla componente lottiana) hanno ancora saldamente in mano il gruppo.

Da sottolineare che c’è tutto un mondo centrista che guarda all’ex segretario dem: nelle intercettazioni dei colloqui tra Lotti e Palamara, il primo raccontava: “Sto fondando un partito con la Carfagna”. E anche +Europa si è spaccata sul Conte due: Bruno Tabacci voterà sì. E c’è tutto il mondo dei cattolici centristi, da Giorgio Merlo in giù, che gioco forza guarderà a Renzi. Il primo a essere uscito dal Pd, intanto, è Carlo Calenda: uno le cui mosse sono imprevedibili, ma che qualche fastidio al progetto renziano può darlo. “Matteo mi sta tempestando di messaggi. ‘Sei con me?’, mi chiede continuamente”, andava raccontando Matteo Richetti dopo il no nella direzione del Pd all’operazione governo. “Sta lavorando ai gruppi parlamentari”, chiosava.

C’è anche un altro dato di fatto: nei suoi primi commenti sull’accordo giallorosso, Renzi ha alternato lodi e critiche, elogi e delusione. Una strategia organizzata: i comunicatori hanno il compito di muoversi un po’ come maggioranza, un po’ come opposizione. Sul doppio messaggio, d’altra parte, l’ex segretario è da sempre un maestro.

Il resto è storia recente e futura: a entrare nel governo sono state due fedelissime, che non fanno parte di nessuna delle minoranze a lui vicine. Teresa Bellanova, oggi ministro dell’Agricoltura, la avrebbe voluta addirittura segretario. Ed Elena Bonetti viene dagli scout, poi dai Comitati Azione Civile, e solo un paio di settimane fa è stata l’organizzatrice del Ciocco, la scuola politica di Renzi. Più che un partito nel partito, l’embrione di un nuovo partito. Prossima stazione, la Leopolda. A ottobre.

Fioramonti, il neodimissionario

Manco il tempo di insediarsi e il governo Conte 2 ha già il primo dimissionario. Per ora solo a parole, per carità ma intanto Lorenzo Fioramonti, neoministro all’Istruzione, si è portato avanti su media, giornali, radio e tv. Ieri stargli dietro era particolarmente difficile. Sul Corriere della Sera, per esempio, voleva 3 miliardi: “Ci vogliono investimenti subito, nella legge di Bilancio: 2 miliardi per la scuola e 1 almeno per l’università. Lo dico da ora: se non ci saranno, mi dimetto”. Su Repubblica ne citava solo uno: “Se entro Natale non c’è un miliardo per l’Università sono pronto a dimettermi”. La soluzione ce l’ha pronta: “Vorrei delle tasse di scopo: per esempio sulle bibite gasate e sulle merendine o tasse sui voli aerei che inquinano”. Tre miliardi di qua, un miliardo di là. Fioramonti rischia di fare la fine di quelli che si indignano, si alzano, sbattono i pugni e si avviano verso l’uscio: “Oh, io me ne vado eh” e poi raccolgono solo silenzio. E ancora, “me ne ne sto andando eh”. Altro silenzio. “Sto proprio passando la porta, me ne vado eh, non mi fermo più ormai, mi avete fatto arrabbiare”. Speriamo che qualcuno se ne accorga in tempo.

Il risiko dei sottosegretari. Per M5S torna Nogarin

C’è chi va ricompensato, perché sperava in un posto da ministro e gli è andata male. C’è chi va riconfermato, perché non è riuscito a fare il salto di carriera. C’è chi va promosso, perché bisogna portare a Roma volti nuovi, parlare ai territori (e alle correnti).

Così, ieri, mentre Conte giurava al Quirinale, fuori procedevano spedite le trattative per il sottogoverno. Per dire: che ci faceva mercoledì in giro per la Capitale l’ex sindaco di Livorno Filippo Nogarin? Non certo un semplice saluto al nuovo ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D’Incà, come ha fatto sapere. Piuttosto, per lui – che non si è ricandidato primo cittadino, ma non è nemmeno stato eletto a Bruxelles – si prospetta un posto da sottosegretario in quota Fico. Tre le possibili caselle: Innovazione, Infrastrutture o Ambiente. Lo stesso vale per Max Bugani, il socio di Rousseau che era nella segreteria di Di Maio allo Sviluppo Economico.

Piccola parentesi sugli staff. I neo ministri Stefano Patuanelli e Nunzia Catalfo, che sostituiscono il leader M5S nei dicasteri un tempo uniti, hanno rassicurato i collaboratori: “Resterete tutti”. Che poi è uno dei motivi per cui il capo politico ha indicato due fedelissimi, che non avevano già una squadra tutta loro: Patuanelli era capogruppo al Senato (probabile che al suo posto arrivi il ministro uscente Danilo Toninelli), la Catalfo presidente della commissione Lavoro al Senato. In tema “uscenti”, si valuta di offrire un posto da vice alle ex ministre gialloverdi, Barbara Lezzi e Giulia Grillo. Laura Castelli resterà al Tesoro. Sempre in ambito Cinque Stelle, sono in pole come sottosegretari il capogruppo alla Camera Francesco d’Uva (Istruzione o Cultura), Stefano Buffagni (Economia), il presidente della commissione Cultura Luigi Gallo (Istruzione o Mibact), il presidente della commissione Sanità del Senato Pierpaolo Sileri (Salute), la presidente della commissione Finanze Carla Ruocco (sempre per ministeri economici). Se loro vanno, si libererà altro terreno di caccia per i giallorossi. Il Pd lascia la presidenza del Copasir, finora occupata da Lorenzo Guerini (ora alla Difesa) e che passerà alla Lega. Tra i dem i nomi più accreditati per l’ingresso al governo sono Emanuele Fiano (Interno), Anna Ascani (doveva essere ministro per gli Affari Regionali, avrà un posto all’Istruzione), Lia Quartapelle (Esteri). Ci sono poi due assessori laziali di Zingaretti che potrebbero traslocare a Chigi: Giampaolo Manzella e Lorenza Bonaccorsi.

Infine due toscani, incredibilmente non renziani. Il primo lo era: Federico Gelli, ex responsabile Sanità del Pd, ha rotto con Matteo nel 2018. Ora che sta con Zingaretti, potrebbe fare il vice di Speranza alla Salute. L’altro è Valerio Fabiani: l’anno scorso ha sfidato Simona Bonafé alla segreteria regionale e, da outsider, è riuscito a metterla in difficoltà (è finita 65 a 35 per lei). Considerato il suo impegno nella crisi dell’acciaierie di Piombino, si pensa al Mise o al Lavoro.

Che fare. Le priorità del Conte 2

Da dove deve partire il governo Conte 2? Abbiamo chiesto a sei tra nostre firme ed esperti quali siano le priorità del nuovo esecutivo in altrettante aree tematiche di competenza: Interni, Giustizia, Economia, rispetto della Carta e riforme costituzionali, Cultura e Lavoro. Per non perdere di vista le sfide mancate dal passato governo gialloverde e per correggerne al più presto gli errori.

 

Lorenza Carlassare
La Costituzione resti il faro e si ritorni al proporzionale

Un governo che non voglia mai perdere di vista la Costituzione dovrebbe quantomeno partire dal contrasto alle disuguaglianze. È la nostra Carta a dirci che nessuno deve essere lasciato indietro, motivo per cui sono favorevole a misure come il Reddito di cittadinanza. In secondo luogo, non si dimentichi di dare dignità alla cultura e all’istruzione: da sempre l’ignoranza è del popolo schiavo, la democrazia senza cultura non può esistere. Ma per rispettare a pieno la nostra Costituzione c’è bisogno anche di un ritorno a un sistema elettorale di tipo proporzionale, che sia garanzia di rappresentatività. Troppe volte in questi anni – e ricordiamo bene il tentativo di Matteo Renzi, che prevedeva addirittura un ballottaggio – si è tentato di privilegiare la governabilità, ma non può funzionare così. Il ritorno al proporzionale sarebbe anche il modo per dare senso al taglio dei parlamentari di cui tanto si parla: a me sta bene, purché non venga meno la rappresentatività, il legame tra i cittadini e i parlamentari.

 

Tomaso Montanari
Il Mibact parta dalle assunzioni. E basta Grandi Navi a Venezia

Primo: assunzioni. A tempo indeterminato. Per liberare le ultime generazioni di storici dell’arte, archeologi, archivisti, bibliotecari, ecc. dall’incubo della precarietà e insieme per salvare un patrimonio diffuso che ogni giorno muore per mancanza di personale e di fondi. Bonisoli aveva avviato l’iter per circa 4000 assunzioni: bisogna condurlo in porto, ma subito dopo ce ne vogliono almeno altrettante, e tutto è inutile se non si ottiene di far saltare il blocco del turnover per i Beni culturali. È questione di vita o di morte. Secondo: mettere fuori dalla Laguna di Venezia le Grandi Navi. Subito. Terzo: affidare la soprintendenza di Roma a un commissario che sia incorruttibile e competentissimo. Candidato naturale: l’ex direttore alle Belle Arti, Gino Famiglietti. Poi, certo, bisogna sostituire i direttori dei super-musei manifestamente non all’altezza (da Capodimonte a Brera, passando per molti altri…), puntando sulla produzione e diffusione di conoscenza e non sul botteghino. Ma significherebbe rovesciare una certa riforma Franceschini…

 

Domenico De Masi
Centri per l’impiego da rifare, puntando poi sul salario minimo

La prima cosa di cui dovrebbe occuparsi la nuova ministra del Lavoro è una seria ristrutturazione dei centri per l’impiego: dovrebbero essere come la rete stradale o ferroviaria, c’è bisogno di interventi capillari. Altrettanto decisiva sarebbe una riforma sull’orario di lavoro: noi lavoriamo 1800 ore di media all’anno, in Germania 1400. Noi abbiamo il 10 per cento di disoccupazione, loro il 3,8. Un rimedio a questo scarto è proprio la riduzione delle ore di lavoro. E poi c’è il tema del Reddito di cittadinanza. Il Pd deve rendersi conto che non è altro che un Reddito di inclusione fatto meglio e allargato. Dunque si deve cercare di perfezionarlo e di arrivare a più persone. Infine, esigenza fondamentale è quella del salario minimo, che non si può rimandare. Capisco che i sindacati vogliano inserire i salari all’interno delle contrattazioni, ma se in certi settori la contrattazione non esiste, i lavoratori vanno tutelati con un salario minimo. Se poi un giorno arriverà la contrattazione, tanto meglio.

 

Peter Gomez
Ricucire con Tunisi sui migranti. Poi una legge sui beni confiscati

La ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, dovrà far rispettare le regole. A tutti. Indipendentemente dal colore della pelle. Anche perché il dibattito propagandistico sui decreti Sicurezza, da modificare nelle parti indicate dal Quirinale, ha sviato dal nocciolo della questione: le norme per regolamentare l’immigrazione e garantire l’integrazione in Italia già c’erano. Ma per anni sono state disapplicate come dimostrano i tanti scandali nella gestione dei richiedenti asilo. Due poi gli interventi da affrontare subito. Il primo: ristabilire buoni rapporti con la Tunisia. Perché dopo gli attacchi di Matteo Salvini (“esporta galeotti”) Tunisi ha quasi rinunciato al contrasto delle partenze da quelle coste (i cosiddetti sbarchi fantasma). Il secondo: rivedere le nuove norme su

 

Marco Lillo
Sulla giustizia intenzioni vaghe: la riforma Bonafede va cambiata

La prima cosa da fare è potenziare l’uso dell’informatica. Il deposito degli atti per via telematica, previsto dalla riforma Bonafede, è un passo avanti. Poi, ora che Salvini non c’è più, sarà bene mantenere l’entrata in vigore della riforma della prescrizione nel 2020 per togliere agli avvocati e imputati un incentivo a tirarla per le lunghe. Il programma M5S-Pd indica solo gli obiettivi (riduzione dei tempi della giustizia e riforma dell’elezione del Csm) ma è vaga sui mezzi. Il pacchetto di riforme approvato (‘salvo intese’) dal precedente governo dovrà essere migliorato: il potere dei procuratori capi (nominati spesso con criteri “correntizi”) di stabilire i reati da inquisire con priorità disegna una giustizia più discrezionale e verticizzata, con il rischio di una minore autonomia del singolo pm. Anche la doppia tagliola prevista dalla riforma per le indagini troppo lunghe (possibile procedimento disciplinare contro il pm e pubblicità degli atti di indagine) è rozza. Rischia di punire i più scrupolosi e di bruciare le inchieste. I beni confiscati alle mafie. Si tratta di un patrimonio valutato in 30 miliardi, che Salvini voleva vendere. Farlo, però, è complicato: sia perché i boss spesso tentano di riacquistarli, sia perché i beni gestiti male poi perdono valore. Una parte almeno va riqualificata e data alla collettività.

 

Stefano Feltri
Dalla lotta all’evasione si capirà se c’è differenza con i gialloverdi

Il governo ha il problema immediato della lmanovra, ma ha anche l’esigenza di approvare riforme per non trovarsi in emergenza tra un anno. La priorità sono le clausole di salvaguardia sull’Iva: dove trovare 23,7 miliardi dal 2020 senza fare troppo deficit? Un primo passo sarebbe rimettere in discussione misure la cui scarsa utilità è ormai chiara: Quota 100, la flat tax per le partite Iva, gli 80 euro renziani. Bisogna dirsi la verità: servono più entrate, che non significa necessariamente più tasse per chi già le paga. Ci sono tasse da alzare (l’imposta di successione porta solo 800 milioni l’anno, l’abolizione dell’Imu prima casa è un errore da almeno 4 miliardi l’anno) prima di abbassarne altre. Nel 2015 il governo Renzi ha reso quasi impossibile mandare gli evasori a processo, perché la soglia di punibilità dei reati fiscali è troppo alta. I 5 Stelle hanno promesso di abbassarle (“manette agli evasori”), ma la Lega si opponeva. Se la coalizione col Pd è diversa si vedrà subito da questo dossier.

Il pericolo del ritorno alla divisione Chigi 1-Chigi 2

Che c’entra Riccardo Fraccaro con Maria Elena Boschi? Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, già ministro per i Rapporti con il Parlamento, è l’ultimo bastione di Luigi Di Maio a Palazzo Chigi. Come la Boschi fu per Matteo Renzi, dopo il ferale referendum costituzionale e le immediate dimissioni dal governo, irrequieta sentinella posta al fianco di Paolo Gentiloni.

Riportano le cronache notturne tra le giornate di martedì e mercoledì, con le sempre convulse trattative per la lista dei ministri: l’ex vicepremier Di Maio ha imposto il fidato Fraccaro. Per l’incarico nodale di sottosegretario, però, il premier Conte preferiva un profilo tecnico e non politico, cioè Roberto Chieppa, attuale segretario generale. Il faticoso accordo raggiunto all’albeggiare di mercoledì prevede la nomina di Chieppa a sottosegretario “aggiunto” con funzioni di raccordo amministrativo e normativo, vuol dire che avrà ampi poteri prima e dopo i Consigli dei ministri su mandato di Conte.

Ai tempi di Gentiloni, in un perenne dualismo all’interno del palazzo, tra scaramucce e polemiche, Boschi era soccorsa e scortata ovunque da Paolo Aquilanti, il segretario generale. Così Gentiloni, uomo che mescola prudenza e astuzia, replicò con un gruppo di collaboratori per arginare le velleità di Boschi e consegnò la struttura ad Antonio Funiciello, che assunse l’inedito ruolo di capo dello staff. Nel libro Il metodo Machiavelli, appena pubblicato da Rizzoli, Funiciello racconta la politica italiana e frammenti di storia, anche religiosa, attraverso le intriganti figure di chi lavora nell’ombra, un passo dietro ai leader, da San Pietro a Louis Howe fino a Gianni Letta e conferma le tensioni nell’anno e mezzo di coabitazione tra Boschi e Gentiloni: “Dopo il giuramento cominciò a crescere l’ostilità di Renzi verso il governo che era succeduto al suo, i giornali iniziarono a riferirsi alla presidenza del Consiglio con le espressioni Chigi 1 (il premier Gentiloni e il suo staff, che io dirigevo) e Chigi 2 (il controcanto di Renzi, la sottosegretaria Boschi e i suoi assistenti). I giornali non parlavano a vanvera”. Ci sono le analogie tra la renziana Boschi e il dimaiano Fraccaro, ma Fraccaro, suo malgrado, parte con un notevole svantaggio. Ormai Conte padroneggia la macchina di Chigi e Fraccaro avrà una pulsantiera ridotta. Per la carica di segretario generale il favorito è Alessandro Goracci, già capo di gabinetto del medesimo Conte. Agli affari giuridici e legislativi resta Ermanno De Francisco.

La delega per il Comitato interministeriale per la programmazione economica, in sigla Cipe, rilevante luogo di spesa, è reclamata dal Pd. Durante la parentesi gialloverde il Cipe era del sottosegretario Giorgetti, in passato fu una prerogativa – quattro anni di fila – di Luca Lotti. Giorgetti parlava con tutti e tutti parlavano con Giorgetti, certo con discrezione, ambasciatori, dirigenti, sensali, addirittura il Vaticano.

Adesso è il momento degli occhiolini e degli abbracci, Fraccaro è felice e sorride, poi verrà Chigi 1 contro Chigi 2. Chi decide, chi tenta di decidere. Presto dovrà battagliare e baccagliare per farsi sentire dalla campana di vetro in cui sarà rinchiuso da Conte.

La rotta del Conte II: Salvini sarà la bussola per valutare gli atti

È sbagliato tutto ciò che rafforza Matteo Salvini, è giusto tutto ciò che lo indebolisce. Potrebbe essere un buon criterio per valutare le future mosse del governo (che abbiamo chiamato dei Malavoglia per ragioni intuibili) non trovandone di più convincenti. Il ricorso a Salvini come unità di misura si è infatti reso necessario stante l’assoluta difformità di giudizio che questo diario ha riscontrato nella lettura dei giornali, fonte come è noto di imparzialità e saggezza.

Per esempio, Roberto Gualtieri all’Economia è “il dem esperto d’Europa” (Corriere della Sera), oppure “il comunista che ci ha ammanettato col fiscal compact” (La Verità)? E Vincenzo Spadafora allo Sport è “l’uomo che sfidò il sessismo leghista” (Repubblica), oppure “il balduccino che amava il capo della cricca” (La Verità)? Per non dire di Roberto Speranza: è “un nome giusto per la Sanità” (Repubblica), oppure “fa ribrezzo come tutto lo zoo di Conte” (Libero)? Perciò, in preda a totale smarrimento (e a tristi riflessioni sulla credibilità della stampa italiana) abbiamo allora pensato al Capitan Fracassa disarmato come a una bussola a cui attenerci, e per diversi motivi. Un senso di umanità, innanzitutto, da parte di chi come noi è sempre stato dalla parte dei perdenti. Dopo tante smargiassate vederlo andare per funghi e ammettere con le orecchie basse: “In questo momento perdo uno a zero”, ci conferma nell’idea che egli in fondo non è poi così cattivo, ma che sono i suoi elettori a volerlo con la bava alla bocca. Poi, con un superministro che un giorno d’agosto decise di mandare a puttane il governo dove spadroneggiava, di costringere alla disoccupazione una pletora di fedeli ministri e sottosegretari, e di spararsi sui piedi (e forse un tantinello più su) no, non è giusto infierire.

Attenzione, però, che pur malconcio, il nostro resta pur sempre il capo di un partito che prima del fattaccio veleggiava verso il 38-40%. Concordiamo perciò con chi sostiene (Ilvo Diamanti) che una fase di opposizione potrebbe rigenerare Salvini, non più appeso ai vincoli europei e di bilancio (oltre che all’obbligo di farsi vedere ogni tanto al Viminale). Ma potrebbe anche sgonfiarlo del tutto una volta allontanato dal potere.

C’è un’incognita: che gli eventuali errori del Conte Due gli riaprano l’autostrada della rivincita verso Palazzo Chigi. Una prospettiva che temiamo fortemente, non certo perché consideriamo l’uomo del mojito il male assoluto ma semplicemente perché lo riteniamo inadatto a governare persino una spiaggia.

Perciò c’interroghiamo preoccupati su alcune inevitabili scadenze. Che succederà di diverso dal recente passato quando la prossima nave dei disperati chiederà di attraccare a Lampedusa? E quando si riproporrà la ripresa dei lavori sul Tav Torino-Lione in forza della decisione adottata dal Conte Uno, come si comporteranno i grillini di lotta e di governo ? E dove si troveranno i tanti denari che mancano ai nostri conti sgarrupati? E il dossier Autostrade? Ma soprattutto, quali sono le reali intenzioni di Matteo Renzi? Per quanto tempo resisterà alla tentazione di minare le fondamenta del governo giallo-rosso ricoprendo di macerie Zingaretti e Di Maio? Mentre c’interroghiamo pensosi sui destini del Paese, un’immagine si fa ossessiva. Quella di un Salvini seduto sulla riva del fiume con un grosso contenitore di popcorn (o se preferite di Nutella). Che attende fiducioso.

Ministri divisi per cilindrata: Punto, Tipo o Bmw (Gualtieri)

Ai ministri senza portafoglio tocca la Punto aziendale. Quelli con il bilancio modesto e declinante salgono sulla nuova Tipo, berlina ufficiale del ceto medio immiserito dalla crisi. I big invece sulle auto tedesche, le lussuose Bmw con tanto di scorta. Quattordici mesi dopo, la formula socialisteggiante dei Cinque Stelle trasbordati al Quirinale da un popolare mini van, è mandata in soffitta. Il governo è diviso per cilindrata. Proprio come l’Italia.

Comunque il gran giorno quando arriva è stupendo per tutti. Chi avrebbe mai potuto immaginare, per esempio, che Nunzia De Girolamo, già ministro, già giornalista e già ballerina, avrebbe accompagnato il suo consorte, Francesco Boccia, nel salone delle feste per vederlo impettito a giurare davanti Mattarella?

Nunzia, e le altre Nunzie, mogli, fidanzate e mamme, accolgono i ventuno membri di governo sedute su sei file di seggiole nel salone delle feste del palazzo presidenziale. Giuseppe Conte, uguale a sempre. La pochette a due punte è perfetta, le mani conserte. Questo nuovo inizio gli consegna il passo in avanti, il ruolo di guida e non di scorta. Era vice dei suoi due vice. Ora è lì che sorveglia e governa. Da solo. Governo giallo-rosso, giallo-rosa o come dice Silvio Berlusconi, in questa fase un po’ più intimista della sua copiosa vita, un governo di comunisti? Di rosso nel caldo del Palazzo si è vista solo la cravatta di Roberto Speranza, il nuovo ministro della Salute. L’ha messa forse per distinguersi, per far notare che lui è l’unico, scarseggiando il popolo, di fede certa ed è l’unico che sa a memoria la frase del giuramento. Sergio Mattarella ascolta compiaciuto e la formalità va avanti senza alcun inghippo e dà risposte, anche estetiche, al profilo del nuovo esecutivo.

La più easy, il fisico asciutto, veloce nel passo e anche molto femminile, è la prefetta di ferro, la lucana Luciana Lamorgese. Sembra la più giovane di tutte le donne (sette) chiamate all’alto incarico anche se all’anagrafe conta 66 primavere, risultando dunque la più anziana. L’età media è bassa (47 anni), le poltrone sono aumentate di tre, e tre sono i partiti contraenti, anzi alleati. È il finale di questo pazzo agosto, l’epilogo di una crisi senza movente, annunciata in spiaggia e chiusa in città. Dal Papeete beach al Quirinale. In meno di trenta giorni, forse per via della grande forza che solo la disperazione ci dà, Teresa Bellanova, renziana, che dei Cinque Stelle avrebbe voluto fare fino a poche settimane fa un solo fascio e ripiegarlo sui bordi di una strada, oggi è ministra dell’Agricoltura. La pugliese Bellanova conosce i campi e la zappa. È stata contadina. E anche questa è una notizia. Luigi Di Maio, che si è fatto inquadrare in prima fila ma all’estrema destra, comunque a distanza di sicurezza da Conte, come chiamava i suoi sorridenti colleghi del Pd?

Tutto straordinario, oltre ogni calcolo. E si vede che questi quattordici mesi di governo hanno però dato ai grillini più equilibrio, e prudenza, e pure competenza. Per esempio il ministro dello Sviluppo economico, il triestino Patuanelli, sembra perfetto nella sua grisaglia e molto morigerato. Non pensiamo che annuncerà mai la fine della povertà.

I ventuno, molto sorridenti come sempre è il primo giorno di scuola, non fanno fatica a fare comunella. Esagerando anche. Come Dario Franceschini, il capo delegazione del Pd, che ha obbligato i suoi compagni di partito a un selfie da offrire ai social. Ne è venuto fuori un ritratto fuori squadro e fuori controllo.

Meglio non replicare. Infatti ognuno ha preso poi la via di casa da solo. Con la sua auto, il suo autista. Al ministro per gli Affari europei è toccata la Punto. Pure a Spadafora. A Speranza la Tipo, a Gualtieri, il ministro dell’Economia, la Bmw.

Le donne Cinque Stelle sono parse più strutturate, meglio organizzate. Ognuna va nel luogo di cui sa qualcosa. La ministra del Lavoro Nunzia Catalfo sa perché è lì. Quella alla Digitalizzazione, la torinese Pisano, pure. Discontinuità, si dice. Infatti hanno voluto al Viminale una delle poche persone senza account su Instagram, né su Twitter e nemmeno su Facebook. È stato faticoso ma infine l’hanno trovata.

Resta il Conte. L’uno e oggi il due. Oppure l’uno e oggi il suo opposto. Destra o sinistra, ma lui sempre al centro. Più al centro degli altri. È la sua giornata, e anche quella di Mattarella che sembra ancora incredulo per come è andata a finire.

Matteo Salvini è sparito. Solo Giorgetti, il leghista che dissente ma consente, è stato invitato a Roma, obbligato a presenziare al passaggio della campanella, il rito che a Palazzo Chigi si consuma a ogni nuovo governo. Da Conte a Conte. Da una mano all’altra.

Quel filo diretto con Ursula, poi la ramanzina ai ministri

Il giuramento davanti al presidente della Repubblica, la campanella passata direttamente tra le proprie mani, la “ramanzina” ai ministri riuniti nel primo Consiglio del nuovo governo e la soddisfazione per quello che a Palazzo Chigi considerano un “capolavoro”: la nomina di Paolo Gentiloni niente di meno che agli Affari economici, carica attualmente detenuta dall’odiato Pierre Moscovici. Incarico ottenuto con un filo diretto con Ursula von der Leyen durante tutta l’ultima settimana.

Giuseppe Conte dovrà godersi bene questi momenti di grazia, perché non è detto che si ripetano facilmente. Intanto però la soddisfazione nelle stanze della Presidenza del Consiglio è palpabile.

Su Gentiloni non c’è nessuna conferma ufficiale, ma l’operazione è fatta. Conte ci ha lavorato ancora nell’ultima settimana, in silenzio, ma in realtà l’aveva costruita già quando si è messo sulla scia di Angela Merkel e Emmanuel Macron appoggiando la nomina di Ursula von der Leyen. La svolta avviene lì ed è poi perfezionata in occasione della visita in Italia della neopresidente della Commissione europea, lo scorso 2 agosto.

Chi ha assistito al pranzo tra i due protagonisti dell’intesa ricorda come l’accordo per un incarico di prestigio all’Italia sia stato costruito con cura e attenzione. Certo, a patto che Roma offrisse a Bruxelles un nominativo di livello e accettabile dal consesso europeo. Allora, non era possibile ancora immaginare che si sarebbe arrivati all’appuntamento con un nuovo governo, addirittura con il Pd e che si potesse designare il presidente di questo partito, nonché ex premier molto benvoluto in Europa. Ecco perché nell’ultima settimana c’è stato il rush finale che si è intersecato con la trattativa per la formazione del nuovo governo.

A Nicola Zingaretti, Conte ha offerto di indicare un nome, ipotizzando anche quello di Enrico Letta, ma il Pd ha scelto Gentiloni, perché è colui che guida il partito insieme a Zingaretti, e forse anche per la sua contrarietà all’accordo di governo e quindi per poterlo inserire nel nuovo quadro politico, sia pure da una posizione di forte autonomia.

A Bruxelles, agli Affari economici sono interessati anche il lettone Valdis Dombrovskis, il belga Didier Reynders, e l’ex ministra delle finanze finlandesi Jutta Urpilainen. Gentiloni ne discuterà con von der Leyen proprio stamattina e alla neo-presidente dovrà innanzitutto garantire imparzialità e neutralità visto che il motto “ce lo chiede Europa” d’ora in poi si potrebbe tradurre in “ce lo chiede Gentiloni”.

Ma a Palazzo Chigi si confida nella “triangolazione” favorevole all’Italia che potrebbe essere data dalla postazione di Gentiloni, da quella del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che il M5S ha contribuito a eleggere, e dal ruolo che può svolgere il nuovo ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

Anche perché i nodi da affrontare sono giganteschi: c’è la recessione tedesca che incombe, l’incognita provocata dalla Brexit, quando ci sarà, e poi i nodi centrali della riforma del Meccanismo europeo di Stabilità, dello stesso Patto di Stabilità e crescita e di come l’Italia potrà agire a questo livello per poter giocare una manovra economica “espansiva” (come recita il documento programmatico del Conte 2) in presenza di una crescita zero e di un debito pubblico sempre poderoso.

Nel giorno dell’annuncio del nuovo “patto Gentiloni”, però, Conte ha anche presieduto il suo primo Consiglio dei ministri fase 2. E qui il premier ha voluto essere molto chiaro: “Mi aspetto che questo sia un governo di leale collaborazione”, ha precisato richiamando, non casualmente, le parole utilizzate nella lettera contro Matteo Salvini quando ha chiesto al ministro dell’Interno di far sbarcare i minori dalla nave Open Arms. Conte ha insistito sul rispetto delle regole istituzionali e della “grammatica costituzionale” in un modo che ritiene di aver seguito in solitudine nel precedente governo.

Ha chiesto “sobrietà e rispetto per tutto il governo”. Niente liti da bar, quindi, niente veline, sgambetti, comunicazioni aggressive che hanno alimentato il clima irrespirabile del precedente governo. “Stavolta non lo accetterò”, ha spiegato ai neoministri e chiedendo ai partiti che compongono il governo di regolare eventuali dissidi in trasparenza e non con colpi sottobanco.

Per ora il governo sembra viaggiare in questa direzione. Per ora.